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Il mercato del lavoro come istituzione sociale:

imprenditori e lavoratori fanno parte del sistema sociale e da esso sono condizionati nelle loro

#

azioni.

composizione della disoccupazione e dell’occupazione dipendono dal ruolo della famiglia e

#la

dal tipo di regime di welfare

Sociologia del mercato del lavoro: la disoccupazione

La disoccupazione in Italia è prevalentemente “da inserimento” (giovani al primo impiego)

economica: insiders molto protetti rendono difficile l’ingresso agli outsiders

#Spiegazione sociologica:

#Spiegazione

“occupazione fortezza” immagine errata" pochi disoccupati “in senso stretto” (chi ha perso il

$

lavoro) non significa basso rischio di perdere il lavoro" Italia più alti tassi di separazione europei

nel settore privato" però alta probabilità di ritrovare velocemente lavoro;

outsiders sono in genere giovani con un alto livello di istruzione

$Gli

partire dagli anni ’70 (anche se con alcuni “miglioramenti” recenti) in Italia si crea uno

"a

sfasamento tra di domanda di lavoro qualificata (scarsa) e offerta di lavoro istruita (in aumento

anche se non ai livelli europei);

di welfare “familistico”: pochi ammortizzatori sociali e scarse politiche pubbliche a favore

"regime

di chi è in cerca di lavoro" adulto capofamiglia: forte pressione a trovare subito lavoro; giovane:

sta in famiglia e cerca più a lungo.

Esiste maggior squilibrio tra disoccupazione adulti e giovani dove l’indennità di disoccupazione è

meno generosa: in Europa del nord welfare “generoso”; in Europa meridionale welfare “familistico”;

Francia e GB casi critici (deboli legami familiari, welfare sempre meno generoso)

famiglia svolge un ruolo importante anche nel trovare lavoro: si trova lavoro per lo più grazie

!La

alle proprie relazioni personali (il capitale sociale).

Lezione 4

Sociologia del mercato del lavoro: la partecipazione delle donne

A partire dagli anni ’70 si ha un forte aumento della partecipazione delle donne nel mercato del

lavoro. A questo fenomeno si può dare una spiegazione economica: crescita dei salari femminili

più veloce, ma con natura di reddito aggiuntivo nella famiglia; ma anche una spiegazione

sociologica: emancipazione e aumento dei lavori di servizio e di cura.

Sono le donne più istruite a far crescere il tasso di partecipazione al mercato del lavoro;

la diffusione del lavoro a tempo parziale:

$Importante

è più diffuso, ci sono alti tassi di partecipazione femminile e il part-time è volontario e

%Dove

occupa le donne più orientate alla famiglia (grateful slaves);

è meno diffuso è anche scarsa l’occupazione femminile e tra quelle occupate prevalgono le

%Dove

donne più emancipate che preferiscono il full time.

Sociologia del mercato del lavoro: l’occupazione

La sociologia ha iniziato a studiare l’instabilità del lavoro e le forme di lavoro non standard.

C’è un elemento nuovo rispetto al passato: nell’ingresso nel mercato del lavoro i più istruiti sono

esposti al rischio della precarietà, mentre ciò non avveniva nell’epoca pre-fordista (nonostante la

forte presenza di lavori instabili). Sono stati fatti dei tentativi per mutare la situazione:

normativi per far aumentare l’occupazione in ingresso: 1995-2005 solo in minima

!Mutamenti

parte grazie ai lavori instabili che sono per i giovani una second best;

dei lavori instabili si trasforma dopo qualche tempo in lavoro stabile: il problema è

!Maggioranza

quindi la durata dell’instabilità

si ha quindi rischio di carriera bloccata più forte per attività sotto-qualificate rispetto al livello di

"

istruzione, ma in generale più forte per chi inizia con collaborazioni rispetto a dipendenti, liberi

professionisti o lavoratori in proprio tradizionali;

Lavoro a progetto conveniente solo se non mono-committenza, ma la maggior parte risulta a

"

committenza singola

di protezioni dal welfare per i lavori intermittenti:

!Assenza

Famiglia come sostegno anche per perseguire le proprie aspettative professionali, ma rinvio

"

delle decisioni cruciali per la vita

Il ruolo economico della famiglia

rurale pre-moderna: famiglia patriarcale come unità di produzione prevalente

%Società

(produzione al suo interno i beni necessari per il suo consumo, compresi gli attrezzi di lavoro, per

esempio): in questo modello, l’unico compito al quale deve prevedere la famiglia è la

socializzazione dei bambini.

industriale: fine dei compiti di produzione agricola e artigianale e di socializzazione dei

%Società

minori.

- In Inghilterra il passaggio è drastico

- Negli altri paesi europei il passaggio lungo, addirittura fino al ‘900. In Italia: sviluppo industriale

fortemente caratterizzato da micro imprese familiari quindi nesso tra industria e norme e valori

familiari grande industria fordista: affermazione della famiglia «nucleare»" abbandono

%Affermazione

dell’autoconsumo, ma riacquisto del ruolo di socializzazione, prevalentemente ruolo di cura.

Modello fordista di regolazione sociale:

Grande industria: riorganizzazione complessiva della società con:

della condizione salariata

"Diffusione

assicurazioni sociali

"Sviluppo

consumi e stili di vita e di lavoro

"Mutano

precisa e approfondisce la divisione di genere nei ruoli famigliari (capofamiglia breadwinner;

"Si

donna casalinga).

istituzioni principali:

%Tre del lavoro dominato dalla grande industria

"Mercato nucleare (ruolo di assistenza dei propri membri)

"Famiglia

attraverso il welfare

"Stato

Con l'avvento della grande industria fordista si ha il fenomeno della terziarizzazione

dell’economia:

crescita dell’occupazione si deve ad attività tipiche del settore terziario: i servizi;

%La

tutti i paesi economicamente avanzati l’agricoltura (settore primario) e l’industria (settore

%In

secondario) perdono addetti, mentre da oltre 30 anni l’occupazione cresce grazie alle attività

terziarie.

La natura del terziario

intermedi (o servizi per le imprese)

%Servizi

- La loro crescita non è dovuta al declino dell’industria, ma alla maggiore importanza a supporto

del processo produttivo di tali servizi => Specializzazione organizzativa;

- La loro crescita dipende anche dalle diverse tendenze (da paese a paese) ad esternalizzare tali

servizi => diverse a seconda dell’assetto proprietario delle imprese e del contesto istituzionale.

finali (o servizi alle persone)

%Servizi

- Sanità, istruzione, sicurezza, divertimento, commercio, ristorazione ecc.

- Servizi privati: destinati alla vendita;

- Servizi pubblici: non destinati alla vendita;

Stato, mercato e famiglia nella società dei servizi

La crescita dell’occupazione si deve ad attività tipiche del settore terziario: i servizi (soprattutto

quelli finali, “alla persona”); la loro diffusione dipende da come una società si organizza per fornirli:

(self-service economy): politica sociale dello stato orientata ai trasferimenti

"Autoriproduzione

monetari alle famiglie;

da agenzie specializzate: politica sociale che privilegia l’offerta di servizi collettivi.

"Gestiti

Tre modelli di terziarizzazione:

1)

Forte carico fiscale e servizi pubblici largamente diffusi (- self service + fruizione pubblica) "

SVEZIA;

2)

Carico fiscale medio-alto che si espleta più in trasferimenti monetari alle famiglie che in servizi

sociali (+ self service – servizi pubblici) EUROPA CENTRALE;

"

3)

Basso carico fiscale e servizi finali affidati al settore privato (- self service – servizi pubblici)

e GB

"USA

# Forte influenza sul tasso di occupazione per GB e paesi scandinavi: tasso di occupazione alto

influenzato dagli occupati nei servizi finali (privati per GB e pubblici per paesi scandinavi)

! Malattia dei costi" i servizi alla persona sono ad elevata intensità di forza lavoro e quindi sono

costosi" soluzioni rilevate: lavoratori a basso costo o terzo settore.

Lezione 5

Il capitalismo “Capitalismo” ed “economia di mercato” sono di fatto sinonimi, anche se i due

"

termini hanno significati molto diversi. “Capitalismo” insiste sulla concentrazione delle risorse e

sulla rilevanza del denaro (capitale=molto denaro) per le attività economiche. Un significato

negativo. “Economia di mercato” insiste invece sulla distinzione tra istituzioni economiche

“inclusive” e “non inclusive”: le prime garantiscono accesso universale al mercato, le seconde

creano rendite garantendo l’accesso al mercato solo ad alcuni attori. Un significato positivo.

Le origini del capitalismo

Le origini del capitalismo risalgono alle città europee medievali, dove già attorno al 1200 si trova

un’economia di mercato ben sviluppata regolata da gruppi sociali (corporazioni, gilde), di carattere

originariamente comunitario che si trasformano nel tempo in associazioni di aziende di tipo

moderno.

Fattori che ne hanno favorito la nascita:

- grande peste del 1200, in cui muore circa metà della popolazione europea, creando un forte

rimescolamento sociale ed economico e indebolendo le norme sociali di chiusura del mercato;

- scoperta dell’America (1492), che riempie l’Europa d’oro;

- riforma protestante, che esalta l’individuo contro la chiesa cattolica (tesi di Max Weber).

Il primo paese in cui il capitalismo si afferma nell’agricoltura, rendendo quindi possibile la

rivoluzione industriale (fine del 700), è l’Inghilterra, che grazie a questo nel secolo successivo

conquisterà il mondo intero.

Il caso inglese è il caso più puro di capitalismo.

Esistono due spiegazioni di questa storia: la versione pessimista, di Marx ed Engels (da cui

derivano Polanyi e il socialismo moderno), e quella ottimista di Smith e dei liberali (cfr. Acemoglu e

Robinson, 2012).

Karl Marx e Friedrich Engels

(Il Capitale, 1867; L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, 1884)

Marx ed Engels, attivi nel XIX secolo, sono tra i fondatori della sociologia moderna. Il loro pensiero

è all’origine della teoria del conflitto. Anche secondo M&E lo sviluppo economico è intrecciato a

fattori non economici. La loro visione è diversa da quella di Smith: l’ordine sociale dell’economia

non nasce dal libero scambio tra individui in un mercato, ma rispecchia i rapporti di potere esistenti

in una società. Il mercato produce disuguaglianza e conflitto. la divisione del lavoro non è naturale

e funzionale alla produzione di ricchezza per tutti (come nel mercato ideale di Smith) ma deriva

dall’uso della forza da parte di alcuni contro altri. Inoltre essa non è un processo spontaneo e

positivo per tutti, ma l’esito di conflitti tra gruppi sociali.

Ogni società è caratterizzata da un modo di produzione: un determinato livello di tecnologia e

dotazione di risorse naturali (forze produttive) e una determinata struttura dei rapporti sociali

(rapporti di produzione). Le classi sociali sono definite in base alla posizione degli individui nei

rapporti di produzione.

La borghesia cittadina, derivante dai commercianti e dalla nobiltà urbana del medioevo, acquista il

lavoro del proletariato in cambio di denaro (salario): è la mercificazione del lavoro.

Ma non si tratta di uno scambio equo, perché ai proletari può essere imposto qualsiasi salario,

anche bassissimo: non ci sono regole, e la sovrabbondanza di lavoratori (“esercito industriale di

riserva”) va a vantaggio della domanda (NB questo è un meccanismo di mercato!).

Marx trasforma la teoria classica del reddito ai fattori di produzione (lavoro-capitale-terra: salario-

profitto-rendita fondiaria) in una teoria (teoria del plusvalore) che dimostra che ai proletari viene

pagata solo parte del valore che il loro lavoro dà ai beni prodotti.

La teoria del plusvalore dimostra inoltre che i capitalisti tendono a pagare gli operai il meno

possibile, creando da un lato il pauperismo, dall’altro periodiche crisi di sovrapproduzione,

dovute alla mancanza di compratori.

La divisione del lavoro non produce solo ricchezza, ma anche miseria e sfruttamento. Le norme

che tutelano la proprietà privata e la concorrenza, e lo stato in generale, sono istituzioni di classe,

strumenti con cui la borghesia mantiene il proprio potere, che è in ultima analisi un potere politico,

non economico.

La cultura dell’imprenditorialità è falsa (ideologia) perché solo chi già ha, cioè i borghesi, può

diventare imprenditore. Non è possibile che un proletario si arricchisca.

La teoria liberale

La teoria liberale, invece, insiste sulla nascita del capitalismo inglese come processo di

razionalizzazione dell’agricoltura.

L’agricoltura premoderna è inefficiente perché si basa sulla proprietà collettiva e su tecniche di

coltivazione tradizionali, basandosi quindi su una regolazione comunitaria dell’economia. Mancano

incentivi alla divisione del lavoro e quindi allo sviluppo.

La teoria liberale riconosce il pauperismo e la crisi sociale creati in Inghilterra dalla nascita del

capitalismo, ma osserva che si tratta di un processo di “distruzione creatrice” (termine coniato da

J. A. Schumpeter), che nell’immediato crea danni e difficoltà ma che sul lungo periodo crea

ricchezza per tutti. Questo processo ha avuto luogo in Inghilterra per una serie di condizioni

storiche e sociali, tra cui fondamentale il liberalismo politico (istituzioni politiche “inclusive”):

-consente l’elezione di un parlamento non legato alle élite feudali, crea un mercato libero

(istituzioni economiche inclusive)

- stimola l’imprenditorialità e quindi la razionalizzazione dell’agricoltura, l’applicazione della

tecnologia all’industria e quanto ne consegue.

Il capitalismo non liberale

Mentre in Inghilterra si sviluppa un capitalismo con un basso livello di regolazione, che viene poi

esportato nelle colonie (in particolare negli USA), in altri paesi il capitalismo non si sviluppa

spontaneamente, ma viene promosso dallo stato. Questo è il caso della Germania (Bismarck) e

del Giappone. In questi paesi lo stato favorisce lo sviluppo capitalistico creando barriere contro le

importazioni (protezionismo) e favorendo lo sviluppo di forme di coordinamento tra le aziende,

quindi difendendole contro la concorrenza esterna e interna.

Si parla quindi di capitalismo non liberale, o, dopo la seconda guerra mondiale, di economie di

mercato coordinate, contrapposte alle economie di mercato liberali.

Si hanno tre fasi del capitalismo:

1) Capitalismo “manchesteriano”, a bassa regolazione: inizia con la mercificazione della terra e

la rivoluzione industriale (UK fine 700, altri paesi europei 800). Il mercato è la forma di regolazione

decisiva.

2) Capitalismo keynesiano-fordista, ad alta regolazione: va dalla fine dell’800/inizio del 900 agli

anni 70-80 del 900. Lo stato e le associazioni degli interessi sono le istituzioni principali.

3) Capitalismo neoliberista, o post-fordista: crisi della regolazione statale, crescita dell’importanza

del mercato, ritorno della reciprocità, nel lavoro e nei consumi.

Lezione 6

La grande impresa manifatturiera

La grande impresa manifatturiera moderna (“fordista”) nasce negli USA agli inizi del 900 grazie ai

processi di concentrazione tecnico-produttiva, favoriti dallo sviluppo di mercati di massa (stato

nazionale e in seguito liberalizzazione dei commerci internazionali) e dallo sviluppo tecnologico

(infrastrutture commerciali: trasporti ecc.).

Concentrazione orizzontale: fusione/acquisizione di altre imprese operanti nel settore

Integrazione verticale: fusione/acquisizione delle aziende collocate a monte (fattori primi) o a

valle (distribuzione).

L’alternativa è make or buy: internalizzazione nella grande impresa o transazioni tra unità

"

economiche indipendenti? Dalla fine dell’800 fino agli anni 70 del 900 la scelta è quasi sempre la

prima (economie di scala).

Si ha dunque una trasformazione della grande impresa: da familiare a imprenditoriale (società per

azioni) e manageriale.

Il rischio di impresa è frazionato tra diversi azionisti, per esempio, banche, famiglie, fondi

"

assicurativi, ecc.

tra controllo e proprietà dell’impresa: alla figura dell’imprenditore si affiancano

"Separazione

quelle del manager e dei dirigenti.

Questi si occupano della direzione dell’impresa, che richiede competenze nuove e specialistiche.

Nascono le facoltà di economia e ingegneria, dove si formano dirigenti e quadri.

Il controllo è in mano alla ristretta élite dei manager cui è affidata la gestione delle grandi società

per azioni.

Il Taylorismo

Il tratto distintivo della grande impresa industriale verticalmente integrata, che si diffonde a fine 800

e va in crisi a partire dagli anni 70 del 900, è l’organizzazione del lavoro taylorista.

Il “saper fare” tradizionale degli operai viene confinato al lavoro indiretto non standardizzabile

(manutenzione, ecc), mentre il lavoro diretto è semplificato e perde ogni autonomia decisionale.

- Si procede all’assunzione di lavoratori dequalificati: passaggio dal lavoro agricolo a quello

operaio.

- Sviluppo di una burocrazia gerarchica e tecnica (i quadri) che gestisce il flusso produttivo

- Abbassamento dei costi e dei tempi di produzione consumo di massa

"

Alla base dello sviluppo delle grandi aziende sono due processi:

1.l’espansione del mercato

2.lo sviluppo della tecnologia.

Le due cose unite rendono possibili economie di scala. L’espansione del mercato rende possibile

vendere tante unità di un bene, la tecnologia consente di produrle.

L’ingegner Frederick Taylor (USA, 1856-1915) ha convertito queste due potenzialità in un potente

modello di burocrazia industriale. L’idea di Taylor fu di adottare un approccio scientifico

all’organizzazione del lavoro (OSL).

Se ne ricava una codifica di “tempi e metodi”, che dà luogo a prescrizioni per ciascuna posizione.

Il lavoro di fabbrica viene così burocratizzato: il processo di produzione è suddiviso in una serie di

passaggi, cioè di attività, ad ognuno dei quali tipicamente corrisponde una posizione.

Chi ricopre quella posizione svolge quell’attività e non altre, approfondendo così la divisione del

lavoro, dunque la specializzazione, dunque l’efficienza.

Il classico esempio di organizzazione taylorista del lavoro è la catena di montaggio delle

automobili. Ogni operaio sta in un punto della catena e aggiunge un pezzo.

Una conseguenza della specializzazione spinta è la profonda divisione, stabilita dai principi

tayloristi, tra progettazione ed esecuzione, ovvero tra lavoro intellettuale e manuale. In un

laboratorio artigiano il padrone tipicamente partecipa al processo produttivo.

Il taylorismo, quindi, ha due grandi limiti: a) la rigidità; b) la spersonalizzazione.

Rigidità: Essendo progettazione ed esecuzione rigorosamente separate, il sistema produttivo è

rigido, cioè una volta messo in opera è quello e rimane tale. Di fronte a modificazioni impreviste,

esso non è capace di reagire.

A livello micro, il singolo operaio sa svolgere solo le proprie mansioni, e perde la capacità di gestire

l’intero processo produttivo che aveva l’artigiano.

A livello macro, la catena di montaggio è in grado di produrre un solo modello (di automobile,

lavatrice ecc.): per cambiare prodotto occorre ridisegnare tutta la fabbrica.

Spersonalizzazione: un fenomeno tipico di tutte le burocrazie. Consente all’organizzazione di

mantenersi al di là dei singoli individui, ma riduce la motivazione all’impegno, poiché l’individuo non

sempre è gratificato dallo scambio con la burocrazia.

La ripetitività del lavoro burocratico determina quella che Marx chiama alienazione, ovvero il fatto

che gli individui diventano qualcosa d’altro che individui, cioè macchine o pezzi di macchine.

Quello che caratterizza l’individualità, invece, è la capacità di agire intenzionalmente, cioè secondo

un proprio fine, e non secondo un fine esogeno, come nelle organizzazioni.

Applicazione del Taylorismo: il Fordismo

Nell’800 si parla di paternalismo, l’idea è che l’azienda sia come una grande famiglia.

Imprenditori illuminati e sensibili si preoccupano del benessere dei loro lavoratori e delle loro

famiglie, sia per solidarietà che per interesse produttivo. Spesso vengono create scuole aziendali,

da cui nasceranno gli istituti tecnici e professionali.

La versione scientifica di questa idea si ha con il fordismo. Il termine venne inventato da A.

Gramsci (1891-1937), pensatore e uomo politico comunista italiano, con riferimento a H. Ford.

Ford fu il primo ad applicare sistematicamente il taylorismo nelle sue fabbriche di automobili. Ma,

soprattutto, fu il primo a capire l’importanza degli incentivi e della motivazione al lavoro, che

nasce fuori dalla fabbrica.

Henry Ford fu uno tra i primi industriali ad applicare il metodo di Taylor. Le sue automobili erano

prodotte in grandi quantità e a basso prezzo. Per venderle, Ford raddoppiò la paga degli operai,

che così potevano comprare le macchine prodotte. In questo modo parte dei guadagni di

produttività andava agli operai, rendendo possibile lo sviluppo di un mercato di massa e un

grande miglioramento delle condizioni di vita degli operai.

Taylorismo -> alta produttività -> alti salari -> consumi di massa. Questa è la sequenza del

fordismo. Dalla fabbrica si va verso la società. Nel post-fordismo questa relazione verrà ribaltata.

La disciplina della fabbrica si estende alla vita sociale nel suo insieme. Nascono giganteschi

quartieri e intere città per gli operai (company towns).

Ford crea servizi di controllo, una polizia di fabbrica che sanziona l’alcolismo, il maltrattamento

delle mogli… il rapporto tra operaio e azienda smette di essere semplicemente di mercato.

Nasce l’idea di una responsabilità reciproca, di una “comunità aziendale”. Le aziende avviano

programmi per il tempo libero dei dipendenti, pensioni aziendali.

La grande crisi e lo stato interventista

Con la mercatizzazione di lavoro e terra, l’economia diventa interamente capitalistica. Al mercato

del lavoro e a quello dei prodotti si aggiungono quello del credito e delle azioni. In assenza di

regolazioni, tutti i mercati sono aperti e collegati tra loro.

1929 il crollo della borsa di New York determina un crollo complessivo di tutta l’economia

%Nel

mondiale: la grande crisi. La crisi deriva proprio dal libero gioco di domanda e offerta, per cui un

crollo in borsa (a seguito di speculazione al rialzo) crea un panico che dai mercati dei capitali si

trasferisce agli altri mercati (beni e lavoro) determinando una grave recessione.

La crisi finanziaria deriva dal venire meno delle aspettative di guadagno rispetto alle azioni. Gli

operatori iniziano a vendere le azioni, il valore diminuisce, quindi altri operatori vendono e inizia

una spirale verso il basso. La svalorizzazione dei titoli finanziari si trasmette al credito (le banche

sono meno ricche e quindi prestano di meno) e quindi all’”economia reale” (nel capitalismo la

distinzione tra le due non è così netta come si dice…). Le aziende hanno meno soldi e quindi

devono licenziare, i lavoratori licenziati non spendono, quindi le aziende non vendono… la crisi si

generalizza, con conseguenze sociali gravissime.

Intervento dello Stato: Keynesismo

John Maynard Keynes (1883-1946): lo stato deve intervenire attivamente nell’economia per

stabilizzare i cicli del capitalismo. il mercato da solo non raggiunge l’equilibrio, è necessaria la

politica economica: essa serve a evitare le crisi e a sostenere lo sviluppo, cioè la produzione di

ricchezza. nasce dalla crisi economica (grande crisi) e dal conflitto politico (movimento

operaio). Ha diverse forme, sintetizzabili in 4 gruppi di interventi:

• politica fiscale

• politica monetaria

• politica commerciale

• intervento diretto nell’economia

Il deficit-spending (spesa pubblica che crea debito pubblico) è lo strumento con cui Keynes

proponeva di intervenire per “appiattire” i cicli del capitalismo. Ma se questo si basa sulla

tassazione lo sviluppo ne risente. Rimangono due alternative:

- maggiore emissione di moneta (inflazione)

- creazione di debito pubblico, con cui si chiedono altri soldi ai cittadini, ma in prestito e in cambio

di un interesse.

La creazione di debito pubblico funziona nel breve periodo, ma nel lungo peggiora la situazione,

perché gli interessi sul debito aggravano il deficit (come in Italia dagli anni 80 in avanti).

Lo stato interviene direttamente nell’economia finanziando, in misura parziale o totale, aziende di

vario genere. In Italia questo intervento è stato massiccio dagli anni 30 agli anni 90

(“partecipazioni statali”). Esso può avere varie ragioni:

• evitare la disoccupazione “salvando” dal fallimento grandi imprese (così nasce l’IRI in Italia,

durante la crisi degli anni 30)

• determinare i prezzi di beni e servizi di pubblica utilità, garantendone l’accessibilità per tutti

(trasporti, energia, comunicazioni…)

• controllare settori strategici dell’economia (tecnologie avanzate, industria militare, credito…)

Lezione 7

Regolazione fordista

Stato e economia: lo stato imprenditore.

in questo caso subentrano possibili problemi. L’intervento aumenta la spesa pubblica,

%Anche

che deve essere finanziata.

aziende pubbliche sono spesso monopoliste. Se sono sul mercato, comunque ne sono in una

%Le

certa misura difese: se vanno male, il governo non rischierà di perdere voti e consenso

chiudendole e lasciando disoccupati i lavoratori. Tendono quindi a essere inefficienti.

il personale non è reclutato in base al principio di competenza, ma in base ad altri criteri,

%Spesso

non di efficienza ma di vicinanza al potere politico che le gestisce (clientelismo).

Lo Stato Keynesiano

espansive: accrescono il deficit pubblico stimolando l’economia: emissione di molta

%Politiche

moneta; bassi tassi di interesse; tassazione progressiva; forte intervento diretto. comportano il

rischio dell’inflazione

restrittive monetarismo/neoliberismo: limitano il deficit: alti tassi di interesse con

%Politiche

scarsa emissione di moneta; tagli allo stato sociale, privatizzazione delle aziende pubbliche. nel

breve periodo rallentano le attività economiche e producono disoccupazione.

della tassazione: in teoria è parte delle politiche restrittive, ma in pratica è indispensabile

%ruolo

per le politiche espansive

Stato e economia: welfare

Stato sociale (welfare state) è l’intervento dello stato nella sfera della riproduzione sociale, con il

fine di favorire il benessere (welfare) della popolazione. Oggi si parla, in generale, di politiche

sociali. La prima politica sociale è la politica scolastica. Tra la fine del 700 e quella dell’800 tutti

gli stati europei, e poi anche quelli non europei, creano la scuola di massa, obbligatoria per tutti i

giovani. La seconda tappa è la nascita della moderna previdenza sociale (pensioni). I lavoratori

sono obbligati a essere previdenti (si parla di “vincoli benefici”), accantonando parte del salario per

quando saranno vecchi. Lo stato gestisce direttamente questo processo.

Il primo paese è la Germania: Bismarck, capo del governo tedesco, istituisce nel 1889 il primo

sistema di pensioni pubbliche. In Italia le pensioni nascono nel 1898. Sullo stesso modello

vengono creati fondi di assistenza per i malati (nasce la sanità pubblica, che sostituisce quella

degli ordini religiosi), per i disoccupati (politiche del lavoro) e per gli infortuni sul lavoro.

Lo stato e l’economia: il corporativismo

A partire dalla fine dell’800, le associazioni degli interessi acquistano un peso crescente nella

vita dello stato.

Nella formazione della legittimità dello stato e nella definizione delle politiche pubbliche alla

rappresentanza politica (individui -> partiti -> elezioni -> parlamento -> governo) si affianca la

rappresentanza funzionale (delle funzioni economiche), cioè degli interessi: sindacati e

associazioni datoriali diventano organi di governo dell’economia. Si parla di corporativismo per

indicare la prevalenza della rappresentanza funzionale rispetto a quella politica. Italia durante la

prima fase del fascismo, nel parlamento c’erano corporazioni di datori di lavoro.

Il neo-corporativismo

Si parla di neo-corporativismo (o concertazione sociale) quando la rappresentanza funzionale, o

degli interessi, coopera con la rappresentanza politica democratica, in forme compatibili con le

istituzioni rappresentative. Il neocorporativismo si sviluppa (nei paesi europei) insieme alle politiche

keynesiane, cui è strettamente associato, dal secondo dopoguerra in avanti. Maggiore il ruolo dello

stato nell’economia, maggiore il ruolo delle rappresentanze economiche nello stato. La

concertazione è la stabile e formalizzata partecipazione delle ass. degli interessi alle decisioni

statali. In Italia ha avuto luogo a partire dagli anni 70, in modo discontinuo ma sempre rilevante.

La varietà dei capitalismi

Nei paesi liberali le associazioni degli interessi non sono direttamente coinvolte nello stato, ma

esercitano la loro azione dall’esterno (insieme alle associazioni di altro genere: lobby ecc.). In

questi casi si parla di pluralismo.

Maggiore il grado di concertazione (neo-corporativismo), maggiore il grado di coordinamento

dell’economia. si distinguono due fondamentali varietà di capitalismo:

economie di mercato coordinate (Germania, Giappone, Svezia)

% economie di mercato liberali (USA, Gran Bretagna)

%

Le economie di mercato coordinate possono essere ulteriormente suddivise a seconda della

modalità con cui ha luogo il coordinamento macro- e micro-economico. Quando questo è

assicurato prevalentemente dallo stato si parla di un modello scandinavo o social democratico

(in cui è molto importante il welfare state). Quando invece il coordinamento è assicurato dalle

grandi organizzazioni degli interessi a livello macro e dalla famiglia a livello micro si parla di

modello conservatore o corporativo.

L’Italia è di solito classificata in questo modello, così come il Giappone, che però presenta

particolarità storiche e culturali notevoli (come gli altri paesi asiatici).

Lezione 8

Le associazioni di rappresentanza degli interessi nella regolazione dell’economia

Due modalità fondamentali in cui le associazioni di rappresentanza degli interessi intervengono

nella regolazione dell’economia

1) Regolazione del lavoro (determinazione del salario e delle condizioni di lavoro)

2) Governo dello sviluppo economico, attraverso la partecipazione alla definizione e all’attuazione

delle decisioni di politica economica.

In questo campo, quindi hanno un ruolo rilevante non solo i partiti e la classe politica, ma anche i

sindacati, le associazioni degli imprenditori, ecc.

La trasmissione delle domande dei rappresentati alle controparti

Per potere trasmettere le domande dei gruppi socio-economici rappresentati alle controparti che

possono soddisfare quelle domande, e giungere a decisioni le associazioni di rappresentanza

devono compiere delle operazioni di “filtro” delle domande dei gruppi rappresentati. Queste si

compongono di:

1. Individuazione e interpretazione delle domande. Le domande possono essere molto diverse tra

loro, vaghe, solo implicite o contraddittorie.

2. Le associazioni di rappresentanza devono compiere un’operazione di articolazione delle

domande

3. Selezione e coordinamento delle domande, in modo da renderle delle proposte negoziabili

4. Aggregazione, in modo da renderle compatibili le proposte con quelle degli altri gruppi

rappresentati dall’associazione, e da quelle delle altre associazioni che possono essere alleate

nella negoziazione

Organizzazioni inclusive e settoriali degli interessi

Queste operazioni sono molto diverse a seconda che le associazioni degli interessi siano:

1) Grandi organizzazioni “inclusive” (encompassing) che rappresentano gruppi socioeconomici

ampi e cruciali per il rendimento del sistema economico (sindacati confederali, associazioni degli

interessi di datori di lavoro di ampi settori)

2) Associazioni di interessi settoriali (es. sindacato dei tassisti o degli allevatori di bestiame)

Sono le grandi associazioni di interessi ad essere pienamente coinvolte, dai governi, nelle

decisioni di politica economica, soprattutto negli anni settanta. Le associazioni settoriali rimangono

dei gruppi di pressione sui governi e la classe politica.

Ma come interviene lo stato nella regolazione dell’economia?

1) Attraverso l’intervento diretto mediante la legislazione, la programmazione, la costituzione di

imprese pubbliche, ecc. = Welfare State keynesiano

2) Attraverso la definizione delle scelte di politica economica mediante stabile partecipazione e il

pieno coinvolgimento delle grandi associazioni degli interessi (“accordi di concertazione”, “patti

sociali”).

Questa seconda modalità di regolazione nasce negli anni sessanta e si afferma pienamente negli

anni settanta.

Evoluzione del rapporto tra Stato e associazioni degli interessi

Concertazione e scambio politico (Pizzorno, 1977)

L’intervento statale nell’economia ha luogo non attraverso l’autorità dello Stato ma mediante forme

di “scambio politico” fra i governi e le principali associazioni degli interessi.

consente alle associazioni degli interessi di intervenire nel processo di definizione e

&Stato:

attuazione delle politiche

degli interessi: forniscono allo Stato consenso, potere politico indiretto, auto-

&Associazioni

moderazione dei comportamenti dei propri associati (ad es. nelle richieste di aumenti salariali)

Instabilità dello scambio politico

Lo scambio politico soprammenzionato è instabile per due ragioni principalmente:

1) Scambio temporalmente diseguale

Lo Stato ottiene benefici immediati

% Le associazioni degli interessi ottengono benefici solo nel lungo termine e più incerti

%

2) Controllo solo parziale degli attori sull’implementazione delle decisioni assunte negli

accordi

Le decisioni devono essere confermate dai Parlamenti

% L’implementazione delle burocrazie pubbliche di fatto spesso modifica elementi importanti delle

%

decisioni assunte negli accordi

Le organizzazioni degli interessi devono controllare i comportamenti della propria base. Questo

%

richiede:

- Centralizzazione decisionale all’interno delle associazioni di rappresentanza degli interessi

- Monopolio (tendenziale o completo) della rappresentanza dei gruppi socio-economici da parte

delle associazioni coinvolte nello scambio politico.

Possibili soluzioni contro l’instabilità dello scambio politico:

1) Processo decisionale basato sulla concertazione = partecipazione stabile e istituzionalizzata

delle associazioni degli interessi alle decisioni di politica economica e sociale

2) Neocorporativismo = forma di regolazione politica dell’economia in cui le grandi associazioni di

rappresentanza degli interessi partecipano insieme alle autorità pubbliche, in forma concertata, al

processo di definizione e attuazione delle decisioni di politica economica e sociale

Nel neo-corporativismo i governi istituzionalizzano lo scambio politico mediante offerta alle

associazioni degli interessi di:

istituzionale

%riconoscimento

della rappresentanza

%monopolio

di funzioni pubbliche

%delega privilegiato a risorse pubbliche (politiche pubbliche e interventi del governo che

%accesso

soddisfano alcune richieste delle associazioni degli interessi)

associazioni di rappresentanza e i loro dirigenti vengono rafforzati da questi beni forniti dallo

%Le

Stato

beni vengono scambiati con comportamenti di moderazione sul piano delle richieste da parte

%I

delle associazioni di rappresentanza. Esempio: ai sindacati si chiede di moderare le richieste di

aumenti salariali e di diminuire la conflittualità al livello aziendale (es. scioperi)

governo può compensare tale moderazione con altri provvedimenti nella tutela del lavoro e nel

%Il

campo della politica sociale (ad es. interventi contro la disoccupazione, politiche di sostegno ai

redditi, ecc.)

Neocorporativismo e pluralismo

Neocorporativismo contrapposto al pluralismo:

modello pluralista una molteplicità di associazioni di rappresentanza degli interessi (più

%Nel

grandi e inclusive o settoriali) non partecipano stabilmente alla definizione e attuazione delle

politiche economiche e sociali, ma cercando di influenzarle agendo semplicemente come gruppi di

pressione sul governo, i partiti e la classe politica

modello pluralista non c’è riconoscimento istituzionale delle associazioni di rappresentanza,

%Nel

né monopolio della rappresentanza dei gruppi socioeconomici di riferimento

Lezione 9

Varianti e diffusione del neocorporativismo

Negli anni settanta il neocorporativismo e la concertazione sono tendenze che riguardano la

maggior parte delle economie e dei paesi occidentali. Esse però si manifestano con gradi di

intensità e stabilità variabile a seconda dei casi:

1) concertazione e neocorporativismo stabili e radicati dagli anni cinquanta e sessanta nei paesi

scandinavi e in Austria, con sindacati e associazioni dei datori di lavoro forti e tendenzialmente

monopolistici, partiti socialisti stabilmente al governo

2) concertazione diffusa e stabile dagli anni settanta, ma con esiti meno favorevoli ai lavoratori, in

Belgio, Olanda, Germania, con associazioni degli interessi frammentate ma centralizzate capaci di

azione coordinata.

3) Neocorporativismo instabile, con concertazione diffusa negli anni settanta ma non consolidata,

in paesi come Gran Bretagna e Italia, caratterizzati da associazioni degli interessi con minor grado

di centralizzazione (Regno Unito), elevata frammentazione (Italia), governi non favorevoli ai

lavoratori o instabili

N.B. Vi sono poi paesi in cui è prevalso sempre un modello di regolazione dell’economia più vicina

al modello pluralista (USA) o forme di regolazione caratterizzate da un maggior “dirigismo” da

parte dello Stato e delle burocrazie pubbliche (Francia, Giappone)

Accordi di concertazione negli anni ’70

Obiettivo: controllo dell’inflazione e gestione della crisi economica e delle sue conseguenze

Strumento principale: concertazione della politica dei redditi

salariale (attraverso centralizzazione contrattuale e politiche pubbliche) e controllo

%Moderazione

del costo della vita

della conflittualità sui luoghi di lavoro

%Riduzione all’occupazione, anche di fronte alle ristrutturazioni aziendali avviate nella seconda

%Sostegno

metà degli anni settanta

Negli accordi sono contenuti interventi relativi a:

fiscali

%politiche sui programmi di welfare e politiche sociali (estensione della previdenza, politiche per

%Interventi

la casa, ecc.)

Anni ’80: crisi della concertazione

I sindacati vengono indeboliti da crisi di rappresentanza per distacco dalla base, ristrutturazioni

aziendali e mutamenti nel mercato del lavoro.

I governi si vedono costretti a dover far fronte a un’inflazione sotto controllo; minor bisogno di

consenso da sindacati indeboliti; privilegiano politiche di de-regolazione del mercato del lavoro e

dell’economia.

In tutto questo le imprese portano più enfasi su ristrutturazioni e flessibilità piuttosto che su

politiche macro-economiche (come le politiche dei redditi proprie degli accordi di concertazione

degli anni settanta). I processi di ristrutturazione industriale e la persistente disoccupazione

garantiscono moderazione salariale.

Anni ’90: rinascita della concertazione

Diffusione di “patti sociali” centralizzati tra governo, sindacati e associazioni delle imprese che

hanno come obiettivo il recupero della competitività delle economie nazionali, di fronte ai problemi

posti dalla globalizzazione (disoccupazione) e, per i paesi dell’Euro, dai vincoli alla finanza

pubblica posti dal processo di unificazione monetaria.Patti sociali relativi a:

dei redditi

%Politiche

del mercato del lavoro (de-regolazione)

%Riforma dei sistemi di welfare (in particolare del sistema pensionistico)

%Riforma

Caso Italiano

1992 e 1993: Accordi Amato e Ciampi sulla politica dei redditi

1995: Accordo sulle pensioni (riforma Dini)

1996-97: Patto per il lavoro

1998: Patto per lo sviluppo di Natale

contenuto dei patti, slittamento dalla politica dei redditi alla riforma del welfare e del mercato

%Nel

del lavoro (accade anche in altri paesi)

facilitati dalla percezione di condizioni di emergenza dell’economia e della finanza

%Accordi

pubblica alternati a tentativi di riforma senza consenso sindacale (es. tentativo di riforma pensioni

%Accordi

del primo governo Berlusconi nel 1994)

Differenze tra concertazione anni ’70 e anni ‘90

Obiettivi degli accordi di concertazione

1)

Negli anni settanta: controllo dell’inflazione, raggiungimento della pace sociale, riduzione della

conflittualità sociale e sui luoghi di lavoro Nel sistema di relazioni industriali, sindacati in posizione

di forza.

2) Negli anni novanta: governare le spinte alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro e alla de-

regolazione da parte delle imprese.Nel sistema di relazioni industriali, imprese in posizione di forza

Patti sociali degli anni ’90 in Europa

Caratterizzati da una diffusione tutt’altro che uniforme e generalizzata. Tre gruppi di paesi:

1) Ampio ricorso ai patti sociali

%

Prevalenza del livello centrale di contrattazione

%

Flessibilizzazione moderata del mercato del lavoro

%

Riforme concordate del sistema di welfare

Casi: Italia, Olanda, Belgio, Austria, Irlanda, Norvegia, Finlandia, Portogallo, Grecia, in parte

Spagna

2) Esclusione delle associazioni di rappresentanza dalle scelte di politica economica e di riforma

del welfare

Casi: Francia, Regno Unito

3) Paesi con ampia tradizione di concertazione e neocorporativismo, che si sono orientati verso il

decentramento e la de-regolazione economica (quindi in senso opposto a quello dei patti sociali).

Casi: Paesi scandinavi e Germania

Anni 2000: difficoltà della concertazione

In questo periodo vi sono una serie di condizioni che rendono difficile la concertazione:

della rappresentanza sindacale e anche imprenditoriale (frammentazione associativa e

%Crisi

limitata centralizzazione)

delle imprese: decentramento contrattuale e flessibilità, non centralizzazione contrattuale

%Priorità

tipica degli accordi centrali di concertazione

dello scambio politico: che cosa scambiare in cambio di una maggiore flessibilità nel

%Difficoltà

mercato del lavoro e della riforma del welfare?

Italia: Patto per l’Italia del 2002 e accordo sulla riforma della contrattazione del 2009 (entrambe

senza la firma della CGIL); ma nel 2011 si firma unitariamente un accordo sulla contrattazione.

Concertazione e performance del sistema economico

1) Modelli ad ampia concertazione dell’Europa continentale e scandinava = decisioni più lente,

ampiamente negoziate, che assicurano forme di de-regolazione e di flessibilità del mercato del

lavoro controllata

2) Modelli con concertazione minore o assente dei paesi anglosassoni (USA e Regno Unito dagli

anni ottanta) = decisioni più rapide, meno consensuali, in senso favorevole al mercato e alla de-

regolazione (politiche neo-liberiste)

Quali modelli garantiscono una migliore performance economica? Dipende dal decennio!

Lezione 10

La regolazione associativa

Secondo Streeck e Schmitter (1985), oltre ai tre principi di regolazione dell’economia (Stato,

mercato e comunità) esiste un quarto principio di regolazione, quello associativo.

delle attività, allocazione delle risorse e strutturazione dei conflitti attraverso

%Coordinamento

accordi tra le grandi associazioni degli interessi

grandi organizzazioni degli interessi, che hanno il monopolio (o quasi) della

%Poche

rappresentanza degli interessi della propria categoria

di medio-lungo periodo, spesso con rinuncia dei propri interessi e opportunità immediate

%Accordi sostenuti dallo Stato, che partecipa in modo implicito a esplicito a tali accordi con proprie

%Accordi

risorse di funzioni pubbliche alle associazioni degli interessi

%Riconoscimento

Secondo molti non si tratta di un nuovo principio di regolazione, ma il fatto che si possa ipotizzare

l’esistenza di un quarto principio dà l’idea dell’importanza delle associazioni degli interessi nella

regolazione dell’economia.

L’impresa fordista di produzione di massa

La grande impresa fordista di produzione di massa utilizza grandi unità di operai, in larga

maggioranza operai comuni, non specializzati; essi svolgono per lo più compiti parcellizzati,

ripetitivi, altamente routinizzati.

Le imprese hanno bisogno di assicurare che le prestazioni dei lavoratori si svolgano in modo

standardizzato, seguendo le regole predefinite per lo svolgimento di ogni compito lavorativo.

In questo contesto, si afferma il ruolo del sindacato e dei sistemi di relazioni industriali. Il sindacato

e i sistemi di relazioni industriali assolvono al compito di:

1) tutelare contrattualmente il rapporto di lavoro, definendo il salario e le condizioni di lavoro

2) tutelare contrattualmente la stabilità di tale rapporto

Questi compiti vengono assolti principalmente mediante la contrattazione collettiva, a livello:

%

intersettoriale e di settore produttivo

% nazionale, territoriale e aziendale

La contrattazione collettiva si esprime prima di tutto mediante la negoziazione delle clausole

collettive del contratto di lavoro tra:

1) sindacati ai diversi livelli e/o le rappresentanze aziendali dei dipendenti di un’azienda

2) associazioni dei datori di lavoro ai diversi livelli e/o singoli datori di lavoro a livello di azienda

Sistema di relazioni industriali

Sistema di relazioni industriali = complesso di rapporti fra attori individuali (lavoratori e datori di

lavoro), collettivi (associazioni di rappresentanza degli interessi) e pubblici (Stato e altri enti di

governo) attraverso cui si stabiliscono:

•le norme e le prassi che regolano le prestazioni lavorative dei dipendenti

•la remunerazione dei dipendenti

Vale a dire: un sistema di relazioni industriali è il complesso di rapporti in cui si definisce la

regolazione del lavoro.

I datori di lavoro e i dipendenti interagiscono tra loro principalmente tramite le associazioni di

rappresentanza degli interessi. Ciò vale soprattutto per i dipendenti, che individualmente hanno un

potere contrattuale molto inferiore rispetto a quello del singolo datore di lavoro.

I lavoratori dipendenti quindi si associano in associazioni di rappresentanza, i sindacati, che li

rappresentano; inoltre i dipendenti spesso eleggono anche propri rappresentanti a livello

aziendale.

Mentre i dipendenti hanno un chiaro interesse ad una rappresentanza e negoziazione collettiva del

rapporto di lavoro, i datori di lavoro possono:

1) contrattare individualmente le condizioni del rapporto di lavoro applicate nella propria azienda

con i sindacati o le rappresentanze sindacali aziendali

2) affidare la contrattazione alle proprie associazioni degli interessi, a livello nazionale e territoriale,

di settore o intersettoriale

Per il singolo datore di lavoro la convenienza di affidarsi prevalentemente o totalmente all’una o

all’altra opzione non è scontata, e può variare nel corso del tempo.

Contrattazione collettiva e epoca fordista

Perché la contrattazione collettiva ha un ruolo centrale nella definizione del salario e delle

condizioni di lavoro in epoca fordista?

Perché essa è adatta a regolare i rapporti di lavoro in presenza di una forza lavoro altamente

omogenea, con interessi che possono essere rappresentati collettivamente.

In queste condizioni la contrattazione collettiva è un metodo efficiente in quanto:

1)

assicura il consenso della forza lavoro, necessario al funzionamento delle imprese

2)

è in grado di tenere conto delle differenze di settore, territoriali e tra le varie professioni

Nelle relazioni industriali i rapporti tra le parti possono essere improntati a conflitto o

cooperazione, fino allo sviluppo di forme di partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alla

gestione dell’impresa. La contrattazione collettiva sta tra queste due polarità, mai eliminabili,

favorendo le soluzioni di compromesso.

Stili regolativi del lavoro

Epoca pre-fordista

Nel periodo pre-fordista (XIX secolo e inizio ‘900) dominano le forme di regolazione caratterizzate

da uno stile regolativo di azione unilaterale:

1) regolazione manageriale = esercizio unilaterale discrezionale della propria autorità da parte

delle imprese. La regolazione manageriale non scompare nel XX secolo, ma viene sempre più

vista come un metodo arretrato di regolazione (almeno fino agli anni ‘70-80 del XX secolo)

2) Regolazione associativa (o corporativa) = regolazione dei rapporti di lavoro affidata ai

sindacati di mestiere (es. portuali, tipografi) che hanno il monopolio dell’offerta di lavoro locale e

stabiliscono le condizioni di lavoro. Residuale nel XX secolo, almeno per il lavoro dipendente

3) Legislazione. Nel periodo pre-fordista si occupa poco del lavoro. Nel periodo fordista si occupa

della regolamentazione degli aspetti generali del rapporto di lavoro (diritti fondamentali dei

lavoratori, durata della settimana lavorativa) ma è uno strumento troppo generico per regolare la

varietà dei rapporti di lavoro

Epoca fordista

In epoca fordista la contrattazione collettiva è la forma dominante di regolazione del lavoro.

Accanto ad essa, esistono forme di azione cooperativa, che si integrano con la contrattazione ed

anzi la rafforzano. Si tratta di:

1)

coinvolgimento diretto dei dipendenti. Es. nei distretti industriali, coinvolgimento informale dei

dipendenti delle piccole imprese nella gestione quotidiana delle aziende, dove comunque si

applica la contrattazione collettiva e i lavoratori sono sindacalizzati

2) cogestione/consultazione = forme di partecipazione stabile e istituzionalizzata dei rappresentanti

dei lavoratori agli organi di governo dell’azienda (cogestione) o forme di consultazione stabile dei

sindacati nelle scelte aziendali. Es. di cogestione: codeterminazione tedesca

3) Concertazione diffusa = pratiche di concertazione delle scelte aziendali tra sindacati,

associazioni degli interessi dei datori di lavoro e autorità pubbliche a livello locale e territoriale.

Crisi del fordismo

La grande azienda e l’intero sistema socio-economico del capitalismo fordista vanno in crisi tra gli

anni Settanta e Ottanta. La crisi ha cause esogene (esterne) ed endogene (interne).

Cause esogene:

•Crisi petrolifere (1973 e 1979)

•Guerra del Vietnam (finisce nel 1975)

•Aumento della competizione globale

La crisi petrolifera accresce il prezzo delle materie prime e produce inflazione. Lo stesso succede

con l’aumento della spesa pubblica causato dalla guerra in Vietnam, che dura 15 anni e mobilita

milioni di americani, per essere alla fine persa.

Mentre la vittoria nella II guerra mondiale aveva convinto gli americani che l’intervento pubblico

nell’economia è efficace, la sconfitta nella guerra del Vietnam diventa una prova del fallimento

dello stato.

Aumenta la concorrenza globale nella manifattura. Già negli anni 60 tedeschi, giapponesi e italiani

(gli sconfitti nella guerra) sono in grado di fare concorrenza ai vincitori (USA e GB). Negli anni 70 e

80 compaiono nuovi concorrenti in Asia orientale (c.d. 4 dragoni: Taiwan, Singapore, Hong Kong e

Corea del Sud), e dagli anni 80 in avanti la Cina inizia a diventare la “manifattura del mondo” e in

particolare degli USA.

Cause endogene:

•Conflittualità diffusa vs. organizzazione taylorista del lavoro

•Nuovi gusti e modelli di consumo vs. rigidità della produzione di massa

La grande fabbrica fordista può facilmente diventare molto conflittuale.

In molte situazioni, il lavoro alla catena di montaggio rimane penoso e poco sopportabile, anche

se i salari migliorano.

Gli operai sono spesso immigrati (cfr. la grande migrazione dal Sud al Nord in Italia e in Europa

degli anni 50-70) e quindi faticano a inserirsi nelle “comunità aziendali” in cui continuano a sentirsi

estranei. Il miglioramento delle condizioni operaie dovuto al fordismo e al keynesismo dà luogo a

un processo di crescita delle aspettative. I conflitti sociali non sono messi in moto dalla propria

situazione negativa (deprivazione assoluta, miseria), ma dal confronto tra la propria situazione e

quella di chi sta meglio (deprivazione relativa, invidia).

Gli operai degli anni 70 sono cresciuti in un mondo di consumi di massa, e ne vogliono sempre di

più, mentre i loro genitori, cresciuti in un mondo povero, si accontentavano di molto meno.

Tutto questo, unito al prestigio di cui (ancora) godevano le teorie marxiste (anche per via delle

conquiste tecnologiche e la forza militare dell’Urss, di cui si ignora la povertà, la disuguaglianza e

la corruzione), crea le premesse per una grande ondata di conflitto industriale, che dura – in Italia

e altrove - dalla metà degli anni 60 fino all’inizio degli anni 80. L’inflazione e la forza del sindacato

contribuiscono a rendere le fabbriche spesso ingovernabili. In molti casi il conflitto diventa violento

(terrorismo da parte operaia, metodi di gestione illegali da parte dei datori di lavoro).

Le aziende fordiste sono cresciute in un periodo di mercati stabili, con poca o nessuna

concorrenza internazionale e con consumatori passivi, ben lieti di acquistare qualsiasi cosa

venisse prodotta.

In questo contesto potevano programmare la produzione sul lungo periodo, sfruttando appieno le

economie di scala e minimizzando i costi delle rigidità, produttive (catena di montaggio) e ora

anche operaie (rigidità del salario e della regolazione del lavoro).

A partire dagli anni 70 aumenta l’instabilità (turbolenza) dei mercati. In primo luogo per la

concorrenza dei nuovi paesi industriali (NICS), che diventano concorrenti ma anche nuovi possibili

fornitori (esternalizzazioni) o addirittura sedi dove spostare la produzione (delocalizzazione).

Se i mercati cambiano rapidamente, la programmazione aziendale fallisce e la rigidità della

produzione e del lavoro diventa un problema.

Il grosso problema, per le aziende fordiste, è il mutamento dei consumatori. Il consumatore di

massa, tipico del fordismo, prende quello che viene prodotto (la produzione comanda sul

consumo), perché parte da aspettative basse.

Una volta soddisfatti i bisogni di base, il consumo diventa sempre più fonte di identità e distinzione.

In luogo delle comunità tradizionali nascono comunità basate sul consumo (moda, lusso, shopping,

comunità di prodotto giovanili, come nel caso della musica pop o, oggi, dei videogiochi).

Ma la produzione di massa non può produrre i tradizionali beni esclusivi e di lusso, che danno

distinzione (riscoperta dell’artigianato); e dall’altra parte, essendo rigida, fatica a seguire

l’evoluzione dei nuovi consumi di massa.

Nel mondo post-fordista, il consumo comanda la produzione. La pianificazione aziendale non si

limita più solo alla produzione, ma si estende al marketing, che diventa sempre più importante. Lo

stesso prodotto può essere venduto in modi diversissimi, con strutture costi/benefici totalmente

differenti. Gli uomini del marketing diventano importanti quanto gli ingegneri.

Le aziende rispondono a queste sfide con una serie di strategie che aprono una terza fase del

capitalismo, di solito definita post-fordismo. Le principali tra queste sono:

produttivo: la produzione diventa globale

%decentramento

flessibilità vs. rigidità del lavoro

% tecnologica e nuovi modelli produttivi

%innovazione dei lavoratori: il toyotismo

%coinvolgimento e razionalizzazione dei servizi

%industrializzazione

Decentramento produttivo

Ogni azienda deve rispondere a una domanda: make or buy? Fare all’interno, o comprare

all’esterno? Espandere la gerarchia, o basarsi su rapporti di mercato?

La grande azienda fordista era fortemente integrata verticalmente e concentrata orizzontalmente,

perché i vantaggi delle economie di scala erano maggiori degli svantaggi (rigidità).

Ora succede il contrario: la grande dimensione diventa dannosa, perché produce rigidità e

problemi di coordinamento. Le aziende esternalizzano molte funzioni, facendo nascere un tessuto

di piccole imprese che spesso diventa più grande dell’azienda madre stessa. In Italia, questo

processo inizia negli anni 50 e 60 e dà vita ai distretti industriali (v. oltre).

Il decentramento produttivo è agevolato dalle nuove tecnologie (ICT) che rendono più agevole il

coordinamento a distanza. L’azienda si trasforma in rete di aziende: la rete può essere facilmente

ristrutturata ed è flessibile.

Esso indebolisce il sindacato, perché è più difficile sindacalizzare tante piccole imprese piuttosto

che una sola grande, e perché nelle PMI il rapporto tra datore e lavoratore è diretto e non ha

bisogno di mediazioni (né sindacale né di HRM). Il decentramento produttivo si rivolge spesso a

paesi stranieri, dove i costi sono inferiori, oppure a zone meno sindacalizzate degli stessi paesi

(delocalizzazione).

Il decentramento produttivo favorisce quindi lo sviluppo dei nuovi paesi industriali. Negli anni 80 i

“4 dragoni”, poi dagli anni 90 i paesi dell’Europa orientale in cui cadono i regimi comunisti, e quindi

la Cina e Brasile, Russia, India.

Le grandi masse operaie fordiste scompaiono dal nordamerica e dall’Europa occidentale, e si

ricreano in questi nuovi paesi. Nei paesi “vecchi” si assiste al processo di terziarizzazione.

dell’economia e dell’occupazione: i servizi diventano più importanti dell’industria. Questo processo

è più forte nei paesi liberali, dove il sindacato si indebolisce di più (perché meno legato allo stato e

più all’azienda) che in quelli a economia di mercato coordinata (Europa continentale e meridionale

e Scandinavia).

Post-fordismo: la flessibilità del lavoro

Esistono quattro forme di flessibilità del lavoro:

• numerica (possibilità di licenziare e assumere facilmente)

• salariale (possibilità di variare facilmente il salario)

• funzionale (possibilità di variare facilmente il contenuto del lavoro)

• temporale (possibilità di variare facilmente l’orario di lavoro)

Queste forme possono essere in contrasto tra loro. In particolare è netto il contrasto tra flex

numerica e flex funzionale. Se è forte la prima è difficile sviluppare la seconda, che richiede

consenso e motivazione dei lavoratori. In generale, il grande problema è conciliare la flessibilità di

cui le aziende hanno bisogno per competere con le rigidità di cui i lavoratori hanno bisogno per

essere tranquilli e vivere bene: questo è chiaro, per esempio, con la flessibilità temporale.

I distretti industriali

La combinazione di mercato e redistribuzione tipica del fordismo mette in secondo piano gli

elementi di reciprocità (comunitari) nell’economia. Con il postfordismo questi riacquistano

importanza.

MA: il fordismo non è stato l’unica forma di organizzazione socio-economica esistente, neanche

nel periodo del suo maggiore successo. Al suo fianco, si sono sviluppati modelli diversi, con una

diversa relazione tra società ed economia.

I “distretti industriali” ne sono un esempio. Un distretto industriale è una zona geografica in cui

esiste una grande quantità di piccole aziende tutte appartenenti al medesimo settore produttivo

(es: gli occhiali a Feltre; le scarpe a Vigevano; il tessile a Prato ecc. ecc.).

Mentre la grande industria a produzione di massa sfrutta le economie di scala, la piccola industria

dei distretti sfrutta le economie esterne (positive), cioè i vantaggi derivanti dalle interdipendenze

che si creano tra aziende. pur essendo separate, le aziende cooperano ad es. per “prestarsi” i

lavoratori, per collaborare in grossi affari, per scambiarsi innovazioni tecnologiche ecc. Tra le

aziende dei distretti c’è cooperazione senza una gerarchia formale e senza una burocrazia: essa si

basa, invece, sui rapporti familiari e comunitari. I distretti sono caratteristici della “terza

Italia” (Nordest e parte del Centro). Il termine risale all’economista Alfred Marshall (1842-1924), ma

è stato diffuso dall’economista italiano Giacomo Becattini e dal sociologo Arnaldo Bagnasco

(entrambi viventi).

Bagnasco parla di costruzione sociale del mercato: le aziende dei distretti, che vanno molto bene

sui mercati di tutto il mondo, sono il risultato di un complesso processo sociale e politico. è quello

che prima abbiamo chiamato radicamento sociale - o istituzionale - dell’economia

(embeddedness). Essi hanno la propria origine storica:

a) nei rapporti di produzione tipici delle campagne di queste regioni, in cui prevalgono contratti

(mezzadria e forme di affitto) che stimolano nei contadini le capacità imprenditoriali (diversamente

dal bracciantato);

b) nella forte tradizione artigiana che caratterizza le città di queste regioni: anche questa favorisce

una cultura favorevole al lavoro e all’impresa;

c) nel decentramento produttivo delle grandi aziende, che libera - involontariamente - energie e

capacità.

La cooperazione tra le aziende si basa sulla prossimità territoriale, ma anche sulle affinità politiche

e culturali. Quelle culturali derivano dalla tradizione locale, quelle politiche dal fatto che nelle aree

di piccola impresa c’è stato, per decenni, un partito predominante, PCI in Emilia e Toscana, DC in

Veneto, che appoggia (in modi differenziati) lo sviluppo dall’interno.

Secondo D. Soskice, un economista inglese vivente, neo-keynesiano, esistono due modelli di

sviluppo industriale post-fordista: una strada maestra (high road) allo sviluppo, con al centro le

risorse umane e la loro formazione, e una scorciatoia (low road), che punta alla riduzione dei costi.

La strada maestra è in continuità con l’intuizione di Ford e con la scoperta del fattore umano, la

seconda punta su una forma di capitalismo senza regole e senza norme. Egli parla di due equilibri:

ad alta qualificazione (high skill equilibrium)

%equilibrio a bassa qualificazione (low skill equilibrium)

%equilibrio

Le istituzioni possono spingere le aziende verso la prima o la seconda strada.

Nuovi modelli produttivi: due strade

Il primo prevede forti investimenti in formazione, alta qualificazione, forte flessibilità funzionale del

lavoro, cooperazione tra lavoratori e azienda, alti salari. I prodotti sono di alta qualità e competono

sulla qualità, non sul prezzo. E’ tipico della Germania e dei paesi Scandinavi, e (parzialmente) del

Giappone. Il secondo prevede uno scarso investimento in formazione professionale, qualificazione

del lavoro relativamente bassa, cooperazione dei lavoratori relativamente bassa, bassi salari. I

prodotti competono per il prezzo prima che per la qualità. E’ tipico dei paesi anglosassoni.

Nei paesi dell’Europa meridionale sono presenti entrambe le strade.

I prodotti industriali che competono sul prezzo (la scorciatoia) sono più esposti alla concorrenza

dei paesi neo-industrializzati (NICS: newly industrialized countries, soprattutto paesi asiatici, oggi

anche Est Europa), che possono ridurre il prezzo abbassando il costo del lavoro più di quanto non

sia possibile nei paesi occidentali, poiché la regolazione istituzionale dell’economia è più debole e

il costo della vita inferiore.

Quindi nei paesi anglosassoni le aziende sono più propense all’uso di subforniture o alla

delocalizzazione in paesi in via di sviluppo, e il processo di terziarizzazione della struttura

occupazionale è più avanzato.

La “high road”: diversi modelli L’unica alternativa alla rincorsa verso il basso di prezzi e salari è

l’innovazione tecnologica e organizzativa, che consente di aumentare la produttività senza

comprimere i salari. Aumenta il livello di qualificazione del lavoro, ma diminuiscono i posti di lavoro.

Ci sono diversi modi in cui questo può avere luogo. Ne presentiamo 4:

neofordismo tecnologico (o produzione di massa flessibile)

%il produzione diversificata di qualità

%la

toyotismo

%il

Neofordismo tecnologico

automazione della produzione grazie allo sviluppo della tecnologia elettronica. La

%Massiccia

catena di montaggio viene sostituita da sofisticati sistemi di movimentazioni di materiali e

semilavorati. Le “linee” diventano automatizzate.

se si parla di neo-fordismo (è diffuso soprattutto nelle aziende automobilistiche), si

%Anche

potrebbe anche parlare di neo-taylorismo, perché gli ingegneri rimangono centrali, come nel

taylorismo. Ma il livello medio di qualificazione del lavoro è molto più alto.

questo modo è possibile gestire in maniera più flessibile il numero crescente di varianti del

%In

prodotto, necessarie per seguire l’evoluzione dei gusti dei consumatori e le mode.

aumentare la flessibilità, l’azienda diventa più snella, esternalizzando tutte le fasi produttive

%Per

possibili.

Produzione diversificata di qualità

Nell’industria automobilistica tedesca e scandinava si è sviluppata, dagli anni 80, una forma

particolare di modello produttivo post-fordista che si definisce produzione diversificata di qualità

(PDQ).

Anche qui utilizzo dell’automazione flessibile, ma si distingue per l’importanza della qualificazione

del lavoro. Il sindacato tedesco, molto forte, condivide con le aziende la gestione di un sistema

molto avanzato di formazione professionale,e impone alle aziende la flessibilità funzionale in luogo

di quella numerica. Si producono quindi beni ad alto contenuto tecnologico e di alta qualità, che

per questo evitano la competizione sul prezzo. In questo modo si possono avere alti salari per gli

operai. E’ l’esempio classico di “high road” post-fordista.

Il modello Toyota

Il modello Toyota prevede un forte coinvolgimento del personale: la crisi della disciplina burocratica

spinge le aziende a utilizzare la comunità per aumentare la produttività degli operai (come già nel

fordismo). Il Giappone è il primo paese dove si sviluppano queste innovazioni, sulla base della

tradizione culturale locale e degli studi di Taichi Ohno (anni 70). Ohno, ingegnere e dirigente della

Toyota, definisce un nuovo modello in cui la produzione è spinta dal mercato (al contrario del

fordismo) e la progettazione non è più separata dall’esecuzione: tutti gli operai sono in grado di

contribuire, grazie a varie tecniche, al miglioramento del prodotto. Si parla di toyotismo, un modello

che si basa sul just-in-time (nel tempo giusto) e sul kaizen (miglioramento continuo).

Industrializzazione dei servizi

Si tratta di un aspetto parzialmente in controtendenza rispetto ad altri aspetti del post-fordismo. Le

aziende di servizio applicano metodi tayloristi e fordisti, nascono grandi catene (supermercati, fast-

food, pulizie, call center ecc.) ad alta divisione del lavoro, standardizzazione dei processi,

separazione progettazione-esecuzione. Dunque mentre nell’industria si va dalla grande azienda

verso la piccola, nei servizi si va dalla piccola alla grande: per esempio, i negozi o i bar di

quartiere, che di solito sono aziende familiari, chiudono e aprono supermercati e fast-food. Questo

rende possibile un aumento della produttività, e la sindacalizzazione di settori precedentemente

privi di rappresentanza del lavoro.

La crisi del welfare state keynesiano

L’obiettivo principale del wf keynesiano è il raggiungimento del pieno impiego e la diminuzione

dell’insicurezza sociale. Quando questo obiettivo viene conseguito, si creano dei problemi (“esiti

perversi”: le politiche pubbliche non danno i risultati positivi attesi, ma risultati negativi che non ci si

aspettava).

- Maggior potere di mercato dei lavoratori: alti tassi di occupazione, meno esercito industriale di

riserva.

- Lo stato del benessere inizia a produrre costi sociali: alta spesa pubblica, quindi alta pressione

fiscale.

Lo stato neo-liberista

Dai tardi anni 70 in avanti, le politiche keynesiane perdono quindi progressivamente popolarità.

Questo processo è più rapido e forte nei paesi anglosassoni (economie di mercato liberali), dove la

regolazione dell’economia era sempre rimasta relativamente limitata. Il governo Thatcher (1979) in

UK e la presidenza Reagan (1980) negli US segnano una svolta politica di segno liberale e anti-

socialista.

Si parla in generale di neo-liberismo, o di de-regolazione, che (con il post-fordismo) costituisce una

terza fase del capitalismo, dopo quella manchesteriana e quella keynesiana. Neo-liberismo,

perché si riafferma la fiducia nell’operare del mercato. De-regolazione, perché vengono indebolite

le norme politiche che regolavano l’economia keynesiana.

In Europa il passaggio dal keynesismo al neo-liberismo avviene a partire dagli anni 80-90 ed è

graduale, senza brusche interruzioni, Oggi, con la grande crisi finanziaria apertasi nel 2007 e poi

estesa a tutta l’economia e ai bilanci pubblici, può darsi che questo trend stia cambiando, ma è

ancora presto per valutare. Mentre nell’ordine socio-economico keynesiano sono decisivi lo stato e

il mercato regolato dalle associazioni degli interessi collettivi (sindacati, datori di lavoro, partiti

politici ecc.), in quello neo-liberista sono più importanti l’individuo e la comunità. “La società non

esiste” o “meno stato più mercato” sono slogan popolari di questo periodo.

Politiche sociali: la trappola del welfare

La diminuzione della insicurezza sociale è un obiettivo implicito della stessa idea di wf. Già Polanyi

(1944) ricordava che qualunque tutela statale nei confronti dell’operare del mercato può tradursi in

una diminuzione degli incentivi a lavorare. Si parla di trappola del welfare quando i sussidi

disincentivano la ricerca di un posto di lavoro. Se posso guadagnare 800 euro al mese di sussidio,

potrei non accettare un lavoro da 1.000 euro al mese, perché di fatto ci guadagno solo 200 euro. In

alcuni contesti di forte marginalità (ad esempio i ghetti neri negli USA, ma anche sacche di

emarginazione in Europa) si creano comunità di welfare-dipendenti, i cui figli diventano pure

welfare-dipendenti.

Per evitare la trappola del welfare, all’idea della de-mercificazione si sostituisce quella delle

politiche attive. Obiettivo dello stato sociale non è più la tutela delle persone, ma metterle in grado

di tutelarsi da sole. Vengono tagliati i sussidi di disoccupazione, o vengono subordinati alla reale

ricerca di un lavoro (welfare- to-work), o vengono limitati nel tempo, o comunque vengono

condizionati a qualcosa.

Le sole politiche sociali che resistono sono quelle scolastiche. L’espansione della scuola arriva al

livello universitario. Questo perché l’investimento in istruzione non distorce l’azione del mercato,

ma la sostiene (in senso smithiano), aumentando la produttività degli individui.

La spesa pubblica non viene più usata in funzione anticiclica, come doveva essere secondo

Keynes, ma diventa rigida, perché collegata al consenso elettorale (scambio politico). E’

importante notare che la rivolta fiscale è molto meno forte in alcuni paesi, per esempio quelli

scandinavi, dove l’imposizione fiscale resta alta (oltre il 60% del reddito…). Quando il radicamento

della redistribuzione nella comunità statale si indebolisce, si assiste in molti paesi a una crisi della

solidarietà e della redistribuzione stessa. Separatismo etnico, crisi degli stati federali (URSS,

Jugoslavia, ma anche Francia e UK).

Anziché sostenere la domanda con la spesa pubblica la si sostiene con i tagli fiscali. L’idea è che il

mercato utilizzi queste risorse meglio dello stato, favorendo quindi la crescita.

Stratificazione sociale

Si definisce stratificazione sociale il fatto che le risorse socialmente disponibili (di vario genere:

materiali, finanziarie, educative, sociali, culturali…) sono distribuite in modo differenziato ai vari

individui che compongono la società, di modo che alcuni hanno di più e altri hanno di meno. Uno

strato sociale comprende individui con dotazione di risorse analoga. Strati superiori sono quelli

dotati di più risorse, strati inferiori quelli con meno risorse. Stratificazione significa quindi presenza

di diseguaglianza sociale.

La stratificazione sociale ha tante dimensioni, quanti sono i tipi di risorse presenti nella società.

Secondo la teoria di Weber, le dimensioni principali sono 3.

economica, determinata dalla ricchezza posseduta: gli strati si chiamano classi

%Dimensione

sociali. sociale, determinata in base ad affinità e differenze di stile di vita, ideologia, cultura,

%Dimensione

radicate in identità collettive (reciprocità): si parla di ceti.

politica, determinata dal rapporto con lo stato e con le risorse che questo garantisce:

%Dimensione

si parla di partiti, o, meglio, di gruppi di potere. Nelle società democratiche perde di importanza (lo

stato è accessibile a tutti). Nelle società premoderne era spesso quella decisiva (eg: schiavi vs.

cittadini nella Roma antica)

La stratificazione sociale coincide spesso con forme di monopolio di un gruppo su una risorsa, o

un tipo di risorse: essa viene quindi sostenuta da processi di chiusura sociale. La chiusura può

essere politica, economica o sociale: in tutti i casi, possiamo contrapporre istituzioni esclusive

(chiuse) a istituzioni inclusive (aperte).

Nelle società premoderne esistono varie forme dirette di chiusura sociale (istituzioni esclusive):

caste, gilde, monopoli occupazionali etnici, distinzioni tra gruppi sociali nobili e gruppi plebei,

barriere etniche ecc. ecc. Istituzioni esclusive si trovano anche in società recenti: la Russia prima

del 1917; la Germania nazi; gli USA prima delle leggi sui diritti civili, il Sudafrica dell’apartheid;

Israele per i non ebrei; molti paesi islamici per i non islamici.

In tutte le società note c’è stratificazione: una società con perfetta uguaglianza non è mai esistita

(anche tra gli animali c’è stratificazione!). Fanno eccezione le piccole comunità isolate (ad es.

comunità religiose o subculturali), ma si tratta di casi rari. Gerhard Lenski (un macro-sociologo

USA del secondo dopoguerra) ha studiato l’andamento nel tempo della disuguaglianza sociale,

mostrando come questa aumenti dalle società primitive a quelle agricole, per poi diminuire nelle

società industriali moderne. Una società integralmente egualitaria è stata tentata dalle forme più

radicali del socialismo (Stalin in URSS; Mao in Cina), con risultati non sempre positivi:

l’eliminazione del mercato richiede grandi dosi di violenza dello stato, ed eliminando il mercato si

eliminano gli incentivi.

Oltre al grado di stratificazione, cambiano anche i meccanismi che la determinano. In generale, si

può trattare di meccanismi ascrittivi (ereditarietà) o di meccanismi acquisitivi (meritocrazia). I

primi rinviano a istituzioni esclusive, i secondi a istituzioni inclusive. L’idea liberale è che con la

modernizzazione i secondi dovrebbero prevalere sui primi. Questo in effetti ha luogo, ma non

completamente. I meccanismi ascrittivi e le istituzioni esclusive hanno ancora un grande peso nelle

società contemporanee. I gruppi sociali superiori (ricchi di risorse) tendono a chiudersi, per

mantenere i privilegi di generazione in generazione (trasmissione intergenerazionale). I gruppi

sociali inferiori cercano di abolire le forme di chiusura, per godere di pari opportunità.

Esempio di meccanismi ascrittivi vs acquisitivi:

Criteri di selezione del personale: la teoria della modernizzazione sostiene che nelle società

moderne i criteri di selezione sono progressivamente acquisitivi.

Il processo di selezione e le caratteristiche dei candidati

& Funzionalismo: le società industriali si reggono su razionalità tecniche ed economiche

domanda di manodopera istruita"aumento della partecipazione ai sistemi

"aumento

educativi"prevalenza di criteri acquisitivi;

& Le evidenze empiriche hanno messo in evidenza almeno due punti di criticità all’approccio

funzionalista (Goldthorpe, 1994):

1. Permanenza di disuguaglianze nelle opportunità educative;

2. Se anche i soggetti riescono a raggiungere un certo livello di istruzione, le imprese non pongono

la qualifica come criterio unico e prioritario.

& Per le imprese è necessario che vi sia corrispondenza tra il tipo di posto vacante e le

caratteristiche dei candidati"a tale obiettivo possono contribuire anche le attitudini e le

caratteristiche individuali (Miller, 1992)

Difficilmente chi si occupa di selezione possiede informazioni dettagliate sulle capacità produttive

dei candidati ad un posto vacante; Ciò che i selezionatori possono valutare è un insieme di dati

individuali dai quali trarre indicatori di futura produttività; In letteratura le caratteristiche dei

candidati vengono classificate in due modi tra loro collegati:

* Indici e Segnali (Spence, 1973);

* Conoscenze tecniche (basic skills) e Competenze organizzative (trasversal attitudes) (Maurice,

Sellier, Silvestere, 1986; Isfol, 1994; van de Werfhorst, 2004).

Genere, età, origine etnica e sociale possono essere indici di determinati attitudini e

comportamenti"indici di ‘propensioni di gruppo’ (Arrow, 1973);

Le variabili legate all’istruzione (titolo di studio, disciplina studiata, voti finali, ecc..) possono essere

di conoscenze tecniche e di potenziale produttività di base per svolgere una determinata

"segnali

mansione (come sottolineato dalla teoria del capitale umano) (Schutz, 1961; Becker, 1993);

di competenze più generiche (trasversali alle specifiche mansioni) come la capacità di

"segnali

apprendimento (Thurow, 1975) e la capacità di gestire e programmare i propri obiettivi (Breen,

Hannan, O’Leary, 1995; Checchi, Pravettoni, 2003).

La relazione tra tipo di lavoro e criteri di selezione

A seconda del tipo di lavoro alcune caratteristiche dei candidati assumono più rilevanza di altre (de

Wolf , van der Velden, 2001) :

- le esperienze formative sono più importanti per i ‘professional jobs’ ad alto contenuto tecnico;

- indicatori più ‘soft’ come la personalità e le attitudini individuali sono più importanti per i ‘general

jobs’ che necessitano anche di competenze organizzative e relazionali;

I criteri standard delle aziende

Alcune ricerche hanno dimostrato che i criteri di selezione possono essere indipendenti dal tipo di

lavoro:

" Le aziende possono avere degli standard fissi che indicano competenze trasversali al tipo di

lavoro, requisiti spesso necessari per adattarsi al contesto organizzativo (Wood, 1985; Miller, 1992,

Goldthorpe, 1994);

Gli standard:

" Istruzione (livello, voti, tempi) segnale di ‘competenze sociali’ (gestire in modo efficace le

situazioni) (Thurow, 1975;Breen, Hannan, O’Leary, 1995; Checchi, Pravettoni, 2003)

" Genere indice di > (uomini) o < (donne) ‘propensione’ verso le esigenze aziendali (Schizzerotto,

Cobalti, 1998; Brewster, Rindfuss, 2000)

" Età indice di > o < ‘propensione’ alla flessibilità (funzionale e/o contrattuale) (Livock, 1980)

" Origine sociale e geografica indici del background culturale del candidato: indici di maggiore o

minore affidabilità?

Gli studi sulla stratificazione sociale e sulla mobilità si pongono due domande.

è stratificata la società? Come sono distribuite le risorse disponibili? Quali disuguaglianze

%Come

sono presenti?

ci si muove attraverso questi strati? Da una generazione all’altra, o nella vita delle

%Come

persone, si cambia facilmente strato, o si tende a rimanere nello stesso strato? Perché?

Due esempi per capire:

La società è come una scala, dove vi sono diversi gradini. La prima domanda si chiede quanti

gradini ha la scala, quanto sono alti e quante persone possono stare su ogni gradino. Ci può

essere una scala con pochi gradini bassi, in cui le persone possono affollarsi sui gradini, e una

scala con molti gradini, e poco spazio su quelli più alti. La seconda si chiede quante persone si

spostano da un gradino all’altro e perché. Oppure, una gara di corsa. Ci si può chiedere due cose:

come sono distribuiti i premi (tutto al primo, premi per tutti e varie possibilità intermedie), e qual è

l’ordine di arrivo.

Un'altra domanda è come sono definite le posizioni sociali tra cui gli individui si muovono? In

economia si usa normalmente il reddito, che però si rileva con difficoltà e può variare con la

congiuntura. In sociologia, invece, si utilizzano le occupazioni. Nel mondo moderno buona parte

delle risorse materiali, sociali e anche politiche possedute dagli individui sono in buona misura

associate alle loro occupazioni. La distribuzione delle risorse (e quindi le disuguaglianze sociali)

tende quindi a seguire la distribuzione delle occupazioni. Chi fa lavori simili tende ad avere risorse

simili, e quindi opportunità di vita simili.

Classi occupazionali:

Le occupazioni, però, sono decine di migliaia. Per semplificare lo studio delle posizioni

occupazionali, le si aggrega in classi sociali. L’aggregazione più usata oggi è stata sviluppata da

John Goldthorpe, un sociologo inglese (n. 1935, vivente) sulla base delle teorie di Marx e,

soprattutto, di M. Weber (si parla di teoria neo-weberiana delle classi). La classificazione di

Goldthorpe (o EGP) si basa su due proprietà delle occupazioni:

situazione di lavoro

%la situazione di mercato

%la

La situazione di lavoro è la posizione dell’occupazione nella divisione del lavoro. La divisione del

lavoro definisce una gerarchia tra le occupazioni. Innanzitutto c’è la distinzione tra lavoro manuale

e lavoro intellettuale (operai vs. impiegati). Poi c’è la distinzione tra occupazioni autonome, dove il

lavoro è organizzato dal lavoratore stesso, e occupazioni dipendenti, in cui il lavoro è inserito in

una gerarchia aziendale. Tra le occupazioni autonome, in alcune si comandano altre persone, in

altre no (imprenditori vs. lavoratori autonomi di vario genere). Tra le occupazioni alle dipendenze,

varia la posizione nella gerarchia aziendale, che può essere alta (dirigenti), media (impiegati di

medio livello, capi operai), bassa (impiegati e operai di basso livello).

La situazione di mercato è l’insieme delle ricompense che toccano a chi svolge una determinata

occupazione. Esse sono determinate non tanto da quello che si fa, quanto dal valore che questo

ha per la società. Occupazioni altamente complesse ma poco importanti perché sostituibili

facilmente dalle macchine hanno una situazione di mercato diversa da occupazioni meno

complesse ma non sostituibili, o male sostituibili, dalle macchine. La differenza fondamentale, nella

società moderna, è tra occupazioni agricole (con situazione di mercato meno buona a causa della

razionalizzazione dell’agricoltura) e occupazioni non agricole (con situazione di mercato buona).

Lo schema di classe

Incrociando queste proprietà, si ottiene uno schema di classe composto da 3, 6 o 12 classi. Il

numero di classi è arbitrario, perché le classi in realtà come tali non esistono: noi riuniamo con

questo concetto una serie di individui con caratteristiche e (quindi) comportamenti simili. Nella

tabella è riportato lo schema di classe neo-weberiano utilizzato dagli studiosi di mobilità italiani. In

altri paesi, o per altri periodi storici, si usano schemi diversi: lo schema è uno strumento che può

essere adattato alle nostre esigenze conoscitive, come un cannocchiale.

Il mutamento della struttura di classe (guarda slide)

Le tabelle che seguono confrontano la struttura di classe dell’Italia del 1881 con quella del 2003.

La prima tabella presenta uno schema disaggregato, la seconda uno schema aggregato a 3 classi.

Dalla prima si ricava un dato molto importante: la diminuzione degli occupati. Si confrontino i totali

degli occupati con quello della popolazione. Questo deriva a) dal progresso tecnologico e

organizzativo, che aumenta la produttività del lavoro; b) dallo sviluppo del welfare state (scolarità di

massa, pensioni), che consente a larghe fasce di popolazione (giovani, anziani), di non lavorare.

La tavola di mobilità

Lo strumento di base per lo studio della mobilità sociale è la tavola di mobilità. Si tratta di una

tabella a doppia entrata che suddivide gli individui (in questo caso un campione di italiani e italiane

occupati) in base alla loro classe sociale di origine e alla loro classe sociale attuale (di

destinazione).

Lezione 16

Dalla scuola al lavoro

In linea di principio, esiste interdipendenza tra scuola e datori di lavoro: le aziende hanno bisogno

delle scuole per avere lavoratori qualificati, le scuole hanno bisogno delle aziende per avviare al

lavoro i loro diplomati. Tuttavia la storia mostra che l’espansione della scuola è tipicamente

derivata dal ruolo dello stato e dalle scelte delle famiglie: il rapporto diretto con le aziende è

prevalentemente stato secondario, se non in qualche tipo di corso scolastico (eg. le facoltà di

ingegneria ed economia, nate alla fine dell’800 dalle esigenze dell’industria moderna, o molti istituti

tecnici e professionali nati allo stesso modo), o in qualche paese.

Dalla scuola al lavoro

Se siamo in un contesto di puro mercato, la formazione delle competenze rischia di andare

incontro a problemi di coordinamento, che a loro volta producono esiti subottimali. Le aziende

infatti adottano un comportamento opportunistico (free riding, viaggiare sull’autobus senza

pagare il biglietto): “rubare” i lavoratori già formati è più conveniente che investire nella loro

formazione, in proprio o attraverso accordi con le scuole. Il problema è tipico della produzione di

beni pubblici, che sono beni indivisibili (dal cui godimento non si può escludere nessuno). Un

attore razionale non parteciperà alla produzione di un bene pubblico, perché partecipare ha un

costo e non aggiunge beneficio, perché del bene pubblico si fruisce comunque.

In questo caso, il bene pubblico sono le competenze, ovvero la disponibilità sul mercato del lavoro

di una forza-lavoro ben formata e quindi più produttiva. Se le aziende sono lasciate alla loro

razionalità individuale ci saranno comportamenti opportunistici e nessuna investirà in formazione,

né assumerà i giovani ancora da formare. Bassa formazione e basso investimento in risorse

umane sono associate alla low road (Soskice, una scorciatoia allo sviluppo, dove la competizione

tra aziende non avviene sulla qualità (che richiede competenze) ma sul prezzo.

Se le aziende non cercano innovazione e non premiano la formazione, i lavoratori non avranno

incentivo a investire nel proprio capitale umano e a studiare. Si crea un equilibrio a basse

competenze (low-skill equilibrium), con bassi investimenti in formazione, bassa innovazione,

competizione sui prezzi, spinte al ribasso dei costi, in particolare quelli del lavoro.

Alternativamente, sarebbe possibile un equilibrio a competenze alte (high-skill equilibrium), con

alti investimenti in formazione, innovazione, competizione sulla qualità, salari alti. Gli interventi

istituzionali possono favorire l’una o l’altra possibilità, creando incentivi pro o contro

l’opportunismo di entrambe le parti.

Le complementarietà istituzionali

Secondo David Soskice, nei diversi paesi il radicamento sociale e politico dell’economia (la

regolazione sociale e politica del mercato) è caratterizzato da quella che chiama la

“complementarietà istituzionale”. Le istituzioni sono complementari nel senso che si rinforzano le

une le altre: l’efficienza dell’una aumenta quella dell’altra e viceversa. Ma questo significa anche

che le varie istituzioni regolative devono essere coordinate tra loro, altrimenti non c’è

complementarietà e non c’è efficienza. Quando si considera, per esempio, il sistema di formazione

tedesco, bisogna considerarlo nel quadro complessivo della regolazione del lavoro e

dell’economia.

In Germania c’è un’economia di mercato coordinata, con un mercato del lavoro rigido: c’è

complementarietà tra la forte tutela del posto di lavoro e la concertazione tra sindacati e datori di

lavoro. La concertazione (collaborazione tra sindacati e datori di lavoro) garantisce alle aziende

una grande flessibilità funzionale, che consente loro di fare a meno della flessibilità numerica e

quindi di sopportare la rigidità in uscita (tutele contro il licenziamento). La concertazione garantisce

la collaborazione tra aziende e sindacati nella gestione del sistema di formazione professionale, e

questo garantisce le competenze che assicurano un prodotto di qualità. Questo garantisce alti

ricavi, che garantiscono alti salari e quindi la pace sociale.

Formazione e istituzioni

Il punto, quindi, è che occorre un intervento istituzionale per garantire la formazione di risorse

umane adeguate al modello della high road. Il mercato di per sé non è in grado di garantirla.

Questo intervento istituzionale non può però cadere dall’alto, ma deve essere coerente con le altre

istituzioni in gioco, con cui esiste complementarietà. Questo intervento istituzionale assume

diverse forme. Per prima cosa, vediamo due modi di analizzare il rapporto tra istituzioni e

formazione delle risorse umane. Poi partiamo da uno di questi modelli di analisi per approfondire le

varie configurazioni istituzionali in cui la formazione delle RU ha luogo nei vari paesi.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze del lavoro
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mirko.galante di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia economica e dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Colombo Sabrina.

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