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La sociologia generale di Émile Durkheim

Introduzione a Émile Durkheim

Émile Durkheim (1859-1917) pur criticando spesso Comte e Spencer, prenderà dal primo il moralismo e dal secondo i concetti di evoluzione storica e solidarietà organica. Definirà il concetto di anomia. Sarà influenzato da Bergson e Sorel, cercando di legittimare il primato della società sull’individuo.

Durkheim privilegia il sociale, il quale ha origine nelle vicende individuali, ma poi acquista delle proprie leggi a un livello superiore. L’individuo infatti entra nella società non spontaneamente, ma violando la sua natura, così si produce un disagio, il disagio della società. Ma lo scopo di Durkheim è di dimostrare la necessità di questa coercizione, legittimarla. Perché l’uomo senza la società tenderebbe all’annullamento e alla disgregazione. Teniamo presente che l’uomo che Durkheim descrive è un “uomo duplex”, contraddittorio, che si muove tra la sua natura e quella sociale.

Durkheim crede che la società possa rendere i comportamenti umani migliori, purché la società intervenga attivamente. La società può porre l’uomo a un piano più elevato, ma l’uomo deve valutare questa forza estranea come un fatto costruttivo perché lo introduce a una morale superiore.

La divisione sociale del lavoro

A questo punto la domanda cruciale di Durkheim è la seguente: il nostro dovere è di cercare di divenire un essere compiuto e completo, un tutto che è sufficiente a se stesso o, invece, al contrario, non essere che la parte di un tutto, l’organo di un organismo? In una parola, la divisione del lavoro, nello stesso tempo che essa è una legge della natura, è essa anche una regola morale della condotta umana?

Per Durkheim, la divisione sociale del lavoro non è la divisione tecnica del lavoro, ma è la divisione sociale, la divisione in classi con funzioni specifiche in collaborazione tra loro. In questa visione il singolo non può essere autonomo, perché ognuno è specializzato in qualcosa e ha bisogno per forza di avere in cambio quelle degli altri offrendo la sua. Si rende anche conto che questo contratto è difficile, e che la corrispondenza non è perfetta, non c’è per forza armonia. Così, se questi non si bilanciano da soli, è necessario l’intervento di forze esterne; questa pressione è violenza, e questa è esercitata dalla società.

Ma la base di questi “contratti” deve essere data dall’uguaglianza delle opportunità di partenza, cosicché poi i vari quadri sociali saranno definiti solo dalle proprie facoltà, quindi le ineguaglianze sociali si creano solo per le ineguaglianze naturali.

Il fondare il primato della società sulla divisione del lavoro sociale ha una lunga spiegazione: le antiche società erano omogenee, basate sul lavoro segmentario in cui ognuno operava in maniera relativamente indipendente, e la società era possibile perché fondata su religiosità di gruppo. Ma per la società moderna è differente, in essa infatti prevale la religiosità individuale. Così Durkheim pensa a una codificazione della divisione sociale del lavoro, ma sottraendola al pericolo dell’individualismo. La divisione non deve infatti essere solo di natura tecnica, ma basarsi su una morale collettiva, e nonostante le varie specializzazioni è necessaria una fitta attività collaborativa. L’estrema divisione può portare alla massima unione.

Questo asserto è criticato da Pizzorno, perché afferma che la solidarietà può verificarsi solo all’interno delle varie classi, ovvero tra uguali.

La folle corsa e l'anomia

Durkheim vuole legittimare la società attuale (Terza Repubblica francese), cerca di dimostrare che la divisione del lavoro aumenta la solidarietà, la quale diventa il fine morale della società. Dice Durkheim che in ognuno di noi ciò che esprime la società, è identica estesa e potente, la parte dei nostri affari personali è limitata e senza forza; per acquistare nuova forza nascono nuove istituzioni: le professioni, le corporazioni (ma non più quelle medievali, ma costruite su basi nuove).

Ma Durkheim si rende conto che questa dinamica sociale nel mondo moderno sta provocando una “folle corsa” legata solo all’espansione del mercato. Ma per lui il fine ultimo dovrebbe essere il godimento collettivo, i fini dovrebbero essere quelli sociali. Alla società è quindi data la facoltà di moderatore, per limitare le passioni infinite a cui l’uomo desidera accedere, perché l’uomo solo alla società riesce a sottostare.

Ma qual è la prospettiva offerta? Chi stabilisce questi livelli? Secondo Durkheim esiste uno oscuro senso che definisce i livelli da raggiungere e i “compensi” per ogni classe, c’è quindi una maniera di vivere come limite massimo che si possa raggiungere per migliorare la propria esistenza, ma anche un limite minimo dove difficilmente si tollera che uno scenda.

Il concetto di anomia è espresso così: lo stato di non regolamento o di “anomia” si rafforza, dunque, perché le passioni sono meno disciplinate proprio quando sono più bisognose di una forte disciplina. Proprio la coercizione, l’anima collettiva e la moralità potranno contrastare le anomie, cioè l’assenza di regole sociali in individui o gruppi.

Valutando la crisi della attuale società Durkheim denuncia un’anomia nel mondo del commercio e dell’industria, dato che il produttore ha come cliente il mondo intero, come può far circoscrivere le passioni come nel passato? Inizia per l’industria un inutile inseguimento senza fine. Durkheim affida il problema della regolamentazione alle corporazioni.

Un fatto sociale è ogni modo, più o meno definito, dell’agire, suscettibile di costringere socialmente l’individuo, ma non è come molti pensano un comando, un’imposizione, ma si parla di ciò che l’individuo riceve quali l’educazione, le leggi, i modi di agire, ecc... I fatti sociali sono cose, di cui anche se voglio liberarmene è impossibile che prima non si lotti con esse. Così, ci dice Durkheim, la causa dei fatti sociali non va cercata nelle coscienze individuali, ma tra i fatti sociali antecedenti.

Parlando dell’educazione afferma che se la norma morale è opera collettiva, la riceviamo più di quanto non la facciamo. L’atteggiamento è più passivo che attivo, più che agire siamo agiti. Questa matrice viene da Marx (l’uomo non lavora, ma è lavorato).

La teoria del suicidio

Il concetto di anomia è sicuramente uno dei punti del pensiero più rilevanti approfonditi della teoria del suicidio. Esistono dei tipi principali di suicidio:

  • Suicidio maniacale, dovuto ad allucinazione delirante.
  • Suicidio melanconico, dovuto ad estrema depressione.
  • Suicidio ossessivo, legato all’idea fissa della morte.
  • Suicidio impulsivo, dovuto a un momento particolarmente drammatico.

Durkheim rileva che il suicidio è più diffuso nelle città che nelle campagne, che gli uomini in media si suicidano in medio quattro volte di più delle donne, gli anziani più dei giovani, la follia è assai più frequente negli ebrei, che però non arrivano al suicidio, è frequente invece tra cattolici, e ancora di più tra protestanti, dove c’è meno follia ci sono più suicidi, questo inoltre crea più vittime tra le classi agiate e meno nelle classi più povere. Analizza poi in quali stati climatici e ambientali avviene più frequentemente quest’atto.

La conclusione di Durkheim è che l’andamento dei suicidi dipende essenzialmente da condizioni sociali. Riguardo i suicidi in base alla religione nota che gli ebrei sono molto compatti, i cattolici solidali, e i protestanti molto individuali e i suicidi avvengono meno nei primi, un po’ più nei secondi e molto nei terzi.

Ma soprattutto passa alla classificazione dei suicidi attraverso tre modalità sociali, da cui derivano tre tipi di suicidi:

  • Suicidio egoistico
  • Suicidio altruistico
  • Suicidio anomico

E secondo dei dati “il suicidio varia in ragione inversa al grado di integrazione della società domestica” e “varia anche in ragione inversa al grado di integrazione della società politica”. Giunge quindi a questa legge sociologica generale: il suicidio varia in ragione inversa al grado di integrazione dei gruppi sociali di cui fa parte l’individuo. In questo modo spiega il suicidio egoistico, per smisurata individualizzazione. Questo tipo di suicidio può essere evitato solo con l’integrazione sociale.

Invece il suicidio altruistico nasce da ragioni opposte: ovvero dalla troppa integrazione, che rende l’individuo perfettamente intercambiabile e depersonalizzato, quindi chi si uccide crede di togliere un peso agli altri, come vecchi o persone povere, o dopo morte di figli o coniugi, morti di gloria ecc...

Il suicidio anomico è ancora più complesso perché deriva dagli squilibri sociali (e mentali). Si hanno suicidi nei momenti di crisi economica, per le carriere, anche nei momenti contrari, ovvero nei momenti di rapida espansione, di boom ecc...

Durkheim riflette ora sulla famiglia e sul matrimonio, constatando che in generali si suicidano più uomini che donne, mentre nel matrimonio gli uomini si suicidano di meno, mentre gli scapoli hanno un tasso di suicidio nettamente superiore; con il divorzio ancora il primato è maschile. Forse la donna vede nel matrimonio maggiore repressione e nel divorzio una liberazione, l’uomo è avvantaggiato dalla stabilità, la donna è svantaggiata nella libertà. Si nota anche che mentre in generale il matrimonio avvantaggia la donna, da questa prospettiva il vantaggio è per l’uomo. Se c’è quindi una ineguaglianza psicologica questa potrà essere risolta solo con una eguaglianza sociale.

Durkheim cerca di esaminare il rapporto tra omicidio e suicidio, e nota che dove è molto sviluppato l’omicidio è poco sviluppato il suicidio. Ma per specificare: quando il suicidio egoistico prevale, l’omicidio diminuisce, per quanto riguarda il suicidio altruistico, questo è indipendente dall’omicidio.

Ma il punto che turba Durkheim è che nella società attuale all’aumento della divisione del lavoro, aumenta il suicidio, ma come sempre egli dirotta, e giustifica dicendo che non vi è società conosciuta in cui sotto varie forme non si osservi una maggiore criminalità. Dobbiamo dire quindi che il delitto è necessario, che non può non esistere, è logico, è normale. Contrappone però il problema della necessità di repressione e di pene. Ma qual è il grado normale di suicidi? Può una società tollerarne il continuo aumento? Durkheim si limita a considerare il suicidio come tributo alla civiltà, una valvola di sfogo dell’anomia. E propone una società basata su corporazioni professionali in modo di stabilire una ferma moralità e nuova solidarietà per far diminuire tutti i casi di suicidio.

Il suicidio e la psicoanalisi

Ci precisa Monnerot: fin verso il 1930 un certo sociologo non poteva nominare il nome di Freud, per questo resta la dicotomia tra studio sociologico e psicoanalitico, eppure le considerazioni di Durkheim possono essere ritenute valide dalla verifica freudiana. Freud ritiene che il suicidio sia un omicidio mancato (che si avvicina a Durkheim), l’uomo rivolge a sé l’aggressività cumulata nei confronti degli altri, la psicoanalisi aggiunge che il suicidio di un depresso è un omicidio non effettuato. Perché per la psicoanalisi il suicidio non esiste, una negazione della morte. La morte è un mezzo per ottenere una vita di cui si è carenti.

C’è un episodio raccontato da Plutarco, di una serie di suicidi delle ragazze di Mileto, una epidemia incontrollabile, che si arrestò solo quando uno propose di esporre nudo il cadavere delle suicide. La psicoanalisi può chiarire questo caso: perché le ragazze si vergognavano immaginandosi esposte nude e dunque vive dopo la morte. Infatti chiarisce Fornari che il suicida sembra voler negare il suo rapporto con il mondo, ma nell’inconscio lo ricerca in modo disperato, cerca attenzioni, è consapevole che la sua vita non cesserà davvero con la sua morte.

Le verifiche moderne della teoria di Durkheim sul suicidio

Premettiamo che gli studi e le ricerche di Durkheim sono stati nel complesso confermati, ma nella specificità possono contenere degli errori, dati gli strumenti di ricerca del tempo. Nei paesi tecnologicamente sviluppati sono gli uomini ad uccidersi di più, più gli anziani dei giovani, i giovani hanno una percentuale maggiore di tentati suicidi. È smentita però l’affermazione per cui la miseria protegge dal suicidio.

Chiaramente dobbiamo capire che la società si è evoluta dai tempi di Durkheim, è quindi ingenuo confrontare i dati di oggi con quelli di Durkheim, per dargli torto o ragione. Chesnai offre una panoramica di molte forme di violenza che potrebbero essere divise in tre categorie: distruzione di altri (omicidio, tortura, pena di morte, violenza), autodistruzione di sé (suicidio, droghe, uso di mezzi mortali) e le due distruzioni contemporaneamente (terrorismo politico, le guerre). Notiamo che tutte queste forme derivano da qualcosa di sociale, non di naturale.

Soffermiamoci sulla distruzione di sé: il suicidio fu valutato come un atto eroico dalla classicità, colpa grave per il cristianesimo, gli illuministi rivendicarono il diritto sulla propria vita, nel 1810 è abolita in Francia la condanna del suicida, la chiesa medioevale e Dante effettuarono una forza dissuasiva nei confronti del suicidio, e nel mondo attuale, con la psicoanalisi, il suicidio dipende da un eccesso di solitudine, da una socializzazione distorta (da non saper reggere gli alti e bassi del ciclo economico, dall’illusoria speranza di una seconda vita...). In poche parole il suicidio è un capovolgimento del senso della vita e della morte. Il suicida vuole una seconda vita, ma l’uomo non ha una vita di ricambio.

Viene anche confermata la tesi di Durkheim secondo il quale i protestanti si suicidano di meno, e una maggiore solidarietà e aggregazione (anche in guerra) abbassa il tasso dei suicidi, invece non risulta spesso verificata l’ipotesi secondo la quale più omicidi = meno suicidi.

Analisi del suicidio su tre livelli

(contemporaneamente)

  • Livello sovrastrutturale: ideologie o religioni...
  • Livello strutturale: appartenenza a classi, pace e guerra, cicli economici...
  • Livello sottostrutturale: situazioni psichiche...

Prendiamo il caso delle ragazze di Mileto (epidemia di suicidio tra ragazze, fermata esponendo al pubblico il cadavere nudo di una delle ragazze), a livello sottostrutturale le giovani volevano avere un’altra vita; a livello strutturale si dovrebbe analizzare in quali particolari situazioni economiche e sociali si trovavano le ragazze; a livello sovrastrutturale quali erano le credenze religiose o ideologie politiche, e se ne esistevano a Mileto di specifiche. L’esaminazione di questi tre parametri darebbe molte spiegazioni in più sui singoli suicidi che sulle epidemie; non solo così si analizzerebbero i casi di suicidio, ma si potrebbero prevenire analizzando il contesto in cui questi accadono.

Parlando più in generale la presenza del suicidio indica sempre gravi disfunzionamenti sociali e individuali, che devono essere fronteggiati senza giustificazioni mistiche o romantiche. Il suicida aggredisce sé stesso, ma crea questo effetto anche su familiari, amici, e verso la società intera, allargando il senso di colpa e di morte, in varie cerchie di persone.

Suicidio, violenza, potere

Come può arrivare un uomo a suicidarsi?

  1. Il nostro codice genetico vieta a tutti gli esseri di uccidere nella propria specie, per non indebolirla, non c’è quindi differenza tra suicidio e omicidio in questo livello.
  2. Si riesce a uccidere nella propria specie, solo quando si considera un altro o sé stessi meno di un uomo, non uomo, diverso da un uomo, e quindi appartenente ad un'altra specie.
  3. Come hanno dimostrato Marx e Durkheim l’uomo è un essere sociale, l’uomo è i suoi rapporti nella sua specie.
  4. Quando un uomo perde i suoi rapporti sociali, perde la sua umanità. Quindi o si uccide o si annulla (morte civile).
  5. Se si uccide, il potenziale suicida, è già un “morto civile” prima di uccidersi.
  6. Il potenziale suicida si sente diverso dagli uomini, quindi un essere non-sociale, e quindi un non-uomo. Così ottiene la “licenza di uccidersi” come un essere che non appartiene alla propria specie, aggirando così il codice genetico.
  7. Il potenziale suicida, soffrendo per la propria “morte civile”, dà la colpa alla società, ai cittadini, insomma al gruppo che lo ha cancellato, di qui il suo desiderio di devastazione.
  8. Non potendo uccidere l’intera società, rivolge l’arma a sé stesso.
  9. Uccidendosi capovolgerà il senso di colpa, e la società si sentirà in colpa per la sua morte.
  10. Il suicida, vivendosi come se fosse già morto, entra in uno stato di “delirio di onnipotenza” vedendosi un uomo riconosciuto socialmente dopo la morte.
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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VCaterina23 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Stauder Paolo.
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