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effettivamente guidato il modo di procedere dei due studiosi e che nasce da una visione della

ricerca intesa come processo razionale e lineare. Il libro di Jankowski, invece, manca una parte

iniziale che introduca e discuta le acquisizioni della letteratura, proponga l'elaborazione di una

teoria e di ipotesi empiricamente controllabili. Questo perché nella ricerca quantitativa ha

un'impostazione sostanzialmente deduttiva (la teoria precede l'osservazione), mentre nella

ricerca qualitativa – che discende dal paradigma interpretativo – la relazione fra teoria e ricerca

è aperta, interattiva. Il ricercatore qualitativo si astiene da qualsiasi manipolazione,

stimolazione, interferenza o disturbo nei confronti della realtà stessa, la quale viene studiata nel

corso del suo naturale svolgersi. I due modi di fare ricerca trovano due illustrazioni tipiche e

opposte nelle tecniche dell'esperimento (il ricercatore manipola la realtà sociale in maniera

completa, arrivando a costruire una situazione artificiale) e dell'osservazione partecipante (il

ricercatore si limita a osservare quello che accade nella realtà sociale, talvolta inibendosi anche

quel minimo intervento che sarebbe costituito da interrogazioni-interviste ai soggetti osservati).

Per quanto riguarda l'interazione psicologica studioso-studiato, il ricercatore quantitativo

assume un punto di osservazione esterno al soggetto studiato, propria dell'osservatore

scientifico neutrale e distaccato; il ricercatore qualitativo si colloca il più possibile internamente

al soggetto d'analisi. Talvolta questa prospettiva di immersione psicologica, che non lascia il

ricercatore indifferente o neutrale, solleva il problema dell'oggettività della ricerca qualitativa.

Per quanto riguarda l'interazione fisica fra studioso e studiato, la ricerca quantitativa spesso, di

fatto, non prevede alcun contatto fisico tra studioso e studiato. Nella ricerca qualitativa l'incontro

– e anzi, l'interazione – tra studioso e studiato è precondizione per la comprensione. Da quanto

detto appare evidente una radicale diversità fra i due approcci in merito al ruolo del soggetto

studiato: nell'impostazione quantitativa, l'individuo studiato viene considerato come passivo; e

anche quando non lo si può considerare tale, si fa di tutto per ridurre al minimo la sua

interazione con il soggetto studiante. Sul versante qualitativo, è implicito un ruolo attivo del

soggetto studiato.

Rilevazione Una delle principali differenze ha a che fare con il disegno della ricerca, cioè con

tutte quelle scelte di carattere operativo con le quali si decide dove come e quando si

raccolgono i dati, e che sovrintendono alle decisioni sugli strumenti della rilevazione (se con

intervista o osservazione partecipante, questionario o esperimento, ecc), sulla sua

localizzazione, su quali e quanti soggetti intervistare, ecc. Normalmente la ricerca quantitativa

ha un disegno rigidissimo, mentre la ricerca qualitativa è totalmente libera da vincoli (il

ricercatore decide per strada). Nella ricerca quantitativa il ricercatore è preoccupato dalla

generalizzabilità dei risultati, e l'uso del campione statisticamente rappresentativo è l'esito più

evidente di questa preoccupazione. L'opposto vale per il ricercatore qualitativo, che mette al

primo posto la comprensione, anche a costo di perdersi nell'inseguimento di situazioni atipiche

e di meccanismi non generalizzabili. Il secondo elemento di differenziazione è dato

dall'uniformità o meno dello strumento di rilevazione. Nella ricerca quantitativa tutti i soggetti

ricevono lo stesso trattamento, dunque lo strumento di rilevazione è uniforme per tutti i casi (per

esempio un questionario) o comunque uniformante (per esempio una scheda di codifica per

uniformare domande aperte); questo perché l'obiettivo finale è la “matrice dei dati”. La ricerca

qualitativa non ha questo obiettivo di standardizzazione. Un ultimo punto è quello che fa

riferimento alla natura dei dati. Nella ricerca quantitativa essi debbono essere affidabili, precisi,

rigorosi, univoci: cioè oggettivi e standard. In inglese vengono definiti hard, in contrapposizione

a quelli soft della ricerca qualitativa, la quale non si pone il problema dell'oggettività e della

standardizzazione dei dati, preoccupandosi invece della loro ricchezza e profondità.

Analisi dei dati Nella ricerca quantitativa oggetto dell'analisi è la variabile: un individuo viene

“frammentato” in tanti elementi quante sono le variabili che lo descrivono. A partire da questo

momento il soggetto non verrà più ricomposto nella sua interezza: l'analisi dei datti avverrà

sempre per variabili, in maniera impersonale. L'obiettivo dell'analisi sarà quello di “spiegare la

varianza” delle variabili dipendenti, trovare cioè le cause che provocano il variare delle variabili

dipendenti fra i soggetti (es. le cause della diversa aggressività fra i bambini, i fattori che

“spiegano” perché alcuni bambini sono

aggressivi e altri no). Si noti che questo modo di procedere è quello delle scienze naturali: la

relazione causale tra fumo e cancro al polmone è stata desunta dal fatto di avere osservato una

connessione statistica fra il variare dell'una variabile e il variare dell'altra su migliaia di soggetti.

La ricerca qualitativa non è più variable-based bensì case-based: oggetto dell'analisi è

l'individuo nella sua interezza. L'obiettivo dell'analisi è quello di comprendere le persone,

interpretare il punto di vista dell'attore sociale (es. comprendere le motivazioni del

comportamento violento).

Risultati L'aspetto più appariscente è quello che attiene la presentazione dei dati: le due forme

classiche di presentazione dei dati nelle tradizioni quantitativa e qualitativa sono,

rispettivamente, la tabella e la narrazione. Mentre la ricerca quantitativa si interroga sui perché

(cosa causa cosa e a quali condizioni?), quella quantitativa si interroga sui come (Denzin “Nel

mio studio sugli alcolisti anonimi non ho chiesto alle persone perché sono diventate alcoliste, ho

chiesto invece loro come lo sono diventate. […]

preferisco sempre approfondire come un evento o un processo è prodotto e creato, piuttosto

che

chiedermi solo perché si è verificato, o che cosa l'ha causato”). Il modello causale raccorda fra

loro le variabili (logica della causazione) mentre la tipologia rappresenta lo schema teorico che

lega i soggetti (logica della classificazione). Un'ultima questione riguarda la portata dei risultati.

La ricerca qualitativa non può operare su un numero rilevante di casi (la ricerca di Jankowski ha

interessato 37 gang, ma è un caso più unico che raro, tant'è vero che la sua osservazione si è

protratta per 10 anni). Una ricerca condotta su pochi casi potrà andare più in profondità, ma

questo non potrà non andare a scapito della generalizzabilità dei suoi risultati. Resta indubbia

una maggiore generalizzabilità dei risultati della ricerca quantitativa rispetto a quelli della ricerca

qualitativa. Profondità e ampiezza sono inversamente correlate: l'approfondimento ha un costo,

e il prezzo da pagare è in termini di numero dei casi studiati.

2.4 Due diversi modi di conoscere la realtà sociale

Concludiamo questo capitolo con una domanda ingenua: è dunque più corretto utilizzare la

prospettiva quantitativa o quella qualitativa? Tre sono le posizioni in proposito. La prima è di

coloro che sostengono che approccio quantitativo e approccio qualitativo, paradigma

neopositivista e paradigma interpretativo, rappresentano due punti di vista incompatibili poiché

le differenze sono epistemologiche. I rispettivi sostenitori delle due posizioni affermano che la

propria è esatta e l'antagonista è sbagliata.

La seconda posizione è riscontrabile fra la componente “quantitativa” degli scienziati sociali e

corrisponde alla posizione di chi, avendo fatto una scelta per il paradigma neopositivista, non

nega

che un valido contributo possa venire dalle tecniche qualitative. La terza posizione infine

sostiene la piena legittimità e pari dignità dei due metodi, e auspica lo sviluppo di una ricerca

sociale che, a seconda delle circostanze, scelga per uno o per l'altro approccio (o per entrambi).

In quest'ottica, le differenze fra i due modi non sono epistemologiche ma puramente tecniche. È

tuttavia difficile contemperare i due approcci dentro lo stesso disegno di ricerca, poiché troppo

diverse sono le procedure e gli strumenti utilizzati. Approccio neopositivista e approccio

interpretativo, tecniche quantitative e tecniche qualitative, portano a conoscenze diverse. Ma

questo non è un limite, bensì un arricchimento.

PARTE SECONDA: RILEVAZIONE DI DATI – TECNICHE QUANTITATIVE

3.LA TRADUZIONE EMPIRICA DELLA TEORIA

Ricerca quantitativa: quella più formalizzata.

Struttura logica del processo di ricerca empirica: la ricerca scientifica è un processo

creativo di scoperta che si sviluppa secondo un intinerario prefissato e secondo

procedure prestabilite che si sono consolidate all’interno della comunità scientifica.

Teoria: un insieme di proposizioni organicamente connesse, che si pongono ad un

elevato livello di astrazione e generalizzazione rispetto alla realtà empirica, le quali sono

derivate da regolarità empiriche e dalla quali possono essere derivate delle previsioni

empiriche.

Insieme di proposizioni: sistema coerente di affermazioni che spesso assumono il

carattere di proposizioni causali.

Astrazione e generalizzazione: la teoria trascende le specifiche espressioni empiriche

sia dal punto di vista concettuale (astrazione) sia da quello del campo di applicazione

(generalizzazione).

Derivata da regolarità empiriche: la teoria nasce dalla constatazione di ricorrenze

nella realtà osservata.

Produttiva di previsioni empiriche: da una teoria ricavata dall’osservazione di

determinate regolarità empiriche si possono inferire accadimenti in altri e differenti

contesti.

Variabile: concetto operativizzato, consiste nella proprietà operativizzata di un oggetto,

in quanto il concetto per poter essere operativizzato ha dovuto essere applicato ad un

oggetto diventandone proprietà.

Variabili non manipolabili-variabili manipolabili : fra le prime collochiamo le

- proprietà delle unità di analisi che non sono modificabili dal ricercatore. Le altre

invece sono quelle che il ricercatore controlla e può modificare attivamente.

Variabili dipendenti-variabili indipendenti : variabile indipendente è la variabile che

- influenza, variabile dipendente è la variabile influenzata.

Variabili latenti-variabili osservate : le prime sono variabili non direttamente

- osservabili perché rappresentano concetti molto generali.

Variabili individuali-variabili collettive : spesso si utilizzano variabili di proprietà di

- gruppi, associazioni, ecc quindi “collettivi”; a loro volta le variabili collettive si

dividono in variabili aggregate: dove le proprietà del collettivo derivano da

proprietà dei singoli; variabili globali: carattere esclusive del gruppo non derivano

da proprietà dei membri che lo compongono.

Variabili nominali: abbiamo una variabile nominale quando la proprietà da registrare

assume stati discreti non ordinabili.

Variabili ordinali: in questo caso la proprietà da registrare assume stati discreti

ordinabili.

Variabili cardinali: variabili per le quali i numeri che ne identificano le modalità non

sono semplici etichette, ma hanno un pieno significato numerico. Discendono, mediante

misurazione, da proprietà continue, oppure derivano, mediante conteggio, da proprietà

discrete.

Variabili quasi-cardinali: variabili simili a quelle cardinali, dove i numeri hanno un

senso quantitativo, rendendo possibile l’utilizzo delle tecniche statistico-matematiche.

La rilevazione empirica di un concetto non direttamente osservabile passa attraverso 4

fasi: Articolazione del concetto in dimensioni: riflessione teorica nella quale in

- concetto viene analizzato nelle sue principali componenti di significato.

La scelta degli indicatori: individuazione degli indicatori afferenti ad ogni

- dimensione. Si sceglieranno come indicatori concetti specifici passibili di

rilevazione empirica.

La loro operativizzazione: operativizzazione degli indicatori, cioè loro

- trasformazione in variabili.

La formazione degli indici: operazione che avviene solo in caso di concetti

- complessi che richiedono più indicatori.

Errore di misurazione o rilevazione: rappresenta lo scarto fra concetto e variabile.

Viene distinto in due componenti cioè errore sistematico e accidentale. Il valore

osservato è la somma di tre parti: valore vero e le due componenti dell’errore.

Valore osservato = valore vero + errore sistematico + errore accidentale

Errore sistematico: errore costante, si presenta in tutte le rilevazioni. Il suo valore medio

sul tot dei casi osservati non è pari a 0, ma assume valore positivo o negativo.

Errore accidentale: errore variabile, varia di rilevazione a rilevazione. Può essere errore

di osservazione, di selezione.

Errore nella fase di indicazione: cioè nella scelta di indicatori, è un errore

- sistematico.

Errore nella fase di operativizzazione: può essere sistematico o accidentale. Si

- distinguono tre fasi:

Errori di selezione: errori dovuti al fatto che in una ricerca non si operi

a) sull’intera popolazione ma su un campione di soggetti. L’errore di copertura

quando la lista dalla quale estraiamo i casi non è completa. L’errore di

campionamento quando la ricerca si fa su un campione e non sull’intera

popolazione. L’errore di non risposta quando alcuni soggetti non possono

essere raggiunti dall’intervistatore o non possono rispondere.

Errori di osservazione: addebitati a 4 possibili fonti, errori dovuti

b) all’intervistatore, errori dovuti all’intervistato, allo strumento o al modo di

somministrazione.

Errori nel trattamento dati: si verificano dopo che i dati sono stati raccolti e

c) consistono in errori di codifica, trascrizione, memorizzazione su supporto

informatico, di elaborazione, ecc.

Attendibilità: segnala il grado con il quale una certa procedura di traduzione di un

concetto in variabile produce gli stessi risultati in prove ripetute con lo stesso strumento

di rilevazione oppure con strumenti equivalenti.

Validità: fa riferimento al grado col quale una certa procedura di traduzione di un

concetto in variabile effettivamente rileva il concetto che si intende rilevare.

4. Causalità ed esperimento

4.1 Concetto di “causa”

Per esprimere il concetto di “causazione” non è sufficiente l'enunciato “Se C, allora E”. È più

completo l'enunciato “Se C, allora (e soltanto allora) E, sempre prodotto da C”, poiché esprime

le caratteristiche del nesso causale: condizionalità, successione, costanza, univocità e

produzione. Tuttavia, non possiamo mai dire sul piano empirico (lo possiamo ipotizzare sul

piano teorico) che la variazione di X “produce” la variazione di Y. Ma se osserviamo

empiricamente che una variazione di X è regolarmente seguita da una variazione di Y tenendo

costanti tutte le altre possibili cause di Y, abbiamo un forte elemento empirico di corroborazione

dell'ipotesi che X sia causa di Y.

4.2 Corroborazione empirica della relazione causale

Per poter corroborare empiricamente un'ipotesi di relazione causale fra due variabili, noi

dobbiamo poter disporre di elementi empirici su tre aspetti:

Covariazione fra variabile dipendente e indipendente. Dobbiamo in primis poter osservare una

variazione della variabile indipendente contemporaneamente a una variazione della variabile

dipendente. Nel linguaggio statistico si dice che dobbiamo poter osservare una “covariazione”

fra le

due variabili: al variare di una varia anche l'altra.

Direzione causale. Dobbiamo in qualche modo essere in grado di osservare che al variare della

variabile indipendente consegue una variazione ella variabile dipendente, ma che non è vero il

contrario. Possiamo stabilire empiricamente questo fatto mediante la manipolazione della

variabile indipendente (strada percorribile solo nel caso dell'esperimento) o con il criterio della

successione temporale, il quale nasce dall'osservazione che la variazione della variabile

indipendente X precede la variazione della dipendente Y. Talvolta alcune direzioni causali sono

da escludersi per impossibilità logica: se diciamo che c'è un nesso causale tra classe sociale e

orientamento politico, la direzione è solo una poiché non è pensabile che un individuo, a seguito

di una modifica delle sue propensioni politiche, passi da una classe sociale ad un'altra.

Controllo delle variabili estranee. Dobbiamo poter escludere la variazione simultanea al variare

della variabile indipendente, di altre variabili a essa correlati che potrebbero essere loro stesse

le cause del variare della dipendente. Va osservato, infatti, che non è sufficiente osservare la

covariazione per poter parlare di causazione: correlation is not causation. Sono le cosiddette

“illusioni della statistica”, evidenziate in modo ironico da George Bernard Shaw: “Sarebbe facile

provare che portare il cappello a cilindro e l'ombrello sviluppa il torace, prolunga la vita e

conferisce una relativa immunità dalle malattie, perché le statistiche mostrano che coloro i quali

adoperano quei due oggetti sono più sviluppati, più sani e vivono più a lungo delle persone che

non si sognano nemmeno di possederli”.

4.3 Analisi della covariazione ed esperimento

Gli scienziati hanno a disposizione due tecniche di base per controllare empiricamente

un'affermazione causale:

Analisi della covariazione Si tratterà di intervistare un campione di soggetti, di fare alcune

domande sulle caratteristiche sociodemografiche di base in modo da analizzare la covariazione

fra la variabile che assume come indipendente e quella dipendente. Se troviamo una

correlazione fra le due variabili, non è comunque detto che vi sia causalità, a causa di una

possibile relazione spuria. Per relazione spuria si intende una covariazione fra due variabili X e

Y, che non deriva da un nesso causale fra loro, ma dal fatto che esse sono entrambe

influenzate da una terza variabile Z, la quale provoca la variazione simultanea di X e Y senza

che fra queste ultime vi sia un nesso causale. Per accertarsi che la relazione fra X e Y non sia

dovuta all'azione esterna di Z, il ricercatore può tenere fisicamente sotto controllo le variabili di

potenziale disturbo (per esempio modificando il campione) o, in caso non sia possibile,

calcolarne matematicamente l'effetto per poi procedere a una “depurazione”.

Esperimento Possiamo definire l'esperimento come una forma di esperienza su fatti naturali che

si realizza a seguito di un deliberato intervento modificativo da parte dell'uomo, e quindi come

tale si contrappone alla forma di esperienza che deriva dall'osservazione dei fatti nel loro

svolgersi naturale. Si fonda su un diverso modo non di analizzare i dati, ma di produrre i dati da

analizzare. Manipolazione della variabile indipendente e controllo delle terze variabili sono

quindi i due elementi caratterizzanti l'esperimento, che lo distinguono dall'analisi della

covariazione. Si noti che nell'esperimento, con il fatto di assegnare per sorteggio i soggetti

(randomizzazione) al gruppo sperimentale e al gruppo di controllo, si tengono sotto controllo

tutte le possibili variabili di disturbo. La manipolabilità (capacità di controllo sulla variabile

indipendente) è condicio sine qua non per l'effettuazione di un esperimento.

5.L’INCHIESTA CAMPIONARIA

Inchiesta campionaria: un modo per rilevare informazioni interrogando gli stessi

individui oggetto della ricerca, appartenenti ad un campione rappresentativo mediante

una procedura standardizzata di interrogazione allo scopo di studiare le relazioni

esistenti tra le variabili.

L’inchiesta campionaria comporta formulazione di domande, in forma orale (raramente

in forma scritta). Queste domande sono rivolte direttamente agli individui che

costituiscono l’oggetto della ricerca. A tutti i soggetti vengono poste le stesse domande

-> standardizzazione dello stimolo: elemento fondamentale finalizzato a garantire

comparabilità delle risposte.

Importante organizzare le risposte sulla base di uno schema di classificazione comune

a tutti i soggetti, cioè produrre la matrice-dati.

L’inchiesta campionaria si distingue dal sondaggio per:

Esistenza di un’ampia problematica teorica che le sta alle spalle e che struttura

- l’impostazione stessa della rilevazione dei dati

Ampiezza dei temi toccati: nel sondaggio gli argomenti sono trattati in modo

- superficiale, mentre l’inchiesta campionaria consiste sempre in una lunga ed

articolata intervista

Il tipo di analisi che viene condotta successivamente sui dati rilevati: nel

- sondaggio l’analisi è puramente descrittiva.

Tre diversi strumenti di rilevazione:

Questionario: quando sia domanda che risposta sono standardizzate

- Intervista strutturata: quando la domanda è standardizzata e risposta libera

- Intervista libera: quando né domanda né risposta sono standardizzate

-

I problemi fondamentali del ricercatore sono riconducibili alle distinzioni di fondo che

separano e contrappongono i due paradigmi basilari della ricerca sociale (la

contrapposizione fra approccio che si riconduce alla tradizione positivista e l’approccio

che si ispira all’atto di Verstehen e che si chiama interpretativo).

Due problemi rilevanti:

Quello che contrappone chi ritiene che la realtà sociale esista all’esterno del

1- ricercatore e sia da questi pienamente ed oggettivamente conoscibile e chi vede

nell’atto stesso del conoscere un’alterazione della realtà, che fa sì che la realtà

conoscibile possa essere solo quella generata dal processo interattivo che

intercorre fra soggetto studiante e soggetto studiato.

Contrappone chi ritiene che esistano uniformità empiriche nei comportamenti

2- umani e ei fenomeni sociali e chi sottolinea l’ineliminabile rilevanza delle

differenze interindividuali. La prima è una posizione uniformista, la seconda

individualista.

Il primo problema, nel campo della rilevazione, corrisponde al rapporto intervistato-

intervistatore. Il secondo problema invece porta al problema della standardizzazione

dello strumento di rilevazione e dell’informazione rilevata.

Rapporto intervistatore-intervistato: nell’approccio oggettivista deve e essere

1- spersonalizzato, l’intervistatore non deve alterare lo stato dell’oggetto studiato.

Il questionario vincola l’intervistatore e vincola anche l’intervistato che è costretto

2- a scegliere fra categorie di risposte prefabbricate.

Per la stesura di un buon questionario sono necessari:

Esperienza del ricercatore

- Conoscenza della popolazione alla quale viene somministrato il questionario

- Chiarezza delle ipotesi di ricerca

-

Argomento delle domande:

Domande relative a proprietà sociografiche di base: descrizione delle

- caratteristiche sociali di base dell’individuo. Sono caratteristiche permanenti

come quelle demografiche e i connotati sociali ereditati dalla famiglia.

Domande relative ad atteggiamenti: si rileva quello che l’intervistato dice di

- pensare, fa capo ad opinioni, motivazioni, orientamenti, ecc. sono proprietà degli

individui più tipicamente rilevabili tramite inchiesta campionaria.

Domande relative a comportamenti: si rileva quello che l’intervistato dice di fare o

- di avere fatto. Sono comportamenti inequivoci, o ci sono stati o no.

Domande aperte o chiuse?

Domanda aperta: ha vantaggio della libertà di espressione, ma una volta trascritta la

risposta dell’intervistato nella sua esatta formulazione, bisogna codificare la risposta per

la matrice-dati. Ha costo elevato e non è adatta a grandi numeri. E’ stata

progressivamente abbandonata nelle grandi inchieste campionarie per motivi pratici, di

costi e di realizzabilità.

Domanda chiusa: ha alcuni vantaggi

Offre a tutti lo stesso quadro di riferimento

a) Facilita il ricordo, ogni alternativa proposta è l’equivalente di un

b) promemoria per l’intervistato

Stimola l’analisi e la riflessione, costringe ad uscire dalla vaghezza e

c) dall’ambiguità.

Ma possiamo anche individuarne tre limiti

Lascia fuori tutte le alternative di risposta che il ricercatore non ha previsto

a) Le alternative proposte dalla domanda chiusa influenzano la risposta

b) Le risposte offerte non hanno un uguale significato per tutti

c)

Il modo in cui è formulata la domanda può influenzare la risposta.

Suggerimenti legati al linguaggio, sintassi e contenuto delle domande:

Semplicità di linguaggio: bisogna usare linguaggio accessibile a tutti, deve

1- essere adatto alle caratteristiche del campione studiato.

Lunghezza delle domande: le domande devono essere concise, quelle troppo

2- lunghe possono distrarre l’intervistato dal fuoco dell’interrogativo.

Numero delle alternative di risposta: nelle domande chiuse le alternative di

3- risposta offerte all’intervistato non possono essere troppe.

Espressioni in gergo: il tentativo di usare il gergo da parte di estranei può

4- irritare l’intervistato.

Definizioni ambigue: non bisogna usare termini dal significato non ben definito.

5- Parole dal forte connotato negativo: evitare termini carichi di significato

6- emotivo, soprattutto negativo.

Domande sintatticamente complesse: la domanda deve avere sintassi lineare

7- e semplice.

Domande con risposta univoca: evitare domande esplicitamente multiple e

8- quelle dalla problematica non sufficientemente articolata.

Domande non discriminanti: le domande devono essere costruite in modo da

9- operare delle discriminazioni nel campione degli intervistati. Non devono avere

ad esempio il 90% di risposte dello stesso tipo.

Domande tendenziose: non bisogna fare domande che per l’aggettivazione

10- usata e per l’accostamento delle parole orienta l’intervistato verso una delle

possibili alternative di risposta, invece di presentarle in maniera equilibrata.

Comportamenti presunti: evitare di dare per scontati comportamenti che non lo

11- sono. Per esempio non chiedere per chi si ha votato alle elezioni, senza prima

chiedere se si è andati a votare.

Focalizzazione nel tempo: bisogna essere molto attenti alle domande riferite al

12- comportamento abituale o che richiedono il computo di medie nel tempo, si

rischia che l’intervistato risponda in base all’immagine che egli ha di sé e che

vuole dare, più che in riferimento al reale comportamento.

Concretezza-astrazione: la domanda astratta può dare facilmente luogo a

13- risposte generiche o normative o superficiali.

Comportamenti e atteggiamenti: è buona regola focalizzare la domanda su un

14- comportamento piuttosto che restare nell’ambito dell’opinione.

Desiderabilità sociale delle risposte: formulare domande legate il più possibile

15- a casi concreti, bisogna formulare la domanda in modo da rendere accettabile

anche la risposta meno desiderabile.

Domande imbarazzanti: domande delicate come sesso, reddito, droghe, ecc

16- che sono consigliabili da porre in domande aperte che permettono di rispondere

con proprie parole e fornire giustificazioni.

Mancanza di opinione: il problema può essere affrontato facendo presente

17- all’intervistato che il non so è una risposta legittima.

Intensità degli atteggiamenti: è importante saper cogliere la gradazione di

18- intensità delle posizioni degli intervistati, perché è l’intensità che determina il

comportamento.

Acquiescenza: tendenza da parte degli intervistati a scegliere le risposte che

19- esprimono accordo, è un comportamento frequente fra le persone meno istruite.

Effetto memoria: le domande relative a fatti del passato comportano difficoltà

20- dovute ad incompletezze o distorsioni del ricordo.

Sequenza delle domande: prima parte del questionario obiettivo di mettere

21- l’intervistato a suo agio e fargli capire come funziona l’intervista. E’ inoltre

importante strutturare il questionario in modo da tener viva l’attenzione

dell’intervistato.

Ci sono domande formulate nello stesso modo che vengono presentate in blocco ->

sono batterie di domande: hanno l’obiettivo di risparmiare spazio e tempo, facilitare la

comprensione del meccanismo di risposta, migliorare la validità della risposta e

permettere al ricercatore in fase di analisi dati, di costruire indici sintetici che

riassumono in un unico punteggio le diverse domande della batteria.

Ci sono tre modi fondamentali di somministrare un questionario:

Intervista faccia-a-faccia: è dalla presentazione e dal modo in cui l’intervistatore

imposta il rapporto che dipende parte della qualità dell’intervista. Bisogna limitare

l’effetto dell’intervistatore, standardizzandone il comportamento. Deve inibirsi qualsiasi

comportamento che può influenzare l’intervistato.

Interviste telefoniche: permette grande rapidità di rilevazione, comporta costi inferiori,

maggiore garanzia di anonimato, permette di raggiungere anche intervistati lontani. Gli

svantaggi invece sono la mancanza di coinvolgimento, mancanza di contatto personale,

non si possono raccogliere dati non verbali, poco tempo a disposizione.

Rilevazione postale: l’istituto di ricerca invia una lettera con il questionario e un’altra

busta preaffrancata. Problema della tempistica delle risposte.

I questionari autocompilati hanno il vantaggio di risparmio nei costi di rilevazione.

Devono essere questionari brevi, concisi e semplici.

Organizzazione della rilevazione:

Lo studio esplorativo: il ricercatore, per formulare domande adeguate, deve

- conoscere perfettamente il problema oggetto del suo studio prima di iniziare a

redigere domande.

Il pre-test: quando il questionario è pronto in versione quasi definitiva, si apre la

- fase di collaudo con il pre-test. Viene somministrato a un campione di soggetti

con stesse caratteristiche delle persone che verranno studiate.

La preparazione e la supervisione degli intervistatori: fase formativa per gli

- intervistatori, cioè incontro fra équipe di ricerca e intervistatori, con lo scopo di

presentare la ricerca, descrivere il suo disegno e illustrare nel dettaglio il

questionario. Seguiranno interviste di prova.

Contatto iniziale: problema dei rifiuti, momento più delicato dell’intera intervista.

- L’intervistatore deve presentarsi e chiarire chi è il committente, quali sono gli

obiettivi, ecc.

La forma grafica: è opportuno adottare una convenzione che distingua

- chiaramente il testo da leggere all’intervistato dalle indicazioni per l’intervistatore,

bisogna indicare chiaramente i passaggi a una domanda alla successiva, le

domande da saltare, ecc.

6.LA TECNICA DELLE SCALE

Con tecnica delle scale traduciamo l’inglese scaling , cioè un insieme di procedure

messe a punto dalla ricerca sociale per misurare l’uomo e la società.

Una scala è un insieme coerente di elementi che sono considerati indicatori di un

concetto più generale. L’elemento è il singolo componente, la scala è l’insieme degli

elementi.

Es: test di matematica = scala -> si ipotizza l’esistenza di un concetto generale come

l’abilità matematica che viene rilevato attraverso una serie di prove specifiche, i risultati

delle quali alla fine vengono sintetizzati in un unico punteggio.

L’applicazione più frequente della tecniche delle scale nel campo della sociologia e

psicologia è la misura degli atteggiamenti, dove l’unità di analisi è l’individuo, il

concetto generale è un atteggiamento e i concetti specifici sono opinioni.

Se la scala è fatta di poche domande conviene offrire all’intervistato una vasta gamma

di possibilità di risposta. Se la scala è fatta di numerose domande, queste potrebbero

essere tutte a scelta binaria.

Si dividono in

Scale ad un solo item: suddivise in

- Scale a totale autonomia semantica: domande che permettono all’intervistato

a) di rispondere anche senza conoscere le altre possibili alternative. Es. titolo di

studio

Scale ad autonomia parziale: domande che permettono all’intervistato di

b) rispondere solo conoscendo le possibili alternative. Es. scale di disaccordo,

interesse

Scale auto-ancoranti: domande in cui si chiede di porsi all’interno di un range

c) dove soltanto le categorie esterne sono specificate.

Scale multi item:

- Scala di Likert: per misurare atteggiamenti di un individuo sulla base del

a) livello di accordo manifestato nei confronti di una serie di opinioni

Scalogramma di Guttman: domande a difficoltà semantica crescente

b) Differenziale semantico di Osgood: all’intervistato proposti diversi segmenti,

c) ognuno dei quali fa riferimento ad una specifica dimensione semantica

Termometro dei sentimenti: espressione di giudizio o sentimento riguardo un

d) determinato oggetto di studio, tra un valore minimo a uno massimo

Test sociometrico di Moreno: poche domande, gli intervistati devono indicare

e) le persone del gruppo con cui si sentono più affini e da quali persone

l’intervistato verrebbe giudicato positivamente o negativamente

7.LE FONTI STATISTICHE UFFICIALI

Le fonti statistiche ufficiali possono costituire una base empirica molto importante e

produttiva di risultati assai convincenti.

Produzione di statistiche da parte dell’amministrazione pubblica: dati generati dalla

normale attività amministrativa: In ogni società dotata di un minimo di struttura

burocratica ci sono una serie di atti amministrativi che l’individuo o l’istituzione

effettuano per finalità burocratiche e che lasciano una traccia, la quale, se

opportunamente raccolta ed organizzata, produce dati statistici.

Rilevazione indiretta: il dato statistico è un sottoprodotto di un atto amministrativo.

Rilevazione diretta: l’informazione viene espressamente raccolta al fine di conoscere

un determinato fenomeno sociale. -> caso del censimento che viene organizzato dallo

stato proprio al fine di conoscere le caratteristiche della popolazione.

L’unità di analisi delle statistiche ufficiali non è l’individuo, ma dal territorio. Anche se

all’origine l’informazione è stata raccolta su individui, il dato è disponibile ed analizzabile

solo a livello aggregato.

Operazioni di aggregazione condotte sulle variabili individuali -> conteggio -> variabile

aggregata -> variabili cardinali

Rilevazione campionaria consente:

Riduzione dei costi di rilevazione

a) Riduzione dei tempi di raccolta e elaborazione dati

b) Riduzione del carico organizzativo

c) Possibilità di approfondimento

d)

Capitolo 8

-Popolazione e campione

Campionare=osservare una parte per trarne informazioni sul tutto. Atto quasi istintivo dell'uomo.

Scegliere qualcuno o qualcosa è una rigorosa procedura che si affida al caso

(probabilisticamente).

La procedura del campionamento ha delle regole ben precise da seguire ed il caso ha le sue

leggi.

Campionamento=procedimento attraverso il quale si estrae un numero ridotto di casi, scelti con

criteri che servono per consentire la generalizzazione all'intera popolazione dei risultati ottenuti

studiando il campione.

La rilevazione campionaria presenta:

-vantaggi nei costi di rilevazione

-vantaggi nei tempi di raccolta

-vantaggi organizzativi

-vantaggi di approfondimento e di accuratezza.

Metodo di Kiaer (statistico norvegese)=ricorreva ad informazioni sulla popolazione derivanti da

fonti censuarie=campionamento a scelta ragionata.

Errore di campionamento

Popolazione=insieme N di unità che costituiscono l'oggetto dello studio. Insieme di essere

umani.

Variabili=studiarle vuol dire conoscere alcuni valori caratteristici da queste assunte sull'intera

popolazione, che servono per descrivere la distribuzione complessiva delle variabili o le

relazioni fra le variabili stesse=parametri

Campione=insieme di n(unità campionaria)

Campionamento=procedura che seguiamo per scegliere le n (unità campionarie) dal complesso

delle N (unità della popolazione).

L'indagine totale fornisce il valore esatto del parametro che si vuole conoscere, l'indagine

campionaria dà solo una stima, cioè un valore approssimato.

La stima comporta un livello di fiducia e consiste nella determinazione di un intervallo di fiducia

nel quale si colloca il valore della statistica della popolazione.

La stima del campione sarà affetta da un errore =errore di campionamento.

Ponderazione

Ponderazione=procedura con la quale modifichiamo artificialmente la composizione del

campione onde renderla più prossima alla distribuzione della popolazione.

Le forme e le situazioni sono:

-probabilità di inclusione delle unità nel campione (la ponderazione è parte integrante del

disegno campionario)

-conoscenze che si hanno sulla popolazione (ponderazione è un aggiustamento di dati) posto-

stratificazione

-conoscenze che si hanno sulle non-risposte (ponderazione è un aggiustamento di dati) viene

utilizzata per contrastare l'errore di non- risposta, mentre non si può fare nulla per quello di

copertura.

La ponderazione va a mascherare le distorsioni del campione e quindi va sempre dichiarata.

Bontà di campione

Alla bontà di un campione concorrono due fattori:

-la rappresentatività=capacità di riprodurre su scala ridotta le caratteristiche della popolazione.

Dipende dalla casualità con la quale esso è costruito.

-ampiezza=data dal numero di casi che compongono il campione.

Se la procedura di estrazione è stata rigorosamente casuale, il campione è anche

statisticamente rappresentativo=riproduce le caratteristiche della popolazione a meno di un

errore di campionamento. Il margine di incertezza rimane sempre.

Il concetto di rappresentatività si identifica con quello di errore, se le stime del campionamento

sono affette da un errore sufficientemente piccolo, allora il campione è rappresentativo.

Nelle scienze sociali è impossibile realizzare la piena casualità del procedimento di selezione

delle unità campionarie, la rappresentatività statistica resta un obiettivo limite, al quale ci si può

solo approssimare, con diversi gradi di avvicinamento.

Minimizzarli=avvicinare il più possibile la procedura di campionamento al modello di

campionamento probabilistico.

Accuratezza=minimizzazione degli errori di copertura e di non risposta.

Ampiezza=condizionata dalla rappresentatività. Se il campione è troppo piccolo, allora l'errore

sarà grande e il campione non può essere rappresentativo.

Studi descrittivi=il campione deve essere il più possibile rappresentativo.

Studi esplicativi=il campione può anche non essere perfettamente rappresentativo.

PARTE TERZA: RILEVAZIONE DEI DATI – TECNICHE QUALITATIVE

Le tecniche dell'analisi qualitativa non sono ben distinte fra loro dal punto di vista concettuale e

terminologico: per esempio, espressioni come “ricerca etnografica”, “ricerca sul campo”, “studi

di

comunità”, “osservazione partecipante”, “ricerca naturalistica” sono tutti più o meno sinonimi;

così

come interviste in profondità, interviste libere, interviste non strutturate, storia orale, approccio

biografico, ecc. indicano tecniche di rilevazione che spesso si distinguono solo per sfumature.

Che il processo della ricerca qualitativa sia privo di quella linearità che normalmente ha invece

nella ricerca quantitativa è fuori dubbio, tuttavia non è detto che al suo interno non possano

essere isolate delle tecniche o dei gruppi di tecniche. Ci è sembrato di poter raggruppare le

tecniche di rilevazione della ricerca qualitativa in tre grandi categorie basate su osservazione

diretta(osservare), interviste in profondità (interrogare), uso di documenti (leggere). Un'ultima

osservazione: si pensa talvolta che fare ricerca qualitativa sia più facile che fare ricerca

quantitativa (il cui apparato statistico-matematico può intimorire): nulla di più errato. È vero che

la ricerca quantitativa richiede la conoscenza di tecniche statistiche (spesso assai elementari).

Tuttavia

la ricerca qualitativa pretende un coinvolgimento interpretativo (la “comprensione” weberiana)

da

parte del ricercatore, impegnativo sul piano personale e culturale, che non è richiesto nella

ricerca quantitativa.

9. L'osservazione partecipante

9.1 Osservazione e osservazione partecipante

Con “osservazione partecipante” s'intende non una semplice osservazione , ma un

coinvolgimento

diretto del ricercatore con l'oggetto studiato. Il ricercatore osserva la vita e partecipa della vita

dei soggetti studiati. Due sono dunque i principi di fondo di questo approccio: a) che una piena

conoscenza sociale si possa realizzare solo attraverso la comprensione del punto di vista degli

attori sociali, mediante un processo di immedesimazione nelle loro vite; b) che questa

immedesimazione sia realizzabile solo con una piena e completa partecipazione alla loro

quotidianità, in un'interazione continua e diretta. Possiamo dunque definire l'osservazione

partecipante come una strategia di ricerca nella quale il ricercatore si inserisce in maniera

diretta e per un periodo di tempo relativamente lungo in un determinato gruppo sociale preso

nel suo ambiente naturale, instaurando un rapporto di interazione personale con i suoi membri

allo scopo di descriverne le azioni e di comprenderne, mediante un processo di

immedesimazione, le motivazioni. In questo processo di coinvolgimento è importante che il

ricercatore riesca a mantenere un equilibrio fra due casi estremi, che Davis ha chiamato del

“marziano” e del “convertito”: il “marziano” cerca di farsi coinvolgere il meno possibile nella

situazione sociale studiata; il “convertito” pensa che solo l'immersione totale nella società

studiata gli possa fornire gli strumenti necessari per la sua comprensione, per cui finisce per

trasformare radicalmente la sua identità. Se un'eccessiva distanza impedisce la comprensione,

anche l'immedesimazione completa può essere di ostacolo in quanto la peculiarità del

ricercatore sociale sta nel saper portare nella situazione studiata interrogativi che nascono dalla

sua cultura e dalla sua esperienza. La tecnica dell'osservazione partecipante nasce nella

ricerca antropologica a cavallo fra il XIX e il XX secolo: su Malinowski (che condusse i suoi studi

nelle isole Trobriand) a codificare i principi di questo approccio.

9.2 Campi di applicazione e sviluppi dell'osservazione partecipante

L'osservazione partecipante può essere applicata allo studio di tutte le attività umane e a tutti i

raggruppamenti di esseri umani. Ci sono però dei settori in quali questa tecnica è

particolarmente utile: - quando si sa poco di un certo fenomeno (un nuovo movimento politico,

un evento sociale imprevisto come una ribellione, ecc.) - quando esistono delle forti differenze

fra il punto di vista dall'interno e quello dall'esterno (gruppi etnici, organizzazioni sindacali,

gruppi professionali come medici, avvocati, ecc.) - quando il fenomeno si svolge al riparo da

sguardi estranei (rituali religiosi, vita familiare, rapporto tra medico e paziente, ecc) - quando il

fenomeno è deliberatamente occultato agli sguardi degli estranei (comportamenti illegali o

devianti, associazioni segrete, sette religiose, ecc) Una situazione nella quale l'osservazione

partecipante si propone come strumento naturale d'indagine si ha quando il ricercatore intende

studiare una realtà della quale ha fatto (o fa) lui stesso parte, dando luogo a quella che è stata

anche chiamata sociologia autobiografica. Va però detto che l'autobiografia che diventa ricerca

non rappresenta il caso ideale di osservazione partecipante, ed è esposta a non poche critiche.

In base all'obiettivo che si pongono, le osservazioni partecipanti possono essere di due tipi:

Studi di comunità

Si tratta di ricerche condotte su piccole (o relativamente piccole) comunità sociali,

territorialmente localizzate, che comportano il trasferimento del ricercatore nella comunità

studiata, nella quale egli si appresta a vivere per un certo periodo di tempo. Un classico

esempio è la ricerca dei coniugi Lynd, che nel 1924 si trasferirono in una piccola città di

provincia americana, con un approccio del tutto simile a quello dell'antropologo che studia una

tribù primitiva.

Studi di subculture

Sono studi che riguardano subculture sviluppatesi all'interno di segmenti sociali delle società

complesse, che possono rappresentare aspetti della cultura dominante (giovani, ricchi, avvocati,

militari, partito, tifosi...) o essere con essa in parziale conflitto (setta religiosa, partito

rivoluzionario, giocatori d'azzardo, minoranze etniche...) o in aperto conflitto (gruppi terroristici,

carcerati, movimenti politici radicali...). Agli inizi furono soprattutto le culture diverse e alternative

alla società dominante ad attirare l'attenzione dei sociologi: una delle ricerche più note è quella

di William Foote Whyte, che si trasferì nel quartiere più degradato di Boston per studiare la

criminalità organizzata. Progressivamente si ricorse all'osservazione anche per studiare la

cultura di settori sociali facenti parte a pieno titolo della società “ufficiale”. Assai frequenti sono,

per esempio, gli

studi sulla vita e la condizione sociale di specifiche categorie di lavoratori, condotti facendosi

assumere in una determinata posizione professionale. Tuttavia, l'osservazione partecipante

resta la tecnica ideale per lo studio della devianza, della marginalità sociale, di minoranze

etniche, di sette

religiose, di organizzazioni chiuse, di gruppi “alternativi” in tutti i sensi.

9.3 Osservazione palese e dissimulata: l'accesso e gli informatori

Un'importante distinzione fa riferimento all'esplicitazione o meno del ruolo dell'osservatore. Egli

infatti può rendere noti oppure dissimulare i suoi reali obiettivi: può dichiarare apertamente e

preliminarmente di essere un ricercatore, oppure può inserirsi fingendo di aderire e di essere un

membro come gli altri. La principale giustificazione portata a sostegno dell'osservazione

dissimulata sta nel fatto che l'essere umano, se sa di essere osservato, si comporta

presumibilmente in maniera diversa da quella abituale. Ci sono tuttavia forti controindicazioni a

questo proposito. La prima è di carattere morale: presentare un'identità diversa dalla propria,

assumere un ruolo simile a quello di una “spia” è un fatto di per sé riprovevole, accettabile solo

se forti motivazioni etiche lo sostengono. La consapevolezza di stare ingannando potrebbe

creare nel ricercatore uno stato di disagio e di scarsa naturalezza difficili da gestire. Inoltre,

interviste esplicite o domande troppo insistenti possono essere impossibili se l'osservatore non

manifesta il suo ruolo e i suoi obiettivi. È presente il rischio di essere scoperti, con conseguenze

non facilmente prevedibili (specie quando si tratta di gruppi devianti o che conducono attività

illegali). Vi sono casi in cui il problema dell'esplicitazione non si pone (es. studi sul

comportamento della folla in uno stadio, sul corteggiamento dei giovani nelle sale da ballo...);

altre volte la questione si presenta non in forma di aperto inganno, ma di omissione, e cioè di

semplice non esplicitazione del proprio ruolo (es. studioso che si fa assumere in una fabbrica

per studiare le condizioni di vita degli operai). In questi casi spesso il ricercatore combina una

normale attività di lavoro con il suo obiettivo di studio, e non è necessario che egli espliciti le

sue reali intenzioni, a meno che non voglia andare oltre le normali relazioni. In tal caso, può

essere utile rivelarsi solo ad alcuni membri della comunità osservata (si parla di ruolo

semidissimulato). In generale, in uno studio di comunità, il fatto di dissimulare il proprio ruolo va

in linea generale escluso: la gente non sarà disposta a concedere interviste senza una

ragionevole motivazione. Nelle restanti situazioni non è possibile dare un orientamento

generale, ma la scelta dovrà essere valutata caso per caso. Una volta stabilita la modalità di

osservazione (dissimulata o palese), il primo problema è rappresentato dall'accesso, uno dei

momenti più difficili. Il modo più comune per risolvere il problema è l'intervento di un mediatore

culturale: questa tattica si basa sul ricorso alla credibilità e al prestigio di uno dei membri del

gruppo per legittimare l'osservatore e farlo accettare dal gruppo, che deve essere informale. A

volte esistono infatti regole formali per accedere, altre volte occorre chiedere l'autorizzazione

dei “guardiani”, cioè delle persone preposte al controllo dell'accesso. Naturalmente, una volta

ottenuto l'accesso, il ricercatore è solo all'inizio del suo lavoro. La fiducia degli osservati è tutta

da conquistare, mediante una paziente tessitura giorno dopo giorno. A influire sono anche

alcune caratteristiche visibili dell'osservatore: età, genere, etnicità. In ogni caso, permane la

necessità di instaurare rapporti privilegiati con alcuni dei soggetti studiati. Vengono

normalmente denominati informatori quegli individui appartenenti alla comunità che

l'osservatore utilizza per acquisire informazioni e interpretazioni dall'interno della cultura

studiata, e con i quali instaura un rapporto personale intenso e talvolta di vera amicizia.

Cardano distingue tra informatori istituzionali (per esempio, in uno studio condotto all'interno di

un carcere, il direttore, gli operatori sociali, il cappellano...) e informatori non istituzionali (es. i

carcerati stessi), più importanti poiché direttamente appartenenti al gruppo e alla cultura oggetto

di studi. Non sempre le persone più disposte a collaborare sono anche le più informate, inoltre

se la scelta cade su una persona impopolare o poco stimata all'interno della comunità, questo

potrebbe avere conseguenze negative per l'inserimento dell'osservatore. Da qui il consiglio di

consolidare la relazione con un osservatore solo dopo aver soggiornato qualche tempo nella

società ospite.

9.4 Che cosa osservare

L'azione dell'osservatore partecipante deve essere selettiva: egli non può osservare tutto. Per

individuare cosa osservare, facciamo riferimento alla trattazione di Blumer dei “concetti

sensibilizzanti”, secondo la quale la ricerca dell'osservatore partecipante non si svolge nel

vuoto, non prende l'avvio da una sorta di tabula rasa (come invece teorizza il differente

approccio della

grounded theory), ma è guidata, soprattutto all'inizio, da una particolare “sensibilità” verso certi

concetti piuttosto che verso altri. La classificazione delle aree su cui concentrarsi che

proponiamo è

la seguente:

Contesto fisico

Riguarda la conformazione strutturale degli spazi nei quali si sviluppa l'azione sociale studiata

(es. stato delle strade, negozi, luoghi pubblici...). Questo non solo per comunicare più

pienamente al lettore le sue esperienze osservative, ma anche perché quasi sempre le

caratteristiche fisiche sono espressione di caratteristiche sociali nonché di elementi di

condizionamento per l'azione sociale. Naturalmente la trattazione dovrà contenere descrizioni,

più che valutazioni o impressioni.

Contesto sociale

Così come si è descritto l'ambiente fisico, si tratta di descrivere l'ambiente umano (es. le

persone che frequentano le strade nelle varie ore, il loro modo di vestirsi, le loro attività...).

Anche in questo caso è bene che il ricercatore si fermi alla pura e semplice descrizione –

possibilmente analitica e dettagliata – evitando, per il momento, di introdurvi elementi

interpretativi.

Interazioni formali

Per “interazioni formali” intendiamo quelle che avvengono fra gli individui all'interno di istituzioni

e organizzazioni, nelle quali i ruoli sono prestabiliti e le relazioni si svolgono in un quadro di

vincoli prefissati. Ad esempio, in uno studio sui processi decisionali di un'organizzazione formale

si potrebbe fare una tipologia delle decisioni; a seconda del tipo di decisione vedere chi la

adotta, sulla base di quale processo; quali sono i canali comunicativi...

Interazioni informali

Nella maggioranza dei casi le interazioni informali costituiscono l'elemento centrale

dell'osservazione partecipante, anche se a causa della loro informalità sono difficili da studiare.

Molto spesso il punto di partenza dell'osservatore partecipante è rappresentato dal

comportamento ordinario, quello di tutti i giorni, che proprio per la sua ordinarietà è il più difficile

da analizzare. Si immagini una persona in attesa dell'autobus: essa è poco consapevole di

quanto le sta capitando attorno, ed è poco consapevole anche dei propri comportamenti, per la

loro ordinarietà, ripetitività e meccanicità.

Interpretazioni degli attori sociali

Nel paradigma interpretativo l'individuo studiato non si limita a essere oggetto-passivo di

ricerca, ma ne diventa soggetto-attivo protagonista, e la sua interpretazione della realtà assume

il carattere di parte costituiva (e non semplicemente accessoria) della conoscenza scientifica. Il

ricercatore partecipa, osserva e domanda, e l'interrogazione – nella duplice forma di colloquio

informale e di intervista formale – si affianca all'osservazione come strumento di rilevazione.

9.5 Registrazione dell'osservazione

Il processo di registrazione dei dati osservati è un momento di fondamentale importanza in ogni

tipo di ricerca scientifica, nelle scienze naturali come nelle scienze sociali. Nel caso

dell'osservazione partecipante essa assume essenzialmente la forma di stesura di appunti fatta

giorno per giorno. È infatti da escludersi il solo affidamento alla memoria, in quanto fonte quasi

certa di errore. Le note quotidiane del ricercatore constano essenzialmente di due componenti:

la descrizione dei fatti (rappresentazione oggettiva) e l'interpretazione che il ricercatore ne dà,

con le sue impressioni, riflessioni e reazioni (rappresentazione soggettiva). Quando effettuare la

registrazione? Il prima possibile, poiché il tempo che passa può far perdere la vivacità del

dettaglio e nuovi avvenimenti si sovrappongono ai vecchi cancellandone i particolari. Che cosa

registrare? È chiaro che gli avvenimenti da descrivere vadano selezionati, tuttavia almeno

all'inizio è importante operare descrizioni estensive. L'interpretazione in genere sarà composta

di due parti: riflessioni teoriche e reazioni emotive. Alla descrizione dei fatti e all'interpretazione

del ricercatore si possono aggiungere le interpretazioni dei soggetti studiati, così come

emergono da conversazioni informali con l'osservatore e da interviste più formalizzate. Come

registrare? Un primo principio riguarda la distinzione: il resoconto particolareggiato di un

avvenimento deve essere chiaramente separato dal commento del ricercatore. All'interno di

quest'ultimo dovrà essere chiara la separazione fra riflessioni teoriche e reazioni emotive. Un

altro principio è quello della fedeltà della registrazioni, e vale soprattutto per le interpretazioni

dei protagonisti: le loro espressioni verbali vanno riportate con meticolosa esattezza, gergo

incluso, segnalandole con delle virgolette. Un aiuto può essere fornito dalla strumentazione

tecnologica: registratori, macchine fotografiche, videocamere...

9.6 Analisi del materiale empirico

La parte probabilmente più difficile della ricerca condotta con osservazione partecipante è

quella relativa all'analisi del materiale empirico raccolto e alla stesura del rapporto finale. È con

l'analisi

della documentazione che si realizza il delicato passaggio dai costrutti di prim'ordine il

“linguaggio dei nativi”, ai costrutti di second'ordine, il linguaggio, le categorie concettuali della

teoria


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher itscay di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia e tecniche della ricerca sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Scamuzzi Sergio.

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