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Paradigmi

In sociologia, come in molte altre discipline, fondamentale è trovare un accordo su che cosa effettivamente sia l'oggetto che si sta studiando. Thomas Kuhn ha dato una definizione di questi accordi, chiamati specificatamente paradigmi scientifici, ovvero visioni generali del mondo che uniscono teoria e ricerca empirica (pratica). Un paradigma diventa tale dal momento in cui viene condiviso da tutti i membri (o quasi) di una determinata comunità scientifica. Quando ciò accade, si è in un periodo chiamato di scienza normale, ma per la maggior parte delle volte, soprattutto in una disciplina come la sociologia, si è in un periodo di rivoluzione scientifica, dove viene messo in discussione il paradigma precedente per adottarne uno nuovo.

La sociologia è una disciplina fortemente multi-paradigmatica, ovvero non c'è mai stato un paradigma che abbia sovrastato gli altri, essi convivono e sono in competizione tra di loro.

Positivismo

Nel mondo c'è una realtà oggettiva che esiste fuori da noi e la sociologia può essere conosciuta così come la natura. Realtà oggettiva significa che non c'è nessun tipo di legame tra il ricercatore e l'oggetto ricercato, il primo è completamente imparziale e oggettivo, la sua soggettività non deve assolutamente influenzare la ricerca. Un'affermazione è vera se e solo se rispecchia la realtà oggettiva senza influenza soggettiva; i fatti sono indipendenti dalle teorie.

Neo-Positivismo

Negli anni Trenta del ‘900, cercano di riadattare in chiave moderna il positivismo di seconda metà ‘800. Rimane la convinzione che ricercatore e oggetto ricercato siano indipendenti, cambia la concezione dell’oggettività pura sostituita da un’oggettività probabilità statistica: La realtà è conoscibile, ma non del tutto.

Interpretativismo

È un rigetto del positivismo, non esiste realtà oggettiva conoscibile. La realtà sociale è conosciuta attraverso un’interpretazione soggettiva, si interpretano i fatti sociali. La conoscenza sociologia si caratterizza come comprensione dell’azione sociale, delle sue cause e sulla costruzione di idealtipi che spiegano tipologie e ricorrenze.

Costruzionismo

La realtà sociale è l’insieme di cose che interpretiamo come tali, ovvero l’insieme di cose che vengono costruite socialmente dagli individui, interpretate e condivise. La realtà è una costruzione sociale, non c’è assolutamente oggettività.

Paradigmi dell'azione e della struttura

Ci sono due paradigmi all’interno del quale si colloca ogni teoria sociale, chiamati paradigma dell’azione e paradigma della struttura. Il paradigma della struttura studia la società partendo dalla società stessa, è la società che spiega gli individui, non viceversa. L’individuo in un mondo sociale preformato, cresce in un determinato ambiente, assume i valori, le credenze, le visioni del mondo, i modi di pensare e le abitudini che vigono in quella società in cui è nato e nell’ambiente in cui vive. Tutto ciò condizionerà fortemente la sua esistenza: ciò non vuol dire che l’individuo non sia libero di fare delle scelte, ma che esse saranno sicuramente condizionate dal contesto.

All’interno di questo paradigma si possono collocare sicuramente Marx e Durkheim.

  • Marx: Quando parla del conflitto tra borghesia e proletariato, non vede un’altra soluzione ipotetica, non pensa che i membri delle due classi possano comportarsi in maniera differente: Il proletariato è costretto a vendere alla borghesia la sua forza lavoro per guadagnarsi da vivere.
  • Durkheim: Quando parla di fatti sociali, dimostra come anche il suicidio, ovvero un gesto estremamente individualistico, può essere collegato a cause sociali.

Il paradigma dell’azione, al contrario, ha come unità di analisi l’individuo e le sue relazioni con altri individui. Per spiegare la società è necessario ricondurla a comportamenti e azioni di chi abita nella società, quindi gli attori sociali e cogliere il significato che per essi rivestono.

  • I fenomeni macroscopici devono essere ricondotti alle loro cause microscopiche.
  • Per spiegare le azioni individuali è necessario tener conto dei motivi degli attori sociali.

Il sociologo Max Weber ha posto i fondamenti di questo paradigma, sia con lo studio compiuto nell’opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, sia lo studio sulle diverse tipologie di azioni.

Teoria

La teoria è una formulazione logicamente coerente formata da principi e leggi generali e definizioni che cercano di descrivere, interpretare, classificare e spiegare la realtà e i fenomeni.

Teoria sociale

Le teorie sociali sono concezioni sistematiche dei rapporti tra individui e società, sono cornici analitiche che servono a comprendere il mondo sociale.

Karl Marx

Karl Marx, filosofo tedesco, non si è mai considerato un sociologo, ma moltissimi sociologi sono partiti dalle sue teorie per elaborarne delle nuove. Ha dato un enorme contributo a questa disciplina. Per Marx, i rapporti sociali sono rapporti economici e di potere che si instaurano all’interno della società. L’economia è così importante perché tutte le società producono un surplus economico, ovvero producono collettivamente più beni di quelli necessari a soddisfare i propri bisogni materiali minimi qualora tali beni fossero distribuiti equamente. Il problema, però, è proprio questo: i beni non sono distribuiti in modo equo poiché libero accesso ad esse ce l’ha solo la classe dominante. Marx parla in termini di classe sociale, per indicare quell’insieme di persone che condividono lo stesso interesse economico sulla base della relazione con i mezzi di produzione, ovvero se ne hanno la proprietà o meno.

In ogni società quindi ci sono due classi: il proletariato, che non possiede alcun mezzo di produzione ed è costretto a vendere l’unica cosa che possiede, ovvero la forza lavoro, per guadagnarsi da vivere e mantenere sé stesso e la sua famiglia; e la borghesia che detiene il capitale, i mezzi di produzione e la forza lavoro dell’operaio che gli ha venduto in cambio di un salario. Questo gap tra ricchi e poveri è da sempre presente nella storia, Marx individua infatti tre modi di produzione: nelle società antiche (schiavi e padroni), nelle società feudali (contadini e proprietari terrieri) e infine nelle società capitalistiche (proletariato e borghesia).

Questi tre modi di produzione al loro interno si dividono in forze di produzione e rapporti sociali di produzione. Le forze di produzione sono i macchinari e gli strumenti utilizzati per produrre beni, i rapporti sociali di produzione sono il modo in cui le persone si organizzano per svolgere un’attività che serve a produrre quei beni. Queste due classi antagoniste stanno in un rapporto di conflitto tra di loro poiché i principi dell’una sono diametralmente opposti ai principi dell’altra, ma il filosofo tedesco non vede nel conflitto una cosa negativa, anzi, egli pensava che producesse il mutamento sociale e che ogni società al suo interno contenesse una dialettica: ogni società produce le forze sociali per il suo superamento.

Nella sua opera “Il manifesto del partito comunista”, scritta con Engels, i due filosofi elaborano una soluzione utopica che non avrà mai la sua realizzazione: Così come i capitalisti avevano rovesciato il feudalesimo, il proletariato è destinato a rovesciare il capitalismo e ciò che li spingerà ad agire sarà l’abbassamento dei salari che porterà gli operai ad una rivoluzione e ad un’instaurazione di una società socialista, senza classi e senza proprietà privata. Questa teoria è comunemente chiamata teoria della lotta di classe, e si può riscontrare anche in tempi passati in quanto tutta la storia è una storia di lotte di classe. La profezia di Marx ed Engels (1848), non si è avverata, il capitalismo è infatti più forte che mai, ma con il passare degli anni, dopo un secolo e mezzo, il capitalismo è cambiato ed è completamente diverso da quello dei tempi dei due filosofi: oggi la società è in continua evoluzione, si sono instaurati enti ed organizzazioni, sussidi e assicurazioni sanitarie, tutti provvedimenti volti alla riduzione della povertà e della disuguaglianza sociale. Invece di peggiorare, la condizione e la vita dei lavoratori è migliorata a partire dalla fine del XIX secolo.

Émile Durkheim

Émile Durkheim, sociologo francese, può essere considerato il padre fondatore della sociologia: accademico puro fu il primo ad ottenere la cattedra di insegnante di tale disciplina all’università. Come Marx, anche egli cercò di comprendere i forti cambiamenti della società portati soprattutto con la seconda rivoluzione industriale che generarono forti disordini sociali. Durkheim, di impronta tradizionalista, voleva a tutti i costi riportare l’ordine sociale. Quest’ultimo è infatti uno dei temi centrali nella sua teoria sociale, ma prima di tutto è necessario partire dal fulcro della teoria Durkheimiana: quelli che il sociologo francese chiama fatti sociali. Essi sono regole e regolarità della vita quotidiana, chiamate anche forze sociali: “sociali” perché sono prodotti dell’agire sociale, e “fatti” o “forze” perché viviamo in un mondo sociale fatto di regole e costumi da rispettare per non essere considerato un elemento deviante. Queste regole vengono imparate tramite un processo di socializzazione, attraverso il quale l’individuo impara a stare nella società, apprende norme e regole che gli permettono di inserirsi ed integrarsi con gli altri.

Durkheim, essendo un sociologo appartenente al paradigma della struttura, dimostra come tutti questi fatti sociali, anche se apparentemente individualistici, siano in realtà connessi a cause sociali. È il caso del suicidio, che il sociologo francese studia profondamente: apparentemente può sembrare il gesto più egoistico che un individuo possa compiere, ma in realtà è legato a cause sociali che ne condizionano la decisione. Lo studio ha rilevato che gli individui che tendono maggiormente al suicidio sono quelli meno integrati nella società, che non hanno una fede religiosa o che sono single e senza famiglia, in quanto sia l’affiliazione religiosa sia il matrimonio riducono le possibilità di suicidio. Inoltre, sono di più i suicidi di individui maschi, benestanti e in tempi di crisi economica o di pace politica e sociale, in quanto la stabilità economica infonde fiducia, stabilità e benessere e la guerra aumenta la solidarietà tra gli Uomini.

Un tema molto caro a Durkheim è l’ordine sociale che egli tenta disperatamente di riportare nella società del suo tempo. Il problema dell’ordine viene studiato sostanzialmente in due società completamente diverse tra di loro, appartenenti a tempi differenti e basate su una solidarietà sociale contrapposta. Le prime società che vengono studiate dal sociologo sono le società primitive, tradizionali, segmentarie che si basano su una solidarietà meccanica. Esse sono caratterizzate da una scarsissima divisione del lavoro e specializzazione dei lavoratori in quanto le poche attività che svolgono sono agricole e di allevamento o altre attività molto semplici. Ciò che le tiene unite è un vincolo sacrale e religioso che se viene violato si è puniti con una punizione esemplare (norme di tipo repressivo).

Al contrario, le società moderne nate in seguito alle numerose rivoluzioni, si basano su una solidarietà organica e sono caratterizzate da una divisione del lavoro e da molteplici specializzazioni lavorative. Funzionano esattamente come un organismo: Come in un organismo le varie parti si sostengono a vicenda per garantire un buon funzionamento, nelle società moderne le varie specializzazioni lavorative collaborano per il mantenimento della società stessa. Ciò che tiene unite le società moderne è una cosa molto preziosa che non c’era nelle società antiche, ovvero la libertà, intesa come libertà di espressione, libertà di esprimere i propri gusti e le proprie preferenze. Nelle società tradizionali si era conformi ad un unico valore mainstream e se esso veniva violato, si era puniti severamente. Questo passaggio, da società antiche a società moderne si ebbe in seguito all’espansione delle città e all’inurbamento degli individui che provocarono una competizione, una lotta per la sopravvivenza la cui soluzione fu proprio la specializzazione lavorativa che permise agli individui di guadagnarsi da vivere lavorando.

Max Weber

Sociologo tedesco, aprì la strada all’interpretativismo e maggiore esponente del paradigma dell’azione, Max Weber fu ed è tuttora una figura molto importante all’interno della sociologia. A differenza di Karl Marx, egli non pensava che l’unica sfera ad influenzare la vita degli uomini fosse la sfera economica, anzi essa è solo una piccola parte del tutto, poiché le sfere culturali, politiche, sociali, religiose ed economiche convivono, si intrecciano e sono connesse tra di loro, anche se ognuna mantiene la propria autonomia. Ciò viene dimostrato dal sociologo nella sua famosa opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” che contiene un’analisi dell’origine del capitalismo (sfera economica) in relazione alla fede professata (sfera religiosa) nei paesi in cui il capitalismo è nato prima e si è sviluppato di più. Weber notò che in questi paesi, la fede maggiormente professata era il protestantesimo la cui etica è caratterizzata dalla credenza di una salvezza divina: la salvezza degli uomini, dopo la morte, è una decisione di Dio che non si può in nessun modo conoscere, se non attraverso segni, come il lavoro e il suo successo in terra che è segno di benevolenza divina per un’eventuale salvezza. Il lavoro, nell’etica protestante, è fondamentale, i credenti sono devoti al lavoro e fu proprio questo, secondo Weber, a portare alcuni paesi verso il capitalismo, poiché i credenti lavorarono in maniera metodica e altamente disciplinata, risparmiando e investendo denaro, invece di spenderlo. Tutto ciò al fine di ottenere la salvezza e la benevolenza divina che vivevano come uno stato perenne di angoscia. Inizialmente furono un piccolo gruppo di credenti, i primi protestanti, a credere che il successo lavorativo era segno di Dio per una salvezza ultraterrena, ciò incoraggiò altri protestanti a lavorare duramente per poi influenzare anche altri di altre fedi religiose ad assumere il medesimo comportamento, al fine di poter competere sul mercato. Dal XVIII secolo, delle nuove e moderne norme comportamentali (spirito del capitalismo) emersero grazie all’influenza delle credenze religiose di una piccola minoranza di persone (quelle che avevano fatto propria l’etica protestante).

Un altro tema molto caro a Weber sono le azioni sociali degli individui, le quali vanno studiate e analizzate per comprendere poi i fenomeni sociali (paradigma dell’azione). Egli ne individua quattro, diverse tra loro:

  • Agire razionale rispetto allo scopo: È un agire utilitaristico, finalizzato al raggiungimento di un determinato obiettivo. Si tengono in considerazione le conseguenze che potrebbero derivarne. [Es. Decido di frequentare l’università per ottenere una laurea, al fine di trovare un lavoro e un buon stipendio].
  • Agire razionale rispetto al valore: È un’azione guidato dall’obbedienza a un valore in cui si crede molto, non si tengono in considerazione le possibili conseguenze [Es. Decido di frequentare l’università perché convinta del lavoro in sé che può darmi l’istruzione].
  • Agire affettivamente: È un’azione mossa da emozioni e sentimenti [Es. Uno studente frequenta una determinata lezione universitaria perché teme che non frequentando il professore possa arrabbiarsi e ostacolargli l’esame, anche se la frequenza non è obbligatoria].
  • Agire tradizionale: È un’azione motivata dal rispetto di tradizioni e abitudini [Es. Decido di andare all’Università perché in famiglia, fin dai miei nonni, si sono sempre proseguiti gli studi dopo le superiori].

Altro tema trattato da Weber, è l’analisi e la tripartizione del potere, inteso come la capacità di far fare agli altri la propria volontà. Quello di cui il sociologo francese ci parla, è un potere legittimo ovvero che non usa la forza e la minaccia, le persone obbediscono a questo tipo di potere perché credono che sia la cosa migliore da fare, non perché impauriti dalle minacce di violenza.

  • Potere tradizionale: La legittimità del potere deriva dalla tradizione e si trova soprattutto in società molto rigide, come nel caso delle aristocrazie europee del medioevo.
  • Potere carismatico: La legittimità del potere si fonda su qualità eccezionali ed eroiche del leader, non per forza sovrannaturali [Es. Napoleone].
  • Potere legale-razionale: La legittimità del potere si fonda su regole e leggi specifiche ed è chiaramente riscontrabile in…
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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Francescamaini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e metodologia della ricerca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Selmi Giulia.
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