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Prima della creazione (P. Stauder)

L'infanzia

Il medico e psicanalista tedesco Groddeck affermava che l’infanzia è la fase più importante della vita dell’uomo, poiché in essa l’individuo è libero di essere se stesso, in un unico corpo assieme alla madre. L’ambiente è fatto della stessa sostanza della vita e coincide con il grembo materno, per poi prendere la forma della madre. Al suo interno il bambino segue un egoistico principio di piacere e non ha alcuna vocazione relazionale semplicemente perché non percepisce niente di esterno rispetto al corpo, dal quale, sostiene lo psicanalista inglese Guntrip, il bambino non ha ancora imparato ad astrarre la mente.

Durante l’infanzia, non esistono rapporti bambino-adulto o madre ambiente-società, poiché l’unica forma di comunicazione è quella epidermica tra madre e figlio. La madre, mettendo tra parentesi il suo ruolo sociale, incarna la consapevolezza della compiutezza della vita del figlio e la tutela da fattori estranei, riconoscendo il primato della vita sul sociale. La vita diventa, quindi, per il bambino, una condizione di beatitudine e sicurezza, al punto che durante la Seconda Guerra Mondiale, Anna Freud notò come i bambini, tra le braccia delle madri, erano insensibili ai bombardamenti.

La società

Il sentire totale del neonato che ascolta la voce della madre nel grembo materno senza attribuirgli un significato si trasforma in un ascolto particolare grazie all’ammaestramento percettivo sonoro-musicale che ciascuno di noi sperimenta in una specifica cultura di un gruppo sociale, in cui gli individui socializzati “si fanno” delle stesse sonorità. Ecco perché oggi la musica rappresenta una pratica sociale replicabile indipendente dall’umano.

La formazione dell’uomo adulto richiede, infatti, la rimozione del ricordo del benessere provato nell’ambiente materno, in quanto ostacolo dell’integrazione sociale. L’unità originaria deve essere spezzata dall’alterità, che pretende di sostituire l’ambiente materno attraverso l’attaccamento a figure secondarie come il gruppo, facendo promesse che si trasformeranno in dipendenze, in adattamento alle regole. Ma siccome l’attaccamento istintuale alla vita resta protetto nell’inconscio, mentre l’altra parte si lega a contenuti culturali e morali imposti all’agire umano, l’uomo diventa un essere duplice.

Quando la mente avrà il sopravvento, l’uomo rinuncerà alla propria specificità e dimenticherà la propria origine. Egli raggiungerà obiettivi che crede essere suoi, ma che in realtà appartengono alla società. Ciò accade perché la realtà costringe la vita a confrontarsi con altro da sé, a non dipendere più da sé stessa e dai suoi istinti (come avviene nell’animale, che, se posto fuori dall’ambiente, muore), bensì a ricercare il senso della propria esistenza in un amore per sé stessi e per l’altro condizionato da forme e contenuti provenienti dalla società, mediato dalle appartenenze.

Da ciò nascono i conflitti interiori, le angosce e i dubbi esistenziali, tanto che l’economista e statista britannico Bowlby attribuisce la causa della nevrosi proprio alla necessità di dover scegliere tra la dimenticanza e l’esclusione a vantaggio della vita. Alcune teorie antropologiche come quella di Parsons giustificano tale violenza affermando che l’uomo è già di per sé un essere generico, la cui natura è dotata di una sensitivitá e di plasticità che, data la carenza istintuale, costituisce il presupposto per l’inevitabile creazione di un soggetto sociale a immagine e somiglianza del modello sociale da cui dipende e quindi, per estensione, del mondo.

L’antropologia filosofica del tedesco Gehlen, ad esempio, sostiene che l’apertura dell’uomo verso il mondo sia inevitabile dal momento che l’essere umano non possiede un ambiente in cui vivere né istinti naturali sufficienti per provvedere a sé senza l’intervento di istituzioni esterne. Ma quando l’equilibrio interno viene abbandonato, gli istinti repressi, e la continuità dell’ambiente devoto ed autosufficiente di madre-figlio sfuma nella relazione individuo-società, la sfera culturale non riesce a costruire un nuovo ambiente in grado di realizzare i desideri umani prima automaticamente soddisfatti dal tempestivo intervento della madre a ripristinare le condizioni precedenti, né di proteggere ed alimentare la continuità che lega la vita a sé stessa.

In tale tentativo della società, Crespi individua l’abdicazione di Dio in favore della società nell’atto della creazione che, tuttavia, dà in questo modo spazio a ciò che non è Dio, ossia al male e alla sofferenza. Ciò accade perché l’uomo resta fuori dall’immediatezza dell’essere naturale, in quanto le cose assimilate non sono più realtà a sé stanti, ma oggetti di elaborazione concettuale: l’uomo stesso, quindi, riflette sulla propria condizione, guardandosi come se fosse un altro non ancora realizzato, fino a che l’appartenenza culturale (più importante dell’esistenza personale), avanzando i propri diritti ed essendo costruita su una struttura gerarchica, stabilisce il livello di dignità della persona.

Anche Durkheim, sociologo, antropologo e storico delle religioni francese, definirà la società come una personificazione degli dei, a loro volta ideali collettivi personificati, la cui esistenza dipende dai mutamenti interni alla comunità. L’uomo è quindi debitore verso la società che crea la sua mente, che, separandosi dal corpo, si pone domande su se stessa e sulle proprie origini, alle quali, tuttavia, la società non sa rispondere in quanto incapace di comprendere la vita.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Stauder Paolo.
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