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Sociologia - l'esperienza scolastica Appunti scolastici Premium

Appunti di Sociologia sul vissuto dell'esperienza scolastica per l'esame del professor Losito. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: gli indicatori utilizzati, l'esperienza scolastica quotidiana, la scuola media superiore, la scelta della scuola media superiore.

Esame di Sociologia docente Prof. g. losito

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ESTRATTO DOCUMENTO

certamente poco e che la quota sia massima nei licei lascia supporre che qui le aspettative degli

studenti siano particolarmente elevate e quindi più accentuata la percezione che gli insegnanti non

siano all’altezza del loro compito. E’ inoltre assai ridotta la quota degli studenti che dichiarano

rapporti “molto positivi” con gli insegnanti (meno del 20 %), mentre la grande maggioranza degli

intervistati sceglie la modalità intermedia (potremmo chiamarlo il popolo dell’ “abbastanza

positivo”). Come dire, non ci si può lamentare, senza infamia e senza lode. A lamentare rapporti

poco soddisfacenti con gli insegnanti sono, ovviamente, coloro che hanno problemi di rendimento

scolastico: il 33 % dei maschi e il 35 % delle femmine, contro l’11 % dei maschi e il 13 % delle

femmine che hanno buoni risultati. Gli insegnanti incontrano evidentemente maggiori difficoltà a

stabilire un buon rapporto con chi mostra scarso rendimento e scarso interesse.

Quali sono i modi di essere che gli studenti rilevano come particolarmente disturbanti il

rapporto con gli insegnanti ? Prima di tutto, la loro incapacità di tener conto delle esigenze e del

punto di vista degli studenti. Lo dichiara il 60 % degli intervistati, senza significative differenze tra

tipi di scuole e solo con una leggera accentuazione nel caso degli studenti con rendimento più basso

(ma anche il 55 % dei “più bravi” segnala questa ragione di incomprensione). Questo dato non

4

cambia sostanzialmente da più di vent’anni ed è la spia dell’esistenza di uno scarto tra le

generazioni, dovuto probabilmente anche all’età media degli insegnanti che è cresciuta

costantemente nel tempo. Questo scarto, tuttavia, è in certa misura connaturato alla struttura stessa

dell’istituzione scuola, che mette l’una accanto all’altra, in un epoca di rapidi cambiamenti culturali,

due generazioni, per definizione, distanti.

Tener conto delle esigenze e del punto di vista degli studenti è diverso che non stabilire con

essi una relazione. Coloro che esprimono dubbi sulla capacità degli insegnanti di costruire una

relazione sono molto meno (il 30 %, quindi circa la metà) di coloro che segnalano l’incapacità di

mettersi in sintonia coi loro bisogni e punti di vista. Anche in questo caso non conta il tipo di scuola

frequentata o il rendimento scolastico. Il fatto che nessuna caratteristica socio-culturale degli

studenti spieghi questa variabile (la capacità o meno degli insegnanti di “relazionarsi” con gli

studenti), fa presumere che questo indicatore misuri effettivamente la presenza nel corpo docente di

una quota di soggetti che non dispongono in misura adeguata di questa capacità. Se effettivamente

un insegnante su tre appartiene a questa categoria, c’è forse ragione di preoccuparsi nel caso di una

professione che è costruita intorno alla relazione docente-discente.

La capacità di coinvolgere gli studenti facendo lezioni stimolanti è senz’altro una delle

qualità di un buon insegnante. Nell’esperienza della maggioranza degli studenti intervistati (il 57 %)

gli insegnanti dispongono di questa capacità. Agli occhi degli studenti, si tratta di una capacità che

4 Lo rilevano tutti i rapporti IARD sulla condizione giovanile dal 1983 ad oggi. Vedi, C.Buzzi, A.Cavalli, A. de Lillo, a

cura di, Giovani del nuovo secolo, p. 89.

non coincide esattamente con la capacità di mettersi in relazione: vi sono docenti capaci di fare

belle lezioni che però hanno difficoltà a “mettersi in relazione” (un buon 10 %) e altri che al

contrario si mettono facilmente in relazione, ma non sono dei docenti coinvolgenti (22 %). Gli

studenti che rilevano questa capacità meno frequentemente degli altri sono i liceali, a conferma che

il fatto di provenire da ceti più istruiti li rende particolarmente esigenti e critici nei confronti dei

loro insegnanti.

Dell’eccessiva severità si lamenta grosso modo uno studente su tre, con una leggera

prevalenza di coloro che frequentano istituti professionali. Non stupisce che lo scarso rendimento

influisca sulla percezione della severità, anche se le differenze sono contenute (si va dal 37 % dei

meno bravi al 26 % dei più bravi). Una proporzione analoga si lamenta invece della caratteristica

opposta, cioè dell’eccessiva accondiscendenza e arrendevolezza. Questa volta il giudizio è

condiviso da tutti, bravi e meno bravi, e questo consenso, per così dire, trasversale lascia sospettare

che gli studenti che l’hanno espresso abbiano effettivamente incontrato insegnanti di manica larga,

incapaci di fissare dei paletti e di rendere credibile la loro autorità.

Una metà degli studenti (il 51 %) rileva la tendenza degli insegnanti ad esercitare

un’influenza politica sugli allievi. Ad essere sensibili a questa dimensione sono più i maschi che le

femmine e più i liceali che gli altri studenti. I nostri dati non ci consentono di sapere direzione,

grado e modalità di questa influenza. Questo aspetto meriterebbe però di essere approfondito. Se da

un lato infatti è inevitabile, e forse addirittura auspicabile, che l’influenza del docente vada anche

oltre gli stretti contenuti della materia insegnata, è altrettanto auspicabile che la cattedra non venga

utilizzata come un pulpito dal quale indottrinare i propri allievi. Non è da escludere che la

percezione di questa influenza sia legata all’assenza di sintonia tra gli orientamenti politici dei

docenti e di una parte dei loro studenti. Forse la nostra scuola e una parte dei nostri insegnanti non

sono culturalmente attrezzati ad affrontare la dialettica delle opinioni nel quadro di un’educazione

alla cittadinanza democratica.

L’aspetto più critico del rapporto tra studenti e docenti riguarda il giudizio di

impreparazione-incompetenza. Quattro studenti su dieci non ritengono che i loro insegnanti siano

all’altezza del compito per quanto riguarda la loro professionalità. La percentuale varia da un

minimo del 34,4 % dei liceali maschi al gruppo più critico e cioè le femmine degli istituti tecnici

(dove la percentuale sale al 48,5 %), mentre il 64 % delle femmine degli istituti professionali non

ritiene che questa lacuna sia presente. E’ abbastanza comprensibile che una valutazione critica della

professionalità docente venga da coloro che la sperimentano in termini di difficoltà e di scarso

rendimento (nel loro caso la percentuale di “critici” sale al 46,6 %); è più preoccupante invece che

lo stesso giudizio sia dato anche da una quota elevata di coloro che hanno un rendimento ottimo

(36,6 %). Che corrisponda o meno alla realtà, il semplice fatto che una quota così elevata di

studenti giudichi i propri insegnanti insufficienti sul piano professionale è un segnale che dovrebbe

mettere in guardia i responsabili delle politiche scolastiche e della formazione professionale degli

insegnanti.

Infine, un terzo degli studenti denuncia relazioni negative con il dirigente scolastico (qui le

differenze tra i tipi di scuola scompaiono del tutto). Per una parte consistente della popolazione

scolastica la figura del preside non solo è distante, ma tendenzialmente ostile. In altre parole, molti

presidi non riescono a farsi ben volere da una m minoranza cospicua di studenti. In questo caso però

il rendimento scolastico non ha nessuna influenza. Se i rapporti coi dirigenti non sono buoni non

5

dipende dagli insuccessi scolastici.

Tab. Percezione di Impreparazione e incompetenza degli insegnanti per tipo scuola

Total

Sesso Licei Istituti Tecnici Istituti

intervistato professionali

Maschio Non indica 1,3% ,7% ,5%

Sì, diffuso 34,4% 39,1% 41,7% 38,4%

No, non

diffuso 64,4% 60,9% 57,6% 61,0%

Total 160 294 139 593

100,0% 100,0% 100,0% 100,0%

Femmina Sì, diffuso 41,8% 48,5% 36,0% 42,1%

No, non

diffuso 58,2% 51,5% 64,0% 57,9%

Total 273 134 125 532

100,0% 100,0% 100,0% 100,0%

Gli studenti in difficoltà

5 I rapporti col personale non docente sono generalmente buoni, anche se la presenza di quasi il 15 % di scontenti

segnala, forse, la presenza di una quota di “disturbatori” che entrano in collisione anche con il personale non docente

per problemi di “disciplina”. La quota sale quasi al 20 % per le ragazze degli istituti professionali. A questi si aggiunge

un 10 % che dichiarano di non avere rapporti se non con docenti e compagni e per i quali l’esperienza scolastica si

esaurisce con quello che succede il aula. Ovviamente, il rendimento scolastico non ha nessuna influenza sulla qualità

dei rapporti con il personale non docente.

Il rapporto tra studenti e docenti presenta, come abbiamo visto, luci e ombre. Nel complesso,

come vedremo meglio in seguito, la maggioranza degli studenti da un giudizio abbastanza positivo

dell’esperienza scolastica. Vi sono però frazioni non piccole del corpo studentesco per le quali le

ombre prevalgono sulle luci. Si tratta di gruppi la cui consistenza varia a seconda degli indicatori.

Gli studenti intervistati che si sentono sistematicamente “trascurati dai loro docenti” sono solo uno

scarso 7 % (che tuttavia non è una percentuale del tutto irrisoria). Se però alla risposta “sempre o

spesso” si aggiunge anche la modalità “qualche volta” la percentuale sale al 42 %, con una leggera

maggiore incidenza nei licei. Questa piccola, ma significativa, segnalazione che appare dai dati

converge con varie indicazioni della presenza nei licei una quota di studenti “scontenti” per i quali

la scuola è evidentemente al di sotto delle loro aspettative. In generale, sono, in tutti i tipi di scuola

secondaria, soprattutto le ragazze di bassa estrazione familiare ad avvertire maggiormente questo

senso di abbandono da parte dei docenti. Tra coloro che sperimentano “insuccesso” la percentuale

di coloro che si sentono trascurati sale solo di poco. E’ evidente però che non manca da parte di

molti insegnanti (almeno nella percezione degli studenti) la volontà di “seguire” anche coloro che

incontrano difficoltà.

Prendiamo ora l’indicatore specularmene opposto. Il fatto di “sentirsi aiutato e incoraggiato

dagli insegnanti” è senz’altro un’esperienza gratificante e positiva. Coloro che dicono di non aver

mai sperimentato questa forma di sostegno della motivazione sono una minoranza (il 18%) non

trascurabile e sono un po’ più frequenti tra i liceali che negli altri ordini di scuola. Sono gli

insegnanti degli istituti professionali ha fare lo sforzo maggiore per “incoraggiare” i propri studenti.

Infatti, tra questi, un buon 36 % si sente aiutato/incoraggiato spesso o sempre contro il 27,8% dei

liceali. Di nuovo però c’è la piccola minoranza di studenti (ma assai meno di studentesse) di

famiglie poco secolarizzare che ricevono meno aiuto e incoraggiamento indipendentemente dalla

scuola frequentata. Tra gli studenti con rendimento scarso troviamo una percentuale più alta di

coloro che non si sentono “mai” incoraggiati, ma è evidente che molti insegnanti, anche se non tutti,

si sforzano di incoraggiare anche chi incontra difficoltà.

Le difficoltà sono sia di ordine cognitivo che relazionale. “Non capire le spiegazioni degli

insegnanti” è senza dubbio un’esperienza frustrante, sia che dipenda dalla propria incapacità, sia

dall’incapacità dell’insegnante di “farsi capire”. Può capitare a tutti “qualche volta” di non capire.

Il problema nasce quando questa esperienza si ripete sistematicamente. La quota di coloro per i

quali ciò si verifica è minima nei licei (7,8 %), cresce un poco negli istituti tecnici (12 %) ed è

ancora di poco più alta negli istituti professionali (15,2 %). E, ancora una volta, sia per i maschi che

per le femmine, sono gli studenti che vengono da famiglie culturalmente povere a soffrirne di più.

Non c’è bisogno di segnalare che questa difficoltà è significativamente (e inversamente) correlata

col rendimento scolastico.

Le difficoltà sul piano cognitivo si rafforzano quando si combinano con difficoltà di natura

relazionale. Diverso è “non capire” e “avere timore a chiedere spiegazioni”. Coloro che

sperimentano “spesso” o, addirittura, “sempre” questa difficoltà sono più frequenti negli istituti

professionali (dove raggiungono la quota non trascurabile del 12 %), mentre restano intorno all’8-9

6

% negli altri tipi di istituto. Assai significativo il legame di questa variabile con il livello culturale

della famiglia, soprattutto per gli studenti maschi. Gli studenti maschi che denunciano questa

difficoltà sono ben il 27,8 % tra coloro di bassa estrazione socio-culturale, contro il 4,7 % di coloro

che si collocano al livello più alto e il 2,7 % di quelli a livello medio-alto. La paura di chiedere

spiegazioni si presenta quindi legata ad una sorta di senso di inferiorità che si trasforma in una

barriera comunicativa. Per quanto riguarda il nesso col rendimento scolastico, sono soprattutto gli

studenti (e ancor di più le studentesse) che mostrano rendimenti molto scarsi a esitare a chiedere

spiegazioni.

Chi incontra difficoltà vorrebbe ricevere aiuto. La “richiesta di aiuto” per le materie

“difficili” è assai diffusa: almeno 1/3 dei ragazzi e delle ragazze intervistate esprime questa

domanda, con una punta che arriva al 63 % nel caso delle studentesse di famiglie culturalmente

modeste. Praticamente due ragazze su tre tra quelle che si trovano in questa condizione. Il legame

col rendimento è qui significativo. La richiesta di aiuto è presente nel 30 % dei ragazzi con

problemi di rendimento e ben nel 57 % delle ragazze nella stessa situazione. Se leggiamo questo

dato con quello precedente (il timore di chiedere spiegazioni) ci rendiamo conto della presenza di

una quota di studenti che vorrebbero aiuto, ma non se la sentono neppure di chiederlo.

Se da un lato si chiede aiuto per le materie “difficili” dall’altro si richiedono maggiori

“stimoli nelle materie i cui ci si prospetta una buona riuscita”. Detto altrimenti, sembra essere

presenta una domanda di valorizzazione dei talenti, che consenta di coltivare quei campi di studio o

di attività che riflettono sul soggetto un auto-immagine positiva. Questa domanda è formulata

quasi dalla metà del campione (anche in questo caso con una leggera prevalenza delle femmine) ed

è generalizzata in tutti i tipi di scuola. La letteratura psico-pedagogica ha, giustamente, molto

insistito sull’importanza dell’autostima nell’alimentare la motivazione all’apprendimento, ma

l’autostima ha bisogno di trovare almeno un ambito di “successo” al quale appigliarsi e non sempre

i docenti sembrano disposti a distribuire gratificazioni quando un allievo dimostra di aver raggiunto

un traguardo.

6 Da notare, comunque, che quasi la metà degli studenti scelgono l’alternativa di risposta intermedia: “qualche volta”.

Chiedere spiegazioni, ammettere quindi di non aver capito, per alcuni è indice di esitazione, di paura di perdere la faccia

di fronte agli insegnanti e, forse, anche di fronte ai compagni.

Al contrario, sperimentare la sensazione, un po’ angosciosa, “di non farcela”, e quindi di

rischiare l’insuccesso, è uno stato d’animo che da un lato è indotto e dall’altro induce scarsa

autostima, il timore di non essere all’altezza del compito richiesto. Questo sentimento è presente in

media in uno studente su sei (il 15,8 %), più tra le ragazze (18,8 %) che tra i ragazzi (12,5 %). Le

studentesse, pur avendo prestazioni scolastiche decisamente superiori ai loro compagni maschi,

mostrano però maggiore insicurezza sulle proprie capacità. Coloro che sono invece “sempre sicuri

di farcela” non sono tanti: assai di più nei licei (24 %) che negli istituti professionali (9 %) e sono

molti di più i maschi (28 %) che non le ragazze (17 %). Non stupisce che il rischio di insuccesso sia

connesso sia al tipo di scuola (minore nei licei, maggiore nei professionali), sia al background

culturale familiare (minore per chi ha alle spalle una famiglia istruita, maggiore nel caso contrario).

Le differenze però non sono molto forti (al limite della significatività statistica). Statisticamente

significativo, per maschi e femmine, è invece il legame col rendimento scolastico. La sensazione di

non farcela è connessa a voti scarsi: brutti voti deprimono l’autostima e, a sua volta, la sfiducia

nelle proprie capacità prelude, in un circolo vizioso perverso, all’insuccesso.

La sindrome di malessere

Al di là dei risultati e delle difficoltà negli apprendimenti, vi è tra una parte consistente di

studenti un sentimento diffuso di malessere. Gli studenti che si “chiedono che senso ha essere a

scuola” segnalano un profondo disagio nella loro condizione esistenziale. Non sono pochi coloro

che dichiarano di chiederselo “spesso” o “sempre” (il 28 % di tutti gli intervistati che raggiunge il

30 % tra i “liceali” e scende al 25 % tra i “professionali”, i “tecnici” occupano una posizione

intermedia). Tra tutti gli indicatori è forse quello che indica con maggiore evidenza che la scuola

non è in grado di “riempire di senso” la vita di una quota consistente di giovani. Salvo che per gli

studenti degli istituti professionali, la quota di coloro che non se lo chiedono mai è inferiore a

quella di coloro che se lo chiedono sempre o spesso. Di nuovo, però, il gruppo, peraltro sparuto, di

studenti (maschi) provenienti da una famiglia a bassa scolarizzazione segnala questa sindrome di

“assenza di senso” con particolare frequenza (36,9 % di fronte a un 27,4 % dei loro colleghi di

livello medio-alto). Tra coloro che si chiedono più spesso se ha un senso essere a scuola vi sono

evidentemente coloro la cui esperienza scolastica è segnata dall’insuccesso (il 38% degli

underachiever contro il 21% degli overachiever per i maschi e il 60 % contro il 17 % per le

femmine).

L’assenza di senso si accompagna spesso ad un sentimento di oppressione. Il “sentirsi

oppresso all’idea di dover andare a scuola” è sperimentato “sempre” o “spesso” da quasi uno

studente su quattro (il 23,5 %). Il legame coi risultati scolastici è evidente: coloro vivono la scuola

con un senso di oppressione sono assai più frequenti tra gli studenti che hanno voti bassi (33 %), ma

questa sindrome non è assente neppure tra coloro che ottengono i voti migliori (15 %).

Diversa dal senso di oppressione è la tensione (lo stress) connessa allo sforzo per conseguire

risultati. “Sentirsi stressato” è una prerogativa dei liceali (ben 6 su 10 lo sono “spesso” o “sempre”),

seguono i “tecnici” (50 %) e poi i “professionali” (47%). I liceali si sentono quindi più degli altri

“sotto pressione” . Ciò può dipendere dal fatto che la scuola che frequentano è effettivamente più

impegnativa, oppure che sono gli studenti a non essere abituati ad un impegno intenso, a faticare

sui libri. Bisogna chiedersi se si tratta di uno “stress positivo”, che spinge cioè a impegnarsi e a dare

il meglio di sé, oppure se è uno “stress negativo” e quindi demotivante e quando si verifica la prima

ipotesi e quando la seconda. I dati disponibili non ci consentono di rispondere a domande di questo

tipo. Si può dire, però, che sulla percezione di stress non influisce la scolarità dei genitori e neppure

il rendimento: si sentono “stressati” sia coloro che hanno successo (e in questo caso si tratta

probabilmente di “stress positivo”), sia coloro che “vanno male” (e per costoro lo stress è senza

dubbio “negativo” perché non si accompagna a soddisfazione e autostima).

Come lo “stress”, anche l’ “essere molto nervosi prima di una prova” è un’esperienza che

riguarda grosso modo la metà di tutti gli studenti, ma tocca i liceali assai più che gli studenti di altri

istituti. Il 60 % dei liceali denuncia “nervosismo” di fronte a una prova. Forse resta vero che i licei

sono ancora le scuole che “chiedono di più” ai loro allievi; oppure i liceali sono emotivamente più

fragili ? Non è, per caso, che vengano da famiglie che li hanno troppo protetti e che quindi si

trovano in difficoltà quando sono messi alla prova ? I dati non consentono di dare una risposta netta

a queste domande. Sembra però che il nervosismo nasca dal dover affrontare prove comunque

piuttosto impegnative in cui è necessario mobilitare al massimo le energie mentali e psichiche.

Anche in questo caso potremmo allora parlare di stress positivo, quasi di sfida per mettere alla

prova la propria capacità di impegno e concentrazione sul risultato.Il nervosismo di fronte alle

prove risulta essere significativamente più pronunciato tra le ragazze che non tra i ragazzi e, in

questo caso, sono le ragazze i cui genitori hanno un basso livello di istruzione a manifestare più

frequentemente questa sindrome (ben il 77 % delle ragazze che si trovano in questa condizione lo

manifestano, ma anche le ragazze di status alto segnano un buon 59,4 %). A ciò si deve aggiungere

che la tensione nervosa di fronte alle prove non è significativamente correlata al rendimento

scolastico. In altri termini, è uno stato di tensione che provano tutti gli studenti, i meno bravi e i più

bravi. Lo stress, positivo o negativo che sia, è comunque una componente stimolante che mette

alla prova le capacità di tenuta del soggetto. L’esperienza della “noia” è, invece, di segno contrario

in quanto nasce dall’assenza di stimoli. E’ una sindrome assai diffusa, soprattutto nei licei e negli

istituti tecnici, dove sfiora (nei licei) e sfora (nei tecnici) la soglia del 30 % degli studenti. E’ meno

presente invece negli istituti professionali (21,9 %). Il fatto di provenire da famiglie con un elevato

livello culturale favorisce il vissuto della “noia”. Ciò vale tuttavia solo per i maschi. Anche le

studentesse si annoino, anzi, si annoiano con la stessa frequenza dei loro compagni, ma nel loro

caso la noia raggiunge i livelli massimi ai due estremi della scala sociale: si tratta evidentemente di

due forme diverse di noia. Per la debolezza degli stimoli culturali che la scuola è in grado di dare

agli studenti che provengono da un ambiente famigliare culturalmente elevato, in un caso, per

l’impossibilità di elaborare i contenuti della cultura scolastica da parte delle studentesse che

vengono da famiglie dove l’istruzione dei genitori è modesta, nell’altro caso Fa riflettere comunque

che una quota oscillante da 1/3 a ¼ degli studenti viva la scuola annoiandosi. A scuola si annoiano

un po’ tutti (sia pure per ragioni diverse), ma, mentre tra i maschi questo sentimento non è legato al

rendimento scolastico, per le femmine la situazione è diversa. Le ragazze che hanno scarso successo

si annoiano molto di più delle loro coetanee più “brave”.

Noia e assenza di senso riguardano una minoranza di studenti. La maggioranza sperimenta

questa sentimenti solo “qualche volta” e non sono pochi neppure coloro che dichiarano di esserne

del tutto estranei. Eppure, il fatto che ci sia un 13 % che confessa di vivere sempre o spesso la

scuola sia con un senso di noia che di assenza di senso è un dato da meditare: vuol dire che nel

paese ci sono centinaia di migliaia di giovani per i quali la scuola è un’esperienza sostanzialmente

negativa sul piano soggettivo.

Tab. Esperienza scolastica: chiedersi il senso di essere a scuola e sentirsi annoiato

Esperienza Total

scolastica:

sentirsi

annoiato

Non indica Mai Qualche volta Spesso Sempre

Esperienza Non indica

scolastica:

chiedersi il

senso di

essere a

scuola 12

,8% ,2% ,1% 1,1%

Mai 280

6,9% 14,5% 2,8% ,6% 24,9%

Qualche volta 516

,2% 5,3% 29,5% 9,6% 1,2% 45,9%

Spesso 216

2,1% 8,9% 7,1% 1,1% 19,2%

Sempre 101


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AUTORE

Sara F

PUBBLICATO

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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof losito gianni.

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