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La forza obbligatoria della parola: pacta sunt servanda

La forza obbligatoria dei contratti è alla base stessa della vita in comunità; da sempre si ritiene che il rispetto dovuto alla

parola data sia uno degli assiomi fondamentali scaturiti dal diritto naturale e in seguito entrati a far parte di tutte le

legislazioni. Questo dogma non è esclusivo della tradizione continentale, ma ricorre anche in alcuni autori del Common Law.

Già a partire dal XIX secolo, gli autori avevano compreso che il contratto si inscriveva all’interno della storia delle civiltà:

Maine giunse ad interpretare l’intera storia del diritto in occidente come la storia di un passaggio dallo status al contratto in

quanto forma topica del legame di diritto. Analogamente Bourgeois qualificava la modernità in base al fatto che in essa il

contratto era divenuto la base definitiva del diritto umano, vedendovi il risultato inevitabile di un progresso storico in grado

di strappare gli uomini alla costrizione dello status e di farli accedere alla libertà.

La missione civilizzatrice del contratto

Con l’illuminismo si è radicata l’idea che il processo di emancipazione mediante il contratto avesse una portata universale e si

sarebbe esteso a tutti i popoli, quale condizione per accedere alla modernità ed al concerto delle nazioni. Questa fede nella

missione civilizzatrice del contratto è alla base del diritto contemporaneo e rivela una matrice prettamente occidentale, dato

che in Giappone esso è riuscito a diffondersi senza però far scomparire la cultura neoconfuciana, ad esso ostile. L’idea che un

contratto stipulato in un dato momento possa vincolare per il futuro, non è concepibile per questa cultura e la differenza con

l’occidente può essere ricondotto allo status della parola: solo l’occidente si è spinto a pensare che l’uomo potesse disporre

della potenza legislatrice del verbo. La differenza tra oriente e occidente risulta chiara se si confrontano le rispettive

strutture linguistiche e di scrittura. In una lingua monosillabica e in una scrittura ideografica come il cinese, la parola funge

da emblema vocale e grafico, poco adatto all’astrazione e molto più idoneo a evocare la diversità concreta degli uomini.

Nella civiltà occidentale invece, la scrittura alfabetica e la flessione delle parole danno luogo a un’economia di segni ed una

rappresentazione più astratta del mondo. Inoltre, mentre l’occidente rivela una totale fiducia nella parola, l’oriente si fida

soltanto dell’atto, attraverso il quale si esprime l’impegno. L’obbligo (giri) non è fondato su una legge universale o un

contratto che può essere sciolto una volta raggiunto il suo obiettivo: vincolato alle persone concrete fra le quali istituisce un

legame, il giri è fonte di relazioni durevoli e il contraccambio assume mille forme libere. Ad oggi il contratto è comunque

largamente impiegato, ma principalmente per gestire i rapporti con l’occidente. Il modello giapponese si riflette in campo

giuridico con la teoria dei contratti relazionali che rende conto dell’importanza assunta, nella trattazione degli affari, da

accordi-quadro chiamati a regolare a lungo termine un rapporto di cooperazione all’interno del quale trovano posto dei

contratti di scambio. Il contratto relazione stringe un legame agile e duraturo alimentato dal gioco delle prestazioni

reciproche. Il contrattualismo, vale a dire l’idea che il legame contrattuale rappresenterebbe la manifestazione più compiuta

del legame sociale e sarebbe votata a sostituirsi ovunque agli imperativi unilaterali della legge, è una componente

dell’ideologia economica, che concepisce la società come un insieme di individui che si muovono unicamente in virtù del

calcolo del proprio interesse.

Il movimento Law and Economics estende ad ogni comportamento umano ciò che potremmo definire l’antropologia

grossolana del diritto dei contratti. Questo non precede ne condiziona l’economia di mercato, ma ne è lo strumento, non il

fondamento. Il movimento sottolinea la necessità di far poggiare il diritto sulle sue vere basi, ovvero economiche, e collegare

ogni singola regola del diritto dei contratti a una legge economica. Si tratta di schiacciare la forma giuridica rapportandola a

un ordine naturale che la spiega e contiene. È sulle leggi economiche che oggi si tende a fondare la forza obbligatoria del

contratto. Oggi il contrattualismo non si fonda più su una teoria politica del contratto sociale, ma sulla certezza scientifica

che il mercato abbia forza di legge su scala planetaria. Da ciò deriva la generalizzazione e la diffusione del vocabolario

contrattuale in tutti i settori della vita umana, compresa la sfera pubblica.

Alle origini del contratto

Se la preistoria del contratto era costituita da alleanza e scambio, questi non operavano ancora una netta distinzione tra cose

e persone, e ricorrevano ad alcuni stratagemmi per garantirsi il controllo del tempo. Con l’alleanza le cose sono colte solo

con il tramite delle persone ed originariamente questa venne concepita come una sorta di legame di parentela, istituito

attraverso un rituale di alleanza, il patto di sangue (blood-covenant). Il contenuto di questo rapporto di obbligazione resta

però necessariamente indeterminato nel momento in cui l’alleanza viene conclusa e dipenderà dalle specifiche vicende della

vita degli alleati. Con lo scambio, al contrario, le persone sono colte per il tramite delle cose. la forma primaria dello scambio

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deriva dall’interconnessione tra l’obbligo di dare, ricevere e contraccambiare. Come ha mostrato Mauss, ciò che obbliga a

contraccambiare, è lo spirito della cosa donata che ha presa sul ricevente. Questo vincolo implica l’esistenza di un principio

terzo in grado di garantire la restituzione, cosa che non è scomparsa dal nostro diritto (sistemi pensionistici)

È al diritto romano che dobbiamo la nozione di contratto e la netta distinzione tra cose e persone. Esso prevede dei contratti

che mutano a seconda del loro oggetto concreto, del loro negocium, ma non si preoccupa di definire il contratto in quanto

categoria generica. Il semplice scambio di consensi non è mai giunto a identificarsi con il contratto: per passare dalla

convenzione al contratto occorrevano delle formule o degli atti materiali che variavano a seconda dei contratti. La forza

obbligatoria dei contratti reali risiedeva nel trasferimento della cosa all’obbligato; quella della stipulazione aveva radici

religiose, a pari del giuramento. Lo spirito delle cose e degli dei continuano quindi a presiedere all’istituzione dei legami tra

gli uomini.

Se c’è un principio ravvisabile nel diritto romano, è piuttosto quello dell’inefficienza giuridica della parola data (ex nudo pact,

actio non nascitur), su cui i glossatori medievali hanno edificato la teoria dei vestimenta pactorum: ormai si ammette che dal

patto deriva il diritto di agire in giudizio (ex nudo pacto, actio oritur). Il ribaltamento lo si deve ai canonisti medievali,

inventori della regola “Pacta sun servanda”. Inizialmente il rispetto della parola data è stato posto come regola morale, nel

XIII secolo si trasformerà in obbligazione giuridica e il Codice civile la formulerà nell’art. 1134 (le convenzioni stabilite

legalmente hanno valore di legge per coloro che le hanno sottoscritte).

La nozione moderna di contratto non avrebbe potuto svilupparsi senza la fede in un garante universale della parola data: ieri

la legge divina, oggi quella dello stato, che attribuisce forza giuridica solo alle convenzioni stabilite legalmente.

Lo stato garante delle convenzioni

In seguito alla svolta operata dall’illuminismo, lo stato si è visto assegnare la funzione di garante degli scambi: si è così passati

da una cultura religiosa a una cultura laica, in cui l’individuo razionale assume gli impegni sotto l’egida dello stato. Senza la

fede condivisa in un terzo garante la libertà contrattuale risulta inconcepibile: da cui l’onnipotenza della figura del terzo nella

struttura giuridica del contratto. Questa figura si esprime anzitutto attraverso il riferimento alla legge ed alla moneta nella

stesura delle obbligazioni contrattuali (per assolvere la sua funzione essa deve necessariamente istituire una comunità di

contraenti che credono nel suo valore). Mantenendo il monopolio della scrittura delle leggi e del conio della moneta lo stato

ha contribuito all’ulteriore astrazione del legame contrattuale, senza la quale il legame sociale non avrebbe potuto essere

sottoposto al calcolo razionale degli interessi che impone che le persone vengano interpretate unicamente alla stregua di

particelle contraenti, i beni e servizi come delle merci, il tempo come un dato omogeneo e quantificabile e lo spazio come

qualcosa di continuo ed epurato da ogni ostacolo. Il contratto può allora venire pensato come un rapporto astratto,

indipendente da cose e persone e in grado di attribuire forza giuridica al calcolo dell’interesse. Ciò può però avvenire solo

tramite lo stato che si faccia garante di persone, cose e spazio.

Nonostante ciò lo scambio fondato sul calcolo incontra tre tipi di ostacoli:

1- Ci sono cose che non possono essere ridotte a merci, come quelle che recano l’impronta di colui che le ha create o le

cose che non potendo essere riferite a una persona specifica sfuggono all’appropriazione o allo scambio (ricchezze

naturali o culturali)

2- La mercificazione della risorsa umana, insita nell’idea di contratto di lavoro, contraddice la distinzione tra persone e

cose su cui si fonda il sistema commerciale

3- La laicizzazione della funzione del garante ha frenato il processo di universalizzazione del contratto. Gli stati si

configurano come garanti locali.

La rifeudalizzazione del legame contrattuale

Oggi quindi lo stato sembra frenare gli scambi e il rispetto delle leggi nazionali cede il passo alla libertà di contrattare oltre le

frontiere statuali. Questa tendenza si manifesta nel passaggio in secondo piano di tutto ciò, cose, persone o tempo, che

potrebbe risultare di intralcio al libero gioco della negoziazione. A essere messe in discussione sono dunque tutte quelle

costruzioni giuridiche tese a conciliare dimensione economica e sociale del lavoro sotto l’egida degli stati. La

deregolamentazione del diritto del lavoro da un lato, e la diffusione di ammortizzatori sciali dall’altro, non sono altro che i 12

due poli opposti di una condizione in cui il lavoro rappresenta una cosa avulsa dalla persona. In seguito alla rivoluzione

informatica, infine, il tempo si è trasformato in mera unità di calcolo. La deregolamentazione di tempo e scambi mira a far

scomparire ogni dimensione qualitativa del tempo per lasciare spazio a un tempo omogeneo e continuo che non ostacoli

l’attività contrattuale e permetta a ogni uomo di essere, in ogni momento, produttore e consumatore.

L’indebolimento dello stato va di pari passo con lo smembramento della figura del terzo garante, con il proliferare di autorità

indipendenti e riferimenti localizzati, con ciò che Legendre ha definito rifeudalizzazione del legame sociale. Da un lato, per far

fronte a tutto ciò che sfugge al calcolo, si fa ricorso alla legge, dall’altro sempre più questioni tipicamente gestite dalla legge,

vengono rinviate al contratto o alla negoziazione. Questo processo è identificato con il nome di proceduralizzazione.

Il contratto perde la sua caratteristica di legame fra persone uguali che hanno sottoscritto liberamente delle obbligazioni

reciproche, assumendo i tratti del regolamento, introducendo il rapporto gerarchico, coinvolgendo collettività (contratto

collettivo, e quando imposto dalla legge ne risente anche la libertà contrattuale. Tutte queste alterazioni portano a un nuovo

tipo di contratto il cui oggetto non è lo scambio di beni o un’alleanza fra pari, ma la legittimazione dell’esercizio di un potere.

I diritto si fa così strumento di assoggettamento; retto dal principio di uguaglianza, esso investe i luoghi in cui si esercita il

potere, ma non può farlo se non inglobando l’inevitabile gerarchizzazione di persone e interessi: si tratta di un’area di

sudditanza, perfettamente incarnata dai contratti di dipendenza, la cui caratteristica specifica è quella di assoggettare

l’attività di una persona agli interessi di un’altra (contratto di lavoro) la caratteristica di questi contratti è di non mirare solo

all’accordo degli interessi tra le parti contraenti, ma di prestarsi alla realizzazione di un interesse collettivo. Inoltre, questa

tecnica non è più monopolio statuale, ma si è estesa all’area privata nella forma di accordi-quadro. Il tratto comune a questi

contratti è di inscrivere le persone nell’area di esercizio del potere altrui senza pregiudicare, apparentemente, libertà e

uguaglianza. Il progressivo sviluppo di questi legami di sudditanza si accompagna a una trasgressione dei confini tra pubblico

e privato nonché alla frammentazione della figura del garante.

Infine, riferire ogni regola al calcolo dell’utilità conduce a ritenere che colui che ha preso un impegno potrebbe essere in

diritto di non rispettarlo se questo si rivelasse per lui più vantaggioso. In questo quadro la fiducia non ha più valore e una

società fondata su tali premesse non può che fondarsi sulla violenza.

Parte seconda – tecnica giuridica: le risorse dell’interpretazione

Padroneggiare le tecniche: la tecnica del divieto

Lo spirito del diritto francese dei servizi pubblici è basato su una struttura ad albero, piramidale e centralizzata, con accesso

garantito a tutti, in condizione di eguaglianza, a costo minimo ed un rapporto con i testi che passa attraverso la mediazione

di una persona pubblica. Il sistema di common law prevede, invece, una struttura a grafo, di cui è impossibile determinare i

limiti, un accesso diversificato in base alle risorse economiche, tecniche e culturali di ciascuno e un rapporto diretto con tutti

i testi.

Vediamo allora opporsi due concezioni di diritto: da un lato una concezione trascendentale o giusnaturalistica, che vede nel

diritto l’espressione di principi universali e atemporali; dall’altro una concezione positivistica e strumentale, che vede nel

diritto una mera tecnica, neutrale e priva di senso proprio. Per i sostenitori della prima posizione, bisogna riuscire ad

assoggettare le tecniche ai grandi principi rivelati dal diritto, mentre per i secondi il diritto rappresenta un contenitore

normativo.

L’oggetto tecnico non ha in se valore, ma solo in rapporto al risultato previsto r poiché trae il proprio senso dall’uomo che lo

ha concepito, esso non è necessariamente materiale (software). Alla luce di ciò, è indubbio che il diritto appartenga alle

tecniche, perché il suo significato deriva dai fini umani, e non divini, che gli vengono assegnati dall’uomo. Da ciò deriva la sua

capacità di soddisfare fini diversi e mutevoli e di partecipare al progresso della tecnica. Dire che il diritto è una tecnica, non

basta a comprendere il suo posto fra le tecniche; per farlo, bisogna individuare la funzione specifica che esso riveste.

È nel campo della storia del diritto del lavoro che la questione del rapporto fra diritto e tecnica è stata sollevata,

sviluppandosi in 3 fasi distinte:

1. La prima coincide con la rivoluzione francese che ha posto le basi giuridiche dell’economia di mercato e della

rivoluzione industriale, rendendo possibile un’accelerazione senza precedenti della meccanizzazione. 13

2. Nella seconda fase, analizzata da Marx, la meccanizzazione industriale ha dato vita a condizioni di lavoro rischiose e

disumane, rendendo possibile lo sfruttamento del lavoro.

3. Nella terza fase, io progressi del diritto del lavoro sono serviti a limitare l’assoggettamento dell’essere umano ai suoi

nuovi utensili, riuscendo ad arginare le potenzialità mortifere e liberticide della meccanizzazione industriale e

contribuendo a fare di essa uno strumento di benessere.

Questo ci dimostra che il diritto è una tecnica fra le altre e al tempo stesso non è come le altre. Frappostosi fra uomo e

macchina, esso è servito a preservare l’uomo dai sogni di onnipotenza generati dalla meccanizzazione.

Il diritto assolve dunque a una funzione dogmatica di interposizione e divieto, che gli conferisce un posto particolare fra le

tecniche: quello di una tecnica di umanizzazione della tecnica, funzione antropologica che resta immutata. I rapporti che le

tecniche continuano ad intrattenere con il diritto non si riducono ne al mero adattarsi di un diritto costitutivamente arretrato

rispetto ai progressi della tecnica, ne alla sottomissione di questi progressi a principi giuridici immutabili. Il diritto ha

partecipato fin dalle origini all’emergere delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ma oggi assistiamo a un

suo mutamento di contenuto volto ad assoggettare l’utilizzo di queste tecnologie a valori propriamente umani.

Il diritto partecipa del progresso tecnico

L’importanza che l’informatica ha assunto negli ultimi anni nei nostri stili di vita e lavoro ci ha abituati a interpretare la

società come un sistema di comunicazione. Secondo questa prospettiva fare società non significa istituire gli uomini, ovvero

attribuirgli una posizione stabile che lo renda in grado di agire e legarsi agli altri, perché questo presuppone l’esistenza di un

deus ex machina; ma in una visione puramente fisica del mondo non vi è spazio per una figura trascendente di questo

genere. Le istituzioni devono quindi lasciare il posto a sistemi di comunicazione elastici, che diano modo agli uomini di

interagire, adattando i propri comportamenti all’interno di una struttura reticolare che si autoregoli. Il problema è diventato

quindi quello di collegare, non più regolamentare.

Dall’istituzione alla rete

Il diritto del lavoro dell’era industriale si è sviluppato attorno a tre figure istituzionali chiave, alle quali corrispondono tre

concetti fondamentali:

- La figura del legislatore e il relativo concetto di stato sociale

- Il datore di lavoro e il concetto d’impresa

- La figura del lavoratore salariato e il relativo concetto di impiego

Il deterioramento di questi tre quadri giuridici si inscrive nella logica della società dell’informazione e della comunicazione:

con il diffondersi delle reti in cui ciascun elemento è autonomo seppur collegato agli altri.

La sigla html è emblematica della grande rottura determinata dall’informatica nel nostro modo di rapportarci ai testi.

L’espressione mark-up language designa il formato universale dell’informatica, cancellando la suddivisione gerarchica

introdotta dalla stampa. Il termine hypertext designa un legame virtuale fra i testi, collegati fra loro dall’informatica. Si tratta

di testi fluidi, dai contorni indefiniti, tridimensionali, mutevoli e privi di struttura. La distinzione e gerarchizzazione dei testi

sono state compromesse da quell’ipertesto che è la normativa europea, che non dispone delle caratteristiche necessarie per

l’applicazione, ma può solo essere inserita nei testi, che traggono il proprio significato dalla comunità europea, ma la propria

forza giuridica da un singolo stato. Così la classificazione dei testi, che permetteva di definirne la forza, l’autorità e la

gerarchia nelle fonti del diritto, è stravolta. Un fenomeno analogo si può notare nel diritto interno, dove la netta distinzione

fra classi di testi è stata scombinata in seguito al potere crescente delle leggi negoziate e degli accordi negoziali con forza di

legge: la contrattazione dell’azione pubblica determina una confusione ed ibridazione fra i diversi tipi di testi chiamati in

causa, i quali risultano sempre più difficili da qualificare e gerarchizzare.

La sigla www incarna una vera e propria rottura nella storia dell’informatica, precedentemente dominata da una struttura

che corrispondeva al paradigma dell’impresa, su cui è stato fondato il diritto del lavoro: un’organizzazione piramidale chiusa

la cui base è formata da una collettività stabile e omogenea, rappresentata da diversi organi e il cui vertice è occupato dal

datore di lavoro. Nell’universo informatico, questo modello piramidale a compartimenti stagni ha iniziato a essere messo in

discussione negli anni ’80 e negli anni ’90 è stato sostituito dal modello di comunicazione a rete (web), in grado di collegare a

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livello mondiale computer di qualsiasi dimensione, in cui la concorrenza verte sulla proprietà intellettuale. Nel diritto del

lavoro, un ribaltamento analogo si è avviato negli anni ’70 con la frammentazione del polo padronale e la crescente difficoltà

di identificare il datore di lavoro. Ciò è diventato un problema centrale con la diffusione del modello d’impresa a rete e

l’enorme quantità di difficoltà giuridiche che essa solleva. Questi due processi si alimentano reciprocamente: il

perfezionamento delle reti informatiche agevola la strutturazione a rete delle aziende, la quale a sua volta incita a

perfezionare le tecniche dell’informazione e della comunicazione.

Infine, la sigla pc simboleggia una profonda trasformazione del modo di rapportarsi allo strumento di lavoro, divenuto

personale, rendendo la posizione del lavoratore autonoma: se da un lato però lo rende libero, dall’altro lo sottomette al

potere dei programmatori. Un processo analogo coinvolgeva lo statuto professionale dei lavoratori: a partire dagli anni ’60 il

mondo agricolo ha iniziato a sperimentare il lavoro autonomo integrato a reti controllate dalle aziende agroalimentari; dalla

metà degli anni ’70 il diritto del lavoro è stato sottoposto a un processo di individualizzazione degli statuti giuridici. Il lavoro

dipendente si è diversificato, il contratto individuale ha assunto un’importanza inedita e i confini tra lavoro dipendente e

lavoro autonomo, tra vita privata e professionale, si sono offuscati. Anche in questo caso diritto e tecnica procedono

parallelamente, dato che pc o cellulare permettono di lavorare ed essere controllati in qualsiasi momento.

La rete rievoca le concezioni tipiche dell’epoca feudale, e in particolare il legame di vassallaggio, che metteva l’uomo libero a

servizio di uno o più signori.

Dalla regolamentazione alla regolazione

Stando ai teorici della comunicazione, l’uomo non agisce, reagisce, ma non ad un’azione, bensì ad una reazione, in una

catena di reazioni che costituisce il legame sociale. In questa prospettiva comportamentista, il suo comportamento sarebbe

pari a quello di una macchina per le comunicazioni. Questo il punto di partenza della teoria della regolazione, riguardante

uomini, animali e macchine, e presuntamente chiamata a determinare un progresso parallelo delle macchine e del diritto.

La promozione dell’informazione rappresenta un fenomeno giuridico generalizzato che si è concretizzato in 2 modi:

- Attraverso la diffusione dell’obbligo di informazione e trasparenza che ormai investe tutti i contratti

- Attraverso una patrimonializzazione dell’informazione, sempre più trattata come un bene immateriale appropriabile

Lungi dal promuovere l’appropriazione dell’informazione, il diritto del lavoro ne ha imposto la condivisione fra datore di

lavoro e dipendenti, dimostrando però che non basta comunicare per capirsi, ne essere informati per conoscere, ma che

esiste un legame indissolubile tra informazione, formazione e competenza.

Il linguaggio informatico si è sviluppato secondo la metafora del programma, cioè di un sistema di norme procedurali in

grado di trattare qualsiasi contenuto. Il tema della proceduralizzazione ha fatto la propria comparsa nel campo del diritto

nella stessa epoca. Una delle sue più celebri formulazioni è quella di Habermas, che ha cercato di inglobare il diritto

all’interno di una teoria della comunicazione nella speranza di trovare nello sviluppo di procedure discorsive una risposta al

fallimento tedesco dell’idea hegeliana di stato e un mezzo per conciliare la democrazia con la razionalità tecnico-scientifica.

Mentre Luhmann vede nella proceduralizzazione la dimostrazione della falsità di tutti i discorsi tesi a fondare il diritto su

valori extragiuridici, nonché la conferma del suo carattere autoreferenziale e autopoietico.

Il diritto del lavoro non sfugge alla proceduralizzazione. Impossibilitato a sottomettere la decisione economica del datore di

lavoro a una norma di giudizio sostanziale il legislatore ha moltiplicato le procedure di licenziamento, le quali non fanno che

sedimentare strati su strati, rallentando il funzionamento dei programmi, esigendo sempre più memoria e incrementando i

rischi di blocco del sistema. Tuttavia il significato sostanziale della proceduralizzazione del diritto di licenziamento risiede nel

fatto di rallentare e allungare i processi.

L’ideale di una società in grado di autoregolarsi si esprime, infine, nello sviluppo della negoziazione collettiva e nella

contrattazione dei rapporti sociali. L’informatica ha dato vita a nuovi apparecchi in grado non soltanto di obbedire a

determinati comandi ma anche di adattare in tempo reale il loro comportamento alle condizioni del loro ambiente.

L’esempio del sistema di pilotaggio automatico permette di comprendere la differenza tra regolamentazione e regolazione:

- Regolamentare significa dettare regole dall’esterno 15

- Regolare significa far osservare le regole necessarie al funzionamento omeostatico di un’organizzazione

Secondo la teoria cibernetica solo una regolazione adeguata, non una regolamentazione rigida, può tutelare la società dal

disordine entropico. Questa stessa idea ha determinato, nel campo del diritto del lavoro, una crescita della negoziazione

collettiva, determinando una redistribuzione dei ruoli tra la legge, che fissa principi e obiettivi da raggiungere, e la

negoziazione collettiva che concorre alla definizione di tali obiettivi e ne adatta l’attuazione alle circostanze specifiche del

settore, azienda, gruppo ecc. questo metodo sconvolge la distinzione tra diritto pubblico e privato. Queste nuove forme di

regolazione, infatti, non implicano affatto un ritorno allo stato: le relazioni sociali si traducono in una politica di governo per

obiettivi, la cui efficacia dipende dalla qualità della comunicazione fra poteri pubblici, padronato e sindacati.

L’idea di regolazione richiama sempre all’utopia di un mondo completamente epurato dai conflitti e in grado di fare a meno

della figura del terzo. Nella sfera del diritto quest’utopia ha assunto la forma del contrattualismo, ideologia secondo la quale

un essere umano non dovrebbe essere sottoposto ad altri limiti se non a quelli che egli si è posto liberamente. Siccome,

però, nessuna società umana può funzionare su tali basi, bisognerà ricordare che non c’è regolazione senza regolatore, così

anche nel campo dell’informatica.

Il diritto umanizza la tecnica

In tutte le società, le istituzioni servono ad arginare la violenza e in occidente il diritto serve a rendere le tecniche

umanamente vivibili, svolgendo una funzione di interposizione tra uomo e suoi strumenti, tramite divieti in basi ai rischi che

questi celano. È dunque fondamentale individuare i rischi della tecnica informatica, che sono:

- Esporre l’uomo all’illusione dell’ubiquità abbattendo le barriere di spazio e tempo

- Esporre l’uomo all’illusione della trasparenza, inscrivendo ogni suo gesto o azione all’interno delle macchine

I limiti dell’ubiquità

La distruzione dei riferimenti spazio-temporali è un processo avviato con la rivoluzione industriale (sfruttamento delle

energie fossili e sviluppo dei mezzi di comunicazione; l’illuminazione separa l’uomo dai ritmi della natura) e limitato

dall’intervento del diritto del lavoro. Le nuove tecnologie impongono nuovi limiti: l’indifferenziazione dei luoghi, per cui

l’uomo può lavorare ovunque, può essere limitata tramite una norma di qualificazione giuridica dei luoghi di lavoro e una

definizione tecnica che può derivare anche da stipulazioni contrattuali; si può limitare la dispersione dei lavoratori

ricostituendo materialmente o virtualmente la comunità lavorativa.

In merito al tempo, l’organizzazione di questo legata alla meccanizzazione industriale, si distingueva per due caratteristiche

fondamentali: si trattava in primo luogo di un tempo collettivo, legato alla presenza fisica dei lavoratori attorno ai

macchinari; in secondo luogo, si fondava sull’opposizione binaria tempo di lavoro/tempo libero. Con la società

dell’informazione al tempo collettivo si sostituisce quello individuale e i tempi si confondono.

I limiti della trasparenza

Quando la trasparenza diviene unilaterale, la società si deforma, dando vita a un mondo in cui la massa diviene trasparente a

una ristretta massa di individui nell’ombra che controlla tutti i mezzi di informazione e comunicazione. Ciò è facilitato, con le

nuove tecnologie, dalla digitalizzazione e tracciabilità dei dati. La minaccia incombe su lavoratori e imprese, che a tale scopo

hanno elaborato una serie di strumenti tecnici e giuridici finalizzati a controllare la circolazione delle informazioni che le

riguardano direttamente. Questo bisogno non fa però che accrescere la tendenza alla sorveglianza elettronica dei lavoratori,

che da parte loro, hanno diritto alla tutela della privacy.

Il rapporto Bouchet della Commissione nazionale informatica e libertà contiene 3 tipi di raccomandazioni:

- Vincolare qualsiasi sorveglianza a un’informazione preliminare degli interessati, sia individuale che collettivo,

optando per un modello autoritario di controllo, rispetto a un modello totalitario.

- Preferire sempre il controllo funzionale a quello individuale

- Applicare una sana tolleranza che non escluda sanzioni in caso di abuso 16

Ciò conferisce al lavoratore una sfera di opacità nell’uso del proprio pc che il datore non ha il diritto di violare.

Paradossalmente, la privacy risulta molto più tutelata nell’impresa che non nella società.

La procreazione di fronte alle tecniche di riproduzione

Al pari delle tecnologie dell’informazione, le biotecnologie incitano a ridurre l’umano a fatti materialmente osservabili. La

rivoluzione genetica permette oggi di dare pieno effetto allo smantellamento dello statuto di figlio legittimo: ad essere

minacciato è l’equilibrio psichico degli individui. Il richiamo ai valori della verità scientifica, della libertà individuale e

dell’uguaglianza, finisce per delegittimare l’idea di un terzo garante della filiazione.

L’idea che la filiazione sia irriducibile alla sua dimensione biologica non è però completamente scomparsa dalle nostre leggi:

il possesso di stato esercita ancora un certo peso nello stabilire la filiazione. In questo caso la legge vieta di preoccuparsi della

verità biologica, in quanto la filiazione deriva dalla domanda dei genitori e non dalla loro unione fisica. Tuttavia si corre il

rischio di fare del progetto parentale il fondamento esclusivo dell’identità del figlio e considerare il suo essere biologico

come un semplice supporto materiale a tale progetto, perdendo di vista la funzione antropologica della procreazione (dare

un senso alla propria vita).

Ragionare intorno ai poteri: dal governo alla governance

Per poter essere esercitato in modo duraturo, il potere deve essere riconosciuto (riferito ad un senso a cui aderiamo). La

forza non è sufficiente a legittimarlo: esso deve esibire anche dei titoli che gli diano ragione. Una delle risorse della tecnica

giuridica è quella di conferire una ragione al potere e di farlo poggiare su una base di legittimità. Se la ragione è la facoltà di

giudizio, essa è anche ciò che ci autorizza ad agire in un certo modo: il potere legittimo è quello che rende visibile una

ragione nella quale crediamo.

Lo stato si fonda sulla radicata credenza in un essere immortale e onnipotente, una fonte unica di potere, da cui deriva la

sovranità. Schmitt ritiene che il sovrano sia colui che non è vincolato da nessuna legge e che l’ordine giuridico poggi su una

decisione e non su una norma. Questa definizione rivela la carica totalitaria insita nell’idea di sovranità, con un potere senza

limiti e sovrumano; essa ci rivela l’incapacità di Schmitt di cogliere i tratti più originali dello stato sociale, che iniziava a

profilarsi negli anni ’20. Egli non arriva a comprendere che la concezione della sovranità di Bodin, cui fa esplicito riferimento,

non riesce a rendere conto delle metamorfosi contemporanee dello stato.

Il diritto è nato prima dello stato e la questione del potere è stata posta anche in altri modi, come per esempio da Cicerone,

che per pensare la res publica, individuava tre basi: il potere, l’autorità e la libertà.

La distinzione tra potere e autorità torna oggi a profilarsi con l’attribuzione ad alcune autorità indipendenti di un magistero

tecnoscientifico sul potere. La ragione del potere viene ricercata all’interno di alcune regole di funzionamento della società:

non più in termini di un governo sovrano, ma di una governance efficace. Questo mutamento si inscrive nel solco delle

prospettive tracciate nel secondo dopoguerra di teorici della cibernetica, che hanno associato il concetto di governance a

quello di regolazione dei sistemi, finalizzata a scongiurare la minaccia del disordine entropico. Da un punto di vista giuridico,

ciò può essere interpretato come il tentativo di operare una sintesi tra le due figure della norma, che contraddistinguono

l’occidente a partire dalla nascita della scienza moderna: da un lato la norma giuridica, che trae la propria forza dalla fede

condivisa in un dover essere che essa cerca di tradurre in pratica; dall’altro, la norma tecnica che trae la propria forza dalla

conoscenza scientifica di un essere di cui essa cerca di servirsi. L’occidente moderno si è sforzato di accostare queste due

diverse figure della norma, da un lato, riducendo il diritto a una tecnica vuota di senso che non avrebbe nulla da dire attorno

ai valori e che, al pari della norma tecnica, dovrebbe essere giudicata in base alla propria efficacia; dall’altro, elevando la

standardizzazione tecnico-scientifica della risorsa umana a fondamento del proprio sistema di valori.

Su queste basi hanno iniziato a diffondersi nuove tecniche giuridiche che costringono ciascuno di noi non solo a partecipare

attivamente alla definizione ed attuazione delle regole del bene comune, ma anche a contribuire al loro continuo

perfezionamento in base agli insegnamenti tratti da tale attuazione. Questi nuovi sviluppi sono il segno di una

trasformazione profonda nel nostro modo di rapportarci al potere: si continua a presupporre in esso l’esistenza di una

ragione, che però non deriva più dalla figura del sovrano. Come aveva intuito Foucault, il declino della sovranità degli stati 17

non si traduce in un aumento delle libertà, ma nel loro asservimento ad obiettivi che risultano tanto più necessari, quanto

meno derivano dalla decisione della persona.

Il declino della sovranità

L’epilogo della guerra dei trent’anni avviatasi nel 1914 e destinata a concludersi nel 1945, potrebbe esser visto come l’inizio

di un processo di revisione profonda dell’idea di potere sovrano. Questa guerra ha insegnato ai popoli dell’Europa

continentale che gli stati possono morire, spianando la strada ad una trasformazione che sul piano giuridico si è manifestata

in due diverse modalità:

- Attraverso un declino del potere discrezionale a vantaggio del potere funzionale, sia a propri (con il diffondersi degli

obblighi di motivazione) che a posteriori (con il potenziamento del ruolo del giudice e degli esperti). Le riforme del

diritto di famiglia hanno condotto all’abolizione della patria potestà, il controllo dei poteri pubblici da parte del

giudice si è ampliato e nell’impresa, il datore di lavoro ha smesso di essere giudice, assoggettato al controllo

economico di coloro che gli danno degli ordini e al controllo sociale di giudici e rappresentanze sindacali.

- Un declino del potere centralizzato a vantaggio di una distribuzione dei poteri. I principi di uguaglianza e sussidiarietà

mettono in discussione l’organizzazione piramidale del potere: nel diritto di famiglia, l’uguaglianza tra uomo e donna

determina un’autorità genitoriale congiunta, mentre l’abbassamento della maggiore età civile e la comparsa dei

diritti del bambino hanno teso parallelamente a limitarne la sfera di autorità. Nel diritto pubblico, l’idea di una

separazione orizzontale dei poteri ha ceduto il passo alla loro distribuzione verticale, con i processi di creazione della

comunità europea e di spinta alla regionalizzazione. Nelle imprese, l’organizzazione integrata gerarchica, dal modello

taylorista o fordista, è stata rimessa in discussione a vantaggio di un modello a rete che si impone sia

nell’organizzazione interna che nelle relazioni con i partner economici.

Di queste trasformazioni, tutte possiedono un rovescio: se la maggiore età è stata anticipata, la loro maggiore età economica

non fa che spostarsi sempre più in la nel tempo. Se il potere degli stati è regredito, spesso ciò è avvenuto a profitto del

potere del denaro, dei giudici, degli esperti o dei media. Se il modello fordista ha subito un processo di declino all’interno

delle imprese, esso ha però lasciato il posto a un management partecipativo. La diffusione del modello a rete

nell’organizzazione delle imprese si traduce parallelamente in una redistribuzione dei luoghi del potere e in una

trasformazione profonda delle sue modalità di esercizio.

La deregolamentazione giuridica va dunque di pari passo con la diffusione di norme tecniche caratterizzate da una pretesa di

universalità. La standardizzazione tecnica si sostituisce alla direzione giuridica come metodo di controllo della produzione.

Questi sviluppi danno vita a nuovi concetti e tecniche giuridiche che mirano a superare l’opposizione eteronomia/autonomia.

Con il venire meno della fede nello stato sovrano, alcuni concetti della storia del diritto sepolti da tempo (impero, ius

commune, autorità) sembrano conoscere una nuova giovinezza, mentre altri (legge, contratto, democrazia) perdono

irrimediabilmente i loro tratti distintivi. Le metamorfosi contemporanee dello stato, riportano in vita l’antica distinzione fra

potere e autorità, privando il legislatore della propria sovranità.

La metamorfosi dello stato

L’idea di uno stato immortale affonda le proprie origini in quella di corpo mistico. Con la riforma in Francia, si avvia il

processo di emancipazione dal riferimento cristiano, che proseguirà con l’illuminismo e la rivoluzione del 1789, che

porteranno a compimento la separazione tra stato e chiesa. In questo modo però, la potenza dello stato non fa che

accentuarsi, divenendo l’unico essere immortale e onnipotente.

La legittimità dell’esercizio di poteri pubblici è stata messa in discussione del XIX secolo, in seguito alla rivoluzione industriale

e alle lotte politiche e sindacali che ne sono derivate. L’economia di mercato ha eroso le forme tradizionali dio solidarietà

locale su cui si fondavano le società preindustriali. Prodottosi originariamente in Europa questo smantellamento ha

interessato in seguito tutti gli altri paesi.

Una prima risposta a queste crisi è stata quella delle ideologie totalitarie, in cui la legittimità negata allo stato è stata

trasferita su altri simboli chiamati a incarnare il motore della società. Quando perde la propria ragione istituzionale, il potere

sprofonda in un delirio omicida: la tentazione di fare degli stati i docili strumenti delle leggi dell’economia ci trascina verso 18

una deriva analoga; il riferimento all’economia intesa come incarnazione delle forze impersonali del mercato cui

sottomettere il diritto positivo reca infatti i germi del pensiero totalitario, che riduce il diritto a un mero strumento di

attuazione di leggi sovrumane da imporre a tutti.

Una seconda risposta è stata quella di restaurare la legittimità dello stato, affidandogli nuove responsabilità è lasciando

spazio all’azione collettiva degli uomini nell’ardua ricerca della giustizia. Anziché governare gli uomini e incarnare una

potenza in grado di dominarli, lo stato si è fatto servitore del loro benessere: ciò che è stato chiamato Welfarstate o

Sozialstaat o Stato sociale, ha conferito agli uomini diritti e libertà inediti, che all’idea di cittadinanza politica hanno

affiancato quella di cittadinanza sociale. Tuttavia, il tratto distintivo dello Stato sociale è stato il riconoscimento di alcune

libertà collettive e la sua grande forza è stata quella di non imporre agli uomini una visione a priori della loro felicità, ma di

fare leva sull’azione e sui conflitti collettivi per trasformarne l’energia in nuove regole. La superiorità dello stato sociale sugli

stati totalitari non risiede dunque nella concessione di forme di protezione sociale, ma nel garantire questi diritti di azione

collettiva che danno la possibilità ai dominati di opporre a coloro che li dominano la propria concezione di ordine giusto. I

sindacati, lo sciopero e la negoziazione collettiva sono gli ingranaggi di una macchina istituzionale che è riuscita a trasformare

i rapporti di forza in rapporti di diritto. Sono questi diritti di azione collettiva che hanno dato vita a un’ermeneutica sociale

del diritto civile, senza la quale il diritto del lavoro e la previdenza sociale non avrebbero mai visto la luce. L’invenzione dello

stato sociale ha permesso di tenere sotto controllo il doppio movimento di crescente individualizzazione e interdipendenza

all’opera nelle società industriali. Tuttavia ha accelerato tale processo. Lo stato è così riuscito a trovare la propria legittimità.

L’apertura delle frontiere scombina oggi le cornici nazionali che inquadrano la vita in società. Le forme di solidarietà

nazionale vengono messe in discussione, da un lato dalla globalizzazione, dall’altro dalla rilocalizzazione o

riterritorializzazione: due volti inscindibili di strategie economiche globali che si fondano sulla valorizzazione di vantaggi

competitivi locali. Sul piano internazionale la globalizzazione impone un ordine giuridico in cui il diritto internazionale della

concorrenza, chiamato a incarnare l’interesse comune delle diverse nazioni, si impone ai singoli stati, i quali dal canto loro

non rappresenterebbero altro che forme di solidarietà locale, ammissibili solo nella misura in cui non ostacolino la libera

circolazione delle merci e dei capitali (dicotomia globale/locale). In questa prospettiva neoliberista, il diritto della

concorrenza occupa il posto di un diritto costituzionale su scala planetaria e le istituzioni internazionali del commercio

contendono agli stati il ruolo di terzo garante degli scambi. Il diritto della concorrenza si rivela incapace di fondare un ordine

giuridico, poiché ignora il destino degli uomini e della natura. L’ordine economico internazionale genera quindi gravi

problemi sociali e ambientali che alla fine vanno a gravare sugli stati i quali si vedono costretti a far fronte a una crescente

domanda di sicurezza, solidarietà e decentralizzazione. In queste pratiche neocorporativistiche, la definizione dell’interesse

generale non è più appannaggio esclusivo dello stato, ma il prodotto dei rapporti di forza fra diversi interessi particolari. Lo

stato non rappresenta più il terzo, ma soltanto un beneficiario del dialogo sociale. Questa strumentalizzazione non può che

avere pesanti conseguenze sullo sviluppo delle società: dal momento che l’identità non è più garantita dallo stato, gli uomini

si sforzano di fondarla su qualcos’altro e da ciò derivano nuove rivendicazioni identitarie, che accelerano il processo di

destabilizzazione degli stati. Questi ripiegamenti identitari e la violenza che ne deriva minano la fiducia, incoraggiano il

protezionismo e mettono in pericolo la globalizzazione economica da cui hanno avuto origine.

La separazione fra potere e autorità

In occidente, questa distinzione vanta origini antiche: nel diritto romano la potestas è la facoltà di agire e l’auctoritas di dare

fondamento all’azione di un’altra persona. Dopo l’avvento del cristianesimo, questa distinzione ha dato vita alla controversia

sulle rispettive prerogative del papa e dell’imperatore, chiusasi con il processo di laicizzazione dello stato, che ha concentrato

nelle proprie mano potere e autorità. Essa però sembra oggi riemergere in seguito al fenomeno della regolazione, che porta

a distinguere la funzione dell’operatore da quella del regolatore. Tale distinzione si fonda sull’idea secondo cui se lo stato

sociale ha ereditato la funzione di grande regolatore dei mercati ma è al tempo stesso un operatore economico in grado di

infrangere impunemente le leggi del mercato o di volgerle a proprio favore, laddove sussista il rischio di una confusione fra

queste due funzioni conviene dunque privarlo dell’una o dell’altra. La funzione di regolazione verrà allora assegnata a

un’autorità appositamente creata a questo scopo, che sfugge al potere degli stati. Sul piano interno, queste autorità, hanno

potuto diffondersi grazie ai processi di privatizzazione delle imprese e dei servizi pubblici e di liberalizzazione dei movimenti

di capitali. Sul piano internazionale, l’aspetto più rilevante è che, oltre all’esistenza di alcune autorità specializzare nella 19

regolazione di un determinato servizio, si registra anche quella di alcune autorità indipendenti incaricate di un compito

generale di regolazione dei mercati. In questo senso, l’esperimento più antico e approfondito è sicuramente rappresentato

dalla Commissione europea e l’istituzione della Organizzazione mondiale del commercio.

Le funzioni delle autorità di regolazione rivelano due caratteristiche comuni:

- La loro legittimità è al tempo stesso di natura tecnocratica e religiosa;

- Esse devono suggerire il contenuto della legge, e ci si aspetta che non dipendano ne dagli stati, ne dagli operatori

privati.

La missione delle autorità, inoltre, travalica sempre la mera expertise tecnica: ciò le obbliga a esprimere giudizi di valore e a

risolvere dei contenziosi. In virtù di queste due ragioni oggi si tende a subordinarne il funzionamento al rispetto dei grandi

principi della procedura quali risultano dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalle libertà fondamentali.

Il rifiorire delle autorità non può fare a meno di richiamare la grande questione che nella Francia di fine ottocento aveva dato

origine al concetto di diritto sociale. I giuristi che lo concepirono erano consapevoli del fatto che un conflitto sociale non può

essere di competenza dei metodi giudiziari tradizionali. La maggior parte delle volte, il conflitto sociale ha per oggetto

l’adozione di una regola nuova ed è per questo che i giuristi in questione riponevano tante speranze nella creazione di una

magistratura sociale. Oggi quest’idea si fa strada in campo economico: ne deriva uno squilibrio tra una sfera economica sede

di autorità e una sfera sociale priva di autorità.

Lo smembramento del potere legislativo

In tutte le democrazie, il parlamento eletto a suffragio universale è divenuto la sede regolare del potere legislativo. Per

quanto riguarda la Francia, si sarebbe tentati di far risalire al 1958 e alla costituzione della V repubblica l’inizio del declino del

potere legislativo dei rappresentanti eletti dal popolo sovrano. Con il controllo accordato al governo sull’ordine del giorno

del parlamento, il potere legislativo è stato quasi completamente privato dell’iniziativa di legge. Esso ha perduto la sua

onnipotenza in seguito all’istituzione di una sfera riservata al potere regolamentare, posta sotto la tutela di una nuova

istanza, il Consiglio costituzionale, che più tardi sarebbe servita da modello nella formazione delle prime autorità di

regolazione. Questo arretramento del legislatore si operò, dunque, a vantaggio dell’esecutivo. Solo una decina d’anni dopo,

in seguito ai tumulti del ’68 e dei dibattiti sull’autogestione, la partecipazione e la nuova società, inizia a profilarsi sulla scena

legislativa un tipo diverso di corpi intermedi: le organizzazioni sindacali e padronali. Il settore in cui tale tendenza risulta più

evidente è quello dei rapporti di lavoro.

La negoziazione collettiva può, innanzitutto, prendere parte all’elaborazione della legge (legge negoziata), il cui senso deriva

dunque dagli accordi che ne accompagnano l’elaborazione, attenuando così la distinzione tra negoziazione e deliberazione.

Il fenomeno della legge negoziata comporta 2 varianti:

- La prima consiste nell’accordare alle parti sociali l’iniziativa del contenuto della legge. In questo caso viene

organizzata una negoziazione collettiva preliminare alla deliberazione parlamentare. L’accordo che ne risulta verrà

poi ripreso sotto forma legislativa. Le parti sociali si vedono delegare quel potere di iniziativa legislativa che la

Costituzione francese riserva al primo ministro e ai parlamentari.

- La seconda variante consiste nel legiferare in due tempi distinti, separati da un tempo di negoziazione. Il legislatore

inizia con lo stabilire, mediante una prima legge, un obiettivo generale, vincolando le parti sociali a negoziare gli

strumenti necessari per raggiungerlo. In un secondo momento egli adotta una seconda legge, ispirata ai risultati delle

negoziazioni avvenute.

La negoziazione collettiva può entrare nel processo di implementazione della legge quando il legislatore prevede che

l’applicazione della legge sarà regolata da disposizioni convenzionali.

La prima variante deriva dall’introduzione nel diritto del lavoro di leggi suppletive che determinano la possibilità di

concludere accordi derogatori di settore o d’impresa. La legge non stabilisce più l’esistenza di un minimo tangibile ma diviene

una semplice norma sussidiaria applicabile solo in assenza di convenzioni alternative. Le parti sociali che negoziano si trovano

20

così parzialmente investite dell’esercizio del potere legislativo, ma solo nella misura in cui lo abbia stabilito il legislatore. Un

dispositivo del genere fa della legge una norma sussidiaria.

La seconda modalità in cui le parti sociali possono partecipare al processo di implementazione della legge, consiste

nell’adozione di una legge dispositiva che autorizza l’esercizio di una facoltà, ma unicamente secondo modalità stabilite da

un accordo tra le parti sociali. A differenza della legge suppletiva, la legge dispositiva non stabilisce alcuna regola sussidiaria

applicabile nel caso in cui la norma derivante da accordo convenzionale dovesse fare difetto. Un dispositivo del genere fa

della legge una norma incentivante; per questo motivo è stato utilizzato in materia di politiche dell’impiego dato che

permette allo stato di influenzare il mercato del lavoro, rispettando al tempo stesso la libertà degli operatori che vi prendono

parte.

Una terza forma di partecipazione delle parti sociali prevede che il legislatore affidi loro l’incarico di precisare le modalità

concrete delle norme promulgate, potere regolamentare di solito spettante al governo.

È nel diritto comunitario che si possono ravvisare le distorsioni dell’interpretazione tradizionale del principio democratico: la

sovranità nazionale è una e può esprimersi soltanto attraverso l’intermediazione dei rappresentanti eletti dal popolo. Di

questo principio, già il Trattato di Roma dava un quadro poco preciso, suddividendo l’attività legislativa fra un’autorità di

mercato ibridata di esecutivo, la Commissione Europea, un’istanza rappresentativa dei vari stati, il Consiglio, un’assemblea di

rappresentanti eletti a suffragio universale, il Parlamento, e un giudice autorizzato a emettere sentenze. Un ulteriore passo è

stato compiuto con la creazione della Banca Europea, un’autorità sopranazionale, in grado di battere moneta e il cui

funzionamento sfugge al qualsiasi controllo politico.

Le direttive presentano un’innovazione giuridica fondamentale e determinano che il potere legislativo sia diviso tra diverse

istanze: la Commissione, che prende l’iniziativa del processo legislativo; le parti sociali, che si appropriano di questa iniziativa

e negoziano il nuovo testo; il Consiglio, che attribuisce forza di direttiva l testo dell’accordo; infine gli stati membri, garanti

degli esiti che la direttiva mira a realizzare nei singoli ordini giuridici nazionali. L’unico a non essere chiamato in causa è il

Parlamento europeo.

La struttura feudale sta acquistando nuova attualità in seguito al declino degli stati nazione che, lungi dall’accompagnarsi a

un progresso della libertà individuale, conduce invece a un ritorno in auge della dimensione feudale.

L’infeudazione delle libertà

Nel momento in cui la legge demanda al contratto il compito di definire ciò che essa deve significare, le parti contraenti si

trovano asservite a obiettivi che vanno ben al di là del loro mero interesse patrimoniale. Il contratto si pubblicizza,

prendendo parte alla definizione di un bene comune e ciò si ripercuote sull’autonomia della volontà delle parti: esse restano

libere di volere, ma a condizione di perseguire obiettivi che vanno oltre il loro interesse personale. La loro libertà è infeudata

alla realizzazione di questi obiettivi.

La standardizzazione dei comportamenti

Se l’indebolimento del criterio di subordinazione ha permesso a molti lavoratori dipendenti di arrivare a godere di una certa

libertà diretta a degli scopi, assoggettata a determinati obiettivi sottoscritti in accordo con l’imprenditore. Parallelamente gli

imprenditori assistono al progressivo ridursi della loro indipendenza giuridica. Il potere si esprime dunque attraverso criteri

oggettivi, indipendenti dal potere arbitrario di un capo. Dal governo degli uomini si passa allora alla governance: una tecnica

di standardizzazione dei comportamenti che tende a colmare lo scarto esistente fra la legge e il soggetto di diritto. L’obiettivo

è quello di ottenere dagli esseri umani un comportamento spontaneamente conforme ai bisogni dell’ordine costituito.

Come ha dimostrato Vandermeersch, l’ordine rituale consiste nel modellare i rapporti sociali in base a forme che

costituiscono la ragione delle cose; esso è la chiave di un funzionamento armonioso del mondo. Questo nuovo modo di

disciplinare gli uomini è stato originariamente concepito e sperimentato nelle grandi imprese transnazionali emancipate dal

quadro istituzionale degli stati. Il loro modello è quello di un sistema mondiale nel quale le singole funzioni vengono

organizzate in base a un piano transnazionale. Muovendosi in modo aperto esse si trovano oggi esposte a nuovi rischi: non

devono più controllare soltanto i loro dipendenti, ma anche tutti coloro da cui può dipendere la realizzazione dei loro profitti.

Le multinazionali si sono così trasformate in laboratori di ideazione e perfezionamento di nuove tecniche di potere, destinate


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche per la cooperazione
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica della devianza e mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Andrini Simona.

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