Capitolo primo
Negli ultimi decenni del Novecento e nei primi anni duemila si è verificato in Occidente un aumento senza precedenti dei processi di carcerazione. Negli USA, in particolare, la crescita della popolazione reclusa è stata impressionante. Uno degli indici più usati nelle statistiche ufficiali e nella letteratura per valutare i sistemi penitenziari dei diversi paesi è quello del “tasso di detenzione”, che si calcola confrontando il numero dei detenuti presenti in una certa data nelle carceri di un paese con il numero d’abitanti di quel paese nella stessa data. Il tasso di detenzione indica quindi lo “stock” della popolazione incarcerata in un certo paese a una certa data. Il tasso di detenzione negli USA è il più alto al mondo.
Per un’analisi completa della situazione carceraria di un determinato paese si è soliti accostare alla misura del tasso di detenzione quello del “tasso d’incarcerazione”, che indica il numero di ingressi in carcere dalla libertà in un dato anno in rapporto al numero degli abitanti. Il tasso d’incarcerazione permette di tenere conto dei “flussi”. All’aumento del numero degli ingressi in carcere non ha corrisposto un incremento dei rilasci. Dall’analisi del tasso di detenzione e del tasso d’incarcerazione è possibile ricavare un’ulteriore informazione: la durata media della detenzione. La durata media della detenzione nelle carceri federali degli USA era stimata in 18 mesi nell’anno 2000.
Alla base del “boom penitenziario” statunitense vi è dunque, come tutti gli analisti concordemente affermano, l’aumento della durata della detenzione. Negli USA si tende a incarcerare un grande stock di persone per lunghi periodi di tempo. Come James Austin e John Irwin rilevano nel saggio It’s about Time, “la pratica corrente non è di incarcerare un maggior numero di persone ma di rimandare in carcere le stesse persone più spesso, e/o di detenerle per periodi di tempo più lunghi. Ogni anno negli USA entrano in carcere 11 milioni di persone. Molti cittadini statunitensi entrano dunque in contatto con il carcere, anche solo per brevi periodi, a causa dell’elevato tasso di punitività del sistema penale statunitense, che prevede la detenzione anche per violazioni che in molti paesi europei non sono sanzionate penalmente.
Gli USA oggi incarcerano più persone di paesi, come il Sudafrica o il Brasile, che emergono da difficili anni di transizione verso la democrazia. I dati USA sono eccezionali, ma la tendenza all’incremento della popolazione detenuta si riscontra anche in molti paesi d’Europa. I dati segnalano quasi ovunque un rilevante aumento della popolazione carceraria negli ultimi 15 anni. Il tasso di detenzione in Italia è quasi raddoppiato dal 1988 al 2003.
I dati sulla popolazione penitenziaria segnalano inequivocabilmente un aumento consistente della quantità di persone detenute nelle democrazie occidentali e il conseguente peggioramento delle condizioni di detenzione. Più difficile è stabilire quali sono le radici di questo fenomeno. La letteratura appare divisa in due principali filoni: l’uno ricollega l’aumento dei processi di carcerizzazione soprattutto a ragioni di natura strutturale, come il mutamento dei sistemi di produzione, l’espandersi della globalizzazione, la crisi dello stato sociale, ecc., l’altro indica invece l’origine nelle politiche penali e penitenziarie adottate negli ultimi decenni del Novecento negli USA e in Europa.
Il primo approccio è stato chiamato “deterministico”, mentre il secondo può essere definito policy-choice. In questa prospettiva appare riconducibile al filone delle interpretazioni policy-choice il saggio di Loïc Wacquant. Secondo Wacquant la “nuova penologia” statunitense si è radicata in Europa attraverso una rete di diffusione appositamente strutturata per promuoverla a livello globale. La “tolleranza zero”, divulgata dai criminologi della nuova destra statunitense, è divenuta il cardine della politica del sindaco di New York Rudolph Giuliani e ha consacrato New York a modello indiscusso della nuova politica di controllo del territorio e di repressione della criminalità. Partendo da New York, la nuova ideologia penale si è rapidamente globalizzata, in particolare grazie alla pronta ricezione delle nuove teorie da parte dell’amministrazione britannica. Non solo i paesi europei hanno adottato il paradigma newyorkese, ma anche in molti paesi dell’America Latina la tolleranza zero ha attecchito. In Messico, in Brasile, in Francia, in Germania, in Italia, in Austria, nella seconda metà degli anni Novanta, il nuovo linguaggio si è consolidato.
Se Wacquant pone l’accento sulle scelte di politica penale, autori come Dario Melossi e Alessandro De Giorgi, insieme a una parte della sociologia europea e statunitense, riconducono l’aumento dei processi di carcerazione soprattutto a cause di carattere strutturale. Il grande internamento degli anni Novanta sarebbe da mettere in relazione con l’avvento di un nuovo paradigma economico di produzione che ha determinato una radicale trasformazione dei meccanismi di produzione e del modo di strutturarsi delle relazioni sociali in rapporto al lavoro. Nell’analizzare le cause del boom penitenziario privilegeremo in questo volume l’approccio policy-choice.
Secondo lo studio condotto da James Austin e John Irwin sul rehabilitation movement che sta prendendo piede negli USA, alcuni settori dell’amministrazione penitenziaria stanno rivalutando l’approccio trattamentale alla devianza, sostenendo che questo può avere successo qualora sia affiancato da politiche custodialistiche. Il rehabilitation movement promuove l’adozione di programmi di trattamento dei condannati da eseguirsi in stato di rigorosa detenzione in carcere. Così ad esempio un vasto programma d’attuazione del trattamento delle tossicodipendenze in stato di detenzione si sta diffondendo nei penitenziari statunitensi. Il nuovo modello sta soppiantando quello delle comunità terapeutiche. In una direzione analoga vanno i numerosi progetti di internamento dei malati psichici.
La convinzione è che la detenzione non solo prevenga le condotte pericolose di soggetti percepiti come devianti, ma che sia anche lo strumento migliore per prendersi cura delle persone in difficoltà e per prestare loro servizio. La limitazione della libertà viene così legittimata dalla necessità della cura; quest’ultima tuttavia persegue finalità d’ordine. È in atto una regressione verso forme di internamento nelle quali la funzione punitiva assorbe esplicitamente altre funzioni sociali e sostituisce le attività indirizzate al reinserimento. Le carceri sono sempre più delle warehouses, dei depositi, nei quali è reclusa una popolazione variegata che presenta tratti differenziati di problematicità.
Gran parte della letteratura sociologica sul carcere concorda nell’affermare che i processi di carcerazione in atto nel mondo occidentale e l’ormai consolidata inversione di tendenza rispetto agli anni Sessanta-Settanta sono l’indice di un vero e proprio esperimento penitenziario. Molti utilizzano questa nozione per indicare la valenza sociale e quasi antropologica del nuovo grande internamento. È nota la tesi di Bauman secondo la quale il nuovo carcere di massima sicurezza di Los Angeles, Pelican Bay, completamente autorizzato, è un luogo di sperimentazione di nuove forme di società. A Pelican Bay non è attuato alcun progetto rieducativo nei confronti dei detenuti; questi reclusi in totale isolamento in celle prive di finestre, non lavorano e non possono avere alcun contatto né con altri detenuti né con le guardie. Bauman considera questo carcere come un laboratorio della società globalizzata. Anche Nils Christie si è chiesto se l’incarcerazione di massa degli ultimi decenni non sia la via occidentale al Gulag.
Capitolo secondo
Per un’analisi dell’aumento della popolazione detenuta negli USA è utile assumere come data di partenza il 1973, poiché è da allora che i tassi d’incarcerazione sono cresciuti in modo sempre più rapido. Anche il 1968 è una data importante per comprendere la svolta repressiva in campo penale e penitenziario: la campagna elettorale per l’elezione alla presidenza di Richard Nixon pose per la prima volta al centro dell’attenzione pubblica il tema della sicurezza, facendo della promessa di contrastare la criminalità crescente uno dei principali punti del programma del futuro presidente.
L’emergere di una politica sicuritaria e l’avvio della crescita penitenziaria sono fenomeni strettamente correlati. La campagna elettorale del 1968 era stata preceduta da un dibattito sull’aumento della criminalità. L’anno precedente il Congresso aveva votato il Safe Streets Act istituendo la Law Enforcement Assistance Administration (LEAA), il cui compito principale era di stanziare fondi in favore delle polizie locali impegnate nella lotta alla criminalità di strada. A partire dagli anni Settanta, soprattutto a causa della legislazione penale sugli stupefacenti, l’FBI e altre agenzie governative avrebbero giocato un ruolo sempre più importante nel contrastare la criminalità, con un impiego massiccio di mezzi e di uomini che avrebbero determinato una forma di militarizzazione della lotta al crimine, ribattezzata non a caso WAR ON CRIME.
Nello stesso anno del Safe Streets Act, la Commission on Law Enforcement and Administration of Justice, un organismo indipendente formato da esperti al quale era stato affidato dal presidente Johnson il compito di riferire sullo stato della giustizia, pubblicava un rapporto in cui rivelava la progressiva diminuzione della popolazione reclusa. Sei anni dopo, nel 1973, Nixon ricevette a sua volta il rapporto sullo stato della giustizia redatto da un’altra commissione indipendente, in cui si segnalava che la popolazione penitenziaria aveva smesso di decrescere. Dall’analisi dei dati di lungo periodo relativi alla popolazione penitenziaria statunitense si può notare che nei 75 anni intercorsi dal 1925 al 2000 essa è sempre andata decrescendo, salvo che per due brevi intervalli di tempo. Gli anni della Seconda Guerra Mondiale e il periodo che va dalla fine degli anni Sessanta al 1973, periodo della Guerra in Vietnam.
Benché dal 2001, a causa soprattutto dell’investimento di risorse pubbliche nelle guerre in Afghanistan e in Iraq, si è assistito al tentativo di molte amministrazioni statali di tagliare i fondi destinati al settore penale, ridimensionando la popolazione detenuta, la tendenza all’aumento della popolazione carceraria non è solo stata confermata ma si è accentuata negli ultimi anni. Le strategie di riduzione del ricorso all’incarcerazione messe in atto all’indomani dell’11 settembre non sembrano aver avuto particolare efficacia, soprattutto perché, a fronte del tentativo di alcuni stati di non aumentare il numero dei detenuti, vi è stata una forte espansione del sistema penitenziario federale. L’impressione che si ricava dalla lettura delle statistiche penitenziarie è dunque quella di una esplosione della popolazione carceraria, di un boom che non accenna a esaurirsi.
Da alcuni anni la critica s’interroga sulle motivazioni del boom penitenziario statunitense. Le ipotesi formulate sono molte. Una delle spiegazioni più frequenti dei processi di carcerizzazione è quella che lega l’aumento del numero dei detenuti all’aumento della criminalità. Si tratta di una delle interpretazioni più semplici, poiché assume l’esistenza di una relazione diretta fra criminalità e carcere, fra delitto e pena. La tesi di una correlazione diretta fra l’andamento della criminalità e l’andamento dei tassi di detenzione è stata sostenuta da molti fautori delle politiche penali ispirate alla logica del LAW AND ORDER.
Uno dei principali motivi per cui l’opinione pubblica statunitense ha sostenuto queste politiche risiede del resto proprio nella presunta capacità dell’approccio repressivo di eliminare o di ridurre significativamente la criminalità, la cui diffusione è avvertita dai cittadini degli USA come uno dei maggiori problemi del paese. Il dibattito sull’efficacia delle politiche repressive è oggi molto acceso negli USA. Le critiche alla tesi del successo delle politiche repressive si appuntano soprattutto su alcuni aspetti, di cui illustriamo i principali. Prima di tutto la correlazione fra l’aumento della carcerazione e la riduzione della criminalità non è dimostrata.
I dati di lungo periodo suggeriscono un andamento del fenomeno criminale negli USA legato più a periodi di crisi economiche e sociali che non all’adozione di specifiche politiche penali. Inoltre la riduzione della criminalità che emerge dalle statistiche nazionali non è il risultato di una diminuzione omogenea: la criminalità si è molto ridotta in alcuni Stati, ma è molto aumentata in altri. Inoltre, negli stati nei quali la criminalità è stata sconfitta, il teorema dell’efficacia della carcerazione di massa non è confermato. La violenza, che deve essere tenuta distinta dalla criminalità, è complessivamente aumentata nella società USA in questi anni e il sentimento d’insicurezza è oggi più forte di qualche decennio fa, sebbene la criminalità sia stata ridimensionata.
Fra le ipotesi che sono state formulate per interpretare la riduzione della criminalità è da segnalare quella che lega l’andamento dei tassi di criminalità alle variazioni nelle occasioni di guadagno illecito, dovute ai mutamenti economici e sociali. Si tratta di una tesi classica, che riconduce l’impennata dei tassi di criminalità alla maggior ricchezza conquistata dalle classi medio-basse in seguito al boom economico degli anni Sessanta.
A partire dal 1990 la criminalità negli USA è complessivamente diminuita e tuttavia il numero dei reati che destano allarme sociale e il tasso di vittimizzazione sono ancora molto elevati. La strategia impiegata dalle politiche di law and order ha prodotto il risultato paradossale di porre in stato di detenzione un numero altissimo di cittadini condannati per reati commessi contro la proprietà e di lasciare invece in secondo piano la lotta alla criminalità violenta. La sproporzione fra mezzi impiegati e risultati ottenuti dalle politiche di law and order è sottolineata da molti, tanto più che sondaggi mostrano che il senso di insicurezza degli statunitensi è aumentato.
L’incarcerazione di massa invece che avere effetto tranquillizzante sembra essere un fattore di destabilizzazione e d’allarme. La sensazione di essere circondati da concittadini che entrano ed escono dal carcere, la diffusione e la capillarità del controllo poliziesco, l’attenzione dei mass media al tema della criminalità contribuiscono ad alimentare il senso di insicurezza. Questa percezione è rafforzata dall’effettiva tensione che la familiarità con il carcere determina. Il tessuto sociale delle comunità nere è messo a dura prova da un sistema di detenzione di massa che rompe i legami familiari, lasciando orfani molti minori a causa dell’incarcerazione di entrambi i genitori.
Queste dinamiche mostrano che la scelta di utilizzare l’incarcerazione di massa come un sistema di mantenimento dell’ordine sociale non ha funzionato e che essa ha anzi contribuito alla produzione del disordine e del panico sociale. La violenza è molto diffusa fra i giovani, in particolare fra i giovani afroamericani abitanti nelle inner cities. La crisi dei ghetti neri, iniziata negli anni Settanta e aggravatasi con la diffusione delle droghe pesanti nel corso degli anni Ottanta, non è stata risolta dalle politiche di law and order, che hanno così trascurato uno dei principali problemi della società statunitense.
Il mito dell’efficacia delle politiche penali “dure” è stato alimentato dalla forte riduzione della criminalità registrata a New York alla fine degli anni Novanta. New York è stata la patria del movimento di law and order, la città nella quale l’approccio severo al crimine è stato teorizzato e messo in pratica. Da molti fautori della TOLLERANZA ZERO il modello di gestione dell’ordine pubblico a New York è considerato come un esempio al quale guardare. Rudolph Giuliani ha sempre rivendicato la tolleranza zero come l’elemento centrale del suo più generale programma di governo. Nel corso dei suoi mandati Giuliani ha potenziato gli organici di polizia e ha destinato ingenti risorse alla lotta alla criminalità comune, realizzando un controllo territoriale capillare.
La tolleranza zero si è indirizzata non solo nei confronti della criminalità in senso stretto, ma anche nei confronti di una gamma molto più ampia di atteggiamenti considerati contrari all’ordine pubblico: ha preso di mira l’accattonaggio, il consumo di droghe leggere, le attività di strada dei gruppi giovanili. Si tratta di habitus sociali che in molte democrazie liberali non sono sanzionati penalmente; tuttavia, in base alla convinzione per la quale sono i piccoli disordini quotidiani a predisporre le condizioni per il successo della criminalità, l’amministrazione di New York ha perseguito scrupolosamente questo genere di comportamenti.
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