Pil ascrivibile ai lavoratori stranieri (REGOLARI)
2007 9,5%
2010 9,7%
2013 12%
CONFINDUSTRIA: immigrazione non è assolutamente un problema bensì una
risorsa
Non sembrava pensarla allo stesso modo Christopher Caldwell [giornalista
americano nato nel 1962 collaboratore di molte delle maggiori testate giornalistiche
americane] affermando nel suo libro “Riflessioni sulla rivoluzione in Europa” (2009)
che l’immigrazione è un fattore essenzialmente distruttivo, infatti anche se porta
con sé benefici (da lui definiti minimi e transitori) la fa a discapito degli immigrati
stessi costretti a prestare la loro opera in condizioni di privazione dei diritti e di
irregolarità legale svolgendo i lavori più umili. Aggiunge poi che il problema sta nel
fatto che i paesi europei possono godere dei vantaggi economici solo fin quando gli
stessi immigrati rimangono clandestini o di passaggio, ma una volta inseriti
legalmente nella società diventano cittadini europei a tutti gli effetti e cesseranno
anche loro di svolgere quei lavori umili che nessun europeo vuol fare, pretendendo,
a suo dire, gli stessi diritti dell’europeo.
Il problema non è solamente economico ci dice Caldwell ma anche sociale proprio
perché a dispetto di tutti i bei discorsi dell’élites politica e non, la gente tende a
rifiutare la tanto decantata multietnicità (ipotesi confermata con forza dal sociologo
Robert Putnam secondo il quale la gente che vive in contesti multietnici tende a
“rintanarsi”). Va però sottolineato che le dure riflessioni di Caldwell son destinate in
gran parte agli immigrati islamici la componente dell’immigrazione europea più
numerosa e che egli stesso definisce come la più pericolosa e distruttiva per
l’Europa.
Tutte queste opinioni sono racchiuse da Pietro Basso in un discorso più ampio che
indaga quelle forme di razzismo istituzionale venutosi a creare negli Stati Uniti ed
in Europa, con maggiore attenzione, ovviamente, all’Italia; discorso questo che
racchiude anche i famosi interventi anti-immigrazione messi in atto negli anni ’90 in
America sotto il comando di Clinton che cercò in tutti i modi di arrestare, difendendo
con le unghia le frontiere, l’incessabile flusso migratorio proveniente dal Messico
(Operazione Gatekeeper); il risultato di questi duri provvedimenti dello Stato, fu un
incoraggiamento per singoli e gruppi armati, carichi di odio razziale, a portare
avanti una caccia allo “straniero”.
Questi sono solo alcuni esempi di politiche anti-immigrazione che nulla sembra
abbiano in comune su ciò che la cultura classica ci ha insegnato da Locke a Kant, il
quale, quest’ultimo proclamava non solo l’irrevocabilità del diritto ad emigrare ma
anche il diritto di immigrare che formulò come terzo articolo definitivo per la pace
perpetua. Ancor più spropositate sono queste considerazioni se si considera il fatto
che il diritto ad emigrare è entrato di fatto nella Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo nel 1948 e anche in quasi tutte le Costituzioni, compresa quella italiana
la quale nell’art. 35 riconosce la LIBERTÀ DI EMIGRAZIONE. Il problema, però,
come ci fa capire Pietro Basso è che ci troviamo difronte ad una asimmetria che
faceva del diritto universale ad emigrare un diritto dei soli occidentali nei paesi del
nuovo mondo, e più in là nel tempo tale diritto è diventato addirittura un reato e
condannato da molti provvedimenti legislativi (che a detta di Basso sono i più
indegni della storia della Repubblica), uno in particolare ovvero la legge n. 94 del
2009 sulla sicurezza che prevede di fatto l’introduzione del reato di immigrazione e
la creazione di un nuovo status, quello di immigrato clandestino. A conseguenza di
tali decreti qualunque pubblico ufficiale entri in contato con un clandestino potrà
sentirsi obbligato alla denuncia nel timore di incorrere nel reato di favoreggiamento;
o addirittura colui il quale decide di offrire alloggio a clandestini potrà incorrere in
una sanzione che va da sei mesi a tre anni di carcere e la conseguente confisca
dell’immobile offerto. Ma queste sono solo alcune delle tante norme razziste ancor
più raccapriccianti, norme che vanno dal divieto di matrimoni misti (se l’immigrato
non ha un regolare permesso di soggiorno) fino al divieto di iscrivere i propri figli
all’anagrafe, privazioni queste che trasformano l’immigrato in un’oggetto, in una
risorsa da sfruttare a causa dei ridicoli stipendi a loro “garantiti”, in tutto, fuorché in
un essere umano. Per Pietro Basso queste norme e queste pratiche rivelano un
vero e proprio razzismo istituzionale che non farà altro che causare un aumento dei
clandestini e la loro emarginazione sociale, grazie proprio all’immagine sociale che
gli stessi provvedimenti governativi creano degli immigrati stessi.
“L’ISLAMOFOBIA”
Si tratta di una rappresentazione, ad opera degli Europei (e non solo aggiungerei),
inferiorizzante e persino demonizzante dell’Islam dipendente da una l’unga storia di
conflitti fra mondo cristiano e mondo islamico. Per rafforzare queste
rappresentazioni si ricorre a strategie attraverso la quali si ha l’obbiettivo di fornire
un’immagine giusta della nostra cultura, per esempio sottolineando con forza
l’oppressione della donna islamica in contrasto con la libertà di quella europea o
presentando l’islamismo politico come violento e colonizzatore e che attenta alla
nostra sicurezza. L’idea del mondo islamico che ci propongono ormai da tempo è
quella di un mondo islamico congelato da quattordici secoli, arretrato per usi e
costumi, credenze e convinzioni, tecnologie e risorse e prigioniero di estremisti-
terroristi, nascondendo così un’altra verità molto più ampia racchiusa nel plus-
lavoro di tutti i salariati dell’Islam che “rifluisce a fiumi nelle nostre multinazionali e
banche”. Al contrario ci dice Basso che quando le si osserva lontane dallo
schiamazzo dei media europei le società arabe e islamiche ci appaiono società
dinamiche, in movimento, in trasformazione nelle quali pure sta avvenendo una
rivalutazione istituzionale del ruolo della religione, il peso delle cui prassi e
tradizioni sembra esser decrescente.
Detto ciò va sottolineato come la vera fobia trasmessa da Mass-media &Co si
riferisce alla volontà degli immigrati islamici di intraprendere una vera e propria
colonizzazione culturale sul territorio europeo, una crociata cultural-religiosa alla
rovescia con l’obbiettivo di “conquistare le nostre anime”; lo stesso Caldwell
annuncia un’imminente scontro tra cultura europea e le culture dell’immigrazione,
che a suo dire starebbero già sottomettendo quella europea, sotto la guida
dell’immigrazione islamica.
Tutte queste considerazioni, o meglio, paure nascono dal pensiero secondo il quale
vi è un’impossibilità di assimilare gli immigrati islamici a causa della forte
incompatibilità fra la loro cultura e quella con cui si scontrano (europea), fra il loro
estremismo ed il “nostro laicismo”; per tale motivo è parere di molti che gli immigrati
islamici si stiano sempre più de-assimilando e auto-segregando.
In realtà molte indagini sociologiche rivelano esattamente il contrario, come quella,
ad esempio, svolta da Inglehart e Norris nella quale si evidenzia come gli immigrati
islamici venuti in Europa siano in un processo di adattamento alle culture
occidentali, continuando comunque a riflettere sui valori appresi nei loro paesi di
nascita; ciò indica dunque come i musulmani non sono “così eccezionalmente
resistenti all’integrazione come alcuni sostengono”. (A supporto di tale indagine vi
sono anche studi statistici che hanno mostrato un incremento di matrimoni tra
musulmani e non musulmani). Ciò nonostante è anche vero esiste una parte di
immigrati, dopo una parziale adozione dell’identità nazionale del nuovo paese,
tendono a rigettare i nuovi valori per tornare, come dice Caldwell, “all’antica identità
religiosa”, ma questo avviene principalmente per tre motivi:
Il primo motivo lo espone lo stesso Caldwell evidenziando come i giovani
1. immigrati islamici presenti in Gran Bretagna si sentano presi in giro quando il
“loro” Paese in politica estera predica la democrazia, ma all’interno opprime
la umma (comunità dei credenti) o ne tollera l’oppressione;
Il secondo motivo, esposto in questo caso da Basso, ha la sua origine nelle
2. discriminazioni economiche, sociali e culturali che gli immigrati sono costretti
a subire anche quando sono europei “sui documenti”;
Infine l’ultima causa di tale rigetto è la pretesa delle istituzioni europee di
3. annullare la vita passata degli emigranti, di sradicarli dalla cultura dei loro
popoli per farli inginocchiare dinanzi ai valori europei.
LA RINNOVATA PERSECUZIONE DEI ROM
Gli immigrati arabi ed islamici non sono i soli a subire quotidianamente atti di
discriminazioni e insulti razzisti; l’immigrazione cinese, ad esempio, è spesso
associata alla importazione in Italia di mafia e lavoro nero (ovviamente fenomeni
difficili solo da immaginare per gli europei). Ma basta prendere in considerazioni
alcune delle ricerche interessate a chiarire il fenomeno dell’immigrazione cinese e
si può scoprire:
la diffusione dei laboratori del sommerso non sono un prodotto di
1. esportazione cinese poiché essi costituiscono una parte integrante del
“capitalismo moderno”;
non è vero che i laboratori cinesi siano un’attività nelle mani della mafia
2. cinese che vi investirebbe grossi capitali
non è vero che queste micro-imprese siano per principio chiuse a lavoratori
3. non-cinesi;
la loro ampia diffusione è dovuta solamente al fatto che rispondono in
4. maniera eccellente agli imperativi dei costi contenuti, delle consegne nei
tempi richiesti e della flessibilità estrema;
non è presente un’abissale differenza rispetto alle tecniche di produzione,
5. alle condizioni ambientali e ai salari italiani (o europei che siano); ciò che
cambia sono le ore di lavoro che nei laboratori cinesi possono arrivare dalle
10 alle 14 ore, ma è anche vero che le condizioni di super-sfruttamento non
sono un’esclusività etnica della Cina.
Le rappresentazioni correnti associano inoltre l’immigrazione nigeriana
all’importazione di droga e prostituzione (terreni su cui le fanno concorrenza,
secondo l’opinione collettiva, gli albanesi). Ai romeni spetterebbe invece il primato
nella violenza sessuale e vari altri primati nel campo delle attività criminali;
addirittura il giornalista Augusto Parboni, in un articolo in corsa per il titolo di
“Raz
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