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Sunto di cultura dei nuovi media

Prefazione

Durante gli anni '60 ci fu una trasformazione della configurazione culturale della nostra società. La cultura di massa si è estesa agli spazi più intimi della vita quotidiana. Questi studi sulla sociologia del presente sono stati condotti tra il '63 e il '73, concentrandosi sulle zone di depressione.

Capitolo 1: Terzo problema

Agli inizi del ventesimo secolo si estendeva il potere industriale, ovvero la seconda industrializzazione, che si rivolge alle immagini e ai sogni. È l'industrializzazione dello spirito, la colonizzazione che ha a che fare con l'anima. È il progresso ininterrotto della tecnica, dove la cultura e la vita privata entrano nel circuito commerciale e industriale. Queste nuove merci sono le più umane di tutte. I problemi posti sono tra i Problemi Terzi, come il Terzo Mondo, la terza rivoluzione industriale, i Terzi Poteri e la Terza Cultura, nata dalla stampa, dal cinema, dalla radio, dalla televisione. Durante la 2 guerra mondiale la sociologia americana scopre la Terza Cultura: la mass culture, la cultura di massa, prodotta secondo le norme della fabbricazione industriale di massa, rivolta ad una massa sociale, un agglomerato di individui. La cultura di massa privilegia abusivamente uno dei nuclei della vita sociale: le società moderne sono sia industriali sia di massa ma anche tecniche, burocratiche, capitaliste, di classe, borghesi, individualiste.

La cultura è un corpo complesso di norme, simboli, miti, e immagini che penetrano l'individuo nella sua intimità, ne strutturano gli istinti e orientano le emozioni. Questa penetrazione funziona secondo rapporti mentali di proiezione e di identificazione polarizzati sui simboli, sui miti e sulle immagini della cultura, che dà punti di appoggio immaginari alla vita pratica e dei punti d'appoggio pratici alla vita immaginaria. La cultura umanistica ci procura un sapere e una sensibilità, un sistema di disposizioni affettive e intellettuali attraverso il commercio delle opere letterarie. Le società moderne sono poli-culturali perché ci sono focolari di cultura di natura diversa. A queste diverse culture bisogna aggiungere la cultura di massa, che è nata negli Stati Uniti.

Critica intellettuale o critica degli intellettuali

Bisogna superare la barriera intellettuale: gli uomini colti si alimentano di una concezione di cultura qualificante. Gli intellettuali rigettano la cultura di massa negli inferi infra-culturali. Anche se diverse le origini del disprezzo umanistico, la cultura di massa è considerata come merce culturale di pessima qualità, kitsch, c'è una resistenza della classe intellettuale. Questa cultura non è stata fatta dagli intellettuali, i primi autori di film erano saltimbanchi e comici da baraccone. Però questi intellettuali sono impiegati dall'industria culturale. Né un ritiro solitario né dei riti cerimoniali separano la cultura di massa dalla vita quotidiana. Questo sistema non è regolato dal controllo di gusto, gerarchia e del bello, il prodotto culturale è determinato dal suo carattere industriale e di consumo quotidiano. Si oppone l'alta cultura alla cultura di massa. Quando arrivano all'estremo, le due si ricongiungono, l'una per il suo essere aristocraticamente volgare, l'altra per la volgarità che vuole essere riconosciuta socialmente. Lo scopo non è esaltare la cultura di massa, ma quello di redimere la cultura alta.

Metodo

Ci sono due metodi di approccio: il metodo autocritico e quello della totalità. Quello della totalità ingloba quello autocritico, che sfocia naturalmente in quello della totalità. L'osservatore deve partecipare all'oggetto della sua osservazione. L'oggettività che va ricercata è quella che integra l'osservato nell'osservazione.

Capitolo 2: L'industria culturale

Ci sono volute alcune invenzioni tecniche perché la cultura industriale fosse possibile. Il contributo lo si deve al profitto capitalistico: si sviluppano infatti le nuove arti tecniche mediante esso. L'industria culturale si sviluppa sotto tutti i regimi.

Due sistemi

Nei sistemi socialisti lo Stato è il padrone assoluto. Tra lo Stato sovrano culturale e lo Stato gendarme ci sono situazioni intermedie. I contenuti culturali si differenziano secondo il tipo di intervento statale, negativo (censura) o positivo (orientamento), secondo il carattere liberale o autoritario, secondo il tipo di Stato che interviene. Si vuole raggiungere il più vasto pubblico sia nel sistema privato sia nel sistema di Stato: il sistema privato vuole piacere al consumatore e divertirlo nei limiti della censura. Il sistema di Stato invece vuole convincere ed educare, propagando un'ideologia che può annoiare e irritare e proporre valori di alta cultura (dibattiti scientifici). Il sistema privato vive perché diverte, il sistema di Stato è rigido e greve. Bisogna costituire una combinazione nuova dei due. Oggetto di questo studio sono i processi culturali che si sono sviluppati fuori dalla sfera di orientamento statale e che possono diffondersi anche nei sistemi culturali statalistici. Chiameremo cultura industriale i caratteri comuni a tutti i sistemi, sia privati che di Stato e chiameremo cultura di massa la cultura dominante in occidente.

Produzione e creazione: il modello burocratico-industriale

C'è un fenomeno di concentrazione dell'industria culturale. Nel campo privato, pochi grandi gruppi concentrano gli strumenti e dominano le comunicazioni di massa. Nel campo pubblico, è lo Stato che assicura la concentrazione. Alla concentrazione tecnica corrisponde ad una concentrazione burocratica. L'organizzazione burocratica filtra l'idea creatrice prima che arrivi nelle mani di colui che decide e decide in base a valutazioni impersonali: il profitto, la politica e quindi dà il progetto nelle mani dei tecnici. La concentrazione tecno-burocratica grava sulla produzione culturale di massa. Questa tendenza però urta contro il prodotto sempre individualizzato e nuovo. L'industria culturale deve superare le contraddizioni tra le proprie strutture burocratizzate standardizzate e l'originalità del prodotto che deve fornire. Questa possibilità sta nella struttura dell'immaginario. L'industria culturale riduce gli archetipi in stereotipi, si parte da modelli a condizione che i prodotti usciti dalla catena siano individualizzati. Ad un certo punto occorre invenzione: la creazione culturale non può essere integrata in un sistema di produzione industriale. Resta un limite alla concentrazione assoluta. Il sistema, ogni volta che è costretto, torna al clima concorrenziale del precedente capitalismo. L'equilibrio e lo squilibrio tra forze contrarie dipende dalle particolarità del prodotto culturale. La stampa di massa è più burocratizzata del cinema. L'industria culturale per funzionare positivamente ha bisogno di un elettrodo negativo, ovvero una certa libertà nell'ambito delle strutture rigide.

Produzione e creazione: la creazione industrializzata

Nell'era industriale la creazione tende a diventare produzione. Le nuovi arti della cultura industriale resuscitano l'antico collettivismo del lavoro artistico. Per la prima volta la divisione del lavoro manda in pezzi l'unità della creazione artistica. Il cinema ha istituito una divisione del lavoro rigorosa. La catena comincia con adattatori, sceneggiatori, dialoghisti, regista, scenografi, operatore, tecnico del suono, musicista e montatore. È il prodotto concepito secondo le norme della produzione. La divisione del lavoro divenuto collettivo è un aspetto generale della razionalizzazione richiesta dal sistema industriale. A questa razionalizzazione corrisponde la standardizzazione che impone calchi spazio-temporali al prodotto culturale: il film, di una lunghezza di un'ora e mezza, gli articoli di giornale con un numero di parole, le trasmissioni radiofoniche in minuti. Né la divisione del lavoro né la standardizzazione sono degli ostacoli all'individualizzazione dell'opera, anzi la comprimono e la sostanziano. La dialettica standardizzazione-individuazione tende a diventare una specie di media. La spinta verso l'individuazione non c'è solo con l'elettrodo negativo (il creatore) ma anche usando le super individualità dei divi, perché la presenza di un divo super individualizza il film. Tra il divo e l'autore scorre una dialettica repulsiva, ma il divo ha la meglio sull'autore. L'autore è artista, intellettuale e creatore. Nell'industria culturale gli autori si vergognano della propria opera e si rifiutano di considerarla come propria. L'autore non può più identificarsi con la sua opera, c'è repulsione. È un fenomeno di alienazione come per l'operaio dell'industria, con la differenza che l'autore è schifosamente pagato.

Il lavoro più disprezzato dall'autore spesso è quello che più gli viene retribuito, da qui nascono il cinismo, l'aggressività e la cattiva coscienza. L'autore può mettere in circolazione la propria linfa nell'opera e può dettare condizioni. Esiste una zona marginale e una centrale dell'industria culturale. Gli autori possono esprimersi in film marginali, prodotti a basso costo o nel settore chiave dell'industria culturale, dove c'è la tendenza al massimo dei consumi.

Capitolo 3: Il grande pubblico

Ogni produzione di massa punta alla massificazione dei consumi. Pure l'industria culturale, che tende ad un pubblico universale. Per un pubblico ampio serve una varia produzione di informazione quindi serve un denominatore comune per questo enorme pubblico. Serve eclettismo, ovvero miscelare contenuti, serve una varietà sistematizzata, omogeneizzata, con contenuti diversi. Sincretismo è il termine adatto per rendere la tendenza a omogeneizzare, sotto un comune denominatore, la diversità dei contenuti. Il sincretismo unisce i due settori della cultura industriale: il settore dell'informazione e quello del romanzesco.

Nell'informazione troviamo i fatti di cronaca e i divi, si preferisce ciò che nella vita reale somiglia al romanzo o al sogno. Nel settore dell'immaginario invece troviamo il realismo, con intrighi romanzeschi che appaiono come realtà. La cultura di massa è mossa da questo doppio movimento: immaginario che imita il reale e il reale che ha i colori dell'immaginario.

Il nuovo pubblico

Negli anni '30 emerge un nuovo tipo di comunicazione che si rivolge a tutti. In Francia nasce Paris Soir, che mira all'universalità e la raggiunge. Intanto il cinema da spettacolo da fiera diventa lo spettacolo di tutti. La guerra e l'occupazione inaridiscono la cultura di massa e si sviluppano la stampa per l'infanzia e la stampa femminile. La grande stampa non è maschile, è femminile-maschile, quella femminile si specializza in contenuti femminili ancora diluiti. Anche la stampa per l'infanzia si specializza in contenuti sempre diluiti (la pagina dei ragazzi) che prepara alla stampa del mondo degli adulti. La cultura di massa, nel settore per l'infanzia, conduce il giovane al livello del settore per adulti, mentre nel settore per adulti si pone a livello del ragazzo. Diventa omogeneizzazione dei consumi per attenuare le barriere tra le età, ma c'è una dominante giovanile i temi della cultura di massa sono temi giovanili. C'è una tendenza a mixare i contenuti. La cultura tradizionale e quella umanistica si arrestano davanti alle frontiere di classe. Il cinema fu il primo a riunire nei suoi circuiti gli spettatori di tutte le classi urbane. La cultura industriale è l'unico grande terreno di comunicazione tra le classi sociali: nello stesso momento, operaio e padrone avranno seguito lo stesso programma televisivo. C'è un'evoluzione sociologica, la formazione di un grande strato salariale. Questo nuovo salariato resta eterogeneo e molte divisioni si mantengono o si costituiscono tra i differenti status sociali. La cultura industriale sarebbe quella cultura il cui ambiente di sviluppo è costituito dal nuovo salariato.

La nuova cultura si inscrive nel complesso sociologico costituito dall'economia capitalista, dalla democratizzazione dei consumi, dalla formazione e dallo sviluppo del nuovo salariato e dei valori dei colletti bianchi (white collars). È il luogo comune, il veicolo di comunicazione tra gli strati e le classi differenti. La tendenza omogeneizzante è sia cosmopolita e attenua le differenze culturali nazionali. Si sviluppa un nuovo cinema strutturalmente cosmopolita, di co-produzione, con capitali di diversi paesi ma anche attori, registi e tecnici di diversi paesi. La cultura industriale adatta temi folclorici locali e li trasforma in temi universali. Con questo slancio cosmopolita favorisce i sincretismi culturali e i temi antropologici, con un denominatore comune di umanità. Tale cosmopolitismo parte dagli Stati Uniti.

L'uomo medio

L'uomo universale è tout court, il grado di umanità comune a tutti gli uomini? Sì nel senso in cui si tratta dell'uomo immaginario, che ha un rapporto di identificazione e di proiezione, sì se si tratta dell'uomo fanciullo, l'uomo medio è una sorta di anthropos universale, gli s'addice il linguaggio audiovisivo. Su questi fondamenti antropologici la cultura di massa afferma la propria tendenza all'universalità. L'uomo universale non è soltanto l'uomo comune a tutti gli uomini ma l'uomo nuovo sviluppato da una nuova civiltà: una civiltà che tende all'universale.

Il consumo culturale

La produzione culturale crea il pubblico di massa e riscopre un fondo umano comune al pubblico di massa. La produzione culturale è determinata dallo stesso mercato. La cultura di massa nell'universo capitalista, non è imposta dalle istituzioni sociali, rientra nel gioco dell'industria e del commercio. Subisce i tabù ma non ne crea, propone dei modelli ma non ordina niente. La sua legge è quella del mercato. Ha quindi una relativa elasticità. La cultura di massa è il prodotto di un dialogo tra produzione e consumo. A priori è un dialogo tra un prolisso e un muto. La produzione elargisce racconti ma il consumatore non parla. Il vero problema è quello della dialettica tra il sistema di produzione e i bisogni culturali dei consumatori.

Capitolo 4: L'arte e la media

Quindi da un lato abbiamo una spinta verso il conformismo e il prodotto standard, dall'altro c'è una spinta verso la creazione artistica e la libera invenzione. Nel primo senso c'è lo Stato, una struttura tecno-burocratica, c'è la struttura industriale, c'è l'economia capitalista. Il pubblico stesso è un fattore di conformismo. Tutto ciò che sopravvive nell'antico settore della società industriale, ciò che rimane nella concorrenza favorisce qualche apertura originale e inventiva. L'industria culturale non produce solo mostri o stereotipi. Si sviluppa una larga corrente culturale media. Mediocrità, cioè qualità di ciò che è medio. Gli standard si arricchiscono ma soffocano il genio. La qualità letteraria e la qualità tecnica si elevano nella cultura industrializzata ma le linee di sviluppo seguono i tracciati del sistema. Il genio conferisce l'etichetta di alta cultura. La corrente media trionfa e livella, rimescola e omogenizza. La cultura di massa è media nella sua aspirazione e ispirazione, perché è la cultura del comune denominatore tra le età, i sessi, le classi, i popoli. La corrente principale non è l'unica: è affiancata da una controcorrente. Quando la corrente media unisce lo standard e l'individuale, la controcorrente diventa il calco negativo della corrente principale. Le correnti negative sono sempre secondarie, ma sempre presenti. La contraddizione si neutralizza nella corrente media, si acuisce nell'opposizione tra la corrente negativa e la corrente principale, ma la corrente negativa tende a essere rigettata ai margini. Esiste una terza corrente, la corrente nera, dove fermentano gli atti di accusa e le contestazioni fondamentali al di fuori dell'industria culturale. Cosa c'era prima della cultura di massa? La vecchia alta cultura aveva orrore di tutto quello che potesse cambiare le idee e le forme. I creatori finivano per esaurirsi senza riuscire a imporre la propria opera.

Capitolo 5: La grande rottura

La cultura si democratizza mediante il libro a buon mercato, il disco, la riproduzione di massa. Una zona dove la distinzione tra cultura e cultura di massa diviene puramente formale. La democratizzazione è una delle correnti della cultura di massa. La democratizzazione, dovuta alla moltiplicazione delle opere, se annuncia forse un'integrazione futura delle due correnti, non intacca i privilegi dell'alta cultura, che invece mantiene un settore riservato in cui detiene il monopolio dell'attualità e dell'originale. L'alta cultura resiste all'integrazione anche se la riproduzione avrebbe potuto annullare il valore dell'originale. Da un punto di vista culturale la riproduzione sopravvaluta l'originale.

La cultura industriale trasforma quello che prende dall'alta cultura. Coesiste accanto alla democratizzazione (moltiplicazione pura e semplice) una volgarizzazione (trasformazione in vista della moltiplicazione). I processi elementari della volgarizzazione sono: semplificazione, manicheizzazione, attualizzazione, modernizzazione. La semplificazione è stata studiata con un'analisi: schematizzazione dell'intrigo, riduzione del numero dei personaggi, semplificazioni ulteriori che riducono tutto a pochi elementi chiave.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisa.bruno.50 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura dei nuovi media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Lughi Giulio.
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