Lo spirito del tempo – Edgar Morin
Parte prima: l'integrazione culturale
Capitolo primo. Un terzo problema
All’inizio del XX secolo, il potere industriale ha esteso la sua sovranità sul pianeta. Appena la colonizzazione dell’Africa e la dominazione sull’Asia sono un fatto compiuto, ecco che ha inizio, nei baracconi da fiera e nei nickelodeon, la seconda industrializzazione: quella che si rivolge alle immagini e ai sogni. La seconda colonizzazione, stavolta non più orizzontale ma verticale, penetra in quella grande Riserva che è l’anima umana. La seconda industrializzazione, che è ormai l’industrializzazione dello spirito, la seconda colonizzazione che concerne ormai l’anima, progrediscono nel corso del XX secolo. Attraverso di esse, si effettua quel progresso ininterrotto della tecnica, non più soltanto diretta all’organizzazione esterna, ma volta a penetrare all’interno dell’umano e a versarvi merci culturali. Certamente, già il libro e il giornale erano delle merci, ma mai la cultura e la vita privata erano entrate a tal punto nel circuito commerciale e industriale.
Intorno alla metà del XX secolo, emergono i Problemi Terzi. Tali problemi passano rapidamente dalla periferia al centro delle questioni contemporanee, non si lasciano ridurre a risposte già belle e pronte, e non possono essere approfonditi che da un pensiero in movimento. La Terza Cultura, nata dalla stampa, dal cinema, dalla radio, dalla televisione, compare e si sviluppa disponendosi accanto alle culture classiche, religiose o umanistiche, e nazionali. È all’indomani della seconda guerra mondiale che la sociologia americana scopre la Terza Cultura, la riconosce e la nomina: mass-culture.
Cultura di massa: vale a dire prodotta secondo le norme della fabbricazione industriale di massa; divulgata mediante tecniche di promozione di massa; rivolta a una massa sociale, cioè a un gigantesco agglomerato di individui colto al di qua e al di là delle strutture interne della società (classi, famiglia, ecc.). Il termine di cultura di massa, dei quali è l’equivalente culturale, privilegia abusivamente uno dei nuclei della vita sociale: le società moderne, infatti, possono essere dette non soltanto industriali e di massa, ma anche tecniche, burocratiche, capitaliste, di classe, borghesi, individualiste. La nozione di massa è a priori troppo ristretta. Quella di cultura, invece, può sembrare a priori troppo larga, se la si intende in senso forte, etnografico e storico, o troppo nobile, se la si intende nel senso sublimato dell’umanesimo colto.
In altri termini, c’è, da una parte, una “cultura” che definisce, in rapporto alla natura, le qualità propriamente umane dell’essere biologico chiamato uomo, e dall’altra parte, delle culture particolari, che variano secondo le epoche e le società. Si può definire una cultura come un corpo complesso di norme, simboli, miti e immagini che penetrano l’individuo nella sua intimità, ne strutturano gli istinti e orientano le emozioni. Tale penetrazione si attua secondo rapporti mentali di proiezione e di identificazione polarizzati sui simboli, sui miti e sulle immagini della cultura, come sulle personalità mitiche o reali che ne incarnano i valori (antenati, eroi, dei).
Una cultura fornisce dei punti di appoggio immaginari alla vita pratica e dei punti d’appoggio pratici alla vita immaginaria; alimenta il compromesso fra reale e immaginario, che ognuno elabora all’interno di sé (la propria anima) e sviluppa all’esterno di sé, e di cui si ammanta (la propria personalità). Per come la intenderemo, la cultura di massa è una cultura: costituisce un corpo di simboli, di miti e immagini concernenti la vita pratica e la vita immaginaria, un sistema di proiezioni e di identificazioni specifiche, che si aggiunge alla cultura nazionale e alla cultura umanistica, entrando in concorrenza con loro.
Le società moderne sono policulturali. In esse sono in attività focolari di culture di natura diversa: la religione o le religioni, lo Stato nazionale, la tradizione umanistica, si affrontano o coniugano le loro morali, i loro miti e i loro modelli, nell’ambito della scuola e fuori di essa. A queste diverse culture, bisogna aggiungere la cultura di massa. La cultura di massa integra e al tempo stesso si integra in una realtà policulturale, si fa contenere, controllare, censurare (dallo Stato, dalla Chiesa) e, nello stesso tempo, tende a corrodere e disgregare le altre culture. In questo senso, essa non è autonoma in senso assoluto: può permearsi di cultura nazionale, religiosa o umanistica, e a sua volta penetrare la cultura nazionale, religiosa o umanistica.
Critica intellettuale o critica degli intellettuali
Occorre superare la barriera intellettuale opposta dall’intellighenzia cosiddetta “colta”. Gli “uomini colti” si alimentano di una concezione di cultura qualificante, aristocratica e discriminante. Gli intellettuali rigettano la cultura di massa negli inferi infra-culturali. Un atteggiamento umanistico deplora l’invasione dei sottoprodotti culturali dell’industria moderna. Un atteggiamento di destra tende a considerarla come divertimento per iloti, barbarie plebea. A sinistra invece, a partire da una vulgata marxista, si è delineata una critica che considera la cultura di massa come un barbiturico (il nuovo oppio dei popoli) o come una mistificazione deliberata (il capitalismo distrae le masse dai loro veri problemi).
Più profondamente marxista è la critica della nuova alienazione della civiltà borghese: l’alienazione dell’uomo nel lavoro si prolunga ormai in alienazione nei consumi e nel loisir, nella falsa cultura. Per differenti che siano le origini del disprezzo umanistico, di quello di destra e di sinistra, la cultura di massa è considerata come merce culturale di pessima qualità, oro falso, come si dice negli Stati Uniti, kitsch. Possiamo dunque registrare una generale resistenza della classe intellettuale o colta. Questa cultura non è stata fatta dagli intellettuali: i primi autori di film erano saltimbanchi e comici da baraccone; i giornali si sono sviluppati al di fuori delle gloriose sfere della creazione letteraria; radio e televisione sono state il rifugio di giornalisti o attori mancati.
È vero che progressivamente gli intellettuali sono stati attirati nelle redazioni, negli studi radiofonici, negli uffici dei produttori cinematografici, e che molti vi hanno trovato un mestiere. Ma questi intellettuali sono impiegati dall’industria culturale, e non realizzano se non per caso o dopo lotte sfibranti i progetti che portano in sé. L’intellighenzia letteraria è spodestata dall’avvento di un mondo culturale in cui la creazione è desacralizzata, dislocata. E più è alta la sua protesta contro l’industrializzazione dello spirito, proprio in quanto vi partecipa solo parzialmente, da piccola impiegata. L’intellighenzia non soffre soltanto di essere stata spodestata: è tutta una concezione della cultura e dell’arte a venire colpita dall’intervento delle tecniche industriali, oltre che dalla determinazione mercantilistica e dall’orientamento dei consumi della cultura di massa. L’orientamento dei consumi distrugge l’autonomia e la gerarchia estetica proprie di questa cultura.
Né un ritiro solitario, né dei riti cerimoniali separano la cultura di massa dalla vita quotidiana: essa viene consumata lungo tutte le ore del giorno. I valori artistici non si differenziano qualitativamente nell’ambito del consumo corrente. Questo universo non è retto e regolamentato dal controllo del gusto, dalla gerarchia del bello, dalla dogana della critica estetica. Il prodotto culturale è strettamente determinato, da una parte, dal suo carattere industriale, e dall’altra dal suo carattere di consumo quotidiano, senza potersi sollevare all’autonomia estetica. Non è raffinato, né filtrato, né strutturato dall’Arte, valore supremo della cultura degli uomini colti. Tutto sembra opporre l’alta cultura alla cultura di massa: qualità e quantità, creazione a produzione, spiritualità a materialismo, estetica a mercanzia, eleganza a grossolanità, sapere a ignoranza.
Tutto ciò che ha innovato, si è sempre opposto alle norme dominanti della cultura. Questa osservazione, che vale per la cultura di massa, non vale anche per l’alta cultura? Proprio nel momento in cui sembrano opporsi all’estremo, alta cultura e cultura di massa si ricongiungono, l’una per il suo aristocraticismo volgare, l’altra per la sua volgarità assetata di riconoscimento sociale. Qualunque cosa si intraprenda nel campo delle scienze umane, il primo passo da fare deve essere quello dell’autoanalisi, dell’autocritica. Il problema preliminare da circoscrivere è questo: in quale misura siamo noi stessi impegnati in un sistema di difesa, talvolta inconscio, ma comunque incontestabile, contro un processo che tende alla distruzione di noi stessi, in quanto intellettuali? Nella nuova cultura sono messi in discussione i differenti strati delle nostre società e della nostra civiltà, e noi siamo rinviati direttamente al complesso globale.
Metodo
Il metodo della totalità ingloba in sé il metodo autocritico, poiché tende non soltanto a cogliere un fenomeno nelle sue interdipendenze, ma a coinvolgere l’osservatore stesso nel sistema delle relazioni. Il metodo autocritico, rimuovendo il moralismo altezzoso, l’aggressività frustrata, l’anti-kitsch, sfocia naturalmente nel metodo della totalità. Importa inoltre che l’osservatore partecipi all’oggetto della sua osservazione; occorre in un certo senso amare il cinema, divertirsi con le macchine a gettone, seguire gli incontri sportivi, usare un juke-box, canticchiare l’ultima canzonetta; occorre conoscere il mondo senza sentirsi estranei ad esso. L’oggettività che va ricercata è quella che integra l’osservato nell’osservazione, e non l’oggettivismo che crede di raggiungere l’oggetto sopprimendo l’osservato, e non fa che privilegiare un metodo di osservazione non relativistico.
Il metodo della totalità deve al tempo stesso evitarci l’empirismo molecolare che, isolando un campo della realtà, finisce per isolarlo dal reale, e le grandi idee astratte che, come le riprese televisive da un satellite artificiale, non mostrano che le stratificazioni delle nubi al di sopra dei continenti. La cultura di massa va seguita nel suo perpetuo moto dalla tecnica all’anima umana, e dall’anima umana alla tecnica, come una navicella fluttuante lungo tutto il processo sociale. Ma nello stesso tempo, va concepita come una chiave di volta di quel complesso di cultura, di civiltà e di storia, cui diamo il nome di XX secolo.
Capitolo secondo. L’industria culturale
Ci sono volute alcune invenzioni tecniche perché la cultura industriale fosse possibile: in particolare il cinematografo e il telegrafo senza fili. Il vento che li trascina verso la cultura è il vento del profitto capitalistico. È grazie al profitto e mediante il profitto che si sviluppano infatti le nuove arti tecniche. Senza l’impulso prodigioso dello spirito capitalistico, queste invenzioni non avrebbero senza dubbio conosciuto uno sviluppo così radicalmente e massicciamente orientato. Ma, una volta impresso tale impulso, il movimento sorpassa il capitalismo propriamente detto. L’industria culturale si sviluppa sotto tutti i regimi, sia nell’ambito dello Stato che in quello dell’iniziativa privata.
Due sistemi
Nei sistemi detti socialisti, lo Stato è il padrone assoluto; è censore, direttore, produttore. I contenuti culturali differiscono più o meno radicalmente secondo il tipo di intervento statale – negativo (censura, controllo) o positivo (orientamento, addomesticamento, politicizzazione) – secondo il carattere liberale o autoritario, secondo il tipo di Stato che interviene. Se comune è la preoccupazione di raggiungere il più vasto pubblico sia nel sistema privato (ricerca del massimo profitto) che nel sistema di Stato (interesse politico e ideologico), il sistema privato vuole soprattutto piacere al consumatore e farà di tutto per ricreare e divertire, nei limiti della censura. Il sistema di Stato vuole convincere ed educare: da una parte, tende a propagare un’ideologia che può annoiare o irritare, dall’altra, non essendo stimolato dal profitto, può proporre dei valori di “alta cultura” (dibattiti scientifici, opere classiche, musica colta).
Il sistema privato vive perché diverte: vuole adattare la sua cultura al pubblico. Il sistema di Stato è rigido e greve: vuole adattare il pubblico alla propria cultura. Il problema non è quello di scegliere tra sistema di Stato e sistema privato, ma di come costituire una combinazione nuova dei due. Oggetto di questo studio sono i processi culturali che si sono sviluppati al di fuori della sfera di orientamento statale (o religioso, o pedagogico), sotto l’impulso principale del capitalismo privato, e che possono del resto diffondersi, in futuro, anche nei sistemi culturali statalistici. Si userà il termine di cultura industriale per designare i caratteri comuni a tutti i sistemi, privati o di Stato, riservando il termine di cultura di massa per la cultura industriale dominante in Occidente.
Produzione e creazione: il modello burocratico-industriale
Nell’un caso come nell’altro, per differenti che siano i contenuti culturali, ha luogo uno stesso fenomeno di concentrazione dell’industria culturale. La stampa, la radio, la televisione, il cinema sono industrie ultra-leggere. Ma questa industria ultra-leggera è organizzata sul modello dell’industria più concentrata tecnicamente ed economicamente. Nel campo privato, pochi grandi gruppi di stampa, poche grandi catene radiotelevisive, poche società cinematografiche concentrano gli strumenti e dominano le comunicazioni di massa. Nel campo pubblico, è lo Stato che assicura la concentrazione. A questa concentrazione tecnica corrisponde una concentrazione burocratica. L’organizzazione burocratica filtra l’idea creatrice, la sottopone a esame prima che essa arrivi nelle mani di colui che decide. Questi decide in base a valutazioni impersonali: il profitto eventuale del soggetto proposto (iniziativa privata), la sua opportunità politica (sistema di Stato); quindi rimette il progetto nelle mani dei tecnici, che lo sottopongono alle proprie manipolazioni.
Nell’uno e nell’altro sistema, il potere culturale viene compresso tra il potere burocratico e il potere tecnico. La concentrazione tecno-burocratica grava universalmente sulla produzione culturale di massa. Di qui la tendenza alla spersonalizzazione della creazione, alla prevalenza dell’organizzazione razionale della produzione sull’invenzione, alla disintegrazione del potere culturale. Ma questa tendenza, richiesta dal sistema industriale, urta contro un’esigenza radicalmente contraria, nata dalla natura stessa del consumo culturale, che vuole un prodotto sempre individualizzato, e sempre nuovo. Un film può essere concepito in funzione di alcuni standard (intrigo amoroso, lieto fine), ma deve avere la sua personalità, la sua originalità, la sua unicità, e lo stesso si dica per una trasmissione radio o per una canzone.
L’industria culturale deve dunque costantemente superare una contraddizione fondamentale tra le proprie strutture burocratizzate-standardizzate e l’originalità (individualità e novità) del prodotto che deve fornire. Il suo stesso funzionamento si fonda su queste due coppie antitetiche: standard-individualità, burocrazia-invenzione. Ma questa possibilità risiede senza dubbio nella struttura stessa dell’immaginario. L’immaginario si struttura secondo alcuni archetipi: ci sono dei modelli-guida dello spirito umano, che ordinano i sogni, e particolarmente quei sogni razionalizzati che sono i temi mitici o romanzeschi. Regole, convenzioni, generi artistici, impongono delle strutture esterne alle opere, mentre situazioni-tipo e personaggi-tipo ne forniscono le strutture interne.
L’analisi strutturale ci mostra come sia possibile ridurre i miti a strutture matematiche. Ora, ogni struttura costante può conciliarsi con la norma industriale. L’industria culturale persegue la dimostrazione a suo modo, standardizzando i grandi temi romanzeschi, riducendo gli archetipi in stereotipi. La burocrazia è costretta a ricercare l’invenzione, e lo standard si arresta per essere completato dall’originalità. La creazione culturale non può essere totalmente integrata in un sistema di produzione industriale. Da ciò un certo numero di conseguenze: da una parte, le controtendenze alla decentralizzazione e alla concorrenza; dall’altra, una tendenza all’autonomia relativa della creazione nell’ambito della produzione. L’equilibrio concentrazione-decentralizzazione, e persino concentrazione-concorrenza, si stabilisce e si modifica in funzione di molteplici fattori. Di qui strutture di produzione ibride e mobili. Il sistema, ogni volta che vi è costretto, tende a tornare al clima concorrenziale del precedente capitalismo. Allo stesso modo, tutte le volte che vi è costretto, accoglie in sé degli antidoti al burocratismo.
L’equilibrio e lo squilibrio tra le forze contrarie, burocratiche e antiburocratiche, dipende a sua volta dalle particolarità del prodotto culturale. La stampa di massa è più burocratizzata del cinema, poiché l’originalità e l’individualità sono imposte dall’avvenimento, il ritmo di pubblicazione è quotidiano o settimanale, e la lettura di un giornale...
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