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Introduzione al secondo libro

Dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni '70 il welfare state europeo ha subito un'importante differenziazione tipologica fra i welfare state europei. L'autore principale al riguardo è Esping-Andersen, che nella sua opera sostiene che durante il periodo espansivo del capitalismo, siano venuti a formare tre regimi di welfare (sistema di interrelazioni fra politiche sociali dello Stato, il mercato del lavoro e la famiglia), che permettono di mostrare fino a che punto le politiche dello stato riuscirono a livellare le grandi tematiche sociali e in particolare ad andare contro la mercificazione della persona alle ferree leggi del mercato (la persona in base al suo lavoro viene inserita in un certo schema di tutela sociale), la quale non era il più delle volte libera di decidere, di autoregolare la propria vita: quando nel XIX secolo un lavoratore non poteva partecipare al lavoro, questo non percepiva né un reddito né tutela per le cause che non le hanno permesso di lavorare.

Detto ciò è chiaro che lo stato che riesce a svincolare, diminuire la morsa del mercato sulla persona, presenta un alto grado di de-mercificazione; se invece con un politica di lavoro si stabilisce che il soggetto ha diritto a curarsi senza sopportare un danno economico, gli si facilita la vita evitando anche che questo venga al posto di lavoro ammalato e magari contagi anche gli altri. Altro paradigma introdotto da Andersen è quello della necessità della defamiliarizzazione, per cui non si ha la sostituzione dello stato alla famiglia, ma la collaborazione del primo al fine di far gravare meno a questa taluni oneri sociali.

I tre regimi di welfare secondo Esping-Andersen

  • Regime liberale (o anglosassone): modello rivolto alla più possibile riduzione, smantellamento della tutela sociale. Predominanza di misure d’assistenza basate sulla prova dei mezzi, schemi di assicurazione sociale circoscritti e prestazioni poco generose, il welfare state incoraggia il ricorso al mercato ed i principali destinatari sono i bisognosi, poveri lavoratori a basso reddito. L’esito di questo regime è caratterizzato da bassa demercificazione, quindi forte dipendenza dai lavoratori, defamilizzazione e destratificazione, cioè si ha il dualismo tra il welfare dei ricchi e quello dei poveri, avvicinandosi sempre di più, su spinta n UK della Thatcher e in USA di Ronald Reagan, ad un modello residuale, senza però successo. I principali Paesi con tale regime sono: USA, Canada, Australia, Regno Unito.
  • Regime conservatore – corporativo (o continentale): predominanza di schemi assicurativi pubblici collegati alla posizione occupazionale, formule di calcolo collegate ai contributi, enfasi sulla sussidiarietà degli interventi pubblici (lo Stato interviene solo se i bisogni non trovano risposta a livello delle famiglie). La norma consiste nel trasferimento di ricchezza piuttosto che su servizi, questi legati inoltre alla occupazione. I destinatari sono i lavoratori adulti capofamiglia. L’esito di questo regime è caratterizzato da demercificazione media (la dipendenza dal mercato è attenuata ma non annullata) e la destratificazione è medio – bassa, il welfare tende a preservare le differenze di status e la segregazione di genere. I principali Paesi con tale regime sono: Italia, Spagna, Germania, Austria, Francia, Olanda.
  • Regime socialdemocratico (o scandinavo): predominanza di schemi universalistici di sicurezza sociale con alti standard di prestazione/servizi piuttosto che i trasferimenti di reddito, le formule di computo sono a somma fissa, con finanziamento fiscale, le prestazioni sono universali. Il welfare state mira a marginalizzare l’importanza del mercato come fonte di risposta ai rischi sociali. L’esito di questo regime è caratterizzato da demercificazione alta, perché la dipendenza dal mercato è molto attenuata, e da destratificazione alta, si ha l’uguaglianza di trattamento per tutti i cittadini. I principali Paesi con tale regime sono: Svezia, Danimarca, Norvegia.

Nel '96-97, diversi studiosi ritennero che fosse necessaria un ulteriore distinzione tra i paesi del welfare continentale (conservatore-corporativo), portando alla definizione di un quarto modello, di cui Spagna, Portogallo, Grecia e Italia erano rappresentativi (ribattezzati i PIGS, poi con l’entrata dell’Irlanda in questo modello "PIIGS") dati aspetti tra loro più comuni di quanto non lo fossero altri paesi come la Francia, Germania, ecc.; è importante dire che questo discostamento dei PIGS dal modello continentale si è accentuato a partire dagli anni '70:

  • Regime/modello sud-mediterraneo: bisogna innanzitutto premettere che questi paesi furono molto accumunati dal punto di vista politico: nel '22-25 l’Italia, nel '26 il Portogallo, nel '39 la Spagna e nei '70 la Grecia, vissero tutti una condizione di governo dittatoriale. Primo elemento comune è la predominanza di un forte dualismo interno, in cui si contrappongono all’interno dello stesso welfare state, una categoria socialmente tutelata o in misura maggiore, detta insider, e una no o in misura minore, detta outsider: chi lavora in una media-grande impresa ha più modo di essere tutelato, o con servizi o con erogazioni, rispetto un soggetto di una piccola impresa. Seconda caratteristica comune è che nei PIIGS, il funzionamento della pubblica amministrazione e in generale dello stato è generalmente inefficacie e inefficiente rispetto agli altri paesi europei e molto influenzabile da interessi privati e pratiche clientelari (presente anche in altri paesi ovviamente, ma estremamente importante nei PIGS e soprattutto in Italia. Terzo punto è l’assenza di un reddito medio garantito per coloro che non riescono a lavorare, elemento comune ai PIGS fino al '90, dopo solo la Grecia e l’Italia non ne disponevano.

Ad oggi si propone l’esistenza anche di un quinto modello di welfare, riferito a come i paesi dell’ex blocco sovietico svilupparono il proprio welfare con la caduta dell’URSS.

Se si confrontano i vari sistemi europei con quelli extra-europei, quali ad es. gli USA, si può affermare l’esistenza di un modello sociale europeo (modello tra l’altro originale essendo qui che il welfare è nato, partendo dalle old poor laws, i provvedimenti di Bismarck e il piano Beveridge). Differenza tra il modello europeo ed altri, è che il primo si fonda:

  • Idea interventista dello stato nel campo sociale e non in maniera residuale;
  • Importanza della istruzione pubblica, cioè garantita dallo stato;
  • Welfare in espansione in termini assoluti e ambiti gestiti;
  • Riduzione delle diseguaglianze sociali.

Il contesto americano ad es. si caratterizza per un ruolo molto residuale; diffusione dell’istruzione privata; minore attenzione alle diseguaglianze sociali e limitata presenza, diffusione del welfare in tutte le tematiche sociali, lasciando i campi scoperti agli altri agenti del sistema di welfare (famiglia e mercato).

Affermando in precedenza che gli ultimi 30 anni sono quelli dell’austerità, potrebbe forviare: è sicuramente vero che dai '70, soprattutto '80, molti stati presero di mira il welfare, diffondendo una comune cultura di tipo neo-liberista. Contemporaneamente però si diffusero altre scuole di pensiero che affermavano la necessità che il welfare non fosse ridotto, bensì ripensato o ricalibrato, quindi rivedere le modalità con le quali si voleva distribuire il peso sociale dalle varie tematiche. Ciò rispondeva alla esigenza di rispondere alle nuove tematiche sociali (invecchiamento e non autosufficienza, diseguaglianze sociali crescenti nel mercato del lavoro, atipicità dei contratti lavorativi, crescente occupazione femminile, fragilità della famiglia e innovazione tecnologica incalzante che rende spesso obsolete talune conoscenze e competenze di alcune categorie lavorative, costringendo a licenziamenti o aggiornamenti) sorte nell’ultimo trentennio a causa del progressivo sviluppo industriale (non che le classiche/vecchie come la povertà, vecchiaia, disoccupazione, malattia, ignoranza, fossero scomparse). All’interno di queste scuole di pensiero, si affermò l’idea/paradigma dell’investimento sociale, cioè la necessità di investire risorse su nuovi ambiti/settori per assicurare sviluppo maggiore e competitività al sistema economico europeo e dei singoli paesi, di fronte al grande tema della globalizzazione e della grande concorrenza internazionale.

Le caratteristiche economiche, sociali e culturali, sono dunque profondamente cambiate negli ultimi 30 anni, basta pensare cosa ha significato culturalmente la presenza e l’aumento della occupazione delle donne (ponendo il problema della conciliazione tra il lavoro e la famiglia) e lo sconvolgimento del ruolo del capofamiglia; se il tema è poi la disoccupazione, negli anni 60-70 era un aspetto un po’ trascurato, in attesa dello sviluppo economico che avrebbe risolto la situazione e si provvedeva solo con la cassa integrazione ordinaria, lo stesso per altri settori.

Davanti alle nuove tematiche i vari welfare europei reagiscono in maniera diversa ai vari scenari; alcuni cercando di ricalibrarlo, alcuni investendo e alcuni riducendo il sistema.

Piani del welfare italiano

Possiamo innanzitutto distinguere due periodi del welfare italiano:

Il primo va dalla Unità fino al secondo dopoguerra e in particolare gli anni '60 e presentò una sostanziale continuità: è un welfare di tipo particolaristico basato più sui trasferimenti che i servizi alla persona e questi sono a loro volta erogati in virtù di un principio particolaristico categoriale.

Il secondo diede il primo segnale con la riforma della pensione del '62, culminando negli anni '70 e fu un periodo di discontinuità rispetto agli anni precedenti: il welfare è costituito sulla base di un modello ibrido, in quanto si afferma la tutela sociale legata alla mera cittadinanza, quindi generalmente universalistico, ma con elementi ancora categoriali in certi ambiti (si pensi alle pensioni ad es.).

Circa la sua evoluzione sociale verso i nuovi rischi sociali, negli anni '80, il welfare fu sostanzialmente immobile, rispetto ad una Europa invece in movimento. Fondamentali fu il ventennio '1990-2000 come anni di profonde riforme: dal '92 si misero in campo una serie di riforme, cambiamenti politici e non solo, che si analizzeranno in seguito. Tuttavia quello in Italia non fu un ricalibra mento, non vennero avanzate nuove proposte concrete per affrontare le tematiche sociali (ci provò due volte ma senza successo). Gli interventi furono sostanzialmente improntati sulla riduzione del welfare, a differenza degli altri paesi europei. In questi 20 anni gli interventi si disposero su due linee: alcuni cercarono di tagliare e basta e altri proposero di tagliare ma in seguito ricalibrare alcune voci: purtroppo per il succedersi di cambi di governo i tentativi di calibratura non avvennero e solo quelli di taglio e ridimensionamento. L'Italia è un po' un caso unico, in quanto data l'evidenza dei problemi, non è riuscita a cambiare.

In tutto questo periodo di storia di welfare, non si è poi rinunciato a delle caratteristiche tipiche del welfare dei primi 30 anni: non è venuta meno la delega alle famiglie dei temi sociali, ma si è caricata ancora di più di compiti importanti (andando contro al concetto detto prima di defamilizzazione), senza considerare che tra i rischi sociali abbiamo famiglie più fragili, diverse (si parla di neo-familiarismo).

Altra inerzia riguardò il dualismo nord sud: non si affrontò tale problema, il quale anzi sembrò peggiorare negli anni '90 rispetto a quelli precedenti, tanto di parlare non di welfare nazionale italiano, ma di welfare del nord e del sud (in tutti i paesi c'è un dualismo, ma le differenze del dualismo italiano sono molto più accentuate (si parla di neo-dualismo). Ancora, nel pubblico e privato: negli anni 80 si entra con un ruolo pubblico molto più forte rispetto al privato ed passa nel secondo ventennio una certa privatizzazione del privato sul sociale (si parla di privatizzazione).

Circa la composizione della spesa sociale: nonostante come detto il tentativo di ricalibrare il welfare, il sistema rimase sostanzialmente lo stesso, così come le spese per i nuovi rischi sociali, quindi il welfare italiano si dimostra un welfare incapace di ricalibrare la propria spesa sociale, anzi addirittura si spende ancora un po' di più per la voce pensioni e non perché sono aumentati il numero degli anziani, ma perché sono aumentate alcune voci del sistema pensionistico in tema categoriale. Se confrontiamo la distribuzione della spesa sociale con altri paesi si rilevano le altre differenze, indicatore di immobilismo e origine di difficoltà in cui ci si trova oggi nel welfare.

Trasformazioni dei rischi sociali e persistenza del welfare

Verso la fine degli anni '80 e l'inizi dei '90, possiamo individuare 3 pilastri su cui si fondava la società italiana e che permettevano di difendersi dai principali rischi sociali:

  • Progressiva estensione delle garanzie fornite dal welfare;
  • Stabilità occupazionale;
  • Persistenza di forti legami di solidarietà familiare, fondati su una netta divisione dei ruoli per genere (maschio e femmina) e in particolare sulla responsabilità reddituale del capofamiglia maschio.

I cambiamenti che hanno contribuito a partire dagli anni '90, a modificare se non incrementare i rischi sociali ad oggi, sono:

  • Progressivo impoverimento di alcuni gruppi sociali: la progressiva riduzione delle diseguaglianze reddituali e quindi anche sociali avviatesi in modo rilevante a partire dagli anni '70 e rimasta sostanzialmente la stessa nella prima parte dei '90, fu destinata ad interrompersi e anzi a cambiare tendenza a partire dalla metà degli anni '90; tra le diseguaglianze accentuatesi nell'ultimo ventennio che più saltano all'occhio, è quella intergenerazionale, tra gli anziani, la cui condizione, prima a rischio di povertà, è oggi migliorata sensibilmente, mentre i giovani, che invece la vedono peggiorata, sebbene le ultime riforme delle pensioni e quella per la flessibilità del lavoro avessero cercato di attenuare questa tendenza. Allargando ulteriormente il quadro diciamo che mentre gli indici complessivi di diseguaglianza economica e sociale suggerirebbero una immobilità/continuità, in realtà determinati movimenti ed eventi socio-economici hanno fatto sì che il reddito reale (in base al livello generale dei prezzi) del ceto medio dipendente, ovvero, di operai e impiegati sia rimasto sostanzialmente invariato dagli anni '90 ad oggi, invece quello di dirigenti, lavoratori autonomi (imprenditori e liberi professionisti) e pensionati abbia visto un importante aumento.
  • Sviluppo di una fascia ampia di lavoratori precari: i cambiamenti che hanno visto coinvolto il mercato del lavoro sono:
    1. La crescita dei tassi del tasso di partecipazione femminile;
    2. Aumento delle forme di lavoro flessibili e sempre più caratterizzate da condizioni di instabilità;
  • Aumento dei cittadini disabili e sprovvisti di sistemi pubblici di cura;
  • Incremento dei problemi di conciliazione tra lavoro e cura dei figli;

Rispetto a venti anni fa, l'Italia è profondamente cambiata ad oggi e, salvo alcuni elementi costanti come la diffusa povertà e il forte dualismo Nord Sud (con una grande concentrazione di disoccupazione, almeno regolare, nel Sud), sebbene dei dati mostrino una certa stabilità per quanto riguarda le diseguaglianze e il sistema di welfare rispetto ai '90, anzi un incremento della porzione di PIL nazionale per la protezione sociale, in realtà forti movimenti socio-economici già accennati (trasformazioni nel mercato del lavoro, nell'organizzazione delle famiglie e nella struttura demografica) hanno rivoluzionato i rischi sociali e le diseguaglianze sociali. In questo arco di tempo alcune categorie sociali infatti si sono gradualmente avvantaggiate, ma non in virtù di un miglioramento del benessere diffuso: in un periodo di difficoltà economiche (con incapacità di reperire quindi nuove risorse), l'espandersi dei rischi sociali ha infatti imposto un gioco a somma zero, dove il vantaggio di una categorie è stato corrisposto allo svantaggio di altre. Tra quelli che possiamo definire i vincitori o gli insider, dunque privilegiati rispetto ai perdenti o outsider, troviamo la fascia della popolazione ha reddito elevato come i dirigenti, imprenditore e professionisti, ma anche i pensionati come visto; tra i secondi invece il ceto medio e cioè i lavoratori temporanei, operai e impiegati, i giovani, le famiglie monoreddito, le persone non autosufficienti e coloro che le accudiscono. L’aumento del welfare di cui prima si accennava, è stato assorbito quasi interamente per il settore previdenziale, in particolare programmi pensionistici, aumento di spesa però non da ricercare nell’aumento dei beneficiari, bensì per l’aumento dell’importo medio delle pensioni; invece i programmi rivolti a famiglie, disabile, disagiati sociali sono risultati residuali e sottodimensionati rispetto agli altri paesi europei. La responsabilità del welfare nell’aver generato una tale redistribuzione di risorse per il sociale a favore di certi gruppi e a sfavore di altri, non può essere ricercata solo nell’incapacità dell’operatore pubblico di riformare il sistema, riconfigurandolo in modo regressivo, in una fase di profondi cambiamenti economici (recessione economica) e sociali, in quanto altri paesi, nelle stesse condizioni, sono più meno riusciti a riconfigurarlo in base alla nuova situazione socio-economica; la risposta allora è più credibile nella capacità di certi gruppi di influenzare le decisioni politiche a proprio favore.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuseppe Di palma di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Politecnica delle Marche - Ancona o del prof Ascoli Ugo.
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