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Questa concezione dell'anomia di Guyau si distingue dalle concezioni successive del concetto.

Innanzitutto Guyau si occupa solo delle regole religiose e morali occupandosi di anomia, di un'etica

del comportamento e quindi manca un riferimento al diritto.

Soprattutto lo stato di anomia viene giudicato POSITIVAMENTE, al punto da esser elevato a

nuovo ideale della società moderna, è il punto più alto dell'autonomia morale!

Dopo Guyau il termine invece sarà inteso negativamente, in riferimento a ciò che contribuisce a

indebolire la coesione, la solidarietà sociale, in quanto per anomia si intenderà uno stato di crisi, di

disordine, una lesione della coesione dell'ordine sociale.

Per Guyau l'ANOMIA MORALE è il risultato auspicabile, e fortemente desiderabile della

speculazione metafisica in campo dell'etica, è il punto massimo di arrivo positivo e desiderabile.

Massima autonomia morale.

Questa idea apre al POLITEISMO DEI VALORI, il fatto che ciascuno è guida del proprio

comportamento.

Guyau spinge al massimo la teoria kantiana sull'autonomia della volontà in campo dell'etica, e

secondo Guyau bisognerebbe riconoscere che fuori dall'individuo non esiste alcuna legge morale

vincolante.

Guyau trasporta il principio kantiano dell'autonomia nell'ambito dell'etica, nelle decisioni morali,

per sostenere che al di fuori dell'individuo non esiste una legge morale vincolante e quindi ciascuno

ha il diritto di costruirsi il proprio codice etico, la propria guida morale.

Di conseguenza la morale del futuro, idea che influenzerà autori successivi, dovrebbe garantire la

varietà più grande possibile di valori, quindi non un universo etico compatto, ma poliedrico,

politeismo di valori, per realizzare la più completa autonomia della morale.

Nietzsche aveva letto e apprezzato molto le opere di Guyau e infatti si evidenziano dei punti di

contatto.

Secondo Nietzsche la nostra condizione è per natura politeista, in quanto ciascuno segue il demone

che tiene i fili del proprio destino.

Un altro autore con una prospettiva di questo tipo è Weber in riferimento al disincantamento del

mondo, politeismo di valori, come se le antiche divinità avessero ripreso la loro contesa per guidare

il comportamento degli uomini.

Però la teoria dell'anomia, il concetto di anomia si diffonde definitivamente nel campo delle scienze

sociali con un altro autore Durkheim, che aveva letto e recensito le opere di Guyau, in particolare

recensisce l'opera “L'irréligion de l'avenir, étude sociologique”, in cui Guyau aveva approfondito la

teoria dell'anomia.

DURKHEIM: 2° TEORIA DELL'ANOMIA:

Durkheim però adopera il concetto di anomia in tutt'altro senso, con tutt'altro significato che poi

sarà quello che si affermerà nella sociologia e nella sociologia del diritto in particolare.

Il concetto di anomia però si afferma con Durkheim con un significato opposto a quello positivo

della filosofia di Guyau.

Diversamente da Guyau, Durkheim pensa che l'anomia sia la NEGAZIONE DELLA MORALE!

Affermare l'esistenza di una moralità fondata sulle libere e contraddittorie creazioni dell'individuo

condurrebbe ad indebolire i sentimenti di obbligazione, di dovere e responsabilità. Ossia le basi di

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ogni socialità, secondo sempre questa idea della coesione e dell'ordine sociale.

Inoltre Durkheim amplia il concetto di ANOMIA.

DURKHEIM definisce l'ANOMIA SOCIALE come → FENOMENO GIURIDICO MORALE,

mentre Guyau si riferiva solo alle regole religiose, alle regole morali, alla speculazione nel campo

della metafisica e dell'etica.

Per Durkheim è immancabile un riferimento al diritto.

ANOMIA SOCIALE = mancanza di un corpo di norme capaci di regolamentare la vita di

relazione, la vita di società. Anomia come negazione della morale.

Secondo Durkheim si ha anomia anche quando la disciplina vigente non corrisponde più alle

caratteristiche sociali, politiche, culturali ed economiche di una certa organizzazione collettiva.

In questo secondo caso l'ANOMIA = è assenza di norme corrispondenti, in grado di rispondere ai

livelli di complessità raggiunti dall'organismo sociale, dall'organizzazione collettiva, dall'impianto

sociale.

Durkheim è il padre del funzionalismo, e il funzionalismo è l'opposto del relativismo, perché per

Durkheim e i funzionalisti i valori buoni sono quelli che assicurano l'ordine sociale, la coesione

sociale, la difesa sociale, che creano una coscienza collettiva in cui tutti si riconoscono e non il

politeismo di valori.

Ciò che lega Durkheim e Parsons, Merton, Luhmann, è l'idea che il collante delle società debba

essere ancora valoriale, ma di valori comuni.

Durkheim sceglierà la MORALE LAICA, portatrice dei valori della Rivoluzione francese, che

sono i valori buoni che assicurano la coesione sociale.

1. LA DIVISIONE DEL LAVORO SOCIALE → Ne “La divisione del lavoro sociale”, primo

libro di Durkheim del 1893 l'anomia è considerata una delle forme patologiche della divisione del

lavoro, cosicché la divisione del lavoro non è più in grado di generare la solidarietà caratteristica del

mondo moderno, ossia la solidarietà organica, che nasce dalla differenziazione nel campo del

lavoro e che esprime il principio di integrazione tra le funzioni, il principio di cooperazione

necessaria, che impone una integrazione di funzioni.

Concretamente Durkheim riscontra lo STATO DI ANOMIA in 3 situazioni differenti:

1) CRISI INDUSTRIALI E COMMERCIALI attestate dall'aumento dei fallimenti. In certi

settori della società alcune funzioni non si sono reciprocamente armonizzate e manca quindi

quella disciplina adeguata delle relazioni tra le varie attività produttive. È una

giustificazione dell'intervento regolativo da parte dello Stato sulle funzioni economiche, in

un momento di crisi dell'economia capitalistica (1873) e si vede una delle prime critiche del

liberismo economico.

Perché? Perché secondo Durkheim si è preso troppo sul serio il principio del “lassair faire”

al mercato, all'economia, in quanto lo Stato deve intervenire per dare ordine, disciplina.

Anche perchè Durkheim ritiene che si tratti di un ambito troppo importante per essere

lasciato alla libera contrattazione tra individui.

Giustificazione dell'idea che lo Stato debba intervenire nei processi economici.

2) ESTREMA SPECIALIZZAZIONE DEL LAVORO SCIENTIFICO , che rischierebbe di

dissolvere l'unità della scienza, senonché questa unità era stata realizzata dalla filosofia

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dell'ES, dalla metafisica, campo di cui si occupava Guyau, e quindi impossibile ormai come

disciplina delle condizioni moderne contrassegnate dal progresso della tecnica e delle

conoscenze scientifiche.

Anomia in questa estrema specializzazione che spezza l'idea di unità della scienza

3) La terza situazione di anomia riscontrata da Durkheim è nella FORMA PIÙ GRAVE

DELL'ANTAGONISMO CRESCENTE TRA CAPITALE E LAVORO.

In riferimento a questo, Durkheim lamenta la circostanza per cui i rapporti tra gli

imprenditori e gli operai sono stati sino ad allora (fine '800) in una condizione di estrema

indeterminatezza giuridica, disciplinati soltanto dalla inadeguata disposizione del Code

Napoleon che si occupava di locazione d'opera.

Gli anni di Durkheim sono quelli in cui nasce il diritto del lavoro!

Allo stesso tempo Durkheim è però convinto che in condizioni normali una corretta,

adeguata disciplina possa sorgere in maniera spontanea, di necessità dalla divisione del

lavoro.

Durkheim da una lettura particolare del diritto del lavoro, che non riconduce alle lotte

operaie, ma al progresso dell'individualismo morale, inteso come massima affermazione dei

sentimenti simpatetici per l'essere umano, l'idea di dover arrivare ad un uguaglianza nel

rapporto asimmetrico per eccellenza tra il datore di lavoro e il lavoratore.

Durkheim ricostruisce anche le 4 tappe del contratto, immaginando un ultimo step, pensando

al diritto del lavoro, che è quello del contratto equo, perché il datore di lavoro è ancora in

grado di imporre clausole che rendono il contratto non equo.

Secondo Durkheim per superare le condizioni sarebbe sostanzialmente sufficiente che la divisione

del lavoro fosse nelle condizioni di svilupparsi regolarmente, normalmente, senza che nulla

intervenga dall'esterno a snaturarla, un processo che accade normalmente in natura.

Durkheim antivede la necessità di disciplinare a parte il diritto del lavoro, come nei primi anni del

'900.

Promuove anche un progresso dell'istituto contrattuale, per cui l'ultima tappa sarebbe il contratto

equo.

Le riforme di questi anni sono il risultato del progresso dell'individualismo morale, della morale

laica, questi diritti della Rivoluzione francese sono valori della nuova religione della modernità,

riforme del diritto del lavoro che Durkheim legge come progresso del sentimento di esaltazione dei

diritti dell'uomo, della libertà e della vita umana.

L'idea generale di Durkheim è sempre questo programma pedagogico, l'educazione morale della

Nazione francese ed è convinto che il modo più efficace, la strada più efficace per difendere i diritti

sia quella di evocare sempre la forza collettiva dei sentimenti.

2. IL SUICIDIO → In seguito Durkheim approfondisce la teoria dell'anomia e la rielabora

nell'opera del 1897 “Il suicidio”, in cui Durkheim distingue 4 tipi di suicidio:

1) il SUICIDIO EGOISTICO per difetto di integrazione;

2) il SUICIDIO ANOMICO per difetto di regolamentazione.

3) Il SUICIDIO ALTRUISTICO per eccesso di integrazione.

4) Il SUICIDIO FATALISTA per eccesso di regolamentazione, è il suicidio di chi è sottoposto

a una rigida disciplina, è il suicidio degli schiavi, dei soggetti che vivono in regimi dispotici,

di coloro che sono sottoposti ad una disciplina estremamente oppressiva. Durkheim per la

sua impostazione generale è riluttante a considerare i suicidi fatalisti come una realtà

significativa e infatti non li terrà in considerazione, riferendosi sempre agli altri 3 tipi di

suicidio. 63

La novità principale de “Il suicidio” si trova nella trattazione di un concetto nuovo che è

l'ANOMIA SOGGETTIVA, L'ANOMIA INDIVIDUALE, che è il modo durkheimiano per

definire la DEVIANZA.

ANOMIA SOGGETTIVA, INDIVIDUALE = DEVIANZA

L'ANOMIA SOGGETTIVA = è l'inquietudine, l'agitazione, l'insofferenza che si produce negli

individui quando la società, l'organizzazione collettiva non è più in grado di regolare, disciplinare in

maniera adeguata un certo settore, un certo aspetto della vita di relazione.

Il suicidio era il comportamento che più ha destato interesse.

In Durkheim, rispetto a Guyau, è più forte il riferimento al giuridico, l'attenzione al diritto, tant'è

vero che parla di mancanza di leggi, mancanza di norme, di disciplina, ma la regolamentazione può

essere anche morale e etica.

Se la società e il suo diritto sono assenti, sono insufficienti, hanno manchevolezze l'individuo, per

Durkheim, non riesce più controllare le pulsioni della sua natura, non sa più quali sono i suoi limiti,

non trova più all'esterno di se stesso dei riferimenti, ribalta i concetti di Guyau.

Questo disagio, evidente nei momenti di transizione, di crisi, di disordine sociale si manifesta con

un forte aumento dei suicidi.

Questa è la base antropologica di tutto il funzionalismo, la visione di una personalità di istinti che

ha bisogno al contempo di esser ordinata, di ordine, di riferimento normativo in generale.

L'idea che solo in un contesto ordinato, disciplinato, in un contesto di regolazione, di disciplina,

l'essere umano è in armonia con se stesso e con la comunità che lo accoglie.

Il presupposto fondamentale per la condizione di equilibrio dell'individuo, perché l'individuo sia in

armonia con se stesso e con la società di cui fa parte, è il contenimento attraverso la

regolamentazione, la disciplina morale, mediante punti di riferimento normativi.

Da qui la spiegazione classica del comportamento deviante, irregolare, criminale.

DEVIANTE = è l'insofferente, l'inquieto, colui che non ha punti di riferimento al di fuori di se

stesso, ma non è colpa sua, ma è la società che non gli da punti di riferimento, che non gli da criteri

normativi, che non risponde in maniera adeguata con la disciplina, con le regole; la devianza si

produce più facilmente in società disorganizzate, in società disordinate, in società con

regolamentazione, disciplina sociale carente, insufficiente, ossia in SOCIETA' ANOMICHE, e in

particolare in 3 situazioni di anomia.

Tra questi due concetti di anomia in Durkheim, anomia sociale e anomia individuale-soggettiva,

esiste un rapporto di influenza reciproca.

Da un lato l'indebolimento del diritto, l'indebolimento della morale produce o accentua

l'inquietudine, l'insofferenza, l'angoscia delle persone, dall'altro lato la liberazione totalmente

incontrollata dei desideri, delle aspirazioni dell'individuo aggrava la situazione generale di

indisciplina, di non regolamentazione della società nel suo complesso.

L'altra novità rispetto al primo libro de “La divisione del lavoro sociale” consiste nella diversa

impostazione che Durkheim ha del problema dell'anomia sociale.

Si trova infatti ne “Il suicidio” una rivisitazione dell'anomia sociale, e in particolare si trova una

definizione più ampia delle crisi economiche e allo stesso tempo una previsione decisamente meno

favorevole sullo sviluppo dei disordini del mondo industriale.

Definizione più ampia di crisi economica → Durkheim considera ne “Il suicidio” come crisi

economica qualsiasi rottura degli equilibri sociali, quindi tanto un calo dell'attività produttiva,

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quanto un brusco incremento della prosperità sociale, in entrambi i casi la società è scossa da

improvvise perturbazioni, da un cambiamento forte divenendo incapace di esercitare la sua azione

di disciplina, di regolazione sia giuridica che morale.

Questa assenza o indebolimento del potere normativo, giuridico e morale è appunto l'ANOMIA

SOCIALE, ossia questa incapacità di rispondere, mancanza di disciplina è L'ANOMIA SOCIALE.

Anche la ricchezza, anche la prosperità sociale produce anomia, disorientamento normativo, perdita

dei punti di riferimento normativi, perdita delle autorità delle istituzioni sociali di riferimento.

Anche o soprattutto, secondo Durkheim, in queste condizioni di brusco cambiamento, di brusco

incremento della prosperità sociale, le ambizioni, le aspettative, i desideri degli individui diventano

più acuti e insofferenti non riuscendo più a percepire dove sia il limite, la misura.

Forse addirittura ciò avviene di più in queste condizioni di brusco cambiamento nel segno della

ricchezza e nella prosperità, perché in questo momento le aspirazioni sono ancora più forti, i

desideri sono ancora più forti, e l'individuo non riesce ad avere un senso della misura, del limite e

aspettative e desideri crescono a dismisura, quindi a maggior ragione vi è anomia, ossia incapacità

del potere normativo di rispondere a queste esigenze dell'individuo.

Non c'è solo devianza da deprivazione, da calo produttivo, ma anche la devianza da benessere, da

ricchezza, da prosperità sociale, che deriva da desideri, aspirazioni troppo intense, dall'ansia di

successo, di ricchezza, di realizzare queste aspettative nel mondo.

Merton, altro funzionalista erede di Durkheim, svilupperà soprattutto questo motivo di devianza da

benessere facendo riferimento alla società americana degli anni '50.

Durkheim antivede questo → devianza che deriva sia da stato di deprivazione, sia da stato di

eccesso, ricchezza e prosperità.

Durkheim in questo testo non crede più che i regolari, normali progressi della divisione del lavoro

siano sufficienti per attenuare l'instabilità delle relazioni economiche (1° crisi del capitalismo).

L'assenza di organizzazione, di disciplina e di regolarizzazione da parte delle attività produttive ed

economiche appare a Durkheim un dato ormai endemico, ineliminabile dalle società moderne, tanto

che auspica il superamento degli istituti dell'economia liberale.

Questa di Durkheim è la prima critica al liberismo economico, in quanto pensa che si sia preso

troppo sul serio il principio del liberismo economico del lasciar fare al mercato, ma è necessario che

lo Stato intervenga, perchè non è sufficiente lo sviluppo normale del lavoro sociale in questa

situazione di totale instabilità delle relazioni economiche.

Quindi bisogna superare gli istituti dell'economia liberale. Bisogna andare oltre e non si può più

pensare che la divisione del lavoro porti la soluzione.

La critica dell'organizzazione capitalistica è tanto sostenuta da rendere incomprensibile l'apologia

della divisione del lavoro, pronunciata pochi anni prima dallo stesso Durkheim.

L'economia invece di esser considerata lo strumento in vista dell'obiettivo è divenuta un fine

supremo degli individui e della società e questo tanto nella considerazione degli economisti liberali

che nelle aspirazioni degli stessi socialisti, quindi per tutti.

È un fine in sé piuttosto che uno strumento.

Il grande problema delle società moderne è la SOLITUDINE DEGLI INDIVIDUI, data dalla

scomparsa dei gruppi intermedi tra lo Stato e l'individuo.

Questa scomparsa dei gruppi intermedi ha lasciato ampi settori della vita sociale sprovvisti di

regolamentazione, di orientamento di punti di riferimento normativi, morali privi di disciplina.

Per cui l'individuo si confronta direttamente con la comunità politica.

Per Durkheim occorre che venga recuperata la dimensione comunitaria, occorre che tra gli esseri

umani torni a ristabilirsi una fitta trama di relazioni, che si creino altri centri di solidarietà (idea del

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collante sociale), solo che per Durkheim questi nuovi istituti che dovrebbero esser intermediari tra

l'individuo e Stato dovrebbero esser quelli vecchi, ossia pensa a un recupero, ad una rinascita delle

ANTICHE CORPORAZIONI PROFESSIONALI MEDIEVALI.

Queste antiche corporazioni professionali però devono rinascere con uno statuto nuovo, ossia

dovrebbero avere uno statuto giuridico, una personalità stabile, duratura, riconosciuta e garantita

dallo Stato, con istituti garantiti dallo stesso Stato, come organizzazioni con personalità stabile e

duratura.

Solo con queste caratteristiche vi potrà essere una nuova coesione.

Con questa impostazione di pensiero di Durkheim si parla di PENSIERO NEO-CORPORATIVO.

Recupera le corporazioni professionali del Medioevo ma gli da nuove funzioni di educazione

morale, pedagogica, di intermediario tra individuo e Stato.

Le conseguenze positive della rinascita corporativa per Durkheim sono di due tipi, ossia 2 funzioni:

1) Una REGOLAMENTAZIONE DELLA VITA PROFESSIONALE sensibile alla cultura

e alle attività concrete di ciascun gruppo.

2) Un CONTROLLO CONTINUO SULLA FORMAZIONE E SUI COMPORTAMENTI

DELL'INDIVIDUO, controllo pedagogico, di educazione morale, per assolvere alla

funzione di educazione morale un tempo assicurata dai gruppi sociali intermedi ora

scomparsi.

Durkheim antivede la crisi dell'istituto familiare, della famiglia perché pensa che la famiglia non

sia in grado di fare da intermediario tra l'individuo e lo Stato, ma ritiene sia necessario pensare

qualcos'altro per risolvere il problema di solitudine tra individui e lo Stato, e questo qualcos'altro

per Durkheim sono le corporazioni, rivitalizzate però con nuovi compiti! Non sono più le

corporazioni del Medioevo, ma ricordano quelle e hanno il compito di regolarizzare la vita

professionale, di disciplinarla e anche di controllare gli individui e in particolare di controllare la

loro educazione morale.

Durkheim è l'autore che più di altri mette insieme i problemi della crisi economica e quelli della

crisi morale, l'idea che la disciplina, la regolarizzazione della vita economica possa risolvere le

questioni morali più gravi.

Nella fase più acuta della Crisi del Capitale, della crisi dell'organizzazione capitalistica dei primi

decenni del '900 queste idee di Durkheim troveranno di fatto applicazione (corporazione

professionale di fatto rivitalizzata col fascismo). 16/04/2015

CRIMINOLOGI e SOCIOLOGI STATUNITENSI

MERTON:

TEORIA DELL'ANOMIA DI MERTON

Sinora abbiamo visto teorie dell'anomia di filosofi francesi, invece a partire dagli anni '30 del 1900

la letteratura sociologica americana si appropria di questo concetto di anomia soprattutto grazie a

Robert Merton (1910-2003), con una larga applicazione di questo concetto di anomia ai fenomeni

della devianza: criminalità, delinquenza giovanile, suicidio, alcolismo, droga, tossicodipendenza

quindi anche qui ampliamento del concetto di anomia.

In queste analisi dei sociologi americani si accredita l'immagine di una continuità d'opera rispetto

alla teoria durkheimiana.

A ben vedere la teoria in due versioni di Merton, profondo conoscitore dell'opera di Durkheim e di

Marx, invero è diversa in quanto contiene delle rielaborazioni del concetto di anomia non sempre

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vicine a quelle di Durkheim.

Innanzitutto le versioni di questa teoria sono due:

1) La prima versione è quella che Merton sviluppa in un saggio del 1938, prima della seconda

guerra mondiale.

2) Nella prima edizione di “Teoria e struttura sociale” del 1949, dopo la seconda guerra

mondiale.

E poi una versione diversa del 1957 in una seconda edizione di questo libro “Teoria e

struttura sociale”.

1° versione:

Con riferimento all'America dei suoi anni Merton individua le situazioni di anomia in uno

squilibrio all'interno della struttura culturale, del modello normativo di una società, nella quale

si valorizzano secondo Merton eccessivamente gli obiettivi legittimi, le mete, i fini legittimi, che

appaiono a disposizione di tutti i membri della società e quindi raggiungibili da tutti i singoli, ossia

il successo, il denaro, la formazione professionale, la ricchezza, a scapito dei mezzi prescritti

istituzionalmente per raggiungere quei fini, mete, obiettivi legittimi.

L'eccessiva esaltazione delle mete, dei fini, degli obiettivi legittimi, fa sì che si scelgano i mezzi, i

procedimenti tecnicamente più efficaci per raggiungere le mete.

Quindi l'anomia in questa prima versione si produce a causa di questo squilibrio che porta a

scegliere il mezzo indipendentemente dal fatto che sia legittimo o illegittimo, lecito o illecito.

Si sceglie il mezzo perché è tecnicamente il più efficace per raggiungere lo scopo, la meta legittima,

il fine legittimo.

Merton dirà che è come se a un certo punto non fosse più importante vincere secondo le regole del

gioco, ma vincere e basta.

In questa prima teoria quindi vediamo due elementi:

1) Le mete , gli scopi e gli interessi sono definiti culturalmente e che si presentano come

obiettivi legittimi per tutti i membri della società, sono più o meno integrate, però in realtà

hanno posizione diversa all'interno della struttura sociale. Le mete non sono cioè

determinate dagli impulsi biologici dell'essere umano tendenzialmente illimitati. Per Merton

gli obiettivi e i valori sono quelli e basta, sono definiti culturalmente e sono a disposizione

di tutti, non sono illimitati.

2) I mezzi istituzionalizzati , i modi accettabili, approvati per raggiungere le mete, la struttura

culturale.

Il comportamento aberrante (come lo chiama Merton all'inizio), deviante è sintomo della

DISSOCIAZIONE TRA METE E MEZZI, tra quelle aspirazioni prescritte culturalmente e le vie

strutturate socialmente per la realizzazione di quelle aspirazioni, per arrivarvi.

Merton individua le situazioni di anomia in questo squilibrio all'interno della struttura culturale, per

cui abbiamo una eccessiva esaltazione delle mete legittime a scapito dei mezzi legittimi.

Anomia diviene sinonimo del processo di de-istituzionalizzazione dei mezzi generato da una

esaltazione eccessiva del fine, che fa si che questo venga spogliato dai suoi accessori, mezzi

istituzionali per arrivarvi.

Quando il mezzo è tecnicamente più efficace per raggiungere lo scopo indipendentemente dal fatto

che sia legittimo o illegittimo, prescritto dalla cultura, non necessariamente si parla di un valore

prescritto dai codici, ma di struttura culturale, è preferito alla condotta prescritta istituzionalmente.

Per Merton questa demoralizzazione, de-istituzionalizzazione dei mezzi dovrebbe corrispondere

all'anomia durkheimiana nell'unico significato richiamato da Merton, ossia dell'assenza di norme.

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Merton scrive: “La cultura americana contemporanea sembra approssimarsi al tipo limite di

cultura nella quale viene data grande importanza a certe mete di successo, senza che eguale

importanza venga attribuita ai mezzi istituzionali”.

Grande importanza alle mete legittime, non eguale importanza ai mezzi legittimi.

Le mete coincidono con il “sogno americano”, esaltazione delle denaro, della ricchezza, del

successo.

In quegli anni tutte le agenzie di socializzazione bombardano su questa meta culturale, incitano ad

avere un'alta ambizione.

Merton non definisce chiaramente l'anomia.

Rispetto a Durkheim, Merton restringe innanzitutto l'indagine della sociologia della devianza.

In Durkheim infatti c'è una prospettiva molto più ampia, che tratta di divisione del lavoro, di

disciplina della vita professionale, di crisi economica, sociologia delle istituzioni.

Restringe l'indagine alla sociologia della devianza in quanto Merton è già un sociologo della

devianza e poi da una giustificazione differente dei fenomeni di squilibrio.

Per Merton i bisogni sono dati e le regole, i mezzi invece sono insufficienti.

Per Durkheim invece le regole sono insufficienti, ma i bisogni illimitati.

Anche con Durkheim l'anomia è sintomo di uno squilibrio, di squilibri differenti, anomia sociale e

anomia soggettiva.

Ci sono due coppie quasi all'opposto tra Durkheim e Merton.

In questa prima versione Merton ha l'idea che tutti aspirino alle stesse cose, abbiano gli stessi

bisogni e che questi bisogni siano dati, definiti culturalmente.

Per Durkheim invece era la mancanza di disciplina, di regole a produrre bisogni illimitati, desideri

che, non più bloccati dalla produzione di norme e di valori, tendevano ad espandersi all'infinito.

Durkheim da importanza ai valori di riferimento, quindi l'individuo è solo e inquieto perché ha

perso i punti di riferimento e questa è una delle ragioni per cui Durkheim pensa alla costituzione

delle corporazioni professionali, di queste istituzioni intermedie tra l'individuo e lo Stato.

Inoltre le corporazioni possono anche meglio realizzare i bisogni dell'individuo, educarli,

disciplinarli, dargli punti di riferimento di cui l'individuo ha bisogno, e che sono potenzialmente

illimitati.

Per Merton è il contrario. I valori e i bisogni sono beni individuati e sono comuni a tutti!

In questa prima versione Merton pensa che i valori e i bisogni siano comuni a tutti, quindi sia agli

integrati della società, sia ai potenziali criminali, ai potenziali devianti.

Sono i valori del “sogno americano” in cui tutti si riconoscono nella sete di successo, di guadagno,

di ricchezza, di affermazione nel lavoro.

Solo che gli integrati seguono le vie ordinarie per realizzare quel sogno, mentre i criminali invece

scelgono le scorciatoie, le vie più brevi illecite (omicidio, traffico illecito, esercizio della

prostituzione, gioco d'azzardo).

In questa prima versione elaborata da Merton tra le due guerre mondiali, Merton sta pensando

innanzitutto ai membri delle grandi organizzazioni criminali, ha in mente il gangster, il mafioso.

2° Versione:

Si è diffusa maggiormente nella sociologia della devianza. La novità di questa versione, più

significativa è costituita dall'introduzione nel modello della struttura sociale, perché sinora abbiamo

parlato di struttura culturale, di modello normativo, di orizzonte di norme, valori, principi.

In questa seconda versione viene introdotto il concetto di struttura sociale.

La STRUTTURA SOCIALE è definita da Merton come l'insieme dei comportamenti organizzati

dei rapporti sociali in cui i membri della società sono variamente implicati.

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La struttura sociale è il sistema di legami affettivi con altre persone o alienazione da esse.

In sostanza la struttura sociale è la rete dei rapporti sociali, che unisce tutta la società e fissa gli

status e la posizione di ciascun membro.

Gli individui non sono però tutti nella stessa struttura sociale, sono a livelli diversi.

Questa è sostanzialmente l'innovazione della seconda versione.

L'anomia è presentata come un conflitto fra le norme e le mete che queste norme impongono e le

capacità socialmente strutturate dei membri del gruppo di agire in conformità ad esse.

L'anomia non è più squilibrio e dissociazione tra mete e mezzi all'interno della struttura culturale

della società, ma tra norme e le mete imposte da queste norme e le capacità concrete socialmente

strutturate dei membri del gruppo di agire in conformità a tali norme e alle mete che da esse

discendono.

In questa nuova versione l'anomia deriverebbe da una contraddizione tra struttura culturale,

modello normativo, norme, principi, valori, fini e la struttura sociale.

1° versione = METE-MEZZI

/

Contraddizione tra: \ 2° versione = STRUTTURA CULTURALE-STRUTTURA SOCIALE

Il sistema di relazioni, la struttura sociale quindi, fa sì che sia possibile agire in accordo con i valori

culturali dominanti, quindi Merton si è reso conto che i valori non sono più di tutti, comuni, ma

sono i valori del gruppo dominante, quindi per i soggetti che occupano nella società le posizioni più

elevate, che sono più in alto nella scala sociale, mentre è impossibile o molto più difficile per gli

altri!

Così definito si può dire che per chi è più in alto nella scala sociale è più facile raggiungere quelle

mete, quei fini, l'orizzonte normativo, culturale dominante, ma è più difficile per i soggetti che si

trovano in altre posizioni nella scala sociale.

In questa versione introduce il concetto di STRUTTURA SOCIALE, che non è altro che la rete dei

rapporti sociali che unisce tutta la società, che fissa le posizioni all'interno della scala sociale, per

cui chi è più in alto è facilitato nell'agire in accordo con tali fini.

La DEVIANZA → è la reazione agli squilibri anomici della società.

La devianza diviene sintomo di tale squilibrio.

Così come formulata da Merton parrebbe più diffusa negli strati più svantaggiati, inferiori della

popolazione, in quanto per chi è in una posizione sociale svantaggiata risulta concretamente più

difficile agire in accordo ai valori culturali dominanti.

Mentre nella prima versione i valori culturali appaiono condivisi sostanzialmente da tutti, in quanto

sono gli ideali del sogno americano, compresi dai devianti che, però nella prima versione, cercano

di raggiungere questi valori facendo uso di mezzi illeciti, nella seconda le condizioni strutturali, che

afferiscono alla struttura sociale, allo status, alle posizioni, impediscono o rendono difficoltosa la

condivisione di quei valori.

La DEVIANZA → è lo scostamento dai valori dominanti, tanto che questi siano norme, quanto

che questi siano obiettivi culturali.

Quindi nella prima versione l'anomia è data da → Dissociazione tra tra mete culturali, valori finali,

comuni e mezzi istituzionalizzati, valori strumentali, dissociazione che produce e fa prevalere la

valutazione dell'efficacia del raggiungimento del valore finale, anziché la legittimità dei mezzi, dei

valori strumentali. 69

Questi valori strumentali vengono demoralizzati, de-istituzionalizzati dall'eccessiva esaltazione dei

valori finali comuni.

I valori culturali, in questa versione, sono condivisi da tutti anche dai soggetti devianti, e anche dai

potenziali criminali, solo che questi devianti e criminali fanno ricorso a mezzi altri, a mezzi

alternativi, indipendentemente dal fatto che siano leciti o illeciti, in quanto ciò che conta è l'efficacia

tecnica, il raggiungimento dello scopo, la maniera più efficace, perché il mezzo è stato

demoralizzato, de-istituzionalizzato.

Comportamento anomalo laddove gli obiettivi, i valori finali sono perseguiti con mezzi illeciti.

Nella seconda versione dell'anomia → contraddizione tra impianto culturale, modello normativo e

struttura sociale, tra norme e valori dominanti, di riferimento, ma non più comuni e capacità di agire

rispetto ad essi, squilibrio tra struttura culturale, impianto culturale e struttura sociale.

L'anomia produttrice di devianza è data dalla mancata integrazione tra struttura culturale, che indica

le mete da seguire ai membri della società e la struttura sociale, che definisce i ruoli di status e le

possibilità dei soggetti agenti.

Nella prima declinazione dell'anomia, il funzionalismo di Merton discende più direttamente dalle

idee, dalle illusioni di Durkheim perché i valori sono presentati come comuni, mentre ora il

funzionalismo di Merton in questa versione si attenua in relazione alle influenze di Marx, e anche di

altre teorie conflittuali, quindi non più valori comuni, ma valori di riferimento, valori ufficiali e

visibili in quanto valori delle classi dominanti.

Valori che si propagano anche grazie ai media come modelli di condotta (letteratura sul modello

del sogno americano).

Il deviante ora non è tanto il criminale che cerca di vivere come il membro della classe borghese,

che arriva a quegli stessi valori attraverso un'economia illecita, economia illecita che si sviluppa

parallelamente a quella normale, ma è il DISADATTATO, il deprivato, l'emarginato sociale, è colui

che non si può aggrappare ai valori dominanti di riferimento ed elabora quindi stili di vita

alternativi, culture alternative, culture altre.

Si parlerà di questa teoria di Merton tra gli studiosi che si occuperanno delle sub-culture criminali

e in particolare in riferimento alle sub-culture giovanili.

Il deviante è L'OUTSIDER, è il ribelle che non ha interiorizzato la cultura dominante, i valori di

riferimento, perché è in fondo alla scala sociale e quindi elabora una cultura diversa, alternativa,

uno stile di vita diverso, alternativo a quello della cultura dominante.

MODI DI ADATTAMENTO:

Rispetto alla Teoria dell'anomia, a questa tensione, Merton individua 5 adattamenti

comportamentali individuali. Merton non parla quindi di personalità, a differenza di Parsons che

rivedrà questo schema, e aggiungerà tipi di personalità, mentre qui invece parliamo non di

personalità individuali, ma di adattamenti comportamentali, di condotte comportamentali:

CONFORMITA' → ++ L'individuo conforme è quello che si conforma rispetto alle mete culturali

e ai mezzi istituzionalizzati. È il modello più semplice ed è quello in cui il soggetto si conforma sia

alle mete che ai mezzi, ed è per Merton il modo di adattamento più diffuso.

INNOVAZIONE → +- Conformità rispetto alle mete ma non rispetto ai mezzi, quindi l'innovatore

è colui che giunge alle mete, ma con mezzi alternativi. Data la grande importanza culturale

attribuita alla meta del successo questo modo di adattamento si verifica attraverso l'uso di mezzi

istituzionalmente proibiti, ma che sono spesso efficaci per il raggiungimento almeno di un

simulacro di successo: ricchezza e potere. Codesta reazione si verifica quando l'individuo ha

assimilato l'importanza culturale della meta, senza aver assimilato in pari tempo le norme

70

istituzionali che regolano le vie e i mezzi per il suo raggiungimento. Anche l'innovatore aderisce a

quell'orizzonte normativo, a quei valori, principi, alle mete.

In questa seconda versione il deviante non è più il mafioso, il gangster che si potrebbe ricondurre

all'innovazione.

Apparentemente la meta viene presentata a disposizione di tutti, e il gangster - come tutti - vuole

notoriamente arrivare al successo, all'accumulo di denaro, ma lo fa con mezzi proibiti a causa

dell'esaltazione di quel valore rispetto ai mezzi.

RITUALISMO → -+ è qualcuno che rinuncia alle mete, ma rimane quasi in maniera coercitiva

vincolato ai mezzi istituzionalizzati. - rispetto alle mete e + rispetto ai mezzi.

Il tipo di adattamento ritualistico comporta l'abbandono o l'attenuazione delle ambiziose mete

culturali di grande successo pecuniario, in modo che le proprie aspirazioni possano venire

soddisfatte, ma sebbene si rifiuti l'obbligazione culturale del farsi avanti nel mondo e sebbene ci si

ritiri sui proprio orizzonti, si continua comunque a rimanere vincolati in modo quasi coercitivo alle

norme istituzionali.

L'adattamento rappresenta una decisione interiore e la manifestazione esterna del comportamento

rientra in ciò che è istituzionalmente permesso.

In che senso questa è una negazione visto che il ritualista sta nei canoni della struttura?

Sta nei canoni, ma il ritualista è quello che abbassa il livello delle sue aspirazioni, abbassa il livello

delle sue mete per maggiore sicurezza, non si attiva per raggiungere il successo, il denaro, ma è

colui che (burocrate zelante) è vincolato alle norme istituzionali, ai mezzi istituzionali, che vive

all'interno di questa struttura, ma è potenzialmente e anche interiormente il più deviante, in quanto è

colui che abbassa le sue aspirazioni, le sue mete, è il più insicuro e quindi cerca sicurezza

nell'azione routinaria, nella routine, l'essere vincolato a quei mezzi, a quelle norme gli da sicurezza.

La COMPETIZIONE INCESSANTE fa nascere un acuto stato di ansietà, e quindi un espediente

per mitigare questa ansietà è quello di abbassare il proprio livello di aspirazione in modo

permanente.

La paura produce l'inazione o più esattamente l'azione routinizzata.

Filosofia del ritualista in una serie di cliché culturali→ “io non faccio il passo più lungo della

gamba”, “io gioco sul sicuro”, “mi accontento di quello che ho”, “non mirare in alto e non rimarrai

deluso”. Questa è la filosofia che accompagna il ritualista

Il tema comune a questi atteggiamenti è che ambizioni elevate provocano frustrazione, mentre

aspirazioni più basse producono soddisfazione, sicurezza, è una reazione a una situazione che

appare minacciosa e provoca sfiducia. È l'atteggiamento implicito degli operai, del burocrate

zelante conformista, è il modo di adattamento di coloro che individualmente cercano una via privata

di uscita dai pericoli e dalle frustrazioni, e alla competizione per le mete culturali principali

sembrano essere inerenti, abbandonando queste mete e aggrappandosi il più strettamente possibile

alla sicurezza della routine e alle norme istituzionali.

Quindi nel ritualista si ha: abbandono, attenuazione delle mete, abbassamento delle aspirazioni, ma

vincolo quasi coercitivo alle norme istituzionali.

Per Merton comunque si può passare da un modello all'altro per cui è facile che un ritualista

divenga poi un ultra-conformista, oppure metta in campo un adattamento diverso e illecito e quindi

si dia un adattamento illegale, non conforme, proprio perché non si parla di personalità, ma di

CONDOTTE, tipi di adattamento individuale, di atteggiamenti rispetto a questi squilibri anomici

della società!!!

RINUNCIA → - - Individuo che ha rinunciato sia alle mete che ai mezzi. Come il conformismo

rimane il più frequente, la rinuncia sia alle mete culturali che ai mezzi istituzionali è probabilmente

il meno comune! Perché le persone che si sono disadattate in questa maniera, sono nella società, ma

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non DELLA società, in quanto chi rinuncia è nella società, ma non è della società!

Sociologicamente esse sono dei veri e propri estranei. Non condividendo il comune quadro di valori

esse possono esser incluse tra i membri della società, in quanto distinta dalla popolazione solo in un

senso fittizio, ossia che loro sono nella società, ma non della società perché non condividono

quell'orizzonte valoriale.

In questa categoria rientrano i modi di adattamento degli psicotici, dei visionari, dei paria, dei

reietti, dei mendicanti, dei vagabondi, dei girovaghi, degli ubriaconi cronici e dei drogati (Parsons ci

metterà anche i malati), che hanno abbandonato le mete culturalmente prescritte e il loro

comportamento non si accorda alle norme istituzionali; ciò non significa che in certi casi l'origine di

questo loro modo di adattamento non sia proprio la struttura sociale che essi hanno tanto ripudiato e

nemmeno che la loro esistenza in una certa zona non costituisca un problema per i membri della

società.

Nella vita pubblica ufficiale questo tipo di comportamento deviante fu condannato per il massimo

impegno dei membri dalla società.

In questo tipo in realtà le mete e i mezzi vengono meno perché il rinunciatario ha assimilato, è stato

socializzato a quell'orizzonte valoriale, a quelle mete e mezzi legittimi, ma anzi proprio per questo è

difficile per lui, lo squilibrio sta proprio qui, ossia non potendo tradire i mezzi alla fine rinuncia a

mete e mezzi, quindi non è detto che il rinunciatario sia colui che non condivide mete e mezzi, ma

anzi a volte proprio perché condivide quelle norme, quell'orizzonte valoriale allora non può tradirle,

e allora la sua frustrazione nasce qui e piuttosto crollano entrambe e decide di rinunciare sia a mete

che a mezzi legittimi!

È stato socializzato ai mezzi legittimi, è un membro della società.

L'aver socializzato non gli permette di scegliere altre strade come farebbe l'innovatore.

Il conflitto nasce quando il rinunciatario deve rassegnarsi di fronte all'impossibilità di raggiungere

le mete, i valori finali con i mezzi strumentali leciti e a quel punto nella rinuncia allora abbiamo

l'evasione completa, l'asocialità, è l'asociale come colui che è dentro la società, ma è fuori da essa, è

il diseredato sociale, che non ha né ricompense né frustrazioni rispetto a quell'assetto di mete e

mezzi.

RIBELLIONE → +- Rifiuto e Sostituzione contemporaneamente dei valori e dei mezzi, ossia il

ribelle è colui che rifiuta quei valori, rifiuta quei mezzi e sostituisce entrambi. Questo adattamento

porta gli uomini fuori dalla struttura sociale che li circonda, spingendoli ad immaginare e a cercare

di porre in essere una struttura sociale nuova, vale a dire grandemente modificata.

Esso presuppone una alienazione dalle mete e dagli standards predominanti, i quali vengono ad

essere considerati come puramente arbitrari.

Arbitrario è tutto ciò che non merita ossequio né possiede legittimità, perché le cose potrebbero

benissimo stare altrimenti.

Nella nostra società i movimenti organizzati a scopo di ribellione mirano scopertamente a imporre

una struttura sociale in cui gli standards culturali relativi al successo vengano profondamente

modificati e in cui si provveda a un più stretto collegamento tra i meriti, gli sforzi e le ricompense.

Però, prima di esaminare la ribellione come tipo di adattamento, occorre distinguerla da un altro

tipo, che secondo Merton è simile, ma in sostanza diverso ossia il RISENTIMENTO.

La ribellione è cosa diversa dal risentimento.

Il ribelle è diverso dal risentito.

Il concetto di risentimento è un sentimento diffuso di astio, cruccio e ostilità.

Il punto fondamentale in base al quale il risentimento si distingue dalla ribellione, è che il

risentimento non comporta una vera e propria sostituzione di valori, ossia il risentito non rifiuta,

non sostituisce veramente i valori come invece fa il ribelle, ma implica un modello del genere “la

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volpe e l'uva” in cui si afferma che l'obiettivo desiderato ma irraggiungibile non si trova in rapporto

con i valori che si apprezzano.

In fin dei conti la volpe della favola non asserisce che l'uva matura non le piace, ma sostiene

soltanto che quella particolare uva non è ancora matura!

La ribellione invece comporta un autentico trascendimento dei valori, per cui l'esperienza diretta o

mediata della frustrazione conduce a mettere in crisi valori che in precedenza venivano apprezzati,

ossia la volpe ribelle rinuncia e basta all'uva.

Nel risentimento si condanna ciò che in seguito di concupisce.

Nella ribellione è la concupiscenza stessa ad essere condannata.

Quindi la volpe risentita rinuncia all'uva ma la desidera, mentre la volpe ribelle rinuncia all'uva, ma

dice che il desiderio dell'uva, la concupiscenza dell'uva è condannabile, condanna il desiderio

rispetto all'uva, dice che è proprio sbagliato desiderare l'uva!

Anche il ribelle, il criminale si può servire di questi soggetti, dei risentiti della società, di coloro che

ancora desiderano, ma che sono arrabbiati, delusi.

Il ribelle cerca di porre in essere una NUOVA STRUTTURA SOCIALE, rifiuto e sostituzione di

quei valori, valori prima apprezzati, desiderati, ma ora totalmente delegittimati dai ribelli, e ancora

desiderati, in segreto, dai risentiti.

Il RIBELLE da vita alla struttura sociale nuova che ha sostituito quei valori e quei mezzi ed è la

figura poi presa a prestito dalle teorie successive sulla subcultura, in particolare sulle sub-culture

giovanili devianti.

Il deviante non è più il mafioso, che qui potrebbe essere equiparato all'innovazione. 20/04/2015

ALBERT COHEN:

Albert Cohen è un criminologo statunitense, allievo di Parsons, è l'esponente principale delle Teorie

delle sub-culture criminali, soprattutto con l'opera “Delinquent Boys” del 1955, tradotto in

italiano nel 1963 con il titolo “Ragazzi delinquenti”.

Un'altra sua opera è “Devianza e controllo” del 1966.

Quanto alla letteratura sulle baby gang, sulle bande giovanili e la devianza si possono distinguere

2 tradizioni:

1) Una che si diparte dalle riflessioni degli studiosi afferenti alla Scuola di Chicago e che si

svilupperà poi con la teoria dell'etichettamento, che c'è già stata quando Cohen scrive.

2) L'altra tradizione prende le mosse dalle riflessioni sull'anomia sviluppate prima da

Durkheim e poi da Merton, e all'interno di questo filone si può inserire la visione di Albert

Cohen, e per questo ne parliamo ora dopo le Teorie sull'anomia, sebbene all'epoca la Scuola

di Chicago ci fosse già stata.

Cohen si occupa specificamente delle conseguenze devianti dell'organizzazione differenziale della

società, delle differenze connaturate alle diseguaglianze che attraversano la struttura sociale.

Queste concezioni richiamano la teoria di Merton sull'anomia, la cui influenza nei lavori di Cohen è

davvero evidente, ma negata dallo stesso autore.

DELINQUENT BOYS-RAGAZZI DELINQUENTI → Cohen in questo testo non fa alcun

riferimento né alle teorie di Durkheim né di Merton. Cohen condivide con Merton l'idea che anche i

membri delle classi svantaggiate, in particolare giovani, in quanto personalità in formazione, che si

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stanno formando, cercano un ruolo nell'organizzazione sociale, ossia cercano di conseguire uno

status riconosciuto e accettato nella società.

Il problema è però che non tutti possono competere in un regime di pari opportunità, in quanto alle

classi più povere, ai ceti inferiori i mezzi non sono dati.

Per questo in relazione a tali teorie di stampo mertoniano si parla in particolare con Cloward e

Ohlin di approccio delle opportunità differenziali, perché secondo Merton è proprio la difformità

delle opportunità di successo sociale a portare alla devianza (grande esaltazione delle mete del

sogno americano e dall'altra parte non eguale esaltazione dei mezzi per arrivare a quelle mete a

svantaggio soprattutto dei ceti più bassi).

Cloward e Ohlin, che sviluppano la teoria dell'approccio delle opportunità differenziali, dicono che

oltre a una struttura legittima delle opportunità esiste anche una struttura illegittima

dell'opportunità.

La critica rispetto all'impianto mertoniano risiede nel fatto che Merton parlava di una struttura

legittima delle opportunità, in quanto il deviante era il soggetto che utilizzava mezzi illegittimi per

arrivare a quelle stesse mete.

Cloward e Ohlin invece criticano Merton introducendo anche una struttura illegittima delle

opportunità, e poi svilupperanno la loro teoria soprattutto in relazione alle bande giovanili, alle baby

gang.

Ciò significa che ci può essere anche chi non ha accesso né alla struttura legittima dell'opportunità,

ma nemmeno a quella illegittima! Ossia, secondo Cloward e Ohlin, ci sono anche quelli che

neanche riescono a diventare criminali rispetto alla struttura illegittima, perché non hanno accesso

nemmeno ai mezzi illegittimi della grande criminalità!

Cloward e Ohlin fanno riferimento infatti alla a) subcultura criminale, alla b) subcultura

conflittuale e anche di una c) subcultura astensionista, che fa riferimento a quella dei

doppiamente falliti, ossia quelli che non accedono né alla struttura legittima, né a quella illegittima

delle opportunità, falliscono due volte perché si astengono, e rinunciano rifugiandosi ad esempio

nelle tossicodipendenze perché non hanno i mezzi né per arrivare alla struttura legittima né

illegittima delle opportunità.

Ciò aggiunge un aspetto importante nelle considerazioni su devianza, bande e giovani.

Cohen condivide con Merton l'idea che anche i membri delle classi svantaggiate cerchino questo

status all'interno dell'organizzazione della società, ma il problema è che non tutti possono competere

in un regime di pari opportunità.

Infatti, per Cohen, già molto presto, nelle scuole, in età pre-adolescenziale quando i bambini

entrano a contatto nelle prime classi scolastiche con i più avvantaggiati socialmente, emerge per i

giovani l'impossibilità di fare propri i valori, gli stili di vita, gli obiettivi delle classi privilegiati.

Questa discrasia si avverte molto presto, già nelle prime classi scolastiche!

I giovani si rendono conto di non far propri i valori e gli obiettivi delle classi privilegiate, ossia si

dicono: “non saremo mai come loro”!

In altri termini la tensione strutturale che sta all'origine dei comportamenti devianti si manifesta sin

dall'inizio del percorso scolastico.

Questi comportamenti devianti analizzati da Cohen vedono protagonisti perlopiù giovani maschi

della classe operaia, della classe più deprivata, ossia i “CORNER BOYS”, i ragazzi che si

riuniscono agli angoli delle strade, figli delle classi operaie, meno avvantaggiate.

I comportamenti devianti di questi giovani corner boys trovano la loro genesi già all'inizio.

Inoltre dalle istituzioni, dagli stessi adulti quindi anche dagli altri punti di riferimento, i giovani

vengono valutati secondo una certa proiezione che viene dalla classe media, ossia vengono guardati

con gli occhi della classe media.

Anche le istituzioni riflettono una percezione che viene dalla classe media, riflettendo i fini, i valori

della classe avvantaggiata. 74

La posizione sociale dell'individuo è quella in cui si trova agli occhi di qualcuno, quindi non si

tratta di una proprietà dell'individuo fissata una volta per tutte, ma di una posizione che varia dal

punto di vista di chi sta producendo il giudizio, a seconda di chi giudica.

Tale prospettiva determina un problema nel giovane rispetto al suo status, alla sua collocazione

sociale, problema da cui deriva un senso di RISENTIMENTO SOCIALE (Nietzsche) che Cohen

chiama “FRUSTRAZIONE DI STATUS”.

Questo atteggiamento è favorevole ad una soluzione collettiva, di gruppo rispetto alle difficoltà di

adattamento, al problema di adattamento alle norme e ai valori egemoni della cultura dominante,

della classe privilegiata.

In particolare è un atteggiamento favorevole ad una particolare soluzione collettiva che si traduce

nella creazione di bande giovanili.

Frustrazione di status → soluzione collettiva → bande giovanili

Questo angosciante stato di frustrazione rende necessario nel giovane il cercare di adattarsi, e

l'impossibilità di trovare una propria collocazione, uno status, di raggiungere certi obiettivi con

mezzi leciti porta il giovane a costituirsi in bande in cui vengono condivise, socializzate regole

alternative, norme diverse da quelle imposte dalle classi avvantaggiate, della cultura dominante,

egemone.

La costituzione in bande è la soluzione collettiva, compensatoria per superare la frustrazione di

status generata dallo stato, dalla discrepanza che deriva dalla limitatezza dei mezzi a disposizione in

relazione al raggiungimento delle mete ritenute socialmente importanti.

Per Cohen la frustrazione di status viene dal non raggiungere le mete provenienti dalla classe

avvantaggiata.

La costituzione in bande è una soluzione compensatoria rispetto a questo disadattamento e questa

impossibilità per il giovane di raggiungere quelle mete socialmente importanti con mezzi legali

provoca nel giovane la frustrazione di status che diviene la condizione per la creazione di sub-

culture delinquenziali, per la creazione di bande giovanili in cui vengono condivise, socializzate

norme alternative, una cultura alternativa, una SUBCULTURA DELINQUENZIALE.

Nella banda si legittimano le differenze, si convalidano le scelte degli appartenenti al gruppo

mentre si guarda con ostilità chi è all'esterno, chi è fuori dal gruppo.

La banda diviene un luogo di sostegno per il giovane.

Quindi nella banda si legittimano le differenze, ci si comporta come si è abituati a comportarsi, si

ridicolizza chi vuole imitare lo stile di vita dei giovani per bene, si ripudiano i valori delle classi

medie, avvantaggiate, ci si esprime con il linguaggio e con i modi appresi in famiglia, per strada e si

crea una SUBCULTURA DI BANDE, i cui valori sub-culturali sono costituiti dal ribaltamento di

quelli della cultura dominante.

Si crea una subcultura delle bande magari diversa da gruppo a gruppo, o da quartiere a quartiere, in

quanto prima c'è già stata la Scuola di Chicago, scuola che sposta l'attenzione dai devianti, dalle

caratteristiche individuali del deviante ai contesti della devianza interrogandosi sulla maniera in cui

l'ambiente micro e macro sociale incide sul fenomeno della devianza.

Quelli della Scuola di Chicago sono studi ecologici che mettono in evidenza come i devianti si

concentrino in determinate aree della città, nelle zone di disorganizzazione sociale, nei quartieri più

deprivati della città.

Per questo Cohen parla di gruppi di sub-cultura delle bande, ma differente tra quartiere e quartiere.

La subcultura si caratterizza per la legittimazione forte del proprio stile di vita, per il rifiuto dei

valori delle classi agiate. 75

Cohen → “Generalmente si pongono nuove norme, nuovi criteri per definire degli status che

legittimano le caratteristiche possedute e i comportamenti che si è capaci di perseguire”.

C'è un'identificazione tra le caratteristiche che già gli individui possiedono e le norme nuove

stabilite all'interno della subcultura.

All'interno della banda si legittimano le differenze, dei propri stili di vita, delle caratteristiche che

già si possiedono e delle qualità che si hanno.

Connettono la devianza al vivere in determinati contesti maggiormente disorganizzati socialmente.

Se la subcultura si impone, essa si istituzionalizza, ossia si sviluppa una subcultura delinquenziale

permanente che attribuisce uno status ad un comportamento negativo, prevaricatore, non utilitarista

diviene un modo di essere dei giovani del quartiere, si manifesta stabilmente nei modi di

comportarsi, nei modi di dire.

Per cui la SOLUZIONE DELINQUENZIALE si trasferisce da un giovane all'altro e da una

generazione all'altra.

Anche la “Teoria della trasmissione culturale”, l'idea della trasmissione generazionale della

cultura della devianza risale a due autori della Scuola di Chicago (che appunto c'era già stata) →

Williams e McShane, i quali notano che non solo il tasso di criminalità è maggiore in determinate

aree urbane di deprivazione, di disorganizzazione sociale ma anche che questo tasso di criminalità

tende a mantenersi costante nel tempo.

La spiegazione, secondo questi due studiosi, è da ricercarsi quindi in una sorta di trasmissione

generazionale di una cultura della devianza.

I giovani che vivono in aree socialmente disgregate, deprivate hanno maggiori possibilità di

incontrarsi con coloro che fanno propri i valori devianti, con coloro che si sono allontanati dalla

norma, dalla cultura egemone.

Queste prospettive saranno criticate perché tendono a far collimare devianza, soprattutto

giovanile, e svantaggio economico.

Il rischio è quello dell'affermazione del binomio devianza-povertà, quello di spiegare il fenomeno

della devianza attribuendolo solo a certe categorie di soggetti socialmente esclusi, stigmatizzando

tali categorie, che vivono nelle zone più deprivate, stigmatizzando tali categorie, secondi i filosofi

dell'etichettamento.

Il testo “Delinquent Boys” termina con una domanda → Che cosa la società americana può fare per

ridurre la delinquenza giovanile?

La risposta di Cohen è vaga e consiste nel suggerimento di cambiare l'orizzonte normativo culturale

egemone della classe media, così da consentire anche ai giovani del ceto operaio di poter competere

nel mondo arrivista del sogno americano.

In conclusione Albert Cohen pur aderendo all'orientamento funzionalistico mertoniano ritiene che

questo sia insufficiente a spiegare certe forme di devianza minorile.

Cohen riprende in maniera evidente lo schema mete-mezzi, ma lo critica tra l'altro per il fatto di non

tenere in considerazione che il giovane tende a definire se stesso anche a seconda dei giudizi

espressi dagli altri dai quali si fa condizionare.

Anche dalle istituzioni, dagli adulti, dai punti di riferimento adulti viene questa percezione al

giovane, anche da loro viene la pressione sulle norme, sui valori, sui fini della classe media, quindi

critica la teoria di Merton perché non prende in considerazione l'aspetto secondo cui il giovane si fa

condizionare dallo sguardo altrui, dai punti di riferimento esterni e tende a definire così se stesso.

Anche per questo la banda diviene un luogo di sostegno.

Per questo Cohen insieme ad altri teorici della subcultura deviante White, Cloward e Ohlin pone

enfasi sul ruolo esercitato dalla cultura criminogena di certe aree urbane, quella trasmessa e

dovuta a fattori razziali, etnici, che attraverso il giovane entra in conflitto con quella ufficiale.

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Il comportamento deviante che scaturisce da questa discrepanza non ha, secondo Cohen, un fine

utilitaristico, quanto l'affermazione e il mantenimento dell'identità subculturale del gruppo a

fini edonistici.

Il fine è il mantenimento della subcultura del gruppo!

L'opera di Albert Cohen per quanto duramente, aspramente criticata influenzò comunque diversi

criminologi, anche se problematica sotto vari aspetti.

PARSONS:

Parsons, maestro di Merton e Albert Cohen, coniuga il funzionalismo con la teoria psicoanalitica

freudiana, in quanto molto influenzato dalle teorie di Freud.

Quanto al funzionalismo Parsons riprende Durkheim affermando che l'ordine sociale si fonda su

valori comuni.

Il debito di Parsons nei confronti di Durkheim è evidente, e nel seguente brano si riconosce il

nucleo essenziale del pensiero durkheimiano che si trasferisce nell'opera del sociologo americano

Parsons.

Parsons → “La struttura sociale risulta costituita essenzialmente da un sistema comune di norme,

le quali a loro volta poggiano su un sistema di valori ultimi comuni”

Questo stralcio proviene dall'opera di Parsons “Il sistema sociale” del 1951, in cui si evince che il

nucleo del pensiero durkheimiano si trasferisca nell'opera dell'americano.

L'ORDINE SOCIALE si fonda sulla base di un insieme di valori comuni e condivisi.

La struttura sociale, costituita essenzialmente da un sistema comune di norme, è quella che Merton

aveva definito la struttura culturale, mentre quella di Parsons è una STRUTTURA NORMATIVA

di valori che generano norme.

Struttura sociale = struttura culturale mertoniana, struttura normativa di valori che generano norme.

Parsons non è d'accordo con la spiegazione dell'interiorizzazione dei valori sociali.

Durkheim adopera la formula “esteriorità e costrizione dei valori” per spiegare l'influenza della

coscienza collettiva sugli individui.

Parsons pensa che questa spiegazione di Durkheim sia troppo vaga e generica in quanto non è

d'accordo con questa spiegazione dell'interiorizzazione dei valori sociali.

L'INTERIORIZZAZIONE DEI VALORI secondo Parsons deve esser compresa in un altro modo

e crede di ravvisare una giustificazione più soddisfacente dell'apprendimento culturale nelle teorie

di Freud.

Per Parsons la PSICOANALISI da la chiave per spiegare l'interiorizzazione dei valori.

1° Fase di costruzione della personalità:

Al centro della sua analisi Parsons colloca la SOCIALIZZAZIONE DEL BAMBINO, che è

quella che i sociologi definiscono comunemente “SOCIALIZZAZIONE PRIMARIA”.

In questa prima fase di costruzione della personalità gli elementi più stabili e più durevoli sono i

modelli di orientamento al valore.

Al centro dei meccanismi di apprendimento vi sono l'EGO, ossia l'individuo che si deve formare, il

bambino, e l'ALTER, che nella prima fase è la madre.

Il bambino trae vantaggio dalla sicurezza del “POSSESSO RELAZIONALE”, dall'amore e dalla

stima della madre, ma per conservare tale possesso relazionale deve ottenerne l'approvazione,

l'approvazione dell'ALTER.

Per Parsons questa è la base affettiva su cui poggiano i meccanismi di apprendimento.

Gli elementi più stabili sono i modelli di orientamento al valore.

77

Tra questi meccanismi di apprendimento, quello più importante è l'IDENTIFICAZIONE EGO-

ALTER, con cui il bambino percepisce il genitore, e soprattutto la madre come il modello, si

identifica con i suoi comportamenti e le sue richieste.

Attraverso i meccanismi di identificazione il bambino assorbe i valori del genitore.

Al contempo, formata questa base, la socializzazione primaria condiziona i percorsi della

socializzazione successiva.

Per Parsons da questa fase dipende sostanzialmente tutto il percorso della vita dell'individuo.

L'esito tipico, normale dei meccanismi di apprendimento è l'acquisizione stabile dei valori sociali

trasferiti dai genitori.

Attraverso il genitore, attraverso la famiglia la società comunica dei modelli, degli stili, delle forme

di vita.

Il genitore è l'agente sociale attraverso cui il bambino riesce ad integrarsi a quei valori, apprende

quei valori sociali.

La società quindi è mediata, i valori della società passano attraverso i genitori.

Al contrario, se questo è l'esito tipico, il comportamento deviante è la spia di una situazione

problematica nell'interiorizzazione dei valori, ma è una relazione ambivalente, qualcosa che non va,

sia a causa della madre che del bambino.

Se tutto va bene in quel primo momento il bambino acquisisce i valori sociali soprattutto tramite il

processo di identificazione ego-alter, mentre se qualcosa non va allora si avrà devianza.

Il prodursi della devianza è quindi per Parsons individuale e la devianza nasce laddove a partire da

quel primo momento qualcosa non va nel modo giusto, ossia il comportamento deviante trova la sua

genesi in un disfunzionamento nel processo di socializzazione primaria.

Alla fine del capitolo sulla devianza contenuto in quest'opera “Il sistema sociale”, Parsons scrive:

“La rilevanza delle tendenze alla deviazione e la corrispondente rilevanza dei meccanismi di

controllo sociale sono da ricondurre all'inizio del processo di socializzazione e si mantengono per

tutto il ciclo della vita”.

I primi momenti di socializzazione influenzerebbero tutto il ciclo della vita.

All'origine della motivazione deviante non può che esserci un disturbo più o meno grave nelle

relazioni tra EGO e ALTER, tale da generare una personalità con problemi di adattamento ai

comuni valori sociali.

L'altro all'inizio è la madre, ma poi sarà il maestro, il prete, l'insegnante, l'assistente sociale e tutti

gli altri modelli di riferimento nel percorso di socializzazione.

Parsons è esplicito sulla natura patologica della devianza → “Si tratti di nevrosi, o di malattie

psicosomatiche, di criminalità o di altro” quindi natura patologica della devianza.

Come si forma il comportamento deviante?

Può avvenire che nelle relazioni di socializzazione primaria si introducano degli elementi di

disturbo seri, gravi tali per cui l'azione dell'ALTER (prima la madre e poi gli altri) tende a generare

una frustrazione delle aspettative di EGO.

Adesso vediamo il modello EGO-ALTER come infante-madre, ma in realtà si può sostituire

qualunque altro soggetto.

Il soggetto EGO, non ricambiato nelle sue aspettative, reagisce alla tensione, alla frustrazione

sviluppando un atteggiamento ambivalente:

1) Da un lato si oppone in tutto o in parte al sistema di valori che gli viene trasmesso, e quindi

prova frustrazione.

2) Dall'altro non riesce ad emanciparsi dalla dipendenza emotiva nei confronti dell'ALTER,

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delle figure di riferimento.

Ne risulta una PERSONALITÀ NON EQUILIBRATA, un soggetto deviante in disequilibrio,

combattuto, che cerca di superare l'ambiguità della propria condizione con due modalità differenti

entrambe generatrici di nuove difficoltà, tensioni e frustrazioni:

1) La CONFORMITÀ FORZATA;

2) Il DISTACCO FORZATO.

Quando è presente una motivazione di distacco, ma la componente della conformità è prevalente

rispetto a quella del distacco, si può parlare di conformità forzata, mentre quando la componente

del distacco prevale invece su quella della conformità, si può parlare di distacco forzato.

23/04/2015

PARSONS:

Per Parsons l'esito tipico, normale di questi meccanismi di apprendimento è l'acquisizione stabile

dei valori, mentre il comportamento deviante è la spia di situazione problematica all'interno

dell'interiorizzazione dei valori.

Alla base del comportamento deviante c'è un disturbo più o meno grave dell'interrelazione ego-alter.

In particolare il soggetto, ego, non ricambiato nelle sue aspettative reagisce alla tensione

sviluppando una atteggiamento ambivalente.

Conformità forzata e distacco forzato sono i due modi in cui il soggetto reagisce alla tensione.

CONFORMITÀ FORZATA = un'accentuazione eccessiva, e dunque patologica dell'aspetto

positivo, costringersi alla conformità con quelle che l'ego ritiene siano le aspettative dell'alter e che

in virtù del processo di interiorizzazione diventano le stesse dell'ego.

Quindi un comportamento esageratamente scrupoloso, deferente, per soddisfare le aspettative

dell'alter, un comportamento che vuole soddisfare quelle che crede siano le aspettative dell'alter di

riferimento e nel contempo vuole ridurre al minimo il rischio di turbare questa relazione ego-alter.

DISTACCO FORZATO = L'altra alternativa alla conformità forzata è il distacco forzato, ossia la

fine traumatica della relazione e allontanamento.

L'interruzione della relazione può portare ad esiti immediati o a esiti che si producono col tempo.

Non è detto che sia un'interruzione aperta del rapporto, non è detto che EGO entri in conflitto aperto

con ALTER, ma può prodursi anche solo emotivamente dentro ego.

Ed è un'interruzione che può produrre esiti immediati o esiti nel tempo.

Quando prevale la componente del distacco, il fatto che l'attaccamento all'alter, come persona, come

punti di riferimento e modello normativo è ancora un bisogno fondamentale, quindi ego deve

difendersi contro la tendenza ad esprimere questo bisogno rispetto ad alter, rispetto a quel modello

normativo.

EGO deve perciò non soltanto esprimere la sua reazione negativa, ma esser del tutto sicuro che

l'elemento della conformità non avrà la prevalenza e non rischierà di inibire di nuovo la sua

reazione negativa, perciò il rifiuto di conformarsi alle aspettative dell'alter diventa forzato e per non

incorrere in questo rischio EGO si forza al distacco, all'allontanamento, mentre per la ragione

contraria deve costringersi alla conformità, a un atteggiamento eccessivamente referente e

scrupoloso nei confronti delle aspettative dell'ALTER.

Qui è il contrario.

Per Parsons il circolo vizioso presente nell'interazione di due soggetti agenti ego-alter/alii

costituisce il paradigma fondamentale della genesi della motivazione per il comportamento

79

deviante.

Il comportamento deviante si genera nell'interrelazione tra due soggetti agenti EGO-ALTER/ALII e

la distinzione tra ego e alter è solo una distinzione tra punti di riferimento.

Un altro fattore da tener presente consiste nella possibilità che ego si associ con uno o più alii, uno o

più altri e quindi si avranno altre dinamiche all'interno delle sub-culture, dei gruppi delle bande

criminali.

Tipico del soggetto deviante è quindi per Parsons una struttura motivazionale ambivalente che ha

due componenti, conformità e distacco.

A questi due percorsi fondamentali del percorso deviante, Parsons sovrappone alle condotte di

Merton una differenziazione relativa alla psicologia del soggetto, di tipo psicologico.

E ne parla così:

1) Da una parte una maggiore iniziativa o maggior grado di controllo sul processo di

interazione segnala un PREDOMINIO DI ATTIVITÀ. Si pensa a un maggior grado di

controllo sul processo di interazione. Maggior controllo sulle situazioni di squilibrio.

2) L'opposto è la PASSIVITÀ. Designa una minore capacità di controllo sul processo di

interazione. Minor capacità di controllo e di guida delle situazioni di squilibrio.

Parsons sta pensando in realtà ad un'opera di Jung che distingueva tra tipi psicologici, e in

particolare tra personalità estroversa e introversa, e Parsons traduce questa distinzione di tipi

psicologici in attività e passività, che si distinguono e identificano rispetto alla capacità di reagire e

mantenere il controllo nelle situazioni di crisi in cui l'equilibrio è fortemente compromesso.

Ne risultano così 4 tipi fondamentali di condotta deviante, sono tipi ideali:

1) Conformità forzata di un soggetto prevalentemente attivo . È la devianza del soggetto

che pone richieste eccessive a sé e agli altri, e che è eccessivamente competitivo, o che cerca

in ogni occasione di imporre i propri modelli normativi, i propri valori, la propria volontà

agli altri. È la devianza aggressiva del rampante, del competitore, del soggetto che si fa

strada con mezzi scorretti, la devianza del tipo che calunnia, che si attribuisce meriti non

propri.

A tale tipo di conformità attiva corrisponde l'innovazione di Merton.

2) Conformità forzata di un soggetto prevalentemente passivo . È la devianza da

sottomissione (aspettative ego-alter) e corrisponde al ritualismo di Merton. È il soggetto che

in realtà è attratto dal mondo della trasgressione, ma è il soggetto che si astiene per

debolezza, per paura, perché è insicuro e cerca sicurezza rimanendo attaccato ai mezzi, ai

vincoli normativi.

3) Distacco forzato di un soggetto prevalentemente attivo . È il comportamento del soggetto

criminale, della persona incline a sfidare gli altri, a non tener conto delle sanzioni, è

l'incorreggibile che si fa beffe di regole e leggi. È il ribelle di Merton di cui alla Devianza

Ribellione. È il criminale che fa ciò che gli pare. Corrisponde alla ribellione di Merton.

4) Distacco forzato di un soggetto prevalentemente passivo . È la devianza rinuncia,

corrisponde alla rinuncia di Merton. È la devianza come ritirata e in questo caso

l'atteggiamento anticonformista ha l'obiettivo di evitare le aspettative sociali. Ego è inclinato

in senso passivo e la sua tendenza sarà non di imporre aggressivamente un chiarimento,

bensì quella di evitar di esporsi ad aspettative non congeniali da parte dell'alter,

raggiungendo una posizione di indipendenza forzata, che nel caso estremo porterà

all'allontanamento, alla rottura drastica della relazione. In Merton il rinunciatario era il

barbone, ossia è colui che ha rinunciato a rispondere alle aspettative positive della società e

si pone in una situazione di difesa, di raccoglimento, di ritirata, si ritira dalla competizione.

L'esempio tipico è il barbone per Parsons e un caso simile psicologicamente è il bohemien,

che rispetto al barbone però è ricco, quindi è una libertà che può pagarsi economicamente,

80

ha le risorse economiche per la sua libertà, mentre dall'altra parte no, è una libertà a costo

della vita stessa.

Più tardi rientrano in questo modello anche le comuni giovanili e il malato.

La malattia è prevalentemente un ritiro in una relazione di dipendenza. In questo senso il

malato non brucia i ponti con il sistema istituzionalizzato, al contrario del barbone e del

bohemien, ma vi è in lui una combinazione di elementi motivazionali di distacco e di

conformità. Chiede di essere curato, quindi chiede una prestazione in termini di controllo

sociale. C'è in lui sia una componente di fuga, rinuncia, ma allo stesso tempo il depresso sta

chiedendo di essere curato, quindi una prestazione in termini di controllo sociale. Quindi

rimane legato a quel sistema perché vuole essere curato.

Parsons nota come il ruolo del malato sia simile a quello del ribelle, che cerca di premere sul

sistema sociale e costringe virtualmente gli altri a cercare di sopprimere la sua deviazione e

quindi in questa prestazione di controllo sociale e di comune pressione verso l'esterno si

assomigliano. La reazione in termini di controllo sociale è qui quella di reprimere la

devianza.

L'accento sulla componente positiva mette prevalentemente in risalto gli scopi, i valori finali, le

mente, mentre l'accento sulla componente negativa mette in risalto i mezzi, i valori strumentali.

Quindi in una prima classificazione si hanno questi modelli, ma la faccenda è più complicata, in

quanto vi sono 8 modelli.

In un primo orientamento infatti si sono abbinati conformità e distacco con attività e passività, ma

Parsons aggiunge tra le direzioni di motivazione deviante un'ulteriore differenziazione a seconda

che l'orientamento del soggetto deviante sia più focalizzato sul problema di conformarsi o di

allontanarsi in riferimento ad altro soggetti sociali (nello schema indicati come oggetti sociali), ai

soggetti, le persone, soggetti che interpretano dei ruoli sociali, o sia più focalizzato sul problema di

allontanarsi o conformarsi rispetto alle norme.

Ne deriva una tabella con 8 tipi devianti.

Sono già stati incontrati nella prima differenziazione, ma non si è distinto rispetto agli oggetti

sociali, ai soggetti, ruoli sociali e alle norme, ma abbiamo già parlato di queste cose.

Ad esempio in relazione al gruppo criminale che si da come scopo l'eliminazione del gruppo

avversario la devianza, la cui direzione dell'orientamento è verso gli oggetti sociali, le persone

dell'altro gruppo rivale.

Invece il furto ha una direzione di orientamento rispetto alle norme.

Per Parsons questi 8 tipi devianti rappresentano forme di non adattamento ai ruoli:

1) Il dominante e il fanatico , tipi ideali. Abbiamo un predominio di attività e conformità.

2) Sottomesso perfezionista in cui si ha un predominio di conformità e passività.

3) Aggressivo e incorreggibile in cui si ha predominio del distacco e dell'attività.

4) Indipendente compulsivo e individuo in fuga in cui si ha predominio distacco e passività.

CONTROLLO SOCIALE PER PARSONS

Con il CONTROLLO SOCIALE Parsons individua tutti i processi che nel sistema sociale si

oppongono alle tendenze devianti.

La finalità di questi processi è duplice:

1) Da un lato prevenire le deviazioni nelle situazioni a rischio;

2) Dall'altro neutralizzarle quando esse si siano manifestate.

Tuttavia Parsons attribuisce alla neutralizzazione significati diversi a seconda della gravità della

condotta deviante, quindi si va dall'isolamento del criminale alla cura in senso proprio del malato,

passando per la risocializzazione delle devianze più lievi.

Neutralizzazione graduata in relazione alla gravità della condotta.

81

Il criminale emblema della devianza più grave va isolato, il malato, il depresso, lo schizofrenico va

curato.

Per gli altri, personalità disarmoniche, in disequilibrio, bisogna intervenire in una prospettiva di

risocializzazione, di rieducazione.

In generale tutti i meccanismi di controllo sociale, tutti gli agenti sociali si incaricano di 3

prestazioni fondamentali:

1) Il SOSTEGNO, che è la riproduzione in altri ruoli sociali (medico, psicoterapeuta,

assistente sociale) della prestazione affettiva della madre. Si tratta di aiutare e fornire il

soggetto di una base di sicurezza emotiva per attenuare il suo bisogno di ricorrere a reazioni

aggressive o difensive.

2) La PERMISSIBILITÀ che è un certo grado di tolleranza di fronte alla reazione del

soggetto che è in una condizione di frustrazione delle aspettative, che saranno di un tipo o

dell'altro a seconda che si sia stabilita o meno una motivazione al distacco.

Bisogna contestare gli atteggiamenti devianti, ma al contempo dobbiamo dare al soggetto la

possibilità di esternare le proprie inclinazioni emotive, i suoi desideri. Tale prestazione

dovrebbe esser riprodotta in tutti i rapporti sociali altrimenti si imboccherà la strada della

cesura delle relazioni, dell'interruzione. Tuttavia questa deve esser limitata per evitare che si

arrivi all'incoraggiamento, piuttosto che alla prevenzione di queste deviazioni. Quindi

bisogna rendersi disponibile all'ascolto e tuttavia rendere chiaro al soggetto il limite

invalicabile alla negatività sociale nel suo comportamento, limite oltre il quale non può

esserci attività terapeutica da parte dell'operatore, oltre il quale non è possibile questa

relazione. Gli altri, gli alii che incarnano diversi ruoli sociali devono porre delle barriere

rifiutando di ricambiare le aspettative che ego sviluppa sotto la pressione delle sue ansie,

fantasie, ostilità e atteggiamenti di difesa, che, secondo Parsons, sono i principali 4 tipi o

componenti di reazione di fronte a certe tensioni.

Tutti gli alii devono porre le barriere rifiutando di ricambiare le aspettative che ego sviluppa

sotto la pressione di ansia, ostilità, atteggiamento di difesa e fantasia..

Tale rifiuto di ricambiare le aspettative che l'ego sviluppa sotto pressione delle sue ansie è la

seguente.

3) La LIMITAZIONE DELLA RECIPROCAZIONE è il rifiuto di ricambiare le aspettative

devianti, che l'ego sviluppa. Reciprocazione significa contraccambio di quelle aspettative

devianti. È il rifiuto di ricambiare le aspettative devianti.

4) Vi è poi un quarto carattere che può riguardare tutti gli aspetti del controllo sociale è la

manipolazione condizionale delle sanzioni. Ma ci concentriamo sulle prime 3.

Su queste premesse Parsons individua nella psicoterapia l'ambito in cui questi 3 elementi

fondamentali del controllo sociale sono maggiormente in evidenza.

La PSICOTERAPIA è il prototipo dei meccanismi di controllo sociale.

Gli agenti del controllo sociale devono essere i terapeuti del deviante, devono sostenerlo nella sua

condizione di frustrazione, ne alleviano la responsabilità, in quanto non tutte le cose che dice o fa

possono essergli imputate trattandosi di un soggetto malato (natura patologica).

Un po' di permissibilità, un po' di tolleranza e al contempo non devono rispondere alle aspettative

più pericolose, cioè quelle in grado di generare una reiterazione della devianza e devono infine

servirsi della loro autorità sul paziente per reintegrarlo ai valori del sistema sociale.

Per Parsons equivalenti funzionali del ruolo del terapeuta possono esser rinvenuti in altre parti del

sistema sociale e in particolare in tutte le agenzie di assistenza sociale.

Senonché proprio in rapporto a queste considerazioni sul trattamento della devianza emerge come

Parsons tenda ad escludere dal suo ragionamento la criminalità , la devianza più grave dove non è

possibile questa relazione terapeutica. 82

Paradossalmente Parsons esclude quindi la devianza più grave, la devianza criminalità, in quanto

nei confronti del criminale mancano molti degli elementi essenziali della relazione terapeutica e in

particolare manca l'atteggiamento positivo di sostegno nei confronti del paziente e l'autorizzazione

in condizioni controllate a sviluppare momenti di distacco.

Nei confronti del deviante criminale, il più grave la funzione di neutralizzazione del controllo

sociale equivale alla punizione e all'isolamento.

Quindi il trattamento non funziona proprio in relazione alla devianza tipica, alla criminalità.

Negli altri tipi di devianti, dal deviante malato ad altre deviazioni invece tendono a prevalere

nell'attività degli agenti del controllo sociale le altre prestazioni volte alla reintegrazione, alla

risocializzazione, alla rieducazione.

Non c'è posto per questa relazione terapeutica nei confronti del deviante criminale.

Tutti gli autori in questione sono funzionalisti.

CRITICHE AL FUNZIONALISMO

EDWIN SUTHERLAND:

“Principi di criminologia” → quest'opera è stata pubblicata in varie edizioni tra gli anni '30 e '40

ed è considerata una delle principali critiche al funzionalismo di Merton. (Abbiamo parlato di

Sutherland in relazione alla criminalità dei colletti bianchi)

La teoria di Sutherland è nota come “TEORIA DELL'ASSOCIAZIONE DIFFERENZIALE”,

che si origina in una concezione della società come organizzazione sociale differenziale.

La prospettiva di Sutherland e del suo allievo descrive come l'intera struttura sociale sia attraversata

da un conflitto normativo, ossia organizzata in chiave differenziale per quanto riguarda le

definizioni sfavorevoli o favorevoli alla violazione delle norme, o in modo tale da premiare sia

l'astensione dal reato che la perpetrazione dal reato.

Ciò che caratterizza questa organizzazione sociale differenziale è un'immagine della società diversa

dalla rappresentazione dell'ordine sociale dei funzionalisti.

La società non è coesa e né può aspirare a realizzare un vero e stabile ordine sociale.

L'organizzazione sociale è divisa in una molteplicità di gruppi, etnie, ceti ognuno con propri valori

e propri interessi.

ORGANIZZAZIONE DIFFERENZIALE DEI GRUPPI → è espressione tipica di Sutherland

nell'opera, cioè un'organizzazione caratterizzata da una forte stratificazione sociale.

Dall'altra parte le istituzioni sociali, il diritto, non possono tutelare tutti questi gruppi, ma ne

rappresentano solo una porzione, e spesso una parte ridotta, ad esempio si pensi a Stati che

rappresentano una élite circoscritta, o il gruppo dei coltivatori, un movimento culturale.

In queste condizioni il conflitto è inevitabile.

La devianza è presente soprattutto nei ceti sociali che hanno comportamenti, stili diversi rispetto a

quelli fissati dalla legge.

Data questa connessione tra organizzazione sociale e devianza le caratteristiche dell'organizzazione

sociale si ritrovano rispecchiate nella devianza. Sono a specchio.

La società è un'organizzazione sociale differenziale, fortemente divisa e fortemente stratificata al

suo interno, quindi anche la devianza rifletterà tale stratificazione sociale.

Ogni gruppo ha sue caratteristiche come suoi tipici fenomeni devianti. A ogni gruppo la sua

devianza tipica.

Questi fenomeni devianti nascono dai contatti e dalle relazioni che si sviluppano all'interno del

gruppo, ossia consistono in forme di apprendimento tanto delle tecniche del crimine che delle

motivazioni e delle pulsioni che lo determinano. 83

Si vede un ribaltamento dell'ideologia funzionalista della società coesa, ma la società è altamente

stratificata al suo interno e tutto ciò si trasmette nella devianza, tanto che ogni gruppo ha i suoi

tipici fenomeni devianti.

I fenomeni devianti consistono in un processo di apprendimento sia delle tecniche del crimine sia

delle pulsioni che lo determinano.

Il crimine si apprende! Si apprendono sia le tecniche che le motivazioni a delinquere!

In ogni gruppo si comunicano valori, culture, atteggiamenti talvolta in accordo o non in contrasto

con la cultura ufficiale, legale e altre volte sono conflittuali con essa, in contrasto, in disaccordo.

È l'idea di una comunicazione di condotte.

La società è come un'impresa pluralista che partecipa di organizzazioni differenti, composta da

gruppi, che hanno ciascuno valori, atteggiamenti in contrasto o conformi rispetto alla cultura

ufficiale e legale.

Quanto comunicato all'interno del gruppo diviene lo stile di vita delle persone che vanno

formandosi all'interno del gruppo.

CIÒ VALE ANCHE PER LE CLASSI SOCIALI PIÙ ELEVATE, e questa è la critica più forte

di Sutherland.

È una critica a tutto il funzionalismo e soprattutto a Merton.

Sutherland dice che il processo di apprendimento del crimine, sia delle tecniche del crimine che

delle motivazioni a delinquere vale anche per le classi più elevate!

Quindi ad esempio se si cresce in ambienti in cui il falso in bilancio, la corruzione sono pratiche

normali, la comunicazione sociale all'interno di questi gruppi favorirà l'apprendimento di tali

comportamenti.

La nozione di apprendimento è la chiave per comprendere la devianza.

La devianza cioè si apprende nei contesti di gruppo, e ogni gruppo è padrone dei processi di

socializzazione, quindi sia nei gruppi appartenenti ai ceti sociali più elevati, che a quelli più

svantaggiati.

Sutherland è famoso per la TEORIA SULLA CRIMINALITÀ DEI COLLETTI BIANCHI, che

ha datti sociali più elevati, anche se così non è percepito.

Non è un discorso sul recupero, sulla rieducazione, ma vuole smontare il binomio che si vede in

Merton, in Parsons e anche in Cohen e anche in altri funzionalisti per cui il deviante è il deprivato

sociale, il delinquent boy, il corner boy, quello che sta nel quartiere più deprivato e disorganizzato

dal punto di vista sociale senza punti di riferimento.

Invece Sutherland dice che il crimine si apprende, e si apprendono le tecniche ma anche le

motivazioni a delinquere.

Questo è l'esito più importante della teoria di Sutherland ossia la CRITICA RADICALE di quelle

concezioni, come quella del “II” Merton basate sullo svantaggio sociale, per cui la devianza sarebbe

soprattutto un fenomeno delle classe inferiori.

L'obiettivo di Sutherland è quello di fornire una teoria generale in grado di spiegare tanto la

devianza dei deboli quanto quella dei colletti bianchi, di coloro che appartengono a ceti sociali più

elevati, la devianza degli imprenditori.

Sia l'una devianza, quella dei deboli, sia l'altra, quella dei colletti bianchi, si apprendono in un

contesto di gruppo e nascono da un certo tipo di contatti e di comunicazione.

L'elevato numero di gruppi che costituiscono la società, intesa come impresa pluralista, rendono

possibile l'apprendimento e il radicamento di molte culture differenti.

Di conseguenza aumenta la possibilità di condotte non allineate, alternative, di condotte devianti.

Più aumentano i gruppi più aumenta la possibilità di condotte, culture alternative devianti.

Vi è già un nucleo di pensiero vicino alle teorie dell'etichettamento.

84

Da un lato vi è la cultura normativa ufficiale, dall'altro se la società diviene molto complessa e

differenziata aumenta, quasi automaticamente, la possibilità di difformità rispetto agli standard

legali.

Più aumenta la stratificazione sociale, più la società è complessa e differenziata più aumenta, quasi

automaticamente, la possibilità di difformità rispetto agli standard legali, rispetto alla cultura

ufficiale.

CRIMINALITA' DEI COLLETTI BIANCHI → anche questa forma di delinquenza, proprio

come ogni altra forma di delinquenza è appresa in associazione diretta o indiretta con coloro che già

praticano un comportamento criminale, e coloro i quali apprendono questo comportamento

criminale non hanno contatti frequenti e stretti con il comportamento conforme alla legge.

Il fatto che una persona diventi un uomo criminale viene in larga misura determinato dal relativo

grado di frequenza e di intensità dei suoi rapporti con i due tipi di comportamenti.

Alla fine ciò che è rimasto più impresso nella sociologia della devianza è proprio questa categoria

di criminalità dei colletti bianchi. Anche le classi sociali elevate hanno in certi contesti di

comunicazione sociale, di apprendimento, i loro crimini caratteristici e non solo, questi delitti dei

colletti bianchi sono frequentemente di più elevato danno sociale rispetto alla criminalità delle

classi inferiori e ricevono pure un trattamento di maggior favore!

Critica in particolare il funzionalismo del II Merton.

I crimini dei colletti bianchi hanno un più elevato danno sociale, e nonostante questo hanno un

trattamento di maggior favore!

Quindi l'obiettivo è soprattutto smontare il binomio del funzionalismo devianza-povertà,

devianza-svantaggio sociale.

Riassunto pensiero di Sutherland → Sutherland critica il funzionalismo, in particolare quello del II

Merton e considera come chiave per comprendere la devianza l'apprendimento sia delle tecniche

del crimine che delle motivazioni a delinquere. La devianza nasce e si apprende nei gruppi di

comportamento deviante. La società è assolutamente non coesa, a differenza di ciò che pensavano i

funzionalisti, ma c'è un'altissima stratificazione sociale, ci sono diversi gruppi e più aumentano i

gruppi e più aumentano le sub-culture criminali, le sub-culture alternative quantomeno alla cultura

ufficiale, legale. Quindi tutti questi processi di apprendimento si ripetono anche nei contesti di

gruppo delle classi sociali più elevate, più agiate, e questi crimini sono i crimini dei colletti bianchi,

che hanno anche un più elevato danno sociale, e nonostante ciò ricevono un trattamento di maggior

favore.

Sutherland vuole smontare il binomio devianza-povertà. 27/04/2015

SCUOLA DI CHICAGO

SUTHERLAND:

Con Sutherland si è parlato di associazione differenziale e il concetto di apprendimento.

Sono la chiave per studiare i fenomeni della devianza, sia i fenomeni della devianza che afferiscono

alle classi sociali medio-basse, svantaggiate, sia i fenomeni della devianza che si riferiscono alle

classi sociali più elevate avvantaggiate socialmente.

Questa terminologia “associazione differenziale” è stata già trovata quando studiavamo Cohen,

visto che la scuola di Chicago c'era già stata e si è parlato di “approccio differenziale” per Cloward

85

e Ohlin, secondo i quali oltre a una struttura legittima delle opportunità ne esiste un'altra parallela e

altrettanto importante illegittima, illecita delle opportunità.

Si è parlato di Cohen, Cloward e Ohlin nell'ambito di devianza e minori, in quanto quando si parla

di devianza e minori si discernono a livello generale due filoni:

1) Uno che si diparte dalle riflessioni attorno all'anomia di Durkheim, Merton, in cui è

collocato Albert Cohen;

2) L'altro che si diparte dalle riflessioni sviluppate all'interno della Scuola di Chicago e

principalmente quelle che si rifanno alla Teoria dell'etichettamento.

Con Sutherland si vede la principale critica al funzionalismo mertoniano.

Con Cloward e Ohlin i due filoni iniziano a mischiarsi.

Questi autori fanno una classificazione in 3 tipi di sub-culture delinquenziali:

1) SUB CULTURA CRIMINALE → qui la comunità di riferimento dei minori ha una

struttura stabile, organizzata.

I minori fanno una sorta di apprendistato nelle grandi bande criminali, che si servono di

minori perché i minori sino a 14 anni NON SONO IMPUTABILI, quindi rischiano di

meno in termini di pena e dagli adulti criminali i minori apprendono sia le tecniche criminali

che il modello normativo, gli orientamenti al valore, le motivazioni a delinquere

(Sutherland).

2) SUB CULTURA DELINQUENTE CONFLITTUALE → qui la comunità di riferimento

dei minori non ha una struttura stabile e ben organizzata come la prima, per la quale si può

pensare alle grandi bande di criminali, alle organizzazioni mafiose, mentre qui tutto ciò non

c'è, in quanto la comunità di riferimento dei minori non ha una struttura stabile, organizzata

e gli adulti non sono dei veri punti di riferimento.

Secondo Cloward e Ohlin, i minori cercano l'attenzione degli adulti facendo ricorso

soprattutto alla VIOLENZA PRIVATA, che diventa il mezzo di ascensione sociale.

Mentre prima si parlava di furti, estorsioni, e di un vero e proprio apprendistato all'interno

delle bande criminali, qui per questi minori non possiamo parlare di successo come devianti,

perché non hanno successo come devianti, non possono rifarsi a una struttura organizzata e

stabile.

Qui il comportamento deviante tipico è la violenza privata. Sono violenti ma non hanno

successo come devianti.

3) SUB CULTURA DELINQUENZIALE ASTENSIONISTA → chiamata dei doppiamente

falliti, perché qui troviamo minori che non hanno accesso né ai mezzi legittimi, alle

opportunità legittime, né a quelle illegittime e magari a differenza di quelli del secondo tipo

questi minori psicologicamente non sono capaci di accettare e fare violenza, per cui

falliscono doppiamente.

Qui il comportamento deviante tipico è la fuga, per questo si parla di astensionismo, ossia si

parla di TOSSICODIPENDENZA e L'ALCOLISMO e i minori apprendono dagli adulti

tossicodipendenti come procurarsi le droghe, come trovare spacciatori.

Infine sempre accennando alla Scuola di Chicago si è incontrata un'altra teoria ossia la TEORIA

DELLA TRASMISSIONE CULTURALE, ossia della cultura, della devianza che si trasmette di

generazione in generazione di cui i due autori principali sono Shaw e McKay.

APPROCCIO ALLA DEVIANZA DELLA SCUOLA DI CHICAGO:

Questo per quanto riguarda le specifiche prospettive teoriche che afferiscono alla SCUOLA DI

CHICAGO.

Per quanto riguarda invece l'approccio alla devianza, in generale, si tratta di una scuola che sposta

l'attenzione dai devianti, dalle caratteristiche individuali del deviante ai contesti della devianza

interrogandosi sulla maniera in cui l'ambiente macro e micro sociale incide sul fenomeno della

86

devianza, e in particolare come la COMUNITÀ incide sul fenomeno della devianza, e la comunità

è un altro concetto chiave della Scuola di Chicago.

Come la comunità influenza il comportamento dei singoli, spostamento dai devianti ai contesti della

devianza, a come l'ambiente micro e macro sociale, e in particolare come la comunità influenza il

comportamento dei singoli.

Tema ricorrente è quello dello sviluppo ed del comportamento umano indotto dall'ambiente sociale

e fisico.

Si tratta in prima battuta di studi ecologici che incrociano casi individuali, tra cui il metodo tipico è

quello della "storia di vita", un approccio biografico, con le statistiche della popolazione, quindi

approccio statistico, anche se l'approccio statistico porta con sé dei problemi specie in relazione al

numero oscuro dei comportamenti devianti.

Questi sociologi incrociano i casi individuali, storie di vita e statistiche, mettendo in evidenza come

i devianti si concentrino in particolari aree della città interessate da disorganizzazione sociale, ossia

come i devianti si concentrino nei quartieri più deprivati.

I Sociologi della Scuola di Chicago analizzano i loro soggetti devianti nei loro ambienti naturali

(ghetti, angoli delle strade, che ricordano i corner boys di Cohen) e li osservano nella loro

quotidianità, tentando di ricostruire UN'ECOLOGIA UMANA, per interpretare le persone a partire

da come esse si comportano naturalmente nel tempo e nello spazio.

La SCUOLA DI CHICAGO, infatti, viene anche definita → SCUOLA "ECOLOGICA", e si

rifà espressamente a concetti come quello di successione, di dominio, di invasione, tipici

dell'ecologia ambientale, dell'ecologia animale, dell'ecologia vegetale.

Perché studi ecologici? Perché studiano i devianti nel loro habitat naturale e si rifanno

espressamente all'ecologia ambientale, vegetale, animale, in quanto utilizzano gli stessi concetti

(successione, dominio, invasione di campo, invasione di zona).

Questo in generale, per quanto riguarda tutti gli approcci e le prospettive che maturano in questa

scuola.

Questa Scuola si forma attorno al dipartimento di sociologia dell'università di Chicago istituito nel

1892 e raggiunge il suo massimo splendore nel periodo compreso tra le due guerre mondiali sotto la

guida specialmente di due autori, che sono William Thomas e Robert Park.

Thomas è un sociologo noto per il Teorema della definizione della situazione, che Merton chiamò

poi profezia che si auto-adempie.

Thomas formulò questo Teorema della definizione della situazione in relazione ad una ricerca sui

polacchi.

Teorema → se gli uomini definiscono reali le situazioni esse saranno reali nelle conseguenze.

Situazioni definite come reali provocano conseguenze reali.

Se i polacchi si definiscono americani, saranno americani.

Per la sua grande influenza, la Scuola di Chicago fu sostanzialmente la criminologia americana fino

alla fine degli anni '50.

Il Dipartimento pubblica la rivista americana di sociologia “American Journal of Sociology” che

diviene ed è ancora una delle più importanti riviste sociologiche americane.

L'università di Chicago è in questo periodo la capitale culturale americana.

Attorno alla seconda guerra mondiale il suo prestigio è superato dalla Scuola di Harvard.

L'apporto scientifico della Scuola di Chicago non si limita peraltro alla sociologia della devianza,

ma sono di rilievo anche contributi per la sociologia della città, per la psicologia sociale, studi

demografici.

L'importanza della scola di Chicago → consiste essenzialmente nel fatto che alle dinamiche

87

società-devianza, essa sostituisce una relazione più circoscritta, ossia quella tra comunità ristretta

e comportamento deviante, quindi non l'ambiente sociale ampio, la società in generale, ma un

ambiente delimitato, ben individuato, circoscritto nello spazio e nel tempo.

Questa comunità circoscritta, questo ambiente delimitato nello spazio e nel tempo tende ad essere

quasi sempre la città e i suoi quartieri, quindi un ghetto, un certo gruppo etnico es. neri,

sudamericani, italiani ed in particolare la città di Chicago.

L'ambiente cittadino viene considerato un MICROCOSMO, in cui vengono riprodotte le relazioni

e la complessità dell'intero universo umano.

Per far questo sono necessarie indagini settoriali.

Ambiente ben limitato nello spazio e nel tempo, e il tempo è quello della prima metà del '900,

tempo dell'immigrazione (Europa meridionale e orientale), dell'urbanizzazione veloce, tumultuosa

(tra il 1898, anno in cui viene fondato il dipartimento di sociologia e il 1930 la città di Chicago

raddoppia la sua popolazione) , del meltin pot tra le culture, che è un crogiolo di culture differenti e

spesso in conflitto reciprocamente.

Non è una macrosociologia della devianza, ma è una microsociologia del comportamento difforme,

e questa è già una prima ed evidente differenza con le concezioni funzionalistiche. (1° grande

differenza con le concezioni di stampo funzionalistico).

OBIETTIVO di analisi di questi autori che afferiscono alla scuola di Chicago può esser indicato in

questi termini → individuare l'influenza del contesto socio-culturale, l'influenza della comunità e

delle sue sub-culture sugli stili di vita dei devianti, sulle modalità di apprendimento e di

conservazione di queste esistenze marginali, difformi, devianti (Park – Marginal Man, uomo

marginale).

Come si conservano queste esistenze marginali, al limite, devianti.

Una finalità scientifica di questo tipo si coniuga con obiettivi di tipo pratico, in quanto la Scuola di

Chicago è una scuola riformatrice, democratica, che riconosce l'esistenza di problemi sociali,

provocati dall'espansione capitalistica, dalla crescita delle città, dall'immigrazione, dalla forte

crescita demografica, delle città, quindi conflitti tra culture e disomogeneità culturale, e si pone

anche obiettivi di stampo pratico di fronte a ciò, per cui cerca di elaborare delle strategie di

intervento all'altezza della gravità dei problemi sociali, dei social problems, con il fine di ridurre il

conflitto.

C'è un dibattito sui reati culturali molto acceso, che non a caso nasce negli USA, che si propongono

come società multiculturale, meltin pot per eccellenza, e si sviluppa (in Italia nel 2006), divampa

negli USA a metà degli anni '80 e si parla di reati culturali in riferimento a comportamenti illeciti

che costituiscono reato nel Paese ospitante, allora negli USA, quindi fatti illeciti commessi da

migranti, fatti illeciti però che costituiscono reato nel Paese ospitante (USA), nella cultura di

maggioranza, ma che sono invece approvati, condonati, incoraggiati e addirittura imposti nella

cultura di provenienza del migrante, nella cultura di minoranza.

Ha un senso giuridico penale l'espressione “Me l'ha fatto fare la mia cultura”? Ha un peso, un senso

giuridico, e se ce l'ha bisogna riconoscere un trattamento di favore o di sfavore al reo sulla base di

questo bagaglio culturale?

E poi ancora bisogna introdurre degli strumenti ad hoc?

È un dibattito che viene aperto dalla Scuola di Chicago, che coniuga, come tipico della sociologia

americana, questo obiettivo scientifico con un obiettivo di tipo pratico: elaborare strategie di

intervento al fine di ridurre il disagio, il conflitto culturale.

In una fase di grandi trasformazioni, i primi problemi sociali, o social problems sono al centro

dell'interesse di questi ricercatori che afferiscono alla scuola di Chicago.

I temi delle loro ricerche sono → si chiedono dove risiedono i gruppi, quanto costano le case, quanti

88

sono i vagabondi, quali sono le devianze delle bande giovanili, nelle baby gang, dove sono i

devianti, dove si manifestano comportamenti difformi, incrociano storie di vita, approccio

biografico con un approccio di tipo statistico con i problemi relativi al numero oscuro.

Si forma così un ampio stuolo di sociologi, che si percepiscono come OPERATORI SOCIALI. La

Loro idea è quella di conoscere la devianza per prevenire il disagio e il conflitto, questo è il motto

della Scuola di Chicago (conoscere per prevenire) quindi:

1) In primo luogo ricognizione dettagliata della struttura cittadina, conoscenza approfondita

delle realtà della città dei quartieri delle strade calde della città.

2) E successivamente, in secondo luogo elaborazione di interventi volti a favorire la capacità di

autodisciplina della comunità, programmi di sensibilizzazione alla pulizia, all'igiene dei

quartieri, sostegno ai progetti di creazione di comitati di cittadini, incentivazione alla

partecipazione politica di questi ultimi, miglioramento delle relazioni e delle comunicazioni

tra residenti e amministrazioni locali, tra cittadino e uomo politico e creazione di spazi e

aree ricreative ad hoc per i giovani, e per i minori in particolare.

È un approccio molto completo di ECOLOGIA CITTADINA, in quanto la Scuola di

Chicago è nota anche come scuola ecologica. È un approccio di risanamento della città e dei

suoi luoghi devianti.

Così si esprime un autore di questa scuola che è Stark.

È un approccio concreto di ecologia cittadina ispirato alla FILOSOFIA PRAGMATISTA che

è la filosofia per eccellenza, tipica della nazione americana.

Quindi nell'opzione teorica della scuola si è parlato di urbanizzazione, industrializzazione, che

creano disgregazione, culture in conflitto e nelle aree più problematiche l'ambiente sociale diviene

un laboratorio di devianza, il quartiere o il ghetto si trasforma in una scuola criminale, dove si

apprende uno stile di vita, si radica una cultura e una specie di tradizione della delinquenza, che si

tramanda.

Questo dal punto di vista teorico.

La prospettiva metodologica della scuola di Chicago:

La prospettiva metodologica è relativa agli strumenti di indagine.

1.Il primo strumento di indagine è la raccolta e l'analisi dei dati dettagliati sulla criminalità

cittadina, in base ad un approccio ancora statistico, dati che vengono disaggregati per quartiere,

considerato un laboratorio di devianza, e studiati nell'evoluzione temporale (studi ecologici ad

ambiente sociale delimitato, circoscritto sia in relazione agli spazi che in relazione ai tempi) e

correlati ai dati sulle abitazioni, sul lavoro, sulla sanità sulla scolarizzazione e quindi si va a vedere

come cambiano.

2.L'altra tecnica di ricerca è la storia di vita , l'osservazione partecipante alla vita quotidiana, alle

abitudini, alla psicologia dei tossicodipendenti, dei vagabondi, dei delinquenti.

Il ricercatore incontra il deviante, parla con lui, condivide in qualche caso anche i suoi processi di

vita e l'obiettivo è ricostruire dall'interno il percorso deviante, vedere come si forma questa sub-

cultura nel ghetto, come questa subcultura conquista adepti, come questa sub-cultura viene

interiorizzata nei soggetti.

Il ricercatore va sul campo, partecipa alla vita quotidiana dei devianti, dei vagabondi, per ricostruire

dall'interno il mondo della devianza, quindi vedere come si forma la sub-cultura del ghetto, come

questa sub-cultura si fa degli adepti, come questa sub-cultura viene interiorizzata dagli adepti e

come viene mantenuta nel tempo. 89

ROBERT PARK:

Tra i contributi più significativi si segnalano le grandi ricerche empiriche sulla città di Robert Park

e dei suoi allievi. Il libro principale di Park si chiama “La città”, testo edito nel 1925 da noi tradotto

nel 1967.

Con riferimento a Park si parla di APPROCCIO ORGANICO alla vita delle comunità, perché la

città viene concepita come un corpo con differenti organi, con differenti mondi sociali, culturali,

morali (si ricordi che si tratta di una scuola ecologica, con ripresa di questi concetti dall'ecologia

animale e vegetale).

La città, per Park, si presenta come un insieme di sub-culture, che lui chiama UNIVERSI

CULTURALI e queste zone di cultura sono anche ben definite e geograficamente distinte.

Questo tipo di ricerche, con “La città” di Park, giunsero alla concezione della città come un insieme

di cerchi concentrici, distinti, che si irradiavano dal quartiere centrale degli affari e più ci si

allontanava dal centro di queste zone concentriche minori erano i problemi sociali riscontrati, per

cui la crescita delle città, la dislocazione di aree e di problemi sociali obbedirebbe ad una sorta di

modello preciso detto “modello a zone concentriche” di Burgess.

Questo tipo di studi approdano a questo tipo di concezione della città.

MODELLO A ZONE CONCENTRICHE - Burgess

Quindi un quartiere centrale degli affari, che ha pochi residenti ma numerose fabbriche e numerosi

uffici. A questa zona è adiacente una zona di transizione, che è l'area abitativa più economica della

città per il forte degrado sociale, ed è un'area in cui sconfinano quegli edifici amministrativi che si

trovano nel quartiere degli affari, è l'area più degradata ed economica in cui poter fare affari.

Infine vi è la zona dei lavoratori, in cui si trovano le aree cittadine più costose dove le persone vi si

trasferiscono appena ne hanno le possibilità economiche.

Tutti gli studiosi della Scuola di Chicago condividono queste prospettive.

Questa concezione della città (il modello a centri concentrici è di Burgess). Il modello è sempre la

città di Chicago e man mano la zona di transizione viene occupata dai nuovi migranti, da quelli che

arrivano per ultimi, mentre chi sta meglio si sposta nell'altra zona delle case più costose, in cui il

livello di vita è più alto.

MODELLO DEL CONTAGIO SOCIALE – Park

Quando le persone in generale salgono o scendono dalla scala sociale, spesso passano fisicamente

anche da una zona culturale all'altra, infatti con Park si parla di universi culturali, e passando da una

zona culturale all'altra si adattano agli stili di vita propri di ciascuna zona.

Da questa osservazione empirica che le persone salgono o scendono dalla scala sociale, passano da

una zona culturale all'altra, passando anche fisicamente da una zona all'altra prendendo gli stili di

vita di ciascuna zona, da questa osservazione Park ricava l'idea di CONTAGIO SOCIALE.

Anche Sutherland condivide un'idea analoga che prevedeva il contagio a vicenda all'interno dei

gruppi in base all'associazione differenziale.

Park scrive → “I processi di separazione creano distanze morali che trasformano la città in un

mosaico di piccoli mondi che si toccano ma non si compenetrano. Ciò consente agli individui di

passare rapidamente e facilmente da un ambiente morale all'altro e incoraggia l'affascinante, ma

pericoloso esperimento di vivere nello stesso tempo in mondi diversi e contigui, e tuttavia

fortemente separati”.

Questi mondi si toccano ma non si compenetrano sono le persone che passano da un universo

culturale all'altro, apprendendo via via gli stili di vita di quel piccolo mondo, quella piccola zona

culturale.

Le personalità devianti si concentrano in certe zone, in certe REGIONI MORALI, in certe aree

naturalim accentuano determinate caratteristiche di comportamento, di linguaggio, di relazione

90

sviluppano insomma stili di vita e valori comuni all'interno di queste regioni morali e rafforzano

una strategia di vita deviante, elaborano una giustificazione di questo tipo di esistenza ai margini,

marginal men.

Qui è la DISGREGAZIONE SOCIALE a diventare la chiave di lettura della genesi della

criminalità, la disgregazione sociale e patologia sociale sono più frequenti nelle aree centrali della

città e vanno diminuendo man mano che ci sia allontana da queste zone.

Criminalità e delinquenza si trasmettono quindi nelle aree cittadine maggiormente disgregate.

Qui si incontra la Teoria della trasmissione culturale in relazione alla devianza giovanile di Shaw

e McKay, in cui le aree maggiormente disgregate sviluppano una tradizione delinquenziale, una

sub-cultura deviante, delinquenziale che si trasmette di generazione in generazione.

Shaw e McKay notano che non solo il tasso di criminalità è maggiore in determinate aree urbane di

deprivazione, di disorganizzazione sociale, di disgregazione sociale, ma anche che questo tasso di

criminalità tende a mantenersi costante nel tempo e, per Shaw e McKay la spiegazione è da

ricercarsi in questa sorta di trasmissione generazionale della cultura della devianza.

Giovani che vivono in aree socialmente disgregate hanno maggiori possibilità di incontrarsi con

coloro che hanno già fatto propri i valori devianti, che si sono allontanati dalla norma.

ANDERSON:

Di questi stessi anni è la monografia di un allievo di Park , Anderson ed è una monografia dedicata

ai senza tetto, ai senza dimora, agli HOBOS.

Il libro di Anderson, “The hobo” è del 1923 tradotto nel 1994 con il titolo “Il vagabondo”.

E' una ricerca esemplare sugli stili di indagine della scuola di Chicago. I senza dimora, gli hobos

sono concentrati in aree definite, in genere vicino al centro dei trasporti, vicino ai servizi

commerciali.

Anderson chiamò HOBOHEMIA il quartiere dei senza dimora, e i senza dimora che transitavano

annualmente per Chicago erano tra i 300000 e i 500000.

Chiamò invece GIUNGLE i luoghi in cui i senza dimora si radunavano per passare il tempo libero

al di fuori dei centri urbani o vicino agli incroci ferroviari.

Gli Hobos mostrano di aver elaborato un sistema articolato di tradizioni e leggi con ruoli di

comando, ruoli di sottomissione, certe regole precise da seguire e anche con una lista di reati propri,

quali derubare chi dorme, sprecare il cibo, accendere fuochi nelle giungle esposte ad incursioni

della polizia, rovinare l'attrezzatura della giungla, lasciare utensili sporchi dopo l'uso.

Dunque un sistema articolato con sanzioni e con ricompense.

Abbiamo quindi un universo normativo in piena regola, un mondo del diritto rovesciato.

Lo strumento principale della ricerca di Anderson è L'OSSERVAZIONE PARTECIPANTE,

Anderson cioè vive con i senza dimora, è capace di interagire, parlare con loro, ha un atteggiamento

simpatetico nei loro confronti, ne ricostruisce la tavola di valori e le conseguenze, norme e sanzioni

e anche, perché egli stesso, per una parte della sua vita, era stato un senza dimora, poi aveva ripreso

gli studi divenendo professore di sociologia all'università di Chicago.

Comunque ha fatto un'esperienza come senza tetto.

Anderson costruisce un ventaglio di 5 tipi sociali vagabondi.

L'HOBO tipico di Anderson → è il soggetto mobile, lavoratore, che fa lavori stagionali,

temporanei, precari e sulla base di questo distingue i 5 tipi sociali, e quindi se il tipico è questo

soggetto lavoratore, questo lo distingue dal tipo più misero di tutti che è il barbone, con cui però

condivide la mancanza di una casa, visto che si parla di senza tetto, persone che si spostano,

91

vagabondi e la mancanza di reti familiari.

Il quinto tipo di vagabondo è quindi il barbone.

INTERAZIONISMO SIMBOLICO

Dalla Scuola Sociologica di Chicago, e con l'apporto della psicologia sociale di MEAD si sviluppa

la corrente dell'INTERAZIONISMO SIMBOLICO.

Dopo le origini degli anni '30 il periodo di maggior diffusione sono stati gli anni si è diffuso '50 e

'60 del '900 in cui si ha il massimo splendore di questa corrente dell'interazionismo simbolico, che

nasce dal connubio tra approcci della scuola di Chicago e la psicologia sociale di Mead.

L'opera principale di Mead, che vivrà tra il 1863 e il 1931 è "Mete, sé e società".

Con l'opera dell'allievo di Mead, Blumer si chiariscono le implicazioni sociologiche dell'approccio

interazionista.

In modo particolare si chiariscono le possibilità applicative dell'interazionismo simbolico ai

problemi della devianza e si precisa anche il ruolo di opposizione scientifica nei confronti delle altre

teorie della devianza.

Il termine interazione simbolica è coniato proprio da Blumer.

Si veda l'introduzione italiana nel Saggio “La società come interazione simbolica”, saggio apparso

da noi nel 1983.

Blumer sviluppa temi della psicologia sociale di Mead e li coniuga con gli approcci della Scuola di

Chicago.

Da questo incontro si può dire che nasca l'interazionismo simbolico.

Soprattutto si chiariscono, con le opere di Blumer, quelle che sono le implicazioni sociologiche

dell'approccio interazionista simbolico.

In particolare si chiariscono le possibilità applicative di questa corrente ai problemi della devianza,

e si precisa il ruolo di opposizione scientifica nei confronti delle altre teorie della devianza.

Questa corrente si oppone, dal punto di vista scientifico, alle teorie della devianza che abbiamo

visto fino ora.

L'opposizione totale alle concezioni positivistiche della devianza è netta, in quanto queste studiano

la criminalità dando per scontato che la criminalità esista, oggettivamente.

Il comportamento criminale è una condotta osservabile dall'esterno per queste concezioni

positivistiche.

L'interazionismo è invece interessato alla SFERA SOGGETTIVA, ci si avvicina alla Teoria

dell'etichettamento.

In particolare da questi studi emerge la distinzione tra COMPORTAMENTO E AZIONE.

Il comportamento → è semplicemente la condotta fisica, l'atto del rubare, l'atto dell'offendere,

l'atto del rapinare. Mentre l'azione è qualcosa di più complesso.

L'azione → è la condotta dotata di senso, la condotta dotata di significato tanto in senso

individuale, cioè la motivazione di chi agisce, quanto il significato sociale cioè l'interpretazione

della condotta data dal gruppo, dalla famiglia, dalla comunità, dai giornali e dagli altri media.

Il significato sociale è l'elemento in più rispetto alla Teoria dell'azione sociale di Weber (senso

intenzionato dell'agire umano).

Questo riguarda la critica all'approccio positivista.

92 30/04/2015

INTERAZIONISMO SIMBOLICO

Dall'incrocio delle teorie emerse dalla scuola di Chicago e la psicologia sociale, in particolare il

lavoro di Mead, si sviluppa la corrente dell'interazionismo simbolico.

Il termine interazionismo simbolico è stato coniato da Blumer, allievo di Mead.

L'opposizione rispetto alle concezioni positivistiche è netta in queste correnti. Questo emerge

soprattutto in relazione alla distinzione tra il comportamento, come condotta fisica, atto, e l'azione,

come qualcosa di più complesso, come condotta dotata di senso sociale e senso individuale.

L'interazionismo simbolico si oppone al funzionalismo, alle correnti e alle concezioni

funzionalistiche e in particolare contesta alle concezioni funzionalistiche il fatto di dare per scontato

che le norme, che i valori sociali che i soggetti violano siano condivisi, accettati da tutti e quindi

validi a livello intersoggettivo.

Questa critica vale soprattutto per Durkheim, Merton solo in relazione alla prima teoria e Parsons.

Per gli interazionisti le società contemporanee, moderne sono società differenziate che producono

culture, valori diversi, distinti per classi sociali, per etnie, per zone geografiche ecc.

Questi autori pensano che lo sviluppo della personalità, il sé, e quello delle capacità intellettive, la

mente, non siano determinati da qualità innate bensì siano condizionati dall'ambiente sociale e in

particolare dai processi di interazione sociale, e non da qualità innate come dicevano in particolare i

positivisti.

In questi processi di interazione sociale attraverso cui si sviluppa la mente, la personalità, il sé, tutti

gli individui sono al contempo protagonisti e soggetti passivi dello scambio di informazioni,

stimoli, simboli, linguaggi, idee.

Ciascuno riceve e ciascuno da, partecipa alla formazione della personalità altrui, e al tempo stesso è

influenzato dagli altri e dall'ambiente esterno.

Attraverso il processo comunicativo o di simbolizzazione le persone definiscono se stesse, e gli altri

danno senso a ciò che fanno, a ciò che ricevono e trasmettono significati relativamente alle proprie

condotte e a quelle degli altri.

Non si tratta necessariamente di altri individui specifici, ma spesso di tipi astratti di persone che

Mead definiva come l'altro generalizzato.

La formazione dell'altro generalizzato nella coscienza segna una fase decisiva nella socializzazione,

ad esempio il bambino che nel rapporto col genitore da piccolo impara che non deve rovesciare la

minestra, ma mediante il processo di socializzazione in primis penserà che è la mamma che non

vuole che rovesci la minestra e poi pian piano imparerà che l'altro generalizzato, cioè in generale

non si deve rovesciare la minestra.

Quando l'Altro generalizzato ormai è cristallizzato nella coscienza individuale si instaura un

rapporto simmetrico tra realtà oggettiva (ciò che è reale all'esterno di me) e realtà soggettiva (ciò

che è reale per me), ossia ciò che è vero fuori corrisponde a ciò che è vero dentro.

Le due realtà si corrispondono tra loro ma non coincidono.

C'è sempre più realtà oggettiva accessibile di quanto non venga effettivamente interiorizzata in ogni

coscienza individuale.

L'azione non è qualcosa di oggettivo, di condizionato da forze interiori, di geni, l'istinto, il bisogno

o all'opposto determinato solo da forze esterne, la società, l'economia, la ricchezza, la povertà, la

giovinezza, ma un PROCESSO CIRCOLARE, a cui partecipano sia la società, che l'individuo, sia

nelle forze fisiche, la fame, il desiderio, che nelle forze morali, tutte le comunicazioni, le idee, i

simboli, che gli individui si scambiano nella loro vita di relazione.

Le idee sulla formazione della personalità chiariscono in cosa consiste il contributo

93

dell'interazionismo simbolico alle teorie dell'etichettamento, cioè alle concezioni della devianza

come costruzione sociale.

L'interazionismo simbolico si è occupato infatti al di là dei problemi della comunicazione,

dell'interazione familiare, soprattutto di un aspetto ossia come nasce e come si rafforza l'identità

deviante.

La questione è quella del passaggio dalla devianza primaria alla devianza secondaria.

La DEVIANZA PRIMARIA → è la prima condotta deviante.

Le DEVIANZE SECONDARIE → sono le condotte successive, il ladro che dopo il primo furto

diviene continua a vivere rubando, chi dopo aver venduto per la prima volta la droga a qualcuno

diviene spacciatore.

Questo passaggio da devianza primaria a devianza secondaria è spiegato da alcuni interazionisti

simbolici così → la persona interiorizza gli atteggiamenti che gli altri prendono nei suoi confronti e

inizia a vedersi come gli altri la vedono.

Tutte queste interazioni portano a un cambiamento nel soggetto, è come fare un salto in una nuova

dimensione della personalità, una dimensione in cui la gente ti tratta e ti giudica come un ladro, e la

persona inizia a percepirsi con gli occhi degli altri, per cui ad un certo momento inizierà a vedere se

stesso come un ladro ad esempio.

La persona arriva a identificarsi con l'immagine che gli viene restituita dagli altri, comincia a

guardarsi come lo vedono gli altri, e quindi dopo uno scatto del genere ritornare indietro è difficile!

Bisogna cancellare le tracce e le emozioni di quella prima condotta, dimenticare gli sguardi,

dimenticare la reazione sociale!

Si pensi al meccanismo della tossicodipendenza e dello spaccio. All'inizio ci sono contatti

occasionali, poi i contatti si intensificano, poi si è considerati parte del gruppo, e in seguito gli altri,

gli esterni iniziano a guardare il soggetto come un tossico, come uno spacciatore.

Si convince così che questa è la condizione della sua esistenza, l'etichetta che meglio lo definisce.

C'è quindi un meccanismo di progressiva identificazione con uno status deviante.

Questa progressiva identificazione con uno status deviante è favorita dall'atteggiamento, dalle

condotte, dai messaggi che gli altri inviano, che gli arrivano dalla società esterna, dagli sguardi

degli altri.

Allo stesso tempo l'interazionismo è stato criticato per la forte riduzione dei fenomeni sociali a

forme di relazioni interpersonali, trascurando l'esistenza e il condizionamento di fattori quali

l'economia, il potere, le classi sociali, gli aspetti storici.

Tutti i fenomeni sociali sono ridotti a oggetti influenzati da relazioni interpersonali.

Dall'altra parte questa prospettiva che mette al centro dell'analisi l'azione sociale, cioè il senso che

ciascuno da ai propri comportamenti, e il senso che ciascuno da ai comportamenti degli altri, questa

prospettiva che ribalta l'agente sociale, l'azione sociale rischia una nuova eziologia, l'immagine cioè

di personalità condizionate dai meccanismi di interazione sociale, personalità che sembrano non

avere né libertà, né forza morale, né la capacità di rispondere alle sollecitazioni esterne in maniera

personale, creativa, reattiva.

Pur rivalutando la teoria sociale, pur mettendo al centro di quest'analisi l'azione sociale, quindi il

senso date alle condotte proprie e degli altri, si trascura il condizionamento di fattori importanti

degli aspetti economici, politici, storici della realtà e si trascurano anche alcune componenti

affettive inconsce, psicologiche, emozionali che influiscono sull'agire individuale.

Il rischio è quello di un'altra eziologia, ossia di personalità condizionate interamente dai

meccanismi di interazione sociale, personalità che non hanno libertà, forza morale, capacità reattiva.

È il problema del LIBERO ARBITRIO. 94

La devianza primaria è per qualcuno solo l'inizio di una carriera deviante, ma per altri è solo un

episodio non decisivo dell'esistenza, e per questi ultimi l'interazionismo simbolico non sembra avere

capacità esplicative.

L'interazionismo simbolico riesce a parlarci solo delle carriere devianti, del soggetto che dopo quel

primo momento sembra necessariamente diventare un ladro, spacciatore ecc.

Ma la realtà non è sempre così! Spesso da un singolo spinello non viene fuori una personalità

deviante da tossicodipendente, spacciatore. Quindi l'interazionismo simbolico in questi casi non ha

alcuna capacità esplicativa.

Si da per scontato questo progresso, ma a volte così non è! La devianza primaria può rimanere un

singolo episodio non decisivo dell'esistenza.

Blumer delinea le premesse alla base dell'interazionismo simbolico → Persona come prodotto di

un'interazione.

Il sé è possibile solo per un essere che diventa oggetto di se stesso, caratteristica ottenibile solo nella

società e per mezzo del linguaggio.

Il significato è quanto si trova oggettivamente come rapporto tra certe fasi dell'atto sociale.

Si apprende il simbolo significante quando si condivide con qualcun altro un segno che si riferisce a

una comune esperienza in atto.

Il comportamento umano non è predeterminato quanto costruito attraverso continui processi

interattivi.

L'interazione, pur essendo giocata in termini di significato di simboli, ha attraverso questi effetti

oggettivi.

I significati socialmente elaborati e convenuti sono manipolati coscientemente dagli individui per

influenzare l'interazione e i comportamenti.

Secondo questo approccio il comportamento non è influenzato da forze interne o esterne, ma dai

processi di interazione sociale.

Affini all'interazionismo simbolico sono L'ETNOMETODOLOGIA, in particolare di Garfinkel e

LA SOCIOLOGIA FENOMENOLOGICA, in particolare di Shutz.

Di Garfinkel si possono ricordare gli “Studi di etnometodologia” del 1967 e di Shutz un libro del

1932 che è la “Fenomenologia del mondo sociale”, oltre ai saggi sociologici.

ETNOMETODOLOGIA → si concentra sulle procedure di creazione della realtà quotidiana, che

altro non sono che l'attività interpretativa del soggetto. L'etnometodologia volge l'attenzione alle

pratiche della vita quotidiana, alle aspettative di routine date per scontate, ai modelli abitudinari di

interazione nel quotidiano, non quindi agli eventi straordinari, l'etnometodologia si concentra sulle

routine quotidiane, sulle procedure di creazione della realtà quotidiana, guardando a come il

soggetto interpreta la realtà quotidiana.

Si concentra su tutte quelle aspettative che vengono date per scontate nelle più comuni interazioni

del quotidiano, non sugli eventi straordinari, perché la premessa di fondo dell'etnometodologia è

che la sociologia deve ancora studiare L'OVVIO come fenomeno, tutto ciò che è ovvio, scontato,

introdurre l'imprevisto, ciò che non è nelle aspettative in quella situazione.

Invece l'interazionismo simbolico, pur condividendo il metodo, il fatto di dare attenzione all'azione

sociale, all'agente sociale, però si concentrava sull'interazione individuo-gruppo sociale, mentre

l'etnometodologia guarda all'attività interpretativa del soggetto, pone l'attenzione sulle procedure di

interpretazione della quotidianità facendo irrompere sulla scena l'imprevisto.

Questi esperimenti sociologici etnometodologici rischiano di non essere verificabili sul piano

empirico per l'irrepetibilità di questo tipo di esperienza intersoggettiva.

Affini all'interazionismo simbolico vi sono due correnti, l'etnometodologia, che si concentra sulle

95

procedure di creazione della realtà quotidiana, la sociologia fenomenologica invece si propone di

studiare l'universo di senso comune, che sottende la vita quotidiana e come le situazioni sociali sono

vissute e costruite dai soggetti.

La sociologia fenomenologica si colloca nella tradizione della sociologia di Weber.

Sono prospettive che offrono un contributo di tipo metodologico, soprattutto in relazione alla

rivalutazione del punto di vista del soggetto agente, più che teorie sono metodi, quindi offrono alla

sociologia della devianza un apporto in termini metodologici, e specialmente in ragione di questa

rivalutazione del punto di vista del soggetto agente, a cui si era disabituati.

E anche un apporto in termini epistemologici, in quanto sono prospettive che portano a

domandarsi quale sia il senso delle categorie che normalmente si utilizzano.

Quindi si fissa un'oggettività in relazione alle scienze sociali.

Queste prospettive offrono un contributo soprattutto in termini metodologici, ma anche in termini

epistemologici quando portano ad interrogarsi sul senso comune, sulle categorie che normalmente si

danno per scontato e sulla domanda eterna se esista una oggettività in relazione alle scienze sociali.

Nella vita di tutti i giorni gli individui si servono del senso comune, si orientano nel mondo facendo

uso di tipizzazioni, di schemi mentali, di stereotipi. Tutte le istituzioni sociali sono sostenute da

questa fitta serie di assunzioni implicite, di presupposti accettati passivamente e quasi mai

problematizzati.

Perché certe norme giuridiche hanno capacità di vincolare, perché certi individui che chiamiamo

giudici possono decidere del destino di patrimoni, di persone, perché certi estranei devono giudicare

le nostre potenzialità agli esami. Queste sono le domande del quotidiano.

Tutto questo è possibile perché gli individui si muovono in un'esistenza sociale già formata,

preformata e dotata di un significato che di regola gli individui accettano e non mettono in

discussione.

La realtà che conta per l'individuo, l'amministrazione, la scuola, la chiesa, lo Stato, il diritto si

presentano come una costruzione sociale preesistente, in cui l'individuo non deve far altro che

riprendere dei modi di ragionamento condivisi.

Al riguardo un libro notevole è quello di Berger e Luckmann studiosi che hanno sviluppato il

concetto relativo all'Altro generalizzato in particolare con il testo “La realtà come costruzione

sociale” del 1966.

I termini chiave sono “realtà” e “conoscenza”, date per scontate.

In questo libro i due autori propongono un'analisi sociologica della realtà della vita quotidiana e in

particolare della conoscenza che guida la condotta nella vita quotidiana.

La sociologia della conoscenza interpreta la realtà umana come realtà costruita socialmente.

La realtà si presenta come costruzione sociale preesistente.

L'uomo da per scontata la propria realtà e la propria conoscenza.

Tutto questo vale anche per la devianza, per i comportamenti devianti, quindi anche il giudizio sulla

negatività sociale è una costruzione sociale, è cioè il risultato di processi culturali di definizione, di

tipizzazione di ciò che è male, di ciò che è amorale, di ciò che è asociale, ad un passo dalle teorie

dell'etichettamento.

Anche il giudizio sulla negatività sociale, su ciò che è amorale, è male è una costruzione sociale, in

quanto risultato di processi culturali di definizione e di tipizzazione di ciò che è male, negativo,

immorale, asociale. TEORIE DELL'ETICHETTAMENTO

Le teorie dell'etichettamento, Labelling approach o Teorie della reazione sociale si affermano in

America agli inizi degli anni '60, anche se opere importanti di questo indirizzo erano già state

96

pubblicate nei 20 anni precedenti.

Il contesto sociale, storico è fondamentale per il successo di questa teoria.

L'America degli anni '60 è l'America di Kennedy, quindi periodo delle lotte per i diritti civili e in

particolare delle lotte contro la segregazione razziale, le lotte sulle diseguaglianze sul fondamento

etico, in quanto i neri sono discriminati nei trasporti, nei ristoranti ecc.

America degli anni '60 quando Alì conquista la medaglia d'oro in Europa e tornato negli USA la

getta in un fiume quando non lo fanno entrare in un ristorante.

La società bianca americana quindi acquisisce consapevolezza della stigmatizzazione, della

ghettizzazione compiuta a danno delle minoranze, e in particolare delle minoranze nere.

Il contesto per queste teorie è importante.

La teoria dell'etichettamento è un modo per prendere coscienza e per criticare gli abusi commessi

dal potere in generale e dagli organi del controllo, dagli organi della reazione sociale in particolare.

È una prospettiva che si sposta sulla REAZIONE SOCIALE.

Dal punto di vista teorico è chiara la derivazione di questa prospettiva dall'interazionismo simbolico

e dalla etnometodologia.

Gli autori e i libri sono moltissimi!

TANNENBAUM:

Il capostipite delle teorie dell'etichettamento può esser considerato TANNENBAUM, e nel suo

libro “Crime & Community” del 1938, “Il crimine e la comunità” l'autore parla della forte

funzione simbolica che hanno nelle nostre società la polizia, il tribunale, il carcere, tutti gli organi

più importanti del controllo sociale.

Questi organi hanno il compito di drammatizzare il male pubblicamente, infatti Tannenbaum parla

proprio di DRAMMATIZZAZIONE del MALE ossia di amplificare la trasgressione, la

deviazione, di isolare le personalità devianti.

Nel momento in cui questo avviene, l'etichetta deviante diviene nella considerazione sociale la

qualità principale della persona.

Per questo autore il comportamento criminale deriva da un conflitto tra due distinte definizioni di

comportamento conforme, ossia un conflitto tra un individuo, e la società nel suo complesso.

Quando questo processo di drammatizzazione del male vi è stato ormai per la reazione sociale quel

comportamento deviante è l'etichetta che costituisce ormai la qualità principale della persona.

LEMERT:

Altra opera molto caratteristica è “Patologia sociale “ di LEMERT del 1951, importante per la

distinzione tra devianza primaria e secondaria.

Con questo autore l'attenzione si sposta decisamente sulla REAZIONE SOCIALE.

Nell'incipit dell'opera egli scrive che “Noi partiamo dall'idea che le persone, i gruppi siano

differenziati in vari modi, alcuni dei quali producono sanzioni sociali, rifiuto e segregazione. Queste

sanzioni e queste reazioni di esclusione da parte della società e della comunità sono fattori dinamici,

che aumentano o diminuiscono e condizionano la forma assunta dall'iniziale differenziazione e

deviazione”.

Per Lemert una teoria della devianza basata sul principio della reazione sociale deve esser incentrata

su questa distinzione tra delinquenza primaria e secondaria.

La delinquenza primaria deriva da un contesto complesso, di volta in volta diverso di fattori

culturali, sociali, psicologici. I primi comportamenti devianti possono derivare da varie cause, la

povertà, l'influenza del gruppo all'interno del quale ci si forma, il caso.

La deviazione primaria è poligenetica, ossia è il prodotto di tutta una serie di cause, di fattori

97

sociali, culturali, psicologici, fisiologici, che si combinano in forme occasionali o ricorrenti.

Questo fa capire che la teoria dell'etichettamento ha un atteggiamento polemico nei confronti del

paradigma eziologico, ma solo per contestarne il ruolo che sino a quel momento era dominante, ma

non per negarne del tutto il paradigma eziologico, ma contestarlo perché era considerato

predominante.

DELINQUENTE PRIMARIO → è un deviante ai primi passi che ancora non si percepisce come

tale. Se a un certo momento interviene la reazione sociale, se il poliziotto lo scopre, lo incrimina, il

giudice lo condanna e magari finisce in carcere ecc. tutti questi elementi hanno un effetto

psicologico sull'individuo.

Il delinquente primario è un deviante ai primi passi che ancora non si percepisce come deviante e se

interviene la reazione sociale tutti questi eventi hanno effetti psicologici sull'individuo.

La persona che si scontra con gli organi del controllo sociale, definita e trattata da essi come

deviante, può fare di questa etichetta una identità reale.

Per Lemert il processo di etichettamento, ossia il controllo/scontro con gli organi controllo, ha un

rischio molto elevato di creare la devianza secondaria.

Il comportamento deviante diviene un mezzo di difesa, di attacco o di adattamento rispetto ai

problemi creati dalla reazione sociale alla prima devianza.

Il processo di etichettamento che passa attraverso la reazione sociale, comporta un grande rischio

che da quella devianza primaria scaturisca una devianza secondaria.

In Lemert si evidenzia uno dei postulati fondamentali della teoria dell'etichettamento → se trattiamo

una persona come criminale è probabile che prima o poi lo diventi davvero.

Dalla devianza primaria può scaturire la devianza secondaria.

La persona che non abbia una definita immagine di sé, soprattutto dopo il primo atto di devianza

primaria, può accettare quella immagine di se stesso offertagli dagli altri, modificando la propria,

che è già instabile e in disequilibrio.

Il feedback, tutto ciò che non torna indietro svolge un ruolo decisivo nella nuova definizione di sé.

Lemert descrive il processo verso la devianza secondaria in questi termini:

1) Devianza primaria, primo comportamento deviante.

2) Sanzioni sociali al primo comportamento deviante.

3) Ulteriore devianza primaria.

4) Sanzioni e emarginazioni più intense, in cui la sanzione del controllo sociale si fa più forte.

5) Ulteriore devianza seguita da ulteriore ostilità, risentimento, che sono la reazione sociale alla

devianza.

6) La crisi tocca la soglia della tolleranza manifestandosi attraverso la stigmatizzazione

formale del deviante da parte della comunità.

7) Perpetrazione della condotta deviante in reazione alla stigmatizzazione e alle pene subite.

8) Accettazione finale dello status sociale di deviante e adattamento al ruolo ad esso.

Il processo di etichettamento si conclude quando la persona etichettata accetta l'etichetta come

un'identità reale.

Controllo sociale attivo → è un processo tendente a promuovere, e a realizzare mete, valori e

forme di integrazione sociale, tipico della società moderna.

Controllo sociale passivo → è dato dalla conformità alle norme tradizionali

Sulla scia di Lemert possiamo considerare un altro sociologo del diritto.

98

SCHUR:

Schur → “Diritto e Società” del 1968, tradotto in Italia col titolo “Sociologia del diritto”.

E a noi interessa il testo “L'etichettamento del comportamento deviante” del 1971.

In Schur ancor più fortemente che in Lemert c'è la tendenza ad accentuare il significato

dell'etichettamento seguito alla devianza primaria come una sorta di causa alla devianza secondaria.

In un certo senso si può dire che la criminalizzazione della devianza è causa del comportamento

criminale. Mentre in passato la domanda chiave era perché A commette reati mentre B non ne

commette, oggi i sociologi si chiedono quali sono le conseguenze sociali che discendono dalla

definizione di un certo comportamento come criminale.

In particolare quali sono le conseguenze per quanto concerne il processo di sviluppo della

percezione di sé come criminale, e il processo di adeguamento a tale ruolo.

In questo libro del '71 “L'etichettamento del comportamento deviante” vi sono delle riflessioni sulle

tossicodipendenze.

Secondo Schur l'identità dei tossicodipendenti viene costituita molto di più dal controllo e dalla

reazione sociale che dalla qualità delle droghe stesse.

Esser sorpresi a fumare una sola volta può esser sufficiente per essere etichettati come drogati.

Da questa etichetta segue l'emarginazione da parte degli enti scolastici, familiari e può avvenire che

la persona finisca per accettare l'identità deviante e inizi effettivamente una vita da tossicomane.

Sulla stessa scia di Lemert.

Allora se questo è vero nei confronti dei comportamenti meno gravi delle personalità più fragili, in

particolare dei giovani, l'intervento migliore è il NON INTERVENTO, perché diversamente il

rischio concreto dell'etichettamento è quello di generare una carriera deviante.

BECKER:

L'opera più importante della Teoria dell'etichettamento è “Outsiders” di Becker del 1963, il quale

diversamente da Lemert e Schur, non distingue tra devianza primaria e secondaria, ma si occupa

dell'etichettamento non tanto come causa di devianza secondaria o come generatore di carriera o

vite devianti, ma si concentra sulle conseguenze della stigmatizzazione, sul marchio sociale che

proviene dall'etichettamento.

Il punto fondamentale per Becker è che la DEVIANZA è integralmente una costruzione sociale.

Riconosciuto questo per Becker si tratta solo di capire chi sono gli outsiders, le persone etichettate

come devianti e si tratta di capire perché proprio loro e non altri.

La linea di confine con la criminologia positivistica è indicata dallo stesso Becker che sostiene che i

gruppi sociali creano la devianza creando le regole la cui violazione costituisce un atto deviante e

poi applicando queste regole a persone particolari ed etichettandole come outsiders.

Da questo punto di vista la devianza non è una qualità dell'atto che la persona compie, ma la

conseguenza dell'applicazione da parte di altri di regole e sanzioni su colui che le infrange.

Il Deviante è qualcuno a cui l'etichetta è stata applicata con successo.

Il comportamento deviante è il comportamento che la gente etichetta in questo modo.

Ormai c'è stata quella identificazione con l'etichetta.

La devianza è nello sguardo di chi osserva e di chi ha il potere di giudicare.

Al limite per Becker un comportamento trasgressivo, deviante, può mancare del tutto, ma

l'importante è che qualcuno, che abbia il potere di farlo, imputi con successo qualcosa a qualcun

altro, anche senza comportamento deviante!

È la reazione a un certo comportamento a creare devianza.

99

Per assurdo può esserci devianza senza che nulla sia stato commesso solo perché a una persona

viene imputato un certo fatto e viene punita per questo fatto.

Con Becker la domanda non è più perché le persone diventano criminali, ma com'è che le persone

vengono etichettate come devianti.

Il problema più importante diviene individuare con quali criteri sono scelti i clienti abituali della

reazione sociale.

(Becker in un altro testo mette in evidenza come esistano status egemoni, predominanti, tratti

preponderanti, primari della persona (il sesso, l'orientamento sessuale, la professione) e status

secondari, ausiliari, importanti, ma secondari.)

Per Becker se si fa attenzione alle qualità, allo status, alla ricchezza, all'etnia dei soggetti finiti nelle

maglie della giustizia penale il risultato è inequivocabile perché l'etichettamento genera una

discriminazione a danno dei soggetti più deboli, delle fasce più marginali.

Ritorna con Becker l'immagine della devianza da deprivazione sociale, perché si vede una

discriminazione a danno dei soggetti più deboli, delle classi più disagiate.

Quali sono i caratteri salienti delle teorie dell'etichettamento?

Le teorie dell'etichettamento:

1) In primo luogo tendono a mettere il soggetto deviante in secondo piano. Da questo punto

di vista presentano delle affinità con le Teorie Classiche, dalle quali le Teorie

dell'etichettamento si distinguono perché non sono in senso proprio le teorie del reato, in

quanto non studiano gli atti criminali, le fattispecie, il dolo e la colpa, ma analizzano la

reazione sociale al reato, quindi la reazione del legislatore, della polizia, dei giudici.

2) Un altro aspetto delle Teorie dell'etichettamento consiste nel fatto che la devianza non sia

una qualità intrinseca del comportamento, ma è una qualificazione soggettiva, contingente

e mutevole a seconda del contesto sociale e del periodo da parte degli organi della reazione

sociale. Sono evidenti le anticipazioni della Teoria di Durkheim, il quale sosteneva che lo

spirito pubblico si posa dove vuole. Deviante è ciò che si definisce deviante.

3) Il deviante non è un soggetto particolare, non ha necessariamente anomalie di tipo fisico o

psicologico (Lombroso), e al limite non è nemmeno necessaria la commissione di qualcosa,

secondo Becker, ma è sufficiente che il soggetto sia stato investito dalla reazione sociale.

Questa è la circostanza fondamentale che rende possibile che egli venga etichettato come

deviante.

4) I comportamenti devianti successivi al primo etichettamento (la devianza secondaria)

sono fortemente condizionati dall'identità deviante in tal modo acquisita. Non soltanto la

società, ma lo stesso soggetto tende ad identificarsi con il nuovo ruolo, con la nuova

immagine di sé, con l'etichetta.

5) L'etichettamento ha più elevata probabilità di colpire gli individui deboli, che hanno una

posizione marginale nella società, perché sono gli individui con poco o nessun potere di

contrastare il processo della reazione sociale. Se è deviante ciò che viene definito tale, e io

non ho il potere di definizione evidentemente sono tra questi soggetti colpiti.

Sulla base di queste premesse le politiche criminali devono subire un cambiamento profondo:

1) Ai soggetti più deboli, soprattutto ai GIOVANI, deve essere evitato per quanto possibile

l'incontro con la giustizia e il processo penale. Meglio non agire. Nei confronti dei soggetti

giovani in una situazione problematica sono più adatti programmi di recupero da parte di

istituzioni non repressive, quali la comunità, i lavori socialmente utili, la terapia, sostegno in

regime di assistenza sociale.

2) Deve essere favorita la depenalizzazione delle condotte meno gravi e in particolare la

depenalizzazione dei comportamenti senza vittima, i reati senza vittima, le condotte senza

100

vittima. Il campo tradizionale di queste istanze di depenalizzazione è il consumo delle

droghe e delle sostanze stupefacenti.

3) Condanna delle istituzioni chiuse, considerate pericolose in quanto rafforzano l'identità

deviante. Deve cioè essere favorita la de-istituzionalizzazione. Si parla di OPG, Manicomio

giudiziario, sostituiti da programmi di cura del disagio mentale con strutture sanitarie aperte.

07/05/2015

MATZA:

Con questo autore statunitense chiudiamo con la criminologia americana. Matza è uno studioso

importante spesso associato alla tradizione dei teorici dell'etichettamento, sebbene sia un autore

difficilmente inquadrabile, e lui è restio a farsi incasellare in questa categoria. È uno degli studiosi

può autorevoli nel campo della devianza minorile. Matza nasce nel 1930 e poi sviluppa le sue

teorie subito dopo la Scuola di Chicago e i primi teorici dell'etichettamento.

Matza è un criminologo che ha un approccio metodologico di tipo partecipativo, descrittivo, da

lui definito NATURALISTICO alla devianza.

La premessa di un tale approccio è che occorre studiare il comportamento sociale dei soggetti

dall'interno, all'interno della loro realtà quotidiana, dal punto di vista di chi lo agisce, dal punto di

vista del protagonista, del soggetto agente e questo richiama le dottrine già viste in precedenza.

Bisogna guardare il comportamento sociale dell'agente.

Si tratta di un approccio che si stacca, o permette di staccarsi da quella concezione di devianza

come fenomeno provocato da fatti sociali, che condizionano il soggetto, che fungono da controllo

del soggetto.

Matza prende le distanze da tali tipi di approccio perché ritiene che questi abbiano un atteggiamento

di tipo correzionale, di tipo moralistico, in quanto se la devianza è qualcosa di cui ci si deve liberare

quei tipi di approcci andavano a guardare le cause per correggere ciò che non funzionava. Quindi

questi approcci correzionali, per Matza rischiano di perdere completamente il fenomeno, perché

spostano l'attenzione sui problemi di causalità, di eziologia, e quindi non sono in grado di cogliere il

fenomeno nella sua realtà.

Questo tipo di approcci correzionali, moralisti non sono in grado di cogliere il fenomeno nella loro

realtà, ma va recuperato il punto di vista di chi agisce.

L'indagine secondo Matza deve esser volta a comprendere in maniera empatica il mondo a cui il

deviante appartiene, per comprenderlo dall'interno.

Con un approccio di questo tipo, definito da Matza naturalistico, volto a cogliere il fenomeno

dall'interno, dal punto di vista sociale del soggetto che agisce, ci si accorge che in realtà il reo, il

criminale, il deviante non commette il reato o il comportamento deviante in maniera così disinvolta

come si tende a pensare, a credere. Matza vuole sottolineare che i devianti, i rei, i criminali

avvertano spesso un senso di colpa, di vergogna per i loro comportamenti.

Questa concezione dei devianti come soggetti che non commettono reati, comportamenti devianti,

non conformi in maniera disinvolta, come se non fossero sensibili al codice normativo della società,

ma Matza invece ritiene che soprattutto gli adolescenti devianti spesso avvertono un senso di colpa

e anche di vergogna, quindi non hanno un atteggiamento neutro rispetto al codice normativo, come

si tende a pensare perché anche i soggetti devianti sono sensibili al codice normativo della

società, e tale codice normativo è piuttosto ambiguo in relazione alla liceità o meno di alcuni

comportamenti, in quanto non è sempre così chiaro cosa è lecito e cosa è illecito, in alcuni casi vi è

un confine ambiguo.

Matza critica la teoria della subcultura di Cohen e l'impostazione seguita dai seguaci della

101

Scuola di Chicago, ossia la II scuola di Chicago ed è critico di questi approcci perché disegnano i

devianti come soggetti che non si conformano alla morale tradizionale per seguire un codice

normativo altro, alternativo (subculture).

Perché è critico?

Perché secondo Matza anche i devianti, i rei, sono sensibili al codice normativo e anzi tendono a

condividere lo stesso sistema di valori del resto della popolazione.

Secondo questo autore anche i delinquenti, i devianti, i rei, sono legati al sistema di valori

dominanti, e proprio per questo sono liberi di farsi delinquenti, rei e quindi commettono il crimine,

il reato attraverso l'uso di TECNICHE DI NEUTRALIZZAZIONE che non sono altro che

strategie psicologiche che permettono al soggetto di sospendere temporaneamente, ma solo

temporaneamente la fedeltà a quei sistemi di valori cui anche i soggetti devianti aderiscono, tramite

queste tecniche di neutralizzazione, strategie psicologiche, si sospende temporaneamente la fedeltà

a quei valori e si aprono quegli spazi di libertà necessari per commettere il reato.

Questa concezione della devianza è sintetizzata in questo studioso nel concetto di DERIVA, ossia

la momentanea sospensione rispetto al sistema di valori dominanti.

È un concetto attraverso cui l'autore vuole sottolineare la convergenza tra la cultura del deviante, del

reo e quella del soggetto conforme.

Il funzionalismo aveva invece scorrettamente, secondo questo autore, teorizzato una frattura e

un'alterità del comportamento deviante rispetto a quello conforme, in realtà per Matza questa

frattura, alterità non c'è perché le culture dei devianti e dei conformi si compenetrano a vicenda.

I fenomeni qualificati come patologici, come devianti sono per quest'autore dei modelli differenziati

che provocano disapprovazione.

Il deviante porta alla luce in realtà elementi della cultura di cui è permeata l'intera società, ossia la

devianza per Matza è diffusa in tutta la società, e i valori clandestini, non conformi si ritrovano in

tutti i ceti sociali, non vi è questa frattura presupposta dagli approcci di tipo funzionalistico.

Infatti il soggetto deviante prova spesso un senso di vergogna, un senso di colpa proprio perché

aderisce anche lui ai valori dominanti della società.

In un articolo del '57 Matza mette in luce che l'aspetto specifico del deviante consiste proprio

nell'atteggiamento di NEUTRALIZZAZIONE, atteggiamento che serve al deviante per attenuare,

per sospendere temporaneamente il vincolo normativo.

Tramite le tecniche di neutralizzazione il deviante tende a giustificare, a razionalizzare il suo

comportamento, ad autogiustificarsi per rendere più accettabile la sua condotta deviante, in primo

luogo a se stesso.

Secondo questo autore è proprio l'apprendimento e l'utilizzo di queste tecniche di neutralizzazione

che attenuano il vincolo normativo che porta il soggetto a deviare.

Quindi non è il rifiuto dei valori e della morale correnti a portare il soggetto a deviare, ma proprio

l'apprendimento e l'utilizzo di tali tecniche di neutralizzazione.

Il soggetto quindi non devia perché rifiuta i valori e la morale corrente.

Questo autore individua 5 TECNICHE DI NEUTRALIZZAZIONE, strategie psicologiche:

1) Negazione della responsabilità → consiste nel far ritenere che gli atti criminali, devianti,

siano il prodotto di forze che sfuggono al controllo del soggetto, quindi il soggetto verrebbe

attirato in situazioni che sfuggono al suo controllo e quindi devia, commette il reato. Questa

tecnica di neutralizzazione si riassume nelle parole “non volevo farlo”.

2) Negazione del danno → questa tecnica si sostanzia nel dire che gli atti criminali commessi,

gli atti devianti agiti non arrecano danni, in quanto la vittima può permettersi di subire

questa perdita, quel danno. Questa tecnica di neutralizzazione si riassume nell'espressione

“non intendevo fare male a nessuno”. Si nega il danno, e se il danno esiste la vittima

102

tuttalpiù poteva permetterselo.

3) Colpevolizzazione o negazione della vittima → si giustifica il comportamento criminale,

deviante a fronte di un torto subito dalla vittima, “è colpa sua”, la vittima meritava di subire

il danno. O è colpa sua oppure non esiste nessuna vittima.

Questa strategia si riassume nell'espressione “mi hanno portato sino a questo punto”, è

stata la vittima a portarmici, e io sto solo reagendo a un torto subito da lei oppure non esiste

nessuna vittima.

4) Condanna di chi condanna → è la condanna di chi condanna, di chi giudica. Quelli che mi

condannano o sono ipocriti o reagiscono per vendetta. L'espressione tipica è “ce l'hanno

con me”.

5) Il richiamo a valori più alti, a forme di lealtà nobili → ossia si tende a dire che le regole

sociali vanno messe in secondo piano di fronte a richieste provenienti da persone importanti

a cui il deviante deve fedeltà, lealtà. L'espressione tipica è “non l'ho fatto per me, ma per

salvare qualcun altro”, l'ho commesso per salvare Tizio a cui devo lealtà. Ho agito quel

comportamento deviante per un valore più importante di quello sostanziato dalla regola

sociale.

Queste strategie, queste tecniche di neutralizzazione pongono in essere il punto di vista del soggetto

deviante, del soggetto agente.

Il comportamento deviante, criminale può esser definito da questo autore come tale, deviante,

criminale nel momento della deriva, momento di sospensione temporanea, in cui il soggetto si

svincola temporaneamente dalle norme della società, per agire il comportamento deviante per poi

rientrare nell'ambito della conformità al sistema di valori comune.

È sensibile al codice normativo tanto che anche il deviante fa propria la terminologia del resto della

popolazione, il linguaggio – colpevole, innocente, giusto, sbagliato -, quindi l'adolescenza non ha

una devianza alternativa alla cultura tradizionale.

L'adolescente è un soggetto ambivalente e questa sua ambivalenza costituisce la chiave per

spiegare certi fenomeni di devianza minorile, fatta di giovani che hanno imparato a de-

responsabilizzarsi, in quanto queste strategie permettono la DE-RESPONSABILIZZAZIONE.

Per tale ragione l'impulso delle politiche è stato quello di mettere l'accento sulle esigenze di

responsabilizzazione del minore, per responsabilizzare il minore ad esempio attraverso

l'inasprimento delle pene, da alcuni autori molto criticato.

Oltre a queste politiche si hanno anche altre misure, ossia le misure alternative, pensate in questa

ottica di responsabilizzazione del minore.

Negli USA ad esempio è in voga l'istituto della PROBATION, ossia la messa alla prova in

alternativa al carcere e consiste soprattutto nei lavori socialmente utili.

FINE CRIMINOLOGIA AMERICANA

CRIMINOLOGIA EUROPEA:

CRIMINOLOGIA INGLESE

A partire dagli anni '60 del secolo scorso in Inghilterra matura l'indirizzo della TEORIA

RADICALE DELLA DEVIANZA.

Questa teoria è riconducibile alle teorie del conflitto, conflittuali, che presuppongono il

CONFLITTO come caratteristica della vita e della società.

Il conflitto per alcune teorie è un elemento naturale della vita della società, per altre teorie come per

quelle marxiste è un elemento innaturale, benché onnipresente nella storia dell'umanità.

103

L'indirizzo della Teoria radicale della devianza nasce da un giudizio critico nei confronti della

sociologia americana, da un giudizio critico sia verso gli approcci funzionalisti americani, sia

verso la micro-sociologia della Scuola di Chicago.

È un approccio critico degli approcci funzionalisti giudicati negativamente per il fatto di occultare

le dinamiche reali, conflittuali delle contraddizioni sociali, dei conflitti sociali.

Ma critica anche la micro-sociologia della Scuola di Chicago in quanto troppo distante dalla

tradizione europea, che è macro-sociologica, una tradizione di visione globale dei problemi sociali.

Gli APPROCCI CONFLITTUALI al cui interno si è ricondotta la teoria radicale della devianza,

vanno inseriti fra le macro-teorie, che si focalizzano più sulla natura della società in generale,

globale, e non sul comportamento individuali dei singoli.

Gli approcci conflittuali hanno riacceso interesse per il sistema penale.

Per la teoria radicale della devianza la devianza è parte di un contesto di dinamiche sociali che deve

essere preventivamente ricostruito.

In questa prospettiva è prevalente la RIPRESA DI UN APPROCCIO MARXISTA, anche sulla

scia dei movimenti giovanili (siamo nel '68) e anche per le fortune teoriche della Scuola di

Francoforte, Scuola di Adorno, di Habermas e di Rusche e Kirchheimer.

Ripresa di un approccio marxista nel campo della sociologia della devianza significa postulare che

la società moderna capitalistica crei le condizioni politiche e economiche per l'esistenza del crimine,

della devianza, ossia che sia l'economia capitalistica a generare la criminalità, i comportamenti

devianti, non conformi, disegnandone le condizioni.

In questo panorama sono 2 le opere meritevoli di citazione.

1) “Lo stereotipo del criminale” di Denis Chapman, opera del 1968, tradotto in Italia 3 anni

dopo.

2) “La nuova criminologia” di Taylor, Walton e Young, opera del 1973 tradotta 2 anni dopo in

Italia con un altro titolo “Criminologia sotto accusa”.

DENNIS CHAPMAN:

Dennis Chapman, autore de “Lo stereotipo del criminale”, fa comprendere gli sviluppi critici che

emergono dal confronto con la criminologia americana.

Il punto di partenza è l'interazionismo simbolico, tuttavia nella versione di uno degli autori più

europei tra gli americani ossia Goffman, più vicino alla visione tradizionale europea.

Goffman aveva studiato i meccanismi di interazione sociale in una prospettiva durkheimiana, ossia

quella del pensiero collettivo che agisce sull'identità personale, e in particolare Goffman aveva

analizzato i rituali sociali delle istituzioni di segregazione, di contenimento, ossia i penitenziari, gli

ospedali, gli alberghi dei poveri.

Goffman non si riesce molto ad inquadrare nella prospettiva americana, e proprio per questo non è

criticato da Chapman, a differenza della sociologia americana, ma anzi Chapman si rifà al suo

pensiero.

Goffman ha avuto una grande influenza anche su Franco Basaglia.

Aveva analizzato le istituzioni totali, e in particolare aveva analizzato i rituali sociali di queste

istituzioni di segregazione dal punto di vista dello scontro tra difesa dell'individualità da una parte e

strategie di addomesticamento dell'istituzione dall'altra.

Goffman si sofferma sul ruolo esercitato dalle istituzioni totali nella fissazione dell'identità deviante,

nel passaggio tra devianza primaria e devianza secondaria, nella strutturazione della carriera

criminale, deviante. 104

Uno dei paragrafi di questo testo si intitola “La carriera morale del malato mentale”, una parte

pubblicata da Goffman qualche anno primo come articolo autonomo.

Introduzione del testo di Goffman.

Le ISTITUZIONI TOTALI nella nostra società possono esser raggruppate in 5 categorie:

“Primo, le istituzioni nate a tutela di incapaci non pericolosi (istituti per ciechi, vecchi, orfani o

indigenti). Secondo, luoghi istituiti a tutela di coloro che, incapaci di badare a se stessi,

rappresentano un pericolo - anche se non intenzionale - per la comunità (sanatori per tubercolotici,

ospedali psichiatrici e lebbrosari). Il terzo tipo di istituzioni totali serve a proteggere la società da

ciò che si rivela come un pericolo intenzionale nei suoi confronti, nel qual caso il benessere delle

persone segregate non risulta la finalità immediata dell'istituzione che li segrega (prigioni,

penitenziari, campi per prigionieri di guerra, campi di concentramento). Quarto, le istituzioni

create al solo scopo di svolgervi una certa attività, che trovano la loro giustificazione sul piano

strumentale (furerie militari, navi, collegi, campi di lavoro, piantagioni coloniali e grandi fattorie,

queste ultime guardate naturalmente dalla parte di coloro che vivono nello spazio riservato ai

servi). Infine vi sono le organizzazioni definite come "staccate dal mondo" che però hanno anche la

funzione di servire come luoghi di preparazione per religiosi (abbazie, monasteri, conventi ed altri

tipi di chiostri)”.

“Uno degli assetti sociali fondamentali nella società moderna è che l'uomo tende a dormire, a

divertirsi e a lavorare in luoghi diversi, con compagni diversi, sotto diverse autorità o senza alcuno

schema razionale di carattere globale. Caratteristica principale delle istituzioni totali può essere

appunto ritenuta la rottura delle barriere che abitualmente separano queste tre sfere di vita. Primo,

tutti gli aspetti della vita si svolgono nello stesso luogo e sotto la stessa, unica autorità. Secondo,

ogni fase delle attività giornaliere si svolge a stretto contatto di un enorme gruppo di persone,

trattate tutte allo stesso modo e tutte obbligate a fare le medesime cose. Terzo, le diverse fasi delle

attività giornaliere sono rigorosamente schedate secondo un ritmo prestabilito che le porta dall'una

all'altra, dato che il complesso di attività è imposto dall'alto da un sistema di regole formali

esplicite e da un corpo di addetti alla loro esecuzione. Per ultimo, le varie attività forzate sono

organizzate secondo un unico piano razionale, appositamente designato al fine di adempiere allo

scopo ufficiale dell 'istituzione”.

“Nelle istituzioni totali c'è una distinzione fondamentale fra un grande gruppo di persone

controllate, chiamate opportunamente "internati", e un piccolo staff che controlla. Gli internati

vivono generalmente nell'istituzione con limitati contatti con il mondo da cui sono separati, mentre

lo staff presta un servizio giornaliero di otto ore ed è socialmente integrato nel mondo esterno. (2)

Ogni gruppo tende a farsi un'immagine dell'altro secondo stereotipi limitati e ostili: lo staff spesso

giudica gli internati malevoli, diffidenti e non degni di fiducia; mentre gli internati ritengono

spesso che il personale si conceda dall'alto, che sia di mano lesta e spregevole. Lo stafI tende a

sentirsi superiore e a pensare di aver sempre ragione; mentre gli internati, almeno in parte,

tendono a ritenersi inferiori, deboli, degni di biasimo e colpevoli”.

“Così com'è ridotta la possibilità di comunicare fra un livello e l'altro, è altrettanto limitato il

passaggio di informazioni, in particolare quelle che riguardano i piani dello staff nei confronti dei

ricoverati. Il ricoverato è escluso, in particolare, dalla possibilità di conoscere le decisioni prese

nei riguardi del suo destino. Che ciò accada nel campo militare (viene allora nascosta agli

arruolati la destinazione del loro viaggio) o medico (si nasconde la diagnosi, il trattamento e la

lunghezza della degenza prevista per i pazienti tubercolotici) (6) questa esclusione pone lo staff ad

un particolare punto di distanza dagli internati, conservando una possibilità di controllo su di

loro”. 105

L'istituzione totale è un ibrido sociale, in parte comunità residenziale, in parte organizzazione

formale; qui sta appunto il suo particolare interesse sociologico. Esse sono luoghi in cui si forzano

alcune persone a diventare diverse, si tratta di un esperimento naturale su ciò che può essere fatto

del sé.

Dennis Chapman riprende da Goffman ad esempio la “TEORIA DEL FRAME”, cornice, quadro.

Il frame è lo schema interpretativo che serve a inquadrare e a dare significato a un certa serie di

condotte, di avvenimenti.

Si ha sempre sullo sfondo l'interazionismo simbolico.

Chapman però parla di STEREOTIPO, quindi questa questione viene definita stereotipo, e ritiene

che gran parte del lavoro dei sociologi nella criminologia sia inutilizzabile proprio perché essi

partono da definizioni di stereotipi, che pregiudicano sin dall'inizio l'indagine sociologica,

compromettendo il corso e i risultati dell'indagine.

Gli organi del controllo sociale, e gli organi delle istituzioni segreganti, di contenimento (carcere,

manicomi, alberghi dei poveri) selezionano i devianti secondo certe griglie di lettura dominanti.

Gli organi del controllo sociale, delle istituzioni segreganti si servono di determinati stereotipi, la

provenienza, l'età, il grado di scolarità, il disagio familiare, l'uso e abuso delle sostanze stupefacenti

ecc.

Si prendano due azioni uguali. Una stessa azione (furto, violenza sessuale ecc.) verrà giudicata

come criminale o giustificata a seconda che ricorrano o meno certi stereotipi sociali.

Se il soggetto ha un basso grado di scolarità, è giovane, è figlio di divorziati, fuma marijuana

aumentano le possibilità che venga selezionato come deviante, mentre diminuiscono se è figlio di

buona famiglia, se è maturo, se ha uno status sociale buono ecc.

Inoltre nel momento in cui le istituzioni adoperano questi stereotipi inevitabilmente li rafforzano, li

rinsaldano.

Allora la persona individuata come deviante ha più difficoltà a reintegrarsi nella società, ma è

oggettivamente e socialmente spinto a una carriera criminale.

Chapman si serve di Goffman, ma lo supera nella direzione che d'ora in avanti si considera

caratteristica tipica della criminologia europea, ossia i problemi sociali, di interazione sociale sono

inseriti nella prospettiva più ampia del sistema di relazioni sociali propri delle nostre società

borghesi a capitalismo avanzato.

È evidente il recupero della tradizione sociologica europea, ossia quella che viene da Comte, la

visione globale dei problemi sociali.

Chapman però non è marxista e tuttavia scrive chiaramente che la distribuzione sociale degli

stereotipi di deviante avviene sulla base della struttura di classe.

Le possibilità che entri in funzione il processo di selezione della criminalità aumentano nei

confronti dei soggetti delle classi inferiori, perché sono meno protetti dalle istituzioni in cui sono

inseriti, perché hanno minori possibilità di difendere la propria vita privata, e hanno minori risorse

per sfuggire al controllo o per difendersi in un eventuale processo. Quindi sono più soggetti a

stereotipi.

Quindi si pensi al furto di un dirigente, e al furto di un impiegato. L'impiegato ha meno possibilità e

risorse anche di difendersi in un eventuale processo.

TAYLOR, WALTON E YOUNG:

“LA NUOVA CRIMINOLOGIA” → è un'opera dichiaratamente di impostazione marxista.

Questa è una Teoria sociale della devianza e a giudizio di questi autori la criminalità può essere

intesa solo facendo riferimento alle relazioni di classe, alle relazioni di potere proprie di una

106

determinata società. Secondo questi autori la criminalità può esser compresa solo facendo

riferimento alle relazioni, ai rapporti di classe, ai rapporti di potere propri di una determinata

società, e la devianza, la criminalità deve essere inserita in questo contesto di problemi sociali, ossia

deve esser ricollegata alla necessità dei detentori del potere economico, del potere politico di

affermare un ordine sociale coerente con una organizzazione di tipo capitalistico.

Da questo punto di vista la devianza non è una patologia del sistema sociale, ma è il risultato di

operazioni di controllo della popolazione volte a isolare i comportamenti più pericolosi dal

punto di vista delle classi dominanti, dal punto di vista di chi detiene il potere politico ed

economico e che hanno necessità di costituire un ordine coerente con l'organizzazione, una società

di tipo capitalistico.

La devianza è un momento significativo dei tentativi delle classi dominanti di conservare il

potere. Di conseguenza per questi autori è possibile considerare la devianza come un evento

fisiologico all'interno di rapporti inevitabilmente conflittuali tra chi ha il potere e chi è escluso da

questo potere.

Devianti, criminali sono quelli più pericolosi per questo ceto dominante.

È un adattamento della teoria durkheimiana sulla normalità del reato ad una visione marxista e

conflittuale dell'ordine sociale.

Questa dimensione politica della devianza emerge in particolare in occasione delle campagne di

legge, di ordine pubblico, campagne volte a isolare e a reprimere i soggetti più pericolosi dal punto

di vista dell'ordine costituito (chi ha stili di vita alternativi, l'attivista politico, il leader di particolari

movimenti, l'omosessuale).

Se da una parte è comprensibile l'esigenza di inserire i comportamenti devianti nel contesto più

ampio dei rapporti economico-sociali, delle nostre società borghesi di capitalismo avanzato (tipico

della criminologia europea) dall'altro questa immagine del deviante, del criminale non convince nel

senso che risulta troppo riduttiva. Sembra quasi che nell'ottica di questi autori siano devianti solo i

soggetti politicizzati, o con qualche disposizione soggettiva o oggettiva alla politicizzazione.

Sembrano devianti solo i soggetti all'opposizione dell'ordine borghese dominante, in qualche senso

politicizzati, sul fronte opposto rispetto all'ordine costituito borghese dominante.

La critica è alla concezione di azione criminale, deviante come scelta sempre consapevole e

cosciente di operare contro il sistema borghese, come se i soggetti devianti fossero sempre quelli

che scelgono consapevolmente di operare attraverso l'illegalità, attraverso la devianza contro il

sistema borghese politico.

Quindi viene fuori questa devianza come azione politica tout-court, in questo senso riduttivo.

In questo tipo di concezione il deviante, il criminale viene quasi idealizzato, si parla di un

approccio quasi romantico alla devianza, in quanto il deviante è presentato come

l'anticonformista, come il soggetto che si oppone alle convenzioni sociali e elabora un progetto

alternativo di esistenza, un progetto alternativo di rapporti sociali.

Dall'altra parte i criminologi marxisti inglesi finiscono per disinteressarsi della criminalità più

grave, di quei comportamenti in cui non si percepisce affatto il tentativo di questa vita non allineata

con le convenzioni sociali (grande criminalità organizzata, alla criminalità delle classi dominanti,

corruzione, concussione, peculato, la criminalità dei colletti bianchi).

BARATTA → “Criminologia critica e critica del diritto penale”. Nella prospettiva della

criminologia critica la criminalità non è qualità ontologica di determinati comportamenti e

individui, ma è uno status assegnato attraverso una duplice selezione. In primo luogo la selezione

dei beni protetti penalmente e dei comportamenti offensivi di questi beni assunti nelle fattispecie

penali, in secondo luogo la selezione degli individui stigmatizzati tra tutti gli individui che

107

compiono infrazioni a norme penalmente sanzionate. Con Baratta si parla di garantismo attivo e

garantismo passivo, diritto penale come extrema ratio.

TAYLOR, WALTON E YOUNG sono criticati da Baratta perché una volta appurato che

l'intervento penale tende a criminalizzare soprattutto gli individui appartenenti specialmente ai

gruppi più deboli e marginali della società essi finiscono per occuparsi solo di questo tipo di

devianti, paradossalmente disinteressandosi della criminalità più grave dei colletti bianchi.

In questo modo paradossalmente e contrariamente all'intenzione di questi autori dichiaratamente

marxisti si riproduce lo stereotipo dominante del criminale, che corrisponde essenzialmente

all'immagine degli individui che stanno al punto più basso della scala sociale.

Invece le condotte di maggiore dannosità sociale, che hanno un impatto più grande dal punto di

vista sociale sono quelle realizzate dai soggetti dotati dello status sociale più elevato.

Baratta critica questi autori perché è profondamente convinto che bisogna evitare che proprio questa

criminalità resti fuori dal campo di osservazione.

Le concezioni relativistiche sul modello di Durkheim, su quello dei teorici dell'etichettamento, non

devono far dimenticare che il male esiste, che ci sono situazioni problematiche e che richiedono un

intervento pubblico per difendere gli interessi degli individui e dei gruppi sociali.

Quindi Baratta critica i criminologi marxisti inglesi.

I tipi di concezione di stampo relativistico fanno distogliere lo sguardo dal fatto che esista il male, e

questo per Baratta è pericoloso.

Per dare questa definizione di NEGATIVITÀ SOCIALE, Baratta si basa su una TEORIA DEI

BISOGNI che affonda le sue radici in Hobbes, e poi sviluppata dal giovane Marx, per cui ciascuno

è portatore di bisogni concreti, reali, volti a sviluppare e conservare la propria esistenza.

In questo modo la criminologia critica arriva a un rovesciamento del concetto di devianza, o

meglio a un rovesciamento del concetto di comportamento negativo.

Qual è la condotta veramente negativa, veramente deviante?

È quella che reprime i bisogni fondamentali dell'individuo, dell'uomo il bisogno alla vita, il

bisogno allo sviluppo della propria personalità, il bisogno a condurre un'esistenza dignitosa, il

diritto all'istruzione, ossia l'oppressione dei più deboli da parte dei più forti.

Le condotte di minoranze privilegiate, prepotenti a danno di gran parte dei dominati.

Se tutto ciò è vero qual è l'intervento migliore dal punto di vista pubblico?

Politiche sociali di protezione efficace di quei diritti fondamentale = garantismo attivo.

Allora non è il diritto penale lo strumento, il carcere, ma sono politiche sociali volte a proteggere

questi diritti fondamentali.

La devianza più grave è l'attentato ai bisogni fondamentali della persona.

È necessaria una politica integrata dei diritti e delle libertà fondamentali.

108 11/05/2015

MICHEL FOUCAULT:

È sulla scia della criminologia critica del diritto penale di Baratta.

Foucault nasce a Poitiers nel 1926, muore a Parigi di AIDS nel 1984, è un omosessuale, è uno

studioso eclettico, versatile, non propriamente un sociologo della devianza, ma che sa muoversi in

diverse prospettive e disciplina.

Dal 1970 ha insegnato al College de France per 14 anni sino a pochi mesi prima di morire.

Foucault combina, spesso inventandoli diversi metodi di indagine e si sorprende ad escogitare il

metodo nel momento in cui si trova di fronte l'oggetto di studio che attira la sua attenzione.

Gli oggetti di studio sono → la follia, la malattia, la criminalità, la sessualità a cui si aggiunge la

verità, tema trasversale comune a tutti i filosofi.

Di ciascuno di questi temi Foucault fa anche un'esperienza particolare nella sua storia di vita

personale.

Si ammala e muore di AIDS (la malattia), lavora e svolge ricerca presso un ospedale psichiatrico (la

follia), è più volte imprigionato, in Francia e in Tunisia (la criminalità) ed essendo omosessuale

alcuni dei suoi lavori, delle sue opere sono considerati un pilastro nell'ambito dei gender status,

specie nel tema dell'eteronormatività (la sessualità).

Il positivismo francese, specialmente Comtiano si congiunge con il pensiero di Nietzsche.

Positivistica in Foucault è la valutazione antropologica per cui l'umanità evolve da uno stadio

teologico, ad uno stadio metafisico e infine, con la modernità, stadio positivo.

Questi sono i 3 stadi abbracciati da Comte.

IL PRIMO STADIO TEOLOGICO → coincide per Comte con l'infanzia del pensiero,

dell'umanità, quando si ritiene che i fenomeni dipendano dal soprannaturale, dai feticci, da un

insieme di dei, o da un dio unico (monoteismo).

IL SECONDO STADIO METAFISICO → in cui prevalgono i concetti astratti e universali, la

materia e la ragione degli illuministi che imprigionano però il pensiero.

IL TERZO STADIO POSITIVO → Per Comte solo con lo stadio positivo, con la filosofia

positiva in cui la ragione non è più quel concetto astratto e universale dello stadio metafisico, ma è

finalizzata alla prassi, per Comte solo con lo stadio positivo si raggiunge la maturità dell'umanità e

del pensiero.

La valutazione della razionalità moderna risente del pessimismo di Nietzsche, autore di cui

Foucault subisce di più l'influenza, da lui più amato.

Qual è la valutazione pessimistica?

L'illuminismo, lo sviluppo scientifico, il progresso della tecnica, la democrazia, i diritti umani, non

comportano per Foucault, così come per Nietzsche, una reale emancipazione dell'umanità, ma al

contrario producono nuove forme di assoggettamento.

Foucault come Nietzsche attribuisce grandi responsabilità al cristianesimo, in particolare

ascetico nell'opera di assoggettamento dell'umanità.

Il potere moderno, la razionalità moderna per Foucault getta le sue radici nel potere pastorale

sviluppato dalle sette cristiane.

Per Foucault l'età dei lumi, l'illuminismo non ha portato società più libere, non ha portato a una

reale emancipazione degli esseri umani, ma ha generato società asservite, nuove forme di

assoggettamento, società in cui le libertà dipendono da costanti iniezioni di controllo sociale, non

sono reali libertà e il prezzo di questa libertà è la sorveglianza costante.

109

In particolare Foucault parla di una serie di DISPOSITIVI che ritiene condizionare fortemente le

nostre forme di vita, sia come individui, sia come collettività.

Foucault fa riferimento a diversi dispositivi, da considerare come meccanismi di controllo sociale.

Ci occuperemo del dispositivo disciplinare in particolare.

Per quanto riguarda gli altri dispositivi di controllo sociale:

1. DISPOSITIVO BIOMEDICO → ha a che fare con il sovra-potere della medicina, vista

da Foucault come un sapere-potere che avrebbe prodotto stadi medici aperti, avrebbe sovra-

medicalizzato migliaia di cose che non rientrano nel campo della medicina, fra queste vi è la

sfera della sessualità.

2. DISPOSITIVO BIOPOLITICO → ha a che fare con la politica nella vita o meglio con la

presa in carico della specie umana nel suo insieme, con il governo delle popolazioni. Il

bersaglio della biopolitica ossia del biopotere è la popolazione, non il singolo. La funzione

di questa forma di potere originariamente sarebbe di tipo eudemonistico, ossia si tratterebbe

in origine di una forma di potere che mira ad assicurare la felicità, il benessere di questa

massa di corpi, di individui, regolandone le esistenze, quindi mortalità, natalità, morbilità,

indici di salute, una serie di calcoli sulle popolazioni. È una forma di potere benefico che

mira a prendersi carico di questi individui riuniti in collettività ricomprendendone le

esistenze dalla culla alla tomba. L'unica esplicita definizione foucaultiana in questa

particolare forma di potere chiamata biopotere si trova all'inizio della prima lezione del

corso “Sicurezza, territorio e popolazione” al College de France, che Foucault tiene nel

1978. Nel College de France ogni professore ogni anno propone ai suoi studenti una ricerca

che ha fatto nell'anno precedente. Nella prima lezione di questo corso Foucault definisce

(unica esplicita definizione di Foucault del biopotere) il biopotere come l'insieme dei

meccanismi grazie ai quali i tratti biologici che caratterizzano la specie umana diventano

oggetto di una politica, di una strategia di politica e una strategia generale di potere.

Parlando della biopolitica Foucault ha sempre a cuore la messa in luce delle contraddizioni

del liberalismo a cui attribuisce l'invenzione di insidiosi meccanismi che si manifestano

cruentemente nei periodi di guerra quando il biopotere si rovescia in tanto potere, nel potere

di morte con l'assunzione di logiche di stampo razzista. Queste sono le responsabilità

attribuite da Foucault al liberalismo.

3. DISPOSITIVO DI SESSUALITÀ → sta al crocevia tra il dispositivo biopolitico e quello

che si indirizza non alla specie umana, non alle popolazioni, ma all'individuo, ossia il

dispositivo disciplinare. Il sesso sarebbe l'elemento di raccordo, di cerniera, di connessione

di due assi lungo i quali si è sviluppata tutta la tecnologia politica della vita. Questi due assi

sono quello biopolitico e quello disciplinare. Quindi il sesso è lo strumento di raccordo tra il

micropotere sul corpo individuale (dispositivo disciplinare), e il macropotere sulla specie

umana (dispositivo biopolitico).

4. DISPOSITIVO PARRESIASTICO, che ha a che fare con la parresia, con la storia della

verità, con la storia della pratica della confessione, pratica trovata sin dall'inizio di

“Sorvegliare e punire”. La confessione ha diffuso lontano i suoi effetti nella giustizia, nella

medicina, nella pedagogia, nei rapporti familiari, nelle relazioni amorose ecc. Ci si confessa

per tutto in pratica. In Occidente l'uomo è diventato una bestia da confessione.

DISPOSITIVO DISCIPLINARE → si indirizza all'individuo, è un dispositivo che si connette a

quello biopolitico ed è tratteggiato bene nell'opera “Sorvegliare e punire” del 1975, uno dei testi

più controversi di Foucault, che fa ancora discutere.

In questo testo Foucault si propone di svelare le ragioni per cui la prigione, un'istituzione

notoriamente fallimentare rispetto agli scopi dichiarati di risocializzazione, di rieducazione

un'istituzione che fabbrica devianti, produce delinquenti, perché una tale istituzione sopravviva.

Conosciamo tutti gli inconvenienti della prigione e come sia pericolosa e inutile e tuttavia non si

110

vede con quale altra cosa sostituirla. Essa è la detestabile soluzione di cui non si saprebbe fare a

meno.

Sorvegliare e punire è un'opera di fenomenologia analitica della pena e in particolare di

fenomenologia della sanzione detentiva.

Tutto ciò che è fuori dal carcere interessa meno a Foucault.

Il rapporto penale tra il condannato, il reo e le istanze del controllo sociale sono la manifestazione

più evidente dei rapporti di potere della modernità.

Si interessa poco a quello che sta fuori dal carcere perché in questo rapporto si ha la più evidente

manifestazione dei rapporti di potere della modernità.

Il libro esprime innanzitutto una tesi storiografica molto precisa.

In Occidente tra la fine del '700 e i primi decenni dell''800 si produce una profonda

trasformazione del mondo penale.

Da sanzioni atroci, cruente che hanno di mira il corpo del condannato (supplizi medievali, il rogo, la

tortura, i marchi) si passa a sanzioni più docili, in prevalenza detentive, che hanno come obiettivo

l'anima del reo.

Muta soprattutto la finalità della sanzione che da punitiva tende a divenire correzionale, ossia si

vogliono creare individui conformi, corpi conformi, docili, disciplinati, normalizzati.

Secondo Foucault il sistema dei supplizi perdura, sopravvive nel medioevo perché si coniuga bene

con la prima fase della modernità, caratterizzata dal potere dell'assolutismo e il supplizio,

soprattutto esibito, mostrato al pubblico, deve rendere chiaro il significato della pena.

Se tutti i reati tendono ad essere presentati come crimini di lesa maestà, la pena di conseguenza

dovrà consistere nella vendetta del sovrano, del re e il corpo del condannato, del reo deve mostrare

a tutti gli effetti la forza del potere del re che si vendica, deve divenire testimonianza della volontà

restauratrice del re, del monarca.

Con il '700, con l'illuminismo, quindi con le rivoluzioni inizia la GRANDE TRASFORMAZIONE

DELLA PENALITÀ. Con l'illuminismo il diritto penale inizia ad essere codificato, si richiede la

previsione precisa di fattispecie di reato, la proporzione, la nettezza delle pene, la riforma in senso

garantistico dei processi.

Per Foucault le nuove teorie giuridiche sono l'aspetto superficiale di una trasformazione più

profonda che investe tutte le relazioni di potere.

La rivoluzione industriale, lo sviluppo del capitalismo, l'accelerazione dei connotati economici del

processo della modernità, mutano gli atteggiamenti nei confronti della criminalità.

Da un lato il potere è sempre più rappresentato dai ceti proprietari, è un potere economico, il potere

della classe che si prepara alla rivoluzione, che si prepara a spazzare via gli ultimi residui

dell'Ancient regime.

Dall'altro questa trasformazione che avviene ai vertici del potere fa si che la devianza considerata

più grave sia quella che preoccupa maggiormente i nuovi potenti, la criminalità delle classi

popolari, della proprietà come il contrabbando, il furto.

Questi mutamenti fanno apparire il sistema penale dell'assolutismo sempre più eccessivo e

inefficace.

Si richiede un potere, un sistema sanzionatorio più rapido, più razionale, più certo, caratterizzato da

un controllo sociale più esteso e da un sistema sanzionatorio uniforme in tutto il territorio nazionale.

Con le riforme del diritto, giuridiche si richiede un sistema sanzionatorio diverso!

Cambia la rappresentazione della pena.

La pena deve essere una sanzione in grado di far presa sulla mente dei cittadini capaci di fare

calcolo, deve essere un segnale percepibile delle nuove idee sulla normalità della condotta, piuttosto

che una manifestazione eccessiva e spettacolare della collera del re, del sovrano.

111

Il sistema sanzionatorio deve essere funzionale al sistema di potere.

Questo scenario porta al TRIONFO DELLA PENA DETENTIVA, del carcere, che si afferma

come strumento correttivo, piuttosto che di espiazione, di sottomissione dell'individuo futuro

piuttosto che di condanna dei comportamenti passati.

Da pena punitiva a sanzione correzionale.

Il carcere deve conformare l'individuo del futuro, piuttosto che punire i comportamenti passati.

Tutto l'armamentario tecnico del carcere (il silenzio, il lavoro, l'isolamento notturno ecc.) serve

all'obiettivo di trasformazione, di addomesticamento, di sottomissione dell'individuo con

FINALITÀ CORREZIONALE.

Senonché questa correzione, trasformazione non vuole in realtà generare dei bravi cittadini, non ha

finalità di socializzazione secondo Foucault, ma VUOLE CREARE DEGLI INDIVIDUI

DEBOLI, marchiati dal carcere senza un'effettiva capacità di emanciparsi dal destino di una

carriera criminale, delinquenziale. Crea individui marchiati a vita dal carcere, quindi individui

quasi destinati alla carriera criminale.

Il carcere fabbrica i delinquenti, la devianza, isola i malformati, gli asociali, i devianti e li rende

dipendenti dalle istituzioni di controllo sociale.

L'individuo che esce dalla prigione non è un individuo risanato, risocializzato, ma un individuo

debole, marchiato a vita dall'esperienza detentiva, per questo isolato, debole, meglio individuabile e

meglio controllabile e dipendente a vita dalle istituzioni di controllo sociale.

Incipit “Sorvegliare e punire” → si fa riferimento allo strazio del corpo, al supplizio. Già nella

seconda riga c'è il tema della confessione. Si assiste allo strazio di un corpo, corpo di Daniels

bestemmiatore accusato di parricidio, in cui si legge di un corpo squartato, torturato e fatto a pezzi

per poi essere infine incenerito sulla pubblica piazza parigina, un corpo torturato a cui si chiede di

confessare il proprio crimine, di testimoniare il proprio crimine e la giustizia della condanna.

Questo è quello che si voleva da quel corpo, gli si chiedeva di dire che fosse giusta la sua condanna

e invece tace.

Successivamente si fa riferimento a un regolamento di 3/4 di secolo dopo in cui si fa riferimento ad

un regolamento di una casa di correzione per giovani detenuti a Parigi che fa pensare non a corpi

straziati, torturati, ma a corpi disciplinati che si muovono a mo' di soldatini in uno spazio e tempo

minuziosamente regolati.

In “Storia della follia” e “Nascita della clinica” Foucault riporta regolamenti di alcuni OPG, di

cliniche mediche.

Per Foucault potremmo prendere un regolamento qualunque perché queste istituzioni di controllo

sociale si somigliano tutte.

Per Foucault questo tipo di istituzioni di controllo sociale che emettono questi regolamenti si

assomigliano un po' tutte e specialmente nel mostrare come meri luoghi di contenimento divengano

ad un certo punto luoghi di correzione, di addestramento, di normalizzazione, luoghi volti a

trasformare gli individui in corpi docili, in corpi utili, secondo Foucault, a servire le esigenze del

potere.

Inizialmente la prigione era un luogo di passaggio in attesa del processo penale, gli ospedali erano

un luogo di raduno di poveri e mendicanti in attesa della morte.

Questi luoghi si trasformano e divengono luoghi di correzione, trasformazione, per trasformare gli

individui in corpi docili, conformi, utili alle esigenze del potere.

L'innescarsi del DISPOSITIVO DISCIPLINARE crea il passaggio per la trasformazione di questi

luoghi.

La trasformazione degli individui è dovuta al potere disciplinare, che è un potere modesto se

112

confrontato alla maestosità della sovranità attraverso i suoi apparati.

Pensa al Panopticon.

La disciplina fabbrica gli individui, esercizio della disciplina che presuppone un dispositivo che

costringe attraverso il controllo, e dispositivo che permette lo strutturarsi di osservatori della

molteplicità umana in cui anche i controllori sono sorvegliati, la sorveglianza attraversa tutto il

corpo sociale.

La disciplina fa funzionare un potere relazionale che si sostiene sui suoi propri meccanismi e che

allo splendore delle manifestazioni sostituisce il gioco ininterrotto di sguardi calcolati.

Il Panopticon rappresenta per Foucault il simbolo e il modello pratico di questo mutamento della

penalità.

Il Panopticon è il modello di questa nuova forma di potere del dispositivo disciplinare, che agisce

facendo giocare il controllo, la sorveglianza costante, gli sguardi calcolati e permanenti, potere tanto

meno corporale quanto PIÙ SAPIENTEMENTE FISICO.

Il Panopticon è un progetto ideato da Bentham nel 1791 e il suo modello architettonico prevede un

edificio a forma concentrica, con una struttura ad anello, con una torre centrale, all'interno vi sono

le celle isolate le une dalle altre da muri, ciascuna cella ha due finestre una verso l'esterno l'altra

verso la torre centrale, che è dotata di finestre cosicché l'unico guardiano ha la possibilità di

osservare in ogni momento tutti i prigionieri, ai quali il sorvegliante rimane invisibile.

I condannati devono così avere la percezione di essere sempre osservati, ma non sanno quando e se

lo sono.

Questa nuova forma di potere non si fonda nemmeno sulla sorveglianza costante, ma sulla

percezione della sorveglianza costante, ossia sulla produzione in ciascuno del super-io, per cui

ciascuno si auto-sorvegli, si auto-disciplini, si auto-normalizzi.

Tramite questa percezione costanza di sorveglianza dei corpi si vuole ottenere la sorveglianza e il

controllo dell'anima, per cui il bersaglio della pena smette di essere il corpo per dirigersi

sull'anima.

Il punto focale per Foucault è la definizione del cambiamento in termini qualitativi, del

cambiamento che attraversa il sistema penale tra il 1750 e il 1820 individuando quale oggetto del

mutamento il bersaglio della pena (l'anima del reo).

La punizione non è più concepita come castigo per il reato compiuto, smette di essere punitiva, ma

diviene il mezzo per correggere o per convertire l'artefice del comportamento deviante, criminale in

un individuo normale, conforme, in un addomesticato animale del gregge (Nietzsche).

Si tratta di un'esecuzione che tocca la vita piuttosto che il corpo e anticipa il biopotere, la

biopolitica. Il biopotere prende in carico la vita dalla culla alla tomba.

Il PANOPTICON rappresenta il modello, il prototipo della società disciplinare, dell'ortopedia

sociale, ossia la nostra società è interamente interessata da meccanismi disciplinari, che disciplinano

controllando.

Per Foucault il Panopticon è una macchina meravigliosa che chiunque può far funzionare e è

polivalente nelle sue funzioni, è un progetto incline a valere per più istituzioni, non solo per il

carcere. Le sue funzioni sono emendare i prigionieri, curare gli ammalati, istruire gli scolari,

sorvegliare gli operai, far lavorare gli oziosi, per custodire i pazzi.

Le istanze di controllo sociale per Foucault si somigliano tutte infatti.

Tutte queste istituzioni tendono alla normalizzazione degli individui, ed è uno scopo che

perseguono tutte tramite una stessa economia dei corpi, che mette in campo una particolare

relazione tra potere e sapere in cui la sorveglianza diviene punto di riferimento centrale.

Il potere esercitato dalle istituzioni panottiche prende il nome di panottismo, definito da Foucault

come un tipo di potere che si esercita sugli individui sotto forma di sorveglianza individuale e

113

continua, sotto forma di controllo, di punizione e di ricompensa e sotto forma di correzione vale a

dire di formazione di trasformazione degli individui in funzione di determinate norme.

Questo triplice aspetto del panottismo, sorveglianza, controllo e correzione sembra essere una

dimensione fondamentale e caratteristica dei rapporti di potere che esistono nella nostra società.

È significativo in proposito che Foucault dichiari in un'intervista che avrebbe dovuto intitolare il

libro “Punire e sorvegliare” e non “Sorvegliare e punire” a sottolineare che LA

SORVEGLIANZA CONTINUA, IL CONTROLLO SOCIALE È IL VERO FULCRO DELLA

PENA, la punizione è il pretesto per sorvegliare, per controllare, è la scusa per l'esercizio del

controllo sociale.

Non è verosimile che vi siano dei gruppi sociali senza sistemi di punizione, ma tutti i gruppi sociali

hanno i loro sistemi di punizione, mentre ciò che è caratteristica della nostra società è la

sorveglianza, che è il modo singolare, una delle maniere non proprio di punire, ma di far funzionare

il potere punitivo.

È la sorveglianza a far funzionare questo potere punitivo e non il contrario, inducendo nei detenuti

un perpetuo autocontrollo, produzione del super-io.

Questo era appunto l'obiettivo del Panopticon → l'auto-sorveglianza.

Scopo della pena è la normalizzazione, la correzione, l'addomesticamento, più che vera e propria

punizione.

La pena deve rendere docili, conformi per rispondere a determinate esigenze, per Foucault politiche

ed economiche inerenti al controllo sociale.

Dalle prime pagine di “Sorvegliare e punire” si capisce che Foucault analizza due modelli punitivi,

ossia il supplizio, di stampo medievale in cui la punizione è manifestazione spettacolare, pubblica,

visibile del potere monarchico diretta a togliere la vita al reo, al condannato davanti al popolo,

dall'altro c'è la sanzione detentiva, il carcere che è un supplizio privato, non più pubblico, il

popolo non assiste più alla pena, non si vede più il condannato mentre esegue la pena, non si vede

più la pena.

Nell'800 la pena si dice si sarebbe fatta più mite, più umana, divenendo una mera tecnica di

controllo e di coercizione dell'individuo.

Tra il 1830 e il 1848 si entra nell'età della sobrietà punitiva, in cui la pena è più sobria e umana

anche se permane un fondo suppliziante. In carcere il corpo sconta anche privazioni e sofferenze

fisiche, percosse, astinenza, privazione sessuale, razionamento alimentare, isolamento.

Non è più pena corporale come per i supplizi.

Finita la tragedia dei supplizi medievali, inizia una commedia con figure d'ombra, voci senza volto.

L'apparato della giustizia deve mordere su questa realtà senza corpo.

Con l'illuminismo, con l'età della ragione si dice che la pena si sarebbe addolcita e questa era l'idea

di Durkheim, che per Foucault va in relazione col progresso simpatetico per gli esseri umani, con la

“simpatia” per l'essere umano, per l'importanza dell'individuo messo al centro del mondo, per cui lo

stesso sentimento che si riconosce alla vittima si riconosce anche all'autore dell'illecito.

Il medesimo valore che spinge a vendicare la vittima, non si può non indirizzare in qualche modo

anche al reo in virtù dell'esaltazione dell'individuo, e questo obiettivo si raggiunge mitigando le

pene.

Un'altra tesi diffusa nel periodo in cui Foucault scrive è quella di Rusche e Kirchheimer, che sono

due marxisti della scuola di Francoforte secondo cui quindi la durezza della pena è relativa

all'economia, quindi con un surplus di manodopera, come nell'Alto Medioevo la pena è più cruenta,

sino alla pena di morte perché il mercato del lavoro è saturo, non ha bisogno di questa manodopera,

mentre dopo l'alto medioevo, nell'epoca mercantilistica in cui si hanno carestie che decimano la

114

popolazione, grandi guerre, peste, tutti questi fattori abbassano il livello demografico quindi si ha

bisogno di questa manodopera e allora si sviluppano galere coloniali, lavori forzati per formazione

al lavoro.

La pena corrisponde alle esigenze economiche sostenendo gli interessi di una classe a scapito di

un'altra. Il diritto penale è determinato dalla struttura, dall'economia.

La relazione offerta-domanda di lavoro indirizza l'atteggiamento, il modello penale.

Ruche e Kirchheimer ritengono che le istituzioni creano sì l'umanità deviante, come evidenzia

Foucault, ma creano contemporaneamente il destino di questi esseri umani, trasformarli in

lavoratori, in operai quando serve o condannarli a una pena capitale quando le condizioni del

mercato del lavoro fanno sì che sia impensabile una loro risocializzazione utile da un punto di vista

economico, risocializzazione impensabile nella storia finale della pena detentiva, dopo la

rivoluzione industriale quando le braccia da lavoro hanno perso valore per via del progresso

tecnologico, ossia quando il lavoro in carcere non è più redditizio, non conviene.

Per Foucault il carcere non è affatto una pena più umana e tanto meno rieducativa, in quanto

non risocializza, ma continua a imporsi come pena dominante perché persegue fini economici,

politici, come messo in luce da Ruche e Kirchheimer.

Foucault mira a svelare l'ipocrisia degli illuministi che avrebbero creato l'ossimoro della violenza

benefica che aiuta e redime, che risocializza, incarnata nell'istituto carcerario, ma in realtà per

Foucault vale anche per gli altri luoghi di contenimento, di risocializzazione, gli istituti, gli ospedali

psichiatrici ecc.

Questa idea di imprigionare per correggere, di tenere la persona prigioniera sino a che non si

corregge è un'idea bizzarra e senza fondamento.

Quando Foucault scrive ci si era già resi conto del fallimento del carcere, in quanto il carcere

produce devianza, non risocializza, non rieduca! Il carcere favorisce le condizioni prima per la

recidiva e poi per una carriera deviante, criminale.

Le condizioni che favoriscono la recidiva e poi la carriera deviante e criminale, sono quelle che

avvengono in carcere → la stigmatizzazione, la demoralizzazione, l'isolamento, il contatto con gli

altri delinquenti, le varie privazioni.

Allora le ragioni della sopravvivenza di questo istituto va ricercata proprio nel suo fallimento

apparente, e la verità è che non si vuole sostituire in realtà il carcere, perché funziona benissimo

per i suoi veri scopi, ossia L'ETICHETTAMENTO DEI DETENUTI.

1.In primo luogo il carcere trasforma gli individui in utenti delle istituzioni di controllo, creano

l'umanità debole, marginale, dando lavoro agli agenti del controllo sociale, che sono figure ad hoc

che nascono proprio in quei decenni, tra cui si trovano gli assistenti sociali, che sono mestieri creati

ad hoc.

Con la giustizia moderna pullulano i piccoli funzionari dell'ortopedia morale, proliferano i

professionisti della disciplina, dell'assoggettamento, psicologi, criminologi, assistenti sociali,

funzionari che al contempo sono educatori, medici, giudici.

In “Nascita della clinica” Foucault parla di un clero terapeutico che cura, giudica, insegna.

I piccoli funzionari dell'ortopedia morale devono controllare e curare insieme, devono rendere

docili e capaci, i professionisti della disciplina, della normalità, dell'assoggettamento proliferano

contestualmente ai saperi, alle discipline e nascono infatti la criminologia, la psicologia, la

letteratura poliziesca.

In primo luogo il carcere allora trasforma gli utenti delle istituzioni di controllo. Foucault ha sempre

in mente la critica al liberalismo, alle società liberali che sopravvivono come società libere grazie a

iniezioni del controllo sociale, queste società per essere libere devono dotarsi di agenti del controllo

sociale e la prigione è l'esempio lampante della sottrazione della libertà, bene giuridico per

eccellenza del liberalismo. 115


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pinkyale89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Scudieri Laura.

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