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Riassunto esame Sociologia generale, prof. Trivellato, libro consigliato Manuale di sociologia, Gallino Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Sociologia generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente manuale di Sociologia di Gallino, con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: la sociologia come conoscenza (l'organizzazione sociale, indagine sociologica e modelli di ricerca), le funzioni sociali... Vedi di più

Esame di Sociologia generale docente Prof. P. Trivellato

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nel SISTEMA ECONOMICO si strutturano le azioni e le relazioni sociali di una popolazione con

la funzione di trasformare risorse ricavate dall’ambiente per adibirle alla propria sopravvivenza.

MODO DI PRODUZIONE Modi in cui il lavoro è svolto e diviso tra i rapporti sociali,

consistente in forze produttive, mezzi di produzione e rapporti sociali tra ci detiene i mezzi e chi

lavora.

Il LAVORO si differenzia in occupazioni diverse a seconda dell’oggetto di applicazione: i prodotti

del lavoro (oggetti di scambio) servono per lo scambio che avviene con prodotti stessi o con

denaro.. La regola istituzionale di scambio è quello del mercato: c’è mercato quando la merce è

offerta da un suo produttore ad un acquirente che la domanda per soddisfare un bisogno, e viene

ceduta con un pagamento in denaro. Il prezzo deriva dal rapporto tra la quantità di merce offerta e

quella domandata.

Non tutti i beni sono trattati come merci: ci sono beni di natura indivisibile, fruibili solo

collettivamente, quindi PUBBLICI (sicurezza contro la criminalità, protezione da epidemie ecc.);

ci sono beni solo per pochi e per periodi limitati perché quando lasciati al mercato, vanno soggetti

ad affollamento che vanifica il loro valore; ci sono poi, beni il cui commercio è indesiderabile

perché illegale (droga, organi ecc.). Il mercato di questi tre casi è stabilito dallo STATO che

garantisce parità e trasparenza.

REGOLA DELLA RECIPROCITÀ Ha ormai un ruolo secondario. Essa vale nello scambio in

natura di prodotti e servizi e prescrive l’equivalenza dei beni o servizi scambiati e la loro

corresponsione simultanea o differita.

La REGOLAZIONE delle azioni economiche avviene mediante istituzioni che prescrivano norme

per la produzione e lo scambio e per l’allocazione delle risorse a ciò necessarie.

7.2 TIPI DI SISTEMA ECONOMICO

Quattro tipi di sistema economico

A. COMUNITÀ DOMESTICA

E’ il sistema economico più ubiquitario della storia: è un’economia che consuma solo e tutto ciò che

produce, ricorrendo minimamente agli scambi esterni. E’ regolata da reciprocità e organizzata

secondo il modo di produzione contadino.

B. ECONOMIA PREMODERNA

Regolata da combinazioni istituzionali di mercato e di dirigismo statale e operanti con mezzi che

separano i produttori diretti dai possessori dei mezzi di produzione che controllano la destinazione a

fini bellici, religiosi, culturali, di lusso del surplus (SURPLUS Differenza tra produzione e

consumo creata dalla crescente produttività delle attività economiche). Questi sistemi hanno anche

molti scambi con l’esterno.

C. CAPITALISMO

I mezzi di produzione sono posseduti sotto la forma astratta del capitale dalla borghesia industriale e

finanziaria. Questo capitale è costantemente valorizzato dal suo investimento nell’attivazione di

lavoro salariato in manifatture e grandi industrie. Questo modo di produzione ha prodotto valori di

uso e di scambio, mezzi di produzione, ha distribuito benessere come mai prima d’ora (anche se in

modo diseguale). Tuttavia, solo per periodi limitati ha funzionato esclusivamente in base a regole di

mercato. Il suo esordio è stato agevolato dallo Stato così come altre volte in seguito.

Il mercato non è sempre stato del capitalismo IMPRENDITORIALE e CONCORRENZIALE

(scambi tra contraenti liberi e uguali), ma si è sviluppata la configurazione del CAPITALISMO

OLIGOPOLISTICO quando sono subentrate grandi imprese che hanno monopolizzato l’offerta di

determinati beni, servizi, materie prime, quando sono subentrate concentrazioni finanziarie che

hanno dettato legge. Nella stessa economia concreta i due sistemi possono dar luogo a un dualismo

economico.

Ricordiamo, poi, il CAPITALISMO FAMILIARE, MANAGERIALE, ISTITUZIONALE.

Associato al capitalismo, a volte, è lo STATO SOCIALE che offre sia servii pubblici nella sanità,

nell’assistenza, nell’istruzione, sia trattamenti pensionistici, sia garanzia del posto di lavoro e del

reddito.

Una variante del capitalismo è il CAPITALISMO DI STATO o formazione statuale dirigista,

che si ha quando lo Stato si sostituisce alla borghesia capitalistica nelle attività produttive

fondamentali di una regione economica, ma non in tutte.

D. SOCIALISMO

Rientra nella formazione statuale collettivista. E’ un’economia totalmente pianificata dallo Stato;

esso è l’unico produttore e si sostituisce al mercato nella distribuzione, nello scambio con l’esterno

e nella determinazione dei prezzi; si sostituisce alla borghesia capitalistica nel distribuire il surplus e

nel decidere investimenti e consumi.

7.3 SOCIETÀ INDUSTRIALE

SVILUPPO Crescita della popolazione e della produttività del lavoro in una

determinata popolazione.

Questa produzione è misurata dal PIL (prodotto interno lordo) che è il valore complessivo dei

beni e dei servizi prodotti da una popolazione in un anno. Il pil pro capite è il rapporto tra pil ed

entità della popolazione interessata.

In contesti molto poveri o molto ricchi si preferisce misurare il LIVELLO DI VITA (speranza di

vita, mortalità infantile ecc.) e la QUALITÀ DI VITA.

Il pil e il livello della qualità della vita sono cresciuti ovunque. L’industrializzazione ha rimodellato

la società (società industriale) che ora è formata dal 40-50% di operai e impiegati dell’industria, da

un’elevata urbanizzazione vicino ai centri industriali e dal peso politico dei conflitti tra movimento

operaio e imprese.

Come si è realizzata l’industrializzazione:

1. Con la produzione di massa, il cui archetipo è la fabbrica d’automobili che, realizzando tutte le

fasi di lavorazione, riesce ad abbattere i prezzi e a rendere il bene accessibile ad un consumo di

massa (fordismo). La manodopera è seguita da pochi dirigenti e tecnici qualificati e svolge

mansioni semplici e ripetitive: ci sono incentivi economici legati alla produzione (taylorismo).

2. L’artigianato presenta caratteristiche opposte: piccole imprese, bassi investimenti, molto lavoro

salariato. E’ un’aristocrazia operaia quella dell’artigianato, che insegue e cerca di soddisfare la

domanda discontinua degli utenti.

Alla produzione di massa sono funzionali un’urbanizzazione concentrata e un sistema politico che

privilegia i grandi interessi; all’artigianato sono funzionali un’urbanizzazione diffusa e un sistema

politico che privilegia gli interessi localistici.

La produzione di massa ha successo fino a quando il mercato è prevedibile, uniforme e ampio,

come è quello nazionale. Su mercati mondiali, dove le preferenze dei consumatori sono più

diversificate, la competizione avviene sulla qualità. Si fanno strada strategie postfordiste per

realizzare forme di produzione flessibile di prodotti diversificati; ricordiamo:

1. Neoindustria che introduce un’automazione sempre più versatile e una qualificazione di nuove

figure di lavoratori industriali;

2. Modello giapponese che consiste in:

A. Produzione “just in time” che comporta la riduzione a zero delle scorte perché si produce

solo ciò che il cliente ordina quando lo ordina. C’è però molta tensione.

B. Ricerca continua per migliorare la qualità del prodotto (qualità totale).

C. Snellimento dell’organizzazione del lavoro, eliminando gli sprechi di materiali, tempo,

uomini e utilizzando il metodo Ohno per cui il fabbisogno di mezzi, materiali, informazioni,

sono soddisfatti andando da valle a monte della produzione.

D. Valorizzazione della comunicazione tra operai e dirigenti

3. Impresa rete che consiste nel decentrare la produzione di varie parti del prodotto in

organizzazioni funzionali. La grande impresa diventa un sistema di piccole e medie imprese.

L’agricoltura è detta SETTORE PRIMARIO, l’industria è il SETTORE SECONDARIO, le

attività che non producono beni materiali ma servizi immateriali, rappresentano il SETTORE

TERZIARIO (trasporti, comunicazioni, commercio, pubblica amministrazione). La caratteristica

del terziario è quella di produrre servizi finali alle persone ma anche servizi intermedi alle imprese

(cioè servizi che servono alla produzione di altri beni e servizi). Queste modificazioni in poco più di

un secolo, hanno prodotto immense redistribuzioni della forza lavoro. Dovunque si è verificata

l’industrializzazione, gli addetti all’agricoltura sono calati drasticamente ma la produttività del loro

lavoro è aumentata. All’industrializzazione è seguita la terziarizzazione che è la base economica di

una società postindustriale. Le sue caratteristiche vanno da un peso elevato dei ceti medi tecnici e

professionali a insediamenti urbani slegati dal centro produttivo grazie all’impiego dell’informatica

e delle telecomunicazioni.

7.4 LE CONDIZIONI PER LO SVILUPPO

Perché il capitalismo si è sviluppato solo in Occidente nonostante non siano mancate condizioni

favorenti altrove? Il sistema economico-capitalistico si è sviluppa solo se trova una formulazione

economico-sociale. Eco le congruenze richieste:

1. Uno Stato e un diritto che si sviluppino su basi razionali-legali, istituti normativi idonei

all’impresa e ai contratti commerciali. Come i sistemi giuridici romano-germanici.

2. Una religione che indichi agli uomini una salvezza oltremondana tale da premiare il successo e la

dedizione quotidiana.

3. Una socializzazione che permetta la formazione di personalità motivate all’acquisizione di

risultati e mete.

4. La diffusione delle figure sociali chiave dello sviluppo (imprenditore) che dia inizio ad

un’impresa industriale cogliendo le motivazioni tecniche, che intrattenga molte relazioni sociali, che

affermi la propria visione del mondo centrata sull’iniziativa personale.

5. I capitali che i primi imprenditori investirono furono resi disponibili da forme di accumulazione

primitiva precapitalistiche: commercio, usura, depredazione, rendita fondiaria.

7.5 DIVISIONE DEL LAVORO E ORGANIZZAZIONE

La divisione del lavoro avviene secondo criteri funzionali e gerarchici. La tendenza è verso la

differenziazione delle occupazioni in modo da diventare più produttivi. I MESTIERI (tecniche

operative acquisite con l’uso) stanno scomparendo e vengono sostituiti dalle OCCUPAZIONI

retribuite e dalle MANSIONI attribuite, oppure dalle più complesse PROFESSIONI, prestazioni

che comportano il possesso di un corpus di teorie e di tecniche formalizzate, una responsabilità

personale, iter formativi, apprendistato e un’etica professionale. Alle professioni tradizionali si

affiancano, ora, quelle che riguardano le nuove tecnologie: le occupazioni cambiano di epoca in

epoca.

I criteri che consentono classificazioni delle caratteristiche dei lavori sono il GRADO DI

QUALIFICAZIONE e il suo carattere prettamente manuale o intellettuale. C’è, poi, la

distinzione della professione autonoma o dipendente e, se dipendente, dirigente, di concetto o

esecutiva.

Tra i lavoratori dipendenti, il peso del lavoro non manuale è in crescita a causa della

BUROCRATIZZAZIONE: c’è sempre più bisogno di personale amministrativo specializzato

nell’elaborazione e nella trasmissione di ordini e informazioni lungo la gerarchia, a vari livelli. Le

burocrazie aumentano quando non hanno solo compiti di controllo ma di erogazione di servizi

specifici.

Nella produzione di massa tayloristica, il lavoro non manuale tende ad essere qualificato e

direttivo, svolto da pochi, mentre quello manuale, tende ad essere un lavoro generico ed esecutivo,

svolto dai più.

Le tecnologie sempre più complesse, portano ad una nuova divisione sociale del lavoro,

sminuendo la polarizzazione tayolristica e favorendo la qualificazione e la professionalizzazione del

lavoro industriale (sia tra i manuali che tra i non manuali), oltre che ad un’estesa

responsabilizzazione nel raggiungimento degli obiettivi di qualità del prodotto. Questi mutamenti si

riflettono anche sulla qualità del lavoro, che ha più dimensioni:

ERGONOMICO Nei lavori manuali la fatica psicofisica delle mansioni e la nocività

A. dell’ambiente di lavoro sono maggiori rispetto ai lavori non manuali. Il taylorismo ha cercato di

apportare miglioramenti ergonomici.

GRADI DI LIBERTÀ per le decisioni da prendere Sono in base alla professionalità. Il

B. taylorismo tende a ridurre la discrezionalità della maggior parte delle mansioni, mentre la nuova

divisione del lavoro tende ad aumentarla.

CONTROLLO dei lavoratori sulle PRESTAZIONI e gli OBIETTIVI La mancanza di

C. potere costituisce un’ALIENAZIONE (sentimento di estraneità, comportamento apatico);

l’acquisizione di essi è motivo di INTEGRAZIONE e COOPERAZIONE che favoriscono la

formazione di una cultura aziendale. La nuova divisione del lavoro favorisce questo aspetto, il

quale, però, dipende anche da una ampia scolarizzazione media superiore per tutti (per il

taylorismo era invece ristretta o rigorosamente finalizzata al lavoro), con rapporti elastici col

lavoro.

7.6 STRATEGIE INDIVIDUALI SUL MERCATO DEL LAVORO

Nel mercato del lavoro, la strategia dell’offerta è, ovviamente, l’esistenza di una domanda e le sue

caratteristiche in un determinato momento: la domanda globale dipende da una certa congiuntura

economica, politica, sociale, tecnologica. L’industrializzazione e l’innovazione tecnologica, per

molto tempo, hanno incrementato produttività e occupazione ma, in seguito, subentrando la

saturazione di queste tecnologie e la nuova ondata d’innovazione informatica, le cose sono

cambiate. In un primo tempo, la crescita del terziario ha potuto tamponare l’arresto della domanda,

ma, in un secondo tempo, si è avuta una DISOCCUPAZIONE STRUTTURALE secondo:

A. Il grado di diffusione e sviluppo delle tecnologie

B. Politiche sociali, caratterizzate più dall’erogazione dei servizi pubblici reali che non dal

trasferimento di redditi.

A tutto ciò le economie nazionali hanno reagito con due strategie:

Segmento SUPERIORE o PRIMARIO di lavori migliori I datori di lavoro, per lo più di

1. grandi imprese industriali, selezionano l’offerta privilegiando certe caratteristiche: maschi,

giovani, adulti, appartenenti a maggioranze etniche sono i più presenti. Questo segmento è

anche rafforzato dal pubblico impiego.

Segmento INFERIORE o SECONDARIO di lavori peggiori I datori di lavoro

2. appartengono a piccole imprese di servizi di più basso rapporto tra capitale e lavoro e meno

innovativi. Il profilo del lavoratore tipo è: donne, giovanissimi o anziani, immigrati e minoranze

etniche.

Queste sfasature tra domanda e offerta originano anche altre strategie, in seguito alle quali abbiamo:

professioni femminili, professioni maschili, lavori molto ricercati ma poco disponibili, lavori spesso

rifiutati anche se molto disponibili.

La DISOCCUPAZIONE può essere VOLONTARIA per l’attesa di un posto gradito. La strategia

più grande per il rimedio alla disoccupazione strutturale riguarda le migrazioni.

L’agente sociale che influenza maggiormente la domanda e l’offerta di lavoro è il sistema

scolastico; esso mette a disposizione della domanda diversi tipi di qualificazione. Il problema

principale è che l’accelerazione dei mutamenti ha creato una sfasatura tra il mercato del lavoro e i

sistemi che hanno tempi più lunghi.

Nel mercato del lavoro, i soggetti sono solo in parte sostituibili e ciò porta ad eccedenze e carenze

in numero diverso rispetto la domanda e l’offerta. La DISOCCUPAZIONE VERA E PROPRIA è

soprattutto adulta e maschile. Naturalmente, i passaggi tra lavoro e non lavoro hanno ripercussioni

sugli individui, sul loro status, sui rapporti sociali, sull’organizzazione della loro vita. L’incontro tra

domanda e offerta è regolato da istituzioni specifiche del mercato del lavoro a carattere giuridico

contrattuale, veicolo di politiche del lavoro: alcune sono come politiche sociali, altre hanno un vero

ruolo di organizzazione del mercato.

Il lavoro dipendente, tipico della società industriale, è stabile e continuativo; il lavoro precario,

temporaneo, è il suo reciproco. Ci sono anche forme atipiche di lavoro che rendono il mercato più

complesso. Queste distinzioni si traducono anche in differenze nel tempo di lavoro. Ricordiamo che

c’è una tendenza secolare a ridurre il tempo lavorativo; questo, però, provoca una crisi nei sistemi

pensionistici.

Rigidità e flessibilità della domanda e dell’offerta si incontrano in modi diversi. La flessibilità ha

dimensioni esterne (salario, mobilità sul lavoro) ed interne (mobilità sulle organizzazioni, tempo di

lavoro).

Tutti gli incontri tra domanda ed offerta, avvengono a livello microsociologico per mezzo delle

relazioni sociali. In un’economia moderna, l’ampiezza del mercato accessibile dipende

dall’esigenza e dall’accesso ai canali per la comunicazione delle informazioni e per il trasporto degli

uomini.

7.7 STRATEGIE SUL MERCATO DI ATTORI CORPORATI: ORGANIZZAZIONE E

AMBIENTE ECONOMICO E SOCIALE

ORGANIZZAZIONE Insieme di rapporti sociali tra ruoli, definito per raggiungere un fine,

dotato di una gerarchia di comando e di un sistema di funzioni differenziate e interdipendenti che

trasformano le risorse ricevute dall’ambiente nel prodotto deciso dalla gerarchia, che governa e

controlla il processo di trasformazione.

Gli attori sono: imprese industriali e terziarie e pubblica amministrazione. Le strategie nascono dal

problema di controllare e prevedere l’AMBIENTE circostante che comprende i mercati e l’ambiente

sociale, culturale e politico.

La strategia più impegnativa riguarda l’adeguamento all’ambiente della propria stessa struttura, il

quale può presentarsi:

A. Omogeneo, stabile e prevedibile meglio una burocrazia rigida con sistemi verticalizzati di

grandi dimensioni

B. Eterogeneo, instabile, imprevedibile meglio un sistema più aperto e flessibile di relazioni

anche orizzontali.

A volte accade che l’organizzazione stessa con la gerarchia di controllo sia troppo costosa: si ricorre

ad un controllo più decentrato degli scambi di mercato, con la perseverazione di un nocciolo duro

originario.

La TECNOLOGIA è un vincolo importante per la strutturazione delle organizzazioni: ogni

tecnologia ha già nel suo progetto l’idea del tipo di organizzazione di cui opera e l’immagine del

suo utente tipo.

Le strategie economiche di un’organizzazione seguono una razionalità economica e sociale sensibile

all’ambiente in cui operano.

1. Situazioni certe e prevedibili: consente calcoli di sosti e benefici applicabili a tutte le

alternative, quindi una scelta ottimale.

2. Situazioni incerte: si seguono strategie più pragmatiche, per prove ed errori, con un bilancio di

costi e benefici soddisfacente ma non ottimale.

3. Situazioni di rischio tecnologico: l’incertezza è così elevata da rendere inutile ogni calcolo. Si

attiva una norma di prudenza per evitare l’alternativa indesiderata.

7.8 L’ECONOMIA INFORMALE

ECONOMIA INFORMALE Costituita da tutte le attività economiche non contabilizzate

perché si sottraggono al fisco, a contratti scritti, alle leggi del diritto commerciale, pur non

essendo sempre necessariamente illegali.

A. LAVORO DOMESTICO

Beni e servizi prodotti in famiglia (manutenzione e pulizia della casa, confezione di alimenti e pasti,

educazione, cure, custodia di bambini, anziani, malati). La crescita della domanda si espande in

funzione di un fabbisogno creato da un ampio impiego di elettrodomestici, da carenze dei servizi

sociali, della povertà di famiglie che non possono acquistare prestazioni rispondenti a tale

fabbisogno. La domanda può essere soddisfatta nel tempo lasciato libero dal lavoro dell’economia

formale. il monte di lavoro domestico è paragonabile a quello retribuito.

B. LAVORO SOMMERSO CHE ALIMENTA UN’ECONOMIA PRIVATA PARALLELA

E’ molto ampia nei periodi di crisi o di guerra in cui operano imprese che sottofatturano lavoratori.

Questo lavoro è nato per ovviare alla rigidità di produzione di grande serie, per soddisfare la

domanda di lavoro per periodi limitati da parte delle sindromi di povertà e si collocano nel

segmento secondario del mercato del lavoro.

C. ECONOMIA ILLEGALE

Sono mercati in cui regna la violenza come mezzo di controllo del territorio o come punizione; i

beni sono illegali (droga, armi, prostituzione, traffico di sangue ed organi, esseri umani schiavizzati

ecc.) e il denaro proveniente da questi scambi illeciti viene reinvestito nell’economia legale.

L’economia illegale è creata dalla proibizione dello scambio di queste merci, così il mercato passa a

lobby o a mafie, a gruppi finanziari, spesso in competizione e in conflitto tra loro.

D. VOLONTARIATO

E‘ una forma antichissima di reciprocità prestata a persone fuori dalla famiglia a scopo caritativo.

7.9 L’ECONOMIA COME FUNZIONE ANALITICA: QUANTO SPIEGA

L’ECONOMIA?

Nessun sistema di attività politiche, culturali, riproduttive, può essere ricondotto solo all’aspetto

economico della propria attività ma, certamente, quest’ultimo non può essere trascurata nella

descrizione di tali attività e nella spiegazione dei modi in cui si manifestano.

CAP 8 IL SISTEMA SOCIOCULTURALE

8.1 CARATTERI DEL SISTEMA SOCIOCULTURALE

Società e cultura sono fortemente intrecciate: non c’è società senza cultura e non c’è cultura al di

fuori di una società. Per riprodursi e sopravvivere, ogni società trasmette ai nuovi membri la propria

cultura, il linguaggio, i valori, le regole, e tutti i membri della società contribuiscono a questa

diffusione, anche se vi sono persone ed apparati specializzati in tale compito.

In questo SISTEMA DI RIPRODUZIONE SOCIOCULTURALE, si trova la distinzione tra

SISTEMA ANALITICO e SISTEMA CONCRETO.

SISTEMA CONCRETO Insieme di ruoli, azioni, strutture che assumono nella società la

funzione di riproduzione socioculturale.

SISTEMA ANALITICO Particolare prospettiva di analisi della realtà sociale che riconosce il

fatto che la riproduzione socioculturale è più estesa rispetto alle strutture preposte per tale funzione.

Come al solito si deve sottolineare l’interdipendenza tra i sistemi sociali, infatti il sistema

socioculturale necessita delle risorse materiali degli altri sistemi e, a sua volta, ne fornisce. Il

sistema ECONOMICO ha la necessità di una cultura di lavoro al modo di produzione prevalente; il

sistema POLITICO richiede la cultura della partecipazione e un modello di legittimazione dei

rapporti sociali esistenti; il sistema BIOPSICHICO necessita di programmi per mantenere la vitalità

dei corpi e delle menti.

Va sottolineato il processo di differenziazione, che non ha dimenticato il sistema in questione.

Infatti, in epoche lontane, la riproduzione socioculturale era intrecciata con quella biopsichica e

svolta entro le comunità o i gruppi familiari. Così, fino quasi alla metà del ‘900, l’educazione

avveniva secondo dinamiche di imitazione e di interiorizzazione del comportamento di membri

adulti. Con lo sviluppo delle conoscenze e delle tecniche, con l’aumento della divisione del lavoro,

ecc., si è resa necessaria la creazione di organi, ruoli, strutture specificamente preposte.

POPOLAZIONE SOGGETTO Attori impegnati nelle attività, nelle posizioni ruolo, orientate a

trasmettere la cultura, a riprodurre e a diffondere la memoria sociale.

POPOLAZIONE OGGETTO Destinatari di tale attività, degli individui cui viene trasmessa la

memoria sociale di una collettività.

8.2 IL SISTEMA CULTURA

Bisogna approfondire il significato attribuito dalla sociologia al concetto di cultura.

1. La cultura come dato scontato e come principio regolatore dell’esistenza umana

La cultura è un elemento così tipico della natura umana da essere dato per scontato: quasi non ci

rendiamo conto che esiste indipendentemente da noi e che su di essa siamo modellati. Senza cultura

non ci sarebbe comunicazione con tutti i problemi collegati. Grazie alla cultura, l’esperienza umana

si struttura, si forma, diventa prevedibile. Inoltre, essa costituisce un principio organizzatore nella

società perché è alla base di un sistema di relazioni sociali.

2. La cultura come dato oggettivo

Molti sottolineano una dimensione soggettiva della cultura come una proprietà interiore, un

patrimonio di conoscenze di cui una persona è in possesso, frutto di studi, di maturazione, di gusto

artistico, estetico, musicale. La sociologia non disconosce queste accezione di cultura, ma va oltre e

ne sottolinea la dimensione oggettiva come “fatto sociale”, fenomeno che permea la società o un

gruppo, che è esteriore all’individuo e lo influenza. E’ sicuramente un’idea più empirica rispetto alla

precedente, che evidenzia la funzione di vincolo e incanalamento dell’azione e dell’espressione

dell’uomo.

3. L’uomo è al tempo stesso un prodotto e un produttore di cultura

L’uomo è un prodotto della cultura perché è inserito in un ambiente culturalmente determinato, in

cui partecipa alle elaborazioni culturali consolidate nel tempo. Ogni generazione assume su di sé e

si riferisce ad una memoria culturale di una certa società. L’uomo, però, è anche produttore di

cultura dato che lo sviluppo del pensiero, il cambiamento delle condizioni di vita, il progresso,

creano condizioni che le precedenti generazioni non conoscevano: spetta all’uomo creare il suo

ambiente dato da una combinazione di elementi appresi e nuove regole.

4. Potenzialità e vincoli della cultura

Una questione molto discussa riguarda i confini tra dato biologico e dato culturale: i contenuti

della cultura sono appresi o trasmessi geneticamente? L’orientamento è quello di ritenere che il

patrimonio genetico svolga la funzione di determinare non i contenuti ma i limiti e le possibilità del

comportamento. La cultura, dunque, nel modellare il comportamento dell’uomo, non ha una

capacità infinita perché agisce all'interno delle potenzialità dell’organismo umano. Inoltre, ci

possono essere costrizioni dell’ambiente fisico ed anche modelli culturali così radicati da rendere

difficile la produzione di nuove forme culturali.

8.3 CLASSIFICAZIONE DEGLI ELEMENTI CULTURALI

Il sistema socioculturale elabora e diffonde degli strumenti simbolici che permettono agli uomini

di risolvere i problemi ricorrenti nell’esistenza umana e che, quindi, costituiscono la MEMORIA

DI UNA SOCIETÀ. Questi strumenti possono essere suddivisi in base alle funzioni che svolgono

per soddisfare i bisogni dell’uomo. Ci sono quattro aree di bisogni.

A. Bisogni COGNITIVI Questo sistema risponde all’esigenza di acquisire informazioni e

conoscenze, di assumere schemi logici di pensiero ecc. In questo settore rientrano, da un lato forme

di pensiero logico, categorie mentali, schemi tipici di una certa società, dall’altro i contenuti di

conoscenza della realtà e dei fenomeni riscontrabili nella società: teorie delle scienze naturali e

sociali, credenze, opinioni, immagini del mondo espresse dal senso comune.

B. Bisogni AFFETTIVI Il sistema socioculturale produce e diffonde orientamenti di valore. In

ogni società si diffondono istruzioni per dare un significato comune alle varie azioni, per

condividere le idee di ciò che è giusto e sbagliato, buono o cattivo: è un’attribuzione di valore

normativa che permette agli individui di orientarsi nella realtà.

C. Bisogni RELAZIONALI (REGOLATIVI) Una terza area risponde all’esigenza di regolare i

rapporti tra i membri di una collettività, di orientare il comportamento e l’interazione sociale. Ci si

riferisce alle norme sociali che, grazie a leggi, usi, costumi, prescrivono agli individui il modo di

comportarsi nelle varie circostanze.

D. Bisogni di PRODUZIONE DI TECNICHE L’ultima area riguarda procedure e norme che

facilitano lo svolgimento delle attività manuali e intellettuali di carattere continuativo.

Rientrano in quest’ambito sia le tecniche materiali di fabbricazione, costruzione, consumo,

trasporto, sia le tecniche espressive relative alle procedure linguistiche, narrative, artistiche.

Naturalmente, tra le varie aree ci sono influssi reciproci.

E’ importante spiegare il concetto di MEMORIA SOCIALE che indica il deposito di definizioni,

istruzioni e programmi che si sono accumulati nel corso del tempo, alcuni dei quali hanno un

particolare valore storico e affettivo, mentre altri (rielaborati) vengono riutilizzati anche nell’epoca

attuale.

La memoria sociale richiama il patrimonio culturale di riferimento di ogni società: una parte è

tutelata solo dalla MEMORIA COLLETTIVA, essendovi traccia solo nei ricordi, un’altra è

conservata e diffusa tramite gli ARCHIVI DEL SAPERE UMANO (graffiti, codici, musei,

archivi, biblioteche, filmoteche, banche dati ecc.).

8.4 LE VARIAZIONI DEL SISTEMA CULTURALE

Osservando le società concrete si riscontrano molte variazioni sia dell’organizzazione sociale e del

funzionamento del sistema, sia di alcune sue parti o settori. Vediamo i tipi principali.

1. Un primo tipo di variazione riguarda le molteplici configurazioni che assume il modo di

riproduzione socioculturale nelle diverse società a seconda del tipo di formazione sociale. Gli

uomini sono dotati di grande plasticità nel far fronte ai bisogni primari in rapporto alle risorse

disponibili. La variabilità del sistema socioculturale ci dice che vi sono molti modi di riprodurre e

trasmettere la cultura e che società diverse possono usare soluzioni diverse.

2. Abbiamo detto che una parte delle variazioni del sistema socioculturale si produce in seguito al

processo di differenziazione sistemica. La progressiva specializzazione di tale sistema spesso è

indotta da un cambiamento organizzativo nei sistemi economico e politico: la riproduzione

socioculturale è anche espressione degli altri sistemi.

3. Non c’è mai un solo modo di riproduzione socioculturale perché non sarebbe in grado di

permeare l’intera società. Vi è sempre una compresenza, in una stessa società, di più modi di

riproduzione, alcune delle quali possono appartenere al passato ed essere rivalutate.

4. A fianco delle suddette varianti di “sistema”, si osservano altre variazioni che interessano i

materiali del sistema socioculturale: le variazioni della cultura, imputabili a:

 compresenza di differenti culture in una data società

 diversa adesione ai modelli culturali prevalenti

 processo di mutamento dei programmi cognitivi, affettivi, regolativi e tecnici.

5. Quanto detto attesta il carattere precario dell’integrazione socioculturale che si produce nelle

società caratterizzate da uno stadio relativamente avanzato di differenziazione interna e di scambio

con altre società e culture. La compresenza di culture e modalità riproduttive diverse non implica

che non si raggiunga un livello minimo di integrazione, ma che questo si presenta come il risultato

di un processo complesso.

Riguardo questo ultimo punto, è stato rilevato che la presenza o il contatto tra culture diverse può

far sorgere dei problemi di relazione tra i diversi gruppi coinvolti. In ogni società c’è un certo grado

di ETNOCENTRISMO per cui si tende a considerare la propria cultura come esclusiva, migliore

in rapporto alle altre, che, al contrario, sono considerate negativamente, o, comunque, svalutate. La

presenza di un eccessivo grado di etnocentrismo può portare ad alimentare tendenze all’isolamento,

al razzismo, generando conflitti tra i gruppi sociali. Generalmente questo accade nelle società

tradizionali caratterizzate da isolamento e scarsi scambi culturali; tuttavia, anche nelle moderne

società industriali la presenza di culture ed etnie diverse, sentite come minacciose, può portare

all’irrigidimento del gruppo sociale autonomo.

Al polo opposto, c’è la posizione del PLURALISMO CULTURALE che riconosce la validità di

ogni cultura sia in relazione alle funzioni che svolge in un certo ambiente, sia al sistema di elementi

che la compongono. E’ un atteggiamento di tolleranza culturale. Ogni società dovrebbe trovare un

giusto equilibrio tra orientamento etnocentrico e pluralismo culturale per far fronte ai problemi di

integrazione socioculturale.

Nelle società industriali moderne i vari segmenti sociali tendono a riconoscersi in una subcultura,

cioè una cultura specifica che costituisce una variante o una diversa interpretazione di modelli

simbolici condivisi (cultura dominante). In alcuni casi, invece, si possono trovare culture

divergenti, che non hanno punti comuni con quelle dominanti. In altri casi ancora, si ha a che fare

con controculture, cioè subculture che si oppongono radicalmente alla cultura dominante.

8.5 CONTROLLO SOCIALE E PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE

Per conformare il comportamento degli individui ai ruoli, alle norme sociali, la collettività ricorre ai

meccanismi di CONTROLLO SOCIALE. Esiste un CONTROLLO “SECONDARIO” che si

esercita per prevenire lo scostamento della norma o per eliminare una devianza avvenuta, grazie ad

una serie di interventi di diverso peso sociale. Soprattutto esiste il CONTROLLO PRIMARIO,

meno appariscente, che regola la condotta dei membri grazie all’interiorizzazione dei valori e dei

modelli culturali condivisi. Questo sistema “interno” di regolazione sociale viene svolto dal

sistema socioculturale.

8.5.1 CARATTERI DEL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE

E’ attraverso il processo di socializzazione che gli individui diventano membri effettivi della

collettività, quindi, è un processo d’importanza fondamentale sia per gli individui che per la società.

Essa si articola in numerose fasi che riguardano gli stadi d’età successivi degli individui: il tipo di

sviluppo di ogni fase, condiziona gli esiti delle successive, di crescente difficoltà. L’obiettivo è

quello di far maturare nei membri della società un tipo di personalità definito come

PERSONALITÀ DI BASE, che comprende i caratteri culturali prevalenti nella collettività. Un

processo di socializzazione riuscito si avrà quando i modelli cognitivi, emotivi e comportamentali

prevalenti di una certa collettività si saranno sviluppati negli individui.

Il carattere del processo di socializzazione è dinamico e si realizza attraverso una complessa

interazione di modelli culturali prevalenti, sulla base di un continuo interscambio tra gli attori

sociali, in una relazione di reciprocità e in una dinamica di sperimentazione funzionale al

progressivo inserimento degli individui nei rapporti sociali.

8.5.2 DIVERSE FASI DI SOCIALIZZAZIONE

SOCIALIZZAZIONE PRIMARIA Riguarda i primi anni di vita dell’individuo, ed è orientata a

fornire le competenze sociali di base e le capacità di orientamento essenziale per la vita sociale. Gli

agenti principali sono: famiglia d’origine, reti parentali e amicali. Da questo processo dipende la

possibilità di maturazione personale e sociale dell’individuo e il raggiungimento di una certa

sicurezza di sé.

SOCIALIZZAZIONE SECONDARIA E’ orientata a far acquisire agli individui le conoscenze

e le abilità necessarie all’esercizio dei ruoli adulti e all’assunzione di competenze specifiche. La fase

intensiva riguarda l’adolescenza e la giovinezza, ma si prolunga anche oltre in base ai cambiamenti

di posizione e di ruolo. Gli agenti sono: scuola e mondo del lavoro.

Nelle nostre società gli individui sono chiamati a diversi cambiamenti di posizione e di ruolo spesso

non collegati tra loro, così devono acquisire conoscenze specifiche per ognuno degli ambienti

sociali in cui sono inseriti. L’essere inseriti in più ambienti sociali può produrre un conflitto di ruoli.

RISOCIALIZZAZIONE E’ la ridefinizione del sistema delle conoscenze, dei valori, dei ruoli,

in rapporto ai cambiamenti dei cicli di vita e/o delle condizioni di vita. Spesso ciò provoca tensioni

che mettono a dura prova l’integrità dell’identità personale.

RISOCIALIZZAZIONE COSTRITTIVA Si riscontrano nelle ISTITUZIONI TOTALI

(carcere, manicomi) dove gli uomini risultano segregati dal resto della società e sottoposti a sistemi

di controllo autoritari con effetti depersonalizzanti. La risocializzazione costrittiva implica

l’interiorizzazione di norme e valori radicalmente diversi da quelli appresi in precedenza.

RISOCIALIZZAZIONE VOLONTARIA Sono esperienze di radicale conversione religiosa o

di nuova acculturazione.

SOCIALIZZAZIONE ALLA ROVESCIA Capacità delle nuove generazioni di stimolare

quelle adulte e anziane e ridefinire le loro identità e i loro rapporti sociali.

8.6 LE ORGANIZZAZIONI-ISTITUZIONI DEL SISTEMA DI RIPRODUZIONE

SOCIOCULTURALE: FAMIGLIA, SISTEMA EDUCATIVO, RELIGIONE, MEZZI DI

COMUNICAZIONE DI MASSA

La trasmissione degli elementi socioculturali condivisi da una società ai nuovi membri si articola

attraverso strutture e istituzioni.

8.6.1 LA FAMIGLIA

FAMIGLIA Gruppo di individui legati da rapporti di parentela (matrimonio,

ascendenza/discendenza tra consanguinei, adozione), che vivono sotto lo stesso tetto per

lunghi periodi di tempo, che costituiscono un’entità economica i cui membri adulti si

occupano della prole.

Vediamo la sua funzione nella riproduzione socioculturale.

1. Funzione di RIPRODUZIONE BIOLOGICA E CULTURALE (la famiglia è parte sia del

sistema socioculturale che di quello biopsichico). La famiglia svolge funzioni biologiche ed

affettive estremamente importanti nella prima infanzia. Essa rappresenta la forma iniziale della

socialità, perché offre ai nuovi nati i primi punti stabili di riferimento e li introduce a più estesi

rapporti sociali.

2. La famiglia è un’UNITÀ ECONOMICA, per cui si può far carico delle molteplici esigenze dei

suoi membri attraverso il lavoro extrafamiliare e domestico.

3. La famiglia REGOLA IL COMPORTAMENTO SESSUALE E LO STATUS SOCIALE. In

tutte le società ci sono norme che regolano le condizioni sociali ed istituzionali dell’accoppiamento

sessuale. Inoltre, secondo l’appartenenza familiare, l’individuo partecipa ad un determinato status

sociale ed usufruisce dei caratteri ad esso connessi.

Le strutture familiari possono essere analizzate secondo vari elementi di base come le dimensioni

della famiglia, le forme di matrimonio, l’organizzazione economica e così via.

In Occidente il quadro è questo:

 La struttura familiare è prevalentemente di tipo nucleare, con residenza autonoma rispetto la

parentela. La famiglia nucleare estesa comprende, in genere, perenti conviventi anziani.

 Il modello familiare è monogamico.

 In termini di autorità, prevale il modello patriocentrico, anche se si sta estendendo un modello

egualitario, soprattutto tra i giovani.

 In termini di discendenza ed eredità, prevale il modello bilaterale, per cui si segue sia la linea

maschile che femminile.

 La ricerca del coniuge viene espletata fuori dal gruppo parentale, però prevale la tendenza a

contrarre matrimonio all’interno del gruppo sociale di appartenenza (endogamia di classe).

Anche a seconda delle diverse strutture familiari vi è una diversa funzione socioriproduttiva. Nella

formazione contadino-artigianale, prevale una famiglia estesa con centralità del ruolo paterno in

quanto ad autorità e di quello materno per l’affettività. E’ un’unità sia di produzione che di

riproduzione.

Nella formazione capitalistica le dimensioni sono nucleari, persiste una rigida divisione del lavoro

secondo i sessi in cui predomina ancora l’autorità paterna. La formazione socioriproduttiva si riduce

poiché l’istituzione e la formazione sono appannaggio della scuola.

Nella formazione statuale, la funzione di cura ed assistenza sono svolte da sistemi socioassistenziali

e previdenziali, però il forte aumento della domanda di servizi sociali e la conseguente crisi fa si che

venga rivalutata la famiglia come risorsa privata. La famiglia diventa un nucleo esteso con più

redditi e la tendenza al modello egualitario.

Nelle società avanzate si registrano queste trasformazioni, oltre a quelle già citate:

1. Si riduce il ruolo di socializzazione della famiglia per l’ampliarsi di altre agenzie formative

(scuole ecc.) e l’ampliarsi delle reti di relazione e opportunità associative.

2. Le famiglie si qualificano come unità di reddito e consumo piuttosto che unità di produzione.

3. Si è prodotto un grande mutamento nei modelli sessuali e affettivi e nella scelta del coniuge.

Un tempo i modelli affettivi e sessuali erano orientati alla procreazione e le scelte matrimoniali

dipendevano da strategie di famiglia. Nelle società industriali le relazioni affettive dipendono dalla

libera scelta di due individui in base all’attrazione fisica e affettiva.

4. Nelle società industriali sorgono fenomeni che sembrano prefigurare la crisi dell’istituzione

familiare (declino delle nuzialità, riduzione della natalità, instabilità matrimoniale, famiglie

spezzate ecc.).

Da questo quadro deriva che sono in crescita quote di individui che rimandano nel tempo la scelta

matrimoniale. Le cause dipendono da diversi fattori: c’è un aumento dei giovani che vivono da soli

o che prolungano la convivenza con la famiglia rispetto alle generazioni precedenti. Il declino della

nuzialità è anche imputabile al diffondersi delle unioni tra due persone che convivono senza però

essere unite istituzionalmente: in alcuni casi la convivenza sfocia, poi, in matrimonio, in altri è

un’alternativa ad esso.

E’ in aumento anche l’instabilità coniugale. Da un lato può essere considerato un fattore di

disgregazione sociale, dall’altro può essere una scelta dettata dalla ricerca di una convivenza più

armoniosa.

Infine, nell’Occidente, si assiste anche al fenomeno del calo di fecondità. I motivi vanno dalla

posticipata istituzione familiare alla diffusione di tecniche contraccettive, alle trasformazioni sociali

che hanno forti ripercussioni sulle strategie familiari. Per pochi figli però, la famiglia affronta sforzi

necessari ad assicurare una competenza socioculturale adeguata.

8.6.2 IL SISTEMA EDUCATIVO

Mentre nelle formazioni sociali precedenti non c’era l’esigenza di particolari abilità e l’istruzione

era riservata alle classi sociali più avvantaggiate per arricchire il loro bagaglio culturale, nelle

formazioni sociali più moderne è avvenuto un mutamento: l’istruzione è diventata un fenomeno di

massa, visto che è su individui istruiti e formati che si fonda la società industriale. L’allargamento

dell’istruzione permette sia di salvaguardare le tradizione culturale, sia di perseguire nuovi obiettivi.

Vediamo quali sono le componenti di un sistema educativo.

1. Tutta la popolazione ha diritto ad un certo livello di istruzione di base; questa opportunità è

obbligatoria fino ad una certa età per tutti; questo servizio deve essere gratuito. Le scuole

dell’obbligo trasmettono gli elementi di base della cultura, necessari alla vita sociale; le scuole

superiori trasmettono una cultura tecnica e scientifica indispensabile per la riproduzione economica

e politica; l’università diffonde un livello più alto di cultura, contribuendo all’innovazione della

conoscenza e del sapere.

2. Attenzione alle risorse infrastrutturali, di personale e organizzative necessarie per il

funzionamento del sistema istruzione. Si va dall’utilizzo di locali, al processo di insegnamento e

apprendimento della predisposizione di programmi ai servizi amministrativi e burocratici.

3. La maggior parte dell’istruzione è svolta in strutture ed istituzioni orientate a promuovere

una funzione culturale-conoscitiva. Un intento analogo è perseguito anche da strutture che fanno

capo a forze sociali che non hanno uno specifico compito educativo, i cui programmi di formazione

si integrano e si differenziano rispetto a quello delle istituzioni politiche (scuole di formazione,

partiti, strutture religiose ecc.).

4. Ogni sistema di istruzione è definibile in rapporto a variabili endogene relative agli obiettivi

che si propone, ai contenuti culturali e scientifici, ai programmi di insegnamento, al reclutamento e

formazione del personale, ecc. A seconda di queste componenti, varia la funzione esercitata dal

sottosistema educativo nel più ampio sistema socioculturale.

Di fianco all’affermarsi del processo di scolarizzazione di massa, ci sono dati che attestano tutta una

serie di disfunzioni che danno adito a fenomeni di abbandono del ciclo di studi, delle ripetenze, del

ritardo scolastico, del mancato conseguimento del titolo di studio, del mancato passaggio da un

ciclo di studi all’altro. Questi fenomeni sono indice di bassa efficienza del sistema scolastico,

individuabile nello spreco o nella dispersione di risorse culturali e organizzative.

Tra il 1950 e il 1980, in Italia, si è registrato un forte incremento della scolarità; poi, tra il 1980 e il

1990, in seguito al decremento demografico, si è avuta una sensibile diminuzione che si è

manifestata soprattutto nelle scuole primarie. E’ però aumentata la propensione ad iscriversi

all’università.

Per far fronte alla scolarizzazione di massa, si è reso necessario un forte investimento di risorse nel

sistema d’istruzione e un’espansione del numero degli insegnanti.

Resta sempre basso il livello di produttività del sistema universitario i confronto agli altri paesi

industrializzati: nella fascia d’età tra 25-34 anni, solo il 6,8% della popolazione è laureata,

confronto al 30,2% degli Stati Uniti (dati del 1992). La presenza di dispersione e selezione

scolastica pone dei dubbi sulla possibilità di garantire l’uguaglianza delle opportunità educative e

sulla possibilità che le classi sociali più basse possano ridurre lo svantaggio socioculturale rispetto a

quelle più elevate. Comunque, la riuscita scolastica dipende ancora dal capitale culturale e dalle

aspettative della famiglia di origine ecc. Quindi, l’ambiente scolastico si presta a perpetrare le

disuguaglianze sociali piuttosto che cancellarle.

Un altro problema che può produrre la massificazione scolastica, è il fenomeno della

disoccupazione intellettuale che si verifica in alcuni periodi storici per un eccesso di diplomati o

laureati rispetto alle possibilità di assorbimento culturale, con la conseguenza che una quota

d’individui deve accettare occupazioni più basse.

8.6.3 LA RELIGIONE

Alla base di ogni religione vi sono alcune credenze in una realtà altra da quella immanente. Attorno

alle religioni più sviluppate ruotano un insieme di fattori:

 presenza di rituali, per dare espressione al denso religioso

 senso di appartenenza al gruppo religioso

 sistema di rappresentazione della realtà e di visione del mondo che fornisce agli aderenti un

quadro interpretativo degli eventi

 criteri e indicazioni per orientare la condotta di vita dei fedeli nelle diverse circostanze (morale)

 istituzioni, strutture, ruoli, per mantenere e diffondere l’idea religiosa.

Sono molteplici le funzioni di trasmissione ed integrazione socioculturale assolte dal sistema

religione

A. Ogni religione fornisce particolari risposte all’esigenza di conoscenza e di spiegazione della

realtà, propone dei valori di riferimento, detta regole morali di comportamento.

B. Ogni religione dispone di una TEODICEA, cioè di una spiegazione e giustificazione degli

eventi cruciali dell’esistenza, come l’origine della vita, l’universo, il male, la sofferenza, la morte.

C. Ogni religione tende a riflettere immagini e rappresentazioni della realtà dominanti e a fornire

qualche forma di legittimazione dei rapporti sociali esistenti, fatto che contribuisce a giustificare le

organizzazioni politiche ed economiche prevalenti. In casi estremi può essere la religione a fondare

l’ordine sociale: esso si propone come schema di riferimento globale.

D. Le religioni più consolidate sviluppano una serie di strutture tramite le quali diffondere il

messaggio religioso nella società. Le religioni più organizzate mettono in atto attività e iniziative di

supporto all’attività religiosa. Infatti, la religione ha sempre avuto rilievo nel campo dell’istruzione,

della socializzazione, della cultura dell’informazione.

La religione è presente in tutte le società, con variabilità di forma. Le religioni che hanno più

seguito sono quelle monoteistiche.

1. Nelle formazioni sociali più tradizionali, i detentori del potere politico erano considerati

rappresentanti della divinità e venivano affiancati da una classe di sacerdoti.

2. Nelle formazioni sociali successive, la religione controlla ancora la riproduzione socioculturale

tramite il monopolio da parte del clero della parola scritta e dell’istruzione.

3. Nelle formazioni sociali più recenti, il peso della religione si attenua perché la riproduzione

socioculturale è svolta dall’istruzione pubblica e dai mass-media.

4. Nelle società industriali avanzate, la religione può proporsi come fonte di valori, come

orientamento simbolico.

8.6.4 I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA

MASS-MEDIA Pluralità di strumenti comunicativi in grado di far giungere sincronicamente alla

popolazione presente in una o più collettività, un insieme assai vasto di informazioni, conoscenze,

programmi, messaggi relativi alle varie sfere della vita sociale.

POPOLAZIONE OGGETTO Quanti usufruiscono dei mass-media.

POPOLAZIONE SOGGETTO Quanti ricoprono ruoli che rendono possibile tale

comunicazione, lavorando sia nella produzione e diffusione dei messaggi, sia nei settori tecnologici

relativi alla trasmissione.

La RILEVANZA DEL FENOMENO emerge dall’aumento degli investimenti effettuati, dagli

ingenti interessi di gruppi economici, dall’ampliarsi dell’area degli studi, dall’attenzione prestata

agli indici di ascolto. I mass-media sono considerati un’istituzione sociale, un insieme di attività e

strutture stabili che svolgono funzioni di primaria importanza nella società contemporanea.

PRINCIPALI FUNZIONI:

1. Trasmissione generalizzata di informazioni e conoscenze

2. Ampliamento delle possibilità comunicative

Grazie ai mass media il mondo è un “villaggio globale”, senza barriere culturali o territoriali.

Avranno sempre più importanza nei processi di socializzazione, il che li pone in concorrenza con le

agenzie tradizionali (famiglia, scuola ecc.) grazie all’utilizzo della tecnologia, ad un linguaggio

immediato, ecc. Il rischio è di proporre messaggi divergenti rispetto alle altre agenzie, creando

conflitti di socializzazione. Inoltre, può esserci incoerenza anche tra i messaggi stessi dei mass-

media, col rischio di frammentazione dei riferimenti culturali.

Da un lato possono alimentare PROCESSI DI OMOLOGAZIONE DI MASSA (trasmettendo

stereotipi, immagini ingannevoli), dall’altro possono offrire PROGRAMMI ATTI A

STIMOLARE GLI INTERESSI DELL’INDIVIDUO.

Queste due valutazioni si possono sintetizzare nelle opposte fazioni: APOCALITTICI

denunciano i pericoli dell’imbarbarimento dovuto alla comunicazione di massa e individuano i

mass-media come i nemici da respingere; INTEGRATI considerano i mass-media come ordinari

strumenti di comunicazione e accettano la loro influenza sulle idee, le conoscenze e

l’immaginazione della popolazione odierna.

Un altro pericolo denunciato, è quello dell’IMPERIALISMO CULTURALE: i mass-media

potrebbero essere uno strumento di colonizzazione culturale delle società meno sviluppate da parte

di quelle più avanzate. La comunicazione tende generalmente a fluire dalle aree più sviluppate a

quelle meno sviluppate, così, il pericolo è quello che si affermino modelli di vita non congruenti

con la cultura locale e con lo sviluppo economico più adatto, con un danno per l’integrità delle

culture locali. Parallelamente, però, questo fenomeno sottolinea il grande potere di attrazione che

esercitano i modelli culturali forniti dai mass-media su ogni società, in particolare su quelle più

arretrate. In questo senso, i mass-media hanno una funzione nel creare aspettative di

modernizzazione.

Dato che i mass-media possono diffondere nella società definizioni, istruzioni, programmi di

comportamento che possono contribuire a rafforzare o delegittimare il sistema economico e politico,

è interesse di questi sistemi mantenere uno stretto legame con essi. Il sistema produttivo li

considera come una variabile di mercato e agenti di una cultura congruente con l’organizzazione

economica ed investe nel settore ampie risorse. Per lo Stato e il sistema politico, i mass-media

sono strumenti di legittimazione con un ruolo centrale per la formazione dell’opinione pubblica

8.7 ARTE E CULTURA DELLO SPETTACOLO

Altro campo della produzione e riproduzione socioculturale è l’ESPRESSIONE ARTISTICA che

comprende: arti figurative, letteratura, teatro, musica, le quali, attraverso vari linguaggi e simboli,

esprimono e alimentano l’immaginario collettivo.

E’ necessario approfondire delle questioni.

A. Il carattere specifico dell’espressione artistica è la particolarità dell’arte rispetto ad altre

forme di mediazione simbolica. L’arte ha la capacità di sollecitare l’immaginario collettivo con

l’utilizzo di particolari mezzi espressivi.

B. Consapevolezza della variabilità dell’espressione artistica e dei criteri di definizione dell’arte

in diverse società in epoche diverse.

C. Diverse interpretazioni dell’arte: è maggiormente ascrivibile alle capacità dell’artista o riflette

un complesso processo di maturazione delle idee? La prima interpretazione sottovaluta gli aspetti

sociali, la seconda la sensibilità dell’artista.

D. Complesso rapporto tra arte e società: l’arte rispecchia dei valori sociali condivisi o è una

continua messa in discussione della rappresentanza della realtà?

Il rapporto tra arte e società è sicuramente molto complesso: da un lato si sottolinea la concezione

dell’arte come denuncia dei mali sociali, dall’altro si evidenzia che l’arte è condizionata dalla

società dei consumi per cui perde il carattere oppositivo. Proprio in merito a quest’ultima

osservazione, oggi c’è la tendenza ad estendere il concetto di arte fino a comprendere vari tipi di

spettacolo di cui possono fruire le masse, ritrovando in essi protagonismo e identificazione sociale.

Tutte queste forme di spettacolo, dove ostentazione, esibizione, messa in scena sono ricorrenti,

influenzano l’immaginario collettivo delle nuove generazioni.

La MUSICA è uno dei campi di spettacolo di maggiore attrattiva, che propone continuamente

linguaggi nuovi, stili e contenuti sempre diversi. Collegata alla musica c’è l’esperienza del ballo e

della discoteca, che portano con sé frenesia, trasgressione, adesione a tendenze culturali. look

appropriato, quindi consumo di oggetti e beni di vario genere.

Il giovane che emerge è: propenso al divertimento e ad esprimersi nel tempo libero, sensibile

all’edonismo e al narcisismo; ritrova un’identità e una distinzione generazionale nella condivisione

di certi ambienti, stili di vita, beni, linguaggi coi propri pari; ha bisogno di socialità, di relazioni

interpersonali.

Le forme di aggregazione giovanile, se da un lato affermano i nuovi valori e tendenze creative,

dall’altro vedono la prevalenza di imitazione reciproca o di un’adesione passiva ad uno stile.

Naturalmente, le strategie dell’industria culturale influenzano e condizionano comportamenti,

stili di vita, mode, soprattutto nei giovani. Si crea un mercato economico per i giovani molto

redditizio, che coinvolge anche altre generazioni che vogliono “restare giovani”.

Questo processo di omologazione culturale trova opposizione nelle SUBCULTURE

GIOVANILI fin dagli anni ‘60. Tra queste segnaliamo le subculture spettacolari che ricercano

particolari mezzi espressivi per colpire negativamente il gusto della società (modo di vestire, look,

musica).

CAP 9 IL SISTEMA BIOPSICHICO

È la quarta specie di sistema sociale indispensabile all’esistenza di ogni tipo di società. È

specializzato nelle attività necessarie alla riproduzione biologica delle popolazioni; a mantenere le

persone bene adattati nel fisico e nella mente alle richieste delle altre tre specie di sistema sociale;

nella formazione di personalità stabili e integrate.

In società in cui le quattro specie sono chiaramente distinguibili e individuabili, le attività peculiari

del sistema biopsichico sono dipendenti dallo stato e dalle variazioni delle altre tre specie di sistemi

di base. Altri aspetti costitutivi sono invece impermeabili: programmazione filogenetica e inconscio.

Per questo, il sistema biopsichico deve essere analizzato in modo particolare nei suoi elementi

costitutivi, con attenzione all’unità CORPO-MENTE-CERVELLO chiamata “organismo agente”.

9.1 L’ORGANISMO AGENTE

Corpo e mente sono entrambi necessari alla comprensione dei comportamenti e delle azioni sociali:

singolarmente sono insufficienti a comprendere se stessi.

9.1.1 IL CORPO

Comportamenti e azioni sociali sono il risultato di una motricità volontaria di cui il corpo ne è

vettore.

Il corpo è anche al centro di quell’elemento fondamentale della socialità chiamato

COMUNICAZIONE: comunicazione verbale, non verbale, di segno (tatuaggi, abbigliamento, tratti

somatici).

La differenziazione dei tratti somatici fra diverse popolazioni ha permesso di costruire il concetto di

razza. Questo opera ovunque consentendo di attribuire l’appartenenza a un gruppo etnico. Tale

identificazione vale anche nel caso del sesso.

Il corpo è anche sistema di autocomunicazione di segnali interni nella percezione dei confini del

proprio corpo rispetto all’ambiente; è produttore e prodotto di cultura attraverso la cura di sé; infine,

è il centro della socialità, al centro della società.

9.1.2 IL SISTEMA NERVOSO E IL CERVELLO

Il cervello, il sistema nervoso centrale (SNC), percepisce e segnala esclusivamente variazioni

nell’ambiente esterno e interno del corpo. L’organismo è un sistema aperto, verso l’ambiente, e

chiuso, interessato alla continua ricreazione (autopoiesi) delle proprie strutture. Il SNC è formato da

tre strati: il più interno ed arcaico è il PALEONCEFALO, avvolto dall’ARCHIPALLO, che

forma il sistema limbico, ed infine, più esternamente, dal NEOENCEFALO. Ogni strato controlla

e regola tipi di comportamenti diversi: questo permette di accostare le neuroscienze con la società in

quanto mette in evidenza che la socialità è già inscritta nei programmi cerebrali. Le aree cerebrali

del paleoencefalo e del sistema limbico sono il prodotto della programmazione biologica. Le aree

del neoencefalo sono disponibili all’apprendimento individuale, così, nel bambino, questo sistema

presenta reti neuronali che si attiveranno in funzione delle pressioni selettive dell’ambiente

(APPRENDIMENTO PER STABILIZZAZIONE SELETTIVA).

9.1.3 MENTE O PSICHE

L’OGGETTO MENTALE è il prodotto di un processo che vede, in ultimo, l’interconnessione tra

memoria della percezione e memoria del concetto. La percezione di un oggetto (PERCEZIONE

PRIMARIA) stimola il suo riconoscimento tramite l’attivazione di aree interessate

all’informazione-percetto e all’informazione-concetto.

La MEMORIA è un sistema interattivo percetti-concetti-emozioni che orienta il corso delle azioni;

è alla base delle decisioni.

9.1.4 L’INCONSCIO

Dall’azione attuale nell’ambiente e dalla persistenza della nostra individualità nel tempo, siamo

coscienti di esserci, di esserci stati e siamo coscienti di questi processi mentali: ossia, siamo

coscienti di essere coscienti.

L’INCONSCIO è invece costituito da esperienze individuali, trasmesse per via filogenetica,

compiute durante lo sviluppo (inconscio collettivo).

L’IDENTIFICAZIONE è il processo psicobiologico attraverso cui si costituisce l’essere umano

come soggetto, si costituisce la personalità. L’identità è, in senso letterale, la presenza nella mente

dell’individuo di una molteplicità di persone psichiche che non è altro che la società, passata e

presente: la società è nella mente individuale quanto le menti individuali producono la società.

Il processo di SEPARAZIONE (che si accompagna a stati psichici di lutto, con senso di colpa

quindi angosciosa) insieme al processo dell’ATTACCAMENTO, contribuiscono alla formazione

di un settore della personalità (Ego) che svolge la funzione di mediatore fra le spinte contrastanti

delle pulsioni interne e la realtà esterna. La società può essere interpretata come una gigantesca

costruzione per ammortizzare e diluire la carica energetica delle pulsioni affettive dei soggetti, ma

anche come luogo dove essa può trovare realizzazione.

9.2 RIPRODUZIONE BIOLOGICA, SESSUALITÀ E CURE PARENTALI

La RIPRODUZIONE BIOLOGICA per via sessuata esiste in quanto permette la riproduzione,

tuttavia è una modalità caratteristica della minoranza delle specie viventi. Altra risposta collega la

riproduzione sessuata con il piacere sessuale ossia un “trucco” utilizzato dall’evoluzione per

stabilizzare questa forma dai costi energetici rilevanti.

L’ultimo orientamento esplicativo vede nella riproduzione sessuata un adattamento a un tipo di

socialità. La sessualità si compone di : CORTEGGIAMENTO, ACCOPPIAMENTO,

RICERCA e COSTRUZIONE DEL NIDO. Questi sono comportamenti, azioni e interazioni

sociali di tutte le specie, la cui sopravvivenza biologica è direttamente dipendente dalla socialità,

dallo stato di cooperazione nel gruppo sociale.

La sessualità è un preadattamento alle esigenze di una società complessa così come lo sono la

CURA DEL CORPO del neonato e la NUTRIZIONE. Le CURE PARENTALI sono favorite dalla

continua recettività sessuale delle femmine e questo è altamente socializzante, consentendo di

tenere vicino il maschio nelle strutture parentali monogamiche. La riproduzione presenta sempre,

per le femmine, costi energetici molto elevati, mentre ridotti sono quelli per il maschio: da questo

deriva una differente strategia riproduttiva fra maschi e femmine: la prima quantitativa max

trasmissione del proprio patrimonio genetico; la seconda qualitativa ottimizzazione dello stesso.

L’investimento parentale costituisce il nucleo originario e fondativo della socialità, infatti i neonati

non sopravviverebbero senza l’intervento diretto di più adulti.

9.3 LA RIPRODUZIONE SOCIALE QUOTIDIANA

La RIPRODUZIONE SOCIALE, sotto i profili biologico e psichico, è composta da mille attività

in assenza delle quali le attività delle altre tre specie di sistema non potrebbero essere svolte. Al

minimo, le attività di riproduzione quotidiana del sistema biologico, svolgono funzioni quali

l’ordine, la distensione, la permanenza della vita quotidiana, che contrastano il disordine, la

tensione, il mutamento della produzione di società.

9.4 SPECIALIZZAZIONE E DIFFERENZIAZIONE DEL SISTEMA BIOPSICHICO

Nel corso dell’evoluzione socioculturale, alcune attività del sistema biologico si sono

progressivamente differenziate e specializzate: la riproduzione biologica, ad esempio, è stata in

parte sottratta ad esso attraverso le tecnologie della fecondazione artificiale. Una serie di funzioni e

attività originariamente peculiari del sistema biopsichico sono state sottratte ad esso dagli altri tre

sistemi o hanno costituito nuove organizzazioni o diversi livelli dell’azione all’interno del sistema

biopsichico stesso.

9.4.1 CONTROLLO INTERSISTEMICO DELLA RIPRODUZIONE BIOLOGICA

Il CONTROLLO della RIPRODUZIONE BIOLOGICA delle popolazioni può essere oggetto di

norme giuridiche che disincentivano oppure incentivano la “produzione” di figli (nella Cina degli

anni ’80 si disincentivava la riproduzione mentre, negli stessi anni la Francia la incentivava). In

realtà non serve che lo Stato o la Chiesa svolgano questo controllo di riproduzione biologica poiché

all’interno stesso della famiglia esso è ben attivo (dall’infanticidio alla contraccezione).

9.4.2 FORMAZIONE DELLE PERSONALITÀ INDIVIDUALI

Chiese, scuola e mezzi di comunicazione di massa producono modelli personali e sociali per i

processi di identificazione. L’evoluzione socioculturale ha consentito un’estensione degli Altri, la

cui immagine è il veicolo e il materiale per costruire le identità individuali. Il bambino occidentale

che trascorre ogni giorno, in media, quattro ore davanti alla TV, acquisendo informazioni,

immagini, atteggiamenti e modelli di comportamento (mattoni per la costruzione della sua

personalità) che in genere hanno ben poco a che fare con la realtà dei modelli di comportamento

degli Altri significativi fisicamente presenti, diventa l’oggetto di una sottrazione di attività

formative della personalità un tempo svolte direttamente dalla famiglia.

Poiché il processo di formazione dell’identità è inconscio, le trasformazioni eventuali dei veicoli

sociali di formazione dell’identità individuale interessano le altre specie di sistema sociale che non

quello biopsichico. Il mutamento più rilevante riguarda le modificazioni del sostrato biologico della

psiche, ossia la velocità dei processi e delle strutture dell’apprendimento dovuto all’enorme

molteplicità quantitativa e qualitativa degli input informazionali dell’ambiente sociale.

9.4.3 L’ETNIA COME SUPER-FAMIGLIA

Le ETNIE sono raggruppamenti umani basati sulla somiglianza fenotipica che agisce con forza

crescente nel riconoscimento e nell’auto-riconoscimento dell’appartenenza etnica. L’identità etnica

è esperita dai membri di un’etnia come se fosse una SUPER-FAMIGLIA.

Tutte le identità etniche ricorrono a miti delle origini che diffondono il senso della famiglia.

L’etnia svolge il ruolo di entità superiore che trascende, ingloba e protegge il soggetto individuale:

rappresenta quindi il soggetto (più efficace) sul quale l’individuo attua il processo di attaccamento

affettivo utile alla formazione dell’identità individuale.

La forza e la diffusione dell’attaccamento etnico e della condivisione delle radici sta

nell’affermazione crescente dapprima nelle società occidentali e, da queste, nel sistema mondo, di

relazioni sociali di tipo seriale in cui l’individuo scorre da un ruolo all’altro senza mai fermarsi in

uno. Ciò che viene a essere carente sono proprio le identificazioni profonde, che informano il

sistema d’orientamnto affettivo e valutativo degli individui, delle quali, però, nessuno può fare a

meno per lungo tempo e che, quindi, vengono ritrovate in organizzazioni, associazioni, gruppi, che

ripropongono le dinamiche peculiari della famiglia.

9.5 L’ADATTAMENTO AGLI ALTRI SISTEMI SOCIALI

Nelle società industriali e neo-industriali una delle trasformazioni più evidenti del sistema

biopsichico è avvenuta a livello di mantenimento psicofisico adattato alle richieste degli altri tre

sistemi.

Ancora più importanti sono i mutamenti di livello interni al sistema biopsichico. Il luogo sociale in

cui si svolgono le funzioni primarie ed elementari di cura, di assistenza, continua a essere la

famiglia o il gruppo domestico ossia i livelli INDIVIDUO e GRUPPO dell’azione sociale.

Con la diffusione della medicalizzazione della società, iniziata alla fine del Rinascimento, sono nate

specifiche organizzazioni (ospedali, cliniche…). Tale presenza implica l’incremento delle

interazioni intrasistemiche fra il livello dell’azione sociale INDIVIDUO o GRUPPO e il livello

ORGANIZZAZIONE; quest’ultimo prevale sui precedenti livelli, soprattutto quando è configurata

come organizzazione ospedale, presentando un aspetto, amministrativo-gestionale, che si avvicina

ai modelli aziendali. L’interazione fra i diversi livelli dell’azione sociale è evidente quando si

analizza una condizione cruciale per l’individuo: lo stato salute/malattia, cioè modelli esplicativi

della realtà, nella misura in cui sono le sofferenze istituzionalizzate e registrate che definiscono ciò

che è normale e ciò che è patologico.

È proprio l’esito del processo di istituzionalizzazione della definizione di malattia che comporta

conseguenze sociali rilevanti, perché a partire da esso vengono decise le politiche sanitarie dei

governi, coinvolgendo i tre sistemi.

In questa situazione il livello dell’azione sociale individuo viene annullato dal livello

organizzazione.

Un’interazione tra livello gruppo e livello organizzazione è visibile in una forma di assistenza

prefamiliare, il volontariato, reso indispensabile dai costi economici e incontrollabili e la crescita

quantitativa della categoria anziani. Questi “fenomeni” definibili con “crisi dello Stato sociale o del

benessere” hanno riconcentrato sulle famiglie l’onere dell’assistenza, in particolare sulle classi d’età

centrali, quaranta/cinquantenni.

CAP 10 LA COESISTENZA DELLE FORMAZIONI SOCIALI

10.1 IL CONCETTO DI COESISTENZA DI FORMAZIONI SOCIALI DIFFERENTI

ENTRO UNA STESSA SOCIETÀ

In ogni società convivono passato, presente e futuro. Esistono strutture sociali, culturali e psichiche

originate in tempi diversi che coesistono per secoli: mentalità del passato si intervallano con quelle

attuali da periodi di declino per poi ripresentarsi altri di rivitalizzazione.

COESISTENZA DI FORMAZIONI SOCIALI Avviene se è presente, accanto ad almeno una

formazione completa nelle sue componenti strutturali, una o più formazioni (anche incomplete) e se

sono presenti, nella stessa società, tratti culturali, che orientano e legittimano le attività strutturate in

modo alternativo, e sistemi psichici, fornenti motivazioni adeguate. Se coesisteranno differenti

formazioni sociali complete allora tutti e quattro i sistemi sociali fondamentali saranno misti.

Questo porta a definire in modo diverso i concetti di sviluppo e crisi. Per il primo s’intende

l’espansione di un determinato modo di organizzare socialmente quella funzione o attività a spese

d’altri modi. Crisi, si distingue in crisi di un singolo modo d’organizzazione d’attività di base e la

crisi dell’intero sistema dovuto ad un deficit d’integrazione tra le diverse formazioni.

10.2 FORMAZIONI DOMINANTI SUBORDINATE, MANIFESTE LATENTI

Una formazione DOMINANTE riesce a controllare a proprio vantaggio produzione e

distribuzione. Usa le maggiori risorse di cui dispone per estendere il più possibile, nei quattro

sistemi base, il suo progetto di società. È riuscita ad assicurarsi il controllo del centro politico, dei

vertici dello Stato.

Il “suo” indicatore del dominio è il volume delle risorse economiche che perviene a controllare. In

una scala di dominio, alle estremità troviamo la formazione che controlla il 25% del e la

PIL

formazione che ne controlla il 75% o più, quest’ultima è la dominante.

In tutte le società industriali avanzate, la formazione dominante controlla circa il 50% del .

PIL

Una formazione sociale è MANIFESTA quando la sua presenza è espressamente riconosciuta

dalla formazione dominante (ossia l’apparato statale che la controlla) es. la formazione contadina.

Formazioni LATENTI non sono riconosciute come legittime di esistere e sono soffocate, private

delle risorse necessarie.

10.3 INTERPENETRAZIONE COOPERAZIONE E CONFLITTO DI FORMAZIONI

SOCIALI

L’INTERPENETRAZIONE di due più formazioni sociali si osserva quando componenti

relazionali, culturali, psichiche di una formazione sono accolte in altre formazioni, senza che

ognuna perda la propria identità. Ad es. i lavoratori pendolari dal villaggio in stabilimenti moderni a

vita familiare in comunità di villaggio.

Altro esempio, nella società giapponese, il capitalismo oligopolistico prospera con il concorso di

strutture sociali, culturali e mentali le quali interpenetrandosi si modificano rispetto al modello

originario. L’individuo s’identifica di volta in volta con le comunità-villaggio, tempio-buddhista,

famiglia-azienda…

Vi è COOPERAZIONE tra formazioni sociali quando si scambiano risorse materiali e simboliche

traendone reciproco vantaggio ma senza che si modifichino rispetto al modello originario. Un tipo

di cooperazione, fondata sulla divisione del lavoro, è quella che avviene tra grandi aziende

oligopolistiche o statuali e piccole aziende imprenditoriali: le prime forniscono capitali e standard

produttivi e in cambio ricevono servizi e beni che non considerano vantaggioso produrre al loro

interno. Se la cooperazione di questo tipo non avviene, le grandi aziende rimangono cattedrali nel

deserto.

In altri casi, formazioni coesistenti entrano in CONFLITTO e diventa più aspro tra formazioni che

hanno origini storiche lontane tra loro. Chi ne ha fatto le spese è la formazione contadina, in Unione

Sovietica come nel Regno Unito.

10.4 LA COESISTENZA DI FORMAZIONI SOCIALI NELLE SOCIETÀ

CONTEMPORANEE

Tutte le società contemporanee sono miste. Si può mettere in evidenza una tipologia di una società

in cui la combinazione di formazioni coesistenti ha caratteristiche peculiari.

SOCIETÀ A SEQUENZA DISCONTINUA: coesistono una o più formazioni arcaiche con una

delle più recenti in posizione dominante, mentre le formazioni storicamente intermedie occupano

uno spazio minimo. Ad es. la Cina con la formazione dominante statuale collettivista con elementi

della formazione asiatica.

L’organizzazione sociale delle campagne si fonda sulla comunità di villaggio.

SOCIETÀ A SEQUENZA ESTESA: Quasi tutte le formazioni della sequenza storica principale

sono presenti e tutte mostrano uno sviluppo abbastanza elevato. Un esempio è l’India dominata da

una formazione statuale fortemente dirigista che ha promosso la modernizzazione dell’arcaica

formazione contadina; di fatto, la comunità di villaggio e la formazione teocratica continuano a

coesistere a fianco delle formazioni più moderne con scambi limitati.

SOCIETÀ A SEQUENZA INTERMEDIA: Sono caratterizzata dalla presenza di un’unica

formazione contadina d’antica origine ancora esistente; capitalismo imprenditoriale e oligopolistico

sono due formazioni che occupano posizioni centrali nell’organizzazione sociale; infine, la

formazione dominante è una formazione statuale dirigista che controlla intorno al 50% del (ci

PIL

rientrano : Italia, Germania, Francia, Spagna, GB).

SOCIETÀ A SEQUENZA COMPATTA: (Stati Uniti, Canada, Australia) La formazione

dominante è quella del capitalismo oligopolistico, caratterizzata dalla grande azienda privata, con

decine di migliaia di dipendenti e un bilancio di miliardi di $. L’attività politica sviluppa partiti di

massa che operano come comitati elettorali intermittenti che si attivano solo prima delle elezioni.

SOCIETÀ A SEQUENZA ROVESCIATA: nei paesi che tra l’99 e l’90 hanno conosciuto la

rivoluzione morbida, la formazione statuale collettivista doveva rappresentare il coronamento

dell’evoluzione socioculturale ma ciò non è accaduto e la storia si è rovesciata: la formazione

collettivista è implosa.

 In Polonia e nell’R.D.Tedesca, la formazione contadina è sopravvissuta per generazioni al

conflitto con quella dominante e ha costituito il nucleo di rapporti sociali attorno al quale si sono

costituite nuove forme d’organizzazione politica antagoniste del modo dominante.

 La sopravvivenza delle componenti quali la formazione contadina, hanno reso pacifiche le

rispettive rivoluzioni perché, grazie a loro, la caduta della formazione collettivista non si è lasciata

dietro un vuoto sociale ma ha lasciato maggiori spazi. Il che ha impedito che si arrivasse ad una

forma d’anomia.

 La formazione sociale che dominò continua ad esistere in un intreccio d’interpenetrazione,

cooperazione e conflitto.

 In questa nuova situazione, tra le formazioni coesistenti, una nuova formazione dominante non ha

ancora potuto affermarsi, e questo produce instabilità politica economica e sociale.

 Come in Cecoslovacchia (la parte slovacca), quando una formazione statuale collettivista,

sopravvivente in queste società a sequenza rovesciata, è concentrata su una parte del territorio, tende

a favorire la secessione politica e la costituzione di nuovi stati, piuttosto che essere distribuita su di

esso.

10.5 LE FORMAZIONI SOCIALI COESISTENTI NELLA SOCIETÀ ITALIANA

In Italia coesistono formazione contadina e capitalismo imprenditoriale, formazione oligopolistica e

dirigismo di Stato.

I vari rapporti di cooperazione e conflitto, hanno contrassegnato un impetuoso sviluppo economico.

LA COOPERAZIONE TRA FORMAZIONE OLIGOPOLISTICA E FORMAZIONE STATUALE

DIRIGISTA

A livello del modo di produzione, è una forma di cooperazione che risale alla crisi economica

mondiale degli anni ’30, prolungamento della crisi mondiale del 1929. Lo Stato italiano si accollò i

debiti e gli oneri di grandi banche e di grandi industrie in perdita (di fatto salvandole) creando

l’I.R.I. (istituto per la ricostruzione industriale) col progetto di restituire al settore privato le aziende

dopo la crisi. Tuttavia non fu così per ovvi vantaggi e l’IRI si espanse fino a comprendere nuovi

grandi gruppi: ENI, ENEL, FS, Poste.

La cooperazione tra privato e Stato è di questo tipo. Il settore statale costruisce infrastrutture

pubbliche con priorità per quelle che stimolano la domanda di beni di consumo prodotti dal privato;

inoltre, assicura l’approvvigionamento energetico e investe in comparti produttivi di cui il settore

privato è consumatore ma dei quali non ha interesse ad entrare.

IL CONFLITTO TRA FORMAZIONE IMPRENDITORIALE E OLIGOPOLISTICA DA UN

LATO E QUELLA STATUALE DIRIGISTA DALL’ALTRO

Il conflitto è “giocato” attraverso i mezzi di comunicazione di massa, controllati dal privato, mentre

le tematiche spaziano dalla volontà di privatizzare le imprese statali alla difesa della formazione

statuale contro di queste.

IPERTROFIA INVASIVA DELLA FORMAZIONE STATUALE DIRIGISTA

L’utopia della formazione statuale dirigista, risultante dalla convergenza del pensiero cristiano-

sociale con diversi filoni del pensiero socialista, voleva attuare una serie di condizioni tra loro

coerenti e complementari. Nel sistema economico, l’impresa pubblica doveva fungere da motore

dello sviluppo delle zone e regioni arretrate. Il sistema socioculturale doveva fornire un’istruzione

pubblica gratuita a tutti e diffondere attraverso mezzi di comunicazione di massa, una cultura

orientata a valori universalistici. Il sistema biopsichico doveva erogare a tutti un’assistenza

sanitaria gratuita ma d’alto livello. Questi obiettivi non sono mai stati conseguiti in pieno; tuttavia,

il loro perseguimento ha avuto due effetti che hanno portato alla crisi degli anni ’90:

1. La massiccia proliferazione di posizioni di potere e di responsabilità controllate dai partiti in ogni

settore dell’organizzazione sociale.

2. Un enorme incremento del deficit annuo del bilancio statale superiore al 50% delle entrate.

Questi due effetti, negli anni ’90, misero in crisi il progetto di società insito nella formazione

statuale dirigista.

L’INTERPENETRAZIONE TRA FORMAZIONE STATUALE DIRIGISTA E FORMAZIONE

CONTADINA

Con la scesa nel sud della formazione statuale dirigista, allo scopo di promuovere lo sviluppo

economico e politico, e con l’insediamento di grandi impianti industriali, si è operata una

contraddittoria divisione del lavoro tra la formazione dirigista e la preesistente formazione

contadina.

Lo scopo reale di tale interpenetrazione a diversi livelli era (per lo Stato) quello di ottenere dai

meridionali un vasto consenso elettorale nei confronti dei partiti e le delle sue istituzioni; di avviare

uno sviluppo economico autosostentantesi.

Gli esiti sono stati controintuitivi agli occhi di tutti, con una crescente ostilità verso lo Stato.

10.6 IL PROBLEMA DELL’INTEGRAZIONE DELLE SOCIETÀ MISTE

Perché un sistema possa agire come un intero, è necessario lo stato d’integrazione. Nel caso in cui il

sistema sia una società, la sua integrazione sarà in funzione della capacità di perseguire all’interno,

scopi collettivi con larga partecipazione d’individui, classi sociali, gruppi, ecc. e all’esterno, di

condurre azioni unitarie con altre società.

Tuttavia, data la presenza di competizione tra le formazioni presenti in una data società,

l’integrazione avverrà solo col dominio di una formazione sulle altre.

Il DOMINIO è un processo politico ed è ciò che differenzia le società. Le società a SEQUENZA

DISCONTINUA (Cina, Unione Sovietica) producono forme di dominio autoritario o totalitario.

Queste forme sono spiegate dal fatto che, essendo enorme la distanza tra questa formazione recente

e quelle locali di vecchissima origine (distanza economica, politica, culturale, psicologica), l’unico

regime politico attuabile è quello di carattere repressivo, per assicurare l’integrazione delle società.

Canada, Usa ed Europa, sono società di TIPO COMPATTO o INTERMEDIO: le formazioni

sono discendenti dirette di quelle comparse in precedenza.

L’India, società a SEQUENZA ESTESA, ha una formazione di tipo statuale dirigista che non

dispone né del potere economico né di quello politico. La modalità di dominazione politica è ripresa

da società a sequenza intermedia o compatta.

I processi d’integrazione dipendono dall’INDIPENDENZA consentita a ciascuna formazione.

Nelle società a SEQUENZA ROVESCIATA, il problema deriva dall’assenza o dal lento emergere

di una nuova formazione dominante dopo il crollo della formazione collettivista.

Un diffuso senso del “noi” è indispensabile per ogni processo d’integrazione sistemica. A livello di

società, non c’è forma d’identificazione più forte di quella con la nazione. Questa avviene a più

livelli; qui ne tratteremo due.

Ad un primo livello, gli individui sentono di formare un Noi con altri individui simili soprattutto

per: comunanza della lingua, territorio di prima socializzazione, religione e costumi. Questo è un

processo spontaneo. A questo livello si può definire uno spazio geografico la cui popolazione è

definibile come gruppo etnico (super-famiglia).

Ad un secondo livello, i fattori di identificazione sono la comunanza storica, la memoria sociale,

l’interdipendenza politica ed economica, ecc. Lingua, religione, costume sono importanti ma

passano in secondo piano. A questo livello una nazione è il prodotto di uno Stato nel quale domina

da tempo una certa formazione sociale.

La maggior parte degli Stati.nazione comprendono più nazioni-regioni, oltre che gruppi etnici che

vogliono diventare nazione.

Mettendo insieme i due livelli, se dalle formazioni sociali coesistenti in una società emerge un

sistema politico che riesce a far identificare la maggior parte della popolazione con uno Stato-

nazione, allora la società sarà ancora più integrata. Invece, se un tale sistema politico non emerge o

crolla, la polazione cercherà di soddisfare il suo bisogno di identificazione socioculturale

“scendendo” a livello regionale. Di conseguenza, la società si scomporrà in Stati-regione sempre più

piccoli, fino a disintegrarsi con una guerra civile (vedi Iugoslavia).

PARTE TERZA - IL MONDO

CAP 11 POPOLAZIONE, TERRITORIO, AMBIENTE

Le relazioni tra popolazione, territorio e ambiente sono definite dai termini POPOLAZIONE: un

insieme d’individui appartenenti alla stessa specie, che si riproducono e risiedono stabilmente in un

TERRITORIO dato; la qualità e l’intensità delle interazioni fra popolazioni della stessa specie e

popolazioni di specie diverse (biotopo), e fra l’insieme di esse e le componenti abiotiche del

territorio (biocenosi), definiscono lo stato dell’ecosistema osservato, cioè dell’AMBIENTE.

11.1 POPOLAZIONI DEMOGRAFICHE, POPOLAZIONI SOCIOCULTURALI

La popolazione è la componente sociale di cui si può prevedere il futuro con massima precisione. La

demografia permette una precisione delle previsioni quantitative derivate dell’INERZIA

DEMOGRAFICA delle popolazioni: infatti, una società è sempre il prodotto della società che l’ha

preceduta nel tempo, e sarà soggetto di mutamenti per quella a venire.

La demografia comunica informazioni quantitative sulle popolazioni e sui suoi mutamenti, la

sociologia prende in considerazione ad esempio la POPOLAZIONE SOGGETTO: l’insieme degli

attori sociali che occupano le posizioni ruolo dei diversi sistemi sociali. La POPOLAZIONE

OGGETTO è l’ambiente sociale identificato dagli attori individuali o corporati (studenti, medici),

dove questi svolgono le loro azioni. Qualsiasi popolazione (sopracitata) è il risultato d’INGRESSI

(immigrazioni) e di USCITE (morti ed emigrazione). L’interazione tra interesse demografico e

sociologico produce un mezzo d’osservazione delle società e dei loro mutamenti.

11.2 CARATTERI GENERALI DELLA POPOLAZIONE

Sono tre i caratteri generali di una popolazione:

VOLUME GLOBALE numero totale d’esseri umani viventi in un tempo e in uno spazio dati

(per misurare i diversi tassi, urbanizzazione, ecc.).

DENSITÀ rapporto tra il numero di residenti stabili in uno spazio e la superficie di quest’ultimo

(indica la capacità di carico popolazionale).

STRUTTURA rapporto tra le caratteristiche della popolazione e il volume globale. La

definisce il potenziale di fecondità di una popolazione; la

STRUTTURA PER SESSO STRUTTURA PER CLASSI

’ è alla base della misura del tasso di dipendenza cioè del rapporto tra classi d’età non

D ETÀ

lavorativa e classi d’età lavorativa; la segnala la % di persone

STRUTTURA PER TIPO DI INSEDIAMENTO

che vive stabilmente in città o in campagna.

Queste sono informazioni statiche che acquistano significato come basi per confronti spaziali e

temporali e soprattutto per la loro interpretazione socioculturale (vedi tasso di femminilizzazione

associato al grado di scolarità delle donne che fa variare in modo netto la fecondità reale).

11.3 IL COMPORTAMENTO DEMOGRAFICO COME AZIONE SOCIALE

I comportamenti demografici sono azioni umane e sociali agite in un ambiente dove ogni individuo

(essere bioculturale) si muove in uno spazio d’azione definito dall’autorappresentazione mentale del

proprio corpo e del proprio sistema psichico.

Nell’ambiente ci sono VINCOLI ma sarà l’attore sociale a decifrare un corso d’azione demografica

piuttosto che l’altro, perché l’ORIENTAMENTO agisce sulle strutture cognitive dell’attore

facendogli apparire le sue scelte come giuste e quelle dell’altro attore come orribili, assurde (es. le

pratiche di “norma sociale” variano da società a società).

La PRESCRIZIONE può agire sia attraverso norme sociali sia attraverso norme esplicite, sia

attraverso norme culturali generali (restrizioni all’immaginazione, matrimoni combinati).

L’ALLOCAZIONE agisce sullo status dell’attore sociale dandogli o sottraendogli risorse (avere

molti figli porta all’incremento di prestigio mentre l’infertilità fa diminuire la stima sociale).

Orientamento, prescrizione e allocazione formano lo stato generale dell’ambiente del sistema di

decisione o d’azione demografica. L’insieme di questi tre elementi, talvolta, predispone ad azioni

demografiche coerenti, talvolta, invece, ci sono degli squilibri.

11.4 MUTAMENTI NELLA POPOLAZIONE: LA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA

Le società tendono a conservare la propria IDENTITÀ attraverso la riproduzione equilibrata delle

loro componenti.

Per la componente popolazione, la riproduzione equilibrata è data dal pareggio tra ingressi e uscite,

oppure da un incremento nel controllo delle risorse parallelo all’incremento demografico. Questa

prima condizione è definita EQUILIBRIO STAZIONARIO.

Esso può essere primitivo, con alta natalità e mortalità e mortalità catastrofica, breve durata della

vita, alta fecondità; oppure controllato (moderno), con bassa natalità e bassa mortalità, lunga

durata della vita e bassa fecondità.

Tutte le popolazioni in un modo o in un altro “transitano”, o dovrebbero transitare, dall’equilibrio

primitivo (caratteristico delle società preindustriali) all’equilibrio controllato (caratteristico delle

società post-o neoindustriali).

La fase di passaggio dall’equilibrio primitivo all’equilibrio controllato, che dura decenni o secoli, è

detta TRANSIZIONE DEMOGRAFICA in cui tutti i principali parametri demografici (durata

della vita, fecondità tasso di sostituzione) sono squilibrati. Tutte le fasi di transizione provocano

crisi demografiche che si tenta di fronteggiare principalmente con l’emigrazione (es.: Europa con la

rivoluzione industriale).

BOMBA DEMOGRAFICA, iniziata almeno dal 1970, è l’espansione o incremento del volume

globale planetario che viene accompagnata dalla differenziazione territoriale e da fortissimi squilibri

nella struttura della popolazione.

DIFFERENZIAZIONE TERRITORIALE: nei paesi a sviluppo avanzato (PSA) vivevano meno

persone che nei paesi sottosviluppati (PSS).

Gli SQUILIBRI STRUTTURALI riguardano l’eccessiva giovanilizzazione nei paesi PSS e

l’eccessivo invecchiamento nei PSA che porterà questi ultimi a dedicare forze economiche per gli

anziani e per i giovani immigrati.

11.5 POPOLAZIONE, TERRITORIO, RISORSE

Le POPOLAZIONI sono in equilibrio demografico anche attraverso meccanismi selezionati dalla

filogenesi come la sospensione naturale del ciclo ovulatorio adattativa rispetto ai mutamenti

ambientali.

Questo non accade praticamente più (riferito ai meccanismi filogenetici) e la bomba demografica ne

è un esempio.

La scarsità di RISORSE è vitale per la sopravvivenza di qualsiasi sistema vivente in quanto limita

la moltiplicazione esponenziale della popolazione. Le risorse possono essere abbondanti ma non

utilizzabili oppure non raggiungibili o sconosciute. Questa scarsità produce l’attivazione di processi

di scambio e la ricerca di sicurezza.

Nessun sistema è autosufficiente energeticamente, quindi è necessaria un’integrazione fra tutti i

sistemi.

11.6 AZIONE SOCIALE E TERRITORIO

La ricerca della sicurezza nel possesso e nel controllo di risorse utili, implica il controllo di uno

spazio cioè di un TERRITORIO, la risorsa dove l’attore può raggiungere i suoi scopi: è un

ecosistema.

TERRITORIALISMO è un universale comportamentale perché è lo strumento per soddisfare un

bisogno psicobiologico primario e vitale, la definizione e la conservazione della propria identità, o

individualità, attraverso la varietà di espressioni, biologiche, sociali, culturali, individuali e

collettive.

Il territorio egocentrico, o spazio personale, è una zona invisibile che avvolge l’individuo e marca i

confini della sua identità e segna la distanza che deve essere mantenuta fra sé e gli altri. Ci sono poi

i territori situazionali, occupati temporaneamente da individui o collettività: sono di proprietà

temporanea dell’utilizzatore e gli altri dovrebbero rispettare tale diritto. Infine ci sono i territori

fissi: la casa e i suoi annessi, i campi, il mare, i confini di Stato. I territori sono gli spazi dell’ AZIONE

e sono tutti definiti attraverso titoli di proprietà, norme culturali, sociali, giuridiche, ecc.

SOCIALE

11.7 FORME DEL TERRITORIO E FORMAZIONE SOCIALE

Ci sono relazioni tra la geografia e la struttura sociale? Dipende dal tipo di osservatore:

Il TOLEMAICO, riduzionista, nega l’interdipendenza; dirà che le formazioni sociali diverse tra

loro si sono succedute in territori fisico-geografici rimasti per secoli uguali, o che formazioni sociali

molto simili si sono affermate in presenza di biomi diversissimi.

Il COPERNICANO, olista, minimizzerà l’autonomia e dirà che da una parte la montagna ha

impedito (ad esempio) lo sviluppo di città, che oltre i 1500 m. non si coltiva; dall’altra, che la forma

geografica ha favorito la nascita, nel territorio mesopotamico, di una classe sociale.

Queste opposte visioni sono espresse in una spiegazione CAUSALE: un fenomeno, uno stato b è il

prodotto di un fenomeno, stato a: a è causa di b e b non può essere che l’effetto di a.

Oggi, gran parte della scienza ha abbandonato le spiegazioni causali, ma contemporaneamente, ha

sottolineato l’importanza dell’orientamento cognitivo dell’osservatore nella definizione dell’oggetto

osservato. Tutto dipende da che cosa si ritiene utile spiegare, se la separatezza tra territorio e società

oppure l’interdipendenza.

Per il tolemaico, il territorio è un insieme di risorse, un fattore di produzione, un mezzo che un

orientamento culturale millenario lo assicura essere sempre a sua disposizione: la terra è un

elemento passivo di un calcolo economico. Per il copernicano, la terra è anche risorsa e fattore della

produzione, ma è soprattutto un sistema vivo e vivente nel quale l’osservatore ne è parte.

Il tolemaico si sofferma sulle forme locali delle società, con orizzonte storico di breve periodo; il

copernicano rivolge maggiormente l’attenzione sulle funzioni di base che ogni società deve

svolgere per continuare ad esistere.

11.8 TERRITORIO E AMBIENTE

Il prodotto di cultura e società dà l’attore sociale, il quale ha rappresentati nella sua mente, spazi

d’azione come spazi fisico-geografici, culturali e sociali.

Quando si prendono in considerazione tutte e tre le rappresentazioni mentali dello spazio d’azione

dell’attore, allora un TERRITORIO diventa AMBIENTE.

La percezione del territorio, nelle società precedenti la nostra era DIRETTA e IMMEDIATA,

perché tale era il rapporto con la maggior parte delle risorse per la sopravvivenza. Oggi, “grazie”

alla crescente complessità dell’organizzazione sociale, la percezione e il rapporto sono INDIRETTE

E MEDIATE.

11.9 SOCIETÀ UMANE E AMBIENTE

Qualsiasi sistema vivente trasforma l’ambiente. Il nostro interesse per la natura è un esempio di

spostamento d’oggetto. Tutti i cambiamenti che abbiamo apportato all’ambiente sono stati

fortemente adattativi per la nostra specie, ma una delle conseguenze è stato il degrado dell’ambiente

naturale. Comunque, nessuna specie rinuncerà mai a forme di adattamento che in due o trecento

anni hanno consentito di triplicare la speranza di vita

In realtà, oggi, il rapporto tra società ed ambiente è così drammatico perché i MEZZI DI

ADATTAMENTO SOCIOCULTURALE rischiano di diventare disadattivi per le stesse società

umane, e contemporaneamente, gli effetti ecosistemici di quegli stessi mezzi d’adattamento si sono

rivelati disastrosi. Il maggiore indicatore di successo dei MEZZI DI ADATTAMENTO, cioè la

speranza di vita alla nascita, non è aumentata, anzi, in certi paesi è diminuita. Altri indicatori (che

fanno ben poco sperare) sono il rapporto tra energia immessa/emessa e l’incremento della

VELOCITÀ in funzione delle KCal/pro capite.

11.10 AGIRE CON UNA MENTE COPERNICANA E TERMODINAMICA

Comunemente, il problema del rapporto tra società umane e ambiente è percepito come problema di

inquinamento, tuttavia, l’unico modo per non averlo è di non immettere sostanze inquinanti.

Altri due risultati di questo adattamento, che ora risulta controproducente per le società umane,

sono:

 la TRASFORMAZIONE e l’ESAURIMENTO DELLE RISORSE considerate come eterne

(aria, terra, acqua…)

 la RIDUZIONE DELLA BIODIVERSITÀ, ossia la riduzione del numero e della varietà delle

specie viventi in un ecosistema.

Il tipo di azioni da noi scolte dipende dall’immagine del mondo che ci siamo fatti o che ci hanno

presentato.

Con una mente tolemaica pretendiamo di inserirci dentro il vertice del vivente, in una posizione

gerarchica di superpredatore e, contemporaneamente, pretendiamo che i sistemi saccheggiati

continuino a riprodursi infinitamente. Con una mente copernicana, invece, dobbiamo abbandonare

le fantasie di onnipotenza e possiamo ricominciare ad intrattenere con gli altri sistemi viventi degli

scambi commerciali, razionali, nei quali il dare e avere sono in pareggio.

Quattro filoni di ricerca nel tentativo di limitare il dominio sulla natura.

PARADIGMA DEI VELENI: è attento all’inquinamento e chiede, soprattutto al sistema politico,

norme e autoregolamentazioni del volume globale delle emissioni.

PARADIGMA DELLA PROTEZIONE: si riferisce all’equilibrio naturale e le azioni rivendicate

si riferiscono alla conservazione e alla protezione degli equilibri generali.

PARADIGMA DELLA CONVIVIALITÀ: è orientato dalle leggi della termodinamica e pone

l’enfasi su quali fenomeni è possibile eliminare radicalmente per il benessere comune.

PARADIGMA DELL’ENTROPIA: è sensibile alle relazioni interspecifiche e indica quali

tecnologie o sistemi organizzati permettono di ottenere lo stesso livello di efficacia riducendo l’uso

di energia, al fine di vivere senza intaccare la natura.

CAP 12 LE DISUGUAGLIANZE SOCIALI

12.1 FORME DI DISUGUAGLIANZA

DISUGUAGLIANZA SOCIALE : Differenza nei privilegi, considerata motivo di danno oggettivamente misurabile e

soggettivamente percepito per l’esistenza.

Le disuguaglianze si manifestano entro una società e tra società diverse: le prime riguardano

individui o famiglie che si collocano in posizioni sociali superiori o inferiori; le seconde, più diffuse

e valutate, sono disuguaglianze di reddito, potere e prestigio (riunite nel concetto di STATUS),

istruzione e opportunità di lavoro. Queste sono anche le disuguaglianze più caratteristiche delle

formazioni sociali moderne. Nelle formazioni sociali premoderne erano fonte di disuguaglianza:

l’USO DELLA FORZA (capacità di esercitare legittimamente violenza sugli altri) oggi delegata allo

Stato di diritto; l’ONERE DI CETO, che richiede deferenza e rispetto. Altri fattori importanti erano

la RELIGIONE (vedi le caste induiste), e le RELAZIONI PARENTALI che contraddistinguono

clan di appartenenza (nei paesi del Terzo Mondo persistono ancora oggi).

Nelle formazioni sociali moderne, la caratteristica della disuguaglianza è data dalla prevalenza

degli status acquisiti su quelli ascritti: oggi, la posizione di ciascuno nella struttura di classe, è

attribuita sulla base dell’attività svolta piuttosto che ereditata alla nascita. Questo consente una

mobilità sociale tra status differenti e soprattutto responsabilizza gli individui per la loro posizione

sociale. Quindi, nelle formazioni sociali contemporanee, esiste ancora una STRATIFICAZIONE

SOCIALE, che è basata sul reddito in formazioni regolate dal mercato, mentre in formazioni

sociali regolate statualmente, è il potere l’indice di disuguaglianza.

La DISUGUAGLIANZA DI OPPORTUNITÀ ha implicita l’idea che gli individui si meritino lo

status acquisito a patto che abbiano partecipato alla competizione sulla base di pari condizioni di

partenza. I diversi gradi d’istruzione rappresentano il principale fattore di disuguaglianza di

opportunità soprattutto in contesti in cui è possibile una mobilità sociale verticale.

Le politiche di parificazione e lo sviluppo economico, hanno portato ad avere una situazione

contraddistinta da pochi ricchi e pochi poveri e molti in relativo benessere (reddito).

Per quanto riguarda le altre due forme componenti lo status, il potere rimane, in qualche forma, una

fonte di disuguaglianza nonostante l’avvento della ; così il ha allargato le sue

DEMOCRAZIA PRESTIGIO

caratteristiche persistendo in funzione del tipo di occupazione.

Il fatto che le disuguaglianze siano ineliminabili o che non possano essere eliminate o diminuite

oltre un certo limite, è dovuto al fenomeno delle CLASSI SOCIALI e nell’opera dei meccanismi di

stratificazione delle occupazioni (ranking) e di assegnazione di individui o categorie di individui

ad esse (sorting).

Si può teorizzare sociologicamente la disuguaglianza secondo quattro punti:

A. La stratificazione delle occupazioni considerata per grandi categorie aggregate, è data dal tipo di

ossia dal tipo di cultura, politica e modi di produrre.

FORMAZIONE SOCIALE

B. Lo status di ogni occupazione o professione è il risultato di conflitto e contrazione da parte dei

loro membri.

C. L’assegnazione degli individui ai diversi livelli di stratificazione dipende dalle risorse che essi

sono in grado di immettere nella competizione e dalle reti sociali di appartenenza..

D. Tutto ciò vale se ci sono pari numeri di posizioni disponibili. Sviluppo economico, crisi e

stagnazione possono mutare tutto.

12.2 CLASSI SOCIALI, STRUTTURA DI CLASSI, MOBILITÀ SOCIALE

La popolazione classifica se stessa in grandi categorie e la sociologia contribuisce a questa attività

sociale, elaborando CRITERI DI CLASSIFICAZIONE DELLA POPOLAZIONE basati su

caratteristiche quali il (attività di trasformazione della natura per la sopravvivenza) e il

LAVORO

.

POTERE SUI MEZZI

La CLASSE SOCIALE è un insieme di individui o famiglie che occupano la stessa posizione

all’interno dei rapporti dei potere sottostanti alla divisione sociale del lavoro e all’interno delle

connesse disuguaglianze relazionali e distributive.

STRUTTURA DI CLASSE è l’assetto relativamente stabile dei rapporti di interdipendenza tra

classi, nell’ambito di una formazione sociale determinata.

Una definizione del concetto di è data dalle classificazioni ordinate per livelli di

CLASSE SOCIALE

status:  (grande borghesia) composta di proprietari terrieri, liberi professionisti,

CLASSE SUPERIORE

imprenditori, alti dirigenti privati e pubblici.

 (ceto medio) composta dalla vecchia piccola borghesia dei lavoratori autonomi,

CLASSE MEDIA

rurali e urbani e dalla nuova piccola borghesia degli impiegati e dei tecnici.

 braccianti agricoli, classe operaia, lavoratori manuali del terziario.

CLASSE INFERIORE

Le classi sociali sono una popolazione soggetto, attori sociali in rapporto con altri. Tre ambiti

mettono alla prova le teorie della disuguaglianza:

1. MOBILITÀ SOCIALE. Se è elevata stempera le classi sociali che perdono di valore assoluto

diventando aggregati casuali di status. Se è bassa, diventa la prova della persistenza delle classi

sociali come fattore di disuguaglianze di opportunità tra categorie di individui.

2. ISTRUZIONE. In una società permette una mobilità sociale dalla classe inferiore verso quella

media o superiore.

Ma anche meccanismo di chiusura degli accessi alle classi superiori rispetto alle inferiori dove è più

facile entrare. Quindi produce disuguaglianze, ed è a sua volta condizionata dalla posizione sociale

della famiglia d’origine.

3. CONFLITTI SOCIALI. Questi mettono in luce come l’appartenenza a una classe influisca:

A. Sull’immagine della società; moralistica presso le classi inferiori e funzionalistica presso quelle

medie.

B. Sulla partecipazione politica, maggiore nelle classi medie che in quelle inferiori.

C. Sulle forme specifiche di coscienza sociale, come la “coscienza di classe”.

Tutto ciò mostra che le disuguaglianze sono un movente di azione sociale contro la disuguaglianza

stessa quando

1. Si diffonde la percezione dell’ingiustizia sociale legata alla privazione relativa di qualche bene o

opportunità.

2. Quando si avverte uno squilibrio di status.

In presenza di queste azioni si hanno fenomeni quali , nascenti da confronti tra livelli di

MIGRAZIONI

vita disuguali (vedi industrializzazione e urbanizzazione) e le , che

MOBILITAZIONI COLLETTIVE

fioriscono tra popolazioni aventi status non omogeneo e promotrici di rivoluzioni e rivendicazioni

compensative.

12.3 DISUGUAGLIANZA E DIFFERENZA : ETNIA, GENERE, ETÀ

Altre disuguaglianze riguardano caratteristiche ereditate e non scelte come l’etnia, il genere, l’età. Il

collegamento di disuguaglianze di status e opportunità con queste differenze native tende a non farle

percepire come socialmente determinate, e perciò correggibili. Queste differenze sociali si

manifestano in modo da rendere riconoscibile e classificabile chi le possiede, rendendo anche facile

il pregiudizio.

Nelle società occidentali, i bianchi, nativi, maschi adulti hanno posizioni più elevate, opportunità di

istruzione e occupazionali più ampie e migliori, livelli di reddito più elevati, maggior potere. Queste

disuguaglianze, come quelle di classe, danno luogo a una sottoclasse deprivata in ciascuna delle

classi sociali (inferiore/superiore/media).

In una prospettiva storica, disuguaglianze come la discriminazione delle donne e degli anziani dal

lavoro e dall’autorità, sono proprie solo di certi modi di produzione, quello capitalistico industriale.

Tuttavia, sono proprio le formazioni moderne dotate di questo modo di produzione che possono

agire su queste disuguaglianze.

DISUGUAGLIANZE ETNICHE. Sono svantaggi sofferti da chi appartiene a una determinata

etnia evidente a tutti per tratti somatici e/o culturali e fatta segno a pregiudizi. Un esempio è la

secolare discriminazione degli ebrei nei mestieri e nella dimora in Europa, spinta dai regimi nazista

e fascista fino alla persecuzione e allo sterminio nei Lager). La formazione degli U.S.A fornisce una

vasta casistica di disuguaglianze etniche; ricordiamo lo sterminio delle etnie indigene originarie, i

pellerossa; la schiavitù dei neri al Sud (dal 1700 al 1865); la segregazione razziale coatta della

residenza (ghetti) col divieto d’accesso all’istruzione, al matrimonio misto (anni ‘30-’70); il

superamento della discriminazione razziale negli anni ’70; il riconoscimento di diritti specifici alle

etnie più diverse.

L’etnia rientra tra i meccanismi di competizione ed esclusione sul mercato del dove sono

LAVORO

presenti pregiudizi razziali, cioè attribuzioni stereotipe di qualità, ruoli e atteggiamenti negativi in

base a tratti somatici e culturali evidenti.

Tuttavia, la stessa differenza etnica può fungere da risorsa rappresentata da relazioni locali che

identificano come gli asiatici nella ristorazione. Le soluzioni della disuguaglianza, a parte

MONOPOLI

l’ammettere o meno la differenza etnica, è dettata da una libera competizione per le posizioni

sociali.

DISUGUAGLIANZA DI GENERE. Si verificano quando le donne sono significativamente meno

numerose dei maschi nella popolazione attiva, vi partecipano con discontinuità e in modo difforme.

C’è segregazione professionale delle donne nelle occupazioni, dove sono molto numerose solo in

determinati lavori (insegnanti, libere professioni meno prestigiose, occupazioni di servizio alle

persone, lavori a tempo parziale) e dove sono meno numerose negli altri, soprattutto in quelli

direttivi e nelle libere professioni di alto prestigio.

Le donne guadagnano meno degli uomini, hanno minori opportunità di carriera e mobilità. Altra

disuguaglianza è il lavoro domestico, che è imposto loro come un ruolo, anche quando hanno

un’occupazione retribuita. Se divorziate, spesso perdono status rispetto all’ex coniuge ed hanno

meno opportunità sul mercato matrimoniale. Il loro diritto a decidere sulla procreazione e maternità

e contestato e se subiscono violenza maschili hanno difficoltà ad ottenere giustizia penale.

Grazie a movimenti di emancipazione, un numero sempre maggiore di donne entrano nella

popolazione attiva ed accedono, anche grazie ad una più elevata istruzione, ad occupazioni e ruolo

prevalentemente maschili. Altri movimenti di liberazione hanno delegittimato le disuguaglianze di

genere con un conseguente allentamento della stereotipizzazione sessuale dei ruoli familiari e di un

incentivarsi di iniziative per la pari opportunità.

L’emancipazione femminile è uno dei motivi per cui cresce la quota di famiglie in cui i coniugi

svolgono occupazioni che li fanno appartenere a due classi diverse. Quindi la partecipazione

femminile all’economia formale e informale muta la struttura di classe.

DISUGUAGLIANZE DI ETÀ Molte differenze di condizione sociale e di ruolo sono connesse

all’età e alcune di esse sfociano in forme di pregiudizio (ageism). Nelle società industriali c’è la

tendenza a rendere per gli anziani (oltre i 65 anni) marginale la posizione sociale, oltre che negare

loro ruoli sociali importanti, quindi prestigio. Effetti estremi portano a isolamento sociale e povertà.

Un meccanismo creatore di disuguaglianza è il collegamento tra anzianità lavorativa da un lato e

retribuzione e sicurezza del posto dall’altro. Questa relazione parabolica fa sì che in prossimità

dell’età pensionabile sia più probabile l’espulsione della vita attiva in situazioni di crisi economica.

Tuttavia l’anzianità prevale su caratteristiche, nei lavori meno qualificati e più burocratizzati.

L’anzianità non avvantaggia i giovani al loro primo impiego, ma non è l’unica fonte di svantaggio

di questa fascia di popolazione (14-25 anni), infatti:

 è collocata ai margini della vita lavorativa, destinata al mercato del lavoro secondario,

sottoretribuito, o al parcheggio in sistemi scolastici che richiedono formazioni sempre più lunghe; in

alternativa c’è il lavoro minorile nelle economie più arretrate;

 si trova in condizioni di dipendenza di reddito e opportunità dai genitori;

 è esposta a condizioni di disagio che possono pregiudicare possibilità di sviluppo e capacità

cognitive e morali;

 è soggetta a rischi specifici di povertà , malattia, droga;

 è esposta al rischio della vita in caso di guerra.

12.4 POVERTÀ

Le disuguaglianze di etnia, classe, genere ed età si ritrovano nel fenomeno della POVERTÀ. Si

diventa poveri quando si è soggetti a un accumulo di pratiche di segregazione, oppure di pratiche di

esclusione dal mercato. La POVERTÀ ASSOLUTA è l’impossibilità di soddisfare i più semplici

bisogni materiali; la POVERTÀ. RELATIVA è il livello di reddito che priva chi lo possiede dei

beni e delle comodità indispensabili per condurre una vita civile.

Esiste una misura per confronti internazionali e internazionali, sulla povertà : INTERNATIONAL

secondo la quale sono povere le famiglie di due membri con reddito inferiore

STANDARD POVERTY LINE

al reddito medio nazionale pro capite.

12.5 CITTADINANZA, STATO SOCIALE, POLITICHE SOCIALI

L’intervento dello Stato sulla disuguaglianza sociale è consistito nell’attribuzione del diritto a un

pari trattamento. In particolare, le grandi politiche degli stati nazionali moderni sono consistite, dal

XIX sec, nel riconoscimento di tre tipi di cittadinanza.

1. Cittadinanza CIVILE costituita dalla libertà personali e dal diritto a essere giudicati mediante

un processo.

2. Cittadinanza POLITICA, costituita dall’estensione del suffragio a tutta la popolazione adulta,

insieme con il diritto di tutti a partecipare alle istituzioni rappresentative e governative.

3. Cittadinanza SOCIALE costituita dal diritto al benessere e alla sicurezza economica, alla

cultura e a una vita civile secondo i canoni della società di appartenenza.

La cittadinanza implica il riconoscimento che le disuguaglianze di diritti civili e politici sono

ingiuste e vanno abolite; che le disuguaglianze di status possono essere giuste purché tutti siano in

pari condizioni di competere per opportunità e privilegi anche diseguali avendo assicurata una

dotazione minima uguale di risorse.

La cittadinanza sociale si è realizzata nelle società occidentali caratterizzate da formazioni sociali

capitalistiche (più in Europa che nel Nord America).

La cittadinanza sociale è stata realizzata nell’esperienza europea dallo STATO SOCIALE

(Welfare state) in due varianti:

1. Stato sociale UNIVERSALISTICO EGUALITARIO che fornisce a tutti, redditi e/o servizi

sociali cui hanno diritto (scuola, sanità, pensioni, ecc.). La soluzione UNIVERSALISTICA, per

l’inefficienza e l’inefficacia di grandi servizi sociali, può portare corruzione, e quindi

disuguaglianza nei confronti degli utenti; l’accesso ai servizi è più agevole alle classi medie

piuttosto che a quelle inferiori; si può creare uno strato di assistiti a vita; è possibile un clientelismo

di sussidi. Questa soluzione si è sviluppata in GB e paesi scandinavi.

2. Stato sociale PARTICOLARISTICO MERITOCRATICO che fornisce e riserva le stesse

prestazioni sociali (redditi o servizi) solo a membri di categorie sociali determinate in ragione e

nella misura in cui esse contribuiscono al loro finanziamento, su base volontaria o obbligatoria. La

soluzione PARTICOLARISTICA crea dislivelli di tutela, maggiore per le categorie più forti e

minore per quelle più deboli. E’ stata praticata in Francia e Germania in forme categoriali, in Italia

in forme anche clientelari e in Giappone in forme aziendali.

3. Al di fuori dell’Europa e dalle formazioni statuali, la soluzione prevalente èl

’ORGANIZZAZIONE SU BASE PRIVATA DEL MERCATO DEI SERVIZI SOCIALI,

dell’assistenza e previdenza. La soluzione PRIVATISTICA preoccupa per la riproduzione di

disuguaglianze, di rischi di povertà inerenti ai pesanti regimi assicurativi privati necessari. E’ una

soluzione adottata in USA e Australia.

La seconda e la terza alternativa presentano l’ovvio problema di lasciare fuori da ogni tutela proprio

i più bisognosi.

Le tre alternative hanno effetti sulla disuguaglianza sociale, ma nel concreto si presentano raramente

allo stato puro.

Secondo un modello formatosi nel sec., le politiche sociali operano soprattutto su disuguaglianze

XIX

di classe, status o di opportunità attraverso la promozione di istruzione, igiene, sanità,

disoccupazione, età anziana. Queste politiche di istruzione, sanità e previdenza sono concepite

come grandi leve perequatrici e fattori di civiltà. Il loro destinatario iniziale è la , ma

CLASSE OPERAIA

tende a dilatarsi fino a comprendere tutti i cittadini.

Altre politiche assicurano l’assistenza dei poveri, e a quei limitati gruppi i cui membri devono

dimostrare allo Stato di avere i requisiti per diritto alle prestazioni sociali. L’intervento è dato

attraverso sussidi, case popolari, residenze protette per orfani, ecc.

Un terzo modello vuole che le politiche sociali creino condizioni sociali e legali per una pari

opportunità a diverse risorse. I per raggiungerle vanno dall’organizzazione di servizi specifici

MEZZI

alla regolazione di rapporti di mercato.

Lo si è sviluppato prima negli stati europei governati da monarchie costituzionali in

STATO SOCIALE

conflitto e quindi dove prevaleva un egemonia borghese liberale. Lo stato sociale e le alternative

privatistiche saranno soggette nel loro futuro a tre sfide:

1. congiunture di crisi, recessione o crescita economica;

2. consenso sociale e politico;

3. cambiamenti demografici in paesi sviluppati e disuguaglianze di età etnia e genere.

Diminuiscono i giovani, essendoci più anziani da assistere cambiano i tipi di servizi richiesti.

12.6 DEMOCRAZIA ECONOMICA E COMPLESSITÀ DELLA GIUSTIZIA SOCIALE

La disuguaglianza è determinata anche da mezzi in mano alla regolazione statuale; anche alcune

politiche economiche hanno una funzione distributiva, infatti le aliquote di prelievo incidono

direttamente sulla disuguaglianza dei redditi, attenuandola o aggravandola in funzione della loro

progressività o regressività. Presso popolazioni occupate in organizzazioni come gli enti pubblici

(ossia in formazioni sociali capitalistiche oligopolistiche e statuali), grande importanza hanno le

disuguaglianze intraorganizzative, la più incisiva delle quali è la gerarchia di potere. Laddove i

rapporti tra le parti sociali sono più istituzionalizzati, si può correggere lo squilibrio dei poteri tra

datori di lavoro e lavoratori, determinando forme di DEMOCRAZIA ECONOMICA. Dove le

parti sono meno istituzionalizzate e il sindacato è assente, prevalgono DISUGUAGLIANZA DI

POTERE ECONOMICO.

CAP 13 CONFLITTI E MOVIMENTI SOCIALI

13.1 ORDINE CAMBIAMENTO CONFLITTO

Nella storia dell’uomo il dis-ordine convive in permanenza con l’ordine sociale, mentre il

cambiamento è permanente, anche se variabile nelle forme e nei ritmi.

Non ci sono società totalmente pacificate come non ci sono società in cui tutto sia cambiamento. Il

problema è il rapporto tra ORDINE e CAMBIAMENTO, dal quale nasce il tema e la

fenomenologia del CONFLITTO.

Questo è il collegamento tra crisi dell’ordine sociale, che altrimenti verrebbe spiegato solo in

termini di devianza dalle norme, e il cambiamento sociale, spiegato solo con l’innovazione. Quindi,

dove c’è ci sono spinte più o meno forti al cambiamento manifesto ed ha luogo il ,

CRISI CONFLITTO

cioè, un rapporto tra gli attori che è, però, diverso sia dalla devianza che dall’innovazione.

È da precisare che non tutti i cambiamenti avvengono per i conflitti, né tutti i conflitti originano

cambiamenti. Invece vale in assoluto che l’ è sempre soggetto a spinte al cambiamento

ORDINE SOCIALE

e che tali spinte sono espressione di conflitti che in parte sono il prodotto dello stesso ordine sociale.

13.2 CONFLITTO, COMPETIZIONE GUERRA

Competizione, guerra e conflitto seppur in certe condizioni possono coincidere, sono fenomeni di

natura diversa. Conflitto e competizione sono due diversi tipi di rapporto sociale. Si ha

COMPETIZIONE quando gli attori perseguono lo stesso fine in presenza di scarsità delle risorse;

è il volere tutto per sé, sottraendo le risorse agli altri: la scarsità di risorse è la posta in gioco. Nel

CONFLITTO, invece, l’oggetto della contesa è la diversa destinazione e modalità d’uso delle

risorse (non il semplice possesso). Nel conflitto c’è competizione perché per usare le risorse bisogna

detenerle.

Il modello della competizione è quello definito dalla situazione di mercato (perfetto) in cui le

opportunità per competere sono equidistribuite; quando questo non avviene si hanno situazioni

limite di (unico venditore) o (unico compratore), in cui il controllo sulla

MONOPOLIO MONOPSONIO

controparte (tra i competitori) è completo. In questi casi i fini possono divergere, trasformandosi in

conflitto (o guerra). Questo non avviene tra i paesi dipendenti e le multinazionali nei mercati delle

materie prime basati sullo scambio ineguale. Un altro modo per limitare la competizione è

l’esclusione, formale o informale dei concorrenti.

La GUERRA differisce dalla competizione e dal conflitto perché ha come fine l’annientamento

fisico o politico dell’avversario, definito non come competitore od oppositore, ma come nemico.

è la contesa totale e violenta tra due o più soggetti collettivi militari o paramilitari in cui una

GUERRA

parte mira alla soppressione dell’indipendenza o sovranità dell’altro attraverso l’annessione, il

controllo di risorse o l’annientamento. È il principale ostacolo al processo di .

CIVILIZZAZIONE

I casi di GUERRA CIVILE e le manifestazioni belliche sono solo un’espressione della guerra. È

anche possibile riconoscere l’espressione della guerra in contese prive delle sue tipiche espressioni

esterne, come le GUERRE ETNICHE, , che si sviluppano in concomitanza

LE FORMAZIONI RAZZISTE

con crisi economiche e morali, in cui gli strati più deboli della popolazione vivono, minacciati dalla

disoccupazione, nell’insicurezza del futuro. Es ku-kux-klan, naziskins, ecc.

Non bisogna confondere il movimento operaio e la guerra di classe con la logica della guerra; in

questo caso i contendenti condividono un comune riferimento culturale e mantengono una

possibilità di comunicazione che è assente nella guerra.

Il conflitto differisce dalla guerra perché nel primo c’è riferimento ad un comune sistema culturale.

Il CONFLITTO è un rapporto di opposizione più o meno cosciente tra due o più soggetti

individuali o collettivi, riferentesi a un comune sistema culturale, che perseguono scopi tanto diversi

da risultare reciprocamente incompatibili e perciò tali da spingere ciascuno ad azioni di potere volte

a modificare, sotto qualche aspetto socialmente significativo, la natura del rapporto che li lega.

Quindi si spingono ad es. a distribuire qualche tipo di risorsa scarsa dagli stessi considerata

rilevante.

Infine, è possibile una situazione di conflitto senza la sua manifestazione. Si parla di CONFLITTO

POTENZIALE che, attraverso vari elementi, può diventare CONFLITTO ATTIVO. Ogni

conflitto attivo è stato, per un certo periodo di tempo, un conflitto potenziale.

Tuttavia, questi elementi non vanno confusi per le loro cause profonde. Un conflitto attivo può

assumere caratteri e investire oggetti che in apparenza non hanno nulla a che fare con esso; in questi

casi si parla di CONFLITTO MANIFESTO, che esprime in modo indiretto un CONFLITTO

LATENTE.

13.3 LIVELLI E TIPI DI CONFLITTO SOCIALE

I conflitti attivi si manifestano in lotte o contese in rivendicazioni e proteste, tuttavia la LOTTA è

una manifestazione di potere e può essere generata da competizione o consistere in una guerra, e

non in un conflitto sociale. La lotta è un fenomeno : è un comportamento

MULTIDIMENSIONALE

collettivo con una durata temporale ed espressioni di sentimenti, rappresentazioni.

Ci sono tre livelli di analisi per spiegare la multidimensionalità:

Livello dell’organizzazione sociale, relativo ai sistemi economico, politico, sociale, intesi in

A. senso concreto (CONFLITTI ORGANIZZAZIONALI).

Livello del sistema politico, inteso in senso analitico (CONFLITTI POLITICI).

B. Livello del sistema culturale inteso in senso analitico (CONFLITTI CULTURALI).

C.

Oltre questi tre livelli, vi sono i CONFLITTI INTRAINDIVIDUALI che assumono significato

sociologico solo se possono essere spiegati come espressioni di tensioni o conflitti tra istanze sociali

contrapposte e individualmente esperite. Il soggetto è come ostacolato nella determinazione del

proprio comportamento, ciò è dovuto ad un contrasto morale, psicologicamente esperito, tra valori,

norme e vincoli sociali aventi diversa natura e origine.

13.4 I CONFLITTI ORGANIZZAZIONALI

CONFLITTI ORGANIZZAZIONALI, sono caratterizzati dal fatto di essere limitati alla

I

dimensione organizzativa dei sistemi sociali in cui si sviluppano (famiglia, scuola, associazione).

L’organizzazione è costituita da regole di funzionamento e da regole di distribuzione delle risorse,

tra cui le sanzioni sociali positive (reddito, potere). L’ è un sistema di doveri più un

ORGANIZZAZIONE

sistema di diritti. Si hanno conflitti organizzazionali quando i soggetti di quel sistema portano a

proprio vantaggio una o più regole di funzionamento e/o distribuzione delle risorse.

Nei CONFLITTI ORGANIZZATIVI, è presupposta la piena identità tra ruolo e soggetto; è la

contraddizione logica e funzionale tra ruoli a generare conflitto. Un esempio (potenziale e attivo) è

presente tra operai di produzione e tecnici di manutenzione.

La differenza tra i due conflitti sta nel fatto che nel primo gli attori agiscono in base a interessi non

definiti solo sulle regole organizzative e utilizzano un potere estraneo a quello presente nel ruolo

(es. mobilitazione dei compagni, appoggio della popolazione). Alla base dei conflitti

organizzazionali c’è sempre, più o meno latente, un conflitto organizzativo.

I conflitti organizzativi possono essere considerati il grado zero dei conflitti organizzazionali.

Questi ultimi possono riguardare:

a) la dotazione delle risorse e le condizioni ambientali e temporali di esercizio dei ruoli

b) il livello dei compensi

c) il grado di riconoscimento dell’identità di chi occupa posizioni ruolo (professionale, politica)

Tipici conflitti sono le e le (occupazione di università) che non

CONTROVERSIE LOTTE RIVENDICATIVE

mettono in discussione il sistema politico né i modelli culturali, ma l’organizzazione sociale. I

soggetti collettivi che si scontrano in questi conflitti, sono CATEGORIE SOCIALI e chi ne fa

parte può essere accomunato da tratti culturali ed essere legati da rapporti tali da costituire una

collettività o un gruppo sociale, portando ad avere opposizioni quali onesti vs politici corrotti;

tartassati vs evasori.

Alcuni conflitti si confondono con le lotte tanto a cadere poi nel conflitto o nella

COMPETITIVE

competizione, dando origine a privazione relativa come nel caso della diversa retribuzione

lavorativa tra donne e uomini. Infine, un altro meccanismo sociale che può attivare la mobilitazione

è ’ , cioè la percezione di possedere uno status internamente squilibrato a

L INCONGRUENZA DI STATUS

causa di una dotazione asimmetrica di potere, reddito, prestigio.

13.5 I CONFLITTI POLITICI

CONFLITTI POLITICI si verificano quando si mettono in discussione la collocazione nella

I

gerarchia di autorità delle posizioni e il contenuto decisionale dei ruoli. Questi sono aspetti

dell’organizzazione sociale che si collocano a livello del sistema politico in quanto il conflitto

investe le regole e i processi decisionali (riferimento a gruppi, categorie sociali o collettività, non ai

singoli). I conflitti politici possono riguardare:

il di cui dispongono le posizioni-ruolo nella struttura di rapporti

A) GRADO DI AUTONOMIA DECISIONALE

propria dell’ordinamento verticale di autorità e/o dell’assetto orizzontale delle funzioni

(professionali, politiche, amministrative).

il , formali e non, tramite i quali sono definite le

B) LIVELLO DI CONTROLLO DEI PROCESSI DECISIONALI

regole organizzative e i gradi di autonomia decisionale di cui dispongono gli individui per il

fatto di occupare determinate posizioni sociali.

le degli individui alle posizioni sociali.

C) REGOLE DI ACCESSO

Conflitti che coinvolgono le tre dimensioni sono ad es. relativi al rapporto tra media e politica, dove

l’influenza dei primi sull’opinione pubblica acuisce la contesa tra i sostenitori dell’indipendenza

dell’informazione e le forze politiche ed economico-finanziarie interessate a limitarla.

Oggetto dei conflitti politici è la e grazie a questa l’

PARTECIPAZIONE AL SISTEMA POLITICO INFLUENZA

che i soggetti possono esercitare nel processo decisionale. Gli attori sono le collettività perché, per

rivendicare la propria partecipazione politica, la mobilitazione deve fare leva su una definizione

dell’attore centrata su riferimenti comunitari (ideologici, etno-lingusitici) tali da consentire l’appello

ai valori del pluralismo, della cittadinanza, della tolleranza.

La MOBILITAZIONE POLITICA è il processo che permette l’ingresso “politico” di gruppi o

collettività con un’identità politica prima assente o non riconosciuta, e con una capacità d’azione

superiore a quella di cui disponevano in precedenza. E’ la stessa mobilitazione di gruppi o masse,

portatrici di istanze politiche, a costituire la forza che spinge verso la ridefinizione delle regole

dell’attività collettiva.

Esempi sono la mobilitazione della classe operaia tramite lo sviluppo dei partiti socialisti e dei

sindacati sul finire del ‘900-1950; la mobilitazione di masse operaie dei movimenti di libertà

nazionale nei paesi ex coloniali africani. Questa è la mobilitazione politica dal basso.

Contrapposta a questa vi è la mobilitazione politica dall’alto ,che ha funzione di offrire sostegno

alle pretese di legittimità del gruppo dirigente tramite la creazione di un consenso che spesso resta

apparente. La mobilitazione dal basso è preceduta e originata da una mobilitazione sociale. In epoca

contemporanea, la mobilitazione sociale si compie come passaggio dalla campagna alla città.

La mobilitazione politica, associata o meno a quella sociale, implica sempre una degli

ROTTURA

, quindi un conflitto politico-sociale che, anche quando non sfocia in una violenza,

EQUILIBRI POLITICI

deborda sempre le regole del sistema. (es. l’abolizione dell’apartheid in Sud Africa e

riconoscimento dei diritti civili e politici alla popolazione nera).

Per PARTECIPAZIONE POLITICA si intende l’insieme delle azioni e dei rapporti politici più o

meno codificati e regolamentati in un sistema politico con i quali i diversi soggetti arrivano a

esercitare influenza. I diritti e i doveri scritti nella carta costituzionale sono insufficienti a garantire

un’alta partecipazione dei cittadini. L’indicatore più importante nei sistemi democratici è la

PARTECIPAZIONE ELETTORALE. In regimi autoritari l’alta partecipazione al voto non indica

una reale partecipazione politica, ma un comportamento coatto di massa (unanimismo, plebiscito).

La mobilitazione politica sta alla partecipazione come il processo sta alla struttura. Strutturalmente,

da un lato ci sono i sistemi democratici con alta partecipazione e bassa mobilitazione. Dall’altro ci

sono i sistemi autocratici (autoritario o totalitario), con elevata mobilitazione e bassa o nulla

partecipazione, in cui sono necessarie potenti dinamiche carismatiche, pratiche di controllo

repressivo. In posizione intermedia, si collocano sistemi come quello democratico-liberale,

governati da un élite politica ed economica aperta, nei quali l’equilibrio sociale e politico è

mantenuto grazie alla compresenza di varie forma e livelli di partecipazione e mobilitazione.

Spesso, lo scopo della mobilitazione e dei conflitti politici è la conquista o l’estensione di diritti alla

partecipazione politica. Si esprimono con raccolte di firme, formazioni di nuovi partiti. Si è in

presenza di mobilitazione politica quando tali manifestazioni sono molteplici e reiterate nel tempo,

in modo da coinvolgere più individui.

13.6 I CONFLITTI CULTURALI: I MOVIMENTI SOCIALI

CONFLITTI CULTURALI sono i conflitti per il controllo degli orientamenti che sono alla base

delle forme e dei processi di controllo della varietà che una società produce. I contendenti, gli attori,

vogliono orientare in modo opposto l’intera produzione sociale, cioè la capacità della società di

produrre se stessa. I conflitti assumono un significato globale, coinvolgente l’intera società. Gli

attori introducono un cambiamento nei modelli culturali fondamentali della società in rapporto al

suo ambiente interno e al suo ambiente esterno (es. movimenti ecologisti).

Caratteristica dei movimenti sociali è la non negoziabilità delle loro istanze (questa è presente nelle

azioni di difesa comunitaria), detta , distinta dalla non negoziabilità

NON NEGOZIABILITÀ OFFENSIVA

difensiva della mobilitazione neocomunitaria.

MOVIMENTO SOCIALE è l’azione collettiva condotta oltre i confini definiti dalle regole proprie

dei sistemi politico e organizzazione, volta ad affermare valori non negoziabili, quali criteri capaci

di orientare la strutturazione dei rapporti sociali e dei modi della destinazione delle risorse collettive

costitutive dei tipo dio società in essere.

Rivoluzione e conflitto sono concetti opposti, contrariamente a ciò che pensavano i marxisti.

Il conflitto sociale presuppone sempre una possibilità strutturale e culturale di comunicazione tra i

contendenti, mentre la rivoluzione è prodotto della sua impossibilità (è una corda troppo tesa che si

spezza). Nel conflitto c’è un’apertura al sistema politico, c’è relazione tra democrazia e conflitto

sociale. Quanto più le istituzioni sono al servizio della democratizzazione della società, tanto più i

conflitti si manifestano e possono essere risolti per via legislativa o tramite negoziazioni. Essi

vengono riconosciuti e regolati (ISTITUZIONALIZZAZIONE DEL CONFLITTO).

E’ anche per questa istituzionalizzazione che si assiste allo sviluppo dei movimenti sociali. Da un

lato il riconoscimento istituzionale delle opposizioni politiche, favorisce la manifestazione dei

conflitti; dall’altro l’istituzionalizzazione impedisce che i conflitti restino latenti e favorisce

l’emergere di nuove domande che il sistema politico non può controllare e che danno vita a

MOVIMENTI SOCIALI. Quando, invece, il sistema democratico è troppo rigido, i movimenti

sociali hanno difficoltà a formarsi e tendono ad adottare comportamenti più estremistici o a

promuovere azioni esemplari (nei ergimi autoritari, dissenso e terrorismo sono forme di protesta

“obbligate”).

Il conflitto sociale dipende dall’apertura del campo d’azione, quindi non è vero che al crescere del

dominio crescono la spinta conflittuale e la capacità innovativa, anche se, nella realtà, dimostrano il

contrario; il collettivo si mobilita non perché vi è stata una riduzione del suo campo d’azione ma

perché vi è stata un’apertura, es.: il movimento femminista è nato perché le donne avevano

cominciato ad estendere la loro partecipazione in ambiti extrafamiliari, le donne protestavano

perché essendo meno oppresse acquistavano una maggiore capacità d’azione (cioè le disuguaglianze

residue risultavano insopportabili).

Altro esempio è l’ondata di conflitti sindacali e di lotte nelle fabbriche che si spiega con lo sviluppo

dei diritti sociali che abilitava i lavoratori a rivendicare maggiori diritti.

I movimenti della società industriale sono i MOVIMENTI DI CLASSE, cioè azioni collettive

espressione di un conflitto di classe, aventi origine nell’opposizione degli interessi tra le due classi

definite dal modo di produzione industriale; la posta in gioco è costituita dai modi di organizzazione

della produzione e partecipazione dei lavoratori.

Nell’industrialismo classico, poiché la fabbrica stava al centro dell’organizzazione sociale, la

tensione del movimento operaio era quella di cambiare la società cambiando i rapporti sociali nei

luoghi della produzione.

Dopo la seconda guerra mondiale i movimenti che compaiono non sono più quelli di classe: l’attore

è ora il cittadino e l’oggetto è la rivendicazione dell’autonomia, la partecipazione dei soggetti e i

fini della produzione sociale.

È il caso delle donne o degli ecologisti che si oppongono agli apparati pubblici e privati e alle élite.

Per queste ragioni i conflitti sono meno economici e più culturali.

13.7 MULTIDIMENSIONALITA’ ED EVOLUZIONE DEI CONFLITTI

Non vi è mai perfetta identità tra la singola LOTTA e un tipo di conflitto. In una lotta coesistono

spesso due o più livelli di conflitto, come nel caso della mobilitazione delle donne dove si osserva la

compresenza o la successione di azioni , azioni , azioni .

RIVENDICATIVE POLITICHE SPECIFICHE

La multidimensionalità della lotta è rivelata da vari elementi:

1. lo scarto qualitativo tra obiettivi dichiarati e finalità perseguite di fatto;

2. la compresenza di obiettivi eterogenei o precariamente coordinati dal discorso o ideologico;

3. la compresenza conflittuale di gruppi di base e/o leader diversi;

4. la presenza di tensioni tra la massa mobilitata e i leader.

Su un piano analitico, altri elementi a questi collegati sono:

1. la presenza di differenti definizioni dell’identità del collettivo in lotta;

2. la presenza di differenti definizioni dell’avversario comune;

3. la presenza di differenti orientamenti d’azione che presiedono alla definizione della posta in

gioco e alla definizione degli obiettivi della mobilitazione.

L’evoluzione dei conflitti parte da una fase utopica in cui il movimento sociale, nato dal conflitto,

crea nei militanti uno stato di fusione da cui prendono forma sentimenti e rappresentazioni

collettive. Nella fase successiva, il movimento si trasforma, accedendo al sistema politico passando

alla lotta per la conquista di una cittadinanza politica. Inizia un processo di crescente

istituzionalizzazione del movimento e del conflitto. Infine, vi è l’impiego dell’influenza politica

per sviluppare lotte di tipo rivendicativo, finalizzate all’acquisizione di benefici associando

influenze e scambio.

CAP 14 LA CRIMINALITÀ

14.1 LA PAURA DEL CRIMINE

L’aumento della PAURA DEL CRIMINE sembra un tratto comune a tutte le società avanzate. Le

ragioni vanno ricercate nelle oggettive espressioni di criminalità: negli ultimi venti anni di storia, i

crimini denunciati sono aumentati di oltre il 100%, il che renderebbe plausibile l'idea di vivere

nell'epoca più esposta al crimine.

Il timore del crimine si determina negli individui non solo in rapporto ai rischi "prossimi", ma anche

come riflesso di un accentuato clima di disorganizzazione (tipico delle società avanzate), imputabile

sia al proliferare di violazioni di norme, sia alla difficoltà del sistema sociale di mettere in atto

adeguati sistemi di controllo. Inoltre, l'eco di questo clima disgregante è fornita dai mass-media,

attenti a registrare e ad enfatizzare le forme più nuove ed esasperate in cui si manifesta la criminalità

e la devianza. La paura del crimine ha il potere di condizionare la vita quotidiana della gente e della

stessa organizzazione sociale (ad esempio la quota di denaro impiegata per stipulare polizze

assicurative, abitare in un quartiere piuttosto che un altro). Tutto questo può anche provocare la

diminuzione della frequenza dei rapporti sociali, aumentare il tasso di diffidenza tra la popolazione.

14.2 CRIMINE, DEVIANZA, DIVERSITÀ, DISSENSO

Il termine criminale viene in genere applicato a chi commette gravi reati contro la persona o il

patrimonio, tuttavia si applica questa etichetta a autori di comportamenti sociali meno gravi, a chi,

ad esempio, non rispetta il codice della strada. Le violazione delle norme possono essere

espressione di livelli diversi di devianza, sia in rapporto alla norma sociale infranta, sia alle

conseguenze sociali che detta violazione produce. Bisogna ricordare che:

1. non tutti i fenomeni etichettati come crimini riguardano comportamenti caratterizzati da

particolare gravità o efferatezza;

2. il crimine rappresenta una delle varie forme in cui si manifesta la devianza in una determinata

società;

3. molte manifestazioni della devianza non hanno un carattere criminale o di delinquenza.

Rientrano nei crimini e nei reati quei comportamenti che non rispettano le norme legali vigenti in

una determinata collettività; sono azioni che infrangono una norma giuridica, lesive di interessi

protetti dal codice penale, e che quindi risultano socialmente perseguibili e punibili in base a

specifiche sanzioni.

A fianco di una devianza che si esprime nella trasgressione di regole formali c'è una devianza che si

esplica in termini culturali, che si presenta come un'affermazione di stili di vita e di modelli di

comportamento diversi o alternativi a quelli prevalenti.

In generale, la negazione del valore delle norme è evidente nei comportamenti che violano gli usi e i

costumi di una società, ma chi viola i codici penali di un sistema sociale non è detto che metta in

discussione i valori sociali e morali su cui esso è costituito. Uno stile di vita alternativo presuppone

la distanza culturale dai criteri sociali e morali che prevalgono nella collettività.

E' una conquista recente la distinzione tra CRIMINALITÀ e DEVIANZA SOCIALE da un lato e

DEVIANZA e DIVERSITÀ CULTURALE dall'altro.

14.3 PROSPETTIVE DI ANALISI DEL CRIMINE E DELLA DEVIANZA

I L RUOLO DEL CRIMINE E DELLA DEVIANZA IN UN SISTEMA NORMATIVO

Ogni società si fonda su un sistema di norme e di leggi che regolano i rapporti sociali; l’adesione a

queste fa parte dell'identità pubblica di ogni individuo.

In questa prospettiva, il compiere un ATTO CRIMINALE indica che il soggetto si sottrae alla

giurisdizione delle regole di una società, che, in questo modo, vengono messe in discussione. Di

riflesso lo studio del crimine permette indirettamente di comprendere quali siano le norme morali e

sociali su cui la collettività è fondata. Da questo si è arrivati a ritenere che il contenuto delle leggi e

la definizione di ciò che è crimine e reato cambiano a seconda dei presupposti culturali di ogni

società. D’altra parte, altri autori sostengono che il sistema legale di un paese riflette gli interessi del

gruppo sociale dominante. Il successo di questa proposta dipende dalla capacità delle forze politiche

e del legislatore di persuadere la popolazione che il sistema normativo risponde ad interessi di tipo

universalistico, ovvero si ispira a valori universali.

L A VARIAZIONE DEI CRIMINI

I concetti di devianza e di reato variano non solo da società a società in quanto oggetto di

definizione sociale ma anche all’interno di una medesima società, in seguito ai processi di

mutamento socioculturale che si riproducono nel corso della sua storia, nel passaggio da una

formazione sociale all'altra. Il mutamento del concetto di crimine e di reato, nel corso della storia,

può determinarsi anche in seguito alla perdita di consenso di alcune leggi: svuotata di significato

sociale, una legge diventa inapplicabile ed è destinata ad essere modificata o abrogata.

C RIMINE COME FATTO OGGETTIVO O COME COSTRUTTO SOCIALE

Alcuni studiosi ritengono che non esista di fatto il fenomeno del crimine, ma solo una serie di azioni

che appaiono criminali in seguito a definizione sociale: il crimine si presenta come un

COSTRUTTO SOCIALE che starebbe ad indicare una serie di atti la cui pericolosità e gravità e

stabilita in termini convenzionali. Questa posizione è tipica di quanti hanno evidenziato il peso del

processo di ETICHETTAMENTO e di CRIMINALIZZAZIONE nella produzione del criminale.

Sono molti i meccanismi sociali che portano un soggetto ad identificarsi in una condizione di

deviante o di criminale: possono anche essere elementi futili o di non elevata pericolosità sociale ma

che, per il loro carattere non conformista, possono anche essere il momento iniziale di una

condizione di criminalità. Le tappe fondamentali sono: denuncia, arresto, stigma, reclusione,

rapporti con criminali più anziani, difficoltà di reinserimento sociale, difficoltà a sottrarsi alle

"leggi" della criminalità.

L’analisi del crimine come costrutto sociale non sembra rendere conto di altri fattori presenti nel

fenomeno criminale; in particolare presta scarsa attenzione all'atto in sé che viene definito reato, al

fatto che si compiono davvero tutta una serie di crimini e all’esperienza della gente che cade vittima

di un reato.

In generale vi sono alcuni fatti sociali che vengono ritenuti universalmente lesivi dei diritti dei

membri di ogni società perché capaci di mettere in pericolo le basi della convivenza sociale

Il costrutto sociale non è capace di spiegare forme di criminalità come quella organizzata. In

conclusione, la definizione sociale che si afferma in una società riflette, quasi sempre, alcuni

elementi di oggettiva minaccia a danno delle regole di funzionamento di un sistema sociale.

C RIMINALITÀ REALE E CRIMINALITÀ APPARENTE

Il fenomeno della criminalità reale è più esteso della criminalità manifesta perché non tutti i

crimini e i reati vengono denunciati; si crea, così, il NUMERO OSCURO che non si conosce.

La criminalità reale è la totalità delle trasgressioni delle leggi compiute in una società, ma siccome

non tutti i crimini vengono denunciati, la criminalità manifesta risulta molto più contenuta di quella

reale. Questo è imputabile, in primo luogo, al fatto che non tutti i reati vengono scoperti-, in

secondo luogo, non tutti i reati scoperti vengono denunciati perché chi li ha subiti può non avere

interesse a renderli pubblici (danno lieve, non si ha fiducia nel controllo sociale, esposizione a

conseguenze problematiche). Un altro fattore è imputabile al livello di arbitrarietà che accompagna

sia la descrizione e la denuncia del danno subito, sia il processo di registrazione e classificazione del

reato da parte dell'apparato preposto al controllo sociale. Infine, ci può essere il casi in cui i dati

sull'attività criminale in una collettività, siano alterati dai detentori del potere politico o dalle forze

dell'ordine per l'interesse ad affermare una particolare immagine della società.

L’ ATTENDIBILITÀ DELLE STATISTICHE UFFICIALI

L'attendibilità delle statistiche ufficiali è solo parziale, poiché anche ad esse sfugge il numero

oscuro, ma questa varia in funzione del livello di gravità dei reati. Più aumenta il livello di gravità

di un reato, più si ha una maggiore propensione della popolazione a denunciare i casi e una minore

arbitrarietà nei processi di classificazione degli stessi. Il livello di gravità dei crimini è in relazione

con l’andamento nel tempo dei vari reati. Infatti la fluttuazione dei diversi tipi di crimini

riscontrabili nelle statistiche, nell’arco di un determinato periodo storico, rispecchiano l’andamento

oggettivo del fenomeno.

Alcuni decenni fa, i reati commessi da minori erano fortemente stigmatizzati e considerati alla

stregua di quelli commessi dagli adulti: vigeva un orientamento repressivo che voleva stroncare sul

nascere la possibile carriera criminale. Tuttavia, dopo un po' di tempo, si è constatato che i danni

dovuti alla carcerazione minorile erano notevoli, però ora si tende ad attuare una politica più

morbida che mira ad evitare l'isolamento sociale.

14.4 TIPI DI CRIMINI E DI REATI

Tutti i reati e i crimini possono essere inseriti in quattro gruppi a seconda della natura e della

gravità.

REATI CONTRO LA PERSONA Sono crimini e reati che mettono in pericolo l’incolumità

fisica e la vita delle persone (omicidi, violenze, percosse corruzione di minorenni, sequestri,

abbandoni, minacce, reato compiuti tra le mura domestiche). Il timore di queste azioni risulta

enfatizzato in una società che attribuisce grande rilevanza alla libertà e all’integrità personale e alle

possibilità del singolo di determinare le proprie azioni di esistenza.

REATI CONTRO IL PATRIMONIO Sono crimini che comprendono le attività delittuose

compiute da soggetti che rubano o danneggiano beni di altri (furti, rapine, estorsioni, danni alle

cose, truffe, ricettazione). In Italia, nel trentennio ’70-’90 il numero di furti è triplicato e questo è

dovuto a incrementi di furti connessi al fenomeno della tossicodipendenza e “marginalità

giovanile”. Gli effetti di tutto questo sono l’aumento dell’insicurezza e dell’esasperazione in una

società.

REATI SENZA VITTIME E' un particolare tipo di reato costituito da una serie di azioni

delittuose che sembrano danneggiare soltanto il soggetto che trasgredisce le leggi. In molti casi sono

azioni compiute liberamente dagli individui, nei confronti dei casi si produce una forte reazione

sociale (prostituzione, gioco d’azzardo, assunzione di droghe, vagabondaggio, accattonaggio). Sono

reati atipici che non contemplano né una vittima né una parte lesa che sporga denuncia, inoltre, chi

compie questi reati tende a considerarsi esso stesso una vittima o del sistema sociale, o dei

meccanismi di produzione criminale.

REATI DEI COLLETTI BIANCHI Sono azioni criminose compiute da soggetti appartenenti a

classi sociali medio-alte nell’esercizio dei loro ruoli professionali e messi in atto utilizzano la loro

posizione sociale e professionale acquisita. Il tipo di reato è molto ampio: frodi, evasioni fiscali,

appropriazione indebita, truffe immobiliari assicurative, commercio illegale, inquinamento. Sono

crimini molto diffusi nella società che determinano danni sociali maggiori rispetto ad altre forme di

criminalità che sono invece temute dalla popolazione. L’opinione pubblica è meno attrezzata per

cogliere la dimensioni del fenomeno, che risulta "invisibile", e tende a sottovalutare questi reati che

non hanno una forma immediata e violenta.

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Sono complesse organizzazioni criminali impegnate in una

vasta gamma di azioni illegali al fine di accrescere il loro potere economico e sociale

(approvvigionamento e distribuzione di beni e prodotti di consumo illegali, estorsione di somme di

denaro in cambio di protezione, furti e rapine, sequestri di persona, riciclaggio di denaro sporco,

corruzione di pubblici amministratori e uomini politici..

La criminalità organizzata è comune a tutte le società occidentali ma la sua presenza è diversa da

società a società. Indicatore dello sviluppo di questo fenomeno in determinate aree geografiche è

l’incremento del numero di alcuni reati.

Grazie all'ingente giro di affari, la criminalità organizzata si propone come una realtà economica e

finanziaria di primarie dimensioni, alla stregua dei grandi gruppi economico-produttivi. A un certo

livello di sviluppo essa ha il problema di come impiegare i grandi capitali accumulati attraverso

attività illegali e quindi agisce secondo una strategia economico-finanziaria d'avanguardia.

Nel nostro paese le organizzazioni criminali investono il 60 % dei loro proventi nel sistema

finanziario mentre calano le quote di capitali riciclate tradizionalmente.

14.5 LA FLUTTUAZIONE DEI CRIMINI NEL TEMPO: LA SITUAZIONE ITALIANA E

DI ALTRI PAESI OCCIDENTALI

In Italia il 70% del totale dei delitti denunciati ogni anno sono reati contro il patrimonio, il 18%

contro l’economia e la fede pubblica, il 7% contro la persona, il 2% contro lo Stato, 0.6% contro la

famiglia, il 3% dagli altri delitti. Nell’arco degli ultimi settanta ottanta anni sono diminuite le quote

degli omicidi volontari e delle ingiurie e diffamazioni, mentre sono cresciuti gli omicidi colposi, i

furti, le rapine, le estorsioni e i sequestri di persona; sono invece stazionari delitti come le percosse,

le lesioni personali e quelli contro la moralità pubblica e il buon costume.

In generale, in comparazione con altri paesi, si attesta una crescita marcata dei tassi di criminalità

tra l’inizio degli anni ’60 e la fine degli ’70 per poi attenuarsi e stabilirsi sugli stessi valori.

Il Giappone, tra i paesi industrializzati, è in posizione particolare nel campo della criminalità,

paragonabile alla Svizzera, tuttavia, questa apparente puntualità nella denuncia, nell’affidabilità

delle statistiche, viene contraddetta da un fenomeno criminale tipico della società giapponese non

riscontrabile nelle altre nazioni industrializzate (tranne l'Italia). Vi è, infatti, la presenza di varie

organizzazioni mafiose, tra cui la Yacuza, che persiste nonostante l’elevato livello di sviluppo

tecnologico e produttivo del paese. Per questo è difficile individuare i fattori che permettono al

Giappone di essere caratterizzato da un elevato livello di corruzione e criminalità organizzata e da

una marcata efficienza tecnologica. La criminalità che travalica i confini dei vari paesi può essere

considerata un indicatore in negativo di una fase di espansione economico-produttiva che ha

interessato simultaneamente le nazioni occidentali più sviluppate.

14.6 CRIMINI E CRIMINALI: VERSO NUOVE DEFINIZIONI

Vi è una diffusa convinzione che gli autori dei crimini più comuni si concentrino nel

sottoproletariato o nelle classi sociali meno abbienti che compiono reati contro il patrimonio. In

realtà, quest'idea non ha fondamento; in primo luogo perché ci sono altri tipi di reati che recano

danni sociali molto più importanti rispetto a quelli prodotti contro il patrimonio; in secondo luogo,

questi altri reati sono più invisibili; e in terzo luogo, cresce, nella società, la coscienza della maggior

gravità sociale di certi tipi di azioni criminali (es. criminalità organizzata) rispetto a quelli compiuti

da individui appartenenti alle classi lavoratrici.

Il fatto che nella popolazione carceraria prevalgano soggetti di bassa estrazione sociale non deve

condurre a correlazioni negative: non bisogna dimenticare che i soggetti appartenenti a ceti più

elevati hanno risorse più efficaci per evitare la condanna o il carcere e che a loro si tende a dare

sempre più credito.

Ogni classe sociale può rendersi responsabile di particolari tipi di crimini: le motivazioni non

riguardano solo la povertà, ma anche l’avidità di denaro da parte di chi già ne possiede, nella ricerca

di posizioni di maggiore potere.

14.7 INTERPRETAZIONI DELLA CRIMINALITÀ

Esistono varie spiegazioni delle cause della criminalità.

Il PARADIGMA BIOLOGICO: Un primo modello interpretativo attribuisce la criminalità la

devianza soprattutto ad un fattore biologico ed ereditario. La criminalità si presenta come un

fenomeno osservabile, deducibile dalle caratteristiche psicofisiche del soggetto. A partire dalla

teoria del delinquente nato di Lombroso, il criminale è individuato in persone caratterizzate da una

conformazione fisica e da un portamento particolari, con una certa struttura del corpo e muscolatura,

con un corredo cromosomico incompleto o disordinato, che li inclinerebbe alla violenza e alla

patologia sociale.

Dunque, il fenomeno della criminalità è un fatto individuale e non sociale; la maggior parte dei

criminali sono considerati fisicamente o psichicamente degradati o minorati e devono essere trattati

come soggetti da curare, come malati, da isolare.

Il paradigma biologico ha una classificazione troppo meccanicistica, che non valuta gli intrecci tra i

fattori biologici e sociali nel determinare il comportamento criminale e che non attribuisce alcun

peso alle variabili socioambientali.

Il PARADIGMA PSICOLOGICO vede al suo interno diversi approcci. Il primo associa la

criminalità ad un particolare tipo di personalità. La propensione alla delinquenza sarebbe più elevata

negli individui con tratti psicopatici o nei soggetti particolarmente aggressivi. La psicoanalisi,

invece, considera le azioni criminali come un particolare esito delle dinamiche psichiche. La

criminalità è vista da una prospettiva interna alla vita degli individui, come fenomeno personale,

rilevando l'influenza delle emozioni e delle pressioni inconsce sull'agire umano. Le teorie

psicosociali mettono invece in evidenza i condizionamenti familiari e le vicende dell’età evolutiva

che possono essere alla base di un comportamento deviante o criminale. In questo caso ci si riferisce

alla carenza affettiva, di mancata identificazione come fattori di orientamento alla devianza.

Con la prospettiva psicologica si possono individuare i caratteri della personalità che possono

spingere determinati individui a compiere crimini. Ciò non significa ritenere che il crimine sia

prodotto di una particolare personalità, né che il comportamento deviante o criminale sia spiegabile

solo analizzando fattori psicologici.

La PROSPETTIVA SOCIOLOGICA parte dal presupposto della possibile condizione di

normalità del criminale e puntano a individuare le dimensioni collettive e sociali celate dal

fenomeno della criminalità. Si cerca di rilevare le cause strutturali e culturali alla base del

comportamento criminale. Sono state avanzate diverse prospettive di analisi:

1. Il crimine come PRODOTTO DEL DISORIENTAMENTO SOCIALE: Causa

socioambientale sarebbe il clima di disorientamento e di disgregazione prodotto nelle società

industriali moderne a seguito di crisi dei valori e delle norme tradizionali e della loro mancata

sostituzione con altri più consoni ai nuovi rapporti sociali. Questa situazione di ANOMIA si

riscontra in particolare nelle aree sociali caratterizzate da alta densità di popolazione, da carenza di

spazi e di servizi, dalla compresenza di culture eterogenee, dall'instabilità dei rapporti sociali. La

vita nelle metropoli sembra essere un terreno fecondo per il prodursi di tensioni e di conflitti: il

questi casi i grandi mali della società vengono analizzati in una prospettiva ecologica, che mette in

rilievo la natura e i condizionamenti della ambiente.

Una particolare accezione del concetto di anomia fa riferimento al divario che si produce nelle

società occidentali tra i fini socialmente proposti e i mezzi che la società stessa mette a disposizione

degli individui. Le società contemporanee attribuiscono grande importanza alla carriera, ad un

elevato tenore di via, ma non offrono alle persone adeguate possibilità di conseguire gli stessi fini

così, frustrazione ed ansia nascono proprio dal questo divario.

In conclusione, la società è responsabile di quei crimini attuati da alcuni soggetti che perseguono

fini socialmente approvati con messi illegittimi.

2. Il crimine COME PARTICOLARE PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE O

ESPRESSIONE DI UNA SUBCULTURA

Il fenomeno criminale si produce in seguito al processo di apprendimento e di socializzazione cui

sono sottoposti gli individui appartenenti a determinati ambienti sociali. Alcuni ambienti sono più

favorevoli di altri al prodursi di una cultura della devianza e chi è inserito in essi ha più probabilità

di appartenere ai rapporti sociali ivi prevalenti. Il deviante non è un individuo disadattato o

disorientato; è il sistema normativo, nelle subculture, che viene trasmesso ai nuovi nati facendo

prevalere l’idea che il comportamento deviante costituisca un elemento del processo di

socializzazione. La devianza è, quindi, una singolare forma di conformismo sociale che si sviluppa

soprattutto in subculture devianti.

Nella teoria delle SUBCULTURE DELINQUENZIALI il compimento di crimini indica che

l’identificazione degli individui con un gruppo ristretto è caratterizzato dalla difficoltà di perseguire

il successo sociale attraverso vie legittime. L’affermazione sociale avviene mediante modalità

materiali ed espressive offerte dalla subcultura di appartenenza. Alcune di queste subculture

risultano collegate alla criminalità organizzata, in altri casi la loro azione si esprime nei conflitti con

altre bande dello stesso tipo.

3. LA COSTRUZIONE SOCIALE DEL CRIMINALE

Devianza e criminalità non sono ritenuti risultato di una situazione di disorganizzazione sociale o di

un esito di un processo normativo alternativo od oppositivo a quello prevalente nel sistema sociale.

Ci sono due livelli di responsabilità. Il primo è rappresentato dalla reazione sociale della

popolazione nei confronti di determinati comportamenti nocivi per la collettività. Ciò fa sì che il

soggetto venga stigmatizzato evitato e isolato. A un secondo livello la responsabilità è individuabile

nei meccanismi stessi attraverso i quali il sistema sociale cerca di combattere devianza e criminalità.

Quindi, se un soggetto è accusato di qualcosa che non ha commesso è possibile che si sviluppi una

condizione di reale criminalità. Questa prospettiva di analisi si fonda su due presupposti: da un lato,

devianza e criminalità sono prodotti di una definizione variabile; dall'altro lato, c'è un forte influsso

del processo di etichettamento e stigma nella costruzione del deviante. Un soggetto etichettato come

deviante o criminale può essere costretto a riconoscersi nel ruolo sociale che gli è imposto.

4. Il crimine come PRODOTTO RAZIONALE

In certe situazioni il crimine è una strategia intenzionale messa in atto al fine di ottenere determinati

vantaggi sociali. L’azione criminosa si fonda su presupposti quali la consapevolezza del soggetto

dei rischi a cui ci si espone, sulla valutazione che i benefici siano superiori ai rischi, sulla

propensione a pianificare e programmare i reati e quindi capacità previsiva. In alcuni casi la

decisione di compiere un reato è immediata, mentre in altri casi l'azione criminosa viene pianificata

attentamente.

14.8 RECENTI SVILUPPI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

Vari studi hanno indicato l’attuale complessità organizzativa dei grandi gruppi criminali:

A. Il mondo della criminalità organizzata, nel perseguire i suoi obiettivi, tiene presente le possibilità

e i vincoli che caratterizzano la società in cui opera e si specializza nelle diverse attività.

B. La differenziazione dei compiti è individuabile in due diversi tipi di attività: da un lato vi sono

organizzazioni internazionali che devono produrre beni e servizi vietati dalla legge in competizione

con altri gruppi criminali; dall’altra, organizzazioni che operano un controllo su un territorio e alla

cui protezione si affidano i gruppi che producono beni e servizi illegali per la loro diffusione a

livello locale.

C. In certe aree geografiche e sociali sono numerose le organizzazioni di secondo tipo, orientate al

controllo del sistema d'affari che si svolge sul territorio (es. gruppi criminali che ricorrono a

estorsioni di denaro ai titolari di attività commerciali). Il controllo di questo traffico richiede il

ricorso alla violenza che alimenta la domanda di protezione a cui rispondono gli stessi gruppi

criminali in mancanza dello Stato.

D. La criminalità organizzata cresce e prolifica nelle società in cui lo Stato risulta incapace di offrire

protezione ai cittadini e in cui è meno incisiva la presenza di forze economiche e sociali private. In

tali situazioni, i grandi gruppi criminali possono rafforzare il loro ruolo di protezione nella società,

creando un elevato clima di violenza.

14.9 L’ILLEGALITÀ DIFFUSA

Il fenomeno dell’ILLEGALITÀ DIFFUSA è rappresentato dalla messa in atto da parte dei

cittadini di strategie di tutela dei propri diritti e interessi e di soddisfacimento dei propri bisogni e

che esula dalle modalità legali previste dal sistema sociale. Il diffondersi di un clima di illegalità nei

rapporti sociali costituisce un indicatore della più generale crisi di sistema che investe una società e

della difficoltà degli individui a identificarsi in essa o a trovare una risposta adeguata alle proprie

attese a ai propri diritti.

L'elenco delle situazioni di illegalità è consistente e va dall'acquisizione di beni di consumo

derivanti dal contrabbando, al pagamento di tangenti per accelerare pratiche burocratiche; dalla

gestione clientelare di servizi pubblici all'abusivismo edilizio; dall'evasione fiscale all'assenteismo

sul lavoro e così via.

CAP 15 LA RELIGIONE

15.1 LA PERMANENTE PRESENZA DELLE RELIGIONI NEL MONDO

In Europa, nelle due Americhe, in Oceania prevalgono le religioni della tradizione giudaico-

cristiana, l’induismo, l’Islam e il buddhismo sono le religioni più estese in Asia. Il continente

africano è interessato da un’avanzata dell’Islam.

In tutto il mondo, i credenti sono più dei non credenti e l’adesione alla fede si manifesta in forme

assai diverse ed eterogenee. La religione mantiene una presenza rilevante e rappresenta il tessuto

connettivo della cultura di molti popoli pur caratterizzati da modelli di sviluppo diversi.

15.2 L’ESPERIENZA DEL SACRO

Elemento comune a tutte le religioni passate e presenti è l’atteggiamento costante dell’uomo a

trascendere se stesso.

Tra le varie esperienze che l'uomo può vivere c'è quella della contemplazione della presenza di un

essere soprannaturale o di una realtà altra da quella ordinaria, avvertita come realtà ultima, che si

presenta come sconvolgente e decisiva per il soggetto, in grado di dare un senso definitivo

all'esistenza e alla costituzione dell'identità. L’esperienza religiosa viene descritta come la

percezione di una realtà che supera il dominio dell’esperienza comune; il sacro si presenta all’uomo

come una realtà che attrae e respinge, che produce fiducia e timore, senso di dipendenza.

Alla base dell'esperienza religiosa vi è un carattere irrazionale: il sacro è irriducibile all’esperienza

empirica e alla conoscenza intellettuale; ha carattere di alterità in quanto rende l’individuo

disponibile a ciò che l’esperienza originaria evoca.

L’uomo sottoposto a esperienze di rotture dovute a situazioni limite, a disuguaglianze e ingiustizie,

si riconcilia con la natura, con la sua identità grazie all’esperienza religiosa che gli fornisce

un’interpretazione della sofferenza umana. L’esigenza di interpretare il destino nel bene e nel male è

estesa nella società. C’è chi cerca una conferma di una condizione di vita soddisfacente. La

religione attribuisce un significato ultimo alla vita umana tramite la sua abilità ad integrare

esperienze penose della vita, morte compresa, in una spiegazione comprensiva della realtà e del

destino riservato all'uomo.

15.3 IL PROCESSO DI ISTITUZIONALIZZAZIONE DELLA RELIGIONE

L’esperienza religiosa sia a livello individuale che collettivo si caratterizza per due stati: lo stato

nascente e quello istituzionale.

Attorno a un’esperienza religiosa si può costituire un fenomeno collettivo di gruppo e in certe

condizioni si può costituire la base di un vero movimento, sino a sfociare in una dinamica

organizzativa di ampie dimensioni. Si ha così un processo di ISTITUZIONALIZZAZIONE, di

un’esperienza religiosa fondamentale, il passaggio dallo stato nascente a una situazione

istituzionalizzata. L’esperienza del sacro perde la sua straordinarietà per diventare quotidiana.

L’istituzionalizzazione dell’esperienza religiosa è una risposta adattiva del gruppo religioso per

darle una continuità. Esso interessa quattro livelli interconnessi: CREDENZA, CULTO, ETICA,

ORGANIZZAZIONI RELIGIOSE.

1. Le CREDENZE: Il MITO è la forma più semplice di espressione intellettuale della religione, la

forma più semplice di affermazione di ciò in cui si crede e si riferisce a un evento fondante

l'esperienza religiosa, a un fatto originario da cui scaturisce la salvezza e la spiegazione del mistero

della vita. Nel tempo, la conoscenza mitica viene affiancata dallo sviluppo delle teologie razionali,

definibili come tentativi di rappresentazione sistematica delle credenze religiose fondamentali

attraverso le categorie culturali prevalenti nella società di appartenenza.

Con il termine credenza ci si riferisce non solo alla dimensione cognitiva della fede, ma anche

all’atteggiamento di fede, di fiducia, di sudditanza che può informare il rapporto tra un individuo o

un gruppo e una divinità.

In molti casi, l'atteggiamento di fede viene interiorizzata dagli individui in quanto parte della cultura

di appartenenza, come elemento integrante dei rapporti comunicativi in cui si articola la vita

associata.

2. I RITUALI: Servono come mezzo di comunicazione con la divinità e per ordinare i rapporti tra

gli stessi membri della comunità religiosa; servono a disciplinare l’atteggiamento e il

comportamento dei fedeli di fronte alla divinità o agli oggetti sacri, a suscitare sentimenti, a

coinvolgere i soggetti in una esperienza emotiva. Molti rituali non hanno solo una funzione

narrativa e simbolica, ma rendono attuale e efficace ciò che simboleggiano, creando un forte potere

di ordinamento della storia di un popolo o nella bibliografia individuale. Quest'ultima funzione

viene svolta, in particolare, dai riti di PASSAGGIO; che attribuiscono ai momenti più importanti

della vita (nascita, ingresso nei ruoli adulti, dalla vita alla morte) particolari significati simbolici e

nuove prospettive di vita. Altri rituali svolgono funzioni di purificazione e di espiazione: digiuno,

privazioni, penitenze.

Si può dire che i rituali assolvono a specifici compiti di integrazione sociale.

3. L’ETICA: L'esperienza religiosa comporta anche una dimensione etica, per cui lo sviluppo di un

gruppo religioso prevede anche l'articolazione e il consolidamento di un sistema di comportamento,

di una morale, che si presenterà come carattere distintivo di una particolare espressione di fede.

Ogni religione propone un certo modello di comportamento e l'uomo di fede è chiamato ad

esprimere un comportamento congruente con la sua credenza. Per le religioni che presuppongono

l'esistenza di un essere superiore, il comportamento morale è una conseguenza di un corretto

rapporto dell'uomo con tale divinità; per le religioni non fondate su una divinità, il centro di

interesse è l’uomo e il suo cammino di salvezza dipende da un processo di illuminazione e di ascesi,

dalle qualità morali ed intellettuali, dalla capacità di liberarsi dai condizionamenti mondani: qui la

dimensione etica appare evidente.

4. L’ORGANIZZAZIONE RELIGIOSA: L'evoluzione di un gruppo religioso comporta

l'istituzionalizzazione delle forme associate. L’individuazione o il riconoscimento di un’autorità

prevalente appare funzionale al mantenimento dell’unità di un gruppo religioso nella sua fase

iniziale essendo particolarmente esposto al formarsi di varie scuole dottrinali o di differenti modi di

interpretare le esperienze fondamentali. In conseguenza della crescita delle esigenze di articolazione

delle funzioni e dei ruoli religiosi, emergono varie figure religiose specifiche, preposte a definire,

spiegare, interpretare i testi sacri e per la trasmissione della fede a nuove generazioni.

Parallelamente si formano gruppi di seguaci che percorrono la via della salvezza arrivando

all’allontanamento dal mondo. Questi gruppi esercitano un carisma sui laici che si fanno così carico

dei problemi economici e materiali.

15.4 CREDENZE, RITI, ETICA E ORGANIZZAZIONI NELLE PRINCIPALI

RELIGIONI

Il rapporto tra sistema di credenze, sistema di culti e dimensione etica varia da religione a religione,

così nelle religioni fondate su una rivelazione divina, l’esplicazione di un sistema di credenze e

l’adesione intellettuale al credo religioso è massima. Il sistema di credenze è più sviluppato nelle

religioni universali del mondo occidentale rispetto a quelle orientali (cristianesimo). In alcune

religioni, invece, c’è più attenzione o ad un sistema di leggi (giudaismo, Islam) o ad un sistema di

culti (induismo, religione greca o romana), mentre altre religioni di matrice orientale (buddhismo,

confucianesimo) traggono la loro specificità da una forte tensione etica e da un processo di

perfezionamento spirituale dei fedeli.

Il prevalere nel CRISTIANESIMO della dimensione intellettuale della fede ha cause interne ed

esterne. La prima è per il carattere centrale assegnato alla rivelazione e nella conseguente

importanza della verità della fede. Il progetto di Dio è un atto gratuito. Dio si rivela all’uomo

tramite Gesù Cristo, il quale deve ristabilire l’alleanza tra Dio e il suo popolo, redimere gli uomini

dal peccato, dar vita alla comunità dei salvati. In rapporto a questo evento, si delineano tutte le

credenze fondamentali della tradizione cristiana (figura di Cristo, istituzione della chiesa,

sacramenti, giudizio universale, resurrezione dei corpi). Queste credenze sono progressivamente

entrate a far parte della fede cristiana che, pur non potendo essere ridotta a un’adesione puramente

intellettuale del disegno di Dio, è indubbio che la dimensione della fede è ancorata a una

conoscenza di Dio che deriva dalla rivelazione. La ragione esterna è individuabile nel fatto che il

cristianesimo, fin dalle sue origini, è stato influenzato dal predominio del razionalismo scientifico in

Occidente. Ciò ha comportato il prevalere dell’ortodossia (conformità alla dottrina) sull’ortoprassi


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente manuale di Sociologia di Gallino, con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: la sociologia come conoscenza (l'organizzazione sociale, indagine sociologica e modelli di ricerca), le funzioni sociali e la cultura della sociologia (rappresentazioni sociali e immagini convenzionali della società), la funzione innovatrice dell'immaginazione sociologica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e amministrazione delle imprese
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Trivellato Paolo.

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