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Cap. 2 Flessibilità del lavoro e occupazioni instabili

Il sistema delle flessibilità tra mercato interno ed esterno

La crisi della grande impresa manifatturiera segna anche quella del modello produttivo e organizzativo cui deve il suo sviluppo: il fordismo, cioè la produzione in grande serie di beni standard, e il taylorismo, cioè la divisione del lavoro in mansioni semplici e ripetitive. Il successo di questo modello è stato talmente forte che si è esteso fino alle grandi organizzazioni di servizi.

La crisi del taylor-fordismo

L’organizzazione fordista della produzione e quella taylorista del lavoro cominciano a mostrare i propri punti deboli prima che si diffondano le macchine utensili a controllo numerico, i robot o la gestione informatizzata dei magazzini, poiché la conflittualità sindacale e spontanea sui temi dell’organizzazione del lavoro esplode alla fine degli anni ’60; quando poco dopo si comincia a parlare di “piccolo è bello”, il riferimento è relativo alla piccola impresa tradizionale.

Lo sviluppo di nuove tecnologie si spiega proprio con la necessità di uscire da una situazione di crisi del sistema industriale nei paesi economicamente avanzati, che nasceva dalle nuove esigenze poste dai mercati di sbocco. Spesso si parla di instabilità dei mercati attribuendone le responsabilità alla sempre maggiore concorrenza internazionale, soprattutto da parte dei paesi di nuova industrializzazione a basso costo del lavoro.

L’economia dell’appropriatezza

Il prezzo è percepito come indicatore di qualità e prestigio e cessa di essere strumento di previsione del mercato per le imprese, poiché una sua riduzione rischia di frenare, invece che stimolare le vendite. Si affermano i nuovi principi dell’economia dell’appropriatezza; è importante produrre i beni e i servizi “appropriati” nel tempo e nel luogo in cui sono richiesti dal mercato. L’efficienza di un’impresa si misura quindi sulla prontezza di risposta agli impulsi del mercato, quando non addirittura sulle capacità di anticiparli.

Lo sviluppo dell’impresa flessibile si deve senza dubbio all’impiego di macchine polivalenti e programmabili, che grazie all’elettronica consentono di ottenere un’elevata variabilità dei prodotti in un processo continuo e di superare la tradizionale distinzione tra sistemi produttivi di piccola (automatizzandoli) e grande serie (rendendoli variabili). Ma essenziale è un uso flessibile delle risorse umane, completamente diverso da quello della grande impresa taylorista.

Lavori atipici

Si definisce lavoro atipico o lavoro non standard quel lavoro che non ha le caratteristiche proprie del lavoro standard, ossia:

  • Subordinazione ad un solo imprenditore
  • Contratto a tempo indeterminato
  • Protezione contro la perdita del lavoro
  • Impegno a tempo pieno
  • Integrazione in un’organizzazione produttiva

Forme di lavoro atipico

Non sono considerati in senso stretto lavori atipici quelli indipendenti, sebbene spesso la frontiera tra lavoro dipendente e indipendente sia molto incerta. Viene considerato lavoro atipico il subappalto quando è svolto nella forma di subfornitura, in cui non c’è relazione tra i lavoratori dell’impresa appaltatrice e l’impresa appaltante.

Particolari forme di lavoro considerate atipiche risultano lo staff leasing, cioè gruppi di lavoratori assunti con un contratto a tempo indeterminato dalle agenzie private e inviati a svolgere funzioni pienamente integrate nell’organizzazione dell’impresa committente. La legge 30 del febbraio 2003 ha introdotto anche il contratto a zero-ore o lavoro a chiamata, che prevede di corrispondere un’indennità al lavoratore a fronte della sua disponibilità a svolgere una prestazione lavorativa saltuaria.

Nel lavoro interinale i lavoratori sono assunti quasi sempre a termine da agenzie di lavoro temporaneo e sono poi inviati in missione per qualche giorno o qualche mese presso imprese che li utilizzano come fossero propri dipendenti, senza avere con loro alcun rapporto di lavoro, poiché l’unico contratto è quello di fornitura che stipulano con le agenzie. Il lavoro interinale è il caso più flessibile di lavoro atipico, poiché oltre ad esserci temporaneità del rapporto c’è anche una relazione trilaterale tra lavoratore, agenzia e impresa.

Quelli a domicilio sono invece lavoratori subordinati, benché retribuiti “a pezzo” e non “a tempo”, e persino fisicamente esterni all’impresa, alla cui organizzazione sono però legati. Infine nel lavoro a tempo parziale manca il requisito del tempo pieno e nel lavoro a tempo determinato quello del rapporto senza scadenze. Tra i lavoratori temporanei molti sono gli stagionali e non pochi i precari del pubblico impiego, ovvero gli insegnanti “supplenti” italiani.

Il lavoro a domicilio

Si tratta di attività ripetitive e dequalificate svolte principalmente da donne in settori manifatturieri a bassa tecnologia. Nei paesi europei più sviluppati, l’occupazione in questi settori si è ridotta grazie ad un aumento del livello di istruzione e al desiderio di avere un “vero” lavoro. Nei paesi arretrati invece il lavoro a domicilio è ancora fortemente presente.

Ma il caso della Gran Bretagna mostra come il lavoro a domicilio sia tornato a diffondersi nei ghetti urbani in cui si concentrano immigrati o minoranze etniche, le cui donne a causa della scarsa conoscenza della lingua locale si adattano a svolgere attività a domicilio nelle peggiori condizioni ambientali e mal retribuite. Anche in Italia si colgono delle similitudini, in particolare tra le comunità asiatiche.

Per quanto riguarda le lavoratrici a domicilio italiane quasi tutte risultano artigiani indipendenti o lavorano in nero. Circa il 3% degli occupati sono invece telelavoratori: questi sono normali lavoratori che operano per via telematica.

Tempo parziale e orari atipici

In quasi tutti i paesi sviluppati (ad eccezione dell’Italia) c’è stato un aumento del lavoro a tempo parziale. Tutto ciò si deve soprattutto al forte aumento nel settore dei servizi e in particolare quelli pubblici. L’anomalia nel caso italiano si può spiegare con la peculiare situazione del pubblico impiego dove è presente un tempo pieno ridotto cioè 6 ore al giorno continuative. La situazione non è cambiata quando è stato applicato l’orario spezzato (1 ora di pausa prevista da una legge del 1994). Con l’espansione dei grandi magazzini a metà anni ’90 si assiste ad una crescita del part time. È bene sottolineare che il part time non è considerato un lavoro atipico perché ha le stesse caratteristiche del tempo pieno.

I rapporti di lavoro temporaneo

Il lavoro temporaneo comprende:

  • Tutti i tipi di contratto a termine
  • Lavoro interinale

A fine anni ’60 nasce il lavoro temporaneo; fino a metà anni ’80 c’è stato un aumento del lavoro temporaneo e stabilizzazione per alcuni anni; a metà anni ’90 il lavoro temporaneo ha ripreso a crescere in maniera elevata facendo crescere a sua volta un sentimento di insicurezza tra i lavoratori legato anche all’alto livello di disoccupazione.

La resistibile ascesa del lavoro instabile in Italia

In Europa l’aumento più forte del lavoro temporaneo/instabile negli anni ’90 è quello dell’Italia. Il peso dell’occupazione instabile cresce anche prima del “Pacchetto Treu” (1997) che introduce il lavoro interinale, riforma l’apprendistato e agevola il part time. Infatti, la crisi che va dal 1993 al 1995 riduce l’occupazione permanente del 5%, mentre l’occupazione temporanea cresce in maniera consistente perché le poche imprese che assumono preferiscono ricorrere a rapporti a tempo determinato.

L’effetto incertezza prosegue fino al 1997. Dal 1998 le imprese assumono in maniera consistente poiché possono contare sia sulla nuova legge sull’apprendistato, che lo estende ai giovani fino a 29 anni, che sul lavoro interinale. L’apprendistato prevede principalmente l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani a scopo formativo (ma non è sempre e solo così). Grazie agli incentivi previsti nel 2001/2003 le imprese assumono a tempo indeterminato un lavoratore che ha dimostrato buone capacità nel periodo di lavoro instabile.

La diversa diffusione nei paesi europei

Dagli anni ’80 in tutti i paesi europei i governi hanno assunto un orientamento più favorevole verso il lavoro temporaneo e le altre forme di lavoro atipico. Questi governi hanno adottato varie misure per definire e regolare i rapporti a tempo indeterminato e interinali con lo scopo di ampliare le possibilità di impiego da parte delle imprese che hanno bisogno di flessibilità. In entrambi i casi è garantita la protezione sociale che però rimane solo formale, cioè senza attuazione pratica.

I motivi del ricorso al lavoro temporaneo

Secondo un’indagine il lavoro temporaneo costituisce un importante elemento di flessibilità per le imprese industriali e terziarie. C’è una forte relazione tra ricorso a lavoro temporaneo e dimensione dell’impresa. Infatti, il ricorso al lavoro temporaneo aumenta al crescere delle dimensioni dell’impresa.

Quanto ai motivi dichiarati dai lavoratori temporanei, in alcuni paesi europei è rilevante la quota di giovani (15-24 anni) assunti con contratti temporanei a scopo formativo. In Italia i contratti di formazione lavoro sono stati introdotti nel 1984 per favorire l’assunzione dei giovani. Questo rapporto atipico era diventato il modo prevalente per assumere giovani dai 20 ai 24 anni, mentre l’apprendistato era previsto sino ai 19 anni. Dopo la riforma Treu del 1997 i contratti di formazione lavoro vanno scemando a favore di una diffusione dell’apprendistato oltre i 19 anni.

La gavetta dei lavoratori temporanei

Il frequente uso dei rapporti di lavoro temporanei viene considerato come un lungo periodo di prova. I programmi di formazione che accompagnano tali contratti (di formazione lavoro, apprendistato, ecc.) diventano presto solo formalità, mentre le assunzioni si concentrano nelle piccole imprese, soprattutto industriali, per mansioni operaie. Attività irregolari, apprendistato, lavoro temporaneo, contratto di formazione lavoro: questa è la lunga “gavetta” che parecchi giovani a bassa istruzione devono sopportare prima di trovare un lavoro a tempo indeterminato.

L’esistenza di un vasto precariato giovanile è confermata dalla concentrazione tra i giovani anche dei lavori temporanei non a fini formativi. L’occupazione a tempo è più diffusa tra le donne e questo tratto in Italia presenta maggior rilievo. L’età caratterizza tutti i rapporti a tempo determinato; che il lavoro temporaneo interessi per lo più i giovani è particolarmente evidente per i maschi. In Italia la percentuale di lavoro temporaneo degli adulti è in linea con la media europea, mentre tra i giovani non vi sono percentuali elevate. Quindi, possiamo affermare che la minore presenza del lavoro dipendente a tempo determinato in Italia si deve essenzialmente alla scarsa diffusione tra i giovani.

Il lavoro temporaneo è sempre involontario?

La stragrande maggioranza di chi ha un lavoro temporaneo dichiara di svolgerlo perché non ha trovato un’occupazione permanente. La proporzione di lavoro temporaneo involontario è maggiore nei paesi con un più alto tasso di disoccupazione e indagini dirette confermano come questo tipo di rapporto sia per lo più accettato soltanto in mancanza di un’attività stabile.

Vi sono però anche i lavoratori volontari: ad esempio gli stagionali occupati nelle attività più redditizie (turismo), i giovani che non vogliono fare lavori di basso livello e i lavoratori professionalmente forti, che vivono rapporti temporanei quasi come fossero attività indipendenti. Proprio per quanto riguarda questa figura osserviamo che in un paese più è basso il livello di istruzione e più è alto il tasso di lavoro temporaneo.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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