Sociologia della globalizzazione
La globalizzazione è un insieme di processi che coinvolge più dimensioni e non solo quella economica. Questi processi sono tuttora aperti e non sappiamo verso cosa si muoverà. Non è detto che, ad esempio, l’apertura che abbiamo avuto negli ultimi anni continuerà. È caratterizzato da ambivalenze e contraddizioni. Si persegue il benessere secondo la logica dello scarto in nome dell’evoluzione dell’umanità si scartano anche la gente. Chi non ha in partenza le risorse per sfruttare delle capacità viene scartato automaticamente.
Anthony Giddens (1996) è stato uno dei primi ad occuparsi di globalizzazione in sociologia insieme a Beck e Baumann. “Ci sono pochi termini che usiamo così frequentemente ma che sono di fatto così scarsamente concettualizzati come quello della globalizzazione”. Ormai non si può più dire che la globalizzazione non sia più concettualizzata, ma è difficile dare una definizione universalmente accettata. Questo anche perché all’interno dei global studies ci sono dei problemi: da un lato il concetto di globalizzazione essendo entrato nell’uso comune si presta ad usi e abusi; in secondo luogo il prolificare di definizioni da parte degli studiosi ha fatto sì che vi sia un pluralismo interpretativo di non facile identificazione da parte dei “non addetti al lavori”.
Questo per via che è un fenomeno aperto, dinamico, contraddittorio, diversificato, viene utilizzato nel linguaggio comune per identificare cose diverse. Come rendere giustizia alla natura sempre più fluida e interdipendente di un mondo post moderno in rapido cambiamento? Come possiamo individuare degli elementi strutturali che formano le definizioni di globalizzazione muovendo dall’osservazione di una miriade di situazioni e fatti differenti? Elementi che sono aperti e intrecci e combinazioni non sempre chiari e prevedibili.
Perché serve una definizione?
- Il tipo di diffusione di questi processi perché questi processi non si verificano ovunque nella stessa maniera e con la stessa intensità.
- Da cosa sono incentivati o ostacolati.
- Come potrebbero evolvere nel tempo.
- Che effetti producono sulle persone e sulle comunità.
Chi ha il potere di controllare questi processi? Ad esempio, i gruppi finanziari che hanno il potere di far entrare in crisi intere economie.
Lezione 29/09
Prima domanda
C’è qualcosa di qualitativamente diverso nelle forme di interdipendenza sovra e inter-spaziali di oggi rispetto a quelle del passato? Dal tipo di risposta dipendono alcune scelte cruciali del presente. In particolare: con quali politiche affrontare le sfide globali attuali (ambiente, sviluppo, sicurezza, salute ecc.) e a chi riconoscere il potere di orientare le politiche e la responsabilità di attuarle.
Posizioni diversificate, riconducibili a tre tipi di risposta possibili:
- Scettici: Ritengono che non vi siano novità sostanziali, oggi rispetto al passato ma solo un forte aumento dell’intensità di scambi e interdipendenze. Questi possono essere critici da sinistra del capitalismo liberale ma anche sovranisti e in genere nazionalisti di destra. Considerano la globalizzazione come una semplice accentuazione di fenomeni già sperimentati nella storia e sono solo una copertura per strategie americane di controllo economico. In questo caso non c’è la necessità di fornirsi di strumenti teorico-metodologici per capire i processi in corso e studiarne lo sviluppo.
- Globalisti: Un insieme eterogeneo di globalisti divisi in ottimisti e critici ritiene che la globalizzazione segni l’inizio di una nuova era per l’umanità. Ne consegue la necessità di affrontare sfide conoscitive inedite e di interrogarsi su nuovi modi di concepire e organizzare la convivenza sociale. In questa categoria possiamo annoverare anche gli iperglobalisti divisi in ottimisti e pessimisti che rispondono però alla seconda domanda.
- Posizione intermedia: Altri hanno una posizione intermedia, di tipo processuale, che sottolinea la continuità nella discontinuità.
Le prime due posizioni hanno segnato il clima di forte contrapposizione ideologica degli anni '80 e '90 del '900. La terza corrisponde a tendenze recenti orientate al dualismo precedente.
Scettici e globalisti
- Scettici centralità della crescita economica: la sola novità è di tipo quantitativo, non occorrono categorie concettuali nuove per capire i processi in corso (basta aggiornare le vecchie), non occorrono politiche e istituzioni nuove per governarli (rendere più efficienti le attuali).
- Globalisti secondo ordine di domande per chi risponde sì alla prima: la globalizzazione è un processo irreversibile, iscritto nel corso della storia? Quali effetti ha sull’esperienza sociale? Iperglobalisti mercati sempre più internazionalizzati e liberalizzati portano all’omogeneizzazione economica, sociale, culturale (valori occidentali veicolati dal capitalismo internazionale) di tutti i popoli della Terra. Processo iscritto nel corso della storia: sviluppo lineare e tendenzialmente irreversibile.
- Al contrario ci sono gli iperglobalisti ottimisti (di orientamento neo-liberal) effetti positivi: diffusione del benessere e della democrazia a livello globale; orientamento: incentivare le politiche neo-liberal.
- Globalisti pessimisti o critici (tendenzialmente anti-liberal) rischi: americanizzazione/macdonaldizzazione culturale, crescita disuguaglianza, crisi della democrazia; orientamento: maggiore presenza dello Stato per: regolare e contrastare il potere dei mercati a livello nazionale e nelle istituzioni internazionali e rafforzare le politiche sociali a sostegno delle fasce a rischio.
- Terza posizione la globalizzazione è un insieme di processi (David Held) che in parte ripropongono situazioni e fenomeni già sperimentati nella storia (continuità) e in parte generano condizioni nuove, nuovi rischi e nuove opportunità (discontinuità). Questi processi, nota Held “stanno rimodellando l’organizzazione dell’attività umana, tendendo reti politiche, economiche, sociali e comunicative attraverso regioni e continenti”. I processi per definizione sono dinamici e compositi, combinandosi danno vita a situazioni ambivalenti aperte a diversi sviluppi possibili; non sono né lineari né irreversibili quindi il loro sviluppo dipende dalle scelte dell’oggi (problema della politica). Orientamenti processuali sono interessanti perché in primo luogo sottolineano un punto di vista storico di “continuità nella discontinuità” per cui il presente non nasce dal nulla ma dall’evoluzione di nuclei di cambiamento rintracciabili nel passato aprendo così la strada all’analisi delle ambivalenze. In secondo luogo questi approcci mettono al centro la questione del potere. Se c’è ambivalenza c’è anche possibilità di imprimere direzioni diverse ai processi affrontando i dilemmi. I punti nodali sono i rapporti tra politica ed economia; tra stato e entità sovranazionali o transnazionali; tra cittadini, istituzioni e centri di potere extra-statali.
Uno sguardo focalizzato alla complessità dei processi storici è indispensabile per cadere in distorsioni.
Le distorsioni possibili sono
- Monodimensionalità/monocausalità: è la tendenza a ricondurre un fenomeno e processi ad una singola dimensione perché magari in questa è contenuta quella che si ritiene esserne la causa che nel caso della globalizzazione è ricercata nella sfera economica-finanziaria e tecnologica. Mentre si dimenticano le dimensioni politiche, sociali, culturali. Ma i processi storici non hanno una singola causa ma sono il risultato di una serie di concause.
- Unilinearità: determinismo di fatto, non sarebbero le scelte umane a condizionare processi ed eventi quanto una sorta di destino già scritto nella storia.
Un esempio dei problemi legati alle distorsioni sono le tesi dell’iperglobalista di stampo neo liberal Fukuyama sulla fine della storia. La storia viene considerata con un processo evolutivo unico e coerente, la cui fine coincide con l’emancipazione dell’umanità dall’insicurezza e dallo stato di bisogno. Per Fukuyama gli elementi chiave sono: la democrazia liberale e le scienze moderne grazie alle quali la tecnologia evolve creando infinita ricchezza. Seppur non esplicitato l’idea che è alla base della teoria di Fukuyama è che il processo storico si basa sulla logica capitalistica dei mercati globali e nello sviluppo di una cultura universale dei consumi. La maggior critica a questo tipo di iperglobalisti è che il risultato della loro visione del processo storico è un “imperialismo dell’economico” (Beck). Come conseguenza si avrà uno svuotamento del ruolo dello Stato che diviene uno strumento al soldo delle imprese.
Indipendentemente dalle valutazioni dei due gruppi di iperglobalisti, l’idea della americanizzazione la si può criticare in due versanti. Prima di tutto sottovaluta i cambiamenti nel panorama politico economico e finanziario mondiale e quindi all’emergere di nuove potenze come Cina e India. Dall’altro canto non considera l’ambivalenza dei processi storici che in questo caso si possono tradurre in diverse alternative all’omogeneizzazione.
Queste distorsioni impediscono di cogliere il dinamismo, la conflittualità, le ambivalenze dei processi storici. Due rischi: la de-responsabilizzazione dei cittadini e l’imperialismo dell’economico sulla dimensione politico istituzionale. Diffuse tra gli iperglobalisti sia ottimisti che critici e intrecciate con gli equivoci più comuni: omologazione della globalizzazione a internazionalizzazione e liberalizzazione.
Gli equivoci più comuni
- Omologazione della globalizzazione all’internazionalizzazione. Internalizionalizzazione = intensificazione delle interdipendenze e degli scambi fra paesi, secondo il modello delle relazioni internazionali. L’attenzione si focalizza sulle quantificazione di interdipendenze e scambi (indicatori IDE, commercio int., integr. Mercati finanziari, connettività). Restano in ombra gli aspetti politici, sociali e culturali dei processi di globalizzazione. Il modello delle relazioni internazionali non spiega ciò che esce dal framework dello stato nazionale. In particolare, non spiega due aspetti specifici della globalizzazione: il nuovo modo di organizzare le attività nello spazio e i nuovi attori globali.
- Considerare la globalizzazione come sinonimo di liberalizzazione (più privatizzazione e regolamentazione). Liberalizzazione = eliminazione di restrizioni, limiti, controlli sulle attività economiche. Usando i due termini come sinonimi si finisce per concentrare il dibattito sugli effetti delle politiche macro economiche neo liberal ma la globalizzazione non è riconducibile alla sola dimensione macro economica e anche limitandosi a questa dimensione, le politiche neo liberiste non sono le sole possibili in un mondo globalizzato: si possono ipotizzare politiche globali di sostenibilità ambientale e sociale.
Se la globalizzazione fosse sinonimo di internazionalizzazione o liberalizzazione che bisogno ci sarebbe di un termine nuovo per indicare ciò che sta succedendo oggi? Necessario superare le posizioni estreme, che alimentano queste distorsioni e gli equivoci: globalisti (discontinuità, progressiva convergenza), scettici (normale evoluzione della modernizzazione). La terza strada sembra più ragionevole. Come fare per metterla meglio a fuoco? Considerando come si sono sviluppate le integrazioni sovra spaziali del passato e come hanno preso forma storicamente le interdipendenze globali attuali.
Prospettiva storica
Non si può spiegare il senso di un cambiamento se non si precisa rispetto a quale situazione precedente emergono delle novità. La prospettiva storica è indispensabile per: comprendere il presente (il significato per la vita degli uomini di quello che sta succedendo), ragionare su possibili sviluppi nel futuro. La storia mostra che la vita sociale è dinamica, ricca di differenze e sfaccettature, condizionata da processi la cui evoluzione dipende da comportamenti e scelte umane (es. il degrado ambientale). Storicamente l integrazioni macro-regionali ci sono sempre state, spesso hanno interessato regioni molto estese. Il problema è: ci sono differenze qualitative fra le integrazioni del passato e la globalizzazione? Osterhammel e Petersson distinguono fra 3 forme di integrazione prevalenti in età pre-moderna (fino alla scoperta dell’America) e un tipo di integrazione che si sviluppa in età moderna e prelude alla globalizzazione contemporanea.
Lezione 5/10
Età pre-moderna
Il problema della globalizzazione si è posto negli ultimi decenni del novecento quando nelle società occidentali si sono profilati dei cambiamenti tali da richiedere delle nuove categorie concettuali. Il problema principale che si ha davanti ad un nuovo concetto è quello di capire se questo si adatta bene a comprendere ciò che accade e gli andamenti futuri. Diventa cruciale la prospettiva storica che non deve focalizzarsi solo sull’individuare gli elementi di continuità ma anche di discontinuità.
Osterhammel e Petersson individuano tre forme di integrazioni macrospaziali attive in epoca premoderna:
- Politico militare (es. impero Alessandro Magno): un grande impero è una comunità basata sulla coercizione e quindi mai una rete. Quando il braccio armato centrale andava in crisi c’era il pericolo di secessioni autonomistiche di singole parti dell’impero.
- Ecumene religiosa (es. Islam dell'VIII secolo: aristocrazia militare musulmana): comunità di fedeli, coesione politica labile. Altro esempio è il Cristianesimo nell’Occidente. Questo non garantisce la comunicazione. Un’ecumene consisteva di numerose unità politiche che non dovevano essere per forza in rapporti pacifici tra di essi come ad esempio i rapporti tra stato ottomano e Iran. Queste due forme di integrazioni avevano alla base un forte collante ideologico.
- Commercio a distanza (es. la rete della lega anseatica) vicina al concetto di rete. Esempi: la via della seta che univa Cina e Mediterraneo; i carovanieri del vicino oriente e del nord Africa.
Esiste l’ipotesi di una quarta forma di integrazione e cioè le migrazioni; talvolta consistenti ed estese, ma interazione e scambio non erano sviluppati in reti regolari. L’integrazione è diversa da quella in corso oggi perché non ha coinvolto tutte le regioni del mondo allora conosciuto, non si sono stabilizzate durevolmente a sistema, non hanno interessato le masse (se si pensa al piccolo contadino nell’epoca di Alessandro Magno egli non era interessato a sapere chi governasse poiché era legato alle condizioni del suo villaggio).
Il Medioevo in Oriente
È comune l’idea che il medioevo fosse un’epoca buia in realtà in questo momento storico stiamo assistendo ad una sorta di revisionismo storico; spesso guardiamo alla storia solo dal punto di vista dell’Occidente senza guardare all’Oriente nel quale nel Medioevo successero cose importanti. Il medioevo in realtà in oriente è stato fiorente.
- VIII secolo: 2 importanti macro-integrazioni:
- Comunità islamica da Andalusia a Uzbekistan, governata dall’aristocrazia militare musulmana (una sorta di confederazione di comunità locali); si è creata un’area omogenea dove vi è stata una fioritura delle arti e della scienza.
- Dinastia Tang in Cina che ricostruisce l’impero della dinastia Han che era dissolto in precedenza. All’interno vi era apertura dei commerci e cultura urbana, verso l’esterno invece c’era forte chiusura.
- XIII secolo: conquiste mongole, dalle porte di Vienna e Damasco fino alla Corea e Indocina. Si parla di instabile coalizione imperiale perché a differenza della dinastia Tang non hanno avuto interesse nel curare la coalizione interna o la diffusione delle arti; invece c’è stata una forte apertura verso l’esterno (pax mongolica: no coesione culturale ma apertura a movimenti di persone, merci, idee in buona parte del mondo conosciuto).
- XIV-XVI: nuova fase di chiusure. Alle aperture dei secoli precedenti seguiranno secoli di chiusure:
- I grandi imperi orientali:
- Quello ottomano e moscovita si concentrano sul consolidamento interno.
- Quello cinese proseguì la politica isolazionista imitando il Giappone.
- In Europa:
- L’Europa non era protagonista della scena mondiale perché era divisa e frammentata e dilaniata dai conflitti politico e religiosi.
- I grandi imperi orientali:
Queste chiusure furono superate quando l’Europa riemerse come grande protagonista della scena mondiale soprattutto con la reazione dei grandi imperi coloniali. Nel corso del '500 inizia una fase (articolata in due fasi) di interdipendenza multilaterale stabile cioè la prima relazione tra 4 continenti: Europa, Asia, Africa, America. La nascita dell’epoca moderna solitamente si fa coincidere con la scoperta dell’America che ha appunto favorito la nascita di questa interdipendenza tra continenti per via delle reti commerciali tra grandi imperi coloniali europei.
- XVI e XVII: imperi coloniali europei (Portogallo e Spagna e poi Olanda, Gran Bretagna e Francia) creano reti commerciali.
- Momento decisivo: il settecento. Ci furono 3 rivoluzioni:
- Francese (politico istituzionale) diventa il momento cardine della nascita dello stato moderno cioè gli stati-nazione.
- Industriale (economica) sostenendo il passaggio da un’economia agricola ad un’economia industriale.
- Illuminista (culturale) spesso non considerato.
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