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Sociologia generale – Suicidio Appunti scolastici Premium

Appunti di Sociologia generaleSuicidio. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: 1. La sociologia generale di E.Durkheim, 2. La divisione sociale del lavoro, 3. La folle corsa e l ’ “anomia”, La teoria del suicidio, Il suicidio e la psicoanalisi,... Vedi di più

Esame di Sociologia generale docente Prof. L. Rossi

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ESTRATTO DOCUMENTO

Ma le società moderne sono basate sulla specializzazione, e in esse prevale una religione

dell’individuo. La divisione del lavoro cova dentro di sé, una possibile disgregazione sociale.

L’autore pensa dunque ad una divisione non solo di natura tecnica ma basata su una morale

collettiva. Proprio l’estrema divisione del lavoro, a cui corrisponde la massima divisione in classi,

dovrebbe portare non al conflitto, ma alla massima solidarietà fra disuguali. D.dunque mette in

luce un problema che Marx aveva sottovalutato, per il quale era possibile risolvere il problema

della divisione delle classi solo abolendo la proprietà privata.

Numerose critiche sono state mosse a D., ad esempio il sociologo A.Pizzorno afferma che la

solidarietà può verificarsi, ma solo secondo le varie classi, e che la solidarietà può avvenire solo

tra eguali e cioè fra appartenenti ai diversi livelli. Dunque fra i vari gruppi, solidali all’interno, si

creeranno conflitti esterni di classe.

3. La folle corsa e l ’ “anomia”

D. tenta di dimostrare che il crescere della divisione del lavoro, rendendo ognuno dipendente da

altri, aumenta la solidarietà. Questa solidarietà diventa il fine morale della società.

Ma per acquistare la nuova forza sociale occorrono nuove istituzioni, che possono essere date da

un sistema basato sulle professioni, o meglio su corporazioni di professioni.

Per D. occorre “cercare nel passato i germi di vita nuova che esso conserva e di sollecitarne lo

sviluppo.”

Dentro queste corporazioni vi stanno dirigenti e diretti, che non preoccupano D. dal momento che

pensa che le ineguaglianze provochino una dinamica sociale per il raggiungimento di livelli

superiori.

Ma D. si rende conto che questa dinamica sociale sta provocando una “folle corsa”, legata solo

all’espansione produttiva e all’estensione del mercato.

Invece per D. il fine deve essere quello di un godimento collettivo.

I desideri illimitati sono insaziabili e come tali possono essere definiti morbosi, determinano una

sete inestinguibile che condanna ad uno stato di perenne scontentezza. La riforma che propone

è solo quella della limitazione delle passioni, attuabile solo dalla società (avente funzione

moderatrice) di cui l’individuo ne accetta l’autorità.

Ma chi stabilirà i livelli da raggiungere e le varie remunerazioni?

Secondo D. esiste un “oscuro senso” che si può occupare di ciò, compiendo una

regolamentazione in grado di armonizzare il tutto.

Approdando alla codificazione dei dislivelli, sociali ed economici, ritorna sulla necessità della

coercizione sociale in grado di eliminare i conflitti.

A tal proposito sarà espresso il concetto di “anomia”: “Lo stato di non regolamento si rafforza

perché le passioni sono meno disciplinate, proprio quando bisognose di una più forte disciplina”.

Proprio la coercizione, la moralità e l’anima collettiva potranno diminuire le anomie e comporre i

contrasti.

Eppur vero che esiste però una sfera della vita sociale dove questa è allo stato cronico, ed è il

mondo del commercio e dell’industria.

L’economia industriale è lanciata in una corsa senza fine, una critica che sembra poter anticipare

quella moderna di W.Mills.

D.infine invece di trarre delle deduzioni da questo ragionamento, parla ancora delle corporazioni,

in grado di disciplinare i salari, la stessa produzione, e addirittura a regolare i bisogni. Dunque è a

questo che bisogna tornare.

In realtà per D. come dice Jonas, “il sociale è una natura quasi metafisica”, e la tessera

fondamentale di tutta la sua metodologia è, infatti, il “fatto sociale”, spiritualmente e storicamente

superiore all’individuo.

D.dice che un fatto socialeè, ogni modo più o meno definito dell’agire, in grado di costringere

socialmente l’individuo; ma non è un imposizione è ciò che l’individuo riceve come essere sociale

(l’educazione, il linguaggio,le leggi..). E’ un modo di agire, di pensare esterno all’individuo, dotato

di potere coercitivo ed imperativo in virtù del quale si impone all’individuo, con o senza il suo

consenso. 2

Questo tessuto di vincoli e di comportamenti in cui è immerso l’individuo, sono i fatti sociali,

distinti nettamente per D. dai fatti psichici.

I fatti sociali possono esser considerati come “cose”, elementi che si contrappongono e

impongono all’individuo senza possibilità di mutamenti.

La causa determinante di un fatto sociale deve essere cercata fra i fatti sociali antecedenti e non

tra gli stati della coscienza individuale.

Il profondo “antistoricismo” di D. gli permetterà di confrontare fatti e situazioni di diversi paesi e di

diverse epoche per dedurne considerazioni valide universalmente.

Per lui il sociale ha una natura astorica, con una funzione di costante regolazione per la società,

l’unico fatto che legittima la costrizione dell’individuo in ogni società e tempo.

Ma se coglie esattamente la funzione dell’autorità nel primo periodo della vita del fanciullo, egli

estrapola sbagliando lo stesso concetto anche per l’individuo adulto.

La costrizione è valutata una modalità naturale e costante per lo sviluppo sociale.L’individuo è

forgiato dai modelli sociali, in tutte le manifestazioni della sua vita, o meglio è fatto,

(passivamente).

Un concetto che si amplierà nel tempo e che arriverà a dire che l’individuo “è parlato”, “è

vissuto”...ma in tal caso non dal fatto sociale bansì dall’inconscio.

Ancora D. sarà ripreso nella concezione che l’uomo non è un protagonista ma un derivato.

D.sostiene di voler integrare l’uomo, stabilizzarlo nell’ambito della società e di una storia in lenta

modificazione.

Anche D. infine si rivela un homo duplex, sacrificato nel suo pensiero, in nome di una politica

conservatrice, ma attento denunciatore del dramma della società contemporanea.

4.La teoria del suicidio

Uno dei punti più rilevanti del suo pensiero è il concetto di “ANOMIA”, soprattutto approfondito nel

suo studio su IL SUICIDIO.

Egli in tale opera non farà ricerche dirette, ma esaminerà con attenzione una serie di statistiche

per diversi paesi e periodi.

Dopo aver tentato una classificazione di carattere psicologico di quattro tipi di suicidio:

“maniacale”, dovuto ad allucinazioni deliranti; “melanconico”, dovuto ad estrema depressione;

“ossessivo”, legato all’idea fissa della morte;

“impulsivo”, dovuto ad un momento drammatico; osserva che il tasso dei suicidi essendo variabile

con regolarità in situazioni sociali diverse, non può essere spiegato solo con motivazioni di

carattere psicologico.

Rileva che esso è più diffuso nella città che nelle campagne, che gli uomini si suicidano in media

quattro volte più delle donne, gli anziani più dei giovani,gli ebrei meno dei cattolici, e questi meno

dei protestanti.

Scartata la connessione fra stati psicopatici e suicidi, confuta una serie di teorie che avevano

attribuito le cause anche a situazioni climatiche, stagionali.

Conclusione è che l’andamento dei suicidi dipende essenzialmente da cause sociali.

Per ciò che riguarda le varie religioni , D.nota che il suicidio aumenta dagli ebrei ai cattolici ai

protestanti, la spiegazione è nella natura dei sistemi religiosi,nelle forme di solidarietà più o meno

forti.

D.passa alla classificazione dei suicidi secondo “tre modalità sociali”,da cui derivano tre tipi di

suicidio che egli definisce: “egoistico”, “altruistico”, “anomico”.In base ad una serie di dati arriva a

stabilire che: “IL SUICIDIO VARIA IN RAGIONE INVERSA AL GRADO DI INTEGRAZIONE DEI

GRUPPI SOCIALI DI CUI FA PARTE L’INDIVIDUO” (della società religiosa, della società

domestica, della società politica ).

In tal modo riesce a spiegare il suicidio EGOISTICO, cioè quello che porta l’individuo ad

estraniarsi dal gruppo, ad entrare in uno stato depressivo e di isolamento.Attribuisce questo

suicidio ad una “SMISURATA INDIVIDUALIZZAZIONE”.

3

“L’individuo è troppo poca cosa, non è un fine sufficiente alla sua attività.Egli è limitato nello

spazio ed anche nel tempo.Quando abbiamo altri obbiettivi al di fuori di noi stessi, non possiamo

sfuggire all’idea che i nostri sforzi siano destinati a perdersi nel nulla, dove finiremo anche noi”.

Il nulla ci terrorizza, e qui potremmo citare l’eco del verso di Orazio: “Non omnis moriar” riguardo

la possibilità di prolungare, forse solo attraverso la cultura, la propria personalità.

Ma D. ricorda Platone , nel Fedone, quando Socrate parla amaramente del vestito che dura oltre

la vita dell’uomo che lo indossa.

D. in termini analoghi dice che si può rimandare di qualche generazione quel limite, ma poi verrà

sempre il momento in cui non ci sarà rimasto più niente.

Solo dunque attraverso l’integrazione sociale, l’uomo può tentare di evitare il suicidio egoistico

che deriva dall’isolamento e dall’eccesso di individualismo.

Ma il suicidio ALTRUISTICO, nasce da ragioni opposte, sono la scarsa individualizzazione e la

troppa integrazione che rendono l’individuo depersonalizzato.In tal caso si avranno eccessi di

sacrifici per la comunità: vecchi che si uccidono per non essere di peso, donne che lo fanno per

la perdita del marito, soldati per la gloria dell’esercito...

Ma la terza forma di suicidio, quello ANOMICO(=senza legge), è la più complessa: essa deriva

dagli squilibri sociali.

Si hanno così morti nei momenti di crisi o di disastri economici, ma anche nei casi di boom e di

brusca prosperità.

Il mito del progresso senza soste, porta ad anomie gravi a cui corrisponde una cuspide di suicidi.

In tal punto D. introduce il problema della famiglia e del matrimonio.

Gli uomini, che in genere si suicidano di più delle donne, durante il matrimonio lo fanno di meno,

mentre gli scapoli hanno un tasso nettamente superiore. In caso di divorzio sono ancora gli

uomini ad essere in netto svantaggio, mentre la donna non sembra essere scossa da questo.

D. considera gli aspetti contraddittori del matrimonio, e rileva che dal punto di vista del suicidio “ il

matrimonio favorisce tanto più le donne quanto più è praticato l’uso del divorzio, e viceversa”.

Nel matrimonio l’uomo trova un limite ed una disciplina, mentre la donna, che nel matrimonio è in

una situazione particolarmente repressa, vede nel divorzio una possibile liberazione.

Al contrario di quanto si pensava.

D.si trova dunque difronte ad un grave problema: “Non si può diminuire il suicidio dei mariti senza

aumentare quello delle mogli”.

L’uomo è avvantaggiato dalla stabilità, la donna è svantaggiata dalla mancanza di libertà; tutto

ciò poiché l’uomo è compensato dal fatto di essere inserito attivamente nella vita sociale, mentre

la donna ne è tenuta a distanza.

La conclusione D. la farà in linea conservativa, affermando che poichè il numero dei suicidi con il

divorzio si eleva, è positivo confermare l’indissolubilità del matrimonio anche al prezzo di un grave

svantaggio per la donna.Una possibile soluzione potrà essere trovata solo quando con una

maggiore socializzazione della donna, diminuirà lo scarto fra le posizioni dei due coniugi. Anche

se D. aggiunge che la parità giuridica non potrà essere legittima finchè l’ineguaglianza

psicologica sarà tanto flagrante.

Ma è proprio la società secondo lui, quel livello generale che determina quello psicologico e

individuale.

Dunque le ineguaglianze psicologiche possono attuarsi solo attraverso l’eguaglianza sociale.

Ma D. non ritiene possibile del tutto questa ipotesi., ritenendo il matrimonio uno dei fattori

dell’ineguaglianza.

Ancora D. chiarisce che, non si può parlare di suicidio, ma di tipi diversi di suicidio.E vede forme

in cui si combinano i tre tipi insieme.

“Sono innumerevoli le circostanze che sembrano essere le cause del suicidio perché lo

accompagnano molto frequentemente; gli avvenimenti più diversi e contraddittori della vita

possono essere pretesto al suicidio”.

Solo una spiegazione sociale può mettere ordine in tutti questi casi.

Cerca inoltre di vedere altri contesti in cui il suicidio si manifesta: esaminerà, ad esempio, il

rapporto fra omicidio e suicidio, trovando che dove il primo è molto sviluppato, il secondo si

verifica in misura minore. 4

Ma anche qui occorre distinguere .

Quando prevale il suicidio egoistico, l’omicidio diminuisce, ma quando si tratta di suicidi altruistici

questi sono indipendenti dal numero di omicidi.

Infine, in quello anomico esiste un’ambiguità fra i due, e spesso il suicidio segue un omicidio

effettuato, o il suicidio avviene dopo un mancato omicidio.

Nelle società attuali sono presenti soprattutto il suicidio egoistico e quello anomico, spesso anche

a causa di una netta divisione del lavoro.

(A questo punto sarebbe per lui coerente affermare che è proprio la società industriale, e in essa

la divisione estrema del lavoro, a creare profonde deformazioni della società), ma dirotta e

constata che “non vi è società conosciuta in cui sotto varie forme non si osservi una maggiore o

minore criminalità”. “Dunque dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere

e che l’organizzazione sociale lo implica logicamente : e quindi è normale”. Difronte a questa

constatazione D. contrappone solo il problema della necessità delle pene, perché altrimenti si

stimolerebbe la criminalità, sbilanciando così il grado di intensità.

Ma qual’è il grado normale di delitti e suicidi?

L’autore considera solo che “il suicidio è un tributo alla civiltà”, una valvola di sfogo all’anomia.

L’unica soluzione che lui propone, è quella di una società basata sulle corporazioni professionali,

in grado di stabilire una ferma moralità e solidarietà, tale da abbassare i casi di suicidio egoistico,

eliminare quelli del caso altruistico e riassorbire le contraddizioni che creano quello anomico.

5.Il suicidio e la psicoanalisi

“Fin l’anno 1930,in Francia non era possibile per un sociologo citare il nome di Freud” afferma

Monnerot, per questo resta una separazione fra lo studio sociale del suicidio e lo studio

psicanalitico.

Tuttavia si possono ravvisare osservazioni di D. valide anche alla verifica Freudiana.

Freud ritiene che il suicidio sia un omicidio mancato, opinione molto vicina a quella di D. sul

suicidio anomico.

Nell’anomia un uomo infatti si uccide spesso rivolgendo contro sé l’aggressività che aveva

accumulato contro gli altri.

La psicoanalisi va oltre e ritiene che anche il suicidio del depresso sia un omicidio mancato.

E’ possibile interpretare così dunque il suicidio egoistico di D., come un eccesso di individualismo

che porta ad una carenza di integrazione e da cui quindi nasce l’aggressività verso gli altri che lo

hanno abbandonato.

Tuttavia anziché muoverla verso gli altri, l’uomo in tale stato svilupperà un forte senso di colpa e

rivolgerà questa aggressività verso se stesso.

Ma Franco Fornari chiarisce che in linea generale per la psicoanalisi il suicidio non esiste, e il suo

paradosso è proprio quello di essere una negazione della morte. Ci si suicida ad esempio per

imitazione e insieme per partecipazione emotiva. (Es. delle ragazze di Mileto).

Chiarisce Fornari che il suicida, sul piano cosciente sembra voler negare il proprio rapporto con il

mondo, ma nell’inconscio, in realtà lo ricerca in modo disperato. Egli è un escluso che tenta di

affermare la propria presenza, di riappropriarsi dell’oggetto d’amore che non aveva raggiunto in

vita.

Ma nel fare questo egli si propone di creare un lutto verso gli altri, cioè di scaricare la propria

morte all’esterno, sulle spalle altrui.

Il suo gesto è un omicidio illusorio sugli altri, colpiti dalla sua morte.

Discordanti da D. gli psicanalisti affermano che il suicidio non è un gesto decisionale razionale

bensì il gesto di un uomo disturbato, non normale.

6. Oltre la psicoanalisi del suicidio

Oltre al caso delle ragazze di Mileto si potrà ricordare di come Virgilio nell’Eneide riesca ad

anticipare l’interpretazione psicoanalitica moderna.

Nell’Antinferno, Virgilio colloca anche i suicidi che non sono paghi dell’essersi tolti la vita, ma, al

contrario che sarebbero disposti a tornarvi ad ogni costo. Ma lo Stige lo vieta.

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AUTORE

Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Sociologia generaleSuicidio. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: 1. La sociologia generale di E.Durkheim, 2. La divisione sociale del lavoro, 3. La folle corsa e l ’ “anomia”, La teoria del suicidio, Il suicidio e la psicoanalisi, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Docente: Rossi Luigi
Università: Messina - Unime
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Rossi Luigi.

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