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I conflitti attivi si manifestano in lotte o contese in rivendicazioni e proteste, tuttavia la LOTTA è una

manifestazione di potere e può essere generata da competizione o consistere in una guerra, e non in un

conflitto sociale. La lotta è un fenomeno : è un comportamento collettivo con una

MULTIDIMENSIONALE

durata temporale ed espressioni di sentimenti, rappresentazioni. Ci sono tre livelli di analisi per spiegare la

multidimensionalità:

A. Livello dell’organizzazione sociale, relativo ai sistemi economico, politico, sociale, intesi in senso

concreto (CONFLITTI ORGANIZZAZIONALI).

B. Livello del sistema politico, inteso in senso analitico (CONFLITTI POLITICI).

C. Livello del sistema culturale inteso in senso analitico (CONFLITTI CULTURALI).

Oltre questi tre livelli, vi sono i CONFLITTI INTRAINDIVIDUALI che assumono significato sociologico

solo se possono essere spiegati come espressioni di tensioni o conflitti tra istanze sociali contrapposte e

individualmente esperite. Il soggetto è come ostacolato nella determinazione del proprio comportamento, ciò

è dovuto ad un contrasto morale, psicologicamente esperito, tra valori, norme e vincoli sociali aventi diversa

natura e origine.

5.4.1 I conflitti organizzazionali

CONFLITTI ORGANIZZAZIONALI, sono caratterizzati dal fatto di essere limitati alla dimensione

I

organizzativa dei sistemi sociali in cui si sviluppano (famiglia, scuola, associazione). L’organizzazione è

costituita da regole di funzionamento e da regole di distribuzione delle risorse, tra cui le sanzioni sociali

positive (reddito, potere). L’ è un sistema di doveri più un sistema di diritti. Si hanno

ORGANIZZAZIONE

conflitti organizzazionali quando i soggetti di quel sistema portano a proprio vantaggio una o più regole di

funzionamento e/o distribuzione delle risorse.

Nei CONFLITTI ORGANIZZATIVI, è presupposta la piena identità tra ruolo e soggetto; è la

contraddizione logica e funzionale tra ruoli a generare conflitto. Un esempio (potenziale e attivo) è presente

tra operai di produzione e tecnici di manutenzione.

La differenza tra i due conflitti sta nel fatto che nel primo gli attori agiscono in base a interessi non definiti

solo sulle regole organizzative e utilizzano un potere estraneo a quello presente nel ruolo (es. mobilitazione

dei compagni, appoggio della popolazione). Alla base dei conflitti organizzazionali c’è sempre, più o meno

latente, un conflitto organizzativo. I conflitti organizzativi possono essere considerati il grado zero dei

conflitti organizzazionali. Questi ultimi possono riguardare:

a) la dotazione delle risorse e le condizioni ambientali e temporali di esercizio dei ruoli

b) il livello dei compensi

c) il grado di riconoscimento dell’identità di chi occupa posizioni ruolo (professionale, politica)

Tipici conflitti sono le e le (occupazione di università) che non

CONTROVERSIE LOTTE RIVENDICATIVE

mettono in discussione il sistema politico né i modelli culturali, ma l’organizzazione sociale. I soggetti

collettivi che si scontrano in questi conflitti, sono CATEGORIE SOCIALI e chi ne fa parte può essere

accomunato da tratti culturali ed essere legati da rapporti tali da costituire una collettività o un gruppo

sociale, portando ad avere opposizioni quali onesti vs politici corrotti; tartassati vs evasori. Alcuni conflitti si

confondono con le lotte tanto a cadere poi nel conflitto o nella competizione, dando origine a

COMPETITIVE

privazione relativa come nel caso della diversa retribuzione lavorativa tra donne e uomini. Infine, un altro

meccanismo sociale che può attivare la mobilitazione è ’ , cioè la percezione di

L INCONGRUENZA DI STATUS

possedere uno status internamente squilibrato a causa di una dotazione asimmetrica di potere, reddito,

prestigio.

5.4.2 I conflitti politici

CONFLITTI POLITICI si verificano quando si mettono in discussione la collocazione nella gerarchia di

I

autorità delle posizioni e il contenuto decisionale dei ruoli. Questi sono aspetti dell’organizzazione sociale

che si collocano a livello del sistema politico in quanto il conflitto investe le regole e i processi decisionali

(riferimento a gruppi, categorie sociali o collettività, non ai singoli). I conflitti politici possono riguardare:

A) il di cui dispongono le posizioni-ruolo nella struttura di

GRADO DI AUTONOMIA DECISIONALE

rapporti propria dell’ordinamento verticale di autorità e/o dell’assetto orizzontale delle funzioni

(professionali, politiche, amministrative).

B) il , formali e non, tramite i quali sono definite

LIVELLO DI CONTROLLO DEI PROCESSI DECISIONALI

le regole organizzative e i gradi di autonomia decisionale di cui dispongono gli individui per il fatto

di occupare determinate posizioni sociali.

C) le degli individui alle posizioni sociali.

REGOLE DI ACCESSO

Conflitti che coinvolgono le tre dimensioni sono ad es. relativi al rapporto tra media e politica, dove

l’influenza dei primi sull’opinione pubblica acuisce la contesa tra i sostenitori dell’indipendenza

dell’informazione e le forze politiche ed economico-finanziarie interessate a limitarla. Oggetto dei conflitti

politici è la e grazie a questa l’ che i soggetti possono

PARTECIPAZIONE AL SISTEMA POLITICO INFLUENZA

esercitare nel processo decisionale. Gli attori sono le collettività perché, per rivendicare la propria

partecipazione politica, la mobilitazione deve fare leva su una definizione dell’attore centrata su riferimenti

comunitari (ideologici, etno-lingusitici) tali da consentire l’appello ai valori del pluralismo, della

cittadinanza, della tolleranza.

POLITICA è il processo che permette l’ingresso “politico” di gruppi o collettività

La MOBILITAZIONE

con un’identità politica prima assente o non riconosciuta, e con una capacità d’azione superiore a quella di

cui disponevano in precedenza. E’ la stessa mobilitazione di gruppi o masse, portatrici di istanze politiche, a

costituire la forza che spinge verso la ridefinizione delle regole dell’attività collettiva.

Esempi sono la mobilitazione della classe operaia tramite lo sviluppo dei partiti socialisti e dei sindacati sul

finire del ‘900-1950; la mobilitazione di masse operaie dei movimenti di libertà nazionale nei paesi ex

coloniali africani. Questa è la mobilitazione politica dal basso. Contrapposta a questa vi è la mobilitazione

politica dall’alto ,che ha funzione di offrire sostegno alle pretese di legittimità del gruppo dirigente tramite

la creazione di un consenso che spesso resta apparente. La mobilitazione dal basso è preceduta e originata da

una mobilitazione sociale. In epoca contemporanea, la mobilitazione sociale si compie come passaggio dalla

campagna alla città.

La mobilitazione politica, associata o meno a quella sociale, implica sempre una degli

ROTTURA EQUILIBRI

, quindi un conflitto politico-sociale che, anche quando non sfocia in una violenza, deborda sempre

POLITICI

le regole del sistema. (es. l’abolizione dell’apartheid in Sud Africa e riconoscimento dei diritti civili e politici

alla popolazione nera). POLITICA si intende l’insieme delle azioni e dei rapporti politici più o meno

Per PARTECIPAZIONE

codificati e regolamentati in un sistema politico con i quali i diversi soggetti arrivano a esercitare influenza. I

diritti e i doveri scritti nella carta costituzionale sono insufficienti a garantire un’alta partecipazione dei

cittadini. L’indicatore più importante nei sistemi democratici è la PARTECIPAZIONE ELETTORALE. In

regimi autoritari l’alta partecipazione al voto non indica una reale partecipazione politica, ma un

comportamento coatto di massa (unanimismo, plebiscito).

La mobilitazione politica sta alla partecipazione come il processo sta alla struttura. Strutturalmente, da un

lato ci sono i sistemi democratici con alta partecipazione e bassa mobilitazione. Dall’altro ci sono i sistemi

autocratici (autoritario o totalitario), con elevata mobilitazione e bassa o nulla partecipazione, in cui sono

necessarie potenti dinamiche carismatiche, pratiche di controllo repressivo. In posizione intermedia, si

collocano sistemi come quello democratico-liberale, governati da un élite politica ed economica aperta, nei

quali l’equilibrio sociale e politico è mantenuto grazie alla compresenza di varie forma e livelli di

partecipazione e mobilitazione.

Spesso, lo scopo della mobilitazione e dei conflitti politici è la conquista o l’estensione di diritti alla

partecipazione politica. Si esprimono con raccolte di firme, formazioni di nuovi partiti. Si è in presenza di

mobilitazione politica quando tali manifestazioni sono molteplici e reiterate nel tempo, in modo da

coinvolgere più individui.

5.4.3 I conflitti culturali: i movimenti sociali

CONFLITTI CULTURALI sono i conflitti per il controllo degli orientamenti che sono alla base delle

forme e dei processi di controllo della varietà che una società produce. I contendenti, gli attori, vogliono

orientare in modo opposto l’intera produzione sociale, cioè la capacità della società di produrre se stessa. I

conflitti assumono un significato globale, coinvolgente l’intera società. Gli attori introducono un

cambiamento nei modelli culturali fondamentali della società in rapporto al suo ambiente interno e al suo

ambiente esterno (es. movimenti ecologisti). Caratteristica dei movimenti sociali è la non negoziabilità delle

loro istanze (questa è presente nelle azioni di difesa comunitaria), detta ,

NON NEGOZIABILITÀ OFFENSIVA

distinta dalla non negoziabilità difensiva della mobilitazione neocomunitaria.

MOVIMENTO SOCIALE è l’azione collettiva condotta oltre i confini definiti dalle regole proprie dei

sistemi politico e organizzazione, volta ad affermare valori non negoziabili, quali criteri capaci di orientare la

strutturazione dei rapporti sociali e dei modi della destinazione delle risorse collettive costitutive dei tipo dio

società in essere.

Rivoluzione e conflitto sono concetti opposti, contrariamente a ciò che pensavano i marxisti. Il conflitto

sociale presuppone sempre una possibilità strutturale e culturale di comunicazione tra i contendenti, mentre

la rivoluzione è prodotto della sua impossibilità (è una corda troppo tesa che si spezza). Nel conflitto c’è

un’apertura al sistema politico, c’è relazione tra democrazia e conflitto sociale. Quanto più le istituzioni sono

al servizio della democratizzazione della società, tanto più i conflitti si manifestano e possono essere risolti

per via legislativa o tramite negoziazioni. Essi vengono riconosciuti e regolati

(ISTITUZIONALIZZAZIONE DEL CONFLITTO). E’ anche per questa istituzionalizzazione che si

assiste allo sviluppo dei movimenti sociali. Da un lato il riconoscimento istituzionale delle opposizioni

politiche, favorisce la manifestazione dei conflitti; dall’altro l’istituzionalizzazione impedisce che i conflitti

restino latenti e favorisce l’emergere di nuove domande che il sistema politico non può controllare e che

danno vita a MOVIMENTI SOCIALI. Quando, invece, il sistema democratico è troppo rigido, i movimenti

sociali hanno difficoltà a formarsi e tendono ad adottare comportamenti più estremistici o a promuovere

azioni esemplari (nei ergimi autoritari, dissenso e terrorismo sono forme di protesta “obbligate”). Il conflitto

sociale dipende dall’apertura del campo d’azione, quindi non è vero che al crescere del dominio crescono la

spinta conflittuale e la capacità innovativa, anche se, nella realtà, dimostrano il contrario; il collettivo si

mobilita non perché vi è stata una riduzione del suo campo d’azione ma perché vi è stata un’apertura, es.: il

movimento femminista è nato perché le donne avevano cominciato ad estendere la loro partecipazione in

ambiti extrafamiliari, le donne protestavano perché essendo meno oppresse acquistavano una maggiore

capacità d’azione (cioè le disuguaglianze residue risultavano insopportabili). Altro esempio è l’ondata di

conflitti sindacali e di lotte nelle fabbriche che si spiega con lo sviluppo dei diritti sociali che abilitava i

lavoratori a rivendicare maggiori diritti. I movimenti della società industriale sono i MOVIMENTI DI

CLASSE, cioè azioni collettive espressione di un conflitto di classe, aventi origine nell’opposizione degli

interessi tra le due classi definite dal modo di produzione industriale; la posta in gioco è costituita dai modi

di organizzazione della produzione e partecipazione dei lavoratori. Nell’industrialismo classico, poiché la

fabbrica stava al centro dell’organizzazione sociale, la tensione del movimento operaio era quella di

cambiare la società cambiando i rapporti sociali nei luoghi della produzione. Dopo la seconda guerra

mondiale i movimenti che compaiono non sono più quelli di classe: l’attore è ora il cittadino e l’oggetto è la

rivendicazione dell’autonomia, la partecipazione dei soggetti e i fini della produzione sociale. È il caso delle

donne o degli ecologisti che si oppongono agli apparati pubblici e privati e alle élite. Per queste ragioni i

conflitti sono meno economici e più culturali.

5.5 Stato e governo. Forme di stato

La società nazionale costituisce il sistema sociale di maggiore ampiezza e lo Stato, il principale componente

del suo sistema politico. Nello stato confluiscono risorse ed azioni tese ad influenzare lo Stato stesso e, per

suo tramite, la società.

STATO Complesso apparato politico-amministrativo avente controllo pieno, esclusivo e virtualmente

indeterminato, in tutto il territorio nazionale, sull’applicazione delle norme e decisioni che esso stesso

elabora e delibera. Questo apparato è costituito da organi specializzati con funzioni legislativa, giudiziaria,

amministrativa.

GOVERNO IN SENSO CONCRETO Apparato ed élite politica formalmente preposti, per responsabilità e

potere, alla definizione delle politiche dello Stato e, quindi, dell’indirizzo politico impresso alla sua attività.

GOVERNO IN SENSO ANALITICO Designa il processo politico che, entro uno specifico sistema

sociale, determina le politiche riguardanti l’intera collettività, ovvero la popolazione oggetto del sistema

politico.

Queste distinzioni concettuali consentono di fare delle osservazioni:

1. Sono esistite ed esistono società senza Stato e senza apparato di governo. Non ci sono, però, società

senza attività di governo.

2. Non ci sono governi senza Stato.

3. Non esistono Stati senza apparato di governo.

A. SOCIETÀ SENZA STATO. Sono tipicamente le società illetterate, come le comunità di caccia, le

società pastorali e agricole, le comunità villaggio. In genere sono di piccole dimensioni e organizzate

in famiglie, clan, tribù. Le regole sono di tipo consuetudinario e mancano di orientamento giuridico:

tutte le decisioni di ordine interno ed esterno sono prese in sedi non permanenti, come il consiglio

degli anziani. Anche se fluida, è presente un’attività di governo che cerca di disciplinare le tensioni e

i conflitti interni e le eventuali sfide provenienti dall’esterno.

B. SOCIETÀ-STATO. Sono parzialmente regolate da ordinamenti giuridici e da organi politico-

amministrativi capaci di svolgere, in modo centralizzato, funzioni di “politica estera”, di esazione di

imposte, di amministrazione dell’ordine interno. Un esempio sono le società latifondiste. Hanno

organi di governo incompleti, così una grossa fetta delle funzioni politiche è prerogativa di autorità

esterne all’apparato stesso. Un ordinamento giuridico più o meno complesso convive con altri

sistemi normativi, locali o generali, che ne limitano l’universalità e l’efficacia.

C. STATI-NAZIONE. Si sono affermate nelle società postfeudali dell’Occidente.

– definizione e presidio dei confini territoriali entro cui è esercitata la sovranità;

– identificazione politica con la nazione di cui Stato e classe politica ne rappresentano gli interessi;

– principio di cittadinanza che stabilisce diritti di appartenenza e di partecipazione all’associazione

statuale;

– ordinamento giuridico volto ad articolare diritti e doveri dei cittadini e degli organi di Stato;

– apparato politico-amministrativo complesso e differenziato per funzioni;

– principio di obbligazione politica che vincola i governanti alla fedeltà;

– detenzione del monopolio legale della forza (mezzi di coercizione fisica).

5.6 Lo sviluppo storico dello stato moderno

Ci sono quattro fasi dello sviluppo dello Stato moderno.

1. FASE DI GESTAZIONE

Si attua la decomposizione di importanti principi ordinatori e assetti politici medievali. Con la

decomposizione della formazione sociale feudale, conseguente allo sviluppo del terzo stato e ai processi di

espansione, entra in crisi il POLICENTRISMO politico-territoriale europeo. Il trasferimento del primato di

fedeltà dei governanti allo Stato può aver luogo solo con la progressiva differenziazione ed emancipazione

del potere politico dal potere religioso. Il punto di svolta fondamentale è nella RIFORMA GREGORIANA

e nella LOTTA PER LE INVESTITURE ( fine XI sec.), ma soprattutto con le GUERRE DI RELIGIONE

(XV e XVI sec.) avviene l’emancipazione del primato del potere della Chiesa e si affermano i principi della

Stato moderno.

2. FASE DI DIFFERENZIAZIONE E AUTONOMIZZAZIONE DELLO STATO DALLA SOCIETÀ

CIVILE

Avviene la formazione dei grandi Stati territoriali. Le prerogative economiche tipiche della società

feudale perdono forza e legittimità. Dalla metà del ‘700 in poi, sovrano e borghesia cittadina, grazie alle

trasformazione dell’economia, si alleano contro la nobiltà terriera (contro i ceti). In questo quadro di

dissoluzione della società dei ceti, l’autonomia finanziaria del sovrano fornisce un impulso sia

all’accentramento (prerogative politiche del sovrano) che alla concentrazione del potere (tutte le prerogative

prima ad appannaggio dei corpi intermedi, come città, ceti, ora sono assegnati al sovrano).

Contemporaneamente, ha luogo la formazione della società civile, caratterizzata sia dalla costituzione di

classi sociali che dall’emergere della sfera privata. L’affermazione delle monarchie assolute si compie

unitamente ai principi dell’individualismo.

3. FASE DI INVERSIONE DEI RAPPORTI TRA STATO E SOCIETÀ CIVILE

Grazie allo sviluppo della società borghese e l’affermazione dei valori individualistici, il potere dello Stato

viene messo in causa. Il potere politico è giustificato solo in vista dei bisogni della società; da qui la critica

all’assolutismo e l’affermazione degli ordinamenti del costituzionalismo. Avviene, dunque, il passaggio a

forme di Stato di diritto, dove il potere è controllato giuridicamente. Si affermano libertà civili e politiche,

oltre che la divisione dei poteri e la partecipazione dei cittadini alla funzione legislativa. Si afferma anche il

principio della distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. Questa fase porta alla supremazia del

parlamento sulla Corona, che mette capo allo STATO LIBERALE, la cui miglior espressione è il

capitalismo imprenditoriale. Parallelamente, si avvia un potente sviluppo della partecipazione alla vita

politica per effetto della mobilitazione sociale promossa dallo sviluppo industriale. Sulla scena politica sono

rappresentate anche quelle classi escluse fino a quel momento, così il governo tende a perseguire obiettivi

positivi come il benessere e la sicurezza sociale.

4. FASE DEL PASSAGGIO DALLO STATO LIBERALE ALLO STATO LIBERAL-

DEMOCRATICO

Alla base di questo passaggio c’è il processo di modernizzazione economica e politica. All’interno di

questo processo di democratizzazione, le principali trasformazioni riguardano la struttura della

rappresentanza.

A. Al declino dei partiti e comitati elettorali segue l’affermazione dei partiti di massa;

B. Suffragio universale col riconoscimento di voto alle donne, alle popolazioni di colore, alle

minoranze;

C. Ingresso in politica di gruppi di interesse organizzati che, in connessione con l’affermazione del

Welfare state, costituiscono un ulteriore mediazione tra società e Stato.

5.7 Autoritarismo, totalitarismo, democrazia

Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la DEMOCRAZIA si è affermata come un valore universale e

sono sempre di più le popolazioni che cercano di instaurare questa istituzione nel proprio paese. Nonostante

questa diffusione, sulla scena mondiale vi sono ancora molti REGIMI NON DEMOCRATICI. Questi sono

tutti REGIMI AUTOCRATICI, in cui il potere riceve una legittimazione solo dall’alto e che non è soggetto

al controllo da parte dei governanti. Questo regime si basa sulla pretesa di legittimità sull’autorità della

tradizione o sul riconoscimento delle qualità carismatiche del capo, così da configurarsi come potere

tradizionale o potere carismatico. I regimi autocratici più generali sono:

1. REGIMI TRADIZIONALI LEGITTIMI (imperi e monarchie non costituzionali). Oggi sono “in

via di estinzione”. Sono caratterizzati da autoritarismo ma non costituiscono una politica, quanto

un’espressione del costume e della moralità pubblica.

2. REGIMI AUTORITARI. Sono sistemi a pluralismo politico limitato, la cui classe politica non

rende conto del proprio operato, che non sono basati su un’ideologia guida articolata ma

caratterizzati da una mentalità specifica; non c’è una mobilitazione politica capillare e il leader

esercita potere entro i limiti mal definiti formalmente.

3. REGIMI TOTALITARI. Non sono regimi autoritari forti, ma hanno proprietà specifiche (es.

Germania hitleriana, Unione Sovietica staliniana). Sono caratterizzati da un progetto di controllo

totale della società in tutte le sfere della vita pubblica e privata.

Tale controllo è assicurato da:

- egemonia assoluta di un partito unico di massa, guidato da un duce;

- un’ideologia ufficiale che inneggia fanaticamente alla necessità del cambiamento per l’instaurazione del

“nuovo ordine” (e del nuovo uomo);

- mobilitazione politica permanente della popolazione secondo canoni militari;

- definizione eteronoma delle regole di convivenza cui è associata la negazione del riconoscimento dei

diritti civili e politici così da consentire il ferreo controllo della società;

- esclusione formale e sostanziale di ogni pluralismo politico attuata con la soppressione di ogni

manifestazione critica e di opposizione al regime;

- attività repressiva capillare svolta dalla polizia agli ordini del partito.

perché è assente l’intento di trasformazione radicale

Nei regimi autoritari il controllo è imperfetto

dell’ordine esistente e soprattutto la mobilitazione politica della popolazione. C’è spazio per un

PLURALISMO LIMITATO così come per forme limitate di dissenso. La distanza dei regimi non

democratici da quelli democratici è, comunque, insuperabile.

REGIMI DEMOCRATICI➔ Tutti i cittadini adulti hanno pari diritto di partecipare liberamente al

processo decisionale e, quindi, di esprimere le proprie preferenze per influenzare le scelte collettive anche

in opposizione agli orientamenti del governo.

5.8 Caratteri e condizioni della democrazia

Schema dei DIRITTI E OPPORTUNITÀ in democrazia di Robert A. Dahl

A. PER FORMULARE PREFERENZE

1. libertà di costruire organizzazioni e aderirvi

2. libertà di espressione

3. diritto al voto

4. diritto dei capi politici a competere per ottenere consenso

5. fonti alternative d’informazione

B. PER ESPRIMERE PREFERENZE

1. tutte le voci di A

2. eleggibilità alle cariche pubbliche

3. elezioni libere e corrette

C. PER ASSICURARE UGUAL PESO ALLE PREFERENZE NELLE SCELTE DI GOVERNO

1. tutte le voci di A e di B

2. diritto dei capi politici di competere per i voti

3. istituzioni che rendono il governo dipendente dal voto e dalle altre forme di preferenza politica

Affinché i diritti sanciti diventino operanti servono REGOLE e STRUTTURE:

A. Sistema elettivo adeguato a riflettere repentinamente le opinioni degli elettori

B. Possibilità di controllo degli elettori sull’operato degli eletti, e possibilità di rimozione immediata

degli stessi

C. Strutture organizzative che rendono i candidati competenti per i loro ruoli

D. Regole per la rotazione dei soggetti in posizione di autorità

E. Regole per eliminare posizioni d’autorità man mano che le decisioni possono essere prese da singoli

o da gruppi

F. Garanzie dei diritti per le minoranze

Con le sue caratteristiche, la democrazia risulta essere il regime più adatto alla struttura pluralistica e al

dinamismo propri delle società contemporanee. In sua assenza si afferma il dominio di una formazione sulle

altre.

Elementi culturali, valori e rappresentazioni che sostengono la democrazia:

1. Il valore dell’autogoverno;

2. Valore positivo del cambiamento;

3. Valore dell’individuo come persona;

4. Valore della diversità;

5. Valore dell’uguaglianza nel godimento della libertà.

Una società, per diventare democratica, deve già aver compiuto un lungo cammino ne processo

dell’evoluzione socioculturale: deve esserci un processo di MODERNIZZAZIONE. Sono importanti:

1. esistenza di disuguaglianze sociali non troppo forti;

2. livelli di istruzione elevati e diffusi nella popolazione;

3. esistenza di una pluralità di subculture;

4. esistenza di un’economia di mercato basata su imprese autonome.

Questi fattori non costituiscono CONDIZIONI SUFFICIENTI per l’affermazione della democrazia, ma

comunque, sono CONDIZIONI NECESSARIE. Tra gli altri fattori servono ATTEGGIAMENTI e

ORIENTAMENTI d’azione come il rispetto per l’autorità dello Stato, la fiducia nelle istituzioni, l’esistenza

di una diffusa struttura della fiducia.

5.9I partiti politici: tipi e funzioni

PARTITO POLITICO➔ Organizzazione orientata ad ottenere, per il tramite della libera competizione

elettorale, la direzione del governo e, con esso, il controllo del potere politico.

E’ soprattutto tra il XIX e il XX sec. che i partiti acquistano i caratteri dei sistemi politici contemporanei. In

questo periodo si afferma il PARTITO DI MASSA, una trasformazione del PARTITO DEI NOTABILI

(distinzione concettuale di Max Weber). Questa trasformazione è dovuta al venir meno della corrispondenza

tra i rappresentanti e gli interessi da rappresentare.

Il PARTITO DI MASSA si distingue sia per l’organizzazione razionale che per l’ideologia unitaria. Da ciò

avviene:

A. Si strutturano nuove POSIZIONI-RUOLO (professionisti della politica gerarchicamente ordinati

che lavorano per un partito).

B. Si afferma un nuovo tipo di orientamento dell’agire politico (capitalizzazione di risorse e fini non

negoziabili). Il GRUPPO DIRIGENTE diventa quel gruppo professionale che orienta

strategicamente l’azione del partito per fini a lunga distanza. Molti partiti di massa permettono una

certa partecipazione interna e un certo controllo sui dirigenti quando esistono due condizioni:

- presenza di divisioni competitive interne;

- forme di ricambio interno.

Sono attivate da processi di mobilitazione politica e da conflitti sociali.

Dopo la seconda guerra mondiale, in particolare dagli anni ‘60 in poi, l’egemonia dei partiti si è attenuata.

Questo cambiamento è dovuto a:

A. Trasformazione della società e dell’economia: riconoscimento dei diritti sociali, attenuazione del

classismo, crescita dei livelli di istruzione e di reddito, interdipendenza internazionale in campo economico,

emergere di nuovi conflitti sociali.

B. Sviluppo dei gruppi di interesse e dei movimenti: i primi si sono sviluppati parallelamente ai partiti di

massa: il loro ruolo è legato alla crescente istituzionalizzazione del conflitto industriale, quindi al crescente

peso pubblico del sindacato. I movimenti sociali sono espressione dei cambiamenti sociali e culturali.

C. Ruolo e agire dei partiti di massa: crisi delle ideologie e delle identificazioni ideologiche di classe,

minore distribuzione destra-sinistra, gravitazione verso il centro, crescente indistinguibilità dei programmi

dei partiti.

Questi tre fattori hanno dato luogo a tre tipi di trasformazioni:

1. Caratteristiche del voto

Al voto di rappresentanza (di classe) si sono affiancati il voto di scambio (legato al clientelismo) e il voto

d’opinione (moralità pubblica).

2. Natura e ruolo dei partiti

I partiti, troppo rigidi, si sono adattati a catturare il voto di scambio e ad inseguire il voto d’opinione. Il

partito di massa si è trasformato in un partito pigliatutto. La crisi dei partiti consiste essenzialmente nella

perdita delle funzioni tradizionali.

3. Struttura della rappresentanza

Per la STRUTTURA DI RAPPRESENTANZA, le trasformazioni più rilevanti sono due.

1. Sistema pluralistico di rappresentanza. I gruppi di interesse acquistano ruolo e spazio

considerevoli accanto ai partiti, nell’influenzare decisioni del governo, del parlamento e dei partiti

stessi. La loro funzione è di intermediazione degli interessi che è tenuta più autonoma quanto più i

gruppi hanno genesi, status e risorse autonome.

Nei regimi fascisti vi sono corporazioni che non sono vere strutture di rappresentanza. Non c’è autonomia.

Sono affiliati al potere. In posizione intermedia vi sono i gruppi funzionali (sindacati) che hanno un

riconoscimento formale da parte dello Stato e dispongono di risorse proprie. Una struttura di intermediazione

di questo genere è quello dei sistemi neocorporativi (governo socialdemocratico: Austria, Svezia,

Germania)

Di un sistema migliore dispongono i gruppi d’interesse: sono numerosi, competono tra loro e fanno

pressione al sistema politico per meglio promuovere gli interessi delle categorie rappresentate. In situazioni

di sviluppo, essi svolgono un’attività fondamentale per assicurare la governabilità democratica.

2. Post industrial framework parties o network parties. Sorgono a partire dagli anni ’60 e sono liste

minoritarie ma con una considerevole capacità d’influenza e innovazione politico-culturale (es. in

Italia i partiti “verdi”). Questi “partiti non partiti”, sono generati da movimenti sociali,

conservandone le istanze ma, nel contempo, allontanandosi dai caratteri originari dichiarati:

costituiscono un’anomalia del sistema dei partiti. Inoltre, hanno nuove domande rispetto ai partiti

tradizionali, che generalmente non riguardano interessi economici ma aspetti della qualità della

vita e dell’autonomia individuale o collettiva.

Dando espressione al voto d’opinione e sbocco alla disaffezione politica, i network parties costituiscono una

minaccia competitiva sia per i partiti di massa che per i partiti pigliatutto.

3. Recentemente si è sviluppata un’altra trasformazione. Costituzione o riaggregazione di formazioni

politiche attorno ad un leader che si candida per diventare capo del governo (es. Silvio

Berlusconi). Questi, dotato di ingenti capacità finanziarie, si avvale di un seguito di attivisti e di un

uso privilegiato dei mezzi di comunicazione, di marketing politico, per una comunicazione diretta

con l’elettorato. C’è un effetto di introduzione di forma atipiche nella democrazia che generano un

aumento di aggressività della lotta politica.

5.10 Crisi consolidamento e sviluppo della democrazia

Le DEMOCRAZIE REALI differiscono da quelle IDEALI, obiettivi utopici. Per il

consolidamento della democrazia occorre superare dei fattori di crisi.

1. PARTITOCRAZIA➔ Occupazione di sfere e istituzioni della società civile e della società

politica da parte di partiti politici, al di là delle loro prerogative e funzioni. Essa limita

l’autonomia degli organi e associazioni politiche ed economiche, dà luogo a forme di controllo

monopolistico e oligopolistico delle risorse pubbliche e delle sfere private d’azione. Spesso si

associa a clientelismo e corruzione. I valori e le regole della democrazia sono alterati.

2. INGOVERNABILITÀ➔ Dovuta al sovraccarico di governo e pubblica amministrazione, di

domande di servizi e garanzie espressi dai cittadini e dall’incapacità politica e amministrativa di

farvi fronte. Questo obbliga il governo a premere per il contenimento dei deficit di bilancio.

3. DEFICIT DI LEGITTIMAZIONE➔ Crisi di fiducia dei cittadini verso il sistema politico,

dovuta alla mancanza del mantenimento delle promesse fatte dai governanti e dalla crescente

pressione fiscale.

4. PRESENZA DI POTERI OCCULTI➔ Sono forze politiche o politico-militari interne e/o

esterne ad uno Stato-nazione, che esercitano in modo invisibile (sono infiltrate) pressione,

ricatto, terrorismo, così da limitare la sovranità dello Stato e la democrazia stessa.

Questi quattro fattori concorrono a determinarne un quinto:

5. DISAFFEZIONE POLITICA➔ L’elettorato manifesta apatia, disinteresse per la politica,

indebolimento delle identificazioni di partito, critica antisistema. Tutto ciò si traduce in un calo

della partecipazione politica, in assenteismo e mobilità elettorale, rendendo più fragile la

democrazia.

Lo SVILUPPO della democrazia passa per:

1. Riduzione delle disuguaglianze socio-economiche.

2. Sviluppo di forme di democrazia economica all’interno delle aziende.

3. Sviluppo di istituzioni che garantiscano autodeterminazione per le minoranze etnolinguistiche.

4. Sviluppo di regole e poteri per la trasparenza dei processi decisionali.

5. Riconoscimento del ruolo esercitato dai movimenti sociali.

6. Sviluppo di una cultura politica basata sul riconoscimento dell’incertezza e della tolleranza.

Bisogna ricordare che nessun sistema sociale è formato da forme pure.

Cap. 6

Il sistema economico, lo sviluppo e le disuguaglianze

6.1 Merci, scambi e istituzioni

Nel SISTEMA ECONOMICO si strutturano le azioni e le relazioni sociali di una popolazione con la

funzione di trasformare risorse ricavate dall’ambiente per adibirle alla propria sopravvivenza.

MODO DI PRODUZIONE Modi in cui il lavoro è svolto e diviso tra i rapporti sociali, consistente in forze

produttive, mezzi di produzione e rapporti sociali tra ci detiene i mezzi e chi lavora.

Il LAVORO si differenzia in occupazioni diverse a seconda dell’oggetto di applicazione: i prodotti del

lavoro (oggetti di scambio) servono per lo scambio che avviene con prodotti stessi o con denaro.. La regola

istituzionale di scambio è quello del mercato: c’è mercato quando la merce è offerta da un suo produttore ad

un acquirente che la domanda per soddisfare un bisogno, e viene ceduta con un pagamento in denaro. Il

prezzo deriva dal rapporto tra la quantità di merce offerta e quella domandata.

Non tutti i beni sono trattati come merci: ci sono beni di natura indivisibile, fruibili solo collettivamente,

quindi PUBBLICI (sicurezza contro la criminalità, protezione da epidemie ecc.); ci sono beni solo per pochi

e per periodi limitati perché quando lasciati al mercato, vanno soggetti ad affollamento che vanifica il loro

valore; ci sono poi, beni il cui commercio è indesiderabile perché illegale (droga, organi ecc.). Il mercato di

questi tre casi è stabilito dallo STATO che garantisce parità e trasparenza.

REGOLA DELLA RECIPROCITÀ Ha ormai un ruolo secondario. Essa vale nello scambio in natura di

prodotti e servizi e prescrive l’equivalenza dei beni o servizi scambiati e la loro corresponsione simultanea o

differita.

La REGOLAZIONE delle azioni economiche avviene mediante istituzioni che prescrivano norme per la

produzione e lo scambio e per l’allocazione delle risorse a ciò necessarie.

6.2 Tipi di sistema economico

Quattro tipi di sistema economico

A. COMUNITÀ DOMESTICA

E’ il sistema economico più ubiquitario della storia: è un’economia che consuma solo e tutto ciò che

produce, ricorrendo minimamente agli scambi esterni. E’ regolata da reciprocità e organizzata secondo il

modo di produzione contadino.

B. ECONOMIA PREMODERNA

Regolata da combinazioni istituzionali di mercato e di dirigismo statale e operanti con mezzi che separano i

produttori diretti dai possessori dei mezzi di produzione che controllano la destinazione a fini bellici,

religiosi, culturali, di lusso del surplus (SURPLUS Differenza tra produzione e consumo creata dalla

crescente produttività delle attività economiche). Questi sistemi hanno anche molti scambi con l’esterno.

C. CAPITALISMO

I mezzi di produzione sono posseduti sotto la forma astratta del capitale dalla borghesia industriale e

finanziaria. Questo capitale è costantemente valorizzato dal suo investimento nell’attivazione di lavoro

salariato in manifatture e grandi industrie. Questo modo di produzione ha prodotto valori di uso e di scambio,

mezzi di produzione, ha distribuito benessere come mai prima d’ora (anche se in modo diseguale).

SOCIALISMO

Rientra nella formazione statuale collettivista. E’ un’economia totalmente pianificata dallo Stato; esso è

l’unico produttore e si sostituisce al mercato nella distribuzione, nello scambio con l’esterno e nella

determinazione dei prezzi; si sostituisce alla borghesia capitalistica nel distribuire il surplus e nel decidere

investimenti e consumi.

6.3 Sviluppo economico

SVILUPPOCrescita della popolazione e della produttività del lavoro in una determinata popolazione.

Questa produzione è misurata dal PIL (prodotto interno lordo) che è il valore complessivo dei beni e dei

servizi prodotti da una popolazione in un anno. Il pil pro capite è il rapporto tra pil ed entità della

popolazione interessata.

In contesti molto poveri o molto ricchi si preferisce misurare il LIVELLO DI VITA (speranza di vita,

mortalità infantile ecc.) e la QUALITÀ DI VITA.

Il pil e il livello della qualità della vita sono cresciuti ovunque. L’industrializzazione ha rimodellato la

società (società industriale) che ora è formata dal 40-50% di operai e impiegati dell’industria, da un’elevata

urbanizzazione vicino ai centri industriali e dal peso politico dei conflitti tra movimento operaio e imprese.

Come si è realizzata l’industrializzazione:

1. Con la produzione di massa, il cui archetipo è la fabbrica d’automobili che, realizzando tutte le fasi

di lavorazione, riesce ad abbattere i prezzi e a rendere il bene accessibile ad un consumo di massa

(fordismo). La manodopera è seguita da pochi dirigenti e tecnici qualificati e svolge mansioni

semplici e ripetitive: ci sono incentivi economici legati alla produzione (taylorismo).

2. L’artigianato presenta caratteristiche opposte: piccole imprese, bassi investimenti, molto lavoro

salariato. E’ un’aristocrazia operaia quella dell’artigianato, che insegue e cerca di soddisfare la

domanda discontinua degli utenti.

Alla produzione di massa sono funzionali un’urbanizzazione concentrata e un sistema politico che privilegia

i grandi interessi; all’artigianato sono funzionali un’urbanizzazione diffusa e un sistema politico che

privilegia gli interessi localistici.

6.4 Condizioni per lo sviluppo, sostenibilità, competizione globale tra territori

Perché il capitalismo si è sviluppato solo in Occidente nonostante non siano mancate condizioni favorenti

altrove? Il sistema economico-capitalistico si è sviluppa solo se trova una formulazione economico-sociale.

Ecco le congruenze richieste:

1. Uno Stato e un diritto che si sviluppino su basi razionali-legali, istituti normativi idonei all’impresa e

ai contratti commerciali. Come i sistemi giuridici romano-germanici.

2. Una religione che indichi agli uomini una salvezza oltremondana tale da premiare il successo e la

dedizione quotidiana.

3. Una socializzazione che permetta la formazione di personalità motivate all’acquisizione di risultati e

mete.

4. La diffusione delle figure sociali chiave dello sviluppo (imprenditore) che dia inizio ad un’impresa

industriale cogliendo le motivazioni tecniche, che intrattenga molte relazioni sociali, che affermi la

propria visione del mondo centrata sull’iniziativa personale.

5. I capitali che i primi imprenditori investirono furono resi disponibili da forme di accumulazione

primitiva precapitalistiche: commercio, usura, depredazione, rendita fondiaria.

La differenza tra regioni più o meno sviluppate dipende dai seguenti fattori sociali:

- Presenza di una cultura civica e di capitale sociale in grado di sostenere istituzioni statuali e forme di

governo autorevoli ef efficienti;

- Diffuse capacità imprenditoriali e di autocollocamento dei lavoratori;

- Diffusione di un territorio di conoscenze implicite utili agli affari e al lavoro, servizi pubblici

efficienti.

Tali condizioni mettono a capo a un fattore cruciale per lo sviluppo: la diffusione di un clima di fiducia nella

società locale.

I vantaggi della crescita sono sempre più come controbilanciati dagli svantaggi di uno sfruttamento

dell’ambiente naturale che va oltre le sue capacità di riprodursi. Diventa allora un obiettivo importante di

politica economica lo sviluppo sostenibiletipo di sviluppo che riduce i fabbisogni energetici e di materie

prime e l’impatto ambientale inquinante dell’attività umana. Principali mezzi impiegabili:

- tecnologie nuove e più efficienti, fonti di energia alternative

- uso del territorio e del suolo più accorto da parte delle città e modifica degli stili collettivi di vita

- contenimento delle nascite

Effetto specifico della globalizzazionedisancoramento delle imprese, dei lavoratori, dei residenti, dei

consumatori grazie a costi di trasporto e comunicazione grandemente ridottisi e a mezzi divenuti più rapidi.

I 4 tipi di forme di sviluppo locale:

a) economie globali, forti scambi in entrata e in uscita;

b) economie aggressive, forti scambi in uscita e limitati in entrata;

c) economie dipendenti e periferiche, forti scambi in entrata e deboli in uscita;

d) economie localistiche, chiuse agli scambi sia in entrata che in uscita.

6.5 Divisione del lavoro e organizzazione

La divisione del lavoro avviene secondo criteri funzionali e gerarchici. La tendenza è verso la

differenziazione delle occupazioni in modo da diventare più produttivi. I MESTIERI (tecniche operative

acquisite con l’uso) stanno scomparendo e vengono sostituiti dalle OCCUPAZIONI retribuite e dalle

MANSIONI attribuite, oppure dalle più complesse PROFESSIONI, prestazioni che comportano il possesso

di un corpus di teorie e di tecniche formalizzate, una responsabilità personale, iter formativi, apprendistato e

un’etica professionale. Alle professioni tradizionali si affiancano, ora, quelle che riguardano le nuove

tecnologie: le occupazioni cambiano di epoca in epoca.

I criteri che consentono classificazioni delle caratteristiche dei lavori sono il GRADO DI

QUALIFICAZIONE e il suo carattere prettamente manuale o intellettuale. C’è, poi, la distinzione della

professione autonoma o dipendente e, se dipendente, dirigente, di concetto o esecutiva.

Tra i lavoratori dipendenti, il peso del lavoro non manuale è in crescita a causa della

BUROCRATIZZAZIONE: c’è sempre più bisogno di personale amministrativo specializzato

nell’elaborazione e nella trasmissione di ordini e informazioni lungo la gerarchia, a vari livelli. Le burocrazie

aumentano quando non hanno solo compiti di controllo ma di erogazione di servizi specifici.

Nella produzione di massa tayloristica, il lavoro non manuale tende ad essere qualificato e direttivo, svolto

da pochi, mentre quello manuale, tende ad essere un lavoro generico ed esecutivo, svolto dai più.

Le tecnologie sempre più complesse, portano ad una nuova divisione sociale del lavoro, sminuendo la

polarizzazione tayolristica e favorendo la qualificazione e la professionalizzazione del lavoro industriale (sia

tra i manuali che tra i non manuali), oltre che ad un’estesa responsabilizzazione nel raggiungimento degli

obiettivi di qualità del prodotto. Questi mutamenti si riflettono anche sulla qualità del lavoro, che ha più

dimensioni:

A. ERGONOMICO Nei lavori manuali la fatica psicofisica delle mansioni e la nocività dell’ambiente

di lavoro sono maggiori rispetto ai lavori non manuali. Il taylorismo ha cercato di apportare

miglioramenti ergonomici.

B. GRADI DI LIBERTÀ per le decisioni da prendere Sono in base alla professionalità. Il taylorismo

tende a ridurre la discrezionalità della maggior parte delle mansioni, mentre la nuova divisione del

lavoro tende ad aumentarla.

C. CONTROLLO dei lavoratori sulle PRESTAZIONI e gli OBIETTIVI La mancanza di potere

costituisce un’ALIENAZIONE (sentimento di estraneità, comportamento apatico); l’acquisizione di

essi è motivo di INTEGRAZIONE e COOPERAZIONE che favoriscono la formazione di una

cultura aziendale. La nuova divisione del lavoro favorisce questo aspetto, il quale, però, dipende

anche da una ampia scolarizzazione media superiore per tutti (per il taylorismo era invece ristretta o

rigorosamente finalizzata al lavoro), con rapporti elastici col lavoro.

6.6 Struttura del mercato del lavoro e strategie dell’offerta

Nel mercato del lavoro, la strategia dell’offerta è, ovviamente, l’esistenza di una domanda e le sue

caratteristiche in un determinato momento.

La DISOCCUPAZIONE può essere VOLONTARIA per l’attesa di un posto gradito. La strategia più

grande per il rimedio alla disoccupazione strutturale riguarda le migrazioni. L’agente sociale che influenza

maggiormente la domanda e l’offerta di lavoro è il sistema scolastico; esso mette a disposizione della

domanda diversi tipi di qualificazione. Nel mercato del lavoro, i soggetti sono solo in parte sostituibili e ciò

porta ad eccedenze e carenze in numero diverso rispetto la domanda e l’offerta. La DISOCCUPAZIONE

VERA E PROPRIA è soprattutto adulta e maschile. Il lavoro dipendente, tipico della società industriale, è

stabile e continuativo; il lavoro precario, temporaneo, è il suo reciproco. Ci sono anche forme atipiche di

lavoro che rendono il mercato più complesso. Queste distinzioni si traducono anche in differenze nel tempo

di lavoro. Rigidità e flessibilità della domanda e dell’offerta si incontrano in modi diversi. La flessibilità ha

dimensioni esterne (salario, mobilità sul lavoro) ed interne (mobilità sulle organizzazioni, tempo di lavoro).

Tutti gli incontri tra domanda ed offerta, avvengono a livello microsociologico per mezzo delle relazioni

sociali. In un’economia moderna, l’ampiezza del mercato accessibile dipende dall’esigenza e dall’accesso ai

canali per la comunicazione delle informazioni e per il trasporto degli uomini.

6.9 Forme di disuguaglianza

DISUGUAGLIANZA SOCIALE : Differenza nei privilegi, considerata motivo di danno oggettivamente

misurabile e soggettivamente percepito per l’esistenza.

Nelle formazioni sociali premoderne erano fonte di disuguaglianza: l’USO DELLA FORZA (capacità di

esercitare legittimamente violenza sugli altri) oggi delegata allo Stato di diritto; l’ONERE DI CETO, che

richiede deferenza e rispetto. Altri fattori importanti erano la RELIGIONE (vedi le caste induiste), e le

RELAZIONI PARENTALI che contraddistinguono clan di appartenenza (nei paesi del Terzo Mondo

persistono ancora oggi).

Nelle formazioni sociali moderne, la caratteristica della disuguaglianza è data dalla prevalenza degli status

acquisiti su quelli ascritti: oggi, la posizione di ciascuno nella struttura di classe, è attribuita sulla base

dell’attività svolta piuttosto che ereditata alla nascita. Questo consente una mobilità sociale tra status

differenti e soprattutto responsabilizza gli individui per la loro posizione sociale. Quindi, nelle formazioni

sociali contemporanee, esiste ancora una STRATIFICAZIONE SOCIALE, che è basata sul reddito in

formazioni regolate dal mercato, mentre in formazioni sociali regolate statualmente, è il potere l’indice di

disuguaglianza.

La DISUGUAGLIANZA DI OPPORTUNITÀ ha implicita l’idea che gli individui si meritino lo status

acquisito a patto che abbiano partecipato alla competizione sulla base di pari condizioni di partenza. I diversi

gradi d’istruzione rappresentano il principale fattore di disuguaglianza di opportunità soprattutto in contesti

in cui è possibile una mobilità sociale verticale.

Le politiche di parificazione e lo sviluppo economico, hanno portato ad avere una situazione contraddistinta

da pochi ricchi e pochi poveri e molti in relativo benessere (reddito).

Per quanto riguarda le altre due forme componenti lo status, il potere rimane, in qualche forma, una fonte di

; così il ha allargato le sue caratteristiche

disuguaglianza nonostante l’avvento della DEMOCRAZIA PRESTIGIO

persistendo in funzione del tipo di occupazione.

Il fatto che le disuguaglianze siano ineliminabili o che non possano essere eliminate o diminuite oltre un

certo limite, è dovuto al fenomeno delle CLASSI SOCIALI e nell’opera dei meccanismi di stratificazione

delle occupazioni (ranking) e di assegnazione di individui o categorie di individui ad esse (sorting).

Si può teorizzare sociologicamente la disuguaglianza secondo quattro punti:

A. La stratificazione delle occupazioni considerata per grandi categorie aggregate, è data dal tipo di

ossia dal tipo di cultura, politica e modi di produrre.

FORMAZIONE SOCIALE

B. Lo status di ogni occupazione o professione è il risultato di conflitto e contrazione da parte dei loro

membri.

C. L’assegnazione degli individui ai diversi livelli di stratificazione dipende dalle risorse che essi sono

in grado di immettere nella competizione e dalle reti sociali di appartenenza..

D. Tutto ciò vale se ci sono pari numeri di posizioni disponibili. Sviluppo economico, crisi e

stagnazione possono mutare tutto.

Una mobilità sociale elevata stempera le classi sociali (perdono consistenza). Una mobilità sociale bassa

porta alla persistenza e alla consistenza delle classi sociali.

Mobilità intragenerazionalecambiare posizione sociale durante la vita lavorativa.

Mobilità intergenerazionaleavere una posizione sociale diversa da quella del padre.

Istruzione= è atto a consentire una mobilità sociale e produce disuguaglianze.

6.10 Disuguaglianza e differenze: genere, etnia, età e generazione

Altre disuguaglianze riguardano caratteristiche ereditate e non scelte come l’etnia, il genere, l’età. Il

collegamento di disuguaglianze di status e opportunità con queste differenze native tende a non farle

percepire come socialmente determinate, e perciò correggibili. Queste differenze sociali si manifestano in

modo da rendere riconoscibile e classificabile chi le possiede, rendendo anche facile il pregiudizio.

Nelle società occidentali, i bianchi, nativi, maschi adulti hanno posizioni più elevate, opportunità di

istruzione e occupazionali più ampie e migliori, livelli di reddito più elevati, maggior potere. Queste

disuguaglianze, come quelle di classe, danno luogo a una sottoclasse deprivata in ciascuna delle classi

sociali (inferiore/superiore/media).

DISUGUAGLIANZE ETNICHE. Sono svantaggi sofferti da chi appartiene a una determinata etnia

evidente a tutti per tratti somatici e/o culturali e fatta segno a pregiudizi. Un esempio è la secolare

discriminazione degli ebrei nei mestieri e nella dimora in Europa, spinta dai regimi nazista e fascista fino alla

persecuzione e allo sterminio nei Lager).

L’etnia rientra tra i meccanismi di competizione ed esclusione sul mercato del dove sono presenti

LAVORO

pregiudizi razziali, cioè attribuzioni stereotipe di qualità, ruoli e atteggiamenti negativi in base a tratti

somatici e culturali evidenti.

DI GENERE. Si verificano quando le donne sono significativamente meno

DISUGUAGLIANZA

numerose dei maschi nella popolazione attiva, vi partecipano con discontinuità e in modo difforme.

Le donne guadagnano meno degli uomini, hanno minori opportunità di carriera e mobilità. Altra

disuguaglianza è il lavoro domestico, che è imposto loro come un ruolo, anche quando hanno

un’occupazione retribuita. Se divorziate, spesso perdono status rispetto all’ex coniuge ed hanno meno

opportunità sul mercato matrimoniale. Il loro diritto a decidere sulla procreazione e maternità e contestato e

se subiscono violenza maschili hanno difficoltà ad ottenere giustizia penale. Grazie a movimenti di

emancipazione, un numero sempre maggiore di donne entrano nella popolazione attiva ed accedono, anche

grazie ad una più elevata istruzione, ad occupazioni e ruolo prevalentemente maschili. Altri movimenti di

liberazione hanno delegittimato le disuguaglianze di genere con un conseguente allentamento della

stereotipizzazione sessuale dei ruoli familiari e di un incentivarsi di iniziative per la pari opportunità.

DISUGUAGLIANZE DI ETÀ Molte differenze di condizione sociale e di ruolo sono connesse all’età e

alcune di esse sfociano in forme di pregiudizio (ageism). Nelle società industriali c’è la tendenza a rendere

per gli anziani (oltre i 65 anni) marginale la posizione sociale, oltre che negare loro ruoli sociali importanti,

quindi prestigio. Effetti estremi portano a isolamento sociale e povertà.

L’anzianità non avvantaggia i giovani al loro primo impiego, ma non è l’unica fonte di svantaggio di questa

fascia di popolazione (14-25 anni), infatti:

- è collocata ai margini della vita lavorativa, destinata al mercato del lavoro secondario,

sottoretribuito, o al parcheggio in sistemi scolastici che richiedono formazioni sempre più lunghe; in

alternativa c’è il lavoro minorile nelle economie più arretrate;

- si trova in condizioni di dipendenza di reddito e opportunità dai genitori;

- è esposta a condizioni di disagio che possono pregiudicare possibilità di sviluppo e capacità

cognitive e morali;

- è soggetta a rischi specifici di povertà , malattia, droga;

- è esposta al rischio della vita in caso di guerra.

6.11 Povertà

Le disuguaglianze di etnia, classe, genere ed età si ritrovano nel fenomeno della POVERTÀ. Si diventa

poveri quando si è soggetti a un accumulo di pratiche di segregazione, oppure di pratiche di esclusione dal

mercato. La POVERTÀ ASSOLUTA è l’impossibilità di soddisfare i più semplici bisogni materiali; la

POVERTÀ. RELATIVA è il livello di reddito che priva chi lo possiede dei beni e delle comodità

indispensabili per condurre una vita civile.

Esiste una misura per confronti internazionali e internazionali, sulla povertà : INTERNATIONAL STANDARD

secondo la quale sono povere le famiglie di due membri con reddito inferiore al reddito

POVERTY LINE

medio nazionale pro capite.

6.13 Nuove disuguaglianze e nuove politiche di equità.

Un mercato del lavoro flessibile e mobile produce una tendenza verso la individualizzazione delle

disuguaglianze nelle società postfordiste, ossia una perdita di importanza della classe o di altra appartenenza

collettiva e un’accresciuta importanza della biografia e della progettualità individuale come motivi della

collocazione in status più elevati.

CAP 7 “IL SISTEMA SOCIOCULTURALE: SOCIALIZZAZIONE, COMUNICAZIONE,

DEVIANZA”

7.1 “CARATTERI DEL SISTEMA SOCIOCULTURALE”

Società e cultura sono fortemente intrecciate anche se non coincidenti: non c’è società senza cultura e non

c’è cultura al di fuori di una società. Per riprodursi e sopravvivere, ogni società trasmette ai nuovi membri la

propria cultura, il linguaggio, i valori, le regole e tutti i membri della società contribuiscono a riprodurre e a

trasmettere culture. In ogni società però si riscontra un insieme di ruoli e di organizzazioni specifiche a cui

spetta il compito di costruire, riprodurre e diffondere la memoria sociale, assicurare l’identità del sistema

trasmettendo da una generazione all’altra i tratti culturali dominanti. L’insieme di queste attività, posizioni-

ruolo, organizzazioni, costituiscono il

SISTEMA DI RIPRODUZIONE SOCIOCULTURALE, CHE RAPPRESENTA UNO DEI QUATTRO

tipi di sistema di cui si compone ogni società. Qui si trova ancora la distinzione tra SISTEMA

ANALITICO e SISTEMA CONCRETO.

SISTEMA CONCRETO➔ Insieme di ruoli, azioni, strutture che assumono nella società la

funzione di riproduzione socioculturale.

SISTEMA ANALITICO➔ Particolare prospettiva di analisi della realtà sociale che riconosce il

fatto che la riproduzione socioculturale è più estesa rispetto alle strutture preposte per tale funzione.

Si deve sottolineare l’interdipendenza tra i sistemi sociali, infatti il sistema socioculturale necessita delle

risorse materiali messe a disposizione dai sistemi economico, politico e delle risorse umane fornite dal

sistema biopsichico; A sua volta, esso fornisce agli altri sistemi sociali gli elementi culturali specifici di cui

hanno bisogno per far fronte ai rispettivi problemi di integrazione. Il sistema ECONOMICO ha la necessità

di una cultura di lavoro al modo di produzione prevalente; il sistema POLITICO richiede la cultura della

partecipazione e un modello di legittimazione dei rapporti sociali esistenti; il sistema BIOPSICHICO

necessita di programmi per mantenere la vitalità dei corpi e delle menti.

Va sottolineato il processo di differenziazione, che non ha dimenticato il sistema in questione. Infatti, in

epoche lontane, la riproduzione socioculturale era intrecciata con quella biopsichica e svolta entro le

comunità o i gruppi familiari. Così, fino quasi alla metà del ‘900, l’educazione avveniva secondo dinamiche

di imitazione e di interiorizzazione del comportamento di membri adulti. Con lo sviluppo delle conoscenze e

delle tecniche, con l’aumento della divisione del lavoro, ecc., si è resa necessaria la creazione di organi,

ruoli, strutture specificamente preposte.

Anche per il sistema socioculturale si può effettuare una distinzione tra:

• POPOLAZIONE SOGGETTO➔ Attori impegnati nelle attività, nelle posizioni ruolo,

nell’organizzazione orientate a trasmettere la cultura, a riprodurre e a diffondere la memoria sociale,

a garantire la comunicazione tra i diversi settori e livelli della società.

• POPOLAZIONE OGGETTO➔ Destinatari di tale attività, degli individui cui viene trasmessa la

memoria sociale di una collettività.

7.2 IL SISTEMA CULTURA

Bisogna approfondire il significato attribuito dalla sociologia al concetto di cultura. Essa viene considerata

come caratterizzata da alcune proprietà molteplici e a volte contrastanti:

1. La cultura come dato scontato e come principio regolatore dell’esistenza umana: La cultura è

quasi non ci rendiamo conto

un elemento così tipico della natura umana da essere dato per scontato:

che esiste indipendentemente da noi e che su di essa siamo modellati. Senza cultura non ci sarebbe

comunicazione causando difficoltà di interazione, problemi di sopravvivenza. Grazie alla cultura,

l’esperienza umana si struttura, si forma, diventa prevedibile. Inoltre, essa costituisce un principio

organizzatore nella società perché è alla base di un sistema di relazioni sociali.

2. La cultura come dato oggettivo: Molti sottolineano una dimensione soggettiva della cultura come

una proprietà interiore dell’individuo, un patrimonio di conoscenze di cui una persona è in possesso,

frutto di studi, di maturazione, di gusto artistico, estetico, musicale. La sociologia non disconosce

queste accezione di cultura, ma va oltre e ne sottolinea la dimensione oggettiva come “fatto

sociale”, fenomeno che attraversa la società o un gruppo, che è esteriore all’individuo e lo influenza.

E’ sicuramente un’idea più empirica rispetto alla precedente, che evidenzia la funzione di vincolo e

incanalamento dell’azione e dell’espressione dell’uomo.

3. L’uomo è al tempo stesso un prodotto e un produttore di cultura: L’uomo è un prodotto della

cultura perché è inserito in un ambiente culturalmente determinato, in cui partecipa alle elaborazioni

culturali consolidate nel tempo. Ogni generazione assume su di sé e si riferisce ad una memoria

culturale di una certa società. L’uomo, però, è anche produttore di cultura dato che lo sviluppo del

pensiero, il cambiamento delle condizioni di vita, il progresso, creano condizioni che le precedenti

generazioni non conoscevano: così l’uomo crea il suo ambiente dato da una combinazione di

elementi appresi e nuove regole e modelli di comportamento.

4. Potenzialità e vincoli della cultura: Una questione molto discussa riguarda i confini

(interdipendenza) tra dato biologico e dato culturale: ci si chiede se i contenuti della cultura sono

appresi o trasmessi geneticamente. L’orientamento è quello di ritenere che il patrimonio genetico

svolga la funzione di determinare non i contenuti ma i limiti e le possibilità del comportamento. La

cultura, dunque, nel modellare il comportamento dell’uomo, non ha una capacità infinita perché

agisce all'interno delle potenzialità dell’organismo umano. Inoltre, ci possono essere costrizioni

dell’ambiente fisico ed anche modelli culturali così radicati da rendere difficile la produzione di

nuove forme culturali.

7.3 CLASSIFICAZIONE DEGLI ELEMENTI CULTURALI

Il sistema socioculturale elabora e diffonde degli strumenti simbolici che permettono agli uomini di

risolvere i problemi ricorrenti nell’esistenza umana e che, quindi, costituiscono la MEMORIA DI UNA

SOCIETÀ. Questi strumenti possono essere suddivisi in base alle funzioni che svolgono per soddisfare i

bisogni dell’uomo. Ci sono 4 aree di bisogni:

Questo

A. Bisogni COGNITIVI sistema risponde innanzitutto all’esigenza dell’uomo di acquisire

informazioni e conoscenze, di assumere schemi logici e modelli di pensiero, maturare un’idea di

vero e di falso. In questo settore rientrano, da un lato forme di pensiero logico, categorie mentali,

schemi interpretativi di una certa società che attestano l’esistenza in essa di particolari metodi o

approcci conoscitivi;, dall’altro i contenuti di conoscenza della realtà e dei fenomeni riscontrabili

nella società: teorie delle scienze naturali e sociali, credenze, opinioni, immagini del mondo espresse

dal senso comune.

B. Bisogni AFFETTIVI Il sistema socioculturale produce e diffonde orientamenti di valore. In

ogni società si diffondono istruzioni per dare un significato comune alle varie azioni, per condividere

le idee di ciò che è giusto e sbagliato, buono o cattivo: è un’attribuzione di valore normativa che

permette agli individui di orientarsi nella realtà.

C. Bisogni RELAZIONALI (REGOLATIVI) Una terza area risponde all’esigenza di regolare i

rapporti tra i membri di una collettività, di orientare il comportamento e l’interazione sociale. Ci si

riferisce alle norme sociali che, grazie a leggi, usi, costumi, prescrivono agli individui il modo di

comportarsi nelle varie circostanze.

D. Bisogni di PRODUZIONE DI TECNICHE L’ultima area riguarda procedure e norme che

facilitano lo svolgimento delle attività manuali e intellettuali di carattere continuativo.

Rientrano in quest’ambito sia le tecniche materiali di fabbricazione, costruzione, consumo, trasporto,

sia le tecniche espressive relative alle procedure linguistiche, narrative, artistiche.

Tra le varie aree ci sono influssi reciproci.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Moro Giuseppe.

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