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Riassunto esame Sociologia Economica, prof. Carlo Carboni, libro consigliato Sociologia 3, Bagnasco, Barbagli, Cavalli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di sociologia economica e del prof. Carboni, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Sociologia 3, Bagnasco, Barbagli, Cavalli, dell'università degli Studi Università della Svizzera italiana - Usi. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia economica docente Prof. C. Carboni

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4.1.1 TAYLORISMO E FORDISMO

L’artigiano è un imprenditore che conduce la sua impresa con il lavoro proprio e dei suoi familiari, e con l’assunzione

eventuale di dipendenti. L’artigiano continua ad essere diffuso nell’economia contemporanea, ma si analizza come forma

antica di organizzazione del lavoro. Ci si serviva di utensili che estendono le possibilità di chi lavora, ma è l’abilità nell’uso

dell’utensile che è decisiva per la produzione. Gli utensili sono quindi molto flessibili, servono a fare molti oggetti diversi.

L’artigiano svolge un lavoro specializzato, dall’ideazione del prodotto alla sua rifinitura. L’abilità è appresa lungo un

tirocinio che si svolge da giovani “a bottega”.

L’organizzazione di fabbrica nasce nel 18° secolo. L’ampliamento e il controllo della produzione aveva già conosciuto

forma nel putting-out system ovvero il coordinamento di artigiani che lavorano a domicilio ai quali un imprenditore-

mercante ricorre a seconda delle esigenze del mercato.

Le prime concentrazioni di manodopera sotto il controllo diretto dell’imprenditore si hanno nel factory system che non

cambia il modo di lavorare, gli strumenti, le gerarchie. Comincia una trasformazione che, attraverso nuovi investimenti in

macchinari, conduce a rivoluzionare l’organizzazione del lavoro.

In fabbrica si introducono le prime macchine utensili, anch’esse flessibili, chiamate macchine universali, che sono

adoperate per diverse operazioni, e eseguono la lavorazione senz’altro intervento diretto. L’operatore deve conoscere le

diverse possibilità della macchina e predisporla per la lavorazione. L’uso di macchine utensili universali caratterizza una

prima fase dell’organizzazione del lavoro di fabbrica. L’imprenditore sceglie cosa produrre e assicura le condizioni della

produzione, ma l’esecuzione è lasciata all’autonomia e all’abilità professionale degli operai nell’uso delle macchine. Si

tratta di operai più esperti e anziani, di apprendisti giovani e di manovali non qualificati che eseguono lavori semplici. Gli

operai dotati di professionalità sono gli operai di mestiere.

All’inizio del secolo l’organizzazione di fabbrica era di tale genere, e appare molto disorganizzata. Per l’esigenza di

organizzazione del lavoro, si introdusse l’organizzazione scientifica del lavoro (scientific management), ideata da Taylor e

chiama appunto taylorismo.

Taylor disse che per acquistare efficienza è necessario progettare un’organizzazione centralizzata la divisione dei compiti di

decisione e pianificazione del lavoro dai compiti esecutivi. Il processo è smontato in una serie di operazioni, ognuna con un

posto di lavoro diverso. Le singole operazioni potevano essere standardizzate, fissandone tempi e metodi, e diventavano

prevedibili. La proposta di Taylor era anche quella di un salario maggiore che derivava da una produzione più efficiente: lo

stesso numero di operai avrebbe realizzato nello stesso tempo una quantità maggiore di prodotto. Questo però non bastò a

evitare reazioni, perché il nuovo metodo sottraeva ai lavoratori potere e autonomia. In certi casi si eliminò anche la

professionalità artigiana e di mestiere, ma si può anche dire che molti operai erano prima stati contadini e non possedevano

alcuna professionalità industriale. Merito di Taylor fu quello di porre il problema dell’organizzazione del lavoro,

l’organizzazione industriale può essere considerata uno sviluppo dei suoi schemi.

Una nuova fare si aprì con la produzione di serie, basata su un nuovo tipo di macchine: le macchine speciali. Queste

compiono poche operazioni, non richiedono importanti interventi di regolazione e funzionano con continuità: sono veloci e

non flessibili. La conseguenza è che il lavoro richiesto è più semplice, in questa fase infatti aumentano gli operai non o poco

qualificati: un breve tirocinio li rende capaci.

La nuova divisione è realizzata come lavorazione a catena: un’organizzazione per cui le diverse operazioni, ridotte alla

minima durata, vengono eseguite senza interruzione e in un ordine costante nel tempo e nello spazio. La catena di

montaggio fu applicata da Ford alla produzione di auto in grande scala, a partire dal 1913. Da qui l’uso di “fordismo” in cui

la fabbrica è interamente progettata dal sistema macchine.

Il fordismo accentuò la segmentazione del lavoro e cancellò il mestiere. Si trattò di “lavoro in briciole”, senza senso e

ripetitivo. Cominciavano a nascere anche nuove forme intermedie di controllo e gestione e nuove qualificazioni nei reparti.

Altre forme organizzative hanno sperimentato ricomposizioni del lavoro segmentato, diminuendo i compiti più semplici e

ripetitivi di pari passo con lo sviluppo di una nuova generazione di macchine automatiche.

Dopo il mestiere, il taylorismo-fordismo si apre una nuova fase dove le nuove qualificazioni necessarie per operazioni di

controllo tecnico, manutenzione aumentano mentre i lavoratori di esecuzione diretta e passiva tendono a diminuire. I robot e

le macchine a controllo numerico che svolgono da sole diverse lavorazioni sono esempi di nuove tecnologie di nuovo

flessibili.

4.1.2 IL SISTEMA TOYOTA

Il sistema Toyota ha rivoltato l’organizzazione di Ford. Oggi i mercati sono diventati più limitati, più differenziati, più

instabili: la produzione di massa era basata sull’idea che si sarebbe venduto tutto ciò che si produceva. Nel fordismo le

decisioni su quanto e cosa produrre erano fissate dalla direzione, a “monte”: i componenti, prodotti in fabbrica, affluiscono a

magazzini e passano all’assemblaggio lungo la catena. Rovesciando lo schema organizzativo, è l’ordinazione pervenuta agli

uffici commerciali che mette in moto la linea produttiva: parte la richiesta di componenti, prodotti solo in quantità

necessaria. Questa produzione è detta just in time: nel corso dell’assemblaggio dell’automobile ciascun componente arriva

alla linea di montaggio nel momento in cui ce n’è bisogno e solo in quantità necessaria.

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Il cambiamento si accompagna ad altre innovazioni organizzative. Si ricorda il principio dell’autoattivazione: in caso di

anomalie il lavoratore interrompe la linea. I controlli di qualità non sono sollo alla fine di una linea produttiva, ma si

interviene senza che gli errori si accumulino.

Il sistema Toyota richiede un attento gioco di squadra; macchine automatiche, robot e macchine a controllo numerico sono

utilizzate perché permettono elasticità, ma fattori di elasticità sono anche gli uomini addestrati a più compiti, e le squadre

che gestiscono singole aree di produzione, coordinandosi secondo i principi del just in time.

Il sistema richiede molta responsabilizzazione e partecipazione di tutti, la garanzia del posto di lavoro “a vita” e i

differenziali tra paghe di operai e dirigenti sono delle motivazioni a partecipare.

In conclusione, la tesi di una continua dequalificazione del lavoro è stata smentita. Con il passaggio a nuove forme di

organizzazione si possono riscontrare un miglioramento alla qualificazione professionale e una maggior autonomia nello

svolgimento di attività lavorative. Espressioni come “fabbrica integrata”, “qualità totale”, “produzione snella” sono indicate

per l’organizzazione “alla giapponese”. Il toyotismo è continua evoluzione: i controlli in linea sono stati alleggeriti a favore

del controllo di qualità finale, per esempio; con l’aggravarsi della crisi, anche il lavoro “a vita” è stato accantonato.

4.2 LAVORO SPECIALIZZATO E LAVORO DEQUALIFICATO AUMENTANO INSIEME AI SERVIZI

Nei servizi sono comprese molte cose diverse. La loro espansione è un fatto recente e si potrebbe pensare che si tratti di

attività con lavoro più moderno, ma in realtà non lo è. Nei servizi troviamo lavori molto specializzati e ben remunerati

accanto ad altri dequalificati e poco pagati: le due categorie aumentano insieme.

La tab. 2.7 si riferisce a tre paesi avanzati, in due anni diversi e considera nella prima riga gli addetti alla produzione e alla

distribuzione di beni fisici. In questa categoria ci sono anche gli addetti contati solitamente nel terziario. L’economia dei

servizi staccati dalla produzione è analizzata in riferimento a tre categorie: i servizi al consumatore (con ristoranti, bar,

lavanderie, parrucchiere), i servizi sociali (salute, istruzione) e i servizi alle imprese (consulenze, programmazione sistemi

etc.). possiamo chiamare postindustriali questi settori che sono in espansione. Sommando le 3 categorie si ottiene che negli

anni 80 essi pesavano per il 26% in Germania, per il 38% in Svizzera e per il 44% negli Stati Uniti.

Oltre alla % di addetti in ogni categoria rispetto al totale, la tabella permette di valutare la qualità di lavoro riportando la %

di occupati non specializzati in ogni categoria. Si intendono quindi persone che svolgono lavori che chiunque sarebbe in

grado di svolgere.

Il peso degli addetti alla produzione e distribuzione di beni fisici è in diminuzione, tendenza accompagnata dalla

diminuzione dei lavoratori non specializzati in Svezia e Stati Uniti. I servizi alle imprese aumentano il loro peso,

soprattutto negli Stati Uniti, e molti di questi lavori richiedono professionalità, ma col tempo è aumentata la quota dei non

specializzati che rimane più bassa del settore dell’industria e distribuzione. In complesso si tratta di un settore dove si

trovano molti lavori buoni o a medie professionalità e remunerazione.

I servizi sociali hanno fatto un balzo in avanti e raggiungono oltre ¼ dell’occupazione complessiva in Svezia, dove le

attività qualificate aumentano. Nei servizi al consumatore, infine, si ha la quota più elevata di non specializzati: 45% Stati

uniti.

In sintesi, la Germania è ancora un paese tradizionale nella struttura professionale. Industria e commercio contano molto, le

imprese affidano all’esterno, non negli Stati Uniti però, i servizi avanzati di cui si ha bisogno, mentre i servizi al

consumatore e sociali hanno avuto una crescita contenuta. Svezia e Stati Uniti sono più postindustriali, ma hanno una

diversità. Si ha un rilevante peso in Svezia dei servizi sociali, con quote alte di lavoro non specializzato, e del maggior peso

negli Stati Uniti dei servizi al consumatore, con quote elevate di lavori cattivi. Queste diversità dipendono dalla regolazione

politica e sindacale.

I servizi al consumatore si espandono con il lavoro delle donne, l’aumento del tempo libero e sono poco costosi: un mercato

liberalizzato, con soglie basse di accettazione delle condizioni di lavoro, ha permesso l’espansione di lavori poco remunerati

negli Stati Uniti. La bassa soglia di accettazione risulta evidente se si confronta con la Svezia: un lavoratore non

specializzato dei servizi personali ha un salario che è l’80% di quello di un lavoratore dell’industria, negli USA 44%.

In Svezia la tradizione del Welfare State esteso non ha fatto crescere i servizi al consumatore, comportando un aumento dei

servizi sociali. Si tratta di donne, non qualificate, con lavoro part-time; l’assistenza è pagata dallo Stato che ricorre alla

tassazione.

Un’ultima osservazione. In Germania, una bassa espansione dei servizi postindustriali coincide con una minor presenza

delle donne sul mercato e con una disoccupazione maschile più alta della svedese e americana. La disoccupazione in Svezia

è stata infatti molto bassa, e anche negli USA si sono creati nuovi posti di lavoro. In entrambi i casi la strada è stata la

crescita dei servizi, ma secondo due diversi modelli.

5. LE RELAZIONI INDUSTRIALI

5.1 I SINDACATI 13

I sindacati sono associazioni di lavoratori che si uniscono per tutelare i propri interessi professionali; danno vita a

organizzazioni che agiscono nei confronti dei datori di lavoro, a loro volta rappresentati da organizzazioni. I sindacati sono

associazioni particolari.

Un sindacato rappresenta gli interessi degli iscritti, ma può rappresentare anche quelli dei lavoratori non iscritti se i contratti

collettivi che stipula hanno valore per tutti; addirittura possono creare organizzazioni nazionali che rappresentino gli

interessi dell’insieme dei lavoratori di un paese, occupati e anche disoccupati e pensionati. Ci sono due tipi di sindacati: i

sindacati associativi, di iscritti e per categorie diverse, e i sindacati di classe, a rappresentanza estesa. Il sindacato

americano è del primo tipo, quello svedese del secondo.

In origine il sindacato nasce come associazione di operai che hanno uno stesso mestiere e professionalità da difendere:

trade-union significa appunto unione di mestiere. Il conflitto tra lavoratori specializzati e non specializzati è tipico della

prima fase del sindacalismo, che esclude i secondi. Negli Stati Uniti, l’American Federation of Labor naque nell’800 come

federazione di associazioni a favore dei lavoratori specializzati; negli anni 30 vennero espulse dalla federazione associazioni

che volevano estenderla ai non specializzati, questo gruppo diede vita al Congress of Industrial Organizations che

organizzava i lavoratori della grande industria a produzione di massa. Nel 1955 si sono finalmente riunite in una federazione

che assicura sostegno ai sindacati affiliati.

L’esempio mostra la tendenza al passaggio dal sindacato di mestiere a organizzazioni che comprendono l’insieme dei

dipendenti di un settore; e la tendenza è sollecitata dallo sviluppo della produzione di massa e fordismo; infine si parla della

formazione di grandi federazioni nazionali di sindacati di diversi settori.

Si rilevano in Europa alcune differenze.

1. L’esistenza di più sindacati formati su base ideologica o politica, per esempio in Francia, Olanda, Belgio, Italia (con

Cgil marxista, Cisl cattolica e Uil socialdemocratica). Il pluralismo non si ha nei paesi scandinavi, in Germania,

Austria, dove si ha una sola federazione organizzata.

2. Riguarda il rapporto con lo Stato: negli USA le parti sociali chiedono ai poteri pubblici di fissare e garantire regole

di contrattazione; in Europa sollecitano l’intervento dello stato attraverso la spesa pubblica e la legislazione sociale,

industriale e del lavoro. Mentre in America i sindacati sono attori collettivi dell’economia, in Europa stanno fra

economia e politica. Hanno quindi una funzione esplicita: agire per compensare categorie svantaggiate rispetto a

altre

Tornando al caso italiano, si deve precisare che l’organizzazione settoriale si combina con un altro principio:

l’organizzazione territoriale, che raggruppa lavoratori di un’area a prescindere dal loro settore di appartenenza. Le

organizzazioni territoriali sono ancora importanti in Italia.

Sempre in Italia si può osservare l’esistenza di un associazionismo imprenditoriale frammentato. La Confindustria è la

principale organizzazione di grandi e piccoli imprenditori nei settori dell’industria, dei trasporti e delle costruzioni. La

Confapi rappresenta piccole e medie imprese degli stessi settori, mentre esistono associazioni delle imprese a controllo

statale, e diverse associazioni di rappresentanza delle cooperative, degli imprenditori agricoli, del commercio.

Più recentemente le trasformazioni dell’organizzazione economica e altre modificazioni nel tessuto sociale hanno avuto

conseguenze anche sull’organizzazione sindacale. Si sono diffusi i sindacati autonomi, esterni alle grandi confederazioni

nazionali, che tutelano i gruppi di lavoratori grandi (i dipendenti della scuola…) e piccoli (i controllori di volo…), spesso

molto aggressivi e con scarsa attenzione a problemi di compensazione. Si parla di tendenze alla tutela di interessi

corporativi.

5.2 CONTRATTAZIONE, CONFLITTUALITA’, REGOLAZIONE

I processi di contrattazione collettiva fra organizzazioni di lavoratori e di datori di lavoro, per stipulare accordi su salari e

condizioni di lavoro, costituiscono le relazioni industriali. I normali rapporti all’interno di un’azienda sono collaborazione

e conflitto. Le relazioni industriali permettono di esprimere le divergenze di interessi fra imprenditore e dipendenti, e

attraverso la contrattazione collettiva, di ricomporle in contratti obbligatori fra le parti. Contratti firmati dai rappresentati

nelle grandi confederazioni hanno valore generale. A questi si aggiungono i contratti collettivi nazionali di settore, che

riguardano categorie di lavoratori grandi (metalmeccanici), oppure piccoli (doganieri).

La contrattazione riguarda i salari e la parte normativa: orari, condizioni di lavoro, permessi… la minaccia dell’una o

dell’altra parte di rompere la trattativa sposta la contrattazione verso rapporti conflittuali che possono sfociare in scioperi.

Lo sciopero, un diritto garantito dalla Costituzione, è un’astensione dall’attività di lavoro da parte di lavoratori dipendenti;

l’astensione in genere è dichiarata da un’organizzazione sindacale, ma può essere anche da un’assemblea spontanea. La

serrata dell’imprenditore è la chiusura dell’azienda per periodo. L’ordinamento italiano non prevede la serrata come diritto,

ma in alcuni casi è stata riconosciuta in sede giudiziale.

Lo studio sociologico è più complesso. Si hanno due interpretazioni principali per comprendere le determinanti principali

del fenomeno, ovvero ragioni per cui debba manifestarsi uno sciopero: il “modello economico” e il “modello politico”.

Secondo il modello economico, la probabilità degli scioperi aumenterebbe in relazione al ciclo economico. In fase di

espansione aumentano le aspettative salariali e aumenta la forza dei lavoratori sul mercato, in quanto molti sono gli

occupati, e le imprese hanno difficoltà a reperire nuova forza di lavoro. Il contrario si ha in fasi recessive.

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Secondo il modello politico, la conflittualità aumenta se il sindacato ha un’organizzazione con elevata capacità di

mobilitare i suoi iscritti e i lavoratori. Questa capacità dipende da diversi fattori: l’alta sindacalizzazione dei lavoratori o un

forte cemento ideologico che li unisce.

La comparazione tra diversi paesi ha mostrato che l’andamento degli scioperi è autonomo nei confronti del ciclo

economico. Solo in alcuni casi il modello economico puro riesce a spiegare l’andamento della conflittualità. Il modello

politico-organizzativo spiega a sua volta solo casi eccezionali. Questo ribadisce la collocazione del sindacato come attore

collettivo fra economia e politica.

È necessario osservare che le relazioni industriali contribuiscono anche alla regolazione dell’economia nel complesso.

Questa funzione si è realizzata in modo più esteso in alcuni paesi. Si è ricordato, parlando degli assetti keynesiani, che una

perdita del potere d’acquisto dei salari può essere compensata da servizi efficienti forniti dallo stato, licenziamenti possono

essere evitati se una legge stanzia fondi per un settore in difficoltà e così via. Interventi di questo genere tengono sotto

controllo l’economia nel suo insieme garantendo equilibrio fra i consumi, salari, prelievo fiscale, spesa pubblica,

investimenti, in grado di garantire occupazione e sviluppo. Le contrattazioni assumono la forma di concertazioni

“triangolari” che vedono sindacati padronali, sindacati dei lavoratori e rappresentanti del governo. Un sistema di relazioni

industriali allargato al governo è chiamato neocorporativismo. I paesi scandinavi e l’Austria sono i casi più tipici nel

dopoguerra.

Le condizioni che sembrano averle favorite sono: organizzazioni sindacali e padronali molto rappresentative e accentrate;

l’esistenza di una tradizione politica socialdemocratica, con governi orientati alla regolazione economica centralizzata.

Il terziario in crescita è invece un mondo sociale molto più differenziato, e si diffondono nell’economia rapporti di lavoro

atipici come il part-time o il lavoro stagionale, doppie attività, lavori precari… Fenomeni come questi ostacolano

prospettive di rappresentanza generalizzata e spingono il sindacato a specializzare le sue prestazioni e a differenziarsi.

PRODUZIONE E CONSUMO

1. IMPRENDITORE E IMPESE

Per imprenditore si intende chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello

scambio di beni o servizi. L’impresa è appunto l’attività organizzata volta a questo fine. Per azienda si intente il complesso

dei beni e le relazioni fra le persone che costituiscono la struttura organizzativa dell’impresa.

All’imprenditore possono essere attribuite varie funzioni. Anzitutto è la persona che rischia un capitale sperando di produrre

un guadagno, è l’organizzatore e il dirigente dell’azienda. Inoltre l’imprenditore deve essere capace di introdurre nel sistema

economico nuovi beni, nuovi metodi di produzione, l’esplorazione di nuovi mercati: in questo modo egli assicura

continuamente (come diceva Shumpeter) “una distruzione creatrice” che attiva lo sviluppo economico.

Tale definizione si attribuisce meglio ad un piccolo imprenditore, in quanto nelle grandi imprese, possono esistere più

persone e figure sociale e le varie funzioni possono essere ripartite.

I giuristi pongono molta attenzione al rischio economico, perché la responsabilità per le perdite individua il titolare

dell’impresa. Per aumentare l’apporto di capitale e per dividere i rischi è prevista la formazione di imprenditori collettivi,

ossia una società. La società è intesa come un soggetto di diritto, cioè essa non ha solo un suo nome, ma compra, vende, è

titolare di crediti.

Tra le società più complesse troviamo le cosiddette società di capitali, che si caratterizzano per la responsabilità limitata dei

soci: essi rispondono ai terzi creditori solamente col capitale che hanno conferito in azienda, il loro patrimonio personale

non è mai a rischio. In tal senso si dice che le società hanno “autonomia patrimoniale”. Il tipo più complesso di società di

capitale è la SPA, il cui termine inglese è corporation.

Dal punto di vista sociologo, una società commerciale, è un tipo particolare di associazione che per svolgere la sua attività

da vita ad una organizzazione (l’azienda). I sociologi utilizzano impropriamente come sinonimi impresa, società e azienda.

Le società con le loro aziende sono viste come organizzazioni che prendono decisioni sulla base di coalizioni di interessi

che si formano tra i vari soggetti che ne fanno parte.

Per concludere è opportuno segnalare una particolarità per l’Italia: nonostante essa sia un paese da alto sviluppo, l’Italia

presenta il più alto numero di piccole imprese, insieme alla Grecia.

Le ragioni di questa particolarità sono complesse, ma due sono i processi che l’hanno caratterizzata: il primo è la protezione

politica che il lavoro autonomo e la piccola impresa hanno avuto; il secondo processo, più recente ed economicamente più

dinamico, è la spinta verso l’industrializzazione diffusa.

2. PRODUZIONE DI MASSA E SPECIALIZZAZIONE FLESSIBILE

2.1 LE GRANDI IMPRESE AL CENTRO DELL’ECONOMIA

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Al centro dell’economia contemporanea non ci sono molte piccole imprese, ma grandi oligopoli. Il modello di mercato in

cui vi sono molti imprenditori in concorrenza fra loro, vale solo per alcuni settori dell’economia. Un’ipotesi esattamente

opposta è quella di un mercato con un solo produttore: si parla allora di mercato monopolistico e di monopolio. Di solito

però le grandi imprese si trovano in una situazione di mercato che non corrisponde ne all’uno ne all’altro modello: si

trovano infatti in concorrenza con POCHE altre imprese: in tal caso si parla di mercato oligopolistico o oligopolio.

Spesso la nascita della grande industria è associata allo sviluppo della tecnologia, in quanto sostituendo il lavoro umano con

le macchine si aumenta la produttività del lavoro: le macchine consentono un’alta velocità di produzione e dunque un

decurtamento dei costi di produzione.

In questo modo si sviluppa una produzione in grande serie di beni standardizzati (produzione di massa), che per diventare

economicamente conveniente richiede mercati abbastanza grandi: l’impresa ottiene profitti vendendo molte unità a poco

prezzo.

Un ulteriore condizione è la stabilità dei mercati, che per far fronte a questo problema si è introdotto un modello chiamato

dualismo produttivo. Esso distingue due settori dell’economia: il settore centrale dove operano imprese più grandi e stabili,

e il settore periferico composto da piccole imprese più instabili. Con il forte e rigido impiego di capitale è necessario che il

prodotto venga poi venduto poiché il capitale venga ricostruito, questo significa che i mercati molto instabili caratterizzati

da una domanda molto differenziata e variabile (settore abbigliamento) non ammettono grandi imprese a produzione di

massa.

La grande impresa ha inoltre anche la capacità di stabilizzarsi il più possibile i propri mercati effettuando: accordi tra

imprese, rapporti con sindacati forti che stabilizzano il costo del lavoro, la pubblicità che stabilizza i consumi ecc.

La crescita della grande industria, ha avuto importanti conseguenze sociali. La produzione di massa ha richiesto: una

particolare organizzazione del lavoro, sono aumentate le funzioni di coordinamento e cresceva uno stato intermedio di

impiegati.

Al vertice vi sono i manager, che sostituiscono il proprietario nella gestione dell’impresa. Tuttavia è possibile che

proprietari e manager abbiano interessi differenti. I manager sono interessati a massimizzare i profitti nel breve periodo, che

consentono più dividendi, mentre i proprietari sono interessati alla crescita dell’organizzazione che conferisce loro, maggior

prestigio e potere.

Fra le conseguenze sociali bisogna indicare la concentrazione di potere di alcuni gruppi che mediano il possesso di

importanti azioni, controllano grandi industrie. Questi gruppi con le loro decisioni non sono in grado di condizionare

l’economia, ma hanno capacità di influenza politica, di orientamento dell’opinione pubblica, delle condizioni di vita delle

persone.

La legge antitrust ha l’obbiettivo di limitare questi accordi tra imprese, cercando di favorire la libera concorrenza.

2.2 MERCATO E GERARCHIA: L’IMPRESA-RETE

Chandler ha studiato le origini della grande impresa, individuandola nella società ferroviaria. La grande impresa ha

internalizzato attività che prima erano svolte dalle piccole imprese indipendenti.

Mercato e organizzazione (o gerarchia) possono essere pensate come alternative che dipendono dai costi di transizione. La

transizione può essere complessa: per esempio può riguardare una fornitura dilazionata nel tempo e che richiede

aggiustamenti in futuro, oppure i venditori ai quali ricorrere possono essere pochi o uno solo. In questo caso si hanno

comportamenti opportunistici del venditore, che basandosi sulla imperfetta informazione dell’acquirente, sfruttano in un

momento successivo vantaggi imprevisti: quando l’acquirente non può più tirarsi indietro o modificare il contratto.

In tal caso, a parità di altre condizioni diventi preferibile produrre invece di comprare, ovvero diventa preferibile la crescita

organizzativa, ovvero la gerarchia.

Con riferimento ai costi di transazione, si possono rilevare quali fattori, giochino a favore del coordinamento delle attività

tramite l’organizzazione, e quali a favore del coordinamento del mercato. Tali fattori possono essere sia economici che

sociologi: per esempio un network di relazioni sociali preesistenti, può favorire la reciproca fiducia e dunque, facilitando il

mercato. Tuttavia, anche senza la conoscenza diretta può essere garantita la correttezza negli affari.

È possibile dunque individuare molti meccanismi che spingono verso l’alternativa mercato o alternativa gerarchia, i quali si

combinano a seconda del contesto in cui l’azienda opera. Possiamo individuare delle condizioni che spingono a soluzioni

intermedie, a delle forme di coordinamento fra imprese che non sono di mercato, ma neppure direttamente organizzativa: si

parla infatti di quasi mercato o quasi organizzazione. Forme tipiche sono i consorzi, le joint-venture, il franchising.

Tuttavia la grande organizzazione tradizionale oggi è troppo rigida, si rende necessaria una maggiore attenzione a prezzi e

costi, con un controllo attento al volume di produzione e adattandosi alle differenti esigenze dei compratori. La grande

impresa a produzione di massa, si trova ora in difficoltà, appare così l’impresa-rete. Si tratta di una grande impesa che

coordina una rete di imprese minori, collegate da rapporti di quasi mercato o quasi organizzazione. Una condizione

importante è rappresentata dalla tecnologia, si devono infatti considerare gli effetti dell’applicazione della micro-elettrica ai

processi produttivi, e della telematica nel controllo dei sistemi di imprese. L’introduzione delle micro-elettrica consente di

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decentrare produzioni in imprese autonome, che si specializzano in una determinata lavorazione o componente. Per

telematica vale a dire l’uso combinato dei nuovi mezzi di comunicazione dell’informatica.

L’agile imprese-rete, che stabilisce network di produzione e di vendita variabile nel tempo, entrando in nuovi confini per

cercare condizioni di collaborazione favorevoli, è il nuovo grande attore economico sulla scena mondiale.

2.3 PERCHE’ NELL’INDUSTRIA CONTINUANO AD ESSERCI MOLTE PICCOLE IMPRESE

Se al centro dell’economia vi sono dunque grandi imprese, le piccole imprese non spariscono, anzi in certi casi ritrovano

spazio. Le industrie nazionali hanno differenti combinazioni di grandi e piccole imprese. L’industrializzazione, nel caso

italiano, ha toccato di più il nord, prevalentemente il nord-ovest, e in parte il centro del paese, dove si è sviluppata quasi

esclusivamente una industrializzazione diffusa; mentre nel sud gli insediamenti sono più rarefatti. Si conferma dunque

che l’industria italiana è dispersa.

Possiamo domandarci il motivo per cui continuano ad esserci molte piccole imprese, nonostante l’italia sia un paese

industrializzato.

Il punto fondamentale è rappresentato dall’orientamento delle piccole imprese nella specializzazione flessibile ossia: i modi

e il tipo di prodizione meno standardizzata, che tende a sostituire la produzione di massa.

Fra le condizioni che hanno permesso la crescita della grande industria, abbiamo considerato mercati di consumo

abbastanza ampi e standardizzabili. Le piccole imprese possono sopravvivere anzitutto nei mercati locali, dato che non

risentono della capacità di penetrazione della produzione di massa, che comporta alti costi di trasporto e difficoltà di

organizzare la distribuzione. Inoltre, le piccole imprese sono tipiche dei mercati di consumo ristretti, ossia altamente

specializzati: capi di abbigliamenti, prodotti alimentari “fatti come una volta”, i mobili, l’arredamento che trovano dunque

loro “nicchie di mercato”. Le nuove tecnologie micro-elettriche, permettono alle piccole imprese un sentiero di crescita

tecnologica, che permetti di conservare l’elasticità.

Secondo il modello del dualismo produttivo, i settori esposti all’incertezza, sono lasciati da parte delle grandi imprese, alle

piccole imprese più stabili; ma più in generale un’impresa maggiore può decentrare stabilmente lavorazioni semplici, che

possono essere realizzate a costi più bassi dalle piccole imprese. Questo decentramento produttivo, mira alla

compressione dei costi, che non deve essere confuso con il decentramento di specialità. Tale forma di decentramento,

prevede subfornitori specializzati in lavorazioni più complesse, per le quali una grande impresa non ha interesse ad

attrezzarsi, mentre per una piccola impresa, significa diventare un produttore specializzato, con tecnologie sofisticate.

Una produzione più diversificata, di piccola serie, richiede anche delle macchine adatte ai particolari bisogni dell’impresa

che produce un determinato prodotto che la caratterizza dalle altre.

Abbiamo individuato dunque per la piccola impresa la possibilità di operare autonomamente, oppure all’interno dell’orbita

di una impresa più grande, come componente del network di un’impresa-rete. Esiste però un’altra possibilità, che richiede

nuove tecnologie flessibili.

Invece di entrare nell’orbita di un’impresa più grande, le piccole imprese possono legarsi tra loro, formando sistemi di

piccole imprese. In questo caso le imprese formano catene di subfornitura, ma si tratta anche di imprenditori che realizzano

prodotti simili per imitazione: che utilizzando delle risorse comuni e combinandole, si ottiene una produzione che può

essere considerata complessiva, come una specie di paese-fabbrica. È il caso dei distretti industriali presenti nelle regioni

centrali e nordorientali dell’Italia.

2.4 I DISTRETTI INDUSTRIALI

Il concetto di distretto industriale, è stato introdotto dall’economista Alfred Marshall, per indicare e studiare queste forme

territoriali di divisione del lavoro fra piccole imprese con produzioni di piccola serie, in cui lo spazio dell’economia

contemporanea è aumentato.

I sociologi hanno cercato di spiegare perché alcune regioni (come Emilia, Marche, Veneto, Trentino. Friuli, Umbria), siano

state così capaci di sfruttare le nuove possibilità di specializzazione flessibile.

Le società locali che sono state in grado di sfruttare tali possibilità, sono caratterizzate da una fitta rete di città e cittadine

caratterizzate da trazioni spesso antiche di commercio, artigianato e piccola produzione, servizi bancari, amministrativi ecc.

il tutto cementato da forti idealità culturali e locali.

Proprio questo ambiente ha favorito conoscenze tecniche e commerciali, ossia un network di relazioni personali che

permettono una fiducia reciproca, per trattare insieme più facilmente, di affari.

Sono state dunque le città le attivatrici del processo, che hanno interagito con campagne, caratterizzate a loro volta da una

particola struttura sociale: quella della famiglia agricola autonoma, vale a dire proprietaria, affittuaria, mezzadrile, che

viveva in un podere isolato nella campagna.

Proprio la campagna ha fornito alle imprese operai che a casa avevamo imparato molti mestieri: gli imprenditori non sono

solo di origine urbana. Si può dire che questa società ha utilizzato in modo selettivo risorse culturali , che appartenevano al

loro patrimonio tradizionale, investendole in nuove possibilità economiche.

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I distretti industriali non sono una novità, ma per tenere il passo devono continuamente modernizzare i loro impianti e

migliorare la loro gamma di prodotti. In tutte le tipiche regioni italiane di piccole imprese, c’è stato il passaggio dalla

crescita estensiva (deriva da un crescente impiego di nuova manodopera, poco pagata che scarse attrezzature tecnologiche),

alla crescita intensiva ( con investimenti tecnologici che aumentano la produttività del lavoro, con paghe mediamente più

elevate).

Gli imprenditori hanno di fronte problemi più complicati, come per esempio: la tecnologia usata è diventata più complessa,

e si impara meno per imitazione del vicino e sono necessari maggiori capitali per gli investimenti. Se i distretti riescono a

resistere anche in tempi difficili, è grazie al gioco di squadra fra impese a livello locale, anche se più di prima si richiede

un’azione concordata fra attori pubblici e privati, per favorire attrezzature e beni di cui le imprese hanno bisogno come,

centri di ricerca, nuovi piani regolatori, ferrovie ad alta velocità ecc.

Da questo punto di vista lo sviluppo dei distretti è possibile se continua ad esserci un’impresa collettiva, che tuttavia, sarà

sempre più costituita consapevolmente: i distretti non crescono più “come funghi”.

2.5 PUNTI DI FORZA E DI DEBOLEZZA DELL’INDUSTRIA ITALIANA

L’Italia deve la sua industrializzazione a partire dal miracolo economico, in cui si basava sulla grande produzione meccanica

a automobilistica, sulle grandi opere di infrastruttura, e sull’edilizia. In questa fase sono state decisive le grandi imprese

pubbliche e private.

Successivamente il fenomeno più vistoso accanto alla ristrutturazione della grande industria, è stata l’industrializzazione

diffusa, anche chiamata l’industria del made in Italy per le sue esportazioni numerose. Infatti il nostro paese, è un grande

esportatore di tessuti tessili, dell’abbigliamento, di calzature, di prodotti di pelle, di mobilio, di gioielleria: tutti prodotti di

consumo durevole di piccola serie.

La criticità nasce dal fatto che i settori in cui l’Italia importa molto di più di quanto esporta, sono proprio i settori più

moderni dell’economia. Siamo infatti debitori nei settori più tipicamente di grandi industria (come autoveicoli,

elettrodomestici, chimica organica, elettronica di consumo, settori ad alta intensità di ricerca e di sviluppo). Ciò resta un

carattere critico per l’economia italiana.

3. FINANZA E PRODUZIONE

Per attività finanziaria si intende la raccolta di capitali per investimenti in imprese o per il fabbisogno dello stato.

3.1 AZIONI, AZIONISTI, IMPRESA

Un'impresa costituita come società per azioni dispone anzitutto dei capitali investiti dai suoi azionisti, i quali possono essere

anche membri di capitalisti proprietari: si parla allora di capitalismo familiare. Tuttavia le azioni possono essere anche

molto disperse fra i piccoli azionisti.

Non è necessario possedere più della metà delle azioni per controllare una società, basta in genere una quota molto inferiore.

Per public company si intende una società con proprietà delle azioni molto diffusa. Le azioni una volta emesse possono

essere comprate e vendute e la borsa è il luogo in cui questo avviene.

Quando si diffondono giudizi positivi nei risultati economici di un'impresa, molti cercheranno di comprare azioni e il loro

prezzo salirà, mentre scenderà invece in caso di cattive previsioni.

Oltre alle azioni, le società emettono un altro tipo di titoli per finanziarsi: le obbligazioni: sono debiti a lungo termine

remunerati a reddito fisso. L'interesse per i piccoli risparmiatori è garantirsi un reddito abbastanza remunerativo e

ragionevolmente sicuro. Il loro interesse è ben diverso da quello degli speculatori, i quali sono professionisti che

continuamente comprano e vendono titoli per guadagnare il cosiddetto mark-up: differenza tra prezzo di vendita di acquisto.

I piccoli risparmiatori, possono rivolgersi a enti di intermediazione finanziaria, come le SIM o i FONDI DI

INVESTIMENTO, che raccolgono i risparmi dei vari risparmiatori, differenziando l'investimento in obbligazioni e azioni,

che gestiscono per conto dei loro clienti rispondendo alle loro esigenze in termini di sicurezza e remunerazione. I fondi

comuni sono chiamati investitori istituzionali, : importanti attivatori e stabilizzatori dell'economia, con termini sociologi,

essi favoriscono il buon funzionamento dell'economia, ma anche l'integrazione sociale, perché diffondono fra le persone

fiducia nel sistema finanziario.

3.2 L'INTRECCIO FRA FINANZA E PRODUZIONE

Le banche sono imprese commerciali che raccolgono e prestano denaro. Per le loro necessità finanziarie, le imprese spesso

ricorrono a prestiti a breve/medio lungo termini effettuati dalle banche.

I rapporti tra le banche e imprese, è diversa nei vari paesi. Un tipo di banca è la cosiddetta merchant bank o banca d'affari.

Si tratta di istituti che collocano azioni e altri titoli di un'impresa, inoltre possono anche direttamente prestare denaro a lungo

termine e acquistare quote del capitale sociale di imprese diverse. I soggetti con cui queste banche entrano in relazione sono

rappresentate da imprese di medie e grandi dimensioni, ma tra i maggiori soggetti imprenditoriali che interagiscono negli

alti strati della finanza, sono le holding: grandi imprese conglomerate.

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Le conglomerate sono grandi imprese che ne controllano altre, attraverso partecipazioni azionarie. Una holding è una

società finanziaria che ha come funzione, non quella di produzione diretta, ma di controllare un insieme di altre imprese. Le

imprese controllate possono produrre cose simili, o avere produzioni collegate per tecnologia, o avere gli stessi canali di

distribuzione, ma possono essere anche molto diverse tra loro.

Si costituiscono così delle lunghe catene di imprese, ognuna delle quali possiede il controllo di un'altra, ottenendo così il

cosiddetto "effetto telescopio."

Gruppo è il termine più generico per indicare un insieme di imprese sottoposto al controllo diretto o indiretto di uno stesso

vertice, per mezzo di catene di partecipazioni. Una conseguenza importante nel creare un gruppo è che: da un lato

l'imprenditore può cedere o acquistare imprese allo scopo di rafforzare le funzioni produttive del gruppo, dall'altro può

sviluppare strategie finanziarie comprando e vendendo aziende per guadagnare sulla differenza di prezzo, ossia speculando.

Le merchant banks possono essere intermediari attivi per entrambe queste strategie.

I capitalismi nazionali hanno forme istituzionalizzate differenziate. Si sono distinte due forme tendenziali: quella

anglosassone (Inghilterra e USA) che ha conservato una maggiore regolazione del mercato, e quella europea (e giapponese)

dove l'intervento pubblico e la regolazione politica sono stati determinanti.

I due gruppi di paesi presentano molte differenza: l'economia dei paesi anglosassoni, è caratterizzata da un'ampia diffusione

delle quote proprietarie delle imprese e per l'indipendenza gestionale delle banche, che non possiedono azioni e non

partecipano ai consigli di amministrazione delle imprese: la separazione tra proprietà e gestione è dunque marcata.

In Europa invece, vi è un minor ricorso al mercato e per questo vi è la diffusione di partecipazioni in altre imprese, con la

formazione di gruppi detti "noccioli duri" di controllo, la partecipazione incrociata, la partecipazione delle banche nelle

proprietà delle imprese e la loro presenza nei consigli di amministrazione ecc.

Possiamo affermare che nel capitalismo privato italiano la proprietà è in generale più concentrata e la borsa più debole. E'

dunque un sistema che non è basato su molte public companies, ma neppure sui gruppi misti di controllo. Si tratta di gruppo

di controllo nelle quali sono diffuse le partecipazioni incrociate e gli effetti a telescopio.

I processi finanziari, pongono delicati problemi di controllo si tecnologici che politici in quanto grandi concentrazioni

industriali e finanziarie possono condizionare in modo pesante l'organizzazione della società nel suo insieme, d'altro canto

un efficiente sistema finanziario è essenziale al funzionamento dell'economia moderna.

4. LA NEW ECONOMY

Tutti i cambiamenti che si sono registrati sono avvenuti nello scenario della globalizzazione, vale a dire di mercati sempre

più a scala mondiale. Risulta necessario parlare decisive innovazioni tecnologiche, che portano alla nascita di una nuova

economia. Questa nuova economia è il settore delle tecnologie dell'informatica e della comunicazione ICT. Questo sta

diventando il settore trainante dell'economia e comprende: hardware, software, la televisione, i sistemi multimediali,

internet ecc. La diffusione è molto rapida e ciò comporta ad una potente accelerazione dei processi economici (in quanto per

esempio aumenta anche la possibilità di organizzazione a distanza) e del processo di globalizzazione. La novità più rilevante

è che oggi al centro dell'economia non c'è più la produzione di beni materiali, ma di beni immateriali. La conoscenza è

diventata davvero la fondamentale risorsa produttiva, e la ricerca stimola l'innovazione dei prodotti e dei processi in tutti i

settori produttivi.

4.2 CONSEGUEZE SOCIALI

Possiamo chiederci quali saranno le conseguenze sugli assetti della società. Non è facile rispondere in quanto siamo in una

fase di transizione. dobbiamo anzitutto aspettarci nuove distribuzioni del potere economico e politico.

Sui mercati diventati più veloci e instabili, i settori "mobili" sono più favoriti rispetto a quelli dove gli investimenti in

impianti fissi sono elevati e sono legati ad attività che diventano redditizia sul lungo periodo. In tutti i settori si cercano

forme di organizzazione più flessibile, proprio per questo il ricorso a produttori specializzati esterni è sempre più diffuso.

Secondo alcuni sociologi, con la new economy, è diventato più importante avere la possibilità di accedere ad un bene

piuttosto che possederlo: si può allora pensare a una società di persone che, espropriata di tutti i diritti di proprietà, diventa

dipendente da pochi e grandi gestori dell'accesso a ogni tipo di servizio a pagamento. Un'economia del genere, è regolata

dal libero mercato, in cui tende alla formazione di grandi monopoli: per questo è necessaria una adeguata politica antitrust.

Cambiamenti importanti si stanno verificando anche nella struttura sociale. Cambia in particolare la consistenza delle classi

sociali: gli operai tendono a differenziarsi maggiormente fra loro, nascono nuove figure dei lavoratori considerati "atipici",

ecc. Tuttavia questo non significa che diminuiscono le disuguaglianze sociali.

Non è sicuramente facile prevedere sul lungo periodo, il saldo di vantaggi e svantaggi della new economy in termini di

disuguaglianza sociale. Per esempio nel sistema americano, la new economy ha permesso di ottenere un certo equilibrio

sociale, capace di mantenere una crescita costante. Il sistema sembra però esposto a eventuali recessioni dell'economia.

Ci si può infine domandare se la flessibilità richiesta nello spostarsi da un lavoro a un altro, da città a città, sempre a rischio

di licenziamenti, abbia o meno conseguenze sulla loro interazione diritta.

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Sembra così diffondersi un senso di insicurezza, e che diminuisce anche la possibilità di dedicarsi a pratiche stabili di

interazione con altri, nella vita quotidiana: nascono nuove comunità virtuali di persone che la sera dialogano a distanza su

internet. 5. CONSUMO DI MASSA

Come affermò Smith “il consumo è il solo fine di ogni produzione”. Con l’aumento della produzione o meglio della

produzione di massa, il consumatore è sempre più apparso debole e isolato, non in grado di esprimere i suoi bisogni e

autonome preferenze rispetto all’offerta.

Un economista americano, osserva che il flusso di istruzioni su cosa e quanto produrre, non va in genere dal consumatore al

mercato al produttore (la cosiddetta sequenza ritenuta), ma dal produttore al mercato al consumatore (sequenza

aggiornata). Anche se le cose non sono così nette, le due sequenze esistono fianco a fianco, e spesso si invertono.

Il termine consumismo nasce per indicare “la ricerca di felicità attraverso l’accumulazione di beni di consumo”. Il tenore di

vita della popolazione aumenta, e con l’aumento della capacità di spesa, ma questa crescita può essere oggetto di delusione

o di critica. Possiamo domandarci se i consumi che aumentano, rispondano davvero a bisogni reali e se l’aumento di questi

“consumi inutili” erodono spazio alle cose realmente necessarie. Su queste domande si sviluppa lo studio del consumismo e

la sua critica.

Se si esce dal livello minimo di sussistenza, la valutazione di un bisogno o di un consumo può cambiare nel tempo.

Possiamo affermare che la pubblicità renda il consumatore una persona culturalmente e politicamente passiva. I

consumatori infatti, non costituiscono un pubblico dove si formano delle opinioni, ma piuttosto una folla, o meglio “una

massa” di persone fra loro isolate legate dagli stessi stimoli.

Solamente attraverso nuovi comportamenti mossi dal basso ottenuti dall’interazione sociale, e con l’azione collettiva

attraverso un conflitto culturale e politico, è possibile cambiare questo modello di consumo. (un caso tipico è il crollo del

consumo di tabacco, al quale hanno contribuito movimenti che evidenziavano gli effetti negativi del fumo a lungo termine,

gli atteggiamenti negativi di chi fuma in luoghi pubblici, ecc. Tali effetti si sono ottenuti nonostante l’opposizione di potenti

gruppi economici).

La comparsa della produzione flessibile, con un’offerta più differenziata a seconda delle domande dei clienti, potrebbe

essere interpretata come un maggior controllo da parte del consumatore, oppure come la risposta dei consumatori che,

consumano meno, ma stanno diventando culturalmente più esigenti.

Non è chiaro dunque come si evolveranno i consumi, vi sono due letture: c’è chi pensa al “mondo alla McDonald’s” fatto di

consumatori standardizzati, e chi all’opposto vede emergere nuovi “consumatori imprenditori” capaci di strategie personali

di consumo, e mutevoli stili di vita e attività lavorative.

6. CONSUMO COME COMPORTAMENTO COLLETTIVO

L’immagine del consumatore solitario non è sociologicamente corretta. A parità di reddito i consumi cambiano a seconda

della classe sociale, o della cultura di appartenenza, dunque il consumatore non è mai davvero solo. La spessa espressione

“folla solitaria” ci fa intendere il consumo come un comportamento collettivo, che può essere studiato come fenomeno

sociologo. Un tema al riguardo sono i meccanismi della moda. Un certo modo di vestirsi, o frequentare un certo locale

diventa di moda se si diffonde fra un numero crescente di persone. Tuttavia una moda è anche passeggiare ed è destinata a

essere sostituita da un'altra. Possiamo allora domandarci quali sono i maccanismi che spingono alla nascita di una tendenza

e successivamente al suo abbandono.

All’interno della moda possiamo individuare due esigenze contrastanti: la tendenza alla “fusione con il nostro gruppo” e “il

distinguersene individualmente”. La prima sicuramente, dà sicurezza e solleva da responsabilità di scelta personale, mentre

la seconda evidenzia l’esigenza di distinguersi dagli altri. Proprio per questo Simmel affermava che “la moda è un modello

dato e appaga il bisogno di un appoggio sociale e nondimeno appaga il bisogno della diversità”. Secondo Simmel le mode

vengono abbandonate da una classe superiore, nel momento in cui un’altri inferiore se ne appropria.

Spesso la moda non risponde a funzioni pratiche come ripararsi dal freddo o sentirsi comodi: questo conferma la natura

specifica della moda. Secondo Simmel vi sono anche “cambiamenti di moda” che appaiono insignificanti, come per

esempio il passaggio dal sigaro alla sigaretta.

Il potere della moda corrisponde dunque, all’indebolirsi delle grandi convinzioni, tenaci e incontestabili, dove trovano

sempre più spazio elementi effimeri.

7. CONSUMO E STILI DI VITA

Il consumo per i sociologi è una specie di linguaggio, con il quale si comunica con gli altri. Con questo linguaggio si

trasmettono messaggi con la funzione di definire appartenenze di un gruppo e dunque di differenziarsi da un altro.

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Considerano il consumo come stile di vita, si intende un insieme coerente e distinto di scelte di consumo, descrivendo anche

i modi in cui si consuma.

Fra gli studiosi di sociologia del consumo, Veblen parlò di “consumo vistoso”, considerandolo una componente essenziale

dello stile di vita di quella classe che chiama “classe agiata”.

Una classe agiata che elaborava stili di vita in cui il consumo inutile di risorse e di tempo in attività non produttive, veniva

esibito come prova di superiorità, come circondarsi di servitori, perdere al gioco d’azzardo, seguire gusti raffinati e costosi

nel vestire. Questo elenco si ritroverebbe nella vita moderna, ma modificato: per esempio un torneo cavalleresco, è

sostituito con la pratica dello sport, che richiede lunghi allenamenti.

Gli stili di vita sono differenziati e resti operanti da criteri di gusto, che sono impliciti nelle scelte e nei comportamenti

quotidiani delle persone, e non hanno bisogno di essere riconosciuto per essere attivi.

I gusti relativi all’alimentazione, nel modo di vestirsi, nell’arredamento, nell’uso della casa, sono consumi che non sono

soltanto e direttamente corrispondenti alla capacità di spesa, (anche se da questa sono influenzati) ma oltre alla posizione di

classe, sono influenzati dalla traiettoria tipica dei membri di una classe.

LO STATO E L’INTERAZIONE POLITICA

1. LO SPAZIO DELLA POLITICA

Nel linguaggio corrente politica è usato in senso ampio. È politica dell’azienda espandersi sui mercati, è politica

dell’associazione non discriminare gli immigrati. Il termine si riferisce a fini, obiettivi, scelte. In senso ristretto per politica

ci si riferisce a una sfera particolare della società, in termini sociologici, a un ambito istituzionale distinto, dove si trova lo

stato e la sua organizzazione, i partiti e le elezioni, i movimenti sociali e i gruppi di interesse. Fini e obiettivi ritornano con

l’idea che la politica, pur essendo un ambito istituzionale distinto, abbia a che fare con il governo, l’organizzazione e la

regolazione della società. L’azione politica tende a governare e regolare la vita in società. In questo senso la politica svolge

funzioni particolarmente delicate e importanti. Se si parla delle specifiche funzioni della politica, si capisce che non è facile.

Weber diceva “non vi è nessuna funzione che un’associazione politica non abbia una volta o l’altra esercitata, né alcuna di

cui si possa dire che essa l’abbia sempre esercitata, ossia che sempre ed esclusivamente appartenga alle associazioni definite

come politiche”. Una soluzione è trovata considerando piuttosto che i fini della politica, i mezzi di cui dispone. Questa ha

una natura “pericolosa”.

Spesso si dice che chi fa politica cerca il potere e la politica stessa è l’esercizio del potere. Bisogna distinguere 3 tipi ti

potere e individuare un potere politico. Possiamo distinguerli con riferimento alle risorse di cui un’organizzazione dispone.

Il potere economico è di chi, possedendo certi beni materiali o risorse, induce chi non li possiede ad accettare una

determinata condotta; il potere ideologico riguarda la capacità di influenzare i comportamenti della gente che hanno le idee

espresse da persone allee quali è riconosciuta un’autorità; infine il potere politico che può utilizzare una risorsa soltanto

sua: il controllo degli strumenti attraverso i quali si esercita la forza fisica. Da questo punto di vista Weber diceva che lo

Stato ha il monopolio dell’uso legittimo della forza. Questo non significa che la politica sia violenza o sopruso; significa che

chi detiene il potere politico ottiene il controllo della forza, della quale potrà disporre per fini e con motivazioni diverse,

anche sino a essere violento e tiranno.

Nella definizione di Weber si parla dell’aggettivo “legittima” che accompagna la “forza”: un potere legittimo si trasforma

in autorità.

Il monopolio dell’uso legittimo della forza significa due cose. La prima: lo stato sottrae a qualsiasi gruppo l’uso della forza;

questo è il primo e fondamentale modo in cui la politica regola la società. Il secondo: l’uso possibile della forza per ottenere

obbedienza. Il modo tipico consiste in comandi vincolanti, direttamente o indirettamente, per tutti: leggi, decreti,

disposizioni, provvedimenti, sentenze.

L’idea di una sfera sociale particolare implica dei confini rispetto al resto della società. I teorici distinguono la politica, e lo

stato, dalla società civile. Questo termine intende delle relazioni, istituzioni, associazioni che non sono politiche, ma

culturali o economiche. Le diverse sfere si condizionano a vicenda, le relazioni sociali nell’economia condizionano lo

spazio della politica, e i valori culturali a dare coerenza ultima alla società. Resta il fatto che la politica produce leggi e

comandi, riguardanti l’organizzazione e il governo della società rispettati da tutti o costretti con la forza. Bisogna allora

rilevare un punto importante. L’ambito regolato con leggi e governato con decisioni politiche può essere più o meno esteso,

in società e tempi diversi. È la stessa politica a fissare i propri confini. Un nuovo aspetto delicato di diffonde: la tendenza

della politica ad essere invadente nei confronti della società civile. L’economia, come ambito istituzionale autonomo

regolato dal mercato, è nato di recente. Il confine tra politica e economia e la regolazione politica dell’economia resta un

problema delicato.

La politica di totale controllo della produzione culturale e della vita privata degli stati fascisti, nazisti e comunisti sono

esempi della possibile invadenza della politica.

Se il potere politico è così significativo sancendo l’organizzazione della società, se lo Stato ha il “pericoloso” monopolio

della forza legittima e se la politica ha la tendenza ad essere invadente, il problema principale è quello dei limiti della

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politica. Impedire l’accumulazione di potere politico, economico e culturale, e differenziare diversi poteri e funzioni sono

stati riconosciuti come criteri fondamentali del buon governo. La riflessione che riguarda la natura del potere politico, la sua

concentrazione e le funzioni di governo si incrocia con l’idea della politica come esercizio della libertà. Sono stati i Greci a

sviluppare per primi questa idea.

Nella città-stato, la polis che dà il nome alla politica, la produzione economica era su base familiare, con la partecipazione

degli schiavi. Questa sfera privata delle relazioni familiari cominciò ad essere distinta dalla vita pubblica, un tipo di

relazioni chiamate politiche. Arendt sottolinea tre punti.

In primo luogo nella vita pubblica si decideva con la persuasione e la parola, non con la forza. Comandare e costringere

apparteneva al mondo della famiglia con il capofamiglia dal potere assoluto.

Secondo punto: la politica è la sfera della libertà in due sensi: non si è sottomessi, e se la famiglia è il regno della necessità,

con funzioni necessarie a mantenersi in vita, in politica ci si sente sé stessi, interagendo con gli altri per azioni liberamente

scelte.

Terzo punto: nella polis si è fra “eguali”, mentre i rapporti in famiglia sono fra “ineguali”. La polis è composta da eguali:

uomini egualmente non sottomessi da altri uomini.

Per molti aspetti queste prime idee greche della politica ci appaiono ingenue, ma l’idea di eguaglianza era staccata dalla

giustizia e solo legata alla libertà. Uomini liberi ed eguali erano solo pochi capifamiglia. La vita pubblica comprendeva poi

troppe cose rispetto a oggi. La questione importante è pero la prospettiva dalla quale si guardava il fenomeno della sfera

politica. L’attenzione qui non era al governo e alla forza legittima; era all’uso della parola e alla capacità di convincere con

l’esercizio della libertà.

Quindi si può parlare di due dimensioni della politica: una verticale, relativa al potere e al controllo; l’altra orizzontale, delle

scelte liberamente prese discutendo e convincendo. Istituzioni e interazioni politiche devono essere individuate in

riferimento a queste due dimensioni.

2. POLITICA E STATO

La politica moderna ruota intorno allo stato, ma questo non esaurisce la politica. Lo stato è un’organizzazione importante

perché è attraverso questo che viene istituzionalizzato, ovvero sottomesso a regole e disciplinato, il potere politico. In

questo senso è esso stesso una istituzione. Per Weber era un “impresa istituzionale”: un gruppo che statuisce regole e riesce

a imporle in determinati campi d’azione. Ciò che distingue lo stato è il “monopolio della coercizione fisica legittima”. È

questo che ne fa il gruppo politico. Sappiamo che Weber non definiva in positivo le funzioni della politica, con riferimento

ai fini, perché gli sembravano imprecise. Genericamente abbiamo definito le funzioni politiche come organizzazione e

regolazione della società nel suo insieme. Possiamo dunque considerare lo stato come un’organizzazione politica complessa

che governa, organizza e controlla una società stabilita in un certo territorio.

Stato moderno, o anche stato nazionale sono espressioni usate per indicare il tipo che ci è più familiare che ha preso forma

in Europa e si è diffuso altrove. Se torniamo indietro ci imbattiamo in una confusione e varietà di forme di potere coattivo:

imperi, città-stato, federazioni di città, gruppi di signori fondiari, Chiese, ordini religiosi, leghe di pirati, bande di guerrieri e

molte altre, in concorrenza fra loro per stabilire il controllo su un territorio e il predominio su altre organizzazioni. Lo stato

moderno si fece strada a fatica. Le tappe principali furono dopo il crollo dell’impero romano e l’epoca feudale, con la

concentrazione del potere fino allo stato assolutista, che superò la prima forma di stato post-feudale: lo stato dei ceti.

Dal punto di vista delle forme di organizzazione politica, il sistema feudale era un’organizzazione territoriale del potere

basata sulla fedeltà di un signore subordinato a un altro superiore che riceveva da questo diritti di sovranità su una terra e sui

suoi abitanti in cambio di prestazioni militari e tributi. L’aspetto politico consiste nel coordinamento a cascata del potere,

dall’imperatore verso re e feudatari, ognuno legato al superiore; si tratta di un coordinamento debole e decentrato, che lascia

molta autonomia, libertà d’azione ai singoli livelli. Inoltre, il rapporto del re rispetto ai suoi vassalli era un rapporto

contrattuale, tirato da una parte all’altra; quando il feudo divenne ereditario, l’autonomia del signore aumentò ancora.

Quanto alla Chiesa, in Europa si è arrivati a un’evoluzione verso uno stato teocratico dove sacerdoti detengono il potere

politico. La Chiesa era uno stato autonomo con possedimenti in Europa e soprattutto in Italia; un vescovo poteva essere

feudatario. Trento, per esempio, è stata retta da un principe-vescovo. La Chiesa sosteneva e legittimava l’imperatore,

incoronandolo, ma alla fine dell’anno mille Gregorio 7° rivendicò la supremazia del papa sull’imperatore e il diritto di

nominarlo e deporlo. Nel secolo successivo si arrivò a un compromesso. La Città del Vaticano è rimasta oggi un piccolo

stato teocratico.

Per quanto riguarda gli imperi si indicano i caratteri generali. Gli imperi sono grandi organizzazioni molto estesi.

Sottomessi a un potere centrale, i diversi popoli mantengono un’autonomia di governo. L’ordine è assicurato dalla forza

militare dell0imperatore che ricava tributi e altri vantaggi e dà vita a sistemi burocratici di controllo, assicura vie di

comunicazione, realizza infrastrutture, premettendo il governo pacificato di territori molto vasti. Esempi antichi sono gli

imperi egiziano, persiano, azteco, cinese, romano. 22

Nell’Europa di mille anni fa ci fu Carlo Magno che volle unire con un’autorità superiore i popoli d’Europa separati dopo il

crollo dell’impero romano. Il papa lo incoronò imperatore, a Roma, la notte di Natale dell’anno 800. La nuova istituzione,

chiama il Sacro romano impero, spostò il suo baricentro nell’area germanica e perse capacità di coordinare stati diversi

sempre più autonomi; già prima dell’anno 1000 Ugo Capeto fondò, nella parte occidentale, una dinastia di re che rifiutarono

la dipendenza dall’imperatore, chiamandosi “imperatori nel loro regno”; il titolo di imperatore fu conservato a lungo dagli

Asburgo; dopo la scoperta dell’America, Carlo V poteva dire, dalla Spagna che sul suo impero “non tramontava mai il

sole”; ma Voltaire nel ‘700 concludeva che quello che restava non era più “né scaro, né romano, né impero”.

La scomparsa definitiva di ogni traccia del Sacro Romano Impero non ha fatto scomparire questa forma di organizzazione

politica in Europa. Per esempio l’impero francese in era napoleonica, l’impero coloniale britannico, collegato anche allo

sviluppo del capitalismo mercantile e industriale, con lo sfruttamento del lavoro e delle materie prime dei popoli sottomessi.

3. CARATTERI DELLO STATO MODERNO

I caratteri dello stato moderno sono emersi nel tempo.

 Differenziazione. Lo stato moderno è un’organizzazione politica complessa che governa, organizza e controlla una

società stabilità in un certo territorio. Deve essere chiaro che lo stato non è la società. È vero che lo stato organizza

la società nel suo insieme. In principio, la contraddizione si risolve dicendo che lo stato regola in generale i

comportamenti dei cittadini, ma riconosce e tutela il loro diritto a perseguire fini privati e di interesse generale

associandosi liberamente.

In economia, per esempio, le leggi disciplinano i contratti e possono stabilire vantaggi fiscali a chi fa certi

investimenti, ma le imprese non ricevono ordini su quanto e dove investire. Analogamente, in materia di religione

lo stato non si sovrappone ai compiti spirituali. Questo carattere può essere definito differenziazione. La

differenziazione dello stato dalla società civile può essere più o meno accentuata: lo stato può regolare più o meno

in dettaglio l’attività libera e il mondo privato dei cittadini, esercitando potere politico, ma anche potere economico

e ideologico.

 Sovranità. Un secondo carattere attiene al potere di coercizione. Si tratta dell’uso legittimo della forza della quale

lo stato acquisisce il monopolio in un territorio. Uno stato che ha il controllo politico di una società, ovvero la

facoltà di governarla e organizzarla nel suo insieme, con il monopolio della coercizione legittima, è uno stato

sovrano. Lo stato non deriva da nessun altro ente o organizzazione la facoltà di governare una società, e non

spartisce con nessun altro questa facoltà. Non possono esistere due stato sullo stesso territorio, e la minaccia

conduce alla guerra.

 Centralizzazione. La centralizzazione è un carattere affermato progressivamente, con forti conflitti, come

superamento delle differenze di usi, leggi, modi di amministrare la giustizia, poteri autonomi di governo tipici del

sistema feudale. Il consolidamento dello stato comportò un’omogeneizzazione di regole e una centralizzazione del

potere politico: lo stato è diventato un’organizzazione unitaria, con un governo “centrale” e organismi “periferici”,

sottraendo autonomia alle province. L’esercizio di funzioni politiche in una società è derivato dagli ordinamenti

dello stato. I giuristi distinguono dagli stati unitari gli stati federali. Questi nascono da più stati che decidono di

cedere la loro sovranità a un ordinamento superiore che li comprende. Ciò comporta una ripartizione del potere

legislativo fra stato centrale e stati membri, e la riserva allo stato centrale di funzioni di politica estera e militare.

 Nazionalità e cittadinanza (appartenenza nazionale). Popolo è qualcosa di più di un semplice aggregato di

persone. Questo “di più” ha una dimensione politica e una culturale.

La prima riguarda il fatto che le persone sono cittadini di uno stesso stato, sono sottomessi al suo potere regolativo,

come titolari di diritti e doveri. La cittadinanza è l’insieme di diritti e di doveri che definiscono la condizione di

appartenenza a uno stato. La trasformazione dei sudditi in cittadini è fondamentale per lo stato moderno. Marshall

ha individuato tre fasi di sviluppo della cittadinanza. Prima si è affermata la cittadinanza civile, che riguarda i

diritti necessari alla libertà individuale: libertà personale, di parole, di pensiero, di fede, il diritto di ottenere

giustizia etc. Questo si afferma in Inghilterra nel 18° secolo. Nel secolo successivo si ha la cittadinanza politica

che riguarda il diritto di eleggere e di essere eletti, dunque di partecipare all’esercizio del potere politico. Infine, in

questo secolo, compare la cittadinanza sociale, che stabilisce diritti ad accedere a certi standard di consumi, salute,

istruzione, in modo da £vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società”.

La dimensione culturale di un popolo riguarda radici storiche, religiose, di costumi, di lingua. Queste radici sono

definite etniche. Una nazione è allora una comunità di appartenenza alla quale si sente legato un popolo che ha

comuni radici etniche e che continua a costruire la sua storia come comunità politica di cittadini che esercitano

liberamente loro diritti che riconoscono doveri reciproci. Lo stato moderno è dunque uno stato di cittadini che

appartengono a una stessa nazione. In questo senso è anche chiamato stato nazionale.

I due termini, politico e culturale, della nazionalità sono considerati come poli estremi di differenti modi di

espressione di questa in diversi stati. Un’identità nazionale può basarsi su forti radici etniche, oppure sull’idea di

nazione costruita come libero contratto politico fra cittadini, legati fra loro dal fatto di essere cittadini dello stesso

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stato. Nel secondo caso esistono differenze etniche fra i cittadini tutelate che appartengono alla società civile e non

allo stato. C’è sempre una tensione fra i due modi estremi chiamati nazione-ethnos e nazione-demos.

In Europa i due casi sono la Germania come nazione-ethnos e la Francia come nazione-demos. Per vedere la

differenza tra i due si considerano le leggi che concedono il diritto di cittadinanza agli stranieri. Francesi si diventa

imparando una lingua e una cultura, e ottenendo con facilità la cittadinanza politica; in Germania si nasce tedeschi

da genitori tedeschi e lo si diventa con difficoltà: stranieri residenti da molto tempo mantengono la posizione

giuridica di stranieri. Molte variabili influenzano le differenze.

 Legittimazione democratica. Non esiste stato nazionale moderno che non affermi di essere democratico,

né il governo può dirsi sovrano. Come dice la Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo”, che la esercita

sulla base di diritti politici riconosciuti a ogni cittadino. Questa sancisce il patto della convivenza fra cittadini e

viene modificata solo assicurando una larga approvazione. Democrazia è un regime politico basato sul consenso

popolare e sul controllo dei governanti da parte dei governati. Il punto è che oggi tutti gli stati hanno il bisogno di

dichiararsi democratici e di costruire istituzioni che consentano partecipazione e controllo politico ai governati.

Questo carattere è definito legittimazione democratica. Si devono stabilire però quali siano i caratteri che

distinguono uno stato come realmente democratico. Secondo il politologo Dahl, si può parlare di democrazia se le

istituzioni sono congegnate per garantire:

Libertà di associazione

 Libertà di espressione

 Diritto di voto

 Eleggibilità alle cariche pubbliche

 Diritto di competere per il sostegno elettorale

 Fonti alternative di informazione

 Elezioni libere e corrette

 Esistenza di istituzioni che rendono le scelte del governo indipendenti dal voto e da altre

espressioni di preferenza.

La nascita e l’affermarsi della democrazia è un tema importante per la sociologia. La prospettiva è stata quella di

considerare il processo di democratizzazione in rapporto alla capacità dei diversi paesi di rispondere alle sfide

sociali aperte. Bendix ha attirato l’attenzione sulle tradizioni politico-istituzionali dei diversi paesi. L’Inghilterra è

stato il caso classico di estensione graduale dei diritti di cittadinanza, mentre la Germania e la Russia sono casi di

un’incapacità di integrazione che ha condotto a forme politiche non democratiche. Moore ha sottolineato, invece, il

ruolo della struttura della classe preindustriale. Egli distingue tre casi: quello inglese, francese e americano in cui

borghesie robuste sostengono anche la democratizzazione; quello tedesco e giapponese in cui sono aristocrazie

agrarie tradizionali che spingono lo stato a un’industrializzazione, dando via a forme non democratiche; infine le

rivoluzioni contadine che anno condotto ai regimi comunisti in Russia.

L’opposto della democrazia è l’autocrazia, un regime in cui un dittatore o un gruppo detengono potere assoluto,

sopprimendo l’espressione del dissenso. La forma più tipica è il totalitarismo. I regimi totalitari sembrano

introdurre elementi democratici, ma ne negano la sostanza: un unico partito è ammesso, le assemblee sono

nominate o elette senza reali garanzie di libera espressione, un uso ampio e monopolistico di mezzi di

comunicazione assicura indottrinamento, non informazione. Oltre alla negazione dei diritti politici, si verifica

l’invadenza della politica nella società civile e nella sfera personale. I regimi totalitari si presentano come necessari

a salvare un corpo sociale malato. Come diceva Max Horkheimer “trascura il piccolo particolare che tali singoli

punti sono esseri umani con una propria sorte e un’esistenza unica”.

La nostra attenzione è andata spostandosi dall’asse verticale della politica verso quello orizzontale. I caratteri tradizionali

riguardavano la concentrazione del potere e il controllo che esercita; quelli più recenti indicano le scelte liberamente prese

discutendo e convincendo. Il riferimento alla democrazia individua la questione della legittimazione, che si porrà in termini

generali.

4. IDENTITÀ E INTERESSI: I DILEMMI DELL’AZIONE COLLETTIVA

4.1 PERCHÉ SI OBBEDISCE? IL PROBLEMA DELLA LEGITTIMAZIONE

Perché si obbedisce a leggi e comandi politici? Perché si temono le conseguenze della disobbedienza. Qualsiasi potere per

stabilizzarsi deve giustificarsi, deve indicare, cioè, delle ragioni per le quali chi è destinatario dei comandi ritenga che chi

comanda ha il diritto di farlo e che è giusto per lui obbedire. Il potere deve essere quindi legittimato. In quanto legittimato, il

potere si trasforma in autorità.

Si distinguono tre tipi di potere legittimo. 24

Il potere tradizionale si basa sulla credenza del carattere sacro delle tradizioni e del diritto a esercitare il potere da parte di

un signore designato in base alla tradizione; il potere carismatico si basa sulla credenza del carattere straordinario di un

capo, considerato un eroe o dotato di capacità esemplari; carisma significava “dono della grazia” e chi ha “carisma” ottiene

disponibilità a obbedire sulla fiducia che ispira come persona. Il potere razionale si basa sulla credenza che un certo

sistema di norme è valido: si obbedisce all’ordinamento impersonale, riconoscendo che chi occupa una posizione ne ha il

diritto perché nominato o eletto secondo criteri previsti dalle norme, e perché i suoi comandi sono nei limiti previsti dalle

norme.

La tipologia del potere legittimo di Weber individua dei tipi puri di questo. Weber pensava che le democrazie fossero basate

su forme razionali di potere, ma che lasciassero spazio a figure carismatiche, capaci di suscitare fiducia e adesione emotiva.

Questo garantiva governi stabili basati su un’ampia apertura di credito personale a un leader. Weber parlava di “democrazia

plebiscitaria” che se sarebbe meglio dire “democrazia con un leader”. Il termine “plebiscitario” richiama a un tipo di

adesione massiccia spesso senza garanzie democratiche nelle elezioni e nell’opinione pubblica. La tipologia di Weber però è

formale: non considera i comandi, i valori ai quali essi si ispirano e gli interessi che sollecitano.

La questione riguarda la distinzione tra il potere carismatico all’interno di istituzioni democratiche dal potere carismatico

totalitario. Per la Germania del suo tempo, Weber pensava che solo una democrazia plebiscitaria avrebbe lasciato spazio

all’innovazione contro la forza bloccante dei partiti e della burocrazia. Dopo aver nominato in modo plebiscitario il leader, i

suoi seguaci avrebbero dovuto “rinunciare alla propria anima”, ovvero sostenerlo per senso di dovere, lasciando a lui la

responsabilità e le conseguenze delle sue scelte, potendo alla fine del mandato valutare il suo operato e riconoscere se

meritasse ancora fiducia. Tutto questo lascia il confine tra democrazia e regimi non democratici.

La tipologia di Weber è uno strumento per l’analisi, ma va utilizzato con attenzione. Gli strumenti di Weber sono spostati

verso l’asse verticale del campo della politica. Poco spazio è lasciato all’idea di politica come libera autodeterminazione da

parte del popolo sovrano. Si deve spostare l’attenzione sull’asse orizzontale. I problemi e i modi della partecipazione

politica fanno porre una domanda: “Perché si prende parte a un’azione collettiva?”

4.2 PERCHÉ SI PRENDE PARTE A UN’AZIONE COLLETTIVA?

Quando si esce da una relazione la si può interrompere o farsi sentire per far valere il proprio punto di vista. Hirshman parla

di exit o voice. A seconda delle circostanze non entrambe le opzioni sono possibili. A volte si a exit che voice sono escluse:

è il caso di un regime politico totalitario.

Exit e voice non sono solo 2 opzioni di comportamento personale, ma anche due meccanismi di regolazione dei sistemi di

relazioni. Un’organizzazione che assiste all’uscita di suoi membri riceve una sollecitazione a considerare che cosa non va

nella gestione. Lo stesso accade con la protesta, quindi con la voice. Exit e voice sono due componenti fondamentali delle

libertà democratiche.

Exit è un meccanismo più tipico dell’economia: il modello puro del mercato di libera concorrenza mostra la tendenza

all’equilibrio di attori pronti ad adottare l’opzione exit. Non sempre tuttavia l’exit è la strategia più efficace. Nella realtà le

cose sono più complicate.

La voice è applicata in una relazione economica, ma è più tipica nelle relazioni politiche. La voice esprime in una relazione

un punto di vista politico, che consiste nel discutere e cercare di convincere. Il modello di Weber che immaginava per la

Germania era regolato da un meccanismo di exit. I modelli democratici adottano in genere forme più continuative di

partecipazione, di organizzazione e istituzionalizzazione della voice.

Rispetto alla exit, la voice ha almeno 3 caratteristiche importanti. Trasmette maggiori informazioni.

In secondo luogo l’effetto di decisioni di exit si tratta di decisioni che le singole persone prendono separatamente le une

dalle altre, su un interesse a breve termine. Nessuna di loro tiene conto di un “male pubblico” che può derivarne. La voice

invece mira a vantaggi ottenuti senza traumi, correggendo la situazione e investendo su un più lungo periodo.

La terza caratteristica è che, perché la voice sia efficace, deve essere espressa da un numero di persone che si uniscono;

l’efficacia dipende dalla possibilità di azione collettiva.

A questo punto si ha un paradosso. Si suppongono degli attori razionali che considerano i propri interessi in un rapporto

tra fini e costi. In cerci casi scelgono di intraprendere un’azione collettiva: comitati, manifestazioni in piazza. Ma perché

dovrebbero partecipare a un’azione collettiva se avrebbero gli stessi vantaggi anche non partecipando? Perché pagare

costi per un azione collettiva se comunque si avranno dei vantaggi? È il problema del free rider, ovvero del “libero

battitore”. Ci sono sempre free riders opportunistici, ma è evidente che le manifestazioni politiche e gli scioperi si fanno con

grande partecipazione. Si parla del “paradosso del votante”: perché andare a votare se il mio voto non sposta l’esito

elettorale?

Chi intraprende un’azione collettiva ha sempre una conoscenza limitata della situazione e ha una percezione sfuocata dei

suoi interessi. Sul lungo periodo le cose sono più confuse e gli stessi suoi interessi sul lungo periodo sono un processo

sociale al quale si partecipa sempre con altri. Questo significa che la politica tutela interessi che chi si impegna in un’azione

collettiva ritiene evidente, ma insieme costituisce delle identità collettive. Essa produce cioè programmi e idee che

giustificano fini e interessi collettivi di lungo periodo che servono per riconoscersi membri di una certa collettività, e

linguaggi per concordare l’azione collettiva. Quindi partecipare non è un costo, piuttosto è un valore perché sancisce

25

l’appartenenza a un gruppo, a un’associazione, allo stato; sancisce l’identificazione di una persona, in questo riconosciuta

dagli altri come membro di un gruppo.

Le identità collettive definite dalla politica rielaborano fra loro identità di interesse comuni a categorie di persone.

Un’identità politica ha anche l’effetto di produrre lealtà nei confronti della linea scelta per l’azione collettiva. La lealtà

contrasta l’exit e favorisce la voice.

5. LA PARTECIPAZIONE POLITICA

5.1 LA SCALA DELLA PARTECIPAZIONE

Nella democrazia la partecipazione politica è “il coinvolgimento dell’individuo nel sistema politico a vari livelli di attività,

dal disinteresse totale alla titolarità di una carica politica”. Si individua una scala: più si sale meno sono le persone che

partecipano a quel dato livello. Si identificano le variabili che influenzano la partecipazione, a diversi livelli: età, genere,

professione, reddito, religione etc.

Votare è la forma di partecipazione più diffusa, influenzata da molte condizioni. Per esempio diversa è l’affluenza al voto se

il voto è obbligatorio o no. Il Belgio (dove votare è obbligatorio), l’Olanda, l’Austria sono i paesi dove si registrano più

votanti. Negli Stati Uniti, dove l’elettore non riceve a casa il certificato elettorale, ma se vuole deve registrarsi presso gli

uffici, si raggiunge a stento il 60%. La registrazione era introdotta per combattere i brogli, ma poi si è prestata a abusi, come

scoraggiare la popolazione di colore dall’esercitare i propri diritti: i datori di lavoro potevano negare il permesso di

assentarsi per andare ad iscriversi. Di recente, una nuova legge ha consentito di registrarsi al momento in cui si registra la

propria auto.

Ai gradini successivi compaiono forme associative e le organizzazioni politiche. I partiti politici sono associazioni di

cittadini. I partiti competono fra di loro per sostenere candidati alle cariche pubbliche e per promuovere determinate idee e

interessi nell’esercizio del potere politico. Altre associazioni e organizzazioni hanno un’attività politica più specifica. Si

parla allora di gruppi di interesse o anche di gruppi di pressione. Un sindacato di lavoratori o l’Unione industriale hanno

compiti di rappresentanza degli interessi degli associati, ma agiscono anche come gruppi di pressione sulla politica,

sostenendo la formazione di una legge o un candidato alle elezioni. I partiti e i gruppi di pressione con attività politica sono

indicati come organizzazioni politiche, gli altri gruppi di pressione come organizzazioni semi-politiche.

In cima alla scala ci sono coloro che ricoprono una carica politica. Oggi le cariche politiche si raggiungono attraverso

elezioni, esempi limitati di altri metodi sono in Inghilterra dove è ereditaria la partecipazione alla Camera dei Lord, in Italia

alcuni senatori a vita nominati dal P.d.R. In linea di principio tutti sono eleggibili alle cariche politiche, con il solo vincolo

di età e che non abbiano commesso gravi reati. In realtà il gradino più alto è difficilmente raggiungibile, tanto più quanto si

tratta di cariche negli organi centrali, piuttosto che in quelle locali. È rilevante l’influenza del genere, dell’istruzione, della

professione, dell’etnia. Le variabili per accedere alle cariche politiche dipendono anche da capacità, reti di relazione, risorse

di potere, carriere culturali o economiche prossime al potere politico.

5.2 COMPORTAMENTO DI VOTO: UNA TIPOLOGIA

Si può costruire una tipologia del voto sulla base delle caratteristiche formali della relazione che lega votante e votato.

Il primo tipo è il voto di opinione. Nella retorica tutti i voti sono di opinione: tutti i partiti chiedono agli elettori un voto

ragionato, sulla base di un programma. In realtà pochi elettori conoscono bene un programma. Si ha comunque un voto di

opinione se questo è orientato da una scelta fra programmi diversi e da una valutazione del proprio interesse come parte di

un obiettivo collettivo. Chi ha questo comportamento di voto è esposto ai mezzi di comunicazione di massa, e al modo in

cui questi diffondono la discussione politica; il voto d’opinione è dunque incerto, e può trasferirsi con relativa facilità da un

partito all’altro. Si tratta di un voto formalmente razionale.

Si ha il voto di appartenenza. Esso testimonia e ribadisce un’identità. Si tratta del voto di appartenenti, per esempio, a una

classe o confessione religiosa, e lo si vota anche a prescindere da una valutazione degli obiettivi proposti: c’è una

disponibilità ad accettarli restando ferme le motivazioni di una identità alla quale non si può rinunciare. Si tratta di un voto

molto stabile.

Infine, il voto di scambio è una transazione, nella quale si ha un votante che avanza una richiesta personale e per la quale è

pronto a barattare il voto, e un candidato che ha la possibilità di soddisfare la richiesta. Si tratta di un voto personalizzato in

due sensi: chi lo offre non pensa il suo interesse come parte di un interesse collettivo, e il candidato che offre il favore non è

un partito, ma un candidato ben visibile del quale ci si può fidare (si parla anche di voto clientelare). Si tratta quindi di un

voto pronto a cambiare da un’elezione all’altra, da un candidato all’altro, a seconda delle convenienze.

Si possono avere combinazioni di tipi, ma uno di questi deve considerarsi prevalente. In generale è probabile una maggiore

volatilità del voto, e una crescita del voto di opinione. Negli Stati Uniti coloro che non si identificano con nessuno dei due

partiti americani e che votano valutando il singolo candidato e il proprio programma sono passati dal 24 al 401-5. Questo

indica una minor presa del voto di appartenenza. Quanto al voto di scambio esso è connesso a situazioni economiche

critiche con una disoccupazione diffusa e di lunga durata con scarsi controlli di legalità; è dunque presente in aree di

sottosviluppo e rappresenta una patologia del processo democratico.

26

5.3 “CLEAVAGES” SOCIALI E PARTITI POLITICI

Si riconoscono due principali attività dei partiti che riguardano il rapporto politica-società. La prima è la formazione e la

trasmissione della domanda politica: i partiti raccolgono e definiscono i problemi di una società, ne rappresentano i valori,

proteggono interessi e bisogni soddisfatti da leggi o altri provvedimenti vincolanti per tutti. La seconda è l’organizzazione

della delega politica: processo per cui i membri di una società si identificano con determinati partiti, considerandoli loro

rappresentanti nella selezione dei candidati a cariche pubbliche.

I partiti svolgono un ruolo attivo nella formazione della domanda politica: la domanda può essere anche sollecitata o

provocata. Essa ha comunque le sue radici nella società. Rappresentando nelle istituzioni i valori e gli interessi di differenti

gruppi sociali, i partiti svolgono una funzione di integrazione in società attraversate da molte “linee di frattura “.

L’espressione “linee di frattura” (in inglese cleavage) è ripresa dalla mineralogia, usata per indicare la proprietà di certi

minerali di rompersi in modi tipici e netti. Quattro linee di frattura sono nelle società al momento della costituzione degli

stati nazionali:

• Centro-periferia, relativa all’esistenza di diverse etnie e culture con basi locali diverse;

• Stato-chiesa, che ha importanza dalla rivoluzione francese, per problemi come il controllo dell’educazione di

massa;

• Città-campagna, interessi industriali e agricoli, in relazione a questioni come le tariffe per i prezzi dei prodotti

agricoli;

• Capitale-lavoro, il conflitto socioeconomico con l’affermarsi del capitalismo industriale.

I partiti sono nati per trasmettere la domanda politica che si formava su una delle due sponde di un cleavage particolare: i

partiti socialisti, come partiti del lavoro per esempio. In generale, i partiti fanno riferimento a più cleavages combinati fra

loro, rappresentando interessi di un fronte o dell’altro. Il conflitto socioeconomico è la linea di frattura che costituisce il

tradizionale asse sinistra-destra. Su questo asse si collocano due o più partiti che rappresentano domande di classi diverse.

I partiti compaiono in Inghilterra, con l’estensione del suffragio ai ceti commerciali e industriali. Prende forma il partito di

notabili. Costituiti su base locale, senza un’organizzazione superiore, si tratta di comitati per l’elezione di un rappresentante

che poteva permettersi di svolgere attività politica senza “vivere di politica”. Successivamente compare il partito di massa:

le prime organizzazioni sono i partiti socialisti.

Il partito di massa è legato alla mobilitazione della popolazione secondo cleavages sociali, che toccano masse, caratterizzate

da forti identità. Ciò comporta adesione associativa allargata, ideologie che sintetizzano gli obiettivi di lungo termine; per

agire con continuità, il partito costruisce un vasto apparato burocratico, tramite il quale mantiene il coordinamento con i

potenziali votanti.

Il partito di massa è ovunque in crisi. Diversi modelli cercano di individuare i cambiamenti, individuando nuovi tipi di

partito diversi. Il partito elettorale si contrappone a quello di massa perché non ha grandi burocrazie, ma ricorre a

professionisti di vari campi e si mobilita a scopi elettorali; fa appello a un voto di opinione con interessi di un elettorato

senza riferimento a una classe specifica.

Una struttura di classe più complessa, con confini più incerti fra le classi, ha influenzato i modi della rappresentanza

politica, ma ci sono altri fattori: cambiamenti nella comunicazione di massa, con un’audience più ampia.

GOVERNO E AMMINISTRAZIONE PUBBLICA

1. ISTITUZIONI DI GOVERNO

Nello stato moderno il governo della società si realizza attraverso poteri differenziati e distribuiti. A metà Ottocento diventa

lo schema di organizzazione istituzionale accettato da ogni stato progredito, per garantire libertà politica ai cittadini.

Lo schema distingue tre funzioni e poteri: il potere legislativo, relativo alla funzione di produrre leggi sui diritti e la

sicurezza degli individui; l’esecutivo, relativo alla loro concreta attuazione e alla tutela di interessi generali della

collettività; il giudiziario che risolve controversie tra privati e garantisce il rispetto della legge punendo chi li viola.

Perché ci sia libertà è necessario che il governo sia organizzato in modo che chi fa le leggi non sia anche quello che dà a

queste esecuzione.

La divisione dei poteri individua l’architettura istituzionale dei sistemi di governo moderni, in forme diverse nei diversi

paesi. Governo, usato in senso generale, indica l’insieme dei tre poteri; il termine però è anche usato per indicare

l’esecutivo, in un senso più ristretto.

Tutti i paesi democratici hanno oggi parlamenti eletti dal popolo, sedi della funzione legislativa. In Italia il parlamento è

composto dalla Camera dei Deputati e dal Senato e una legge è approvata dopo esserlo stata da entrambe. In Inghilterra,

accanto alla Camera dei Comuni, elettiva, sussiste la Camera dei Lords, alla quale si accede per diritto ereditario e per

nomina del sovrano. Questa camera, per questo, ha perso il potere legislativo: conserva solo alcune funzioni secondarie.

27

Si distinguono due fondamentali forme di governo: presidenziale e parlamentare. Nella prima, legislativo e esecutivo

sono distinti. Il popolo elegge tanto il parlamento quanto il presidente, ovvero il capo dell’esecutivo. Gli USA sono

l’esempio principale. Nella seconda forma di governo, il popolo elegge il parlamento, il quale esprime a maggioranza la sua

fiducia a un capo dell’esecutivo e al suo governo. Il governo resta in carica finché dura la fiducia. L’Italia, la Gran Bretagna

sono esempi di governi parlamentari.

La funzione giudiziaria assicura l’imparziale attuazione delle leggi in casi concreti, ed è organizzata da procedure e in

uffici distinti he assicurano gradi diversi di giudizio. Accanto alla magistratura ordinaria - divisa in civile per le

controversie tra privati, e in penale per i reati - si distinguono i giudici speciali, per esempio i tribunali amministrativi che si

occupano dei diritti e degli interessi legittimi dei cittadini violati dalla P.A. L’autogoverno della magistratura assicura

l’indipendenza di questa: in Italia, il Consiglio superiore della magistratura, eletto a maggioranza dagli stessi giudici, regola

le carriere e i trasferimenti dei magistrati; all’ordine giudiziario si accede per concorso, inoltre.

Nei casi concreti, la separazione delle funzioni in organi distinti non è mai netta. La libertà dipende più che da una rigida

ripartizione dei tre poteri, da meccanismi che consentono a organi investiti di poteri diversi di controllarsi e bilanciarsi fra

loro.

La Costituzione è la legge fondamentale di uno stato che stabilisce i diritti individuali e l’assetto dei poteri, alla quale tutte

le altre leggi devono conformarsi. La Corte Costituzionale può abrogare o bloccare l’emanazione di una legge perché non

conforme alla Costituzione. La Corte risolve anche i conflitti fra differenti poteri dello stato. Nel nostro ordinamento, la

funzione di controllo sugli altri poteri esercitata dalla Corte è bilanciata dai modi di elezione a giudice costituzionale: 5 dal

capo dello Stato, 5 dal parlamento e 5 da altri organi giudiziari.

I rapporti tra poteri possono sfociare in conflitti aspri. Un esempio famoso è il conflitto negli Usa tra Corte suprema, da un

lato, ed esecutivo appoggiato dal legislativo, dall’altro.

La corruzione politica è una malattia che ha toccato le democrazie negli ultimi decenni. Si tratta di una questione delicata

anche per i rapporti tra i poteri.

Nel vecchio ordinamento liberale e poi in epoca fascista, il pubblico ministero – il magistrato con il potere di iniziare

l’azione giudiziaria e che svolge la funzione di accusa – non apparteneva all’ordine giudiziario essendo un funzionario del

ministero della Giustizia. La sua azione, così, era influenzata dal ministro, dovendo sottostare alle sue direttive; molto

raramente venivano perseguiti e puniti illeciti compiti dall’esecutivo e da politici dei partiti al governo. Nel nuovo

ordinamento il pubblico ministero fa parte dell’ordine giudiziario, acquistando maggiore indipendenza. Da qui si sono

introdotte indagini sui rapporti tra mafia e politica, sulle deviazioni dei servizi segreti. Si sono allora attivati conflitti fra

magistratura e politica.

2. MODELLI DI GOVERNO

Nella versione iniziale il fulcro del sistema istituzionale era costituito dal potere legislativo. L’esecutivo doveva limitarsi a

“dare esecuzione” a principi e linee generali. La società civile rivendicava e garantiva così la sua autonomia.

Nel nostro secolo, invece le funzioni dello stato sono aumentate: si pensi alla regolazione dell’economia e lo sviluppo dei

sistemi di welfare. Uno stato più interventista richiede una produzione continua di norme, un loro coordinamento in un

programma complessivo. Tutto ciò richiede un forte indirizzo e una continuità di governo per periodi lunghi. Il fulcro del

sistema dei poteri si è spostato all’esecutivo, diventato il “motore” della macchina statale. I governi hanno oggi ampi poteri

di emanare norme e regolamenti nell’ambito di leggi generali, e sono diventati i principali proponenti di nuove leggi al

parlamento.

Bisogna porre il problema in modo distinto per il caso del governo parlamentare, o parlamentarismo, e per quello del

governo presidenziale, presidenzialismo.

Il classico caso di parlamentarismo è quello della Gran Bretagna, dove intorno alla metà del 900 l’esecutivo aveva raggiunto

la posizione centrale nel sistema. Nel modello Westminster di democrazia si verifica una fusione di esecutivo e legislativo.

Il governo è guidato dal leader di un partito di maggioranza compatto, che ha il sostegno della Camera dei Comuni.

L’attività legislativa è concentrata e centralizzata nell’esecutivo. Si parla di Cabinet-government. Al parlamento restano

funzioni di critica, controllo, educazione politica: l’opposizione prepara qui l’alternanza al governo in occasione di nuove

elezioni.

In questo sistema i partiti giocano un ruolo importante. Il partito che ottiene la maggioranza acquisisce il potere di

indirizzare tutta la politica legislativa e esecutiva: si parla anche di governo di partito (party government). Il monopolio in

questione si ottiene con elezioni periodiche e esistono partiti di opposizione poco influenti: in pratica sono influenti in Gran

Bretagna due soli partiti, quasi mai si ha governo di coalizione. Il partito esprime una responsabilità collettiva, che assicura

unità e continuità di governo. La stabilità dei governi e la relativa chiarezza sono i pregi principali del sistema. I collegi

elettorali sono uninominali: si elegge il solo candidato che ha ottenuto la maggioranza dei voti; in realtà è il partito che si

vota, con il suo programma. La grande maggioranza di rappresentanti in parlamento non avrà un vero potere esecutivo, ma

solo di controllo: una conseguenza inattesa del sistema è che la corruzione politica sparisce; i fenomeni di corruzione

politica sono infatti rari in Gran Bretagna, in paragone ad altri sistemi democratici europei.

28

Dall’altro lato si ha il sistema della democrazia consensuale. La Svizzera e il Belgio sono casi tipici. Questo sistema si

basa sul principio di non escludere le minoranze dall’elaborazione delle decisioni politiche. Si caratterizza per “grandi

coalizioni”, in cui tutti i maggiori partiti partecipano al governo, con una fiducia allargata. L’esecutivo svizzero è composto

di 7 membri e i posti sono divisi tra i 4 maggiori partiti in proporzione alla loro importanza secondo lo schema 2:2:2:1.

Nella composizione è rispettata la rappresentanza delle diverse lingue del paese. Si tratta di regole non scritte ma rispettate.

In Belgio è formalmente previsto, invece, che i ministri siano metà fiamminghi e metà francesi e il governo riunisce più

partiti fino a una maggioranza molto più alta del 50%.

In Svizzera i membri dell’esecutivo sono eletti dal parlamento per 4 anni e in tale periodo il parlamento non può presentare

mozioni di sfiducia. Potere esecutivo e legislativo diventano più indipendenti: il parlamento è libero di valutare severamente

progetti di legge, non essendo responsabile della permanenza dell’esecutivo. In Belgio l’esecutivo dipende continuamente

dalla fiducia di un insieme di partiti e si stabilisce una contrattazione fra esecutivo e parlamento. I governi in Belgio hanno

una breve durata, solitamente.

Per capire la formazione di sistemi istituzionali così differenti, bisogna rifarsi alle basi sociali della politica. Svizzera e

Belgio sono paesi con importanti differenze etniche, linguistiche e religiose che si sommano a differenze economiche. La

politica si è organizzata su più linee di frattura, allora. La Gran Bretagna è una società più omogenea, dove i due maggiori

partiti (conservatori e laburisti) esprimono il solo cleavage socioeconomico.

La democrazia non può tollerare minoranze senza rappresentanza. La situazione è pericolosa se minoranze linguistiche,

religiose, etniche sono sempre escluse dalla partecipazione al governo: finirebbe per venir meno la loro lealtà alle

istituzioni. Una soluzione è associarle a governi di grande coalizione. Il sistema elettorale è in questi casi di tipo

proporzionale. Così si rischia però sull’efficienza del governo, ma si evitano delle “dittature” della maggioranza e dei

conflitti in paesi a base sociale composita (con differenti culture).

Sulla base della Costituzione del ’48, anche quello italiano è un caso di governo parlamentare con un esecutivo debole in

rapporto a un parlamento con ambia iniziativa legislativa. Un sistema elettorale proporzionale, per rappresentare una società

molto diversificata, ha portato alla necessità di governi di coalizione. Questo ha avuto la conseguenza di indebolire l’azione

di governo con esecutivi di breve durata. Un’altra particolarità è il bipartitismo imperfetto. L’elettorato, negli scorsi

decenni, era polarizzato attorno alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista, che però non raggiungevano da soli il

50%+1 necessario per governare. Inoltre il Pci non era riconosciuto come possibile alleato di governo, a causa della sua

ideologia vicina all’Unione Sovietica. La conseguenza era che non si potevano formare coalizioni intorno al Pci, alternative

alla Democrazia Cristiana. Quest’ultima rimase per decenni al governo. Il bipartitismo imperfetto ha irrigidito la politica

italiana limitando il ricambio dei vertici del potere politico.

Negli anni 70 e 80 il sistema politica italiano evolve verso un modello consociativo, si tratta di un “consociativismo

imperfetto”. Non si formano infatti governi di grande coalizione, il Pci resta all’opposizione, ma si diffonde la pratica di

decisioni di distribuzione di risorse concordate fra maggioranza e opposizione. La funzione di controllo ne risulta

indebolita, diminuisce la chiarezza di formazione delle decisioni. Fra le conseguenze sull’azione del governo si avrà una

forte crescita della spesa e del debito pubblico. Bipartitismo imperfetto, prima, e consociativismo imperfetto, poi, hanno

lasciato spazio alla corruzione politica.

Nel caso del presidenzialismo, di cui quello americano; il presidente, capo dell’esecutivo, è eletto dal popolo. I poteri

esecutivo e legislativo sono nettamente divisi. Anche negli Usa esistono partiti (repubblicano e democratico), e i presidenti

sono presentati come candidati dai partiti. I partiti, in realtà, organizzano poco l’elettorato. Il Presidente e il Congresso

hanno le radici in due sfere diverse. La sfera o la base elettorale a cui si rivolge il presidente è la popolazione, raggiunta

senza passare per i partiti, e della quale può osservare le tendenze con i sondaggi. Il Congresso, che nonostante l’aumento

dei poteri dell’esecutivo mantiene autonomia grazie alla separazione dei poteri, affonda le sue radici nelle diverse

circoscrizioni elettorali e nei gruppi di interesse, detti Pac (political action commettees) che sostengono i candidati a loro

favorevoli. Gli eletti rappresentano gli interessi della loro circoscrizione. I Pac finanziano i candidati di una circoscrizione

raccogliendo denaro anche all’esterno di questa, muovendosi con grande autonomia.

Molte corporation agiscono formando propri Pac. I partiti tradizionali hanno ridotto autonomia e capacità di svolgere le loro

funzioni di organizzazione della domanda politica e della delega. Il quadro che ne emerge è, da un lato una presidenza con

poteri accresciuti che si rapporta al popolo tramite sondaggi e prende decisioni politiche; dall’altro un parlamento infiltrato

da poteri poco controllabili, che sfidano l’assetto della rappresentanza popolare per circoscrizioni.

In conclusione, emerge un rischio che vale per ogni tipo di assetto istituzionale. La partitocrazia: l’eccesso di potere dei

partiti può mettere in crisi un corretto funzionamento democratico delle istituzioni di governo, ma l’eccessiva debolezza dei

partiti non permette una buona organizzazione e un buon coordinamento delle stesse.

3. LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

3.1 L’ATTIVITÀ AMMINISTRATIVA

Leonard D. White, autore del primo manuale per lo studio della P.A., la definiva così: “La pubblica amministrazione

consiste in tutte quelle operazioni, che hanno come scopo il compimento o la realizzazione della politica pubblica. Questa


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Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze economiche
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