L’auto-classificazione di sapienti e intellettuali
Nelle società occidentali pre-moderne, i sapienti erano definiti e si definivano come ceto sociale, corpo separato dotato di alcune caratteristiche distintive riconducibili alla produzione / riproduzione del sapere in chiave contemplativa, cioè fine a sé stessa. La prima categoria utilizzata era quella dei letterati, coloro i quali sapevano leggere e scrivere, utilizzare simboli e parole in un’epoca in cui un’esigua minoranza possedeva queste capacità. Nel Medioevo, i letterati coincidevano con i chierici, mentre a partire dal Cinquecento si diffuse il dotto laico: egli prosperò nel campo del diritto pubblico, una disciplina ampiamente incentivata dalle monarchie assolute in cerca di una legittimazione indipendente sia dall’Impero che dal Papato.
Il secondo livello di classificazione si riferiva al tipo di attività conoscitiva/creativa portata avanti (il filosofo, il poeta ecc.) ed era spesso qualificata a posteriori dal relativo paradigma teorico (umanista, illuminista ecc.). L’ultimo criterio riguardava il riconoscimento esterno del prestigio accordato al sapiente: mentre magister indicava sempre elevatezza morale e dignità indiscussa, professor recava invece una traccia di ironia verso la presunzione di alcuni personaggi che confidavano troppo nel loro sapere.
La sfera pubblica borghese e il sapiente moderno
Parallelamente al processo di riconfigurazione religiosa in Europa, si sviluppò la sfera pubblica borghese, un movimento laico in grado di ridefinire il rapporto tra potere e gruppi socio-economici. I borghesi interessati agli affari pubblici e le innovazioni tecnologiche come la stampa diedero vita a una nuova modalità comunicativa basata sulla socialità e lo scambio razionale, mediante la quale si formò un’opinione pubblica radicata nella nascente società civile. Il suo paradigma era lo scontro delle facoltà, espressione usata da Immanuel Kant per designare il dibattito pubblico dei più alti livelli della cultura, che a cascata doveva diffondersi nel resto della società.
Grazie a questi cambiamenti si afferma la doppia identità del sapiente moderno: specialista nel proprio campo di attività intellettuale e possibile attore del mutamento politico-sociale, soggetto generale e generalista, fautore dell’applicazione concreta all’intero corpo sociale delle idee razionalmente fondate in senso morale e pratico; missione tanto più urgente quanto più la borghesia economica e le masse dimostrano la loro inadeguatezza.
Uso non contemplativo del sapere
Il rovesciamento completo dell’uso del sapere fu reso possibile dai processi di laicizzazione e secolarizzazione: con l’indebolimento del fondamento trascendente della Verità, tra il Seicento e l’Ottocento, il sapiente perde la sua caratteristica auto-legittimazione e separatezza per entrare nelle nuove gerarchie moderne e secolari fondate su un uso non contemplativo del sapere.
La moltiplicazione delle figure intellettuali come l’insegnante, il giornalista o il tecnico e il loro impiego nelle burocrazie, nell’istruzione pubblica e nei media condusse al fenomeno dell’intellettualizzazione della vita sociale; il chierico diventa quindi un mediatore professionale, funzionario ed esperto. La formazione del sapiente moderna genera due figure:
- Intellettuale pubblico: Attraverso la sfera comunicativa, utilizza il suo sapere e il suo prestigio per incidere sul processo politico in nome di una vocazione alla Verità e parlando a nome di un soggetto da emancipare. Egli si propone come il fondatore di un nuovo potere spirituale che contende l’egemonia alla borghesia economica.
- Lavoratore-intellettuale: È un tecnico, uno specialista che applica il suo sapere ad un ambito ristretto di attività, dal quale ricava il suo sostentamento. Anche se in costante crescita numerica, nelle narrazioni degli intellettuali pubblici è stato spesso svalutato e identificato come uomo-massa, cioè membro subalterno del ceto medio.
Basi sociali e culturali dell'intellettuale pubblico
L’ascesa dell’intellettuale pubblico è dovuta principalmente a due fenomeni sociali: l’analfabetismo diffuso nella maggior parte della popolazione mondiale e la crescente concentrazione dei mezzi di produzione e di espressione intellettuale nelle mani di pochi individui o organizzazioni posti al vertice delle strutture politiche ed economiche. L’orgogliosa fiducia nella possibilità dell’uomo di giungere a una Verità assoluta, certa e universale, cioè a un dominio pieno della natura, della storia e della società, costituì la grande leva dell’impegno intellettuale.
Il disincanto del mondo, come lo definì Max Weber, favorì la nascita di una realtà non più dominata dall’intervento divino: la Verità fu mondanizzata come epifenomeno del progresso e coincise con le scoperte scientifiche. Questo legittimò la pretesa degli intellettuali di costituire un nuovo potere spirituale, quello della scienza e del pensiero, avente il compito di educare e far progredire il corpo sociale in un rapporto pubblico con il potere politico ed economico.
Quando nell’Ottocento lo storicismo e l’evoluzionismo di Charles Darwin rivelarono la relatività della natura, la posizione dell’uomo e le sue capacità di intervento sul mondo si fecero ambigue: si moltiplicarono le domande morali, sul senso ultimo delle cose, sul come costruire la civiltà e migliorarla, sul dove indirizzarla. Gli intellettuali si definirono dunque soggetti pensanti e dubitanti per eccellenza.
Dilemmi e funzioni dell'intellettuale pubblico
L’intellettuale pubblico è di estrazione solitamente borghese o addirittura aristocratica, gode di un prestigio elevato ma è comunque inserito nel classico modello Two-Step-Flow in una sua versione ristretta: sono gli opinion leaders (alta borghesia, politici, insegnanti, giornalisti ecc.) a far filtrare i messaggi dell’intellettuale pubblico fino al popolo, sebbene in forma semplificata e mediata.
Da ciò deriva la distanza tra intellettuali e masse e la gerarchizzazione del loro rapporto: i primi sono in posizione sovraordinata e si auto-percepiscono come aristocrazia dello spirito o avanguardia sociale. L’intellettuale pubblico rivendica a sé una serie di funzioni che lo mettono in contatto con il corpo sociale:
- Funzione dirigente: L’intellettuale pubblico mira a dirigere spiritualmente e culturalmente le masse incardinate nei moderni apparati istituzionali.
- Funzione di mediazione simbolica: L’intellettuale pubblico media in modo quasi sacerdotale il rapporto del mondo con la Verità.
- Funzione di mediazione politica: L’intellettuale pubblico media lo spontaneismo delle masse e il pragmatismo dei politici, cercando di ricondurli ad una forma politica razionale e coerente, in base ad una Verità assunta come oggettiva.
- Funzione pedagogica e pastorale: L’intellettuale pubblico aspira a educare ed elevare i non-intellettuali, guidando e coltivando gli spiriti e le coscienze.
Il complesso rapporto che viene così istituito con la società non è coerente e lineare. Esso si sviluppa sulla base di alcuni dilemmi che rendono problematica e ambigua l’attività e la figura dell’intellettuale pubblico.
Dilemmi dell'intellettuale pubblico
- Dilemma sociale: Da un lato l’intellettuale pubblico appartiene ad una minoranza e rivendica un prestigio sociale che lo distingua dai non-intellettuali, mentre dall’altro aspira ad influenzare il popolo, pretendendo di parlare a suo nome.
- Dilemma economico-organizzativo: L’intellettuale pubblico rivendica la sua libertà di coscienza e azione, la sua indipendenza dalla dimensione economica, ma entra comunque in contatto con i meccanismi del capitalismo organizzato e delle burocrazie, senza le quali non potrebbe né sopravvivere né far sentire la propria voce.
- Dilemma culturale: Da un lato l’intellettuale pubblico fonda sé stesso sulla rivendicazione dell’accesso alla Verità dogmatica, dall’altro utilizza il metodo della critica sociale e politica per impostare e presentare le sue argomentazioni, entrando in costante tensione con le sue certezze.
- Dilemma politico: Da un lato l’intellettuale pubblico aspira alla guida e all’educazione delle masse, dall’altro partecipa a questa stessa attività educativa monopolizzata dallo Stato; vive della conflittualità dei movimenti di massa ma allo stesso tempo punta a creare le condizioni per una sua sintesi razionale e organizzata in forma politica.
Il potere spirituale degli intellettuali pubblici aspira ad esercitarsi innanzitutto attraverso la costruzione e il mantenimento di un personaggio, di una figura che realizza pienamente sé stessa solo nel momento in cui riesce a trasformare il rapporto con i non-intellettuali in rapporto carismatico e il pubblico di uditori/lettori in un gruppo di seguaci. Culto del leader intellettuale vuol dire trionfo dell’immaginario e dell’iconografia secondo i codici di una nuova, radicale mitologia dei moderni eroi. Solo con la fotografia, il cinema e la televisione l’intellettuale pubblico può dispiegare pienamente tutta la potenza del suo messaggio, della sua personalità, del suo essere medium e messaggio allo stesso tempo.
Gli intellettuali pubblici della società industriale sono un contro-modello di potere, di organizzazione verticale ed elitaria della società e dello Stato, in nome dell’astrazione: si fanno mediatori tra la terra dei miserabili, degli ignoranti e il cielo della Verità e dei sapienti.
Storia e critica dei lavoratori-intellettuali
Weber e Marx
Il nuovo intellettuale che osserva Weber si professionalizza, vive della sua attività intellettuale in quanto vocazione, trae da questa il suo principale sostentamento e diviene soprattutto il funzionario di un’organizzazione. Per Weber vi è una netta distinzione fra sfere culturali: da una parte gli specialisti, che devono assumere una posizione avalutativa, cioè scegliere i problemi da analizzare in base ai propri valori e poi sottoporli ad una rigorosa verifica, dall’altra coloro i quali decidono di aderire a una posizione ideologica come principale orientamento delle loro azioni, come i politici professionisti.
Antonio Gramsci ritiene che il ceto medio intellettuale costituisce uno dei nervi fondamentali del corpo sociale. Ciò che caratterizza l’intellettuale non è più il contenuto della sua attività ma la sua funzione, i compiti che svolge nel complesso dei rapporti di produzione nei quali è ormai pienamente inserito; egli è diventato così un lavoratore-intellettuale, uno specialista che opera in modo neutrale per dare forma, corpo e spirito alla società dominata dalla borghesia imprenditoriale, attraverso il rapporto con...
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