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Sociologi della comunicazione

Harold Adams Innis e la Scuola di Toronto

Harold Adams Innis è il capofila del filone di studi noto come Scuola di Toronto, caratterizzato da un’attenzione alla natura del medium più che ai messaggi da esso veicolati e da un più o meno marcato determinismo tecnologico. Alla fine degli anni ’30, Innis lavorava al progetto di un libro sul commercio della cellulosa, ma fu colpito da un aspetto importante: senza la carta il commercio non avrebbe mai potuto nascere. La carta è lo staple per eccellenza, il prodotto di base per lo sviluppo economico. Innis credette di poter estendere la sua intuizione ad altri media e ad altre epoche. L’idea di Innis è che la comunicazione della conoscenza costituisce la base delle relazioni sociali ed economiche tra uomini, nelle forme e con gli strumenti disponibili in ciascuna delle epoche storiche.

Media e comunicazione

Le forme e gli strumenti della comunicazione sono caratterizzati da una propensione fondamentale per lo spazio o per il tempo. Da un lato i media che pongono l’accento sullo spazio (leggeri e più facili da trasportare), dall’altro i media che enfatizzano il tempo (materiali pesanti più difficili da trasportare). I primi tendono a rafforzare il potere politico (circolazione delle informazioni su vaste aree; Impero Romano), i secondi favoriscono l’accettazione del sapere (Cristianesimo).

Nel suo libro, Impero e comunicazioni, Innis inizia l’analisi dall’Egitto faraonico, caratterizzato dalla presenza di due media di natura diametralmente opposta: la pietra (che riduce la circolazione delle informazioni) e il papiro (leggero, favorisce la circolazione della conoscenza). La complessità della scrittura geroglifica portò al monopolio di una classe sacerdotale, gli scribi. Il conflitto tra potere monarchico e potere sacerdotale si risolse a favore della religione.

Anche gli imperi babilonesi furono a lungo dominati da una casta sacerdotale. Solo l’introduzione della pergamena e dell’alfabeto minarono il monopolio sacerdotale. Nella Grecia antica predominava una comunicazione orale, e la conoscenza era detenuta dai cantori. Con l’introduzione della scrittura fonetica (VII secolo a.C.) l’oralità cedette il passo. Nacque anche la prosa, che mirava più che a un fattore estetico a una comprensione razionale. L’espansione territoriale rese necessaria una razionalizzazione delle reti di trasporto e comunicazione. Il potere imperiale si fondava su un medium agile e trasportabile come il papiro. In questo modo i romani riuscirono a controllare lo spazio, ma non il tempo (appannaggio della religione).

L’introduzione della carta e della stampa a caratteri mobili fu una grande svolta. La stampa ha svincolato il sapere dal monopolio degli amanuensi e di copisti. In un altro libro, Le tendenze della comunicazione, Innis afferma che l’uso di un mezzo di comunicazione, per un lungo periodo, determina il carattere della conoscenza da comunicarsi. Questa idea racchiude una nozione di Marshall McLuhan: il medium è il messaggio.

Ma Innis introduce un’altra nozione importante: quella di bias. Il suo significato può essere quello di propensione tendenziosa. Il bias circoscrive le proprietà di un medium, definendo ciò che può fare e ciò che non può fare. Nel libro Impero e comunicazioni, è possibile scorgere anche una visione apocalittica, di chi, in pratica, rimpiange la vitalità della tradizione orale.

Nell’Occidente le armi della Cristianità erano costituite dalle riflessioni di S. Agostino sul peccato originale. Ma con l’introduzione della carta il potere politico riuscì a emanciparsi. Locke e Rousseau svilupparono argomenti efficaci contro il peccato originale, centrati sulla nozione di tabula rasa e sull’esperienza come base di apprendimento. I monopoli della conoscenza basati sulla lingua condussero al nazionalismo e alla crescita del comunismo.

L’impatto della stampa sul nazionalismo era stato cospicuo, in particolare nei paesi dotati di common law. I media elettronici che hanno insidiato il monopolio della stampa hanno dato un robusto scossone all’Occidente intrappolato nel bruto sogno del divenire storico. I mezzi di comunicazione moderni hanno determinato una progressiva erosione dell’importanza del tempo come durata storica a vantaggio di un suo appiattirsi sull’istante. La radio afferma il primato del presente e lo impone anche ai media tradizionali.

Marshall McLuhan e la Galassia Gutenberg

La figura di McLuhan è forse la più imponente nel panorama della riflessione sui media. In realtà, egli è all’inizio un critico letterario di solida formazione umanistica e di straordinaria erudizione. È stato un autore estremamente prolifico. La sua opera più importante è stata senz’altro La galassia Gutenberg. Emerge la cosiddetta Grande Divisione: da una parte l’oralità con il potere magico della parola, e dall’altra la scrittura e la stampa.

L’approccio di McLuhan allo studio dei media deve molto alle opere del tardo Innis. McLuhan e Innis ostentavano una certa ostilità per il sapere universitario. Ad accomunare certamente i due sta la concezione che “il medium è il messaggio”. Non è importante tanto studiare i contenuti dei media, quanto più il medium stesso.

A differenza di Innis, però, McLuhan afferma che i media sono estensioni del corpo umano: tutte le tecnologie possono essere considerate estensioni specializzate delle funzioni psichiche e mentali dell’uomo. I media estendono i nostri sensi, e ogni tecnologia modifica la nostra percezione del mondo. Una delle distinzioni cruciali introdotte da McLuhan è quella tra media caldi e media freddi. È caldo un medium che estende un unico senso fino a un “alta definizione” (es. fotografia molte informazioni); è freddo un medium che richiede una partecipazione di tutti i sensi fino a una “bassa definizione” (es. telefono poche informazioni).

I media caldi non lasciano tanto spazio e partecipazione al pubblico, mentre i media freddi implicano un alto grado di partecipazione o di completamento da parte del pubblico. Nell’età orale, il medium dominante è la parola parlata. L’uomo vive in uno spazio acustico che è organico, avvolgente e privo di centro e margini. L’organizzazione delle società dove predomina la comunicazione orale è di tipo tribale. L’avvento dell’alfabeto fonetico porta a un predominio della vista sugli altri sensi trasformando la percezione spaziale da acustica a visiva.

L’alfabeto, una sequenza di simboli arbitrari, ha separato il segno dal suono, il significante dal significato, l’occhio dall’orecchio. L’avvento della stampa a caratteri mobili ha portato alle estreme conseguenze gli effetti dell’alfabeto. Si arriva a una percezione prospettica dello spazio. Secondo McLuhan, l’avvento della stampa a caratteri mobili ha generato molte fratture dell’età moderna: ragionale-irrazionale, conscio-inconscio, pubblico-privato, lavoro-gioco. L’ordine della stampa è lineare ed è legato alla logica dagli imperativi della sintassi. La comunicazione attraverso la stampa richiede un impegno attivo dell’attenzione del lettore, poiché leggere è essenzialmente un atto di traduzione. I contenuti passano dalla sfera privata dell’emittente alla sfera privata del ricevente.

La stampa stabilisce anche un asse temporale. Il materiale stampato è statico: è il lettore, non il libro, che si sposta in avanti. La fine della Galassia Gutenberg coincide con l’avvento dei media elettronici, che riportano in auge la comunicazione orale e la percezione del mondo simultanea e acustica. Ong ha parlato di “oralità secondaria”. I media elettronici portano all’annullamento delle distanze spazio-temporali e all’unificazione di tutte le civiltà in un villaggio globale. Ritornando alla concezione che il medium è il messaggio, dobbiamo affermare che l’importanza della radio, del cinema, della televisione non risiede nei contenuti che veicolano, ma nel modo in cui (in base alle loro caratteristiche) rapportiamo i nostri sensi al mondo.

“La torta di mele in sé stessa non è né buona né cattiva; è il modo in cui viene usata che ne determina il valore.” “Il contenuto di un medium è paragonabile a un succoso pezzo di carne con il quale un ladro cerca di distrarre il cane da guardia dello spirito”. L’avvento dei nuovi media ha invertito la precedente tendenza, sostituendo alla razionalità alfabetica e tipografica, l’incanto della comunicazione orale e la rediviva potenza della parola parlata. Nella comunità globale troviamo nuove forme e strutture che hanno forma orale anche quando le componenti della situazione siano non-verbali. Possiamo dire che, oggi, l’uomo ha sviluppato estensioni per tutto quello che era solito fare col proprio corpo. Il linguaggio si può considerare metafora, nel senso che traduce l’esperienza da una forma all’altra. Il prezzo che paghiamo per disporre di tali strumenti tecnologici è che queste estensioni costituiscono sistemi chiusi.

Regis Debray e la mediologia

La figura di Regis Debray è legata alla concezione di una capacità propria delle tecnologie mediali di dare forma all’organizzazione collettiva. Egli si preoccupa di definire principi e campi di applicazione di una nuova scienza: la mediologia. Essa aspira ad essere lo studio delle mediazioni attraverso le quali un’idea diviene forza materiale, mediazioni di cui i nostri media sono un prolungamento particolare e invadente. Per fare ciò bisogna sgombrare il campo da cinque barriere:

  • Dualismo ontologico (spirito e materia come opposti)
  • Spiritualismo antitetico (che ha portato a concezioni di apocalittici e integrati)
  • Umanismo (individuo sovrano che si serve dei suoi strumenti)
  • Individualismo (che svaluta l’influenza che i supporti hanno sulle idee che veicolano)
  • Modernismo (che rende residui i fenomeni arcaici e annulla le antiche differenze in una comunità globale)

Un concetto importante della mediologia di Debray è quello di mediasfera: applicazione all’universo della trasmissione e dei trasporti della nozione di ambiente. Sulla scia dei tre stadi di Comte, Debray riconosce l’avvicendarsi nel corso della storia di tre grandi periodi, definiti da tre mediasfera che non si annullano tra loro: la logosfera, che corrisponde al periodo in cui l’oralità è imponente, ma sostanzialmente domina la scrittura a mano; la grafosfera, contrassegnata dalla stampa, vede un aumento del numero di scritti e di letture private, con la definizione di un individuo razionale al centro del mondo; la videosfera, figlia dei media audiovisivi, dove la profusione incontrollata di immagini scandisce il vivere sociale.

Ad ognuno di questi regimi corrisponde una visione particolare dei fondamentali ambiti della vita: nella logosfera è il mito (misteri, dogmi), nella grafosfera è il logos (utopie), nella videosfera è l’imago (fanatismi). In più, possiamo fare corrispondere alla scrittura, alla stampa e agli audiovisivi tre regni distinti di immagine: rispettivamente l’idolo (immagine di un tempo immobile), l’arte (lenta ma già in movimento) e il visivo (in rotazione costante, ossessionato dalla velocità). Con l'idolo, che dipana forme celebrative ripetitive, si mette in opera uno sguardo senza soggetto. L'arte, invece, pone un soggetto dietro lo sguardo: l'uomo. Si passa dal teologico allo storico, decretando la centralità dell'umano anziché del divino. Con il visivo si giunge ad una forma energica di tecnocrazia, in cui la sperimentazione, l'innovazione, la simulazione virtuale sembrano imperanti. Si può parlare a pieno titolo di una visione senza sguardo, centrata su una diffusione incontrollata e costante di immagini su scala planetaria.

Le ere che Debray indica possono essere in qualche modo associabili alla classificazione del segno, elaborata da Charles Peirce, in indice, icona e simbolo. Sinteticamente, l'indice è sostanzialmente una traccia, l'impronta del referente; l'icona assomiglia alla cosa che rappresenta; il simbolo non ha alcuna analogia con il referente, si lega ad esso solo attraverso un rapporto completamente arbitrario (si pensi ad una parola). Debray indica la possibilità di considerare: l'idolo una sorta di immagine-simbolo, che glorifica una norma arbitraria al di là del visibile, con un intento spiccatamente deificante; l'immagine artistica manuale una immagine-icona, analogica e somigliante, volta a dilettare, a dare piacere; l'immagine di riproduzione meccanica una immagine-indice, che deve magicamente affascinare e che sembra una traccia evidente ed inoppugnabile dell'esistenza del proprio referente.

Debray pare molto interessato agli spostamenti di una società videosferica. La fotografia, il cinema, la televisione e il computer, scalzando l'immagine creata manualmente, hanno consentito il transito verso la videosfera. La televisione è, presumibilmente, la tecnica decisiva della mediasfera attuale. A differenza che nel cinema, in TV l’immagine sembra proiettata dall’interno dello schermo. La TV ci fa abitare nel visivo (soprattutto grazie alla diretta), siamo immersi nel flusso: l’immagine è la cosa, la notizia è l’evento. Siccome l’immagine non può dar vita a discorsi negativi (non esiste il non-albero) si instaura, secondo Debray, una inattitudine alla negazione. Dato che l’immagine mostra sempre individui particolari, avrà luogo una inattitudine alla generalità. Siccome l’immagine non tiene conto di logiche ferree, si avrà una inattitudine all’ordinamento. La temporalità breve dell’era visuale dà origine ad una inattitudine alla flessione temporale.

Secondo Debray, il visuale, soprattutto la TV, può dare origine a una serie di antinomie, a tesi e antitesi. Si può considerare la televisione organo di democrazia per l'accesso generalizzato e diretto all'informazione, o, allo stesso tempo, una tecnica antidemocratica perché rende passivo l'elettore, non dà a tutti le stesse possibilità di gestire il flusso di informazione, depotenzia i contenuti a vantaggio dell'apparenza ecc. Allo stesso modo, si può dire che la televisione è una finestra sul mondo che permette l'accesso a realtà un tempo remote, ma si può anche affermare che affievolisce, con l'onnipresenza delle immagini, le emozioni. Ancora, la televisione può apparire un registratore enorme di memoria, ma anche il potenziamento smisurato dell'effimero. Infine l'annosa questione della televisione come specchio della realtà o industria menzognera. Le varie mediasfera si differenziano per i crismi con cui determinano i contorni del reale. La logosfera indicava nell’immaterialità ed invisibilità la misura della realtà, laddove la grafosfera assegnava questo ruolo alla logica razionale. La videosfera, invece, sostiene la coincidenza di reale e visibile.

Conclusioni sulla mediologia

Ricapitolando possiamo dire che la mediologia indaga i modi attraverso cui le varie forme di mediazioni materiali consentono ai segni di manifestare, circolare e permanere all’interno di un contesto socio-storico. Un metodo che cerca di cogliere il legame tra l’evoluzione delle idee con lo sviluppo delle macchine e degli strumenti, in special modo della comunicazione. Con l’avvento della videosfera si è passati da una civiltà simbolica a una civiltà indiziale, che ha modificato la nostra percezione della realtà. Oggi qualsiasi aspetto della cultura è permeato sull’indiziale più che sul simbolico. Ai vari tipi di forma mediale è possibile associare la definizione di una tipologia di organizzazione statale. La logosfera aveva il sovrano fabulatore, per l’istruzione e formazione del consenso. La grafosfera ha accompagnato la nascita dello Stato educatore, in cui si tendono a insegnare principi condivisi e legittimanti l’autorità. La videosfera ha reso possibile lo Stato seduttore, che cerca il consenso tramite strategie pubblicitarie, e in cui è l’opinione pubblica a legittimare l’autorità. In più, ogni mediasfera ha la sua magia politica preferita: la logosfera il verbalismo, la grafosfera il dottrinarismo e la videosfera il medianismo. Nel regime mediatico non esiste più una separazione tra vero e falso. L’intera credibilità della politica diviene effimera.

In alcuni saggi, Debray afferma che ogni cultura si definisce per ciò che concorda di chiamare reale. Nelle varie età dello sguardo, ciò che viene posto come da vedere è posto come incontestabile. Nel regime idolo, che corrisponde alle teocrazie, posso contestare le apparenze visibili, ma non che ci sia un aldilà del visibile. Nel regime arte, che annuncia le ideocrazie, posso dubitare degli dei e degli idoli, ma non della verità del visibile. Nel regime visivo, o videocrazia, posso ignorare i discorsi di verità, posso contestare gli universali e gli ideali, ma non il valore delle immagini. In un altro saggio, Debray propone la concezione per cui le immagini, a differenza delle parole, sono accessibili a tutti, in tutte le lingue. C’è poi da accedere agli sguardi interiori, grazie al linguaggio e alle traduzioni simboliche.

In un terzo saggio, afferma l’esistenza del teorema ottico d’esistenza: ciò che è, è, tutto ciò che non è da vedere è considerato non-essere. In un altro saggio afferma che l’equazione dell’era visiva è: Visibile=Reale=Vero. Siamo la prima civiltà che può credere ai propri occhi. Ma una società WYSIWYG (What you see is what you get) non è più una società aperta.

Infine dobbiamo sottolineare un importante aspetto che, secondo Debray, è collegato alla gestione degli affari pubblici, che è quello di reggenza mediatica.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Salerno o del prof Ponzini Giuseppe.
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