Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

nell’organizzazione dell’impresa committente. La legge 30 del febbraio 2003 ha introdotto anche il contratto

a zero-ore o lavoro a chiamata, che prevede di corrispondere un’indennità al lavoratore a fronte della sua

disponibilità a svolgere una prestazione lavorativa saltuaria.

Nel lavoro interinale i lavoratori sono assunti quasi sempre a termine da agenzie di lavoro temporaneo e sono

poi inviati in missione per qualche giorno o qualche mese presso imprese che li utilizzano come fossero

propri dipendenti, senza avere con loro alcun rapporto di lavoro, poiché l’unico contratto è quello di fornitura

che stipulano con le agenzie.

Il lavoro interinale è il caso più flessibile di lavoro atipico, poiché oltre ad esserci temporaneità del rapporto

c’è anche una relazione trilaterale tra lavoratore, agenzia e impresa.

Quelli a domicilio sono invece lavoratori subordinati, benché retribuiti “a pezzo” e non “a tempo”, e persino

fisicamente esterni all’impresa, alla cui organizzazione sono però legati.

Infine nel lavoro a tempo parziale manca il requisito del tempo pieno e nel lavoro a tempo determinato

quello del rapporto senza scadenze. Tra i lavoratori temporanei molti sono gli stagionali e non pochi i precari

del pubblico impiego, ovvero gli insegnanti “supplenti” italiani.

2.2. IL LAVORO A DOMICILIO

Si tratta di attività ripetitive e dequalificate svolte principalmente da donne in settori manifatturieri a bassa

tecnologia.

Nei paesi europei più sviluppati, l’occupazione in questi settori si è ridotta grazie ad un aumento del livello

di istruzione e al desiderio di avere un “vero” lavoro.

Nei paesi arretrati invece il lavoro a domicilio è ancora fortemente presente.

Ma il caso della Gran Bretagna mostra come il lavoro a domicilio sia tornato a diffondersi nei ghetti urbani

in cui si concentrano immigrati o minoranze etniche, le cui donne a causa della scarsa conoscenza della

lingua locale si adattano a svolgere attività a domicilio nelle peggiori condizioni ambientali e mal retribuite.

Anche in Italia si colgono delle similitudini, in particolare tra le comunità asiatiche.

Per quanto riguarda le lavoratrici a domicilio italiane quasi tutte risultano artigiani indipendenti o lavorano in

nero.

Circa il 3% degli occupati sono invece telelavoratori: questi sono normali lavoratori che operano per via

telematica.

2.3. TEMPO PARZIALE E ORARI ATIPICI

In quasi tutti i paesi sviluppati (ad eccezione dell’Italia) c’è stato un aumento del lavoro a tempo parziale.

Tutto ciò si deve soprattutto al forte aumento nel settore dei servizi ed in particolare quelli pubblici.

L’anomalia nel caso italiano si può spiegare con la peculiare situazione del pubblico impiego dove è presente

un tempo pieno ridotto cioè 6 ore al giorno continuative.

La situazione non è cambiata quando è stato applicato l’orario spezzato (1 ora di pausa prevista da una legge

del 1994).

Con l’espansione dei grandi magazzini a metà anni ’90 si assiste ad una crescita del part time .

È bene sottolineare che il part time non è considerato un lavoro atipico perché ha le stesse caratteristiche del

tempo pieno.

2.4. I RAPPORTI DI LAVORO TEMPORANEO

Il lavoro temporaneo comprende:

- tutti i tipi di contratto a termine

- lavoro interinale

A fine anni ’60 nasce il lavoro temporaneo; fino a metà anni ’80 c’è stato un aumento del lavoro temporaneo

e stabilizzazione per alcuni anni; a metà anni ’90 il lavoro temporaneo ha ripreso a crescere in maniera

elevata facendo crescere a sua volta un sentimento di insicurezza tra i lavoratori legato anche all’alto livello

di disoccupazione.

2.5. LA RESISTIBILE ASCESA DEL LAVORO INSTABILE IN ITALIA

In Europa l’aumento più forte del lavoro temporaneo/instabile negli anni ’90 è quello dell’Italia.

Il peso dell’occupazione instabile cresce anche prima del “Pacchetto Treu” (1997) che introduce il lavoro

interinale, riforma l’apprendistato e agevola il part time.

Infatti, la crisi che va dal 1993 al 1995 riduce l’occupazione permanente del 5%, mentre l’occupazione

temporanea cresce in maniera consistente perché le poche imprese che assumono preferiscono ricorrere a

rapporti a tempo determinato.

L’effetto incertezza prosegue fino al 1997. Dal 1998 le imprese assumono in maniera consistente poiché

possono contare sia sulla nuova legge sull’apprendistato, che lo estende ai giovani fino a 29 anni, che sul

lavoro interinale.

L’apprendistato prevede principalmente l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani a scopo formativo

(ma non è sempre e solo così).

Grazie agli incentivi previsti nel 2001/2003 le imprese assumono a tempo indeterminato un lavoratore che ha

dimostrato buone capacità nel periodo di lavoro instabile.

2.6. LA DIVERSA DIFFUSIONE NEI PAESI EUROPEI

Dagli anni ’80 in tutti i paesi europei i governi hanno assunto un orientamento più favorevole verso il lavoro

temporaneo e le altre forme di lavoro atipico.

Questi governi hanno adottato varie misure per definire e regolare i rapporti a tempo indeterminato e

interinali con lo scopo di ampliare le possibilità di impiego da parte delle imprese che hanno bisogno di

flessibilità. In entrambi i casi è garantita la protezione sociale che però rimane solo formale, cioè senza

attuazione pratica.

2.7. I MOTIVI DEL RICORSO AL LAVORO TEMPORANEO

Secondo un’indagine il lavoro temporaneo costituisce un importante elemento di flessibilità per le imprese

industriali e terziarie.

C’è una forte relazione tra ricorso a lavoro temporaneo e dimensione dell’impresa.

Infatti, il ricorso al lavoro temporaneo aumenta al crescere delle dimensioni dell’impresa.

Quanto ai motivi dichiarati dai lavoratori temporanei, in alcuni paesi europei è rilevante la quota di giovani

(15-24 anni) assunti con contratti temporanei a scopo formativo.

In Italia i contratti di formazione lavoro sono stati introdotti nel 1984 per favorire l’assunzione dei giovani.

Questo rapporto atipico era diventato il modo prevalente per assumere giovani dai 20 ai 24 anni, mentre

l’apprendistato era previsto sino ai 19 anni.

Dopo la riforma Treu del 1997 i contratti di formazione lavoro vanno scemando a favore di una diffusione

dell’apprendistato oltre i 19 anni.

2.8. LA GAVETTA DEI LAVORATORI TEMPORANEI

Il frequente uso dei rapporti di lavoro temporanei viene considerato come un lungo periodo di prova.

I programmi di formazione che accompagnano tali contratti (di formazione lavoro, apprendistato, ecc.)

diventano presto solo formalità, mentre le assunzioni si concentrano nelle piccole imprese, soprattutto

industriali, per mansioni operaie.

Attività irregolari, apprendistato, lavoro temporaneo, contratto di formazione lavoro: questa è la lunga

“gavetta” che parecchi giovani a bassa istruzione devono sopportare prima di trovare un lavoro a tempo

indeterminato.

L’esistenza di un vasto precariato giovanile è confermata dalla concentrazione tra i giovani anche dei lavori

temporanei non a fini formativi. L’occupazione a tempo è più diffusa tra le donne e questo tratto in Italia

presenta maggior rilievo.

L’età caratterizza tutti i rapporti a tempo determinato; che il lavoro temporaneo interessi per lo più i giovani

è particolarmente evidente per i maschi.

In Italia la percentuale di lavoro temporaneo degli adulti è in linea con la media europea, mentre tra i giovani

non vi sono percentuali elevate. Quindi, possiamo affermare che la minore presenza del lavoro dipendente a

tempo determinato in Italia si deve essenzialmente alla scarsa diffusione tra i giovani.

2.9. IL LAVORO TEMPORANEO È SEMPRE INVOLONTARIO?

La stragrande maggioranza di chi ha un lavoro temporaneo dichiara di svolgerlo perché non ha trovato

un’occupazione permanente. La proporzione di lavoro temporaneo involontario è maggiore nei paesi con un

più alto tasso di disoccupazione e indagini dirette confermano come questo tipo di rapporto sia per lo più

accettato soltanto in mancanza di un’attività stabile.

Vi sono però anche i lavoratori volontari: ad esempio gli stagionali occupati nelle attività più redditizie

(turismo), i giovani che non vogliono fare lavori di basso livello e i lavoratori professionalmente forti, che

vivono rapporti temporanei quasi come fossero attività indipendenti. Proprio per quanto riguarda questa

figura osserviamo che in un paese più è basso il livello di istruzione e più è alto il tasso di lavoro

temporaneo.

Inoltre in Italia e Gran Bretagna la percentuale di lavoratori temporanei è maggiore proprio tra i più istruiti.

Quanto all’occupazione, il lavoro è ovunque molto più diffuso tra le mansioni elementari oltre che tra quelle

agricole.

Esiste quindi sia pur in maniera minoritaria, una fascia di lavoratori temporanei molto istruiti e

professionalizzati. Il fatto che si tratti per lo più di giovani fa pensare ad una situazione transitoria, ma

potrebbe trattarsi di un nuovo fenomeno che comincia a manifestarsi anche tra gli adulti.

2.10. LAVORO TEMPORANEO E DISOCCUPAZIONE

Le attività temporanee contribuiscono ad interrompere lo stato di disoccupazione e a ridurre il peso di quella

di lungo periodo. Ma alla loro scadenza il lavoratore può ritrovarsi di nuovo disoccupato, poiché solo

un’attività stabile permette di uscire dalla disoccupazione, mentre quelle temporanee sono spesso associate a

ripetuti periodi di mancanza di lavoro.

Quindi la domanda da porsi riguarda l’esito dei rapporti temporanei e cioè: di nuovo disoccupazione o un

altro rapporto temporaneo oppure un posto stabile?

La risposta varia da paese a paese e muta nel corso del tempo.

Solo Francia e Spagna sono i paesi in cui minore è la transizione al lavoro stabile e maggiore il rischio di

cadere nella disoccupazione. L’Italia occupa una posizione intermedia. La transizione verso il lavoro

permanente è poco più elevata per gli uomini e le persone in età centrale. Tuttavia, dopo un anno in media

quasi la metà dei lavoratori temporanei ha ancora un’occupazione a tempo determinato.

Molto critica è invece la situazione di chi è ancora occupato a termine oltre i 35 anni, poiché gran parte di

costoro rischia di rimanere intrappolato nel lavoro temporaneo, soprattutto se è di genere femminile e/o vive

nel Mezzogiorno.

3. LAVORO INTERINALE

Tra i lavoratori temporanei un posto particolare occupa quello interinale che è stato introdotto in Italia nel

giugno del 1997 grazie al “pacchetto Treu”, il più importante provvedimento di deregolazione del mercato

del lavoro degli anni ’90, frutto dell’accordo con i sindacati.

3.2. LA DIFFUSIONE IN EUROPA E IN ITALIA

I paesi in cui è più diffuso sono Olanda e Gran Bretagna, seguono la Francia e il Belgio; ma negli altri paesi

europei non si va oltre lo 0,8%.

Ciò significa che la penetrazione del lavoro interinale è avvenuta in larga misura a spese del tradizionale

lavoro a tempo determinato, come pare stia accadendo anche in Italia.

In Italia l’espansione è stata molto forte, ma siamo ancora molto lontani dai risultati raggiunti da quasi tutti

gli altri paesi europei, per cui vi è ampio spazio perché il lavoro interinale cresca ulteriormente, ma cmq

dovrebbe mantenersi sempre su percentuali basse, dato che il lavoro interinale è poco diffuso nelle piccole

imprese, che in Italia hanno un peso molto maggiore.

Il lavoro interinale rimarrà sempre un mercato di nicchia, non destinato né a sconvolgere il tradizionale

assetto dell’occupazione dipendente a tempo indeterminato, né a far diminuire o cessare la disoccupazione.

Però è una nicchia occupazionale al cui interno ruota un gran numero di persone.

Il lavoro interinale svolge perciò un non piccolo ruolo nel favorire la flessibilità numerica delle imprese,

soprattutto industriali, e nel fornire un’occasione di lavoro pur temporanea ai giovani.

3.3. PERCHÉ LE IMPRESE LO UTILIZZANO

L’espansione del lavoro interinale è avvenuta in un periodo di crescita dell’occupazione, ma è probabile che

almeno in parte le imprese utilizzatrici vi abbiano fatto ricorsola posto di altre forme di impiego.

Il lavoro interinale può aver sostituito una quota di rapporti a tempo determinato grazie soprattutto ai minori

limiti alla possibilità di proroga.

Il lavoro interinale è uno strumento molto flessibile per le aziende e per questo esse si sono convinte a evitare

di utilizzare forme poco regolari come ad esempio il lavoro nero.

Il lavoro interinale può essere anche un ottimo mezzo per correre ai ripari nei periodi di “picchi” produttivi,

in quanto sono molto meno costosi degli straordinari che non possono essere pagati “fuori busta”.

Ma è difficile che il lavoro interinale abbia sostituito altre forme di lavoro dipendente per ragioni

economiche.

Difatti, un’ora di lavoro interinale è più cara per l’impresa di quella di un lavoratore assunto con contratto a

tempo determinato o indeterminato, perché cmq la società di lavoro interinale ha dei costi di reclutamento e

di gestione e deve trarre un profitto, quindi aggiunge un margine del 20-30% al costo del lavoratore.

Il costo elevato per cui spiega come mai le imprese utilizzino il lavoro interinale meno di quanto sia

consentito.

In molti paesi europei la durata delle missioni è meno di un mese. Per via della breve durata, per le imprese è

impossibile ammortizzare i costi di ricerca, selezione, ecc. di un lavoratore temporaneo, è più conveniente

ricorrere alle agenzie interinali che dispongono di un archivio di lavoratori disponibili.

In Italia la durata media oscilla da poco meno di un mese a poco più di 2 mesi e le proroghe sono frequenti.

Il vantaggio che offrono le agenzie interinali è che riescono a trovare in poco tempo un lavoratore con le

caratteristiche richieste dall’impresa, cui si trovano di fronte a imprevisti tipo sostituzione di lavoratori

ammalati o a picchi di produzione improvvisi. Per cui le agenzie grazie agli archivi con rapidità soddisfano

le richieste delle imprese: quindi il maggior costo per le imprese è ampiamente ripagato dalla grande rapidità

con cui il problema è risolto e senza dover arrestare il processo produttivo.

3.4. DOVE È PIÙ USATO

Il lavoro a tempo determinato è più usato nel settore dell’agricoltura e del turismo.

Ma in Olanda, Gran Bretagna, Francia e Germania il settore che usa maggiormente il lavoro interinale è

l’industria manifatturiera specialmente quella metalmeccanica.

Cmq in Italia gli sportelli delle agenzie interinali sono concentrati nelle regioni settentrionali, specie nel

Nord-Ovest.

Le missioni dei lavoratori residenti nelle regioni meridionali e svolte presso imprese settentrionali hanno un

durata più lunga e sono meglio retribuite di quelle svolte dagli interinali settentrionali svolti nelle regioni di

residenza.

Per quanto riguarda le dimensioni di impresa, i maggiori utilizzatori sono le imprese medio-grandi e il

motivo principale per cui vi ricorrono è per improvvisi picchi produttivi e non per una sostituzione dei

lavoratori o esigenze particolari.

Le piccole imprese hanno altre vie meno costose per poter far fronte alle proprie esigenze, ad esempio gli

straordinari. L’Italia è un paese fatto per lo più di piccole imprese per cui difficilmente potranno crescere

ulteriormente o su larga scala le agenzie interinali.

3.5. CHI SONO I LAVORATORI INTERINALI

Il lavoro interinale è quasi ovunque sempre più maschile e operaio-industriale, contrariamente a quanto

accade per il lavoro temporaneo (attività solitamente destinate alle donne).

Le mansioni più frequenti sono quelle operaie e non qualificate, mentre minore è la presenza di operai

qualificati.

Alcune agenzie nelle grandi città del Nord si sono specializzate nel fornire operai di call center, esperti di

informatica, assistenti sanitari e personale per gli alberghi.

Spesso cmq le agenzie interinali per molte imprese manifatturiere sono una sorta di “ultima spiaggia” cui

rivolgersi per ricercare operai.

Senza dubbio il lavoro interinale è uno degli strumenti principali di accesso al primo impiego per i più

giovani. Tra i lavoratori interinali adulti vi è un’alta presenza di donne (per lo più quarantenni) e di immigrati

(per lo più non comunitari).

3.6. L’EFFETTIVO RUOLO DELLE AGENZIE

2 sono gli aspetti importanti del ruolo svolto dalle agenzie interinali.

Per prima cosa è frequente che la formazione dei giovani operai avvenga sul campo e cioè che ad essi

vengano subito affidati ruoli chiave con l’affiancamento di personale già esperto.

Quindi le agenzie vendono fiducia, poiché forniscono lavoratori privi di esperienza ma che sono molto

adattabili e con forti capacità di apprendimento.

Difatti, la selezione avviene, più che sulle competenze, sugli aspetti relazionali e sul carattere del lavoratore.

Inoltre, visto che gran parte delle missioni riguarda mansioni operaie e che tra i giovani candidati prevalgono

gli istruiti, si cerca di favorire l’inserimento dei diplomati in attività manuali.

I giovani diplomati cominciano ad accettare lavori dequalificati, che hanno poco a che fare con le loro

ambizioni, solo perché vivono il lavoro interinale come un periodo di transizione e che non impegna più di

tanto la loro persona visto che le missioni hanno breve durata.

Poi può accadere che non pochi giovani si adattino a tali lavori nel caso di aziende medio-grandi, dove in

futuro potrebbero esserci non poche possibilità di far carriera e salire di livello e soprattutto stabilizzarsi.

3.7. IL LAVORO INTERINALE COME PERIODO DI PROVA

Parecchie imprese ricorrono al lavoro interinale in vista di un’assunzione. La missione costituisce quindi un

periodo di prova e l’agenzia svolge il ruolo di selezione e di reclutamento dei candidati.

La probabilità che la missione si trasformi in assunzione è maggiore per quelle di durata media e per chi ha

già svolto alcune missioni, ma non per chi ne ha svolte molte.

Quando la missione ha tempi brevi vuol dire che c’è un’esigenza temporanea dell’impresa; mentre quando è

di lunga durata si tratta per lo più di consulenze e quindi le imprese non sono interessate all’assunzione,

altrimenti avrebbero trasformato prima il contratto per ragioni economiche.

Quindi è raro che il lavoratore possa essere assunto alla prima missione, confermando il fatto che le imprese

danno importanza all’esperienza.

Uno studio ha mostrato come chi ha svolto almeno una missione di lavoro interinale ha una probabilità di

conseguire un’occupazione permanente doppia di chi non ne ha svolta alcuna, ma tale probabilità avrebbe un

aumento simile anche nel caso di altre forme di lavoro non standard e inoltre non aumenta affatto in un

mercato del lavoro che non crea adeguate occasioni di lavoro permanente nel settore privato, quale quello del

Mezzogiorno.

Un secondo studio invece ha messo a confronto 2 periodi del mercato del lavoro e cioè un periodo in cui non

era possibile utilizzare il lavoro interinale e un periodo in cui questa possibilità esisteva.

Quindi dal primo al secondo periodo, per chi ha un lavoro occasionale risulta più rapido il passaggio ad una

condizione di lavoro continua, ma costituita prevalentemente da contratti a tempo determinato, mentre

rallenta l’ingresso nell’occupazione stabile.

Anche se pare arbitrario attribuire questo mutamento alla sola introduzione del lavoro interinale, la “misurata

deregolazione” del pacchetto Treu del 1997 pare abbia prodotto soprattutto per i giovani una maggiore

continuità di occasioni di lavoro instabili.

4. METTERSI IN PROPRIO: LA PRESUNTA FUGA DAL LAVORO DIPENDENTE

La modernizzazione di un sistema economico era tradizionalmente associata all’espansione delle grandi

organizzazioni produttive a spese delle attività indipendenti e delle piccole imprese su base familiare.

L’Italia è il paese sviluppato con la percentuale più alta che riguarda la quota di occupazione indipendente.

Clamorosa inoltre è la rinascita del lavoro indipendente nei paesi in cui sembrava quasi scomparsa, ovvero

Gran Bretagna, Svezia, Spagna, Portogallo, Belgio e Irlanda. Solo in Danimarca e Giappone la quota ha

continuato debolmente a diminuire negli anni.

Ma cmq gli anni ’90 non sono stati favorevoli per il lavoro indipendente in generale.

4.1. UNA CATEGORIA ETEROGENEA


PAGINE

13

PESO

66.65 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia Economica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Temi e Percorsi Contemporanei, Trigilia.
Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Cap. 2 Flessibilità del lavoro e occupazioni instabili, Lavoro Interinale, Mettersi in proprio: la presunta fuga dal lavoro dipendente.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Sociologia economica

Economia - divisione del lavoro
Appunto