Capitolo 1: Trasformazioni dei rischi sociali e persistenza del welfare
Mercato del lavoro e modelli familiari
I rilevanti cambiamenti sociali che hanno attraversato la società italiana negli ultimi 20 anni hanno determinato la diffusione di nuovi rischi sociali. Se all’inizio degli anni '90, la protezione dai rischi veniva maggiormente garantita da una forte stabilità occupazionale e dalla divisione dei ruoli all’interno della famiglia nucleare, successivamente questi due pilastri entrarono in una fase di progressiva erosione: nascono nuovi rischi a causa di alcune trasformazioni che interessarono i principali sistemi di integrazione sociale: il mercato del lavoro, l’organizzazione della famiglia e la struttura demografica della popolazione.
Il mutamento più significativo si è verificato nel mondo del lavoro dove l’uso massiccio di forme contrattuali flessibili e una forte precarizzazione del lavoro, ha provocato delle disuguaglianze economiche notevoli. Anche l’introduzione di nuove forme di organizzazione produttiva ha favorito la costituzione di una nuova fascia di lavoratori caratterizzata da bassi salari e da instabilità occupazionale. Queste trasformazioni sono state fronteggiate soprattutto dalla famiglia, dal momento che il sistema di welfare ha avuto serie difficoltà ad adattarsi alla nuova situazione.
Si sono verificati cambiamenti rilevanti anche nella composizione delle famiglie italiane, determinati dal forte cambiamento demografico dovuto principalmente, al progressivo invecchiamento della popolazione.
- Sono cresciuti i nuclei familiari formati da persone con età superiore ai 65 anni; con un incremento ancora più forte dei nuclei con persone oltre 80 anni.
- Di conseguenza sono aumentate le famiglie composte da single e da coppie senza figli.
- Le famiglie tradizionali composte da genitori e figli sono diminuite dal 56% al 40%, soprattutto per il calo delle famiglie con figli in età inferiore ai 25 anni.
- La propensione degli italiani a mantenere l’anziano nella stessa famiglia dei figli resiste.
- Stabile è anche il fenomeno della prolungata permanenza dei figli nell’ambito familiare.
È questo il quadro entro cui vanno collocate le nuove forme di rischio sociale emergenti nella società italiana.
Disuguaglianza di reddito
Negli anni '90 si registra un'elevata disuguaglianza di reddito tra i diversi gruppi sociali con notevoli cambiamenti nella distribuzione delle risorse che ha determinato situazioni di svantaggio per alcuni e di vantaggio per altri. Tra le classi sociali, quella maggiormente svantaggiata è il ceto medio che, rispetto alla classe più ricca e quella più povera, è la classe che maggiormente subisce un graduale peggioramento relativo alla propria posizione reddituale. In particolare, si parla di ceto medio dipendente composto cioè, da operai e da impiegati il cui reddito reale è rimasto invariato nel corso degli anni '90. Al contrario, il reddito di dirigenti, lavoratori autonomi e pensionati ha conosciuto un costante aumento. Inoltre, la redistribuzione di reddito ha creato un divario tra le generazioni che ha premiato gli anziani, conosciuti ora come gruppi sociali pienamente garantiti, a scapito dei giovani.
Le trasformazioni del lavoro
Tra i principali mutamenti che hanno interessato il mercato del lavoro nelle ultime due decadi, se ne possono identificare alcuni che più di altri hanno influito sulle dinamiche della vulnerabilità sociale. Tali cambiamenti riguardano la crescita dei tassi di partecipazione femminile al mercato del lavoro e l’aumento di forme di lavoro flessibili spesso associate a condizioni di precarietà e instabilità occupazionale. In gran parte dei paesi europei il lavoro temporaneo ha superato la disoccupazione; accade che l’area sociale collocata nella precarietà è in aumento rispetto a quella collocata nella disoccupazione o nell’esclusione dal lavoro.
Dipendenza e attività di cura
La popolazione italiana ha conosciuto negli ultimi 20 anni un forte incremento delle persone in età superiore agli 80 anni; tale invecchiamento della popolazione ha creato notevoli tensioni sui modelli tradizionali di cura, mettendo sotto pressione l’organizzazione delle famiglie e la tenuta dei legami intergenerazionali. Si assiste a una diminuzione del potenziale di supporto fornito dalle reti familiari, determinata da uno squilibrio tra il numero delle persone over 65 e quello delle persone in età compresa tra i 15 e i 64 anni, dovuto a un aumento dell’età media della popolazione e una parallela riduzione dei tassi di natalità. Un altro fattore di indebolimento della capacità di cura delle reti informali è dato dall’aumento della partecipazione femminile nel mercato del lavoro, che ostacola l’attività di caregiving prestato a persone che richiedono assistenza continuativa, ed impone così, il ricorso a servizi domiciliari o all’istituzionalizzazione della persona anziana. Inoltre, la difficoltà del welfare a sviluppare un sistema di tutela pubblica ha aumentato la necessità di servizi privati, in gran parte irregolari gestiti da lavoratrici di cura immigrate, le cosiddette “badanti”.
La difficile conciliazione tra lavoro e cura dei figli
Il costante aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e la necessità per le famiglie di disporre di un doppio reddito per rispondere alle spese quotidiane (passaggio dal modello del male breadwinner a quello della doppia presenza) ha scatenato forti tensioni al problema della conciliazione tra lavoro e cura dei figli. Ne consegue un basso livello dei tassi di fertilità, mentre l’età media a cui le donne hanno il primo figlio continua a ritardarsi.
Le politiche di welfare
La diffusione di nuovi rischi sociali emergenti (la nascita di nuovi lavori temporanei; la situazione di determinate categorie sociali, come quella dei giovani o del ceto medio dipendente, fortemente penalizzate dalle redistribuzioni reddituali; la diffusione di persone non autosufficienti sole o le cui famiglie non sono più in grado di provvedere alla loro cura; l’aggravarsi della difficoltà di conciliare lavoro e cura) avrebbe richiesto un’azione di ricalibratura del sistema di welfare, che lo avrebbe reso più adeguato a rispondere ai nuovi profili di rischio; il nostro welfare però, è stato caratterizzato da una forte inerzia che ha impedito tale ricalibratura anche minima dei flussi di spesa sociale, e che ha continuato a privilegiare alcune categorie sociali, a scapito di altre.
Si assiste a una costante crescita della spesa sociale allocata soltanto, nelle pensioni di vecchiaia e non in altri settori della protezione sociale come ad esempio, la famiglia e l’infanzia. Dunque, la redistribuzione è avvenuta soprattutto a vantaggio di programmi previdenziali destinati alla popolazione anziana, e non premia gli altri gruppi di popolazione in stato di bisogno.
Limiti del welfare
- Rigidità degli schemi di protezione, che offrono maggiori garanzie a chi ha un’occupazione stabile.
- Rimangono senza protezione le nuove fattispecie di rischio.
Osservando gli effetti redistributivi operati dal welfare in questi anni, si è determinato un aumento degli squilibri e l’affermazione di nuove disuguaglianze tra i diversi gruppi sociali, piuttosto che un loro assorbimento. Il sistema di welfare ha quindi, determinato la vittoria degli uni a danno degli altri.
- Vincitori: La fascia di popolazione con reddito più elevato, i dirigenti, gli imprenditori, i pensionati e la popolazione anziana in generale.
- Perdenti: Il ceto medio, i lavoratori dipendenti impiegati o operai, le persone giovani, i lavoratori temporanei, le famiglie monoreddito con gravi problemi di conciliazione tra cura e lavoro, le persone non autosufficienti.
Capitolo 2: Le politiche pensionistiche
Il sistema pensionistico in Italia
I tratti salienti e i principali fattori di crisi del sistema pensionistico italiano. Il sistema pensionistico italiano sviluppatosi nel secondo dopoguerra e fino alle riforme degli anni '90, era costituito dal primo pilastro pubblico; era basato sul sistema a ripartizione di tipo retributivo e da uno schema peculiare chiamato TFR. Esso era dunque caratterizzato da:
- Prevalenza del primo pilastro pubblico, strutturato in Italia su due livelli: prestazioni assistenziali contro la povertà per gli anziani, gestita dalla GIAS (gestione interventi assistenziali per conto dello stato) e prestazioni di assicurazione obbligatoria gestite a ripartizione da parte dell’ente pubblico (INPS e INPDAP).
- Scarso rilievo della previdenza integrativa (secondo e terzo pilastro) gestita invece, da istituzioni private e attraverso un sistema a capitalizzazione con adesione collettiva nel caso del secondo pilastro; adesione individuale nel caso del terzo pilastro.
- Sistema a ripartizione, dove i contributi versati dai lavoratori di oggi servono per pagare i pensionati di oggi; cioè i contributi versati sono immediatamente utilizzati per il pagamento delle prestazioni.
- Sistema a ripartizione di tipo retributivo: le prestazioni vengono calcolate in relazione alla retribuzione percepita dal lavoratore durante la sua attività lavorativa e non in ragione dei contributi versati (sistema contributivo).
- TFR: Trattamento di fine rapporto. È una prestazione di fine servizio che le imprese devono obbligatoriamente corrispondere ai loro dipendenti in caso di risoluzione del rapporto di lavoro per pensionamento, licenziamento, cambio di occupazione.
Negli anni '70 il sistema delle pensioni entrò in una profonda crisi, generando uno squilibrio finanziario o meglio uno sbilancio nei conti dell’INPS, dovuto da un lato a un forte aumento della spesa pensionistica sul PIL e dall’altro dalla stagnazione delle entrate; le spese quindi, furono costantemente al di sopra degli introiti, e contribuirono al debito pubblico. Tale situazione si generò in seguito a:
- Forte crisi economica che ha generato una scarsa crescita dei salari.
- Crisi occupazionale cioè alto tasso di disoccupazione.
- Rapido invecchiamento demografico dovuto al calo del tasso di fertilità che di conseguenza, ha contribuito a diminuire il numero dei lavoratori.
L’impatto di questi fattori minaccia l’equilibrio finanziario del sistema perché l’invecchiamento della popolazione tende a produrre un aumento delle uscite ed una diminuzione delle entrate, che sono ulteriormente ridotte dall’alto tasso di disoccupazione e dalla scarsa crescita dei salari.
Altro problema era poi l’iniquità del sistema, causato principalmente da due fattori:
- Aumento della generosità delle prestazioni per alcune categorie (ad es. i lavoratori dipendenti pubblici o autonomi) con tassi di rendimento e di contribuzione decisamente più favorevoli.
- Abbassamento dell’età pensionabile. Un esempio era quello delle cosiddette “pensioni baby”, ovvero le pensioni a cui avevano diritto i dipendenti pubblici dopo solo 20 anni di lavoro.
Il risultato di questi avvenimenti fu quindi, un sistema pensionistico generoso, costoso e frammentato.
Le principali riforme
Gli anni '80
Alla luce di questi fattori che minacciavano l’equilibrio finanziario del sistema, negli anni '80 i governi proposero alcune riforme restrittive volte a contenere la spesa pubblica sulle pensioni. Riforme che la classe politica, però, non fu in grado di attuare. In primis, il ministro del tesoro Andreatta istituì una commissione che elaborò una rivalutazione del sistema pensionistico italiano suggerendo alcuni interventi volti a contenere la spesa pubblica.
Nella prima metà degli anni '80 due progetti di riforma furono elaborati dalla “commissione parlamentare Cristofori e dal ministro del lavoro De Michelis”. La prima proposta si sviluppò in due direzioni: una espansiva ed una restrittiva: espansiva di alcuni diritti pensionistici attraverso per es. l’armonizzazione dei trattamenti, l’estensione del metodo retributivo ai lavoratori autonomi e l’innalzamento dei trattamenti minimi; restrittiva sul lato dei tagli, con il graduale innalzamento dell’età pensionabile, l’introduzione di disincentivi al pensionamento anticipato e con l’estensione del periodo per il calcolo della retribuzione pensionabile (è la base di calcolo della prestazione pensionistica; solitamente è la media della retribuzione di n° anni di carriera lavorativa).
Il contrasto tra le due proposte e le tensioni politiche che ne derivarono, non portarono alla loro approvazione. Successivamente, vennero elaborate altre due proposte di riforma dirette entrambe alla razionalizzazione della spesa pubblica e al lancio della previdenza integrativa, favorendo i pilastri complementari e quindi, ridimensionando il pilastro pubblico. La proposta prevedeva l’iscrizione obbligatoria dei lavoratori dipendenti a fondi pensione integrativi finanziati dal trasferimento obbligatorio del TFR. L’Italia però, non si dimostrò pronta a questi interventi; soltanto nel corso degli anni '90, i governi italiani hanno approvato alcune riforme che hanno profondamente ristrutturato il sistema pensionistico italiano; riforme volte a contenere la spesa pensionistica, a garantire l’equità, e a ridimensionare il pilastro pubblico.
Le riforme degli anni '90
La Riforma Amato del 1992-93
Una di queste fu la Riforma Amato che introdusse importanti novità:
- Innalzamento dell’età pensionabile per la vecchiaia fino a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne;
- Cambiamento dei requisiti per l’accesso alle pensioni di anzianità con una contribuzione pari a 35 anni sia per i dipendenti privati che pubblici;
- Il periodo minimo di contribuzione venne esteso da 15 a 20 anni;
- Il periodo di riferimento per il computo della retribuzione pensionabile (retribuzione media riferita ad un certo numero di anni di carriera lavorativa) viene innalzato agli ultimi 10 anni per tutti i lavoratori con almeno 15 anni di contributi, e all’intera carriera per i nuovi assunti. (non più agli ultimi 5 anni per i lavoratori privati e all’ultimo mese per i dipendenti pubblici).
- Riduzione dell’intervento del primo pilastro pubblico, e maggiore spazio alla previdenza integrativa che è fondata sul finanziamento a capitalizzazione e sul meccanismo contributivo per il calcolo dei benefici.
Il governo Amato cercò, a tale scopo, di favorire sia il secondo pilastro su adesione collettiva (facciamo riferimento a fondi pensioni chiusi e fondi aperti); sia il terzo pilastro su adesione individuale (riguarda quegli individui che decidono liberamente di garantire un ulteriore rendita per la propria vecchiaia.
Sistema a capitalizzazione: i contributi versati vengono accumulate in un conto individuale, investite nei mercati finanziari, e poi convertite in rendita al momento del pensionamento.
La Riforma Dini del 1995
Per contenere i costi viene modificato il metodo di calcolo delle prestazioni con il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo (il sistema rimane a ripartizione) per i soggetti assicurati a decorrere dal 1° gennaio 1996. Le prestazioni ora, dipendono dai contributi e non dalle retribuzioni.
Vi fu la netta divisione tra assistenza e previdenza in modo da rendere più chiari i conti degli istituti previdenziali soprattutto dell’INPS, e quelli dello Stato al quale furono incaricate le spese di natura assistenziale.
Fu introdotta una soglia flessibile per il ritiro dal mondo del lavoro: da un minimo di 57 ad un massimo di 65 anni;
Inoltre, la pensione sociale, viene trasformata in assegno sociale corrisposto agli over 65 in stato di bisogno, attraverso la prova dei mezzi. Infine il periodo minimo di contribuzione viene ridotto a 5 anni.
Pensione sociale: introdotta nel 1969, ed è un trattamento economico di tipo assistenziale corrisposto a quei cittadini che non dispongono dei requisiti minimi contributivi per accedere alla pensione previdenziale, pur avendo raggiunto l’età anagrafica.
La Riforma Berlusconi del 2004
Come anche quelle precedenti, la riforma Berlusconi si poneva l’obiettivo di ridurre la spesa pensionistica. La prima leva cui si ricorse per portare maggiore ordine nei conti fu ovviamente, il ritocco e l’innalzamento dell’età pensionabile: la soglia flessibile stabilita dalla riforma Dini fu sostituita da un limite fisso di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne. Lasciando invariato il requisito contributivo di 35 anni, modificò l’età minima per accedere alla pensione di anzianità, spostandola da 57 a 60 anni dal 2008, a 61 dal 2010 e a 62 dal 2014. Invariati rimasero i parametri per l’accesso al pensionamento indipendentemente dall’età anagrafica, ossia 40 anni di contribuzione. I tagli furono previsti a partire dal 1° gennaio 2008. Ciò provocò nel corpo sociale una forte resistenza. Molti contestarono la differenza di tre anni lavorativi - il cosiddetto “scalone” - tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione al 31 dic 2007 e chi lo avrebbe maturato al 1° gennaio 2008.
Anche la riforma Berlusconi intervenne sul trasferimento del TFR sui fondi pensione integrativi già introdotte dalle riforme Amato e Dini. L’adesione alla previdenza integrativa è prevista come volontaria e individuale. Essa è basata sul meccanismo del silenzio/assenso, secondo il quale ciascun lavoratore dipendente ha la possibilità di decidere nei sei mesi di contratto, la destinazione del TFR; se destinarlo alle forme pensionistiche complementari (fondi negoziali collettivi, fondi aperti collettivi o individuali) o mantenerlo presso il datore di lavoro.
Il protocollo sul welfare del 2007
Nel luglio 2007 vi fu l’accordo tra governo e parti sociali...
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