Durkheim cerca di tradurre i principi del pensiero positivo in prassi empirica; egli è il primo “scienziato
sociale”. La sua prassi empirica è fondata sulla teoria del “fatto sociale” (bisogna considerare i fatti sociali
(=modi d’agire, di pensare, di sentire che presentano la proprietà di esistere al di fuori delle coscienze
individuali) come cose, in quanto anche se non sono entità materiali hanno tuttavia le stesse proprietà delle
“cose” del mondo naturale). Da ciò derivano due conseguenze:
- I fatti sociali non sono soggetti alla volontà dell’uomo, sono cose che offrono resistenza al suo
intervento, lo condizionano e lo limitano;
- I fatti sociali funzionano secondo proprie regole, possiedono una struttura deterministica che
l’uomo, attraverso la ricerca scientifica, può scoprire. Mondo sociale e mondo naturale sono
regolati da leggi, che sono studiabili oggettivamente => sostanziale unità metodologica fra mondo
naturale e mondo sociale;
Riassumendo:
- Esiste una realtà sociale al di fuori dell’individuo
- La realtà sociale è oggettivamente conoscibile
- La realtà sociale è studiabile con gli stessi metodi delle scienze naturali
Il modo di procedere nella conoscenza del mondo sociale, per il positivismo, è induttivo (dai particolari
empiricamente osservati all’universale). Il compito dello studioso è quello di pervenire a generalizzazioni o
a leggi universali e immutabili, poiché si crede che vi sia un ordine e un’uniformità nella natura. Credono si
possa pervenire all’individuazione e formulazione delle leggi della natura e alla loro dimostrazione e
“verifica”; leggi che nell’espressione più compiuta assumeranno i caratteri di un nesso causa-effetto.
Riassumendo (risposte alla questione ontologica, epistemologica e metodologica):
- Ontologia: esiste una realtà oggettiva esterna all’individuo, conoscibile oggettivamente (nella sua
reale essenza) e studiabile con le stesse modalità delle scienze naturali (realismo ingenuo)
- Epistemologia: lo studioso e l’oggetto studiato sono considerati entità indipendenti (dualismo), e lo
studioso può studiare l’oggetto senza influenzarlo o esserne influenzato (oggettività). Il compito
dello scienziato è quello di scoprire le leggi naturali, fondate sulle categorie di causa-effetto, senza
timore di deformare, con i propri valori, la lettura della realtà sociale, in quanto il fatto sociale è
considerato un dato esterno ed immodificabile [epistemologia dualista e oggettivistica; legge
naturale]
- Metodologia: i metodi e le tecniche della ricerca positivista si rifanno a quelli delle scienze naturali.
Il metodo sperimentale viene assunto sia nel suo modo di procedere induttivo, sia nella sua
formalizzazione matematica che, anche se non sempre raggiungibile, rappresenta tuttavia
l’aspirazione di fondo dello scienziato positivista. La tecnica ideale è quella dell’esperimento
[metodologia sperimentale e manipolativa]
4 Neopositivismo e postpositivismo
La visione positivista ha visto svilupparsi al proprio interno, per tutto il corso del ‘900, un processo continuo
di revisione e aggiustamento, mosso proprio dalla consapevolezza dei propri limiti intrinseci e dal tentativo
di superarli. Sia nel neopositivismo (impostazione che dominato nel periodo che va dagli anni ’30 agli anni
‘60) sia nel postpositivismo (dalla fine degli anni ’60 in poi) non vengono però mai meno ad alcuni
presupposti positivistici di base, quale il realismo ontologico (“il mondo esiste indipendentemente dalla
nostra conoscenza”) e la posizione preminente accordata all’osservazione empirica per la conoscenza di
tale mondo.
Una delle prime revisioni del positivismo ottocentesco fu operata dalla scuola conosciuta con il nome di
positivismo logico, che ha dato origine al neopositivismo. Il nuovo modo di vedere assegna un ruolo
centrale alla critica della scienza, ridefinendo il compito della filosofia, che deve abbandonare il terreno
delle grandi teorizzazioni per passare a quello dell’analisi critica di quanto viene elaborato nelle teorie delle
singole discipline. Viene abbandonato il dissertare su grandi questioni e le metafisiche (definite prive di
senso in quanto indimostrabili), per dedicare invece la massima attenzione ai problemi metodologici di ogni
scienza, all’analisi logica del loro linguaggio e delle loro elaborazioni teoriche, alla critica dei loro assunti e
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alla procedure di validazione delle elaborazioni concettuali attraverso la loro verifica empirica. Da quanto si
è detto appare evidente in questo movimento di pensiero la centralità delle questioni epistemologiche.
Uno dei postulati del neopositivismo è la diffusa convinzione che il senso di un’affermazione derivi dalla sua
verificabilità empirica (“il significato di una proposizione è il metodo della sua verifica”). La principale
conseguenza di questa concezione della scienza e della conoscenza scientifica è lo sviluppo di un nuovo
modo di parlare della realtà sociale, tramite un linguaggio mutuato dalla matematica e dalla statistica,
chiamato linguaggio delle variabili. Ogni oggetto sociale viene analiticamente definito sulla base di una
serie di attributi e proprietà, e a queste ridotto; e i fenomeni sociali analizzati in termini di relazioni fra
variabili. La variabile, con il suo carattere di neutralità, oggettività e operativizzabilità matematica, diventa
così la protagonista dell’analisi sociale, senza più bisogno di passare per la ricomposizione unitaria
dell’individuo originario. In questo modo tutti i fenomeni sociali possono essere rilevati, misurati, correlati,
elaborati e formalizzati, e le teorie convalidate o falsificate in maniera oggettiva e priva di ambiguità. Da ciò
una forte attenzione nei confronti delle procedure di operativizzazione, delle tecniche di misurazione, della
formalizzazione matematica e dell’inferenza statistica (sviluppo di scale di atteggiamento, campionamento
casuale, procedure di analisi multivariata dei dati…).
Con il passaggio dalla fisica classica a quella quantistica, la relativizzazione dello spazio e del tempo operata
da Einstein, il principio di indeterminazione di Heisenberg, si introducono elementi di probabilità ed
incertezza su punti cruciali quali il concetto di legge causale, l’oggettività-immutabilità del mondo esterno
ecc.; la concezione della scienza si allontana sempre più dalle solide certezze del positivismo ottocentesco,
in cui dominava la concezione “meccanica” della realtà, la sicurezza nelle leggi immutabili, la fede nel
progresso scientifico. Le teorie vengono a perdere l’impronta cogente delle leggi deterministiche per
assumere il connotato della probabilità, che implica elementi di accidentalità. Se quest’assunto di
indeterminismo probabilistico è valido per il mondo naturale, esso sarà ancor più valido per il mondo
sociale. Un elemento importante introdotto nel pensiero scientifico nella sua evoluzione dall’iniziale
modello positivista è la categoria di falsificabilità, assunta come criterio di validazione empirica di una
teoria o ipotesi teorica. Il confronto fra teoria e ritrovato empirico non può avvenire in positivo, mediante la
“verifica” che la teoria è confermata dai dati; ma si realizza soltanto in negativo, con la “non-falsificazione”
della teoria da parte dei dati, viene constatato cioè che i dati non contraddicono l’ipotesi e che quindi sono
con essa semplicemente compatibili (ma potrebbero essere compatibili anche con altre ipotesi). Da questa
impostazione deriva un senso di provvisorietà di ogni ipotesi teorica, mai definitivamente valida (crolla
l’ideale scientifico dell’epistème, della conoscenza assolutamente certa).
Infine, e veniamo qui alle acquisizioni più recenti dell’orientamento postpositivista, è venuta affermandosi
la convinzione che l’osservazione empirica, la stessa percezione della realtà, non è oggettiva ma dipende
dalla teoria, nel senso che anche la semplice registrazione della realtà dipende dalla finestra mentale del
ricercatore, da condizionamenti sociali e culturali (realtà esiste in sé, indipendentemente dall’attività
conoscitiva, ma l’atto del conoscere del ricercatore è condizionato dalle circostanze sociali e dal quadro
teorico nelle quali si colloca). Viene meno l’oggettività del dato rilevato, la neutralità ed intersoggettività
del linguaggio osservativo.
Sia il neopositivismo che il postpositivismo, però, attribuiscono ancora centralità al metodo scientifico nella
ricerca sociale e credono nell’analogia di fondo fra il metodo delle scienze sociali e quello delle scienze
naturali. Si ha una maggiore cautela sulle conclusioni, ma le procedure operative, le modalità di rilevazione
dei dati, le operazioni di misurazione, le elaborazioni statistiche ecc restano sostanzialmente le stesse. Si ha
anche un’importante apertura a tecniche qualitative, ma senza intaccare la centralità di quelle quantitative.
Riassumendo (risposte alla questione ontologica, epistemologica e metodologica):
(si fa riferimento alla posizione più moderna del postpositivismo)
- Ontologia: si presume l’esistenza di una realtà esterna all’uomo, ma essa è solo imperfettamente
conoscibile (sia per l’imprecisione della conoscenza umana, sia perché le leggi hanno carattere
probabilistico) [realismo (=relazioni causa-effetto esistono nella realtà al di fuori della mente
umana) (=atteggiamento dello scienziato deve essere di continua messa in discussione)]
critico
- Epistemologia: non più separazione e non-interferenza (non più dualismo) fra studioso e studiato.
L’oggettività della conoscenza rimane l’obiettivo ideale ed il criterio di riferimento, ma può essere
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raggiunto solo in maniera approssimativa. Nel processo conoscitivo viene valorizzato il modo di
procedere della deduzione, attraverso il meccanismo di falsificazione delle ipotesi [dualismo-
oggettività modificati; leggi di medio raggio, probabilistiche e provvisorie]
- Metodologia: fasi operative della ricerca sono quelle che furono impostate dal neopositivismo
(esperimenti, manipolazione delle variabili…); apertura tuttavia ai metodi qualitativi [metodologia
sperimentale-manipolativa modificata]
5 Interpretativismo
Con il termine “interpretativismo” si fa riferimento, in questo paragrafo, a tutte le visioni teoriche per le
quali la realtà non può semplicemente essere osservata, ma va “interpretata”. Questa nuova visione della
scienza sociale, contrapposta a quella positivista, ha origine nel contesto dello storicismo tedesco. In
generale si fa risalire al filosofo tedesco Wilhelm Dilthey la prima formulazione critica nei confronti dello
scientismo comtiano nel nome dell’autonomia (=non omologabilità alle scienze naturali) delle scienze
umane. Dilthey, nel libro l’Introduzione alle scienze dello spirito, opera una distinzione fra “scienze della
natura” e “scienze dello spirito”, fondando la loro diversità proprio nel rapporto che si instaura fra
ricercatore e realtà studiata. Mentre l’oggetto delle scienze della natura è costituito da una realtà esterna
all’uomo che tale resta anche nel corso del processo conoscitivo (il quale assume le forme della
spiegazione: leggi di causa-effetto ecc.), per le seconde, non essendoci questo distacco fra osservatore e
realtà studiata, la conoscenza può avvenire solo attraverso un processo totalmente diverso, quello della
(chiamata anche ermeneutica, empatia fra studioso e studiato, intuizione ecc., e concetto
comprensione
che Dilthey riferisce soprattutto alla storia. Egli sottolinea l’esigenza che lo storico si accosti alla sua materia
con una sorta di identificazione psicologica tale da poter “rivivere” il passato in una esperienza interiore che
sola può condurlo alla conoscenza).
Negli stessi anni un altro studioso tedesco, Windelband, propone una distinzione fra “scienze nomo
tetiche”, cioè finalizzate all’individuazione di leggi generali, e “scienze idiografiche”, orientate a cogliere
l’individualità dei fenomeni, la loro unicità ed irripetibilità.
E’ tuttavia con Weber che questa nuova prospettiva entra a pieno titolo nel campo della sociologia. Pur
accogliendo il concetto di comprensione, Weber si preoccupa di salvare l’oggettività della scienza sociale sia
nei termini della sua “avalutatività”, sia in quelli della possibilità di arrivare a enunciati aventi un qualche
carattere di generalità. Per quanto riguarda il primo punto, Weber torna ripetutamente sulla necessità che
le scienze storico-sociali siano libere da qualsiasi giudizio di valore (anche se non riuscirà mai a dare una
risposta univoca al problema). Se le scienze storico-sociali non possono ammettere al loro interno
presupposti di valore, tuttavia, secondo Weber, non si può impedire che questi intervengano nella scelta
dei problemi da studiare, assumendo un ruolo orientativo nei confronti della ricerca (all’interno del campo
di ricerca, però, l’indagine procede in maniera oggettiva). Le scienze sociali, secondo Weber, si distinguono
dalle scienze naturali non per l’oggetto (cfr Dilthey), né perché abbiano con obiettivo quello di arrivare a
studiare i fenomeni sociali nella loro individualità (cfr Windelband), ma per il loro “orientamento verso
l’individualità”. Orientamento che è in primo luogo di metodo; e per Weber il metodo è quello del
“comprendere” (=comprensione razionale delle motivazioni dell’agire; non intuizione ma interpretazione:
intendere lo scopo dell’azione(ogni comportamento è sempre razionale!), cogliere le dimensioni di
proposito e di intenzionalità dell’agire umano). Per arrivare ad una conoscenza oggettiva con caratteri di
generalità Weber ricorre ai cioè forme di agire sociale che possono venir riscontrate in modo
tipi ideali,
ricorrente nel modo di comportarsi degli individui. Le uniformità tipiche di comportamento si costituiscono
attraverso un processo astrattivo che, isolando entro la molteplicità del dato empirico alcuni elementi, li
coordina entro un quadro coerente e privo di contraddizione. Il tipo ideale è dunque un’astrazione che
nasce dalla rilevazione empirica di uniformità. Esso non può mai essere rintracciato empiricamente nella
realtà; al lavoro storico si presenta il compito di determinare in ogni caso singolo la maggiore o minore
distanza della realtà da quel quadro ideale. Essi sono “ideali” nel senso che sono delle costruzioni mentali
dell’uomo; essi indirizzano la conoscenza, sono dei modelli teorici che aiutano il ricercatore ad interpretare
la realtà. Il tipo ideale, a differenza della realtà, è una costruzione razionale chiara, coerente, priva di
ambiguità. 3
Per Weber il numero ed il tipo delle cause che hanno determinato un fenomeno è infinito e la questione
causale ( quando si tratta dell’ individualità di un fenomeno) non è questione di leggi ma di connessioni
causali concrete, la possibilità di una selezione nell’infinità di elementi determinanti. Tali connessioni
causali sono gli (se accade A, allora il più delle volte si verifica B). Non si possono
enunciati di possibilità
stabilire i fattori determinanti un certo evento o comportamento, ma si possono tracciare le condizioni che
lo rendono possibile. Alle leggi causali di impianto positivista dotate di generalità e obbligatorietà, si
contrappongono dunque enunciati, connessioni, segnati dai caratteri della specificità e della possibilità.
I concetti ideati da Weber e che questi ha utilizzato ad un livello macrosociologico (cfr macrostrutture come
l’economia, il potere, la religione…), sono stati sviluppati anche in una prospettiva microsociologica
(interazione degli individui), dando origine a due filoni:
- Costruttivismo radicale: nega l’oggettività stessa del mondo esterno, la realtà sociale in quanto tale
non esiste, ma esistono solo dei costrutti soggettivi (tutto è nella mente degli individui)
- Un filone più soft che pur assumendo che la società è edificata a partire dalle interpretazioni degli
individui, ammette che esistono delle strutture più ampie, istituite dagli individui attraverso le loro
interazioni e a seguito di comportamenti sociali ripetuti, le quali hanno a loro volta un effetto sul
comportamento degli individui stessi
Il programma “soggettivista” è innanzitutto una reazione nei confronti dell’impostazione “oggettivista”
positivista, la quale, assimilando la realtà sociale e l’azione umana ad una cosa oggettivamente studiabile,
metteva a tacere proprio la dimensione individuale, l’aspetto “umano” (i valori, il libero arbitrio, le
motivazioni…), ciò che distingue il mondo degli uomini da quello delle cose. E’ proprio in virtù di questa
diversità di oggetto che i sostenitori del paradigma interpretativo sostengono la sua superiorità rispetto a
quello positivista e l’autonomia e la diversità delle scienze storico sociali da quelle naturali.
Detto ciò delle diversità di fondo, va detto anche che esse implicano inevitabilmente anche una diversità di
tecniche e procedure di ricerca. Infatti, se la vita umana è nella sua essenza diversa da quella del mondo
naturale, essa andrà studiata con metodi differenti da quelli positivisti; l’impostazione soggettivista elabora
dunque delle sue procedure di ricerca, delle proprie t
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