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sistema societario. Nella teoria di Luhmann, il compito principale del sistema sociale è quello di ridurre la complessità.

Nella sua visione, una complessità più ampia genera un numero maggiore di scelte e di possibilità: ciò rende più

difficile la scelta tra le varie alternative. L’opinione di Luhmann è che i problemi importanti di un mondo così

paradossale possono essere risolti dalla religione e dai suoi equivalenti funzionali nelle società moderne: arte, amore,

potere sovrano, ricchezza. Ciò che queste alternative hanno in comune e che danno gli attori standard di azione

condivisi ed accettati in modo fideistico. Luhmann non condivide l’ottimismo di Parsons per il futuro, poiché ritiene il

mondo moderno troppo complesso per formulare norme comuni o per la generalizzazione dei valori; egli lo critica per

aver sovrastimato non solo quel consenso sociale, che è necessario, ma anche quello che c’è realmente. Il collante della

società è l’accettazione comune di una contingenza schematizzata o strutturale. In seguito, Luhmann si sofferma sugli

aspetti negativi della modernità: le disfunzioni. Nella sua visione, la società si trova ad affrontare le conseguenze delle

sue selezioni strutturali, come i problemi ecologici. Per egli, questa è l’era dell’ansia smascherata. Poi fa una

distinzione tra “rischio” e “pericolo”, definendo quest’ultimo come un danno potenziale per l’individuo, che deriva da

decisioni prese dall’individuo stesso. In questa analisi, Luhmann fa una distinzione tra “rischio” e “pericolo”;

quest'ultimo definito come un danno potenziale al quale l’individuo è esposto in modo passivo, senza possibilità di

prendere nessuna decisione in merito (es. un terremoto od un uragano). Egli sostiene che il rischio assunto da un

individuo (es. decidere di fumare) può rappresentare un pericolo per un altro (es. l’esposizione al fumo passivo).

Quindi, l’importante differenza tra gli individui che decidono e coloro che subiscono la decisione, sta nel fatto che ciò

che forma un rischio per gli uni, è un pericolo per gli altri. Mentre i membri delle società primitive erano minacciati per

lo più da pericoli, per Luhmann le società tecnologiche prendono decisioni che influiscono sull’ambiente in modo

profondo, come quelle riguardanti il nucleare. Nella sua ottica, al giorno d’oggi, siamo minacciati per lo più da rischi

sui quali abbiamo solo un parziale controllo come individui, a causa della complessità dei processi decisionali. Quindi,

Luhmann considera la società moderna come soggetta al rischio.

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3° CAPITOLO: LA TEORIA DEL CONFLITTO

La teoria del conflitto rappresenta la principale alternativa al funzionalismo come approccio all’analisi della struttura

generale delle diverse società. I funzionalisti considerano le diverse società ed istituzioni sociali come sistemi nei quali

tutte le parti dipendono le une dalle altre e funzionano insieme per creare un equilibrio. Essi non negano l’esistenza del

conflitto, ma credono che la società elabori sistemi per controllarlo e questi sistemi formano l’oggetto del loro studio.

Dove i funzionalisti vedono interdipendenze ed unità nel tessuto sociale, gli altri vedono un’arena nella quale i gruppi

lottano tra loro per il potere e dove il controllo del conflitto consiste solo nel fatto che, per un certo periodo di tempo, un

gruppo riesce a prevalere sui suoi oppositori. La teoria del conflitto si interessa delle rivalità tra lavoratori e direzione e

delle posizioni su cui ogni gruppo si attesta per ottenerne una convenienza personale. Questo orientamento al conflitto è

formato da 3 presupposti importanti ed interconnessi tra loro.

1. Il primo dice che “gli individui hanno un certo numero di interessi di base che cercano di realizzare e che non

sono peculiari di ogni singola società, ma comuni a tutte”.

2. La seconda è “l’enfasi sul concetto di potere come nucleo della struttura e delle relazioni sociali e sulla

conseguente lotta per ottenerlo”. I teorici del conflitto considerano il potere non solo come qualcosa di raro e

di suddiviso in modo non equo, ma anche come coercitivo (che obbliga) nella sua stessa essenza.

3. Il terzo aspetto della teoria del conflitto è “la visione dei valori e delle idee come fossero armi, usate dai vari

gruppi per portare avanti i loro fini”.

Le due tradizioni. La teoria del conflitto può anche essere divisa in 2 filoni molto diversi. Essi differiscono nel modo di

vedere la scienza sociale e nella convinzione che si possa o meno sradicare il conflitto sociale.

1. Un primo gruppo di teorici dice che lo scienziato sociale abbia l’obbligo morale di impegnarsi in una critica

alla società. I teorici di questo gruppo sono per lo più convinti che possa esistere una società dove non ci sia

più posto per il conflitto sociale: perciò vengono considerati utopisti (utopista: persona che tende a scambiare

le sue idee con la realtà).

2. Il 2° gruppo di teorici considera, al contrario, il conflitto come un aspetto inevitabile e permanente nella vita

sociale.

Gli appartenenti al primo gruppo sono influenzati dal marxismo moderno, dai teorici della Scuola di Francoforte e si

rifanno al lavoro di Karl Marx. Nel secondo gruppo, invece, ci sono i contributi di Ralph Dahrendorf, ma anche

l’influenza di Marx è ancora presente, però le continuità più importanti sono quelle con gli scritti di Max Weber.

Radici intellettuali

Gli elementi di base della teoria del conflitto sono stati enunciati da 2 grandi sociologi: Karl Marx e Max Weber.

Entrambi si interessano ai modi tramite i quali i ruoli sociali procurano potere a coloro che li rivestono ed

all’importanza delle idee nel riconoscere o negare legittimità ad un ruolo sociale.

Karl Marx (1818-1883). La teoria del conflitto in sociologia è opera di Karl Marx. Il marxismo è il miglior esempio

della stretta unione che c’è tra le idee di un teorico ed i fatti del mondo reale. Marx crede che negli individui ci sia

un’essenza innata ed interessi predominanti. I marxisti, in effetti, sostengono che se gli individui non agiscono secondo

questi interessi, è solo perchè sono stati ingannati da un sistema sociale che agisce a vantaggio di altri riguardo ai loro

veri interessi. Marx ha evidenziato l’importanza del detenere tecnologia e proprietà nella determinazione della vita degli

individui e del corso del conflitto sociale. Il suo lavoro si contraddistingue anche per la sua pretesa capacità predittiva e

per la convinzione che ci sia una possibile società perfetta, libera da conflitti e comunista.

Max Weber (1874-1920). Egli fu uno dei membri fondatori del Partito democratico tedesco e collaborò alla redazione

della nuova costituzione, ma definì i tentativi rivoluzionari del 1918 come un carnevale di sangue, cosa che la sinistra

non gli perdonò e lo escluse dal governo e dall'elezione a presidente della repubblica. Weber, come Marx, vede le

attività umane mosse da interessi; egli, però, crede che oltre ad interessi universalmente condivisi come l'acquisizione di

ricchezza, un sociologo deve anche notare l’importanza di fini e valori specifici per ogni società. Weber formulò il

concetto di “tipo ideale”, escludendo da vari contesti storici gli “elementi essenziali di un concetto generale”.

L’importanza del tipo ideale non sta nella sua verosimiglianza rispetto a reale, ma nella possibilità di rendere intelligibili

eventi storici e contemporanei (intelligibile: ciò che può essere conosciuto solo tramite ragione). Weber era molto

interessato al concetto di potere; detto ciò, ha fatto una distinzione tra “potere illegittimo” e “potere legittimo”, ed ha

sostenuto che alcune persone hanno il diritto di essere obbedite. Sono 3 i tipi ideali di autorità:

1. L’autorità carismatica: si basa sulle qualità personali del leader, in modo che i governanti si sottomettono alle

capacità straordinarie di una specifica persona. La legittimazione della regola carismatica si fonda sulla

credenza nei poteri magici, sulle rivelazioni e sul culto degli eroi.

2. L’autorità tradizionale è personale, ma la sua base di accettazione si radica nel passato. Un re può non essere un

individuo capace di governare, ma gode di un’autorità datagli dalla consuetudine.

3. Infine c'è l’autorità legale e razionale, che si basa su regole formali. Per Weber, l’ancoraggio della

legittimazione ad un determinato nucleo di regole è centrale per il processo di razionalizzazione nelle società

moderne.

Egli ritiene che Marx sbagli nell’identificare i caratteri economici come unico fattore cruciale nel determinare la

struttura sociale ed i suoi cambiamenti. La religione, l’istruzione, la politica possono, per Weber, essere fonti importanti

di potere e di successo. Egli distingue tra classi, ceti sociali e partiti, ognuno dei quali può investire un'importanza

maggiore o minore nella vita degli individui e fungere da nucleo di un'organizzazione od anche di un conflitto. Per

classe, Weber intende l’insieme di individui che rivestono la stessa posizione economica. Il partito, invece, viene

definito come un’associazione che assicuri ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale ed

ai propri militanti attivi possibilità. Infine, i “ceti sociali” sono gruppi il cui carattere distintivo non sta nel condividere

la stessa posizione economica, ma lo stesso modo di vita. A differenza di Marx, Weber crede che le idee ed i valori

esercitino un effetto importante ed autonomo sulla storia e che non siano semplici riflessi di interessi sottostanti.

Potere, élite e classi

La teoria delle élite. I più grandi teorici delle élite sono Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Robert Michels (amico di

Weber). La loro considerazione centrale è che in ogni organizzazione solo un numero ristretto di persone può aver in

mano l’autorità ed il fatto di occupare questa posizione li mette, in modo automatico, in contrasto con coloro che sono

loro sottoposti. Questi teorici sostengono anche che le élite che si trovano in posizioni di controllo condividono lo stesso

tipo di cultura ed hanno un'organizzazione propria che permette loro di agire di comune accordo per difendere la propria

delle élite”

posizione. Praticamente, la “teoria afferma che l’interesse personale e la natura ineguale del potere rendono

inevitabile e permanente il conflitto.

L'interesse principale di Michels si basa sulla “legge ferrea dell'oligarchia” (oligarchia: tipo di governo in cui i poteri

sono concentrati nelle mani di pochi cittadini): affermazione in base alla quale piccoli gruppi forniti di autorità si

mettono alla guida di partiti politici per perseguire i loro fini personali. Mosca, invece, si è dedicato al conflitto che c'è

tra detentori di potere politico e dominanti. Egli va anche oltre Marx, identificando nei ruoli politici una fonte di

dominio su tutte le altre sfere, compresa quella economica. Pareto evidenzia l'importanza delle “élite governative” che

guidano la società, ed anche l'esistenza di classi dominanti e dominate che si fronteggiano come entità estranee l'una

all'altra.

Thorstein Veblen (1857-1929). Veblen è stato uno dei pochi sociologi ad analizzare le radici del potere e del conflitto in

un ampio contesto storico. Egli analizza la società in termini di interessi conflittuali tra i vari gruppi sociali e denuncia

gran parte dell’ordine esistenza. Come Marx, Veblen crede che la società moderna sia caratterizzata dal conflitto tra

opposti gruppi economici: la “classe industriale” che produce i beni, e la “classe finanziaria”, che s’interessa di finanza

e di vendita. Egli sostiene che gli individui desiderano la stima altrui e che questa è un fatto di competizione, poiché se

tutti raggiungessero uno status molto alto, ciò rappresenterebbe una contraddizione.

La rete del conflitto: Simmel e la Scuola di Chicago. Oltre alla centrale teoria del conflitto, c'è un approccio diverso che

evidenzia le qualità astratte dell'ordine sociale più che le origini ed il progresso dei conflitti reali.

George Simmel (1858-1918). Simmel è stato il più interessato ad identificare gli schemi universali nel comportamento

umano. Se Marx e Weber volevano capire le cause del funzionamento di una società, Simmel, invece, ha preferito

sviluppare un insieme di affermazioni sui rapporti umani e sul comportamento sociale, applicabili indipendentemente

dall’assetto storico. La parte dell’analisi di Simmel più importante per la successiva teoria del conflitto è sul fatto che

associazione e conflitto tra individui e gruppi sociali non solo coesistono, ma sono legati in modo così intimo che non è

possibile suddividere gli individui in gruppi amicali, con interessi propri, chiusi verso altri gruppi, a loro volta chiusi.

L’immagine di Marx è quella di una società integrata da numerosi conflitti intersecati, dove coloro che si trovano

d’accordo su un aspetto si contrappongono su un altro. L’idea di Simmel, in base alla quale l’azione sociale implica

sempre armonia e conflitto, amore ed odio, ha rafforzato la tendenza dei teorici analitici del conflitto a considerare il

conflitto come una condizione permanente.

Robert Park e la Scuola di Chicago. Park fondò la “Chicago School of Sociology”: famosa per le ricerche sulla vita

sociale e sulla cultura della città. Egli ha anche elaborato un sistema di concetti generali che descrivono le

caratteristiche centrali della vita sociale: competizione, conflitto, adattamento ed assimilazione all’interno di una cultura

comune. Il conflitto riguarda più allo status ed al modo in cui il potere viene allocato a livello sociale. Quindi, il

conflitto può coinvolgere sia gruppi che individui singoli.

La teoria del conflitto e la critica della società

Marx, Mills e Bourdieu si distinguono per il loro modo di concepire le scienze sociali e per l’immagine che hanno di

una società molto segmentata. Molti di essi credono che sia possibile realizzare un ordine sociale ideale, usando la

scienza sociale per criticare la società. I teorici critici del conflitto credono che gli scienziati sociali non devono separare

il lavoro dall’impegno morale e considerano le loro teorie anche come una forza verso il cambiamento ed il progresso.

La critica di questi autori è rivolta per lo più al modo in cui ricchezza, status e potere sono distribuiti nella società. Essi

vedono la società divisa in modo netto tra un piccolo gruppo di individui

privilegiati ed una massa sfruttata e manovrata. Marx ha un’influenza predominante in tutto ciò: la convinzione che le

idee sono frutto delle circostanze sociale e perciò non sono obiettivamente corrette è sua. I marxisti usano il termine

“prassi” per descrivere azioni ispirate da tali considerazioni teoriche e per contraddistinguere una coscienza

rivoluzionaria. Inoltre, Marx prospetta un modello di società a 2 classi: oppressori ed oppressi, ed auspica l’avvento

dell’utopia comunista dove il genere umano realizzerebbe la sua natura più profonda.

La base economica della società. Il tratto caratteristico dell’analisi di Marx è l’individuazione dei fattori economici

come elementi determinanti della struttura sociale, del cambiamento e della spiegazione stessa della realtà. Le altre

sfere della vita sociale, le idee ed i valori vengono considerati definiti e dipendenti dalla natura della produzione

economica. Marx distingue 3 aspetti dell’organizzazione sociale.

1. Le “forze materiali di produzione”, cioè i sistemi effettivi che gli individui usano per produrre i loro mezzi di

sussistenza;

2. Poi ci sono i “rapporti di produzione”, che derivano dalle forze di produzione e comprendono i rapporti ed i

diritti di proprietà;

3. Infine, le “idee legali e politiche”, dette anche “forme di coscienza sociale”, che corrispondono ai primi 2

aspetti.

Egli afferma che nel processo produttivo gli uomini entrano in rapporti di produzione definiti, che corrispondono ad un

determinato livello di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione forma la

struttura economica della società, cioè il fondamento reale. Il sistema di produzione della vita materiale condiziona il

processo sociale, politico e spirituale della vita. In definitiva, nella visione di Marx l’effettivo modo di produzione

rappresenta il fattore causale di base che determina l’organizzazione sociale.

Le classi e le basi economiche del conflitto. Marx affermava che tutte le forme di organizzazione economica esistite

finora aveva generato conflitto tra le varie classi sociali. Questa affermazione comprende 3 importanti diverse

proposizioni.

1) Gli individui che condividono la stessa posizione economica, tendono anche ad agire insieme, come gruppo.

2) Le classi economiche sono i gruppi più importanti da individuare in una società: la loro storia è la storia della

società umana.

3) Queste classi sono antagoniste ed il risultato dei loro conflitti determina gli sviluppi della società.

classe

Proprietà e classe. Per Marx, una è formata da persone simili nei rapporti che intrattengono con la proprietà:

non hanno niente, oppure hanno lo stesso tipo di proprietà. In definitiva, il tipo di lavoro che essi svolgono non

importa: quindi, operai, impiegati, tecnici appartengono alla stessa classe, perché hanno solo il loro lavoro e sono pagati

in proporzione ad esso; appartengono ad una classe diversa rispetto ai capitalisti ed ai proprietari terrieri, che hanno gli

strumenti di produzione. La teoria marxista, poi, sostiene che classi diverse hanno interessi incompatibili, poiché, in

sistemi basati sulla proprietà di beni, se una classe guadagna lo fa a spese di un’altra. Per Marx, ogni sistema economico

più importante del passato ha rafforzato una classe particolare, in modo da renderla capace di sfruttarne altre. Una classe

oppressa forma la condizione vitale per ogni società basata sull’antagonismo di classe. Nella società borghese, i

capitalisti sono gli oppressori ed il proletariato gli oppressi. Egli sostiene anche che il “valore” di una merce è uguale

alla quantità di lavoro usato per produrla. In un’economia di mercato, un lavoratore che vende il suo lavoro riceverà per

questo il prezzo che serve a riprodurre la sua forza lavoro, cioè il costo del suo mantenimento: cibo, abiti, casa.

Comunque, ciò che egli produce sul lavoro sarà molto di più di questo, e tale “plusvalore” non andrà a lui, ma al

capitalista. Nella teoria marxista, ogni quota di plusvalore di cui si appropria qualcun altro che non sia il lavoratore è

sfruttamento, poiché solo il lavoro produce valore. Tutti i sistemi di proprietà implicano, quindi, un conflitto di interessi

di base, dal momento che un gruppo espropria il prodotto del lavoro di un altro gruppo.

Il conflitto di classe. Marx sostiene che in qualsiasi periodo ci saranno sempre solo 2 classi di grande importanza in una

società. La loro lotta definisce il carattere principale di tale società ed è il prodotto, da un lato, delle differenze

inconciliabili tra interessi di classe e, dall’altro, che gli interessi comuni di classe sono così forti da spingere i suoi

membri a raggrupparsi insieme per un’azione comune. In ogni tempo, il livello col quale i membri di una classe

riconoscono i loro interessi dipende dal livello della loro coscienza di classe. L’esistenza delle idee che dominano ogni

epoca è legata alla loro stessa identità di classe e questo vale anche per le circostanze nelle quali si sviluppano. Il

compito del marxista è quello di incoraggiare la gente, specialmente il proletariato (oggetto di sfruttamento) a

riconoscere e ad agire in difesa dei propri interessi e di incitare ed accelerare il cambiamento e la rivoluzione.

Classe e patriarcato. La teoria marxista ha sempre considerato le donne come vittime dell'oppressione della società

capitalista e della famiglia borghese. La famiglia borghese è il prodotto della proprietà e, cosi, è destinata a scomparire

con la scomparsa del capitale; e con essa scomparirà anche l’oppressione verso le donne. Zille Einstein definisce il

“patriarcato” come l’ordinamento maschile gerarchico della società e ne riconosce le radici più nella biologia che

nell’economia o nella storia. La cultura patriarcale esercita un controllo tramite la divisione sessuale del lavoro,

determinando scopi, ruoli e tipi di lavoro. Così facendo, il patriarcato anticipa e supera il capitalismo, ma entrambi si

rinforzano in modo reciproco. Le femministe marxiste sostengono che la divisione sessuale del lavoro e della società

rimane inalterata anche quando le donne partecipano alla forza lavoro retribuita. Il capitalismo ha aumentato la

divisione sessuale del lavoro, separando la casa dal posto di lavoro e creando, così, 2 diversi tipi di attività: quella

retribuita e quella domestica. Quindi, l’abolizione del capitalismo e della classe dominante borghese non rappresenta in

sé una giusta soluzione all’oppressione delle donne. Al tempo stesso, il socialismo forma una precondizione

fondamentale per la realizzazione del potenziale delle donne.

Cultura, ideologia ed alienazione. Marx evidenzia che i sentimenti e le opinioni verso coloro che stanno al potere sono

della massima importanza. Egli dice che, in una società di classe, la gente crede ad varie cose che non sono del tutto

corrette, ma rappresentano una forma di ideologia, il cui scopo ed effetto primario è quello di legittimare e mantenere il

pieno controllo in mano a coloro che lo detengono, formando cosi una “falsa coscienza”. Per Marx, la religione è un

ottimo esempio di questo processo. Egli era convinto che la società di classe creava alienazione; poi diceva che la

divisione del lavoro, l’istituzione della proprietà privata ed il totale interesse per i soldi, proprio dei rapporti

commerciali, alienavano l’uomo non solo dal suo prodotto e dall’attività di produzione, ma anche da se stesso e dai suoi

simili.

Il capitalismo in America. Per Wright, la classe viene definita in base alla proprietà: cioè, il fatto di essere o meno

proprietari e di avere un certo tipo di proprietà, è fondamentale per la vita di una persona, ed i tipi di classi sono centrali

per la natura della società. Egli dice che il benessere di un gruppo di persone dipende dalle deprivazione di un altro

gruppo. Questo benessere si ha poiché le persone deprivate (cioè gli sfruttati) sono escluse da determinati mezzi di

produzione. C’è un’appropriazione dei frutti del lavoro dello sfruttato da parte di coloro che controllano i principali

mezzi di produzione. Wright giunse alla distinzione di Marx tra borghesia, che controlla il capitale ed il lavoro salariato,

ed il proletariato, che non controlla nessuno dei 2. L’autore ha anche scoperto che la classe influenza il reddito. Le

persone che occupano posizioni di classe diverse, a parità di livello di istruzione e di ore lavorative annuali, differiscono

nelle aspettative dei loro redditi. Persone poste in classi diverse possono aspettarsi di ricevere diverse quantità

aggiuntive di reddito in base alla loro istruzione, anche se non si differenziano rispetto agli altri parametri.

Nel suo ultimo lavoro, egli propone una struttura di classe per le società capitaliste moderne formata da 12 classi. Egli

crede che la classe rimane un concetto critico ed importante per comprendere il modo in cui le differenze nella proprietà

e la diversa disponibilità del mercato, specialmente del mercato del lavoro, determinino la forma delle società

capitaliste. Wright nota che la teoria marxista dovrebbe portarci a prevedere un cambiamento nel tempo della

distribuzione delle classi nella direzione di un’espansione della classe operaia. Egli ha sostenuto per vari anni la

posizione in base alla quale il capitalismo tende a dequalificare il lavoro, cioè lo riduce ad una routine in modo da

permettere una più facile supervisione ed un controllo dei lavoratori. I capitalisti, quindi, vanno in cerca di innovazioni

che devono ricondurre i livelli di competenza e l’autonomia del lavoratore nel suo lavoro. Wright prevede che la fine

del secolo possa essere caratterizzata da un continuo e forte processo di proletarizzazione. Egli amplia i confini della

prospettiva marxista fino a comprendere il tema della posizione delle donne. Sostiene che le donne ed i gruppi razziali

oppressi dovrebbero essere sovra-rappresentati nella classe operaia; inoltre, maggiore è lo sfruttamento e l'oppressione

nelle relazioni di classe all'interno del capitalismo, maggiore sarà l'oppressione nelle altre forme. Wright è interessato

anche all’idea del soffitto di vetro: anche quando le donne fanno carriera in ambito professionale, c’è ancora un limite

posto alle loro possibilità di arrivare in cima.

Classe, società e stato. La convinzione di Marx che possa affermarsi una società senza classi si basa sul fatto che la

proprietà rappresenta il fattore determinante degli interessi di classe. Ciò implica che, se tutti avessero lo stesso rapporto

con la proprietà, non potrebbe esistere nessuna divisione di classe; se nessuno avesse terra o capitale, finirebbe lo

sfruttamento: praticamente l’abolizione della proprietà porterebbe fine al conflitto sociale.

Potere statale. Marx descrive lo stato come uno strumento di dominio di classe e vede nel dominio politico un riflesso

ed un’espressione dei conflitti tra le classi. Quindi, egli pensa che anche lo stato andrebbe abolito nel caso di una società

senza classi e rimarrebbero solo dei compiti amministrativi di routine. Quando Marx discute il ruolo dello stato, egli

formula 2 diverse proposizioni. La prima è che lo stato rende possibile lo sfruttamento di classe dando stabilità e

mantenendo quelle condizioni sociali che permettono ad un gruppo di rimanere in posizione dominante. L’altra è che lo

stato stesso è uno strumento di classe ed il suo fine è quello di difendere gli interessi di tale classe. Egli immagina la

futura società comunista come un luogo dove non c'è miseria: Marx parla come se la comparsa della povertà provocasse

la scomparsa di tutte le grandi disparità tra gli individui. Quindi, esisterebbe una sola volontà ed un solo intento sociale,

la produzione economica andrebbe avanti sulla base del consenso universale e non ci sarebbe più bisogno di un

apparato statale coercitivo. Milovan Dilas nel suo libro “La nuova classe” sostiene che le classi si basano per lo più

sulla proprietà che controllano; l’abolizione della proprietà privata non ha significato l’abolizione delle classi. Anzi, nei

paesi comunisti ciò ha creato una nuova classe, la burocrazia politica, che controlla tutta la proprietà e che la usa per

appropriarsi di potere e privilegi a spese del resto della popolazione. Ivan Szelenvi dice che lo sviluppo delle economie

socialiste nell’era post-staliniana ha creato una nuova classe dominante, più ampia di quella burocrazia politicizzata:

questa nuova classe è “l'intelligentsia” che, nel suo insieme, ha preso il potere.

L’analisi marxista: una valutazione. I contributi più importanti di Marx all’analisi sociale sono 2. I marxisti assumono a

priori che dietro ogni cosa ci sia un interesse economico o commerciale, fanno di tutto per trovarlo, e poi offrono la loro

spiegazione come prova dell’affermazione iniziale. Il marxismo usa la guerra di secessione, ma essa fu mossa da

motivazioni civili ed umane oltre a quelle economiche.

La teoria critica: la Scuola di Francoforte

La parola “teoria critica” viene associata agli studiosi della Scuola di Francoforte. Il più importante ed attivo dei teorici

di questa scuola è Jurgen Habermas. Questi teorici non si possono considerare dei marxisti ortodossi e molti di loro

hanno attaccato duramente il regime sovietico e sono, inoltre, molto interessati a trovare un punto di unione tra

psicanalisi e marxismo. La Scuola di Francoforte ha preso questa nomea a casa del suo operare dentro di un istituto:

“l’Istituto di ricerca sociale dell’Università di Francoforte in Germania, fondato nel 1923: le figure più importanti sono

stati “Theodor Adorno”, “Herbert Marcuse”.

La teoria critica e la natura delle scienze sociali. Al centro dell'approccio della Scuola di Francoforte all’analisi sociale

ci sono 2 proposizioni. La prima è che le idee degli individui sono un prodotto della società dove essi vivono. La

seconda proposizione è che gli intellettuali, nel loro lavoro, non dovrebbero cercare di essere obiettivi e di separare i

fatti dai giudizi di valore. Ciò che dovrebbero adottare, invece, è un atteggiamento critico verso la società. Allo stesso

modo, gli intellettuali dovrebbero mantenere un atteggiamento critico verso il loro lavoro. Di conseguenza, i teorici

critici considerano tutti gli atteggiamenti critici validi; ammettono che il loro stesso operato subisce delle influenze e

non è l'unico ad essere obiettivo. Malgrado ciò, essi sono convinti che concetti come “la verità” e “la conoscenza”

esistono davvero, e che il loro approccio normativo si avvicina ad esse più di quanto faccia la sociologia dominante.

Cultura, personalità, società controllata. I sociologi di Francoforte si definiscono “materialisti” per l’importanza che

danno all'organizzazione economica. I loro studi riguardano vari aspetti della personalità, della cultura e del pensiero,

più che le istituzioni sociali. Horkheimer, Adorno ed i loro colleghi hanno sempre detto che pensiero e personalità si

radicano nel sistema economico, ma ammettono anche che cultura ed ideologia possono svolgere un ruolo indipendente

nella società. I teorici di Francoforte erano interessati ad analizzare la personalità ed il comportamento in termini di

interazione tra la struttura socioeconomica sottostante e le pulsioni psichiche di base. Le loro analisi evidenziano come

il sistema economico paralizzi la personalità. Erich Fromm è colui che mostra maggior interesse per la psicanalisi. Egli

afferma che l’alienazione forma l’elemento centrale nell’esame degli effetti del capitalismo sulla personalità. Sotto il

capitalismo, lavoratori subordinati e dirigenti sono ugualmente alienati, poiché sono negati loro i bisogni primari come

la creatività e l’identità personale. I teorici di Francoforte accusano ancora di più la società moderna nel loro studio

approfondito sulla personalità autoritaria. La personalità autoritaria arriva a concludere che gli individui più

antidemocratici e coi maggiori pregiudizi hanno una personalità particolare e provengono, nell’insieme da famiglie

dove i rapporti tra genitori e figli sono caratterizzati da elementi di dominio, sottomissione ed intolleranza. Adorno

afferma che gli individui con maggiori pregiudizi dimostrano solo in modo più evidente l’influenza del modello

culturale globale e fascista prodotto dalla struttura sociale. La persona piena di pregiudizi è da considerare il risultato

della nostra civiltà.

La critica alla cultura di massa. Horkheimer dice che cultura ed ideologia non sono un semplice riflesso della struttura

economica sottostante, ma un ambito semiautonomo. Egli, insieme ai suoi colleghi, concepiscono la cultura popolare

come un mezzo per manipolare i membri di una società del tutto controllata. Perciò egli accusa la musica jazz e

popolare di standardizzare, di distrarre la gente e di renderla passiva, rafforzando così l’ordine sociale corrente. Egli

afferma che il jazz produce alienazione; ma allo stesso modo disprezza anche l’astrologia ed il fascino dell’occulto, che

considera un sintomo di regressione della coscienza acquisita.

C. Wright Mills

Tra i sociologi americani, Mills è quello più conosciuto che combina nel suo lavoro una prospettiva di conflitto ed una

dura critica dell’ordine sociale. Col passare del tempo, è diventato sempre più pessimista riguardo al futuro immediato.

Egli era convinto che una certa immoralità fosse dentro il sistema americano e considerava i partiti politici delle

organizzazioni irrazionali, fatti per manipolare la gente. Mills dice che, in base alla conoscenza, si può creare una

società buona e che gli uomini di cultura devono assumersi la responsabilità del fatto che essa sia ancora assente. Nella

sua opera, i temi principali sono formati dal rapporto tra burocrazia ed alienazione e dall’accentramento del potere in

mano ad un élite di potere.

L'immaginazione sociologica. Per Mills, l’immaginazione sociologica permette al suo possessore di capire il contesto

storico in termini del suo significato per la vita interiore e la carriera esteriore dei vari individui. Gli permette di

prendere in considerazione come gli individui, nella loro esperienza quotidiana, spesso diventano in modo erroneo

coscienti della loro posizione sociale. L’immaginazione sociologica permette di afferrare la storia e la biografia, ed

anche le loro reciproche relazioni dentro la società. C’è anche un’importante distinzione tra i “problemi personali” e le

“questioni pubbliche”. I primi riguardano la sfera individuale e le relazioni con le altre persone. Le questioni pubbliche,

invece, riguardano le istituzioni di una società storica nel suo insieme.

Alienazione e burocrazia. Mills sostiene che gli stenti materiali dei lavoratori di un tempo sono stati sostituiti oggi da un

disagio psicologico, che ha le sue radici nell’alienazione del lavoratore da ciò che fa. Egli dice che, nella società

moderna, coloro che hanno il potere sono giunti ad esercitarlo in modo occulto: sono passati e stanno ancora passando

dall’autorità alla manipolazione. Il loro potere è occultato da sistemi razionali, in modo che nessuno può identificare la

fonte del loro potere e capire i loro calcoli. Per la burocrazia, il mondo è un oggetto da manipolare. Sempre meno

persone hanno ciò che producono e controllano la loro stessa vita lavorativa. Le comunità stabili ed i valori tradizionali

che saldavano le persone dentro una società sono scomparsi e la loro scomparsa getta tutto il sistema di status e

prestigio in una situazione instabile. Mills è convinto che status ed autostima siano molto legati, e che la perdita dei

valori tradizionali mini l’autostima degli individui e li getta in uno stato di panico. Egli condanna il moderno

capitalismo burocratico poiché aliena l’individuo dal processo e dal prodotto del suo stesso lavoro.

L'èlite del potere. Mills ritiene che la crescita di grandi strutture sia stata accompagnata da una centralizzazione del

potere, e che gli uomini che stanno a capo sono strettamente legati: questa è la tesi che egli sviluppa prendendo in

esame l’èlite del potere. Mills dice che l’America è dominata da un’èlite del potere, formata dalle persone che sono alla

guida di istituzioni politiche, militari ed economiche. Dentro la società americana, il potere nazionale più forte si trova

in campo economico, politico e militare. All’interno di ognuno di essi, le unità istituzionali tipiche si sono allargate,

hanno preso un aspetto amministrativo e centralizzato per quanto riguarda il potere decisionale. Gli strumenti di potere

in mano alle unità centralizzate incaricate del processo decisionale, sono molto aumentati.

Pierre Bordieu

Bordieu, nato nel 1990, è uno dei più noti rappresentanti della sociologia critica e rappresenta la 5° essenza

dell’intellettuale francese di prestigio.

Campi del conflitto. Bordieu critica molto l’idea marxista in base alla quale la società può essere analizzata in termine

di classi e di interessi ed ideologie di classe. Gran parte del suo lavoro riguarda il ruolo indipendente fatto dai fattori

educativi e culturali. Egli evidenzia l’importanza che, nelle società moderne, hanno le istituzioni educative. Bordieu usa

il concetto di “campo”, inteso come arena sociale all’interno della quale gli individui agiscono, sviluppano strategie.

Egli parla di campo accademico, campo religioso, campo del potere e specifica che un campo è un sistema di posizioni

sociali, strutturato internamente in termini di relazioni di potere. Bordieu sostiene che i vari campi possono essere

autonomi, e che le società complesse tendono a sviluppare un gran numero di campi diversi. Tuttavia, aggiunge che il

potere associato ai diversi campi dipende in modo cruciale da diverse forme di capitale. Bordieu distingue 3 tipi

importanti di capitale: “economico”, “sociale” e “culturale”. Il primo implica un controllo sulle risorse economiche,

mentre il secondo implica un controllo sulle relazioni sociali, cioè sulle reti di influenza ed aiuto sulle quali gli individui

possono contare in virtù della loro posizione sociale. Alla terza forma ha dedicato maggior attenzione. Egli dice che i

genitori trasmettono ai figli una certa quantità di capitale culturale. Coloro che vengono da famiglie privilegiate hanno

gli atteggiamenti e le conoscenze, specialmente culturali, che fanno della scuola un luogo confortevole dove è facile

avere successo.

Riproduzione e habitus. La teoria di Bordieu riguarda la riproduzione di classe, cioè i modi in cui una generazione che

fa parte di una determinata classe sociale è capace di riprodursi e di passare i propri privilegi ai suoi figli. Per egli, ciò

che è importante per ottenere successo nel campo dell’istruzione è un’intera serie di comportamenti acculturati. I figli

delle classi superiori hanno questo insieme di comportamenti, mentre lo stesso non vale per i loro coetanei proveniente

dalla classe operaia. Quindi, i primi sono favoriti nel sistema educativo e le loro famiglie possono riprodurre la loro

posizione di classe in modo legittimo ed equo. La legittimazione di questo capitale culturale è importante e viene

discussa da Bordieu in termini di violenza simbolica, detta come la violenza esercitata su un attore con la sua

complicità. Ciò significa che anche se gli individui accettano i sistemi di significato (la cultura) come legittimi, c’è un

processo di fraintendimento di quello che accade realmente. Bordieu ha sviluppato il concetto di “habitus”: esso può

essere definito come un sistema di schemi percettivi, di pensiero e di azione acquisiti in modo duraturo e generati da

condizioni oggettive, ma che tendono a persistere anche dopo il cambiamento di queste condizioni. In definitiva, i

cambiamenti nella struttura economica hanno delle ripercussioni sull’istruzione poiché meccanismo di riproduzione dei

vantaggi di classe. In base alla teoria della riproduzione, quando avviene un forte aumento nel numero di persone

qualificate, i perdenti sono coloro che non hanno il capitale sociale per estrarne il massimo vantaggio.

La sociologia riflessiva e l’idea di pratica. Bordieu è molto critico verso la sociologia perché vuole dare descrizioni

oggettive basate su un modello scientifico. Egli insiste sull’importanza di una “sociologia riflessiva”, in base alla quale i

sociologi devono di continuo condurre le proprie ricerche prestando attenzione agli effetti esercitati dalla loro posizione,

in particolare dai propri insiemi di strutture interiorizzate. Per Bordieu, la maggior parte delle persone, in molti casi,

assumono il proprio mondo sociale ed il modo di vedere le cose come dati scontati (e lo stesso vale per i sociologi). La

sociologia riflessiva richiede loro di prestare, di continuo, attenzione alle determinazioni individuali riguardanti la

posizione intellettuale stessa. Bordieu insiste sul fatto che l’azione umana e la pratica vanno comprese così, come un

processo dialettico che coinvolge sia le disposizioni prodotte dall’habitus, che le condizioni oggettive con le quali gli

individui si confrontano nei campo dove operano.

La teoria del conflitto e la sociologia analitica: l’eredità di Max Weber

Ralph Dahrendorf, Lewis Coser e Randall Collins sono definiti i teorici analitici del conflitto, poiché condividono la

convinzione che una prospettiva conflittualista sia importante per lo sviluppo di una sociologia obiettiva o scientifica. I

teorici analitici sono convinti che molte altre società siano di gran lunga più complesse nella distribuzione di potere e

status, e che hanno strutture di stratificazione interconnesse e delineate poco in modo netto. Infine, essi evidenziano che

il conflitto e le sue radici sono di carattere permanente ed i conflitti d’interesse sono inevitabili.

Ralph Dahrendorf

Dahrendorf è uno dei pochi sociologi conosciuto ed apprezzato sia in Europa che in America. Il suo lavoro sul conflitto

segue 2 filoni. Il primo è quello che egli descrive come teoria della società, cioè l’esposizione dei principi generali della

spiegazione sociale: qui evidenzia il primato del potere e la conseguenza inevitabile del conflitto. Il secondo filone,

invece, riguarda i fattori che determinano il conflitto: il modo in cui le istituzioni sociali generano gruppi con interessi

conflittuali e le circostanze in cui questi gruppi diventano attivi ed organizzati.

Potere, conflitto e spiegazione sociale. Egli ritiene che ci sia una tendenza al conflitto dentro il sistema: i gruppi di

potere perseguiranno i propri interessi e quelli senza potere perseguiranno i loro, che saranno diversi. Prima o poi, anche

se in alcuni sistemi il potente tende a rimanere nella sua posizione, l’equilibrio tra potere ed opposizione si sposta e la

società cambia. Quindi, il conflitto è la grande forza creativa della storia umana.

Il potere. Per Dahrendorf, il fattore determinante della struttura sociale è la distribuzione del potere. L’essenza del

potere sta nella possibilità di chi lo detiene di imporre sanzioni ed ordini e di ottenere l’obbedienza di chi non ha nessun

potere. In ogni caso, la gente prova rabbia verso la sottomissione. Perciò, Dahrendorf dice che c’è un conflitto di

interesse inevitabile ed un impeto da parte di chi non ha potere a combattere contro chi lo ha: i primi per ottenerlo, gli

altri per difenderlo. Il potere è una persistente fonte di attrito. La sua visione è questa: il potere è fondamentale se grandi

organizzazioni devono avere i loro scopi ed a volte, come in caso di guerra difensiva, un potente può ben rappresentare

le intenzioni comuni di un gruppo. Egli comunque non vede nella lotta per il potere l’essenza della vita sociale.

Le norme. Dahrendorf sostiene che non è il consenso sociale che genera e definisce le norme societarie; esse vengono

stabilite e mantenute dal potere ed il loro contenuto può essere spiegato in termini di interessi dei potenti. Le sanzioni

implicano il controllo e l’uso di potere, cioè quello della legge e del castigo; egli dice che le norme stabilite non sono

altro che norme dominanti.

La stratificazione sociale. Dahrendorf distingue 2 fattori: 1) le posizioni ed i lavori sono diversificati e vogliono

capacità diverse; 2) i vari lavori vengono classificati come superiori od inferiori l’uno rispetto all’altro. C’è sia una

differenziazione sociale tra le posizioni che una stratificazione sociale, basata su reputazione e ricchezza ed espressa in

un ordine gerarchico di status sociali. Egli dice che la stratificazione sociale è provocata dalle norme che stabiliscono

criteri di desiderabilità per delle cose e non per altre. Le norme che definiscono i criteri di comportamento degli

individui di un gruppo implicano delle discriminazioni verso chi non si conforma. Ogni società ha norme generali che

definiscono positive alcune caratteristiche e che, quindi, implicano una certa discriminazione verso coloro che non

vogliono o non possono conformarsi. Queste norme stanno alla base della stratificazione sociale e derivano e sono esse

stesse sostenute dal potere. Quindi, ancora una volta, il potere rappresenta il concetto centrale.

Le determinanti del conflitto: una teoria dei gruppi di conflitto. Dahrendorf nella sua opera, “Classi e conflitto di classe

nella società industriale”, la sua tesi principale è che i conflitti avranno luogo tra gruppi che differiscono per l’autorità

che possono far valere sugli altri. Con la parola “autorità”, egli indica quella specie di potere, unito ad un ruolo o ad una

posizione sociale, che è legittimato, cioè definito e delineato da norme sociali e rafforzato da sanzioni che si possono

applicare entro i suoi limiti. La posizione di Dahrendorf è che i modelli di autorità stabili e ricorrenti fanno sorgere

conflitti sociali tra chi ha un certo grado di autorità e chi no. Egli definisce questi gruppi “classi” e scrive che questo

termine identifica gruppi di conflitto generati dalla distribuzione diversa di autorità all’interno di associazioni

coordinate da norme imperative, cioè organizzazioni dove si danno e si ricevono ordini.

La mobilitazione delle classi. I giusti requisiti per gli individui a formare gruppi d’interesse attivi sono di tipo tecnico,

politico e sociale. Dal punto di vista “tecnico”, un gruppo vuole un fondatore ed uno statuto per entrare in attività. Dal

punto di vista “politico”, quanto più lo stato è liberale tanto più è probabile una mobilitazione al conflitto attivo. Infine,

3 fattori sociali sono importanti: la formazione del gruppo è tanto più probabile quanto più 1) i suoi potenziali membri

sono concentrati a livello geografico; 2) i suoi potenziali membri possono comunicare facilmente tra loro; 3) gli

individui che intrattengono gli stessi rapporti con l’autorità vengono reclutati nello stesso modo e provengono, ad

esempio, da famiglie dello stesso tipo o da scuole simili. I requisiti psicologici più importanti sono che gli individui si

identifichino negli interessi legati alla loro posizione e che tali interessi appaiano loro importanti e reali. Dahrendorf

crede che gli interessi di classe appaiano più reali a chi condivide anche la stessa cultura. Egli tende ad evidenziare che,

per evitare che il conflitto diventi esplosivo, deve esistere un certo grado di mobilità e di libertà di esprimere la propria

opposizione. Kelley ed Evans danno maggiore attenzione al modo con cui si sono formate le percezioni di classe ed

anche alle caratteristiche psicologiche e dei processi che influenzano la mobilitazione delle classi. Per i 2 autori, il

motivo principale è nei processi di gruppo, che fanno si che la maggior parte delle persone si consideri classe media. Le

persone determinano la propria posizione confrontandola con quelle loro vicine e che tendono ad essere simili. Quindi,

la maggior parte delle persone si percepiscono comuni e nella media.

La violenza e l’intensità del conflitto. Dahrendorf dice che, per quanto riguarda il livello di violenza, bisogna tener

conto di un fattore importante, cioè quanto sia istituzionalizzato il conflitto e quanto siano accettate le regole del gioco.

Egli identifica anche 3 fattori importanti che influenzano l’intensità del conflitto. Tra questi, il primo è il grado in cui

chi è in posizione subalterna in un’associazione lo è anche nelle altre associazioni di cui fa parte. Il secondo fattore è il

grado in cui chi ha l’autorità in un’organizzazione occupa il vertice anche in altri ambiti. Il terzo fattore riguarda la

mobilità tra le varie posizioni: quanto più è alta, tanto meno intenso sarà il conflitto.

Il conflitto nell’industria. Oggi il conflitto nell’industria è meno intenso, sia perchè proprietà e controllo sono separati e

sia per l’isolamento istituzionale dell’industria. Nonostante ciò, la divisione nel campo dell’autorità ed in conflitti

d’interesse che essa genera rimangono.

Il conflitto e lo stato. Dahrendorf dice che nello stato, come nell’industria, le linee fondamentali lungo le quali si

sviluppa il conflitto passano tra chi dà e chi riceve ordini. Lo stato è l’associazione più potente dentro la società e la

classe dirigente comprende il gruppo d’èlite che occupa le posizioni al vertice della gerarchia statale. Ma la classe

dirigente non è composta da questo unico gruppo. Anche la burocrazia fa parte di una catena di comando e

quest’autorità la inserisce nella classe dirigente, anche se non definisce gli interessi e gli obiettivi di uno stato

burocratico. Quanto più ampia è la classe che ha l’autorità, tanto più folto sarà il gruppo che si schiererà contro qualsiasi

minaccia verso i suoi confronti.

Lewis A. Coser. Coser si interessa alla rete del conflitto ed alle alleanze interconnesse che possono, da un lato, tenere

unità la società e, dall’altro, generare lotte e contrasti. Egli evidenzia che il conflitto, per quanto importante, rappresenta

una sola delle facce della vita sociale e non è più importante del consenso. I suoi contributi alla teoria del conflitto sono

importanti per 2 aspetti. In primis, egli affronta il conflitto sociale come risultato di diversi fattori rispetto agli interessi

di gruppo contrapposti. In secundis, si interessa alle conseguenze del conflitto.

Origini e funzioni del conflitto sociale. Coser dà molta attenzione al ruolo ricoperto dalla psicologia e dalle emozioni

individuali. Egli concorda con Simmel che esistano impulsi aggressivi ed ostili nelle persone. Una stretta vicinanza, egli

nota, comporta anche ampie opportunità per il sorgere di risentimenti, per cui conflitti e disaccordi sono parte integrante

dei rapporti interpersonali e non segnali di rottura ed instabilità. Al tempo stesso, Coser afferma che la natura

dell’ostilità e del conflitto varia per ragioni sociologiche. Egli dice che il conflitto spesso porta al cambiamento, può

stimolare l’innovazione, od aumentare la centralizzazione. Tuttavia, Coser si dedica al ruolo del conflitto nel mantenere

l’unione di gruppo. Egli, però, considera l’unione come uno solo dei possibili risultati del conflitto. In questo contesto,

egli distingue tra “conflitti esterni” e “conflitti interni” al gruppo.

Conflitto esterno. Coser dice che il conflitto esterno è importante nello stabilire un’identità di gruppo. Egli afferma che

il conflitto delimita i confini tra i gruppi all’interno di uno stesso sistema sociale, rafforzando la consapevolezza che

ciascun gruppo ha di sé come entità separata, e stabilisce l’identità dei gruppi all’interno del sistema. Coser sostiene

anche che un conflitto esterno può rafforzare il gruppo. Introducendo un forte gruppo di riferimento negativo al quale

contrapporsi, rende i membri del gruppo consapevoli della loro identità ed aumenta la loro partecipazione. Nonostante

ciò, questo processo non è inevitabile; se l’unione interna prima dell’esplosione del conflitto è molto bassa, il conflitto

può solo accelerare il processo di disintegrazione.

Conflitto interno. Coser afferma che l’opposizione ed il conflitto che nasce con i devianti di un gruppo rendono evidente

ai membri del gruppo stesso la posizione che essi devono avere. Il conflitto interno è di importanza cruciale per definire

l’identità di un gruppo. Egli ritiene anche che il conflitto interno può aumentare la sopravvivenza, l’unione e la stabilità

di un gruppo e rappresenta una valvola di sicurezza molto importante in condizioni di stress, evitando la dissoluzione

del gruppo per il ritiro dei partecipanti. Coser dice che qualsiasi cosa agevoli la sopravvivenza, agevola anche l’unione.

In ogni caso, una società, usando la forza bruta ed il terrore a sostegno di abuso di potere, può sopravvivere ed anche

rimanere stabile nonostante i tanti antagonismi interni. Infine, egli dice che il conflitto interno può essere importante

poiché la stabilità interna di una società dalla struttura flessibile può essere vista come un prodotto dell’incidenza

continua dei vari conflitti che la attraversano.

Il conflitto sociale disgregante. Coser ritiene, in primis, che sia più probabile che un conflitto interno coinvolga

principi-base in caso di società rigide, che permettono limitate espressioni di rivendicazioni. Quindi, quando il conflitto

emerge dopo un lungo periodo di compressione, tende a dividere il gruppo anche su questioni di base e su

considerazioni di valore. In secondo luogo, Coser dice che l’interdipendenza controlla e contiene spaccature di base. Il

motivo principale di ciò sta nel fatto che l'interdipendenza vuole che persone con interessi comuni in un campo siano in

contrasto in un altro, tanto da rendere improbabile l'insorgenza di una questione polarizzante. I conflitti di questo tipo

sono intensi, poiché i sentimenti di amore ed odio coesistono proprio in rapporti stretti. Coser sostiene che i conflitti

sono tanto più intensi quanto più i soggetti coinvolti sentono di lottare nell’interesse del gruppo e non solo per loro

stessi; cioè, quando percepiscono che ciò che fanno è moralmente legittimato. Quindi, si sentono rafforzati dal potere

della collettività dove si identificano ed alla quale appartengono. Egli è d’accordo sul fatto che la presenza degli

intellettuali aumenta il radicalismo dei conflitti tra lavoratori e dirigenti: essi trasformano i conflitti di interesse in

conflitti ideologici.

Randall Collins. Collins è l’ultimo dei teorici del conflitto, ma è anche il più giovane. In molte delle situazioni che egli

descrive non c’è conflitto aperto. Egli vuole mostrare che è possibile spiegare una vasta gamma di fenomeni sociali in

base all’assunto generale che ci sono interessi conflittuali, nonché in base all’analisi delle risorse e delle azioni

individuali possibili in determinate situazioni sociali. L’aspetto più originale del suo lavoro è il modo in cui inserisce

una teoria dell’integrazione sociale dentro un approccio conflittualista.

La natura della sociologia del conflitto. Collins parte dal fatto che, da una parte, esistono determinati beni (ricchezza,

potere e prestigio) che gli individui perseguono in ogni società e, dall’altra, che ognuno odi ricevere ordini e faccia

sempre del suo meglio per evitarlo. Da ciò deriva che esisterà sempre un conflitto sociale, solo perchè il potere è di per

sé ineguale, anche se non tutti ne sono avidi allo stesso modo. Questo conflitto sociale può assumere varie forme, ma

alla sua origine c’è una coercizione diretta (obbligazione). Collins elabora 2 tipologie di fattori che determinano la

struttura sociale ed il cambiamento. La prima sulla risorse che gli individui investono nella lotta, la seconda sui tipi di

gruppo dove essi possono suddividersi e che producono varie risorse e vari gradi di potere. Collins identifica molti tipi

di risorse che gli individui portano all’interno del conflitto sociale: le prime sono risorse tecniche e materiali. In secondo

luogo, egli evidenzia il ruolo svolto dalla forza e dall’attrazione fisica nei rapporti personali. Per lui, sono 3 gli ambiti

principali nella vita degli individui caratterizzati da una distribuzione impari di risorse e posizioni sociali; nell'insieme,

essi formano i modelli di stratificazione sociale. Essi sono: 1) l’occupazione, rispetto alla quale gli individui si possono

raggruppare in classi; 2) le comunità dove gli individui vivono coi loro diversi ceti sociali, compresi i gruppi per età, per

sesso, etnici e culturali; e 3) l’arena politica, coi vari partiti che competono per il potere. Il punto cruciale del

comportamento sociale sta nel grado di controllo da parte di determinanti individui su altri e nella loro possibilità di

avere ricchezza, riconoscimento. Collins non considera come primario un aspetto particolare della stratificazione: la

posizione predominante di alcuni individui è solo la somma delle loro risorse e posizioni, relative a diversi ambiti.

Istituzioni sociali e ripartizione delle risorse. Collins si è sempre interessato al modo in cui le credenziali educative

vengono usate nella lotta per il potere, la ricchezza ed il prestigio. Egli considera l’istruzione come una base importante

di differenziazione tra ceti sociali, una specie di pseudo-etnia che socializza le persone all’interno di una particolare

forma di cultura. È nell’interesse stesso delle persone istruite che l’educazione funzioni in modo selettivo e che

permetta solo a chi è riuscito a completare una carriera scolastica di accedere ai livelli superiori della gerarchia sociale.

Le moderne società industriali prevedono periodi d’istruzione più lunghi e vogliono per lo svolgimento delle diverse

occupazioni standard educativi più alti. L’evidenza mostra che l’istruzione non è associata alla produttività dei

dipendenti, ed i lavori sono appresi tramite la pratica e non di certo a scuola. Le differenze tra i vari paesi

industrializzati sono molto evidenti, ma non sono legate al progresso tecnologico.

La teoria dell’organizzazione. Collins, nel suo approccio alle organizzazioni, considera queste come campi di battaglia

dove chi è superiore cerca di controllare i propri subordinati. Si può comprendere la struttura di un’organizzazione

prendendo in esame le sanzioni a disposizione di chi ha il comando. Egli identifica 3 tipi di sanzioni: la coercizione, le

ricompense materiali ed il controllo normativo. Gli individui odiano e resistono alla coercizione, e coloro che si trovano

in posizioni subordinate dentro organizzazioni, che fanno assegnamento sulla coercizione, ricorrono ad un’obbedienza

ottusa ed alla resistenza passiva. Le ricompensa materiali sono meno alienanti, ma producono un tipo di organizzazione

dove il problema di paghe genera continue rivendicazioni e dove gli individui tendono a fare le cose solo se e nella

misura dove vengono pagati per questo. Il controllo normativo è più gradito ai superiori, perchè se i subordinati

condividono i loro scopi, saranno più motivati a cooperare, obbedire e lavorare sodo. Collins dice che uno dei modi più

efficaci per creare un controllo normativo consiste nell’ampliare la base dell’autorità, poiché più la gente dà ordini in

nome di un’organizzazione, più si identifica in essa. Entrambi questi approccio tendono a ridurre il potere centralizzato

dei superiori. Le organizzazioni basate sul controllo normativo possono aspettarsi continui conflitti sulla politica da

seguire e lotte riguardo alla persona ritenuta più adatta a realizzare gli scopi del gruppo. I politici organizzativi più

scaltri tentano sempre di mescolare incentivi normativi, materiali ed anche sottili minacce il cui uso è più di routine e

più controllabile.

Lo stato. Lo stato è un tipo particolare di organizzazione, poiché è il modo in cui è organizzata la violenza ed è, in

primis, l’esercito e la polizia. Collins dice che le risorse che danno la possibilità agli individui di aver il controllo statale

includono i sistemi di credenze, la proprietà, le reti di comunicazione e la tecnologia militare. Egli considera primari la

coercizione ed il potere militare e, nell’affrontare le basi economiche dei sistemi politici, egli riformula la tipologia di

Lenski, in base alla quale i principali fattori causali sono le tecniche di produzione.

Stratificazione e genere. Collins elabora una teoria per capire sia la situazione generale, sia le variazioni nello status

delle donne. Egli dice che la condizione femminile d’inferiorità sia il risultato della forte spinta verso la gratificazione

sessuale dell’essere umano e del fatto che i maschi risultano essere più forti e più grandi. Ci sono però forti differenze

tra le varie società. Queste differenze sono il frutto di 2 fattori: la posizione delle donne sul mercato ed il modo in cui la

coercizione opera nella società. Chafetz dice che è la maternità biologica a spiegare la diversità delle donne. Esse si

trovano in una buona condizione nelle economie di sussistenza ed in quelle ricche, mentre in tutte le altre sono in una

situazione di inferiorità. Molte studiose femministe hanno criticato l’idea di Collins che la forza maschile sia la causa

dell’emarginazione delle donne, anche se condividono il suo approccio alla spiegazione delle variazioni osservate nella

condizione femminile. Per altri, è la maternità biologica a spiegare la diversità delle donne: il suo impatto può essere

limitato, ma non eliminato. Tutte le società hanno ritenuto opportuno lasciare l’allevamento dei figli a chi li fa nascere.

In nessuna società, le donne come categoria si specializzano nei ruoli del settore pubblico/produttivo.

Cultura, ideologia e legittimazione. Collins si preoccupa di ricordare ai suoi lettori che il soggetto del suo studio rimane

l’individuo. Egli dice che le nostre percezioni sono soggette ad influenze regolari e riconoscibili; quindi, si possono

identificare i tipi di esperienze individuali che fanno vedere reale un determinato ordine sociale. La legittimità, poi,

modifica la natura del conflitto. I tipi di esperienza che Collins identifica sono 2: 1) il dare e ricevere ordini; 2) il tipo di

comunicazione che gli individui instaurano con gli altri. Egli dice che, a causa della natura della psicologia umana, che

dà ordini tende ad identificarsi con gli ideali dell’organizzazione dove detiene il potere. Inoltre, tende ad avere un

comportamento sicuro di sé e formale grazie alla propria esperienza. Viceversa, quanto più le persone ricevono ordini,

tanto più è probabile che siano alienate rispetto agli ideali dell’organizzazione. La premessa di Collins è che gli

individui desiderano massimizzare la loro possibilità di dare piuttosto che ricevere ordini. I tipi di comunicazione che le

persone hanno sono molto importanti, per Collins, perchè possono rafforzare gli effetti provocati dal sistema di

comando. Essi determinano il grado di accettazione da parte degli individui delle norme e delle idee attorno a cui è

organizzata la società e determinano anche il riconoscimento della legittimità dell’ordine sociale. Collins evidenzia che

gli esseri umani hanno reazioni emozionali automatiche a determinati gesti, suoni e segni ed avanza l'ipotesi che i

legami sociali sono basati su reazioni condivise. La forza di queste reazioni dipende da 2 aspetti della comunicazione

umana: l’ammontare di tempo che la gente trascorre insieme od il loro controllo reciproco, e la varietà dei contatti.

La densità sociale. Collins dice che quanto più alto è il livello di controllo reciproco, tanto più gli individui accettano la

cultura del gruppo e si aspettano un preciso conformarsi ad essa da parte degli altri. Viceversa, meno sono a contatto

con altri, più i loro atteggiamenti saranno individualistici. Ciò perché la copresenza fisica rende più probabile lo

sviluppo di sequenze non verbali automatiche, che si rinforzano in modo reciproco. Queste aumentano la risposta

emotiva e più forte è la risposta emotiva, più sarà percepito come reale il significato dei simboli a cui gli individui si

rifanno durante una certa esperienza. La varietà dei contatti tra le persone influenza molto il modo di pensare degli

individui. Egli dice che più è accentuata la varietà di tipi di comunicazione dove uno è coinvolto, più egli svilupperà

idee astratte.

Il rituale. Collins è convinto che il controllo reciproco e la comunicazione controbilanciano gli effetti che provoca il

ricevere ordini. Essi creano legami emozionali che saldano il gruppo e rendono reale il modo in cui esso è organizzato:

perciò rafforzano la posizione dei membri dominanti all’interno del gruppo stesso. Inoltre, i rituali possono rendere più

intensa la risposta emotiva e far aderire in modo più stretto le persone a determinate visioni della realtà.

Forze militari e geopolitica. In ambito sociologico, gli studi di geopolitica più noti sono rappresentati dalla teoria del

sistema mondiale di Wallerstein: il quale prevede lo sviluppo di un impero mondiale unificato. Collins non è d’accordo

con questa previsione. Egli dice che a parità di ogni altra condizione, gli stati più grandi e più ricchi vinceranno le

guerre contro gli stati più piccoli e più poveri, in modo che i primi tenderanno ad espandersi a scapito dei secondi.

Accanto a questo primo fattore, non bisogna dimenticare quello geografico, cioè quello che Collins chiama “vantaggio

posizionale”: gli stati che hanno pochi vicini validi militarmente sono avvantaggiati rispetto agli stati circondati da

vicini potenti. Ma c’è anche un 3° principio. Dice Collins: anche gli imperi mondiali senza avversari temibili, hanno

subito un processo di indebolimento e decadenza di lungo periodo. Una delle ragioni primarie di ciò è che l’espansione

militare che eccede le risorse disponibili nel territorio, porta alla disgregazione del potere dello stato.

L’elemento cruciale della teoria del conflitto sta nel modo in cui mette in relazione le strutture sociali ed organizzative

con gli interessi di gruppo e la ripartizione delle risorse. La teoria del conflitto insiste sul fatto che i valori e gli ideali

vanno messi in relazione all’ambiente sociale e non considerati come autonomi. Essa, rivela anche importanti punti

deboli: il suo insistere sul fatto che il potere forma il maggiore obiettivo e la caratteristica primaria dei rapporti sociali è

troppo limitata. La teoria del conflitto ignora come il potere viene esercitato in ogni stato e come riesce a dare ai suoi

cittadini un contesto sicuro per le loro attività. Ciò tende a produrre una concezione inadatta dello stato. I teorici del

conflitto tendono a considerare le idee come riflessi degli interessi di potere, ma l’interesse in sé stesso non rappresenta

una completa spiegazione dei fatti. Codesta teoria, tende ad evidenziare come le idee contribuiscono a mantenere la

stabilità, quando poi determinano filoni di pensiero in una società che criticano e minano l’ordine corrente. Essa preme

di spiegare come un gruppo mantenga il potere, invece che dimostrare come lo abbia acquisito all’inizio.

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4° CAPITOLO: EVOLUZIONE E MODERNITA’: PROSPETTIVE MACROSOCIOLOGICHE

Karl Marx e la società senza classi

La teoria sociale di Marx è una teoria del mutamento e dell’evoluzione, che guarda indietro a tutta la storia, avanti verso

il futuro e vuole spiegarli e capirli. Egli individua 4 principali tipi di società di classe: l’asiatico, l’antico, il feudale ed il

borghese. Il sistema asiatico si basa sulla diramazione del controllo statale e sul dispotismo imperiale e la proprietà

assoluta delle terre. Marx tratta bene solo gli ultimi 3 tipi, che fanno parte della storia occidentale. In ognuno dei casi, il

mutamento implica l’apparire di nuove classi: i condottieri barbari che invasero l’impero romano sostituirono una

società di signori feudali e servi della gleba, che poi furono sostituiti dai capitalisti borghesi, gli antagonisti del

proletariato.

La fine del capitalismo. Marx affermava che, nel corso del tempo, molti piccoli capitalisti sarebbero stati assorbiti

all’interno del proletariato, a causa delle loro capacità obsolete e del loro capitale modesto per entrare in concorrenza.

Sarebbero rimaste solo 2 classi sempre più differenziate. Al tempo stesso, i capitalisti avrebbero prodotto sempre di più,

a spese della forza lavoro sfruttata, senza che il mercato si potesse espandere in modo proporzionale. A questo punto, la

concorrenza avrebbe costretto i capitalisti a tagliare i prezzi ed i salari, ed il tasso di profitto sarebbe sceso a zero. Il

risultato di ciò sarebbe stato la miseria delle masse, ma anche una rivolta generalizzata e la fine del capitalismo. Le

previsioni di Marx erano infondate. Non si è avuto né un aumento di miseria in occidente, né un calo del tasso di

profitto.

La teoria del sistema sociale. Per Wallerstein, le varie parti del sistema mondiale si specializzano od hanno funzioni

diverse. Qui, la periferia dà le materie prime alle industrie del centro. Il lavoro libero è la forma di controllo attuata

verso i lavoratori esperti dei paesi del centro, mentre il lavoro coercitivo è usato verso i lavoratori meno specializzati

delle aree periferiche. L’unione di questi 2 elementi è l’essenza del capitalismo. Per egli, i paesi del centro sviluppano

una forte forma statuale, mentre la parte debole è quella che si sviluppa in periferia. Nelle prime fasi del capitalismo, gli

stati erano importanti perché davano stabilità sociale tramite la continua burocratizzazione ed il monopolio della forza,

ma il sistema capitalistico mondiale si basa per lo più sull’integrazione economica, e proprio tramite i meccanismi

economici il centro riesce a controllare la periferia. Giddens riconosce a Wallerstein l’idea del capitalismo come

fenomeno globale. Per egli, possiamo parlare di un’economia capitalista di dimensioni mondiali. A differenza degli stati

tradizionali, gli stati moderni sono contenitori di potere, che hanno in precedenza spazzato via altre organizzazioni

statuali. In parte, questo è dovuto all’industrializzazione, ed in parte alla grande espansione del potere amministrativo di

suddetti stati. Questi elementi, uniti al capitalismo, definiscono la natura del mondo moderno.

Il modello evolutivo di Talcott Parsons

Parsons vede nel periodo primitivo, dove dominano relazioni di parentela ed un orientamento di tipo religioso, il primo

stadio dell’evoluzione sociale. Egli stabilisce uno stadio intermedio, caratterizzato dalla scrittura e dalla disponibilità di

documenti storici. Lo stato moderno, il terzo, è caratterizzato da rapporti formali, procedure e dall’istituzionalizzazione

della legge e dell’istruzione nella loro forma piena. Parsons dice che una differenziazione sempre crescente rappresenta

la chiave nell’evoluzione del sistema sociale. Nel passaggio da società primitive a società moderne, il cambiamento da

una situazione dove i ruoli erano fusi ad un’altra, nella quale ognuno ha un diverso ruolo, è ciò che ha creato e

rappresentato il passaggio ad un diverso livello di evoluzione. Questo passaggio è importante perché permette di

esercitare un maggiore controllo sull’ambiente.

Gli universali evolutivi. Elaborando questo modello di evoluzione di base, Parsons identifica un certo numero di

“universali evolutivi”, che definisce come ogni sviluppo importante per altre evoluzioni. Egli dice che il linguaggio, la

parentela, la religione ed una tecnologia (anche rudimentale) sono prerequisiti delle comunità destinate a rompere del

tutto con lo stadio primitivo ed a diventare una società come noi la intendiamo. Poi, seguono i 6 principali universali

evolutivi: la stratificazione sociale, la legittimazione culturale, l’organizzazione burocratica, l’economia monetaria e di

mercato, le norme universalistiche generalizzate e le associazioni democratiche. Il modello evolutivo di Parsons

incorpora sia strutture che processi. Le strutture sono: la stratificazione sociale, la legittimazione culturale,

l’organizzazione burocratica, il mercato e la moneta, le associazioni democratiche. Invece, i processi sono: la

differenziazione, la crescita adattiva, l’inclusione e la generalizzazione dei valori. Parsons propone che la stratificazione

sociale venga considerata la prima struttura con possibilità di evolversi da un aumento di differenziazione. Egli vede

nella differenziazione la chiave dell’evoluzione del sistema sociale. Senz’essa, nell’allocazione dei ruoli e senza la

stratificazione sociale, specializzazione e sviluppo tecnologico non potrebbero mai avere luogo. Il 2 processo evolutivo,

la crescita adattiva, implica l’idea di controllo e dominio dell’ambiente. Quest’ultima implica anche un miglioramento

delle capacità adattive della società, cioè la loro capacità di realizzare un’ampia gamma di fini a dispetto delle difficoltà

ambientali. Oltre alla differenziazione ed alla crescita adattiva, Parsons aggiunge altri 2 processi al suo modello di

cambiamento evolutivo. Il primo è una specie di processo di uscita dalla segregazione, che chiama inclusione. Ad essa,

egli aggiunge la generalizzazione dei valori. I livelli maggiori di differenziazione, crescita adattiva ed inclusione non

possono coesistere con un sistema di valori di tipo parrocchiale, condiviso soltanto da una parte dei membri del sistema.

Parsons rifiuta l’antica visione evolutiva in base alla quale tutte le società seguono uno sviluppo uniforme, ma ammette

che la storia umana mostra una tendenza all’evoluzione verso un aumento della capacità adattiva. Egli non vuole

affermare che tutte le società progrediscono in modo graduale; lo stesso identifica delle caratteristiche fondamentali che

sono centrali nel modo in cui le società si sviluppano e che non possono essere innestate in modo arbitrario in una

qualsiasi società esistente. Nella sua teoria, evoluzione e progresso emergono come sinonimi e la democrazia è come

uno stabile punto di arrivo dello sviluppo sociale. Al tempo stesso, sia Parsons che J. Habermas (teorico critico del

conflitto), tendono a mettere le stesse caratteristiche al centro dell’evoluzione sociale, anche se con accezioni

abbastanza diverse. Jurgen Habermas: razionalizzazione ed agire comunicativo

Jurgen Habermas è il più famoso teorico sociale tedesco. Egli si è molto interessato alla politica ed all’importanza della

sociologia e del pensiero sociale in questo ambito; e raggiunse la notorietà negli anni ’70 quando il movimento radicale

studentesco era al suo apice. Habermas, come i teorici della 1° generazione della Scuola di Francoforte, è molto

influenzato da Marx e con loro condivide l’idea che la ragione è lo strumento col quale giudicare in modo critico la

nostra società. Per egli, è sempre stato importante il ruolo svolto dalle percezioni individuali nel mantenere o realizzare

il cambiamento sociale.

Evoluzione e crisi. Il primario risultato dei lavori di Habermas è la riformulazione della teoria marxista dell’evoluzione.

Le società primitive si possono paragonare a quelle tribali di Marx; le tradizionali comprendono sia le antiche che le

feudali. Il capitalismo liberale corrisponde al capitalismo del XIX secolo, che Marx conosceva bene. Habermas

classifica le società a “socialismo di stato”, come società di classe “postcapitaliste”, vista la disponibilità dei mezzi di

produzione da parte delle loro èlite politiche. Il sistema di analisi di Habermas è simile a quello di Marx, poiché egli

vede nell’evoluzione sociale il risultato di crisi o contraddizioni interne ad un sistema dato. Esse creano problemi di

governabilità che, a volte, rendono il sistema indifendibile. Però, Habermas enfatizza il ruolo svolto dalle idee e dalla

coscienza degli individui. I cambiamenti e le contraddizioni strutturali che vi sono si manifestano nella crisi dei valori

condivisi, ed il vecchio sistema sociale si disintegra poiché questi cambiamenti minacciano il sentimento di identità

sociale delle persone. Per Habermas, la caratteristiche che distingue il capitalismo liberale è la depolicitizzazione dei

rapporti di classe. In passato, il controllo dello stato da parte di un piccolo gruppo era molto importante. Nel capitalismo

liberale, invece, c’è un commercio auto-regolamentato ed il ruolo dello stato è solo quello di mantenere le condizioni

generali della produzione capitalista. Però, nell’analizzare il probabile sviluppo della società moderna, Habermas crede

che la tendenza che va dal mito, alla filosofia ed all’ideologia, tramite la religione, è di primaria importanza. In una

società dove la legittimazione si basa sui meccanismi di mercato, ogni fluttuazione economica rappresenta una minaccia

diretta all’integrazione sociale. Habermas è convinto che la transizione del capitalismo liberale e quello organizzativo

implichi 2 cambiamenti. Il primo è l’affermarsi di grandi imprese oligopolistiche e la scomparsa del capitalismo

concorrenziale. Il secondo è il riemergere dello stato, che si reinserisce ed interviene in modo crescente nel mercato,

segnalando la fine del capitalismo liberale. Il riemergere dello stato è una risposta alle fluttuazioni economiche ed ai

problemi di governabilità. Lo stato cerca di regolarizzare il ciclo economico e di sostenere crescita e pieno uso, investe

nell’istruzione e nella ricerca, dà infrastrutture e servizi, riduce i costi sociali che risultano dalla produzione privata,

tramite sussidi di disoccupazione, servizi sociali. La motivazione al profitto e la continua appropriazione privata di

plusvalore rimangono i punti cruciali. Il ricongiungimento tra stato e sistema economico crea, per Habermas, un

continuo bisogno di legittimazione. L’equilibrio del sistema è fragile: il teorico tedesco, sulla scia di Marx, è convinto

che il sistema economico stessa sia minacciato da una possibile caduta del tasso di profitto.

La razionalizzazione del mondo vitale. Habermas elabora la sua teoria in termini di comunicazione e di mondo vitale,

cioè di come il cambiamento evolutivo viene esperito dagli individui. Anche qui si nota il filo che lo collega a Weber.

Quest’ultimo sosteneva che nelle scienze sociali abbiamo bisogno di una comprensione soggettiva di come gli altri

vedono il mondo e delle loro reti di significato. Allo stesso modo, Habermas è favorevole ad una specie di proiezione

intersoggettiva nei mondi vitali degli altri, cioè ad un modo di sentire le sensazioni altrui e sperimentarne la stessa

visione del mondo. Il mondo vitale, quindi, diventa per egli un aspetto dell’agire comunicativo, e tramite esso la società

può operare ed evolversi. Questo processo è strutturato e scandito dal mondo vitale di coloro che agiscono. Uno degli

esempi citati da Habermas è quello di un vecchio muratore che, impegnato a costruire un palazzo, chiede ai suoi giovani

apprendisti di andargli a prendere la birra di mezza mattina. Quel muratore tedesco dà per scontato che la pausa di

mezza mattina per la birra è un’usanza accettata, e che c’è una gerarchia naturale basata sull’età o sull’anzianità

lavorativa. Se in quella situazione ci fosse anche un giovane muratore inglese, egli rimarrebbe sorpreso dalla richiesta

avuta, poiché nel Regno Unito non si può bere prima delle 11 del mattino. Forse però accetterebbe comunque l’incarico

e ciò lo integrerebbe di più nella vita tedesca. Questo è il motivo per cui Habermas ritiene che l’agire comunicativo non

è un processo teso alla comprensione. Le azioni comunicative non sono soltanto dei processi di interpretazione dove la

conoscenza culturale viene provata contro il mondo; sono al tempo stesso processi di socializzazione e d’integrazione

sociale.

Mondo vitale e sistema. Nei primi lavori sull’evoluzione, Habermas ha evidenziato la transizione dalle società tribali a

quelle di classe, l’emergere delle organizzazioni statali e l’affermazione di meccanismi di autoregolamentazione interni

alle economie. Tutti questi concetti sono stati, in seguito, rielaborati tramite il concetto di mondo vitale e quello di

struttura sistemica di Luhmann. Il progresso dell’evoluzione sociale articola tutto un sistema di istituzioni che

comprende i mercati (guidati dalla moneta) e le organizzazioni statali (guidate dal potere). Quindi, è possibile per un

numero maggiore di persone rimanere coinvolte in modo reciproco senza condividere gli stessi simboli o lo stesso

mondo vitale. Da un lato, il sistema sociale è diventato sempre più difficile e, dall’altro, il mondo vitale ha aumentato il

proprio grado di razionalizzazione: ma entrambi rimangono separati in gran parte. All’interno dello stato

contemporaneo e del mercato non si obbedisce direttamente alle persone e neanche a pubblici ufficiali, ma a principi

generali ed a regole astratte. Le relazioni sociali sono regolate solo tramite il denaro ed il potere. Per Habermas, tutte le

società si assomiglieranno nel mondo vitale in evoluzione. Una questione importante trattata è la necessità per ogni

società di avere un insieme di regole accettate dai suoi membri. La prospettiva comunicativa sull’evoluzione sociale è

usata dal tedesco anche per discutere lo sviluppo delle crisi.

Ragione e razionalizzazione. Un altro punto di unione tra Weber ed Habermas sta nell’analisi della razionalizzazione,

dove sono presenti anche delle differenze. Habermas procede in modo dialettico, poiché nel suo esame della ragione e

del pessimismo della “gabbia di ferro” di Weber preferisce ricollegarsi alla Scuola di Francoforte ed alla tradizione

marxista. I teorici di Francoforte confidavano nella possibilità di creare una società razionale e non solo razionalizzata.

Per Habermas, è possibile dare un fondamento alle regole finali che governano le nostre vite, riempiendo così quel

vuoto lasciato dal disincanto della modernità. Con la teoria dell’agire comunicativo, egli sostiene che l’azione


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Unina2 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Di Gennaro Giacomo.

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