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suicidio egoistico prevale, l’omicidio diminuisce, per quanto riguarda il suicidio altruistico,

questo è indipendente dall’omicidio.

Ma il punto che turba Durkheim è che nella società attuale all’aumento della

divisione del lavoro, aumenta il suicidio, ma come sempre egli dirotta, e giustifica

dicendo che non vi è società conosciuta in cui sotto varie forme non si osservi una

maggiore criminalità. Dobbiamo dire quindi che il delitto è necessario, che non può non

esistere, è logico, è normale. Contrappone però il problema della necessità di repressione

e di pene. Ma qual’è il grado normale di suicidi? Può una società tollerarne il continuo

aumento? Durkheim si limita a considerare il suicidio come tributo alla civiltà, una

valvola di sfogo dell’anomia. E propone una società basata su corporazione professionali

in baso di stabilire una ferma moralità e nuova solidarietà per far diminuire tutti i casi di

suicidio.

IL SUICIDIO E LA PSICOANALISI

Ci precisa Monnerot: fin verso il 1930 un certo sociologo non poteva nominare il nome di

Freud, per questo resta la dicotomia tra studio sociologico e psicoanalitico, eppure le

considerazioni di Durkheim possono essere ritenute valide dalla verifica freudiana.

Freud ritiene che il suicidio sia un omicidio mancato (che si avvicina a Durkheim), l’uomo

rivolge a sè l’aggressività cumulata nei confronti degli altri, la psicoanalisi aggiunge che il

suicidio di un depresso è un omicidio non effettuato. Perchè per la psicoanalisi il

suicidio non esiste, una negazione della morte. La morte è un mezzo per ottenere una

vita di cui si è carenti.

C’è un episodio raccontanto da Plutarco, di una serie di suicidi delle ragazze di Mileto, una

epidemia incontrollabile, che si arresto solo quando uno propose di esporre nudo il

cadavere delle suicide. La psicoanalisi può chiarire questo caso: perchè le ragazze si

vergognavano immaginandosi esposte nude e dunque vive dopo la morte. Infatti chiarisce

Fornari che il suicida sembra voler negare il suo rapporto con il mondo, ma nell’inconscio

lo ricerca in modo disperato, cerca attenzioni, è consapevole che la sua vita non cesserà

davvero con la sua morte.

LE VERIFICHE MODERNE DELLA TEORIA DI DURKHEIM SUL SUICIDIO

Premettiamo che gli studi e le ricerche di Durkheim sono stati nel complesso confermati,

ma nella specificità possono contenere degli errori, dati gli strumenti di ricerca del tempo.

Nei paesi tecnologicamente sviluppati sono gli uomini ad uccidersi di più, più gli anziani

die giovani, i giovani hanno una percentuale maggiore di tentati suicidi. È smetita però

l’affermazione per cui la miseria protegge dal suicidio.

Chiaramente dobbiamo capire che la società si è evoluta dai tempi di Durkheim, è quindi

ingenuo confrontare i dati di oggi con quelli di Durkheim, per dargli torto o ragione.

Chesnai offre una panoramica di molte forme di violenza che potrebbero essere divise in

tre categorie: distruzione di altri (omicidio, tortura, pena di morte, violenza),

autodistruzione di sè (suicidio, droghe, uso di mezzi mortali) e le due distruzioni

contemporaneamente (terrorismo politico, le guerre). Notiamo che tutte queste forme,

derivano da qualcosa di sociale, non di naturale.

Soffermiamoci sulla distruzione di se:

Il suicidio fu valutato come un atto eroico dalla classicità, colpa grave per il cristianesimo,

gli illuministi rivendicarono il diritto sulla propria vita, nel 1810 è abolita in Francia la

condanna del suicida, la chiesa medioevale e Dante effettuarono una forza dissuasiva nei

4

confronti del suicidio, e nel mondo attuale, con la psicoanalisi, il suicidio dipende da un

eccesso di solitudine, da una socializzazione distorta (da non saper reggere gli alti e bassi

del ciclo economico, dall’illusoria speranza di una seconda vita...). In poche parole il

suicidio è un capovolgimento del senso della vita e della morte. Il suicida vuole una

seconda vita, ma l’uomo non ha una vita di ricambio.

Viene anche confermata la tesi di Durkheim secondo il quale i protestanti si suicidano di

meno, e una maggiore solidarietà e aggregazione (anche in guerra) abbassa il tasso dei

suicidi, invece non risulta spesso verificata l’ipotesi secondo la quale più omicidi = meno

suicidi.

ANALISI DEI SUICIDIO SU TRE LIVELLI (contemporaneamente)

Livello sovrastrutturale cioè ideologie o religioni...

• Livello strutturale cioè appartenenza a classi, pace e guerra, cicli economici...

• Livello sottostrutturale cioè situazioni psichiche

Prendiamo il caso delle ragazze di Mileto(epidemia di suicidio tra ragzze, fermata

esponendo al pubblico il cadavere nudo di una delle ragazze), a livello sottostrutturale le

giovani volevano avere un’altra vita; a livello strutturale si dovrebbe analizzare in quali

particolari situazioni economiche e sociali si trovavano le ragazze; a livello sovrastrutturale

quali erano le credenze religiose o ideologie politiche, e se ne esistevano a Mileto di

specifiche. L’esaminazione di questi tre parametri darebbe molte spiegazioni in più sui sui

singoli suicidi che sulle epidemie; non solo così si analizzerebbero i casi di suicidio, ma si

potrebbero prevenire analizzando il contesto in cui questi accadono.

Parlando più in generale la presenza del suicidio indica sempre gravi disfunzionamenti

sociali e individuali, che devono essere fronteggiati senza giustificazioni mistiche o

romantiche. Il suicida aggredisce se stesso, ma crea questo effetto anche su familiari,

amici, e verso la società intera, allargando il senso di colpa e di morte, in varie cerchie di

persone.

SUICIDIO, VIOLENZA, POTERE

Come può arrivare un uomo a suicidarsi?

1) Il nostro codice genetico vieta a tutti gli esseri di uccidere nella propria specie, per non

indebolirla, non c’è quindi differenza tra suicidio e omicidio in questo livello.

2) Si riesce a uccidere nella propria specie, solo quando si considera un altro o se stessi

meno di un uomo, non uomo, diverso da un uomo, e quindi appartenente ad un altra

specie.

3) Come hanno dimostrato Marx e Durkheim l’uomo è un essere sociale, l’uomo è i suoi

rapporti nella sua specie.

4) Quando un uomo perde i suoi rapporti sociali, perde la sua umanità. Quindi o si uccide

o si annulla (morte civile)

5) Se si uccide, il potenziale suicida, è già un “morto civile” prima di uccidersi.

6) Il potenziale suicida si sente diverso dagli uomini, quindi un essere non-sociale, e quindi

un non-uomo. Così ottiene la “licenza di uccidersi” come un essere che non appartiene

alla propria specie, aggirando così il codice genetico.

7) Il potenziale suicida, soffrendo per la propria “morte civile”, da la colpa alla società, ai

cittadini, insomma al gruppo che lo ha cancellato, di qui il suo desideri di devastazione.

8) Non potendo uccidere l’intera società, rivolge l’arma a se stesso. 5

9) Uccidendosi capovolgerà il senso di colpa, e la società si sentirà in colpa per la sua

morte.

10)Il suicida, vivendosi come se fosse già morto, entra in uno stato di “delirio di

onnipotenza” vedendosi un uomo riconosciuto socialmente dopo la morte.

11)La vicina morte reale diventa, il ponte fra morte immaginaria presente e una vita

immaginaria futura dopo la morte reale.

12)La morte reale è una rinascita sociale.

13)Il suicida, con la morte riesce a farsi notare socialmente.

14) Come se nel Padrone-Servo di Hegel lo schiavo che aveva perso non sopportasse di

essere un “cosa”, e invece di iniziare un percorso di emancipazione di suicidasse per

essere riconosciuto come uomo dal padrone.

15)Il suicida tenta in realtà do gettare in faccia alla Società indifferente, la vita solo

apparente di escluso o autoescluso dai rapporti sociali.

16)La morte fisica del suicida diventa così la rivelazione clamorosa e l’oggettivazione

tragica della morte civile. Il suicidio come dice Freud è un omicidio mancato in forma

diretta verso gli altri, ma aggiungendo che è un omicidio perfettamente riuscito verso se

stessi ed in forma indiretta verso gli altri. E questo vale sia per i poveri, umili, ch eper i

ricchi e potenti.

17)Nel primo caso è più frequente perchè i servi sono sempre stati più dei padroni.

18)Il secondo caso è riconducibile al primo quando il padrone diventa servo, cioè perde.

Pensiamo ad esempi da Cleopatra a Hitler.

19)Ma Shakespeare è più sottile nelle sue interpretazioni di tutte le possibili sociologie, lui

mostra che il suicidio finale del padrone non è che la conclusione del suicidio già

predeterminato dalla scalata al potere assoluto. Così si uccide Macbeth, i vari re (a

volte anche indirettamente).

20)La conclusione del suicidio dei potenti resta quella di Hegel, per lui non è l’antitesi che

attacca e vince, ma la tesi che si suicida uscendo dal lavoro, dalla storia,

dall’esperienza; questa uscita è comunque determinata dalla profonda solitudine.

L’ascesa al potere indica già una tendenza suicida perchè si rompono i legami sociali,

creando gerarchie di creano profonde divisioni sociali.

21)Durkheim aveva già osservato che all’aumento della divisione sociale, aumentavano i

suicidi.

22)Il suicidio, in generale, è direttamente proporzionale alla divisione sociale e, quindi, alla

quantità di potere in alto ad alla quantità di esclusione in basso ed, in generale, al grado

di disuguaglianza, di isolamento e di separazione sia in alto che in basso tra gli uomini.

LA COSCIENZA DELLE COSCIENZE

Durkheim unilateralizza le sue scoperte arrivando a considerare la società come una

necessità esterna, superiore agli individui, un coscienza di coscienze. A questa

conclusione ci arriva alla fine della sua opera Le forme elementari della vita religiosa 1912.

Durkheim tiene conto delle critiche di Feuerbach. Per Durkheim la religione laica è la

società che si manifesta ai suoi membri, è l’immagine della società. La religione laica è la

scala per accedere al mondo sociale superiore.

Da ogni punto di vista, dunque, il pensiero di Durkheim volge verso un unico punto: la

dimostrazione della priorità dell’organismo sull’organo, della società sull’individuo, in ogni

manifestazione della vita associata.

A proposito dell’anomia Durkheim arriverà a dire del delitto: Non vi sono nell’organismo

funzioni ripugnanti il cui regolare funzionamento è necessario all’organismo? Anche il

male, la deviazione congiurano, secondo Durkheim, a favore del sociale. 6

Durkheim fa però una brutta fine: il figlio muore nella guerra della rivalsa della Francia

contro la sconfitta subita dalla Prussia, e affranto da questa perdita da cui non riesce a

riprendersi, muore nel 1917.

E’ come se avesse pagato il fatto che la guerra è l’anomia della anomie, una sintesi delle

autosoppressioni egoistica, altruistica e anomica, delitto e follia, generalizzati ad estremi:

morte dell’uomo e, insieme, della società. Un caso gigantesco di suicidio collettivo.

Le terrificanti licenze di uccidersi e di uccidere escono, infatti, dalla stessa matrice di

disgregazione ideale, sociale e psichica.

NOTA BIBLIOGRAFICA DI DURKHEIM

1859, 15 aprile nasce Durkheim a Èpinal in Lorena, da famiglia ebrea.

Viene avviato alla carriera di rabbino, ma dopo una crisi religiosa diventa una specie di

agnostico.

Frequenta il liceo brillantemente, va a Parigi, e nel 1879 viene ammesso all’ Ecole

Normale Supèrieure.

A Parigi vive il clima inquieto della seconda repubblica, che con la sconfitta porta un clima

di rancore verso le classi dirigenti tradizionali. Questo clima che spinge alla ricerca di

nuovi valori costituiscono lo sofndo di riflessione di Durkheim.

Va in Germania, poi torna in Francia.

Nel 1887 viene chiamato ad insegnare pedagogia e scienza sociale a Bordeaux. Qui

trascorre 15 anni si attività intellettuale, ed pubblica molte suo importanti opere.

1893 appare la sua tesi di dottorato.

Fonda una rivista e apre una biblioteca.

In questi anni per la Francia è un periodo di nuova crisi, si riaccendono gli animi del

nazionalismo e Durkheim viene coinvolto per la sua origine ebrea, nonostante la sua laica

idea.

Si pone così il problema della religione.

1902 viene nominato a Parigi supplente della cattedra di filosofia, della quale diventerà

titolare dopo 4 anni (cattedra di sociologia della Sorbona).

Muore il figlio in guerra nel 1915, Durkheim viene sovrastato dal dolore, tanto da morire

nel 1917.

ANALISI DEGLI STUDI SUCCESSIVI A DURKHEIM

PRIMA PARTE

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LA SOCIOLOGIA DEL SUICIDIO DOPO DURKHEIM

DURKHEIM: LE SUE RADICI CULTURALI E LA SUA INFLUENZA

Con in romanticismo si estende in Europa interesse per il suicidio. Un delle opere più

importanti di medicina statistica, Maladies mentales di Jean Esquirol 1838 a Parigi apre

una serie di studi sul suicidio: l’uomo non attenta alla sua vita, se non quando è in delirio,

e i suicidi non sono altro che alienati, a insieme a Boismont si chiede se il suicidio sia solo

opera di insani. 7

Westcott analizza tre tipi di suicidi in stati mentali normali:

Dovuto a temperamento passionale o a collera

• Quando l’individuo di fronte a due alternative, scegli il suicidio come la meno odiosa

• Quello volontario dei militari o dei fanatici religiosi

Nel XIX secolo, le ricerche sul suicidio si biforcano verso due orientamenti: uno

psicologico, basato sullo studio dei vari casi, e uno sociologico, che si rifà alle statistiche

ufficiali nelle varie regioni. Ogni metodo sempre con i suoi pro e contro.

Molte intuizioni attribuite a Durkheim non sono altro che elaborazioni di studi precedenti,

così come lui ha influenzato la sociologia del suicidio del XX secolo. “Manipolando” le

statistiche è riuscito a dimostrare la sua tesi, secondo Maxwell Atkinsons, è riuscito a dare

l’impressione di un alto grado di oggettività scientifica della sua ricerca. Sempre secondo

Antkinsons sono tre i temi principali ispirati dal pensiero di Durkheim:

Positivismo (fenomeni sociali come fatti e sul modo in cui andrebbero studiati)

• Sociologismo (ricerca delle cause che spiegano il comportamento di individui con priorità

• sociale piuttosto che psicologica.

Funzionalismo (sulla fisionomia delle società sono da ricercare le cause)

Varie critiche sono state mosse a Durkheim, su vari piani come la ristrettezza dei casi

analizzati (200-300 per milione) e il definire i tipi sociali partendo dalla correlazione fra i

dati.

UCCIDERE = UCCIDERSI: NOTE SULLA PSICOANALISI DEL SUICIDIO

La psicoanalisi spiega il suicidio analizzando i casi di depressione (sia nevrotica che

psichica). Freud spiega che le pulsioni ad uccidere l’altro suscitano nel soggetto un senso

di colpa che trasforma il potenziale omicida in un suicida. La psichiatria contemporanea

è concorde nel dire che ci si uccide contro qualcuno.

Carl Gustav Jung vedeva in suicidio come una forza di rinascita, lo ipotizza come tentativo

di ritorno ad un qualche stato inorganico originario.

Alfred Adler nel 1958 descrive il suicida come qualcuno che facendo male a se stesso

vuole fare del male agli altri.

L’italiano Franco Fornari (1970) sintetizza lo stato d’animo del suicida come uno stato in

cui sul piano cosciente vuole negare il proprio rapporto con il mondo, ma nell’inconscio lo

cerca disperatamente.

Per Gregory Zilboorg il suicidio ha un carattere mistico volto a contrastare le forze esterne

che rendono la vita impossibile.

Erich Fromm afferma che il dilemma per cui combatte l’uomo è dato dal fatto che da un

lato vuole l’indipendenza, dall’altro ha bisogno di freni e limitazioni.

Charles William Wahl, come Bender e Schilder vede il suicidio come un supremo atto di

ostilità verso il mondo.

Ludwing Binswanger afferma che il suicidio si ha in individui che sentono precluso ogni

futuro, così che questo atto diventa il solo modo per affermare la loro identità.

Kelly concepisce l’uomo come essere razionale e così il suicidio un atto conscio.

Appelbaum sostiene che il suicida vede il passato come un tempo in cui le cose andavano

meglio e nel futuro andranno sempre peggio.

Herbert Hendin studiando alcuni casi clinici stabilisce che la depressione presente in

alcuni individui suicidi non è sufficiente a spiegare il loro atto, infatti alcuni pazienti

altrettanto depressi non si uccidono. 8

LE RICERCHE DEGLI ECOLOGI DEL SUICIDIO: DALLA SCUOLA DI CHICAGO A

OGGI

Tra gli anni ‘20 e ’30 i sociologi di Chicago, svilupparono studi ecologici basati sulle

statistiche ufficiali. Si rendono indipendenti dall’analisi di Durkheim.

Analizzano le statistiche di diversi quartieri della città e mostrano un’incidenza dei suicidi

che varia a seconda dell’area, delle caratteristiche sociali.

GLI STUDI ANTROPOLOGICI SULLE SOCIETÀ TECNOLOGICAMENTE SEMPLICI

Mentre Durkheim scriveva il Suicidio gli antropologi studiavano la vita nelle società non

capitalistiche, e capirono come il suicidio appare diverso in ogni società. Purtroppo non è

stata possibile una vera catalogazione e comparazione dei dati di queste società con

quelle del mondo occidentale, si possono osservare però suicidi altruistici (quasi assente

nella nostra società), a volte quello anomico e egoistico. A volte però ci si trova davanti

suicidi incomprensibili per la nostra mentalità.

Per esempio per gli Eschimesi il suicidio non è un atto ritualizzato e non viene

• privilegiato in nessun modo, le cause sono addotte alla malattia, alla sofferenza, o al

senso di inutilità. Spesso gli uomini forti si uccidono per non accettare il loro declino, il

caso più comune è però quello degli anziani, che si uccidono con un consenso generale

per non gravare sui familiari. Così è nata la credenza che l’anima del morto suicida vada

a finire nel migliore dei mondi ultraterreni.

In Africa invece ci si trova davanti un tipo di suicidio piuttosto frequente: quello

• vendicativo o “sansonico” (da Sansone della Bibbia).

Nella popolazione dei Gisu viene riscontrato il suicidio anomico, dove non è approvato e

• non è ritenuto un gesto nobile, ma viene considerato contagioso. La causa principale del

suicidio è l’eccesso di preoccupazioni, che lo fa scegliere tra vita e morte (incapacità di

avere figli, la lite con qualche congiunto e la morte di una persona cara).

Per la comunità Tikopia si scopre un diverso tipo di suicidio, basato sul fatalismo: per

• questa popolazione, suicidarsi significa anticipare la morte, di cui generalmente non si

ha paura. C’è quindi l’impiccagione per adulti e anziani, l’annegamento in mare per le

giovani donne, portate con una canoa (forau) da un giovane maschio. Sono comunque

favorevoli al suicidio.

LA SOCIOLOGIA DURKHEIMIANA

Halbwachs discepolo di Durkheim, si differenzia da lui perchè crede che i fattori religiosi,

• politici e familiari non possano essere isolati e valutarne l’influenza sulle variazioni dei

tassi dei suicidi, ma devono rientrare nell’ambito sociale. Seguendo Durkheim invece

afferma che l’isolamento è la principale causa del suicidio. Da anche molta più

importanza al mezzo del suicidio

Henry e Short tentano di introdurre la “frustrazione” nel modello di Durkheim, partendo

• dalle ipotesi che il suicidio è una forma aggressiva e l’aggressività deriva dalla

frustrazione, per cui il tasso di suicidi aumenta con la frustrazione. Si ammette poi che

negli Usa la massima frustrazione si ha nella depressione economica, si possono

spiegare molti dei suicidi delle parte più debole della popolazione. SI arriva alla

conclusione che la frustrazione deriva dalla delusione delle aspettative.

Gibbs e Martin si attengono, come Durkheim, all’impostazione sociologica del problema,

• tralasciando le variabili extrasociali. Si concentrano quindi sul problema dell’integrazione

sociale 9

CRITICHE E RISERVE SULLE FONTI UFFICIALI

Molti studiosi, affrontano in maniera critica, la validità e l’accuratezza delle fonti ufficiali da

cui partono le ricerche tradizionali, e cercano di verificare, generalmente in campi diversi

da quello sociologico, altre ipotesi alternative.

SECONDA PARTE

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ALCUNE PROBLEMATICHE E NUOVI DATI SUL SUICIDIO

NEL MONDO

GLI AVVERTIMENTI E I MESSAGGI LASCIATI DAI SUICIDI

Uno dei mezzi di indagine per scoprire le cause dei suicidi consiste nella lettura dei

messaggi lasciati dai suicidi. Brierre di Boismont 1856, aveva osservato che tra 4595

casi di suicidio da lui esaminati, in ben 1328 eranos tati rinvenuti messaggi scirtti, di cui

1052 da uomini e 276 da donne. Studi recenti di Capstick Galles hanno rilevato che il 15%

dei soggetti prima di uccidersi lasciano un messaggio. Poi diversi studi hanno dato diversi

dati su chi lascia o non lascia messaggi, tuttavia non solo gli psicologi nell’analisi di casi

individuali, si servono dell’analisi dei messaggi, ma anche alcuni sociologi, i quali

rimproverano Durkheim di non aver affrontato uno studio individuale dei casi di suicidio,

per trovarne il comune denominatore.

Se circa il 70 di coloro che ha deciso di suicidarsi ha avvisato le proprie intenzione, il 40 di

essi lo ha fatto in modo verbale (Robins); analizzando 112 messaggi lasciati nell’area di

Los Angeles, si possono dividere in 6 categorie a differenza di contenuto, ma tutti

presentano carattere coerente e razionale, ma l’obiezione a queste ricerche sta nel fatto

che le motivazioni del suicidio sono consce e inconsce, per questo i messaggi possono

rivelare solo parte della causa del suicidio.

LA SCELTA DEI MEZZI: SUICIDIO O TENTATO SUICIDIO?

La scelta dei mezzi è condizionata da fattori diversi: la possibilità del mezzo, il grado di

intenzionalità, conscia e inconscia, di morire, l’intervento dei fattori limitativi, e l’immagine

collettiva che la società ha dei diversi mezzi. Per esempio in tempo di crisi aumentano i

suicidi spettacolari, pur essendo l’impiccagione e l’arma da fuoco i metodi più adottati, in

Inghilterra pochissimi si servono di tali mezzi, perchè serve la lincenza per l’arma da fuoco

e l’impiccagione è considerata spregevole in quanto condanna di morte. In America dove

la pistola è ammessa, il mezzo più frequente è questo, poi sale l’avvelenamento, a scapito

dell’impiccagione. Infatti la diminuzione delle morti per suicidio può essere dovuta al

crescere dell’avvelenamento come metodo più usato perchè più curabile e meno fatale.

In confine tra suicidi e tentati suicidi si confonde, infatti se il suicidio portato al termine può

essere facilmente occultato ai rilievi ufficiali, in tentato suicidio è ancora meno

controllabile. Dalle ricerche di Stegel emerge che non vi è differenza tra un’opera compiuta

e una fallita; tra chi ci è riuscito, il 40% ha già provato altre volte, e vari studi dimostrano

che solo una piccola parte di coloro che hanno tentato il suicidio più tardi si uccide: il

periodo critico pare essere nei 4 anni successivi. 10

Per Giddens il tentato suicidio va ben distinto dal suicidio avvenuto, non può considerarsi

un semplice tentativo fallito, infatti riprendendosi a Durkheim parla di questi suicidi falliti

come suicidi egoistici, l’individuo qui non ha desiderio di morire, ci sono mezzi con cui la

morte è inevitabile, altri con cui la morte è probabile, ed è con quest’ultimi che vengono

progettati i suicidi di questo genere (tentati suicidi).

IL SUICIDIO: UNA QUESTIONE SOLO MASCHILE?

Durkheim tende spesso a considerare il suicidio una questione solo maschile, ma ora

sapendo che anche le donne hanno la stessa tendenza all’autodistruzione, anche se più

limitatamente occorre per Kathryn K. Johnson esaminare altri tipi di suicidi trascurati da

Durkheim: così da più importanza al suicidio altruistico, caratteristico di una donna che si

sente frustrata dal suo ruolo , assorbendosi completamente nella famiglia, e si intrappola

in essa. Non sempre il suicidio viene portato a termine, causa dell’insicurezza della

spersonalizzazione. Per le donne giapponesi i problemi familiari sono una grande

movente, oppure la depressione da casalinga.

Tra suicidio e tentato suicidio, nella distinzione maschile femminile, sono le donne con il

maggior numero di tentati suicidi rispetto i maschi (7 a 3). Perchè? I biologi analizzano le

situazioni del ciclo, gravidanza, ormoni, ecc... I sociologi analizzano invece le cause

sociali: come la maggior fede religiosa, minor coinvolgimento nell’economia, altri ricercano

le cause nell’aggressività repressa, ai mezzi meno efficaci (ma non è sempre così), ecc...

ALTRE PREMESSE AI DATI

Il suicidio nelle città industrializzate e nelle città

Il secolo scorso i paesi più industrializzati avevano un tasso di suicidio più alto, ma non si

può stabilire un rapporto tra suicidio e industrializzazione (per esempio l’Ungheria è meno

industrializzata degli Stati Uniti, ma ha un tasso più alto). Possiamo attribuire i dati al fatto

che la vita sia più lunga, e gli anziani hanno tasso di suicidio maggiore.

Nel nostro secolo questa differenza si è assottigliata molto

Suicidi nelle crisi e nelle guerre

Durkheim aveva spiegato l’aumento dei suicidi nelle depressioni economiche, perchè

portano allo squilibrio sociale e all’anomia.

Henry e Short dicevano che la tendenza al suicidio aumenta nell’apice di benessere

economico che precede il crollo, Kruijt risponde escludendo ogni idea di anticipazione del

suicidio, i fenomeni che contribuiscono di più per lui sono disoccupazione, miseria e

disperazione.

Il decremento dei suicidi nei periodi di guerra veine diversamente interpretato: Durkheim lo

attribuisce alla integrazione sociale propria della guerra. Halbwachs pensa sia dovuto a

una minore complessità della vita durante i conflitti, altri lo mettono in relazione alla

scarsità di alcolici, altri per l’aumento dei casi di morte per altre cause. Kruijt verifica

l’ipotesi di Durkheim mostrando che la guerra influisce sul suicidio a seconda della

posizione sociale, quelli più direttamente coinvolti nella guerra si uccidono di meno, vista

la rintegrazione sociale.

Il sucidio per categorie socio-professionali

Sono le classi ricche ad uccidersi di più diceva Durkheim, perchè i ricchi non sono inseriti

socialmente con una professione. Nel secolo scorzo erano i due opposti della scala

sociale ad essere colpiti. Oggi la situazione è cambiata: i quadri superiori sono meno

inclini al suicidio. 11

L’età dei suicidi

Quètelet aveva già notato un aumento dei suicidi con l’aumento dell’età, e Durkheim lo

aveva confermato, così anche Chesnais. Però questi non avevano analizzato altri Stati

come fece Kruijt (Scandinavia e Gran Bretagna), dove vide una regressione della

tendenza al suicidio nella vecchiaia. Questo cerca così di dare delle risposte, e scopre che

questa regressione è più frequente nei paesi industrializzati e urbanizzati. Perchè nella

vecchiaia avviene “l’abbandono” dei figli per costruirsi una propria vita, l’anziano resta

solo, e può reagire in modi diversi.

Lo stato civile

Sullo stato civile i dati di Durkheim e di Kruijt sono uguali, sono diversi quelli di Chesnais

che vede i vedovi più tendenti al suicidio rispetto i celibi, seguono poi i divorziati, e poi gli

sposati. Se è vero come dice Kurkheim che l’aumento dei figli preserva maggiormente il

suicidio, il calo della fecondità e l’invecchiamento demografico costituirebbe una dei fattori

correlati al rialzo dei tassi di suicidio.

La religione

Viene confermato dagli ultimi dati il ruolo della religione nel suicidio di Durkheim. Nei

suicidi sono meno coinvolti nella vita religiosa, indipendentemente dalla religione.

Le origini etniche

Chesnais prendendo in considerazione la teoria di Morselli, ne verifica l’autenticità,

affermando che per determinare la predisposizione al suicidio di un individuo è necessario

guardare alle sue origini etniche, in quel tempo infatti a New York la popolazione bianca si

suicidava 15 volte di più di quella nera. E’ comunque difficile stabilire l’influenza del

suicidio su questo parametro.

Il suicidio in prigione

Chesnais nota che il rapporto tra uomini liberi e in prigione, in rapporto di tendenza al

suicidio è 1 a 4. Un carcerato, di meno di 21 anni, si uccide 20 volte di più dei suoi

coetanei liberi, il tentato suicidio invece ne avvengono 15 ogni 1000 detenuti.

Suicidio e omicidio

(Pokorny) I caratteri suicidio e omicidio appaiono diversi sotto tutti gli aspetti, eccetto per il

fatto di essere più frequenti negli uomini che nelle donne. L’omicidio avviene in ambienti

diversi da quello di casa. Il culmine dei suicidi si registra intorno ai 50 anni, invece per gli

omicidi o tentati suicidi attorno i 30 anni. I tassi di suicidio sono quasi ovunque più elevati

degli omicidi, tranne che per gli Stati Uniti che presentano per entrambi i casi un alto

tasso. Viene dunque smentito Durkheim.

I DATI SUL SUICIDIO

La situazione mondiale

Sebbene non sia possibile fare un raffronto numerico tra i tassi di suicidio del 1962 e quelli

successivi (perchè i primi non si riferiscono all’intera popolazione), si può comunque

notare un calo del tasso, dagli anni 70 c’è una crescita che continua tutt’ora. Al primo

posto oggi c’è l’Ungheria con 5000 suicidi i 60000 tentativi falliti, seguita da Danimarca e

Austria.

Il suicidio in Italia

In generale nei paesi meridionali il suicidio è meno frequente e tende a diminuire dalle due

guerre, ma dagli anni 80 c’è un aumento, che conferma l’Italia al terzultimo posto della

graduatoria europea, seguita da Spagna e Grecia. Decresce anche il numero degli

omicidi. Oggi son quelli dell’arco alpino a suicidarsi di più, al primo posto c’è la valle

d’Aosta. La Lomabardia è nettamente inferiore all’Umbria, anche se più urbana. Oggi in

Italia, contrariamente al passato succede più nella campagne che nelle città. 12

Per quel che riguarda le fascie d’età dal 1974 al 1984 c’è stato un aumento tra i giovani,

poi un periodo di ancora brusca ascesa, la situazione si è stabilizzata. I ragazzi inferiori ai

17 anni è scesa, mentre fluttuante resta l’altra fascia di giovani.

Per quel che riguarda il sesso invece, dal 1984 si sono uccise 891 donne e 2090 uomini, e

la metà delle donne erano casalinghe.

Le cause per le donne sono additate a malattie psichiche e fisiche, poi motivi affettivi; per

gli uomini l’ordine delle cause è lo stesso di quello delle donne.

Le categorie socio-profossionali giocano un ruolo decisivo per pensionati e casalinghe,

analfabeti e possessori di sola licenza elementare.

I mezzi più usati variano a seconda del sesso e del “tentato suicidio” o riuscito: le donne

uccise hanno scelto la precipitazione, l’impiccagione, l’annegamento e l’avvelenamento; i

tentativi falliti sempre femminili invece avvelenamento, seguito a grande distanza dalla

precipitazione, armi da taglio. Per gli uomini uccisi si registra l’ipiccagione, le armi da

fuoco, e la precipitazione; per i tenti suicidi invece l’avvelenamento, armi da taglio rispetto

la precipitazione.

Il suicidio in Inghilterra

Ha un tasso di suicidi inspiegabilmente basso, neanche le crisi la smuovono. Viene

interessata solo dal suicidio giovanile, tra studenti universitari, chiaramente che varia da

università a università, qui si può parlare quindi di mancata integrazione sociale

(isolamento dalla famiglia, da casa, ecc...)

Suicidio in Canada

E’ maggiore il numero di suicidi dei giovani rispetto gli anziani, si parla di giovani tra 15 e

19 anni. I francofoni si uccidono 3 volte di più degli anglofoni.

Suicidio giovanile negli Stati Uniti

Ora è sceso dalle due guerre il tasso dei suicidi, la crisi del 76-79 ha portato un aumento

molto contenuto. Per quello che riguarda il suicidio giovanile detiene invece il triste

primato. L’apice del suicidio si ha tra i 18 e 20 anni e su 5 giovani che si uccidono, 1 è

ragazza, si uccidono molto di più studenti e lavoratori, di ceto medio alto, e i bianchi.

L’80% dei suicidi manda segnali prima dell’atto, ma nessuno se ne accorge.

Il suicidio in giappone

Dalla seconda guerra mondiale c’è un accrescimento dei suicidi, colpite sono di più le

donne, e i giovani. E’ applicabile il concetto di Durkheim di suicidio anomico: assenza di

religione, di asperitazioni individuali, la paura del potere, la forte dipendenza dal gruppo,

educaizone basata sull’autoritarismo che crea insicurezza, il vivere in continua

competizione, ecc... 13

IL SUICIDIO

INTRODUZIONE

Siccome il termine suicidio viene molto usato, si potrebbe pensare che usa un termine

molto conosciuto, ma è necessario invece studiarlo a fondo, perchè può capitare che una

serie di voci disparate vengano riunite sotto la stessa parola in modo improprio. Solo

facendo molti confronti è infatti possibile giungere ad una spiegazione.

Primo compito p determinare l’ordine dei fatti da studiare sotto il nome di suicidi,

cercheremo tra i tipi di morte e le compareremo, se si troveranno elementi comuni

potremmo raggrupparli sotto un unico nome, perchè presentano tratti distintivi, senza

preoccuparci se la classe formata da noi non comprende tutti i casi che di solito vengono

inseriti nel parlar comune, perchè importa di costituire una categoria di casi che sia

fondata obiettivamente. In questo caso prenderemo le morti in cui l’autore è il morto

stesso, non ci preoccupiamo dell’atto. Arriviamo a questa formula: si chiama suicidio

ogni morte che risulti mediatamente o immediatamente da un atto positivo o

negativo compiuto dalla vittima stessa. Ma la definizione è incompleta, perchè non fa

distinzione tra due tipi di morte molto diversi (magari accidentalmente, da uno cosciente).

Diventa difficile definirlo: quali cause, quali casi, quali modalità, possono stare in questa

categoria. Certamente nell’accezione comune il suicidio è l’atto di disperazione, di un

uomo, che non ci tiene più a vivere. Ma poichè si è ancora attaccati alla vita nel momento

in cui la si lascia, non si rinuncia ad abbandonarla. Ciò che è comune a questa rinuncia è

che l’atto che la consacra avviene con cognizione di causa; la vittima sa ciò che deriverà

da questo suo atto, qualunque sia la ragione che la spinta ad agire. Diremo in definitiva:

si chiama suicidio ogni caso di morte che risulti direttamente o indirettamente da un

atto positivo o negativo, compito dalla vittima stessa consapevole di produrre

questo risultato. Il tentativo di suicidio è lo stesso atto, ma fermato prima che ne

risulti la morte. Escludiamo così il suicidio animale.

Ma messo così, interessa al sociologo? Dato che è un atto che incide solo sull’individuo

stesso, dove gli unici fattori sono individuali e quindi psicologici? Detta così, no. Ma da

cosa dipende il suicidio davvero? Non dipende forse dal suo temperamento, dagli

avvenimenti della sua vita privata che di solito si spiega la soluzione? Certo è vero, ma noi

li considereremo sotto un altro aspetto, ovvero invece di esaminarli uno ad uno li

esamineremo tutti insieme, in un determinato contesto sociale e tempo, e vedremo così un

fatto nuovo e particolare. Si vedrà come al cambiare della società e delle situazioni

economiche questo studio, presenti grandi mutamente nella storia, è importante anche

notare che questi non si misurano con una lentezza particolare, anzi tendono ad essere

abbastanza improvvisi e bruschi.

Il fenomeno che vogliamo spiegare non può che essere attribuito a cause extra-sociali di

grande generalità o a cause propriamente sociali. Vedremo l’influenza delle prime e

vedremo che essa è nulla o limitata; determineremo la natura delle cause sociali, il modo

in cui producono il loro effetti e le loro relazioni con gli stati individuali che accompagnano

vari tipi di suicidi; e saremo in grado di precisare l’elemento sociale del suicidio. 14


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VCaterina23 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Stauder Paolo.

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