Metodologia e tecniche della ricerca sociale
Parte prima: la logica della ricerca sociale
I paradigmi della ricerca sociale
Kuhn e i paradigmi delle scienze
La riflessione di Kuhn ha per oggetto lo sviluppo storico delle scienze, e costituisce un rifiuto della concezione tradizionale di “scienza” intesa come accumulazione progressiva e lineare di nuove acquisizioni. Secondo Kuhn esistono anche dei momenti “rivoluzionari” nei quali il rapporto di continuità con il passato si interrompe e si inizia una nuova costruzione, una trasformazione della struttura concettuale (cioè “paradigma”) attraverso la quale gli scienziati guardano al mondo.
Cosa intende Kuhn per “paradigma”? Egli designa una prospettiva teorica condivisa e riconosciuta dalla comunità di scienziati di una determinata disciplina e fondata sulle acquisizioni precedenti della disciplina stessa. Il paradigma indirizza la ricerca in termini sia di individuazione e scelta dei fatti rilevanti da studiare, sia di formulazione di ipotesi entro le quali collocare la spiegazione del fenomeno osservato, sia di approntamento delle tecniche di ricerca empirica necessarie.
Kuhn definisce scienza normale quelle fasi di una disciplina scientifica durante le quali predomina un determinato paradigma ampiamente condiviso dalla comunità degli scienziati (es: paradigma corpuscolare, ondulatorio, quantistico della fisica ottica). Le scienze sociali, in quanto prive di un unico paradigma largamente condiviso dalla comunità scientifica, si troverebbero in una collocazione preparadigmatica, salvo forse l'economia (secondo Kuhn infatti gli economisti “sono d'accordo su che cosa è l'economia”).
Per le altre scienze sociali, e in particolar modo la sociologia, sembra difficile individuare un paradigma condiviso. Esiste tuttavia un'altra interpretazione del pensiero di Kuhn, avanzata proprio nel tentativo di applicare le sue categorie alla sociologia. Si tratta di una ridefinizione del concetto di paradigma, nel quale restano tutti gli elementi della definizione originaria (visione teorica che definisce la rilevanza dei fatti sociali, fornisce le ipotesi interpretative, orienta le tecniche della ricerca empirica) fuorché uno, il carattere della condivisione da parte della comunità scientifica. In questo modo si apre la possibilità di compresenza, all'interno di una determinata disciplina, di più paradigmi; e la sociologia diventa da preparadigmatica a multiparadigmatica. Questa interpretazione non va banalizzata identificando paradigma con “teoria” o “corrente di pensiero”.
Rimane infatti fondamentale il concetto di paradigma, il suo carattere preteorico, in ultima analisi metafisico, di “visione che orienta”, di “immagine fondamentale che una disciplina ha del suo oggetto” [Friedrichs], che guida e organizza sia la riflessione teorica sia la ricerca empirica, e come tale viene prima di entrambe.
Tre questioni di fondo
Due sono i quadri di riferimento di fondo che hanno orientato fin dal suo nascere la ricerca sociale: la visione empirista o positivista e quella umanista o interpretativista. Questi paradigmi sono – lo ripetiamo – non teorie sociologiche, ma concezioni generali sulla natura della realtà sociale, sulla natura dell'uomo, sul modo con il quale questo può conoscere quella. Gli interrogativi fondamentali di fronte ai quali si trova la ricerca sociale sono tre: la realtà sociale esiste? (essenza); è conoscibile? (conoscenza); come può essere conosciuta? (metodo).
La questione ontologica. Ci si chiede se il mondo dei fatti sociali sia un mondo reale e oggettivo dotato di una sua autonoma esistenza al di fuori della mente umana e indipendentemente dall'interpretazione che ne dà il soggetto. Ci si interroga cioè se i fenomeni sociali siano “cose in se stesse” oppure “rappresentazioni di cose”.
La questione epistemologica. Riguarda la conoscibilità della realtà sociale. Se il mondo sociale esiste in quanto tale indipendentemente dall'agire umano, sarà legittima l'aspirazione a raggiungerlo, a conoscerlo con obiettivo distacco.
La questione metodologica. Riguarda il “come”, come la realtà può essere conosciuta. Le tre questioni sono intrecciate fra loro: è difficile separare le concezioni sulla natura della realtà sociale dalle riflessioni sulla sua conoscibilità, e queste dalle tecniche utilizzabili per la sua conoscenza. I due paradigmi di base della ricerca sociale rispondono in modo diverso alle tre questioni fondamentali.
Positivismo
La sociologia nasce sotto gli auspici del pensiero positivista: a metà dell'Ottocento, la nuova disciplina non poteva non assumere a suo modello quello che era il paradigma delle – allora trionfanti – scienze naturali. I fondatori della disciplina – fra tutti citiamo Auguste Comte e Herbert Spencer – condividevano un'ingenua fede nei confronti dei metodi delle scienze naturali. Il paradigma positivista non è altro che questo: lo studio della realtà sociale utilizzando gli apparati concettuali, le tecniche di osservazione e misurazione, gli strumenti d'analisi matematica, i procedimenti di inferenza delle scienze naturali.
Il primo a compiere lo sforzo di tradurre i principi del pensiero positivo in prassi empirica è Durkheim, il primo “scienziato sociale”, il primo vero sociologo positivista. La sua prassi empirica è fondata sulla teoria dei “fatti sociali”, che per Durkheim sono modi d'agire, di pensare, di sentire che presentano la proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali (es. “Quando assolvo il compito di [...] marito o di cittadino [...] io adempio doveri che [...] non li ho fatti io, ma li ho ricevuti mediante l'educazione”).
Questi fatti sociali, proprio come i fenomeni del mondo naturale, funzionano secondo proprie regole, possiedono una struttura deterministica che l'uomo, attraverso la ricerca scientifica, può scoprire. Il mondo sociale, quindi, così come il mondo naturale, è regolato da leggi, studiabili oggettivamente. Da cui l'assunto, nonostante i loro differenti oggetti, di una sostanziale unità metodologica fra mondo naturale e mondo sociale. In relazione alle tre questioni fondamentali, dunque, le affermazioni sono le seguenti:
- Esiste una realtà sociale al di fuori dell'individuo;
- Questa realtà sociale è oggettivamente conoscibile;
- Essa è studiabile con gli stessi metodi delle scienze naturali.
Sono fin troppo evidenti, nel paradigma positivista, gli elementi di quella che si può definire una “fede ingenua” nei metodi delle scienze naturali, di un “realismo ingenuo”.
Neopositivismo e postpositivismo
La rassicurante chiarezza e linearità del positivismo ottocentesco viene superata e lascia il terreno a un positivismo novecentesco assai più complesso e articolato. Sono evidenziabili due momenti: uno “neopositivista” tra gli anni '30 e '60 del secolo scorso, uno “postpositivista” a partire dalla fine degli anni '60. Il nuovo modo di vedere assegna un ruolo centrale alla critica della scienza, ridefinendo il campo della filosofia, che deve abbandonare il terreno delle grandi teorizzazioni per passare a quello dell'analisi critica. Da qui il rifiuto delle “grandi questioni” e di tutte le metafisiche definite “pseudoproblemi” privi di senso in quanto indimostrabili, per dedicare invece la massima attenzione ai problemi metodologici di ogni scienza, all'analisi del loro linguaggio e delle loro elaborazioni teoriche.
Va ricordato che uno dei postulati del neopositivismo sia la diffusa convinzione che il senso di un'affermazione derivi dalla sua verificabilità empirica. La principale conseguenza fu lo sviluppo di un modo di parlare della realtà sociale del tutto nuovo, tramite il “linguaggio delle variabili”, mutato dalla matematica e dalla statistica. Ogni oggetto sociale, a cominciare dall'individuo, veniva analiticamente definito sulla base di una serie di attributi e proprietà (le variabili) e i fenomeni sociali analizzati in termini di relazioni fra variabili. In questo modo tutti i fenomeni sociali potevano essere rilevati, misurati, correlati, elaborati e formalizzati, e le teorie convalidate o falsificate in maniera oggettiva.
All'origine della nuova atmosfera ci sono alcuni sviluppi delle scienze naturali, e in particolare della fisica: la meccanica quantistica, la relativizzazione dello spazio e del tempo operata da Einstein, il principio di indeterminazione di Heisenberg introdussero elementi di probabilità e di incertezza su punti cruciali quali il concetto di legge causale, l'oggettività-immutabilità del mondo esterno, le stesse categorie classiche di spazio e di tempo. Alla legge deterministica si viene a sostituire la legge probabilistica, che implica elementi di accidentalità, la presenza di disturbi e fluttuazioni.
Un elemento importante introdotto nell'evoluzione dal modello positivista è la categoria della “falsificabilità” come criterio di validazione empirica di una teoria o ipotesi teorica. Essa stabilisce che il confronto tra teoria e ritrovato empirico non può avvenire in positivo, mediante la “prova” o verifica, ma si realizza soltanto in negativo, con la “non falsificazione”, constatando cioè che i dati non contraddicono l'ipotesi, e che quindi sono con essa semplicemente compatibili.
Veniamo alle tre questioni fondamentali. Analogamente al caso del positivismo, si presume l'esistenza di una realtà esterna all'uomo, ma differentemente da quanto sostenuto nel primo paradigma, essa è conoscibile solo imperfettamente. Si ha una maggiore cautela sulle conclusioni, ma le tecniche utilizzate sono sempre le stesse. Si ha un'importante apertura a tecniche qualitative, ma senza intaccare la centralità di quelle quantitative.
Interpretativismo
Si fa risalire al filosofo tedesco Wilhelm Dilthey la prima formulazione critica nei confronti dell'omologabilità comtiana tra scienze sociali e scientifiche. Dilthey, nell'Introduzione alle scienze dello spirito (1883), opera una distinzione fra scienze “della natura” e scienze “dello spirito”, fondando la loro diversità proprio nel rapporto che si instaura tra ricercatore e realtà studiata.
Mentre infatti l'oggetto delle scienze della natura è costituito da una realtà esterna all'uomo (e il processo conoscitivo assume le forme della spiegazione come leggi di causa-effetto, ecc); per le seconde non vi è distacco fra osservatore e realtà studiata, dunque la conoscenza può avvenire solo attraverso un processo totalmente diverso, quello della comprensione. È con Max Weber che questa nuova prospettiva entra a pieno titolo nel campo della sociologia. La preoccupazione di Weber è quella di non cadere nell'individualismo soggettivista e nello psicologismo, egli vuole salvare l'oggettività della scienza sociale sia nei termini della sua avalutatività (che resta un caposaldo irrinunciabile) sia in quelli della possibilità di arrivare a enunciati aventi un qualche carattere di generalità, pur partendo da un orientamento verso l'individualità.
Se le scienze storico-sociali non possono ammettere presupposti di valore, tuttavia per Weber non si può impedire che questi intervengano nella scelta dei problemi da studiare. I valori restano dunque presenti con quella che si può definire “funzione selettiva”. Ma com'è possibile arrivare a una conoscenza oggettiva con caratteri di generalità, se il punto di partenza è rappresentato dall'individuo e dal senso soggettivo della sua azione? A questo problema risponde la concezione weberiana del tipo ideale, un'astrazione che nasce dalla rilevazione empirica di uniformità. È infatti possibile isolare, entro la molteplicità del dato empirico, alcuni elementi che si possono coordinare all'interno di un quadro coerente e privo di contraddizione. Il tipo ideale è una costruzione razionale chiara, coerente, priva di ambiguità, che non ha un corrispettivo concreto nella realtà. La realtà è infatti assai complessa, contraddittoria e disordinata.
Non parliamo dunque di “leggi” ma di “enunciati di possibilità”: se accade A, allora il più delle volte si verifica anche B. A questo punto è dunque possibile correlarsi alle tre questioni fondamentali. I costruttivisti più radicali escludono l'esistenza di un mondo oggettivo (ogni individuo produce una sua realtà); i moderati non si pongono il problema dell'esistenza o meno di una realtà esterna alle costruzioni individuali, affermando tuttavia che solo queste ultime sono conoscibili. In un'ottica relativista, non esiste una realtà sociale universale valida per tutti gli uomini (realtà assoluta) ma ne esistono molteplici (realtà multiple). La separazione tra studioso e oggetto dello studio tende a sparire, così come quella tra ontologia ed epistemologia.
Per quanto riguarda la metodologia, le tecniche di ricerca non possono che essere qualitative e soggettive, dove per soggettive si intende variabili di volta in volta a seconda della forma che l'interazione studiante-studiato assume. La conoscenza avviene mediante un processo di induzione, cioè di scoperta della realtà da parte di uno studioso che vi si avvicina privo di pregiudizi e teorie precostituite.
Radicalizzazioni e critiche
I nuovi filoni di riflessione sociologica sviluppatisi a partire dagli anni Sessanta del Novecento hanno accentuato il carattere soggettivista dell'originale impostazione weberiana. Ciò ha dato maggior vigore a due critiche di fondo mosse al paradigma interpretativo dai suoi oppositori: l'estremo soggettivismo escluderebbe la possibilità stessa di esistenza della scienza, e in particolare della scienza sociale. Inoltre, verrebbero esclusi quelli che dovrebbero essere per eccellenza gli oggetti della riflessione sociologica: le istituzioni.
Ricerca quantitativa e ricerca qualitativa
Ricerca quantitativa e ricerca qualitativa: un confronto
Può essere utile analizzare due diverse ricerche condotte con due diversi approcci. La prima, svolta da Sampson e Laub (su materiale raccolto però trent'anni prima da Sheldon e Eleanor Glueck) è “Crime in the Making”. La ricerca si basa su informazioni reperite tra 500 giovani “autori di reato”, maschi, bianchi, che nel 1939 avevano tra i 10 e i 17 anni e tra 500 ragazzi “normali” cioè non autori di reato. Come esempio di procedura di quantificazione accenniamo alla costruzione dell'indice di “comportamento deviante non ufficiale”: vennero registrati tutti i comportamenti non solo illegali (borseggio, furto, gioco d'azzardo...) ma anche di semplice “cattiva condotta” (fumare, bere, scappare di casa, marinare la scuola...) riportati non solo dai soggetti stessi ma anche da genitori e insegnanti. Vennero fuse le informazioni e costruiti indici di devianza per ogni comportamento e un indice complessivo.
Gli autori individuano poi alcune variabili di base (affollamento abitativo, disgregazione familiare, basso status socioeconomico, devianza paterna, devianza materna, nascita all'estero....) e giungono alla conclusione che tali variabili strutturali non hanno effetto diretto sul comportamento deviante, ma la loro azione è mediata da altre variabili, dette processuali. Per esempio: una situazione di disgregazione familiare favorisce episodi di abbandono da parte dei genitori (assenza di controllo, ecc) e questo facilita l'insorgere di comportamenti devianti.
Sampson e Laub, infine, giungono a riformulare il modello sommariamente proposto inizialmente, arrivando al “modello teorico dinamico di crimine, devianza e controllo sociale informale lungo il ciclo di vita”. Nelle conclusioni essi scrivono: “Questo libro ha voluto rispondere alla seguente sfida: riusciremo noi a sviluppare e a sottoporre a controllo empirico un modello teorico in grado di spiegare crimine e devianza nell'infanzia e nell'età adulta?”
Nelle conclusioni dell'altra ricerca, “Islands in the Street. Gangs and American Urban Society”, l'autore Jankowski scrive “Noi, nelle scienze sociali, così come nelle politiche pubbliche, non abbiamo mai compreso le gang. Per cominciare abbiamo fallito nel comprendere adeguatamente gli individui che sono nelle gang...”.
La semplice differenza lessicale esprime la differenza di impostazione metodologica fra le due ricerche. La ricerca di Jankowski è un esempio di osservazione partecipante: egli partecipa attivamente alla vita delle gang in tre città diverse (Los Angeles, New York e Boston), prendendo nota di ciò che osservava. Egli giunge a delineare sei motivazioni che spingono un ragazzo a entrare in una gang: incentivi materiali, divertimento, rifugio e nascondiglio, protezione fisica, luogo di resistenza, impegno comunitario. Il risultato conclusivo è una conoscenza radicalmente diversa da quella della ricerca precedente: l'obiettivo non è più rappresentato da “modelli causali” dove le variabili sono fra loro connesse da legami di causa-effetto, ma piuttosto da classificazioni e tipologie, a partire dall'esperienza vissuta, in una limpida applicazione del paradigma interpretativo.
Impostazione della ricerca: La ricerca di Sampson e Laub colpisce per la sua geometricità. Essa ha un quadro teorico, rilevazioni empiriche, risultati dell'analisi, conclusioni teoriche. Non ci troviamo di fronte a un ordine espositivo, ma a un vero e proprio ordine concettuale.
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