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Parte I: La sociologia, la sociologia economica e la nuova sociologia economica

Le origini della sociologia

Il merito di aver coniato il termine "sociologia" è di Auguste Comte. Si tratta di un neologismo che combina una parola di origine latina – socius, societas – con una di origine greca – logos. Si inizia a parlare di sociologia nella cultura europea intorno alla metà del 19° secolo, quando nasce l’esigenza di una disciplina scientifica che studi i fatti in modo sistematico. Ciò avvenne in tale periodo a causa di tre rivoluzioni fondamentali:

  • La rivoluzione scientifica, in quanto in primo luogo il dominio della scienza moderna si estende ai fatti sociali; da questo punto di vista, la sociologia segue l’esempio di tutte le scienze moderne che, a partire dalle scienze della natura, si sono distaccate dal corpo del pensiero filosofico acquistando così la loro autonomia. Inoltre, è verso la fine del 18° secolo che inizia a diffondersi la fiducia nella possibilità di estendere allo studio dell’uomo, della società e della cultura gli stessi principi del metodo scientifico che stavano dando tanto lusinghieri risultati nello studio dei fenomeni naturali.
  • La rivoluzione industriale, in quanto le scienze sociali sono un prodotto di tale rivoluzione. La prima ad acquisire un proprio statuto autonomo fu l’economia politica; Smith e gli altri economisti classici possono essere definiti, oltre che fondatori di tale scienza, sociologi ante litteram. Essi riflettono sulle trasformazioni sociali che stavano avvenendo sotto i loro occhi nell’Inghilterra del 18° secolo e cercano di interpretarle alla luce di un modello capace di cogliere le interdipendenze tra i vari gruppi sociali coinvolti nel processo economico. Alle categorie economiche di terra, lavoro e capitale corrispondono le classi sociali dei proprietari terrieri, lavoratori salariati e imprenditori capitalisti, i quali percepiscono rispettivamente rendita, salario e profitto; il mercato è l’elemento connettivo della società e sul mercato ogni scambista persegue il proprio interesse egoistico. La sociologia nasce da un atteggiamento ambivalente nei confronti del tipo di società moderna che si stava delineando. Se infatti da un lato le rivoluzioni politiche e quella industriale venivano viste come tappe decisive sulla strada dell’emancipazione e del progresso, dall’altro vi era chi vedeva la tumultuosa irruzione di interessi senza freno che minacciavano di travolgere un ordine sociale, politico e morale.
  • La rivoluzione francese, in quanto le idee del 1789 sono state preparate da processi sociali e intellettuali che hanno radici lontane – quali Umanesimo, Rinascimento, Illuminismo, rivoluzione inglese e americana. La sociologia è quindi figlia del mutamento; la società emerge come oggetto di studio quando i suoi fondamenti sono messi in discussione, gli ordinamenti non appaiono più stabili, i suoi assetti non possono essere più dati per scontati.

La sociologia economica

Nascendo dall’incontro tra sociologia ed economia, la sociologia economica si configura come l’analisi del comportamento umano aggregato in contesti di riferimento specificamente economici. Tutto ciò significa che, quando si approccia lo studio di un fenomeno economico, la sociologia tende a considerare come elementi rilevanti non soltanto quelli strettamente economici, ma anche altre variabili contestuali, a differenza dell’economia politica. Un esempio di tale differenza è dato dalle cause della genesi del capitalismo tedesco: secondo Weber, il capitalismo nascerebbe non all’interno dell’economia stessa, ma sarebbe condizionato da variabili di ordine sociale e culturale. Weber sostiene che soltanto in ragione di un mutamento nell’etica religiosa del calvinismo si è potuta sviluppare l’economia capitalistica. Secondo la dottrina, pur non potendo modificare la propria predestinazione, ogni uomo può capire quale sia il suo destino dopo la morte attraverso la realizzazione lavorativa, in quanto l’uomo che riesce nel lavoro avrà la certezza della sua salvezza oltremondana.

Mercato, istituzioni e organizzazioni

Dato che la sociologia economica nasce in concomitanza con il capitalismo, è necessario chiarire tre concetti:

  • Mercato, dato che al centro dell’attenzione vi è l’intera società imbrigliata all’interno del sistema di riproduzione economica del capitalismo stesso, considerato a sua volta in un particolare ambiente – appunto il mercato.
  • Istituzioni, definite da Trigilia come il “complesso di norme sociali che orientano e regolano il comportamento e si basano su sanzioni che tendono a garantirne il rispetto da parte dei singoli soggetti”.
  • Organizzazioni, veri e propri agenti dell’azione economica insieme ai singoli individui, che ancora Trigilia definisce come “collettività concrete che coordinano un insieme di risorse umane e materiali per il raggiungimento di un determinato fine”.

Oltre il paradigma dell’homo oeconomicus

Il paradigma classico e quello neoclassico dell’economia considerano che l’uomo, prima d’intraprendere un’azione economica, ha un quadro ben preciso e limpido del contesto in cui andrà ad agire e delle risorse che avrà a disposizione. L’immagine così delineata, che è stata definita dell’homo oeconomicus, è però di gran lunga distante dalla realtà. Chiunque intenda intraprendere un’azione economica e lo faccia, non ha mai ben chiaro il quadro della situazione né sa con certezza quali siano tutti gli elementi che costituiscono il contesto dell’azione stessa. L’approccio del paradigma classico dell’economia allo studio dell’uomo può essere sintetizzato in quattro passaggi: imputare ai singoli soggetti un sistema di preferenze dotato di caratteristiche restrittive; imputare loro conoscenze certe circa le conseguenze di tutti i corsi di azioni rilevanti; modellare un contesto che consenta al singolo agente di basarsi su segnali che non dipendono dalle sue azioni; ipotizzare che le azioni adottate dai singoli siano quelle che massimizzano la funzione di utilità.

Di cosa si occupa la sociologia economica?

A questo proposito può essere utile richiamare la distinzione introdotta da Polanyi (1957) fra economia sostanziale e formale. La prima si basa sulla constatazione che l’uomo per la sua sopravvivenza e per soddisfare i suoi bisogni dipende dall’ambiente in cui vive e da altri soggetti; la seconda considera le scelte degli individui relative all’impiego di risorse scarse sulla base del rapporto fra fini e mezzi secondo il modello dell’attore razionale. La sociologia economica si occupa dell’economia sostanziale.

Azione economica come azione sociale

Per meglio delineare alcuni tratti della sociologia economica, va anzitutto considerato che l’azione economica debba essere intesa come azione sociale, in quanto un attore non sceglie autonomamente, ma è condizionato o influenzato dalle relazioni con altri soggetti. Altro aspetto importante riguarda il ruolo delle istituzioni sociali: a differenza degli economisti che considerano il mercato come l’istituzione centrale, in sociologia economica se ne considerano anche altre quali lo Stato e la comunità.

La sociologia economica mira alla descrizione e alla spiegazione dei fenomeni sociali e non alla previsione; segue un’impostazione più realistica e ha un orientamento maggiormente empirico. Va precisato che la sociologia economica non si sviluppa in maniera compatta ed uniforme; la varietà riguarda sia i temi affrontati che vanno dal livello macro a quello micro, sia il diverso modo di studiare il rapporto fra società e azione individuale.

La storia della sociologia economica si articola in quattro fasi:

  • Prima fase, che arriva al 1870 ed è caratterizzata da una limitata differenziazione tra economia e sociologia. Marx può esserne considerato l’autore emblematico.
  • Seconda fase, in seguito alla rivoluzione marginalista – che va dal 1890 al 1920, caratterizzata da una prima distinzione delle due discipline. Le opere che segnano tale fase sono di Weber, Simmel, Sombart e Durkheim.
  • Terza fase, che va dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Negli anni Cinquanta Parsons ha dato impulso all’approccio funzionalista in sociologia e ha contribuito ad affermare la separazione fra sociologia ed economia.
  • Quarta fase, che ha inizio negli anni Ottanta quando si verifica quella che viene definita una sorta di rinascita della sociologia economica, grazie soprattutto a due filoni di ricerca principali: la nuova sociologia economica e la comparative political economy.

I diversi modi di intendere l’embeddedness

Intendere l’azione economica come azione sociale ha portato allo sviluppo di uno dei concetti centrali nella sociologia economica contemporanea, quello di embeddedness, solitamente tradotto in italiano con il termine radicamento. Tale concetto presuppone una critica a quello di homo oeconomicus: nel mercato, secondo i neoclassici, l’attore decide autonomamente sulla base delle proprie preferenze. Non a caso, Granovetter afferma che il radicamento si pone in netta antitesi rispetto all’utilitarismo. Con il termine embeddedness, Granovetter fa riferimento al radicamento del comportamento economico nella società e più precisamente nei rapporti sociali. Tale concetto è poi strettamente collegato ad aspetti relativi alla struttura sociale: infatti, il comportamento economico è radicato in reti di relazioni interpersonali.

Granovetter e il rilancio della sociologia economica

L’espressione nuova sociologia economica è stata introdotta da Granovetter in una conferenza del 1985, il cui tema è stato successivamente rielaborato e approfondito in un suo articolo in cui ha definito le caratteristiche del nuovo approccio sociologico all’economia. La sociologia economica si differenzia dalla nuova sociologia economica per il fatto che quest’ultima rovescia l’imperialismo economico, offrendo spiegazioni di tipo sociologico di fenomeni chiave dell’economia quali i mercati, i contratti, la moneta, lo scambio e l’attività bancaria; in tal senso, la nuova sociologia economica è meno prona ad accettare la teoria economica ortodossa.

Punto di partenza per Granovetter consiste nel considerare l’azione economica come socialmente situata, chiaro riferimento all’embeddedness. Nell’articolo dell’85, Granovetter critica le due concezioni dell’accezione presenti in sociologia ed economia che definisce rispettivamente ultrasocializzata e sottosocializzata. Pur con le evidenti differenze tra loro, entrambe presentano per Granovetter un tratto che le accomuna, cioè la visione dell’attore sociale come atomizzato: nel primo caso perché il riferimento è a un individuo che ha interiorizzato dei modelli di comportamento, nel secondo perché l’attore è mosso esclusivamente da motivazioni egoistiche.

Non deve sorprendere che per dimostrare l’importanza dei rapporti sociali Granovetter faccia l’esempio della fiducia, affermando che essa si genera ed è radicata in una rete di relazioni e di rapporti sociali; l’informazione stessa è prodotta dai rapporti sociali e circola attraverso reti sociali. Per Granovetter, l’aspetto centrale è superare una concezione strumentale/razionale dell’azione e considerare il contesto all’interno del quale l’azione si svolge ed è radicata.

Analisi strutturale e network analysis

L’analisi strutturale sposta la causalità dall’individuo alla struttura sociale. La ricerca si focalizza sullo studio delle relazioni esistenti fra le varie unità che fanno parte di una rete. Il presupposto è che la vita sociale è fatta di relazioni. Le azioni individuali sono spiegate facendo riferimento ai vincoli e alle opportunità che derivano dalle reti sociali a cui si appartiene. Nell’analisi strutturale un concetto centrale è la posizione che si occupa all’interno di una rete. Le caratteristiche individuali solitamente considerate nella ricerca sociologica possono contribuire a determinare la posizione che un soggetto occupa all’interno di una rete, però ai fini della spiegazione dei fenomeni sociali l’attenzione va posta sugli aspetti strutturali e non sui tratti individuali. A tal proposito, è utile specificare il concetto di rete sociale, intesa come un insieme di nodi – che indicano i membri di una rete – collegati fra loro da una o più relazioni.

È possibile distinguere fra relazioni orizzontali e verticali: le prime possono portare allo sviluppo di fiducia e cooperazione, e quindi generare potere; le seconde invece, sono di tipo gerarchico e possono generare dominio o accondiscendenza. Le relazioni inoltre, possono essere dirette, cioè quelle che vanno da un nodo all’altro, o indirette, in cui la relazione fra due nodi è mediata dal legame con altri nodi che si frappongono tra i due.

Altre caratteristiche di una rete sono: densità, data dai legami effettivamente esistenti fra i nodi di una rete; omogeneità, che ha a che fare con la composizione di una rete e la presenza di nodi simili o meno. Altro concetto rilevante è quello di equivalenza strutturale, che ha a che fare con la posizione dei nodi all’interno della rete, e che quindi considera due persone strutturalmente equivalenti se hanno gli stessi contatti.

Vi è poi la cosiddetta forza dei legami, intesa da Granovetter come la combinazione – probabilmente lineare – della quantità di tempo, dell’intensità emotiva, del grado di intimità e dei servizi reciproci che caratterizzano il legame stesso. I legami forti sono quelli più stabili con persone con le quali si ha una maggiore intimità, confidenza e frequentazione e tendono a favorire la coesione di una rete e la frammentazione delle diverse reti; quelli deboli sono più occasionali e presentano meno elementi fiduciari e favoriscono i rapporti fra reti distinte.

Il concetto di forza dei legami si intreccia con quelli di buco strutturale, inteso come la mancanza di connessione – sia diretta, sia indiretta – fra i nodi di una rete. Dal punto di vista causale, l’elemento importante non è la forza o meno di un legame, quanto la mancanza di contatti fra i nodi, che viene superata da un ponte. Inoltre, concentrandosi sulla forza dei legami si trascurano i vantaggi che un attore ha in termini di controllo occupando un buco strutturale. Burt studia il comportamento competitivo degli attori coinvolti a partire dal presupposto che essi hanno relazioni fra loro di diverso tipo; per Burt la concorrenza è una questione di relazioni e la posizione che si occupa nelle reti dà alcuni vantaggi, ad esempio in termini di controllo.

Dal punto di vista empirico, l’analisi delle reti sociali utilizza dati/informazioni che riguardano le relazioni esistenti fra i nodi. La struttura di tali reti incide sugli esiti economici per tre ragioni principali che hanno a che fare con: flussi di risorse di diverso tipo, erogazione di incentivi positivi e negativi, fiducia.

Il mercato del lavoro e la forza dei legami deboli

La nuova sociologia economica, basandosi sull’analisi strutturale, sfida le concezioni prevalenti in economia e in sociologia nello studio del mercato del lavoro: focalizzandosi sull’andamento di domanda e offerta, la prima tende a considerare il mercato del lavoro come quello degli altri beni, ipotizzando così la presenza di una domanda di lavoro espressa dagli imprenditori e un’offerta data dall’insieme dei lavoratori. Gli attori agiscono in maniera autonoma e compiono scelte spinti da una razionalità strumentale. Inoltre, come in qualsiasi altro mercato, il prezzo – dato dal salario nel mercato del lavoro – contribuisce a equilibrare domanda e offerta.

Altro aspetto importante è il conseguimento dell’equilibrio, dato dall’assenza di disoccupazione: nelle situazioni di concorrenza perfetta, l’equilibrio è dato dall’oscillazione del salario. Tuttavia, tale situazione presuppone una serie di condizioni che difficilmente si trovano nel mercato del lavoro reale, quali una perfetta informazione sulle opportunità disponibili da parte di imprenditori e lavoratori, un salario sul quale non bisogna intervenire, e la non presenza di vincoli alla mobilità.

La seconda invece, per superare tali limiti, ha sviluppato delle teorie relative all’equilibrio nelle condizioni dove non opera la concorrenza perfetta. La disoccupazione può essere dovuta a una serie di fattori congiunturali legati all’andamento dell’economia, ma anche all’imperfetto funzionamento del mercato.

La sociologia si è occupata di mercato del lavoro soprattutto all’interno degli studi sulla mobilità sociale, sulla stratificazione, sulle classi sociali e quindi sulle diseguaglianze. L’occupazione svolta diventa un elemento decisivo per definire la posizione sociale occupata da un individuo nella società moderna. Un tratto che le caratterizza è, infatti, il passaggio dallo status ascritto – in cui la posizione sociale di un individuo deriva dalle caratteristiche che egli possiede dalla nascita – a quello acquisito – in cui la posizione sociale deriva dagli elementi acquisiti nel corso della vita. Ciò che caratterizza la nuova sociologia economica è quindi un diverso approccio allo studio del mercato del lavoro, visto come una struttura sociale; con questo si intende quindi che la concorrenza perfetta non esiste e che i singoli produttori cercano delle nicchie di mercato in cui operare. Per individuare dove posizionarsi osservano quello che fanno gli altri imprenditori e hanno bisogno di informazioni sui potenziali concorrenti. Questo richiede delle reti di relazioni.

Anche la prospettiva strutturalista vede la mobilità del lavoro in maniera diversa, secondo una prospettiva strutturalista. Granovetter segue un approccio simile e afferma che la mobilità di un individuo presuppone quella degli altri; questa è la prima ragione per superare la concezione dell’attore atomizzato.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher robby.canto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Politecnica delle Marche - Ancona o del prof Spina Elena.
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