Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

re_+_pitch.txt

di repressione che spetta a ciascuno di loro. Come le tecniche assicurative non

intendono eliminare il rischio, così le nuove tecniche di controllo penale

muovono dalla convinzione che la devianza è ineliminabile e che in una società

complessa non è possibile evitare una alto tasso di criminalità. L’obbiettivo

delle nuove politiche penali è pertanto non la riduzione del crimine, ma la

gestione efficiente del sistema penale; compito primario delle politiche penali

è prevedere il tasso di rischio di cui sono portatori i diversi gruppi sociali e

individuare le strategie d’incapacitazione più efficienti. Le politiche penali

non devono quindi perseguire i singoli comportamenti devianti: esse devono

individuare le classi di soggetti da tenere sotto controllo, in quanto

tendenzialmente portati a commettere determinate infrazioni.

CAPITOLO QUATTRO

La tendenza alla crescita della popolazione penitenziaria caratteristica degli

Stati Uniti è presente anche in altri paesi occidentali e in particolare in

molti paesi europei. Se di boom penitenziario si può parlare anche per l’Europa,

esso è stato però più contenuto del boom statunitense. Per quanto riguarda i

trend di crescita della popolazione detenuta negli anni novanta è difficile

tracciare un quadro europeo unitario: il continente appare diviso in diverse

aree geografiche; se ne possono individuare in particolare tre. 1- l’europa del

nord, nella quale l’aumento della popolazione penitenziaria negli anni novanta è

stato contenuto. 2- il regno unito e l’irlanda, dove la popolazione

penitenziaria, già molto cresciuta nel corso degli anni ottanta, è ulteriormente

aumentata. 3- l’europa meridionale, dove la’umento registrato è stato per lo più

superiore al 40%. Dopo la seconda guerra mondiale si affermò in quasi tutti i

paesi democratici dell’europa occidentale un modello penitenziario ispirato al

principio secondo il quale la pena doveva avere una funzione rieducativa e

mirare alla risocializzazione dei detenuti. Il sistema penitenziario diveniva

così un’istituzione dello stato sociale, la cui missione era di formare, o di ri

– formare, dei “buoni cittadini”. Michel Foucault affermava che esso aveva una

duplice ispirazione: da una parte si presentava come un sistema penitenziario

“umanitario”. Dall’altra il modello rieducativo aveva un’impronta

paternalistica: considerava il deviante come l’oggetto di un trattamento

finalizzato a correggere le cattive inclinazioni e a trasformarlo in un

individuo adulto, in grado di vivere secondo le regole di una società i cui

valori non potevano essere messi in discussione. Come negli USA, così in Europa

i critici attaccarono in primo luogo il sistema rieducativo per il suo carattere

paternalistico. L’impressione è tuttavia che in Europa non abbiamo interventi di

riforma paragonabili a quelli attuati negli USA. Nelle legislazioni e nelle

culture penitenziarie europee, a partire dagli anni Settanta del 1900, ha

prevalso l’attenzione alla tutela dei diritti dei detenuti, all’apertura del

carcere verso l’esterno, alla predisposizione di pene alternative alla

detenzione. La filosofia trattamentale è stata mitigata da una nuova attenzione

per i diritti dei detenuti e per il loro ruolo di soggetti attivi all’interno

del sistema penitenziario. Quest’attenzione ha trovato la sua consacrazione

nelle European Prison Rules. Ben diverso è stato il discorso dominante in campo

penale. Qui l’orientamento repressivo e l’inesistenza sulla sicurezza hanno

determinato il progressivo abbandono in tutta l’Europa di un approccio alla

criminalità intesa come questione sociale, a favore dell’adozione di politiche

ispirate al movimento law and order che hanno aumentato i processi di

carcerizzazione. È questa una delle ragioni per cui “il modello penitenziario

europeo”, orientato alla risocializzazione dei detenuti, appare oggi come un

modello teorico e giuridico al quale la realtà penitenziaria non assomiglia

affatto. Il “trattamento penale” non ha mai prodotto i risultati promessi

eppure, a partire dalla metà del Novecento, ha fornito agli operatori

penitenziari un’utile indicazione. “se si deve punire il condannato, privandolo

della sua libertà, che lo si faccia cercando di evitare la sua definitiva de –

socializzazione”. La sostituzione della concezione rieducativi della pena con

una filosofia secondo la quale la pena deve avere una funzione incapacitante e

retributiva non può che determinare un peggioramento delle condizioni di vita

nei penitenziari. La costruzione dell’Unione Europea ha determinato la

progressiva armonizzazione degli orientamenti di ppolitica penale e

penitenziaria nei paesi membri. L’Unione sceglie di difendere il “modello

penitenziario europeo”, favorendo il passaggio da politiche ispirate

all’ideologia trattamentale a politiche orientate alla decarcerizzazione. Benché

la Carta dei diritti dell’Unione Europea non contenga una disposizione che

stabilisce la funzione rieducativi della pena, il quadro normativo europeo in

materia penitenziaria sottende un modello carcerario orientato alla

Pagina 10

re_+_pitch.txt

risocializzazione dei condannati e all’apertura del carcere verso l’esterno. Il

richiamo al riconoscimento e alla tutela dei diritti fondamentali è un elemento

costante dei documenti dell’Unione Europea. In particolare l’art. 6 del Trattato

UE. Il Parlamento europeo ha espresso in più occasioni posizioni molto critiche

nei confronti sia degli Stati membri, sia dell’Unione, ravvisando in molti casi

una tutela insufficiente dei diritti dei detenuti, e delle persone recluse in

genere, e raccomandando l’adozione di criteri più rigorosi di controllo

dell’operato delle forze di polizia. Per quanto concerne più specificatamente i

sistemi penitenziari europei, il Parlamento osserva che la situazione dei

detenuti nell’Unione europea si è deteriorata nel corso del 2002 soprattutto a

causa del sovraffollamento carcerario, che è indicato come “elemento generatore

di tensione fra detenuti e guardiani, di violenza fra detenuti, di una carenza

di sorveglianza e di numerosi ostacoli a ogni misura di reinserimento sociale”.

la soluzione al problema del sovraffollamento è indicata NON nella costruzione

di nuove carceri, ma nella riduzione del ricorso alle pene detentive e nella

rigorosa applicazione del principio di risocializzazione in base al quale la

detenzione cessa di essere giustificativa qualora il detenuto mostri di essere

in grado di tornare a inserirsi nella società. Sono particolarmente

importanti,ai fini dell’individuazione di un “modello penitenziario europeo”, le

European Prison Rules, adottate dal Consiglio d’Europa nel 1987. si tratta di

una serie di standard minimi ai quali gli Stati membri sono chiamati ad

attenersi nell’amministrazione degli istituti di pena. Pur non avendo valore

vincolante sul piano giuridico, queste regole sono un importante codice di

principi in grado di influenzare le politiche penitenziarie degli Stati che le

hanno sottoscritte. Benché non possano fondare un ricorso giudiziario, esse

possono tuttavia considerarsi come il codice più avanzato in campo penitenziario

che sia mai stato sottoscritto a livello internazionale. Un altro elemento

interessante delle European Prison Rules è che esse individuano sin dal

Preambolo i soggetti ai quali intendono rivolgersi: i responsabili delle

politiche penitenziarie e gli operatori carcerari. l’indicazione esplicita dei

destinatari è indice della volontà degli estensori delle European Prison Rules

di definire un corpus di regole a fini operativi e non una mera dichiarazione di

principi. Per questo si ribadiscono alcuni dei principi che hanno ispirato la

cultura penale e penitenziaria europea, quali: il rispetto dei diritti

individuali dei detenuti e la possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria

per la loro tutela, il rispetto dei diritti di difesa, il divieto assoluto di

sanzioni collettive, delle pene corporali, della segregazione in celle buie e di

punizioni crudeli, inumane o degradanti, il principio della detenzione in celle

individuali. Le regole presentano aspetti innovativi per quanto riguarda le

condizioni di detenzione e il diritto alla salute dei detenuti e sottolineano

l’esigenza di promuovere l’apertura delle carceri al modo esterno. Le European

Prison Rules disciplinano in modo dettagliato il trattamento dei detenuti,

stabilendo che esso include ogni misura utile a mantenere o a stabilire la

salute fisica o mentale dei detenuti, a promuovere il loro reinserimento sociale

e a migliorare le condizioni di detenzione. Inoltre, le regole tengono conto

degli effetti di “prigionizzazione” che il carcere ha sui detenuti e si

preoccupano di incoraggiare l’adozione delle misure necessarie a “minimizzare

gli effetti nocivi della detenzione e le differenze fra la vita carceraria e la

vita libera che tendono ad indebolire il rispetto dei detenuti per se stessi e

il loro senso di responsabilità personale” esse considerano infine che “la

preparazione del detenuto al rilascio deve iniziare appena possibile. Il

trattamento deve pertanto porre l’accento non sull’esclusione dei detenuti dalla

comunità, ma sul fatto che essi continuino a farne parte”. Le European Prison

Rules, come si è detto, non sono cogenti sul piano giuridico. Esse tuttavia sono

state rafforzate dalla pratica del Comitato per la prevenzione della tortura e

delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) istituito dal Consiglio

d’Europa che le ha adottate come criteri in base ai quali misurare il rispetto

del divieto della tortura e dei trattamenti o delle pene inumani o degradanti

nelle istituzioni detentive dei paesi membri. Una delle principali

caratteristiche dei sistemi penitenziari europei è la forte presenza di detenuti

stranieri o di origine straniera. In molti paesi europei una percentuale elevata

di detenuti è di origine o di nazionalità straniera. Non solo, ma, soprattutto

nei paesi dell’Europa occidentale, è di religione islamica è non è bianca. Le

carceri europee sono dunque CARCERI NERE, così come sono CARCERI NERE le carceri

degli USA. Questo dato è l’indice di una nuova forma di RAZZISMO che sopravvive

e prospera nelle liberal – democrazie occidentali.

Il numero dei detenuti stranieri nelle carceri europee è in continua crescita. È

evidente che una presenza così elevata di stranieri nei penitenziari europei

Pagina 11

re_+_pitch.txt

corrisponde, almeno in parte, a un reale livello di devianza degli immigrati. È

però altrettanto chiaro che la sovrarrapresentazione degli stranieri nelle

carceri europee dipende da forme più o meno latenti di discriminazione razziale

presenti a tutti i livelli del sistema penale. Salvatore Palidda ha sostenuto

che nei paesi europei è in atto una sostituzione nell’ambito della popolazione

criminalizzata degli autoctoni con gli immigrati e con i cittadini di origine

straniere. Tale sostituzione dipende da una ETNICIZZAZIONE, o RAZZIALIZZAZIONE,

dell’azione repressiva penale e della devianza, che si traduce in una tendenza

alla diminuzione della percentuale dei detenuti che hanno la cittadinanza e in

un aumento del numero dei detenuti stranieri o di origine straniera. La

sostituzione degli autoctoni con gli immigrati è il risultato di un processo di

autocriminalizzazione degli immigrati indotto dalla difficoltà di inserirsi in

modo regolare nella società d’arrivo e dal rapporto con le società europee. Gli

immigrati sono spesso oggetto di attività di controllo discriminatorie: le

polizie europee ricorrono a pratiche di controllo e di repressione che

penalizzano i migranti. Come in Uk, dove i provvedimenti di stop and search che

hanno riguardato i bianchi sono aumentati del 4%, quelli che hanno riguardato i

neri del 66%. Le organizzazioni non governative hanno più volte denunciato l’uso

dell’ETHNIC PROFILING, ossia di criteri etnici per l’orientamento delle azioni

di polizia e per la schedatura dei dati da parte delle forze di polizia europee,

soprattutto dopo l’11 settembre 2001. secondo alcuni analisti la forza di

polizia comunitaria, Eurogol, incaricata principalmente della prevenzione e

della repressione del crimine organizzato, opera assumendo che la criminalità si

organizza su basi etniche. Come ha scritto Abdelmalek Sayad, l’immigrazione è di

per sé ricondotta nelle menti degli autoctoni all’idea di colpa, anomalia o di

anomia. Essa è una COLPA GENERATRICE, poiché è alla colpa originaria di NON

ESSERE RIMASTI A CASA PROPRIA che gli autoctoni fanno risalire la responsabilità

per ogni azione successiva dell’immigrato. Ne consegue l’opinione comune secondo

la quale l’immigrato che viola la legge è doppiamente colpevole, poiché non solo

ha commesso un reato, ma ha anche violato la legge non scritta dell’ospitalità,

in base alla quale egli non è solo tenuto a rispettare le regole, ma ha anche un

dovere di CORTESIA. Queste discriminazioni tuttavia possono raramente

considerarsi come ideologiche e volontarie. L’impressione è che a esporre i

migranti alla repressione penale, più che i consapevoli atteggiamenti

discriminatori e razzisti di alcuni settori del sistema penale siano, da una

parte, la DISCRIMINAZIONE STRUTTURALE dovuta alla condizione sociale degli

stranieri che, come negli USA tende a rendere gli afroamericani l’oggetto

preferito del controllo penale, così in Europa sceglie di concentrarsi sui

migranti.

I detenuti stranieri nelle carceri europee sono in gran parte irregolari o

perché erano in una posizione di irregolarità al momento della commissione del

reato, o perché l’ingresso in carcere, determinando la rottura del rapporto di

lavoro in base al quale potevano godere di un permesso di soggiorno, fa sì che

essi si trovino in una posizione irregolare una volta scontata la pena. Il

carcere diviene così per la maggior parte degli stranieri un luogo di passaggio

in attesa dell’espulsione. Gli stranieri reclusi tendono a rifiutare

l’istituzione penitenziaria e a suddividersi nelle diverse comunità etniche

presenti all’interno del carcere, la cui protezione è spesso necessaria stessa

del detenuto straniero che altrimenti rischia di trovarsi esposto agli abusi

perpetrati dai compagni di detenzione di diversa nazionalità. Nei confronti dei

detenuti stranieri i tradizionali strumenti rieducativi non sono in grado di

operare, dal momento che a loro mancano i requisiti minimi per partecipare a

molte delle attività rieducative proposte dal carcere, prima fra tutte

un’adeguata conoscenza della lingua. Il concetto stesso di “reinserimento

sociale” presuppone che il detenuto, prima di commettere il reato che lo ha

portato in carcere, fosse inserito in un tessuto sociale. questa

rappresentazione è sempre stata illusoria, ma lo è ancora di più nel caso dei

migranti. L’apprendistato lavorativo, ad esempio, non ha nessun senso per il

detenuto straniero che, una volta uscito dal carcere, anche quando non incorre

direttamente in un provvedimento di espulsione, difficilmente troverà un lavoro

corrispondente al mestiere imparato durante la detenzione. Secondo Emilio

Santoro, la trasformazione del carcere in un luogo di transito, dove rinchiudere

gli stranieri destinati ad essere espulsi, è la nota caratterizzante della legge

30 luglio 2008, n. 189. la legge prevede che ogni straniero entrato in carcere

per uno dei reati previsti dall’articolo 380 del codice di procedura penale e

per qualsiasi reato attinente alla droga o alla libertà sessuale debba essere

espulso una volta scontata la pena. Ma la norma più indicativa della tendenza a

trasformare la condanna alla pena detentiva per gli stranieri da strumento di

Pagina 12

re_+_pitch.txt

rieducazione a provvedimento che si limita a dilazionare l’espulsione è quella

contenuta nell’articolo 16 del Testo Unico sull’immigrazione, nel quale si

prevede l’utilizzo dell’espulsione come misura alternativa alla detenzione.

L’espulsione diviene così esplicitamente una pena, configurando un regi,me

penale ad hoc per i migranti. Espulsione e pena detentiva sono dunque

equiparate. La configurazione dell’espulsione come alternativa alla pena per i

clandestini è presente nelle legislazioni di molti paesi europei, tanto da far

pensare che nell’Unione Europea si stia creando un “sistema penale dei migranti”

che si differenzia dal “sistema penale dei cittadini”.

CAPITOLO QUINTO

Secondo una tesi diffusa nella letteratura filosofico – politica e sociologica

contemporanea, nella generale configurazione delle istituzioni e delle funzioni

statali indotta dai processi di transnazionalizzazione l’attività repressiva e

di controllo degli apparati nazionali è prevalentemente indirizzata a garantire

che il territorio non presenti rischi per le imprese che vi operano. Zygmut

Bauman ha sostenuto che gli Stati nazionali, indeboliti dalla globalizzazione,

sono ormai ridotti a “commissariati locali di polizia, che assicurano quel

minimo di ordine necessari a mandare avanti gli affari”. Bauman denuncia la

subordinazione delle politiche penali statali alle esigenze dell’economia

globale, subordinazione che egli ritiene indice di una perdita di controllo

degli Stati – nazione, divenuti meri esecutori delle volontà degli investitori

globali. Gli Stati nazionali sono per Bauman “Stati deboli”. Lo Stato, spogliato

delle sue principali funzioni di governo, troverebbe così nell’ideologia della

“tolleranza zero” e nell’incarcerazione di massa un’occasione per riaffermare la

propria potenza. Bauman sostiene che la riconversione del welfare state

statunitense in uno “Stato penale”, nel quale la politica sociale si è saldata

con politiche repressive particolarmente rigide. Le tesi di Bauman hanno

teorizzato la nascita dello “Stato penale” hanno riscosso un notevole successo

sia nel mondo anglosassone, sia in Europa. Esse hanno il merito di mettere in

evidenza la connessione esistente fra l’indebolimento delle strutture del

welfare state e la diffusione delle nuove politiche penali. Alla luce di

un’analisi accurata delle politiche penali adottate negli Usa e in Europa, la

tesi che lo Stato sia il principale artefice delle politiche di tolleranza zero

e dell’incarcerazione di massa non appare convincente: se sul piano simbolico le

politiche ispirate alla severità penale sono idonee alla riaffermazione del

potere dello Stato, è tuttavia evidente che tali politiche non sono di esclusivo

monopolio statale e che esiste un’accesa competizione per la gestione del

controllo penale fra diversi attori sopranazionali, regionali e locali, sia

pubblici che privati. Lungi dal conservare il monopolio esclusivo della forza

nel settore penale e penitenziario, le autorità statali sono sfidate dai nuovi

attori globali e locali della sicurezza, tanto che il monopolio statale in campo

penale sembra essersi trasformato in un primato costantemente conteso.

La CRISI URBANA ha cambiato il volto delle metropoli, modificandone sia il

tessuto urbano, sia la composizione sociale. questa trasformazione è uno dei

principali fattori della crescita del sentimento d’insicurezza e della paura

della criminalità che hanno motivato la scelta di politiche penali ispirate alla

tolleranza zero. Si è diffusa nell’opinione pubblica una forte preoccupazione

per la CRIMINALITA’ DI STRADA. Così un insieme di comportamenti antisociali e di

condotte criminali diffusi nelle periferie delle metropoli, che una parte della

penologia ha riassunto sotto l’ambigua etichetta di “disordine urbano”, è stato

elevato al rango della criminalità più minacciosa. È in primo luogo nei

confronti di queste fasce sociali, costituite per lo più da giovani poveri di

origine straniera, privai del sostegno delle agenzie del welfare state, che è

stata invocata per la prima volta la “tolleranza zero” e sono state sperimentate

le nuove strategie di controllo. In Europa la dislocazione spaziale di queste

aree, come una sorta di balieau parigine, per lo più ai margini della città, è

considerata sufficiente per determinare il loro isolamento dal contesto urbano e

tracciare il limite che separa gli abitanti dal resto della popolazione. La

collocazione in zone ben definite, quasi sempre periferiche, appare anche come

una garanzia nei confronti della criminalità. I soggetti che si muovono

all’interno di questi spazi delimitati sono in genere identificabili e

controllabili attraverso gli strumenti tradizionali di controllo sociale o con

meccanismi di sorveglianza discreta, come la videosorveglianza, senza che ci sia

bisogno di costruire muri particolarmente alti o di ingaggiare veri e propri

corpi di guardia. La città globale divisa in “enclaves” ripropone i miti

comunitari che hanno sempre animato i movimenti di deurbanizzazione. La società

civile attraversata dai processi di globalizzazione si automizza rinunciando

Pagina 13

re_+_pitch.txt

alla complessità e frammentandosi in tale comunità omogenee e intolleranti.

Le “città – fortezze” sono il caso estremo di localizzazione del controllo

sociale ma, in parallelo con le nuove ideologie penali, si sono diffuse anche le

altre forme di controllo comunitario. La preoccupazione per la “sicurezza della

comunità” è alla base delle tipologie d’intervento penale. Il community

patrolling, la justice de proximitè, la justice in de buurt e il poliziotto di

quartiere sono alcune delle risposte che sono state date nei vari contesti

nazionali alla stessa domanda popolare di garantire la sicurezza delle comunità

locali, laddove per comunità locali s’intende quasi sempre comunità ristrette di

residenti che coincidono al massimo con l’estensione di un quartiere cittadino.

L’adozione di questi strumenti di controllo locale è solo in parte fondata sulla

convinzione che il controllo localizzato sia più adeguato del controllo statale

tradizionale a prevenire la violenza urbana e la microcriminalità. Essa appare

motivata soprattutto dall’esigenza di rispondere al senso d’insicurezza

collettiva, avvicinando la polizia ai cittadini o incaricando i cittadini stessi

di garantire la propria sicurezza secondo le modalità che essi giudicano più

opportune.

IL CONTROLLO COMUNITARIO si proporne di supplire al venir meno su scala locale

dell’intervento dello Stato sociale. il “cittadino brutto e cattivo”,

ossessionato dalla paura della criminalità, è paradossalmente anche uno dei

pochi attori sociali rimasti a presidiare l’esistenza di un quartiere o di un

condominio. Questo processo comporta il rischio che la società si trasformi in

una “comunità di comunità”, in contrasto con l’immagine della società civile

insieme di individui che sembrerebbe dover caratterizzare anche il sistema

politico neoliberale. Benché abbiano tutti origine nella richiesta di sicurezza

locale, i modelli di controllo comunitario non sono dunque tutti uguali. Due

sono i paradigmi ufficiali. Il primo si pone in esplicito contrasto con il

sistema politico liberale, liquidato come un paradigma politico superato che non

è in grado di evitare la conflittualità etnica e sociale; il secondo è invece un

modello che tenta di sviluppare una risposta democratica alla domanda di

sicurezza proveniente dalla cittadinanza. Anche i sentimenti che sono alla base

della richiesta di sicurezza nei deu modelli di controllo localizzato sono

distinti: da una parte vi è la ricerca della “purezza” e dell’omogeneità

sociale, e spesso anche razziale, dall’altra il controllo comunitario è

percepito dai suoi promotori anche come uno strumento d’integrazione sociale

conforme a una visione solidaristica dello Stato e della società. le esperienze

italiane e francesi che vanno in quest’ultima direzione si distinguono dal

modello angloamericano, affermatosi in parte anche in Germania. Nonostante

queste differenze, la critica che è stata mossa anche a queste ultime forze di

sorveglianza localizzata appare condivisibile. È stato notato in particolare

come esse tendano, al pari delle forme comunitarie statunitensi, a fondarsi su

una nostalgia del passato, su un’idea di ordine sociale che non coincide con il

rispetto delle norme giuridiche ma tende a dilatarsi, in contrasto con quel

“politeismo dei valori” che è una delle principali conquiste della modernità

occidentale. Le forme di controllo comunitario tendono a confondere controllo

penale e controllo sociale introducendo una nozione estesa di devianza che

comprende tanto i comportamenti propriamente criminali, quanto gli atteggiamenti

antisociali inoffensivi. Entrambi i modelli analizzati contribuiscono inoltre

alla costruzione sociale del senso d’insicurezza. E ancora. Tutti i sistemi di

controllo DAL BASSO, si prestano a incentivare la discriminazione e le

disuguaglianze. In queste condizioni, come scrive Palidda, per la polizia “la

chiamata da un certo quartiere, o da una parte di una persona che si qualifica

in un certo modo, vale più di quella che viene da una zona qualsiasi della

periferia e da parte di un “illustre sconosciuto”. Palidda mostra come la

collaborazione fra polizia e privati possa avere un carattere “pericoloso”,

poiché istituisce un canale privilegiato per alcuni gruppi e per alcune

formazioni sociali. Infine, è importante segnalare come la richiesta di

sicurezza dal basso tenda a invocare risposte rapide e immediatamente efficaci a

problemi complessi e di difficile soluzione, finendo per incoraggiare

l’inasprimento della repressione penale.

LA SOCIETA’ DELLA PREVENZIONE di Tamar Pitch

CAPITOLO PRIMO

Conviene in primo luogo dire che la prevenzione è cosa buona. La prevenzione non

è un elemento di natura dannosa. Al contrario, la prevenzione di eventi dannosi

per sé e per la collettività non può che essere considerata cosa utile e

necessaria: del resto, sempre praticata in qualche modo dagli esseri umani. Oggi

Pagina 14

re_+_pitch.txt

assistiamo, tuttavia, a due fenomeni correlati: ad un’intensificazione

dell’imperativo alla prevenzione e ad una sua individualizzazione e

privatizzazione. Prevenzione riguarda tutta una serie di atteggiamenti e

pratiche, sia individuali e sociali, volti a diminuire la probabilità che certi

eventi dannosi accadano. Con la modernità, ciò che cambia sono gli strumenti

utilizzati per questi tentativi. La scienza assume un ruolo chiave e centrale:

si tratta di conoscere, nel senso scientifico, positivista, del termine, per

controllare e prevenire. La pianificazione del futuro fa parte integrante del

mito del progresso, progettare la società a venire diventa un compito delle

istituzioni, dello Stato. Ma anche la vita quotidiana è direttamente

interessata, con il proliferare di saperi che la investono e intendono plasmarla

perché acquisti razionalità e dunque si indirizzi verso obbiettivi fissati. Le

questioni dell’igiene e della criminalità ne sono forse gli esempi più noti. La

scoperta dei batteri come causa di malattie conduce non solo a medicine che le

possono curare, ma a pratiche di pulizia degli ambienti e di se stessi di cui le

donne sono protagoniste. Del resto, la separazione tra interno ed esterno, la

cura dell’interno, della casa, il lavoro di selezione, pulizia e via dicendo,

riflettono la necessità di ordine e disciplina dell’esterno, le riproducono e le

confermano. Questi compiti chiave vengono attribuiti, dalla tradizione, alla

figura della donna. Ma la prevenzione nella vita quotidiana, la prevenzione di

cui si deve far carico la casalinga, non si limita certo all’igiene. I suoi

compiti principali sono l’accudimento e l’educazione dei figli. Sta inoltre alle

donne, come brave mogli, tenere a bada i propri mariti, fare in modo che non

bevano troppo, non vadano in giro a combinare guai, insomma siano pronti,

disponibili e in buona forma per lavorare. Ancora adesso, la cattiva riuscita di

figli e uomini in generale è imputata alle donne.

Per quanto riguarda la criminalità, teniamo presente quella che è la criminalità

comune. Cruciale è l’elaborazione del concetto di pericolosità sociale, che

induca la scuola positiva, e in primis Ferri, non solo a concepire la pena come

misura di difesa sociale, ma ad introdurre la questione della prevenzione

attraverso riforme e interventi sociali destinati a fare i conti con le diverse

cause della criminalità, prima che questa, dunque, insorga. La prevenzione,

naturalmente, è anche uno degli scopi del diritto penale moderno, secondo la

lezione di Cesare Beccaria, nel senso che la minaccia di pene certe deve servire

a scoraggiare dal commettere delitti.

La prevenzione è un imperativo e una pratica capitale della modernità, vengono

prodotti e utilizzati per conoscere il presente in funzione di un controllo del

futuro. Infatti, si afferma l’idea che una volta scoperte le cause dei

fenomeni, ciò che dunque li ha prodotti nel passato, sarà possibile,

intervenendo su queste cause stesse, prevenirli o controllarli nel futuro.

L’ordine temporale è lineare e progressivo, dal passato al futuro.

La distinzione tra RISCHI e PERICOLI differenzia tra le conseguenze possibili di

una decisione e le conseguenze possibili di qualcosa che è aldilà dell’agire

umano consapevole. Le catastrofi naturali si configurerebbero così come

pericoli. Ma questa distinzione non fa i conti con il fatto che le catastrofi

naturali sono viceversa viste come la conseguenza di un fare umano. Da questo

punto di vista, non ci sono in realtà pericoli in queste società, ma soltanto

rischi che devono essere prevenuti attraverso non solo appositi rituali ma anche

un preciso e rigidamente normato stile di vita. L’ordine sociale può essere

letto come modalità complessiva di prevenzione dei rischi. L’impulso o il

desiderio di conformare la realtà ad un’idea di ordine è comune agli umani e

alle culture. È il disordine che è connotato come contaminante, sporco,

terrorizzante, e sono ordine e disordine o l’idea che di essi abbiamo che sono

diversi a seconda delle società e dei momenti storici. Le disgrazie, la morte,

sono disordine e frutto di disordine: la prevenzione si caratterizza come quella

serie di procedimenti messi in atto per riportare, produrre, mantenere l’ordine.

Prevenzione e controllo, prevenzione e autocontrollo sono dunque intrecciati. La

pressione verso l’autocontrollo si fa più forte nelle società moderne, dove

prevale l’individualismo, e del resto che l’autocontrollo sia la faccia

complementare e anzi quella più significativa del controllo sociale nelle

società di massa e democratiche, è stato rilevato da Mead e Foucault. Si afferma

infatti che, la libertà dei moderni sta per l’appunto nell’autocontrollo, e

l’autocontrollo, a sua volta, si avvale di innumerevoli pratiche di prevenzione,

il cui obbiettivo è la sicurezza. Durkheim afferma, che è la comunità, ad essere

il nucleo, il bene supremo da salvaguardare, e ciò per quanto riguarda la

società tradizionale. In una società moderna, ove la salvaguardia si dirige

verso l’individuo stesso.

Nelle società primitive, il rapporto tra umano e non umano si caratterizza in

Pagina 15

re_+_pitch.txt

modo diverso rispetto alle società moderne. Umano e non umano sono vissuti come

strettamente connessi, intrecciati, nel senso che non vi è un confine rigido e

definito tra ciò che è degli esseri umani e ciò che, invece, è del mondo

naturale.

Nelle società moderne, invece, l’ambiente non umano è esterno, luogo di

esercizio dell’agire umano, soggetto dunque a mutamento consapevole per piegarlo

ai nostri bisogni e desideri. Il potere dell’azione umana si libera dai limiti

“naturali”, tutto è nelle nostre mani.

Nella modernità estrema, o come molti la chiamano, sembrano tornare invece molti

degli elementi delle società primitive. Vi è la forte percezione di come l’agire

umano orientato al futuro, al rischio come azzardo, produca o possa produrre

conseguenze perverse e catastrofiche nell’ambiente sociale e naturale, vissuti

nuovamente come implicatisi e reciprocamente limitatisi; alo stesso tempo, come

nella prima modernità, rimane e anzi in certi casi si rafforza l’imperativo a

correre rischi.

La questione della PAURA è centrale nel pensiero e nell’elaborazione della

modernità. Castel individua due tipi di insicurezza: l’insicurezza rispetto

all’esterno e l’insicurezza rispetto all’interno. La prima sarebbe propria

dell’epoca pre - moderna, laddove le minacce provengano da fuori, in forme di

guerre, invasioni, malattie. La seconda prevale nella modernità, a fronte

dell’emergere dell’individuo, che si scardina dall’appartenenza familiare,

corporativa e via dicendo: è in questo assetto che si sviluppa un’insicurezza

diffusa che ha a che fare con il dissolversi delle forme di alleanza, lealtà,

socialità e dunque fiducia preesistenti.

Thomas Hobbes è il maggior teorico di questa insicurezza: il costo della

protezione da essa è il patto di soggezione nei confronti del sovrano, di un

potere assoluto, cui viene sacrificata la libertà in cambio della difesa della

vita di ciascuno. Per Hobbes, l’insicurezza è connaturata nell’essere umano (

Homo Homini Lupus ). Ed è in riferimento a ciò, che lo Stato, la legge positiva

sono strumenti di prevenzione rispetto ai rischi delle passioni individuali, che

conducono necessariamente, appunto, alla guerra tutti contro tutti.

Le retoriche della prevenzione insistono oggi su ciò che noi stessi,

singolarmente, possiamo e dobbiamo fare. Le retoriche della prevenzione

insisteranno su ciò che i singoli individui possono fare da soli e sole per

prevenire, il male, come ad esempio, le malattie. Se diamo un’occhiata agli

inserti sulla salute, saremo colpiti dalla enorme quantità delle indicazioni che

ci vengono offerti per condurre una vita al riparo dalle malattie più comuni,

seguendo una dieta particolare, uno stile di vita preciso, un regime di

esercizio fisico e quant’altro. Abbondano inoltre i consigli per una

sottoposizione periodica ad esami preventivi, e qui le donne hanno una posizione

di (dubbio) privilegio, giacchè la loro vita è più pesantemente patologizzata di

quella degli uomini.

Oltre a questa categoria preventiva, non dobbiamo assolutamente dimenticare

l’ambito relativo all’igiene: della casa anzitutto. La pubblicità di detersivi

insiste molto sulla “sicurezza”, ossia sulla prevenzione del rischio di batteri

annidatisi nello sporco. Lo “sporco” è oggetto di intense campagne

pubblicitarie, dirette prevalentemente alle donne. Come sempre, lo sporco assume

la valenza simbolica dell’impuro, del contaminante ( POLLUTION ), di ciò che

connota il disordine, non tanto degli ambienti, quanto del mondo. Insisto sulla

prevenzione per un semplice motivo. Per un verso, l’imperativo a correre rischi

è piuttosto rivolto agli uomini che alle donne, cui invece è imposto il

principio contrario di precauzione.

Comunque pulizia, sterilizzazione, igiene degli ambienti, rimandano

all’imperativo simbolico di riportare ordine in un mondo confuso e minacciato

dalla contaminazione, dunque da un disordine che allude al disordine sociale,

alla perdita di identità. Secondo Pasquinelli, alle donne è affidato un compito

fondamentale: quello di tenere insieme o di ricostruire un mondo conosciuto e

affidabile.

Se guardiamo la pubblicità, restiamo in generale colpiti da quanti prodotti

facciano oggi richiamo alla sicurezza, come allarmi casalinghi per anziani,

antifurto, assicurazione contro tutto. La sicurezza è diventata insieme un

prodotto e un modo per vendere i prodotti: si vende di più, attraverso una

diffusione della cultura del sospetto e della paura. Come afferma lo stesso

Bauman, l’insicurezza e la paura aprono ottime opportunità d’affari, che

puntualmente qualcuno coglie”. Ci troviamo di fronte ad una società, come viene

descritta da Beck, una società del rischio, ovvero una società che invece di

distribuire beni, distribuisce mali.

La spinta a prendersi in primo luogo cura di sé da SE STESSI ci responsabilizza

Pagina 16

re_+_pitch.txt

enormemente. Uno degli effetti è lo spostamento della nostra attenzione su ciò

che possiamo individualmente, e presumibilmente, prevenire, piuttosto che sul

contesto, ambientale e sociale, per affrontare il quale l’agire singolo non può

nulla. In un simile contesto, è molto evidente l’effetto di isolamento. Intenti

come dobbiamo essere a prevenire ciò che ci può capitare di dannoso, a noi

stessi e ai nostri cari, siamo esortati alla diffidenza nei confronti degli

altri.

Dove possiamo trovare un luogo di completa serenità; dove si trova una sicurezza

piena e assolutamente certa: la possiamo trovare nel nostro privato.

Ciò che non conosciamo ci spaventa a tal punto da allontanarci da essa: spesso

non lo vogliamo conoscere e non vogliamo avvicinarci ad esso.

Facciamo un affidamento estremo a ciò che l’opinione pubblica o i media ci

riferiscono: la presenza ai telegiornali di notizie su stupri con protagonisti

persone extracomunitarie, fanno sorgere in noi paura, dubbio, e in molti casi, a

tali sensazioni, si aggiunge un timore razziale. Se ci sediamo in autobus, e

vicino a noi si siede un extracomunitario, anche per le persone che si

dichiarano palesemente “non razziste”, avranno il timore di essere stati appena

derubati, a causa delle innumerevoli notizie che ci bombardano quotidianamente

circa i furti da parte di persone straniere, viste, spesso, SOLO, come una

chiara minaccia: allora immediatamente, si controlleranno i propri effetti

personali, come portafogli, per testarne la presenza.

Colui che subisce una lesione, di qualunque genere, diviene VITTIMA. Si è

vittima di qualcuno o qualcosa che è facilmente identificabile, cui è possibile

imputare la responsabilità della nostra vittimizzazione. L’omogeneità dei gruppi

di vittime è data dall’aver subito lo stesso tipo di danno. Bauman parla di

“comunità di complici” per indicare quelle aggregazioni di cittadini che si

formano sulla base della paura di qualcosa o per evitare qualcos’altro.

L’elemento che accomuna le vittime di mafia, le vittime che hanno subito uno

stupro e così via, è piuttosto la diffidenza e la paura che non la fiducia

reciproca. A ciò consegue i principi di individualizzazione e privatizzazione.

Per individualizzazione si intende il rimando della responsabilità di farsi

carico della prevenzione al singolo o alla singola; privatizzazione significa

invece quei processi attraverso cui, ciò che fino a poco tempo fa, era compito

delle istituzioni pubbliche, è sospinto nell’ambito non solo della

responsabilità individuale, ma in quello del mercato, del volontariato, del

cosiddetto privato sociale. La privatizzazione può avvenire in modi diversi:

direttamente, attraverso la messa sul mercato di servizi e risorse prima forniti

dallo Stato; indirettamente, attraverso la esternalizzazione di competenze a

enti privati, come i contratti locali per la sicurezza cittadina.

Questi principi possono essere compresi come una naturale evoluzione di quello

che era il welfare. Il buon cittadino è colui che non dipende, oggi, dagli

altri, e soprattutto non dipende dallo Stato, dai suoi servizi, dalle sue

risorse e dalla sua provvidenza. Colui che decide in piena autonomia, privo di

aiuti esterni, viene ad essere indicato quale autosufficiente, libero sia da

persone che da cose, come droghe, alcol, farmaci. Questo concetto è solamente

utopico: in realtà TUTTI dipendiamo da altri, e da cose di varia natura.

Secondo Benasayag e Schmit mettono in luce una professione all’autonomia

individuale che in realtà si declina come “forza” e dominio: libero è colui che

domina. Si afferma l’idea che i contemporanei auspicano un’autonomia – dominio:

cioè aspirano a conquistare un potere sugli altri e sull’ambiente che consente

loro di perseguire le proprie voglie, senza ostacoli e senza l’opposizione di

chicchessia. Ciò conduce all’affermazione di quello che viene chiamata

“psicologia di un Io forte”.

Lasch, nel 2001, chiamava la nostra una cultura del narcisismo, una cultura del

ripiegare su di sé e insieme e complementarmente rifuggire dalla cura degli

altri e di beni comuni.

Tale concezione, così marcatamente PERSONALISTICA, trova un suo riflesso in

ambito PENALE, dove ciò che conta è in primo luogo la soddisfazione delle

esigenze della vittima, piuttosto che la prevenzione generale. Si assiste ad uno

spostamento dell’asse della giustizia penale, da una prevenzione dei reati

affidata alla minaccia di pena rivolta a tutti i consociati, ad una prevenzione

affidata a misure di sorveglianza, sterilizzazione del territorio,

neutralizzazione dei rei.

CAPITOLO SECONDO

PREVENIRE, si suole dire, E’ MEGLIO CHE CURARE. La prevenzione nel campo della

salute ha una storia molto antica ed è stata sempre vista come lo strumento

attraverso il quale si cerca di debellare il male fisico. In epoca odierna, la

Pagina 17

re_+_pitch.txt

fiducia pressochè senza riserve che aveva accompagnato fino ad allora gli

sviluppi della farmacologia si trasforma in diffidenza, allarme da un lato

rispetto agli effetti collaterali di tutti i farmaci,( del resto, pharmakon vuol

dire sia medicina che veleno ), e da un altro lato rispetto all’industria

farmaceutica, sospetta di mirare molto più al profitto che non alla ricerca del

benessere e della salute delle persone. La contraddizione è tipica della nostra

epoca, laddove i rimedi ai guasti del progresso sembrano ricercabili soltanto in

un ulteriore progresso, e così all’infinito. Questo è possibile vederlo

nell’ambito della ricerca genetica, la quale sembra puntare non al

“funzionamento”, ma alla correzione radicale delle “cause” dei cattivi

funzionamenti attraverso l’intervento sui geni difettosi. Dunque, ancora una

volta, la ragione scientifica, nel senso più tecnico e riduttivo del termine,

pretende un controllo della natura umana e non umana tale da configurare un

futuro smagliante.

È necessario riprendere in considerazione la questione dei corpi, che abbiamo

intravisto in precedenza in un’ottica di “dematerializzazione”, con il corpo e

la fisicità che vengono meno anche a causa dei nuovi mezzi di comunicazione, che

rendono inutile il contatto fisico.

Da un punto di vista strettamente medico, i corpi sono visti come una MINACCIA.

I propri, in quanto luoghi che nascondono e ospitano batteri, germi, geni

difettosi, o tendono ad imporsi con le loro caratteristiche spiacevoli, il

grasso “superfluo”, i muscoli flaccidi, le rughe, la calvizie, gli odori, le

secrezioni, le impurità. Quelli altrui, quando occupano gli spazi che

consideriamo nostri, e specialmente quando i loro odori, posture, gesti, modo di

muoversi, di acconciarsi, di vivere insomma, sono DIVERSI da quelli che

riconosciamo come ABITUALI.

Sono soprattutto due i corpi minacciosi: i corpi dei migranti, e quello delle

donne.

La modernità, come afferma Foucault, si inaugura attraverso un forte e rigoroso

disciplinamento dei corpi, un disciplinamento che diventa autodisciplinamento e

che prende la forma di libertà individuale, di costruzione della soggettività

dell’individuo.

Quanto alla disuguaglianza, non è l’essere identificate\i come possessori di un

corpo, quanto il contrario: i disuguali sono visti come corpi, e quasi

esclusivamente come tali, o ridotti ad essi. I migranti, i barboni, i tossici, i

malati di mente, i senzacasa delle nostre città compaiono tutti come le

principali figure della paura e dell’insicurezza urbana nei diversi sondaggi, e

vi compaiono, si può sostenere, perché “CORPOREIZZATI”, visibili come corpi

senza ulteriori mediazioni, connotati da tutto ciò che va ridotto e disciplinato

nella vita “normale”, la sporcizia, il disordine, gli odori. E ciò che fa paura

va rinchiuso e segregato. I migranti sono corpi innanzitutto perchè come tali

sono visti, nelle differenze di atteggiamenti, vestiario, colore della pelle,

odori che li caratterizzano. Se sono maschi, il loro corpo è doppiamente

minaccioso, connotato dalla violenza e ipersessualità, con la visione che i

migranti siano stupratori. Se sono femmine partecipano ad una sessualità ancora

più dirompente, essendo viste come prostitute. E gli uni e le altre hanno corpi

pericolosi perché fonti di contagio, portatori di misteriose e devastanti

malattie. Non è un caso che le maggiori insofferenze da parte degli autoctoni

emergano quando i e le migranti escono dalle case, dalle fabbriche, dai luoghi

di lavoro, e si radunano e si incontrano in un qualche luogo della città. Ci

sembra che le loro voci siano troppo alte, i loro gesti e atteggiamenti troppo

enfatici, i cibi che cucinano troppo profumati. Fanno casino, sporcizia,

disordine. In una parola, sono INVASORI.

Per quanto riguarda il corpo femminile, il peso del corpo femminile è in primo

luogo tale soprattutto per le donne stesse. In molte società cosiddette

primitive, le donne mestruanti sono isolate o devono tenere comportamenti

particolari, per non contaminare cibo, oggetti, persone. Velo, burka e altro

possono del resto essere visti anche come modalità di prevenzione dello

scatenamento di pulsioni sessuali, e dunque anche possibili violenze, maschili.

È vero che per altro verso, il corpo femminile, è nella nostra società, esibito,

messo in mostra. È come se non ci fosse più niente tra castità e osceno, per

mancanza di una via di mezzo. È un altro modo di “sterilizzare” i corpi

femminili, di privarli della loro carica di pericolo e minaccia. L’ampia

letteratura pornografica, l’abuso via Internet, ne può costituire indizio: è il

contatto con le donne reali, contatto carnale, sessuale e sensuale con donne in

carne ed ossa, corpi e menti, che è minaccioso, rischioso, da evitare, tanto più

quanto più esse sono oggi dappertutto, non più nascoste dentro le mura di casa,

ma nei luoghi di lavoro, studio, nelle piazze e nelle strade.

Pagina 18

re_+_pitch.txt

La diversità è prima inscritta sui corpi stessi, laddove non sia immediatamente

visibile, poi fissata nell’eternità della biologia o di una cultura biologizzata

attraverso il ricorso all’etnia, termine più pudico di razza, infine annientata

in quanto diversità contagiosa e contaminante. La pulizia etnica ripete la

Shoah. La posizione di confini nelle città tra “comunità etniche” differenti,

può diventare la prima mossa di una segregazione che prelude alla “pulizia”.

Prevenzione e sicurezza, dunque, producono, o possono produrre, date le

necessarie circostanze, una stigmatizzazione che si serve di e si inscrive sui

corpi, su quei corpi che si presentano come tali o vengono vissuti e ricostruiti

come irriducibili alla sterilizzazione, per questo minacciosi, portatori di

contagio e disordine, e che devono essere allontanati, segregati, infine, da

ultimo, annientati.

CAPITOLO TERZO

Se prevenire è meglio che curare, prevenire è anche meglio che reprimere, e/o

punire. Due slogan degli anni Sessanta e, in particolare, Settanta che non sono

cambiati tanto nella forma quanto nella SOSTANZA. La condizione di insicurezza,

secondo Castel, ha uno statuto esistenziale che prende dimensioni diverse a

seconda dell’epoca storica. Nel 19 ° secolo si risponde con l’espansione dello

Stato, non più soltanto minimo, ma vero e proprio riduttore dei rischi mediante

il collegamento dello status stesso di lavoratore a garanzie e diritti. Lo Stato

protettore, lo Stato del welfare. La sua cultura è quella del progresso, della

fiducia nell’avvenire. Il progresso sta per l’appunto nella possibilità di

programmare il futuro. Inoltre, lo Stato sociale si basa sull’iscrizione degli

individui collettivi protettori: “l’individuo è protetto in funzione di quelle

appartenenze che non sono più la partecipazione diretta a “comunità naturali”,

famiglia, vicinato ecc……….. ma collettivi costruiti da regolamentazioni e che

hanno generalmente uno statuto giuridico. La crisi dello Stato sociale comporta

deregolamentazione e insieme declino delle forme di organizzazione collettiva.

Gli slogan degli anni Sessanta e Settanta, dunque, hanno oggi sostanza assai

diversa da allora. Prevenire è ancora meglio che curare, ma la prevenzione non è

più soprattutto un compito sociale, collettivo, istituzionale, ma in larga

misura, come si è visto, individuale e privato. La prevenzione nel campo della

devianza e criminalità, è intesa soprattutto come una serie di politiche mirate

a rendere la commissione dei delitti più difficile, piuttosto che a migliorare

le condizioni sociali che, fino a non molto tempo fa, venivano considerate come

all’origine di devianza e criminalità stesse. Se, però, la prevenzione oggi

sposta l’ottica dalla giustizia penale ad altri tipi di politiche pubbliche, in

particolar modo locali, ciò non significa che le politiche penali stesse passino

in secondo piano. Anzi, negli ultimi 10 anni la popolazione carceraria di tutti

i paesi europei, Italia compresa, si accresce, per non parlare di ciò che è

accaduto negli USA, dove si calcola che almeno 4 milioni di persone, perlopiù

nere e ispaniche, siano sotto il controllo delle autorità penitenziarie. La

questione della “sicurezza”, insomma, vale a giustificare sia politiche di

prevenzione, prevalentemente situazionale, come si vedrà, sia politiche di

repressione. Già Cohen parla dell’avvento di saperi criminologici e politiche

criminali “amministrativi”. Ricerca e intervento si orientano verso

l’individuazione di modalità preventive rispetto alla criminalità che fanno

largo uso di modelli probabilistici per determinare le caratteristiche salienti

di popolazioni “ a rischio” di commettere reati e illegalità. C’è dunque un

evidente e sostanziale spostamento verso un “diritto penale dell’autore”, o,

addirittura, del “nemico”, ossia verso politiche penali e di controllo sociale

esplicitamente orientate a controllare e reprimere popolazioni, piuttosto che

comportamenti. Il ritorno al centro del discorso pubblico della nozione di

pericolosità sociale configura politiche tese alla definizione di intere

popolazioni, individuate sulla base di caratteristiche comuni, come in sé

portatrici di rischi e pericoli per i “bravi cittadini”. Ne viene dunque che la

prevenzione si connoterà come contenimento e sorveglianza di queste stesse

popolazioni, piuttosto che per la messa in opera di politiche volte a diminuire

la “causa” di questa presunta pericolosità. La svolta rispetto alla criminologia

positivista tradizionale, e alle politiche criminali ad essa variamente

ispirate, si ha però con lo slittamento di attenzione dal “criminale” alla

“vittima”. La questione di fondo diventa quella di diminuire il rischio di

vittimizzazione, piuttosto che quella di intervenire sulle “cause” della

criminalità. La maggior parte dei saperi criminologici odierni mette al centro

la VITTIMA. La parola d’ordine dei governi nazionali e locali diventa “la

sicurezza dei cittadini”: una sicurezza che ha qui il significato di venir messi

al riparo quanto più possibile dal rischio di rimanere vittime di reati e

Pagina 19


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

24

PESO

140.91 KB

AUTORE

vipviper

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunti per l'esame di Sociologia giuridica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La società della prevenzione, Pitch. riguardanti i seguenti argomenti: carcere e globalizzazione, tassi di incarcerazione, il boom penitenziario statunitense, i trend crescita popolazione detenuta, razzializzazione dell' azione repressiva penale, il pensiero di Zygmunt Bauman, società, prevenzione, moltiplicazione domanda di sicurezza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vipviper di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia Giuridica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Pitch Tamara.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!