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Sociologia della comunicazione - Seconda parte Appunti scolastici Premium

Appunti inerenti l'esame di Sociologia dell'organizzazione del prof. Pavan riguardanti Harold Adams Innis, determinismo tecnologico, Impero e comunicazioni, Grande Divisione, sovrano fabulatore, Stato educatore, Stato seduttore, verbalismo, dottrinarismo e altro ancora.

Esame di Sociologia dell'organizzazione docente Prof. G. Ponzini

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la cosiddetta ricerca amministrativa. Come i francofortesi, Morin guarda alla cultura di massa come

a un tutto, un sistema coerente di simboli, miti e immagini che va colto nella sua dimensione

d'insieme. Come i francofortesi, infine, Morin ricorre nelle sue analisi alla nozione di industria

culturale; ma lo fa senza il piglio polemico di Horkheimer e Adorno. Ne Il cinema e l’uomo

immaginario, Morin si oppone alle teorie realiste sul cinema e parla della settima arte come via di

accesso a un immaginario che non è, come per i francofortesi, una cappa di sogni prefabbricati che

l'industria culturale calca sulla mente dello spettatore distratto, bensì il punto di coincidenza di

immagine e immaginazione. Il suo studio successivo, Le star, tentava un'indagine sul fenomeno del

divismo. Le grandi vedette del cinema, osserva Morin, sono creature reali e mitologiche a un tempo:

la loro vita privata è pubblica, la loro vita pubblica è pubblicitaria, la loro vita cinematografica è

surreale, la loro vita reale è mitica. Con Lo spirito del tempo (altro libro) afferma che la cultura di

massa è la grande novità della nostra epoca. La preoccupazione di Morin è quella di risolvere la

dialettica tra apocalittici e integrati. La prima caratteristica che salta all'occhio nello studio

dell'industria culturale, osserva Morin, è la contraddizione tra il carattere burocratico e

standardizzato della produzione da un lato, e la dimensione individuale del consumo dall'altra.

L'industria dei detersivi può permettersi di produrre sempre la stessa polvere cambiando.semmai

l'aspetto grafico della confezione, quella delle automobili può limitarsi a introdurre piccole

migliorie tecniche per ogni nuovo modello, ma all'industria culturale queste scorciatoie sono

precluse. Il suo stesso funzionamento si fonda due coppie antitetiche: burocrazia-invenzione,

standard-individualità. La cultura di massa, in altre parole, si trova davanti l'ingrato compito di

rispondere per vie industriali e seriali a bisogni che sono per loro natura personali, profondi,

affettivi. I generi, i cliché e gli stereotipi sono per Morin il raccordo, l'anello di congiunzione tra i

mondi arcaici del mito e lo scenario novecentesco della catena di montaggio. Se per Adorno e

Horkheimer lo spettacolo non è che l'esibizione immaginaria di una vita che sarà sempre preclusa

allo spettatore, nell'ottica di Morin ciò non avviene. La cultura di massa rende fittizia una parte

della vita dei suoi consumatori, proietta lo spirito dello spettatore negli universi possibili. Ma non si

tratta di un processo unidirezionale. La cultura di massa opera in due diverse direzioni: da una parte,

i doppi che vivono per noi ci distraggono dalla nostra vita e ci consolano per la vita che non ci è

data; dall’altra, ci spingono all’imitazione per la felicità.

Morin scrive che la cultura di massa può essere considerata una gigantesca etica del loisir. Un culto

del divertimento che fiorisce a scapito di altri universi morali: l’etica del lavoro, del risparmio, della

rinuncia. La cultura di massa si estende nella zona lasciata libera dal lavoro, dalla famiglia e dalla

festa. Ma soprattutto, il loisir apre gli orizzonti del benessere, dei consumi e di una nuova vita

privata. La fabbricazione in serie e la vendita rateale aprono le porte ai beni industriali, al focolare

elettrodomestico, ai week-end motorizzati. Il consumo dei prodotti diviene, nello stesso tempo,

l'autoconsumo della vita individuale. Ciascuno tende a consumare la propria esistenza. Il loisir

moderno appare dunque come il tessuto stesso d'ella vita personale, l'ambiente in cui si cerca di

affermarsi in quanto individui privati. È questo loisir, essenzialmente, lo spazio della cultura di

massa, che ignora i problemi del lavoro, si preoccupa assai più del benessere domestico che della

coesione familiare. La cultura di massa può così essere considerata una gigantesca etica del loisir. Il

ruolo dello spettatore è quello di uno spettatore che guarda. Le nuove tecnologie creano un nuovo

spettatore puro, distaccato fisicamente dallo spettacolo, ridotto allo stato passivo di chi sta a vedere.

Lo spettatore tipicamente modello è colui che è votato alla tv, che vede sempre tutto in primo piano.

Egli partecipa allo spettacolo, ma la sua partecipazione avviene sempre tramite l'altro: mediatore,

giornalista, annunciatore, fotografo, operatore, divo, eroe immaginario. Lo spettacolo moderno è

una grande presenza e al tempo stesso una grande assenza. Senza dubbio, la nostra è una cultura in

perenne divenire. Me è una cultura in divenire, non una cultura del divenire: siamo in un presente

dilatato che non riconosce filiazioni dal passato e non pretende di rivelare il futuro. Cambia anche il

nostro rapporto con lo spazio: siamo conti-nuamente dislocati, proiettati verso l’altrove dello

schermo televisivo o cinematografico a inseguire i nostri doppi virtuali. La cultura di massa

privilegia il presente. Tende a distruggere il vecchio per sostituirlo con la novità. Ciò che è ora

diviene la realtà essenziale. La cultura di massa tende a riportare lo spirito al presente. Nello stesso

tempo, instaura una prodigiosa circolazione degli spiriti verso gli altrove. L’altrove non è assorbito

dal qui, né viceversa.

La cultura di massa tenta di imporsi come religione della salvezza, rendendo profano il sacro e

sacro il profano. Una religione cinica ed euforica che riesce a dispensare grandi promesse di felicità.

Ma Morin avverte che gli dei dello spettacolo hanno le armi spuntate, la loro potenziasi dissolve

con l’angoscia e la morte. I valori che tale religioni esalta sono precari. La cultura di massa non può

crearsi come vera religione della vita provata, né può mordere oltre tale sfera privata. Gli dei di

questa religione della salvezza terrena sono, secondo Morin, le star (che oggi sono cambiate rispetto

al sistema divistico: ’20 e ’50-‘60). Le star sono soggetti di culto. Tra le folle cinematografiche si

distinguono i fans. L'uomo da sempre proietta su delle immagini i suoi desideri e le sue paure.

Proietta nella propria immagine, il suo doppio, il bisogno di superarsi nella vita e nella morte.

Questo doppio è un dio virtuale. Le cose e le persone dell'universo cinematografico sono immagini,

doppi. L'attore si sdoppia nel suo ruolo di eroe. La proiezione dello spettatore sull'eroe corrisponde

a un movimento di sdoppiamento.

4.

Il Movimento Situazionista, nato in Francia verso la fine degli anni Cinquanta, aveva come obiettivo

principe che ogni uomo, liberato dall'assillo dei bisogni materiali, capace di dare sfogo ai propri

desideri, potesse costruire autonomamente la propria vita. Questa forte partecipazione, allo stesso

tempo individuale e collettiva, alla vita quotidiana non potrebbe avvenire che al di fuori della

cornice alienante della cultura attuale. Il movimento, dalla evidente matrice marxista, proponeva in

definitiva un emancipazione sperimentale dell'attività quotidiana all'interno di collettivi che

potessero garantire la realizzazione di una democrazia pura, ed in più la ricerca di una nuova

interazione fra urbanistica e comportamenti sociali. L'esponente più illustre, oltre che fondatore del

movimento, è stato Debord. La sua opera di maggior rilievo è sicuramente La società dello

spettacolo. Chiari punti di riferimento per Debord sono Hegel, Feuerbach e, ovviamente, Marx. Si

può sostenere che Debord concretizzi una rilettura in chiave moderna dell'analisi marxista, cen-

trando la sua attenzione sulla dimensione dello spettacolo che caratterizza per lui la vita sociale e

politica attuale, ormai trasformata in esplosione spettacolare. Spettacolo non vuol dire

semplicemente media, ma è chiaro che esso si esprime e prende forma principalmente attraverso il

mediale. Secondo Marx nella società capitalistica il valore di scambio prevale sul valore d'uso dei

vari oggetti che hanno senso solo in quanto mercé, perdendo cosi le proprie caratteristiche materiali

legate alla soddisfazione di bisogni concreti a vantaggio di caratteristiche simboliche. Debord

avverte come lo scambio, specie nell'era dei consumi attuale, si edifichi completamente sulle

componenti simboliche, sui segni che avvolgono gli oggetti. La merce, nell'era spettacolarizzata,

viene acquistata solo per il suo potenziale simbolico, con l'emarginazione completa del suo valore

d'uso. Non si può più sostenere che ciò che e reale è razionale, in quanto nello spettacolo solo

l'apparenza ha valore, tutto può essere messo in discussione, tranne lo spettacolo stesso. Eppure lo

spettacolo è un regime del falso che separa l'uomo dal suo mondo, rendendolo una singolarità

solitaria incapace di completarsi socialmente, in quanto privo di ogni concreto ancoraggio

identitario individuale e collettivo. Inizialmente Debord diversifica due distinte tipologie dello

spettacolo, legate a due differenti sistemi politici: lo spettacolo concentrato, tipico delle società

totalitarie e dittatoriali, in cui vi è una dittatura burocratica che priva le masse della scelta; lo

spettacolo diffuso, caratteristico delle democrazie occidentali, pervase dal consumismo e dalla

tirannia della merce. Successivamente l'autore presenta un terzo modello, attualmente dominante,

che ha amalgamato le due forme precedenti esaltandone le diverse qualità: lo spettacolo integrato.

Questa forma spettacolare si contraddistingue per la combinazione di cinque proprietà

fondamentali: il continuo rinnovamento tecnologico (rafforza l’autorità spettacolare), la fusione

economico-statale (l’alleanza tra Stato ed economia ha assicurato i massimi benefici a entrambi), il

segreto generalizzato (sta dietro allo spettacolo come elemento fondamentale), il falso indiscutibile

(ha ultimato la scomparsa dell’opinione pubblica), un eterno presente (ottenuto grazie all’incessante

passaggio circolare di informazioni). In effetti il tema del tempo è sempre vivo nelle opere di

Debord. In sostanza egli denuncia la morte di una prospettiva temporale e di una conoscenza

storica, a vantaggio di un presente continuo fatto di flussi inutili e ripetitivi di merci, mode ed

informazioni. Il tempo spettacolare, consumabile, diventa un tempo pseudo-ciclico, che è scandito

da intervalli produttivi quantitativi indifferenziati. Spesse volte si tratta della produzione

immateriale di apparenze, immagini. Schiava di un'immobilità effettiva, questa società non riesce ad

inserirsi correttamente nell'andamento lineare del tempo storico, non vuole ricordare il passato e

sembra non credere nella tensione razionale al futuro. Lo spettacolo definisce cosi una falsa

coscienza del tempo che tiene in scacco la sfera del memorabile e dunque qualsiasi ipotesi storica.

Ogni evento che entra nel circolo vizioso dell'alterazione spettacolare, nel suo eterno presente, è

così destinato irrevocabilmente all'oblio. Anche la cultura moderna che è per Debord

inequivocabilmente parte integrante e costitutiva della società dello spettacolo propizia a suo modo,

attraverso svariate forme, l'abbandono della prospettiva storica per preservare l'idea di un tempo

congelato. Secondo Debord, il proletariato si trasforma in consumatore, e così il lavoratore, già

separato per opera del capitalismo dal proprio lavoro e dagli oggetti che produce, assume il ruolo di

spettatore. Il tempo del suo lavoro è gradualmente sostituito dal tempo di consumo, soprattutto di

immagini. Lo spettacolo, estraniando il mondo nella sua rappresentazione, depaupera e demolisce la

vita reale, cancella i confini tra il sé e la realtà circostante, tra il vero ed il falso. La società dello

spettacolo integrato, insomma, rivela la fragilità delle proprie strutture democratiche. Risulta

evidente la perdita di qualsiasi forma di discorso pubblico capace di mediare tra esigenze

individuali e collettive. Tutta la vita delle società moderne si presenta come un’immensa

accumulazione di spettacoli. Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale

fra individui, mediato dalle immagini. Lo spettacolo è il modello presente della vita socialmente

dominante. Lo spettacolo si presenta come un’enorme positività: ciò che appare è buono e positivo.

Più lo spettatore contempla, più meno vive e più si aliena dalla sua esistenza. Lo spettacolo è il

momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale.Il mondo visibile

diviene, quindi, quello della merce. La costante dell’economia capitalista che è l’abbassamento

tendenziale del valore d’uso sviluppa una forma di privazione all’interno della sopravvivenza

aumentata (mangiare, abitare).

Le procedure tecnologiche della comunicazione moderna rappresenterebbero l'anticamera del crollo

delle naturali categorie spazio-temporali, una minacciosa artificializzazione dell'esperienza umana

che lascerebbe presagire conseguenze potenzialmente disastrose. Così la pensa Paul Virilio, che

concentra il proprio lavoro concettuale in particolar modo sull'analisi delle dimensioni dello spazio

e del tempo, evidenziando come gli intervalli spazio-temporali che una volta organizzavano il

mondo siano stati messi fortemente in cri-si dalle nuove tecnologie. Egli pone infaticabilmente

l'accento sulla velocità, sul suo impatto e sulla violenza implicita nel suo corso. Per questo a lui si

deve il concetto di dromologia (la "scienza della velocità", letteralmente "logica della corsa"), vale

a dire lo studio di quel complesso di relazioni tra politica e territorio che, fondato sulla velocità,

pervade qualsiasi frammento dell’organizzazione collettiva. Oltre alla guerra, le dinamiche capaci

di agire sul territorio e di rivoluzionare il nostro rapporto con esso sono rappresentate proprio dalle

tecnologie che ne consentono la gestione e la percorrenza. Con i trasporti rapidi si perde l'idea del

viaggio, che diventa un punto morto e inutile tra i termini della partenza e dell'arrivo, e con le nuove

trasmissioni elettroniche istantanee si demolisce anche l'idea stessa della partenza. Un messaggio

arriva a destinazione nel momento stesso in cui ha luogo, senza alcun intervallo intermedio. Siamo

nell'era dell'arrivo generalizzato. Con le trasmissioni istantanee a distanza la deterritorializzazione

diviene completa e definitiva. Virilio sostiene il concetto di fine dello spazio. Lo spazio reale, il

luogo effettivo e tangibile in cui si è sempre organizzata la vita sociale, sarebbe scalzato dal tempo

reale della trasmissione, basato sulla velocità assoluta. Con la telecomunicazione in diretta tutto si

confonde, osservatore e osservato, tanto da rendere difficoltosa ogni interpretazione della realtà. Si

dice dunque che lo spazio si derealizza, diventa una cornice virtuale e ambigua in cui l'altrove ed il

qui sono ubiquitari, compresenti simultaneamente e si coproducono. Virilio sostiene che lo spazio

topico diviene tele-topico, un campo in cui la trasmissione dell'evento sovrasta lo spazio reale dello

stesso. La materia perde così importanza. Anche la città, la sua architettura, ne subisce le

conseguenze: perde senso di fronte alla tecnologia istantanea. La velocità assoluta finisce per

annullare la concezione stessa di dimensione. Virilio parla di effrazione morfologica per indicare la

violazione delle proprietà formali e fisiche, causata dall'illuminazione del mon-do intero nel

momento stesso in cui se ne crea una rappresentazione, che genera un'enorme confusione tra lo

spazio reale e la sua immagine istantanea, presente a distanza. Insomma, una crisi delle dimensioni

fisiche, una scomparsa dei punti di riferimento geometrici. La trasmissione delle immagini senza

alcuna forma di interruzione spaziale e temporale ridefinisce totalmente lo spazio sensibile. La

classica estetica dell'apparizione, caratterizzata dalla persistenza di un'immagine su un supporto

fisico (disegno, foco ecc.), è rimpiazzata secondo Virilio da un'estetica della sparizione, definita da

immagini effimere, temporanee e sfuggenti. In questo spazio che Virilio chiama dromosferico (uno

spazio-velocità) si vive la crisi dell'identità nazionale, ma soprattutto della cittadinanza territoriale,

vale a dire quella misura politica che contraddistingue i luoghi, gli uomini, la giustizia e il diritto.

Decade lo spazio pubblico urbano e ogni forma di diritto è vanificata. La teletopologia, ossia la

definizione del territorio legata alla velocità e all'annientamento della distanza, annulla in definitiva

i limiti tra le varie realtà ed allontana il soggetto dal suo mondo, in quanto ciò che egli vede non è

più alla sua portata. Tutto è precario, in quanto l'idea stessa di futuro viene compromessa

inesorabilmente dalla telecomunicazione istantanea. In effetti, nell'immediatezza della telepresenza,

l'intera tripartizione classica della durata temporale in passato, presente e futuro perde qualsiasi

pregnanza. Il tempo reale ha soppiantato l'idea della successione cronologica dei tempi locali che

rappresentavano la base irrinunciabile del tempo storico e quindi di ogni forma di memoria. Oggi si

vive solo un tempo mondiale, universale, una temporalità di brevissima durata che si fonda

sull'interazione simultanea generalizzata e sulla velocità dell'informazione. L'esperienza degli eventi

non è ovviamente concreta ma virtuale, mediata dalle tecnologie, sostanzialmente derealizzata.

Siamo di fronte, secondo il filosofo francese, ad una vera e propria industrializzazione dell'oblio e

della mancanza (pericolo imminenti per la democrazia). Dietro la falsa idea di una democrazia

diretta si nasconderebbe infatti lo spettro di una democrazia automatica, priva di un controllo

umano consapevole, in quanto l'immediatezza dell'interazione telematica, con la sua velocità

ingovernabile, po-trebbe decretare la fine del valore mediatore dell'azione cosciente. La nuova

temporalità è all'insegna di ciò che Virilio definisce il falso giorno. Si tratta di un tempo continuo,

privo di interruzioni, di alternanza tra il giorno e la notte (fenomeni locali), e frutto della costante

visibilità di ogni cosa, della raggiungibilità virtuale di qualsiasi luogo. L'orizzonte reale, limite

visivo concreto e centrale nell'organizzazione collettiva, cede il passo ad un orizzonte negativo,

privo delle coordinate spaziali naturali, che si iscrive nel falso giorno di una visibilità indiretta ed

illimitata. La nuova ottica è così transorizzonte. La nuova ottica va oltre l'orizzonte inteso come

confine visivo, annullando l'idea stessa di confine. Con l'ottica cibernetica ha origine una nuova

realtà, la stereo-realtà, senza orizzonte apparente, composta tanto dalla realtà effettiva e dalla sua

rappresentazione quanto dal mondo virtuale, lontano, trasparente e telepresente. Essa finisce per

sdoppiare la presenza dei luoghi e delle cose. In questa nuova prospettiva, al volume materiale e

geometrico di un oggetto si associa quello immateriale ed elettronico dell'informazione digitale. Per

ciò, si può dire che l’apparenza diviene trans-apparenza. Virilio è dunque molto attento ai processi

che riguardano la visione Sono proprio le nuove macchine della visione che, permettendo di

guardare oltre i limiti visivi naturali, comportano una collisione del vicino e del distante, del grande

e del piccolo, dell'interno e dell'esterno, annichilendo la nostra cognizione naturale delle dimensioni

e delle distanze. La presenza virtuale di un oggetto è colta improvvisamente, in maniera

imprevedibile, accidentale. Virilio è sicuro che oggi noi viviamo, in definitiva, in un ambiente

enigma-tico, in cui tutto è sottoposto alle leggi della probabilità. La cultura occidentale vive il crollo

dei punti di riferimento visibili, la scomparsa dei referenti sensibili. Sfuma, nel secolo della velocità

della luce, l'idea del reale. Così. la restrizione costante dello spazio porterà all'annullamento del

mondo stesso, al suo rimpicciolimento estremo, alla sua fine simbolica. Virilio afferma inoltre che

la profusione sconsiderata di immagini sarà responsabile di una telesorveglianza generalizzata e

porterà ad una esasperante panottica (ottica globale). La nuova ottica ondulatoria, ottica attiva,

rinnova da cima a fondo l’ottica geometrica dell’era del cannocchiale di Galileo, ottica passiva. La

nuova visualizzazione porta ad una virtualizzazione. La realtà virtuale non è tanto la navigazione

nel cyberspazio, quanto l’amplificazione dello spessore ottico delle apparenze del mondo reale. La

grande ottica trans-orizzontale è dunque il luogo di ogni virtualizzazione, che rende efficace lo

sviluppo del gloablirtarismo. Un altro aspetto fondamentale da sottolineare, secondo Virilio, è che

la tecnologia ha cominciato ad introdursi nella materia organica del vivente, creando un meta-corpo

indipendente dalle condizioni ambientali.

Il teorema di Thomas, sostiene che se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno

comunque reali nelle loro conseguenze. Quando la simulazione prende il posto della realtà l'intero

mondo potrebbe svanire dietro i suoi simulacri, vale a dire immagini senza prototipi,

rappresentazioni di qualcosa che non ha esistenza. È questo, in breve, il giudizio di Jean

Baudrillard. Il punto di partenza del pensiero di questo autore è la critica al mito dei bisogni

primari, bisogni nella cui soddisfazione ogni individuo troverebbe la propria vera essenza, e all'idea

del valore d'uso come una sorta di legge morale originaria dell'umanità. Per Baudrillard, sarebbe

giusto centrare una teoria del consumo sulla produzione dei segni, sullo scambio e sulla prestazione

sociale. Ogni oggetto, una volta prodotto, è come se evadesse immediatamente dalla propria

funzione pratica per far parte di una relazione significante con gli altri artefatti e con ogni individuo.

In definitiva trasporta con sé una serie di significati, anche contraddittori, che contribuiscono

fortemente alla strutturazione dell'organismo collettivo. Partecipa così alla definizione di una

struttura di senso stabilito socialmente a cui in genere ogni essere umano è chiamato a far fronte.

Secondo Baudrillard il consumo vero e proprio, che è una realtà tutto sommato recente, definisce

precisamente lo stadio in cui la merce è immediatamente prodotta come segno, come valore/segno e

i segni come merce. Per focalizzare meglio l'ambito di pertinenza del consumo il pensatore francese

distingue: la logica funzionale del valore d'uso legata alle operazioni pratiche; la logica economica

del valore di scambio; la logica dello scambio simbolico, legata all’ambivalenza; la logica del

valore/segno legata alla differenziazione tra i segni. L'oggetto acquisisce, rispettivamente, l'aspetto

di oggetto utile, di merce, di simbolo, di segno. Dando per scontate le prime due logiche, ci si può

concentrare sulle altre. Nella dimensione dello scambio simbolico (società arcaiche), che il dono

rappresenta nel migliore dei modi, l'oggetto, scevro delle sue qualità operative, non può essere

disgiunto da quella relazione che lega le due parti dello scambio. In questo tipo di società l'oggetto

in eccedenza circola in maniera continua e non si lega ad alcun valore univoco che lo trascende, il

suo valore non si evince ad esempio dall'equivalenza con un termine astratto ed esterno come il

denaro. Da questo atto di scambio nasce il simbolico. In un simile regime di senso ogni realtà è

ambivalente. Nell'universo simbolico una realtà può essere buona o cattiva, bella o brutta

contemporaneamente. Ogni gruppo può dare un senso all'esistenza liberamente, far si che

l'immaginario ed il reale possano fondersi per dotare l'organismo collettivo di significaci fecondi.

Oggi invece lo scambio simbolico non è più la forza organizzatrice delle configurazioni sociali.

Siamo in un'epoca in cui prevale la logica del valore/segno, per cui ogni cosa assume le

caratteristiche di oggetto di consumo vero e proprio. Il consumo è per l'appunto il dominio in cui un

oggetto diviene segno. Se l'uso funzionale di un oggetto è originato dalle sue componenti pratiche,

invece il consumo dell'oggetto stesso passa ad esempio attraverso la sua marca, all'interno della

logica della moda e quindi della differenziazione formale. Ogni segno è sempre sostituibile, si

distingue dagli altri segni all'interno di un sistema. Oggi non esiste, secondo Baudrillard, un

controllo sul piano simbolico da parte delle formazioni sociali, in quanto i segni, svincolandosi

immediatamente dal contesto che li genera, non si scambiano più con qualcosa di reale, ma tra di

loro in puri giochi formali. Non avendo più un referente reale o simbolico, finiscono per creare cosi

una nuova realtà, una iperrealtà, più reale del reale. L'autore francese sostiene che nell'era

contemporanea la forma estrema di simulazione, in cui segni puri vivono relazioni vicendevoli

senza alcun riferimento con il reale, è rappresentata dalla virtualità. La realtà virtuale, numerica,

codificata precisamente, prende il posto della realtà effettiva per la sua perfezione, la sua

verificabilità, per l'assenza di contraddizione. Il virtuale diviene una simulazione ancora completa,

chiusa, inattaccabile. L'iperrealtà del virtuale, sostituendosi al reale, ne delinea così la morte.

Secondo l'autore francese, il virtuale rappresenta un vero e proprio sterminio, non solo della realtà,

ma anche dell'illusione. Per questo si simula il mondo con le immagini sintetiche. Il codice

informatico sotteso alla sua costruzione ne implica dunque la continua controllabilità, incarcerando

però ogni segno nell'operazione informatica. L'Alta Definizione, l'immagine con massima

risoluzione, prende il sopravvento sul reale immediato. Si potrebbe sostenere che viene meno il

principio di assenza. E tutto ciò in tempo reale. Nell'esperienza effettiva, infatti, la permanenza in

un tempo ed in un luogo si arricchisce dell'illusione dell'esistenza, in altra sede, di quanto è assente.

È dunque una forma di esistenza che ormai invece si perde in quell'illuminazione perpetua di tutti

gli istanti. Inoltre il tempo reale rappresenta una temporalità tanto rapida da non concedere ad

alcuna idea o parola il tempo di attecchire, di divenire viva. In ultima analisi, allora, si può

affermare che tutto scompare dietro la sua simulazione virtuale. La nostra cultura sarebbe così per

Baudrillard la prima a non lasciare alcuna traccia di sé. L'eccesso di informazioni, di immagini

istantanee e simultanee che i mass media ci propinano quotidianamente esibisce il mondo in modo

incessante, praticamente sostituendosi ad esso. I segni perderebbero ogni legame con il significato

delle cose, diventando semplici simulacri, figure artificiali che abolirebbero la differenza tra il

mondo reale e l'immagine mediata. Ancora una volta le cose, nella percezione collettiva,

scomparirebbero rimpiazzate dalle loro simulazioni. Per questo Baudrillard, in alcuni famosi

articoli, ha potuto provocatoriamente affermare che la Guerra del Golfo non ha mai avuto luogo.

Un’ultima importante affermazione di Baudrillard è “il grande mezzo di comunicazione di massa è

il Modello”: i media impongono modelli di decifrazione incontrovertibili per ogni avvenimento.

Questo perché secondo Baudrillard non esiste nessuno scambio effettivo che rende lo spettatore

attivo: i media sono intransitivi, danno e non ricevono. Ne “Il delfino Perfetto”, Baudrillard afferma

esplicitamente che il mondo scompare dietro a un modello, un sistema unilaterale che la realtà

virtuale (intesa come simulazione fondata sulla codificazione numerica binaria prescrive

inoppugnabilmente. La percezione delle cose è inevitabilmente influenzata da un’interpretazione

digitale, che si impone egemonicamente su ogni esperienza.

5.

Manuel Castells è considerato uno tra i più importanti e competenti studiosi dell'Età

dell'informazione. Il suo metodo d'indagine, che intende essere il più possibile obiettivo e neutrale,

è centrato fondamentalmente su un’accuratissima analisi empirica delle strutture sottese ai processi,

alle esperienze ed alle attività sociali ed economiche. Castells sostiene che la società contemporanea

si configura intorno a reti (o network). Per questo è possibile parlare di Età dell'informazione o di

Società in rete. Una rete non è altro che un complesso di nodi interconnessi. Un nodo può essere

un'unità di connessione in una rece informatica o una fase della rete produttiva aziendale, una delle

componenti mediatiche nella rete planetaria dei nuovi media o una piazza finanziaria nella rete

globale di flussi monetari, ecc. La cosa più importante da evidenziare è che la distanza tra due nodi

appartenenti alla medesima rete è, e deve essere, minore di quella tra due nodi in sistemi differenti.

Le reti si contraddistinguono per il loro illimitato potenziale di espansione, data la possibilità

smisurata di incorporare nuovi nodi, con l’unica condizione che essi ne condividano principi,

obiettivi, codici. Per questo la struttura sociale basata sulle reti deve essere un sistema dinamico,

sempre pronto ad accogliere innovazioni e cambiamenti. Competitività e produttività, all'interno di

un panorama di concorrenza globale, oggi si basano su reti globali di capitale, management e

informazione e sulla possibilità di accedere facilmente o meno al know-how tecnologico. Il nuovo

capitalismo è in tempo reale e organizzato intorno a una rete di flussi finanziari. Castells afferma

che la tecnologia non determina la società, ma la incarna. Allo stesso tempo la società non

determina la tecnologia, ma la usa. Vi è dunque una reciprocità dialettica tra le due realtà. La

tecnologia rappresenta la possibilità che una società ha di raggiungere un valido e proficuo controllo

tecnico della propria epoca e del mondo vissuto, specie tramite le proprie istituzioni come lo Stato,

che spesso ha il potere di accelerare la modernizzazione tecnologica o reprimerne la maturazione.

Castells adotta il paradigma della tecnologia dell'informazione. Esistono delle caratteristiche

specifiche di questo paradigma: l'informazione rappresenta la componente ineludibile, vale a dire

che le varie tecnologie devono improrogabilmente agire sull'informazione; siccome essa è parte

costitutiva dell'intero complesso di attività individuali e collettive, gli effetti delle tecnologie

pervadono qualsiasi ambito della società; la logica di rete estende la configurazione topologica del

network in tutti i processi economici, politici, sociali; impera la flessibilità, ovvero la possibilità

sempre aperta di riprogrammare e ristrutturare gli elementi fondamentali dell'organizzazione sociale

senza peraltro debellarla; le differenti tecnologie specifiche si integrano agevolmente in un sistema

unitario. Per Castells, il termine informazionale indica la proprietà di una definita forma di

organizzazione sociale che, in virtù delle nuove tecnologie emergenti, vede nell'evoluzione,

nell'elaborazione e nella trasmissione di informazioni le risorse fondamentali per la propria sfera

economica e politica. Essa organizza le più importanti strutture sociali: produzione, ossia l'attività di

appropriazione, trasformazione e consumo della materia; esperienza, l'azione dell'uomo su se stesso

atta a soddisfare desideri e bisogni, nell'interazione tra identità biologiche e culturali; potere, quella

relazione che impone la volontà di alcuni su altri attraverso varie forme di coercizione.

L'interazione tra i nodi dell'economia reticolare non può che essere fondata sulle potenzialità

tecnologiche dell'informazione elettronica, con la sua influenza nella ridefinizione delle categorie

spaziali e temporali. Il denaro perde il suo appiglio produttivo e materiale, fluttuando

disordinatamente nelle reti di interazione elettronica su scala globale. Secondo Castells, il capitale si

coordinerà globalmente in uno spazio dei flussi ed in un tempo istantaneo delle reti computerizzate,

mentre il lavoro, ancorato allo spazio dei luoghi ed al tempo locale scandito dall'orologio, finirà per

smarrire le sue coordinate vitali nel confronto con l'universo virtuale di puro flusso ed informazione

del capitale stesso. Secondo Castells, nello spazio dei flussi si organizzano le pratiche sociali

dominanti, quelle che disciplinano e coordinano l'andamento dei vari flussi ed il loro sincronismo,

la loro simultaneità. È evidente che una tale organizzazione della società in rete non sarebbe

possibile senza i nuovi mezzi d'informazione. Allo spazio dei flussi si contrappone, in modo sempre

più tenue, uno spazio dei luoghi, fisicamente determinato, che mantiene una sua coerenza formale,

funzionale e simbolica. Da un punto di vista temporale, Castells sostiene che la società in rete,

coordinata dall'assetto mediale odierno, sta sgretolando il tempo lineare, irreversibile, misurabile e

prevedibile della modernità, debilitando la cosiddetta cultura dell'orologio, a favore di un tempo

senza tempo, di un sempre presente che elimina qualsiasi forma di scansione sequenziale. Una

simile dimensione acronica, favorita dalle tecnologie dell'informazione proprie della struttura della

società in rete, è caratteristica dello spazio dei flussi. Sono proprio i flussi nel loro insieme, con il

loro scorrere incessante, indistinto ed incontrollabile, a fermare il tempo in un vortice impetuoso e

disorganizzato. Simultaneità, istantaneità e atemporalità, sono le caratteristiche del tempo. La

società in rete appare dunque come un insieme disordinato, automatico, involontario di eventi

definiti dal sistema non sempre governabile dei mercati, delle tecnologie, della politica.

L'informazione diviene il cardine della struttura sociale. In una siffatta dimensione si evolve

sostanzialmente una contrapposizione vigorosa tra la Rete e l'io. L'identità pare in crisi. Cresce la

distanza tra la globalità in rete e l’individualità. La società interattiva, identificata nella rete,

favorisce legami deboli multipli anziché legami forti. Ognuno sceglie le proprie rela-zioni, sulla

base esclusiva delle proprie inclinazioni, senza cercare arricchimento e confronto in dibattiti

pubblici, senza, insomma, condividere criticamente percorsi di vita. Inoltre, alla lunga, ciò potrebbe

portare ad una sorta di avversione immaginaria nei confronti della fisicità. Castells sostiene che tutti

i media elettronici, in generale, abbiano favorito la costruzione della società in rete e tutte le sue

conseguenze. In quella che definisce galassia McLuhan, vale a dire il sistema di comunicazione

mediale ed elettronica, circola una quantità dilagante di messaggi audiovisivi con cui ognuno

interagisce di continuo. I media, pur non essendo agenti innocui, non disegnano per Castells scenari

apocalittici. Internet è indubbiamente il vero vettore della società in rete, di una società che pretende

di essere universalmente interattiva. Questa nuova tecnologia plasma oggi ogni aspetto

socioeconomico contemporaneo ed è, a sua volta, condizionata dall'azione di istituzioni, imprese,

persone, gruppi sociali. Internet modifica sostanzialmente il nostro modo di comunicare.

Quattro dimensioni culturali, disposte gerarchicamente, hanno forgiato e continuano a dar forma,

secondo il sociologo spagnolo, alla struttura di Internet: la cultura tecno-meritocratica che si affida

alla comunità dei pari per trovare legittimità; la cultura hacker che ha liberato la meritocrazia da

qualsiasi autorità, allargando l'alveo degli esperti; le comunità virtuali che propongono un utilizzo

della tecnologia per un'evoluzione ed un arricchimento della socialità; la cultura imprenditoriale,

che ha visto nello sviluppo tecnologico di Internet una fonte di profitto e di appropriazione concreta

del mondo. Da queste radici sociali, per Castells, prendono corpo e diventano pervasivi l'e-business

e la new economy. Da un punto di vista politico Internet garantisce sicuramente possibilità di

accesso diretto ad una forma potenzialmente energica di spazio pubblico di discussione. Uno

spazio, insomma, dove anche molti movimenti sociali o semplici cittadini possano trovarsi nella

condizione di esprimersi liberamente e di partecipare attivamente alla vita collettiva. I cittadini

potrebbero usufruire di forme di vigilanza dal basso dell'operato dei governi. Ma, allo stesso tempo,

c'è il forte rischio che nuove tipologie di sorveglianza e controllo elettronico, da parte dei poteri

politici o addirittura di imprese economiche, possano abbattersi sulla libertà e la privacy degli

individui. A ciò si aggiungono almeno due ulteriori conseguenze deleterie che Internet potrebbe

teoricamente favorire: la tendenza all'individualismo; il digital divide (divario digitale), vale a dire

l'ulteriore marginalizzazione ed esclusione sociale di chi non ha la possibilità di accedere ad

Internet. In conclusione, secondo Castells, l'essenziale è comprendere le potenzialità dei nuovi

mezzi e sfruttarne positivamente le proprietà. Ne La nascita della società in rete, Castells evidenzia

tre livelli di basi materiali dello spazio dei flussi: i luoghi, i nodi (centri decisionali) e gli snodi

(punti di fluidificazione del sistema). In Galassia Internet, Castells supporta, con una serie di prove

empiriche, l'idea che la società interattiva, innescata da Internet, favorisca la creazione di legami

deboli ed una forte tendenza all'individualismo. Le comunità tradizionali hanno ceduto spazio ai

network, mentre anche i legami familiari e di amicizia ormai si intrattengono a distanza. Le

comunità virtuali non partono dalla condivisione critica di valori collettivi e di organizzazione

sociale, ma si riducono ad un legame generato esclusivamente da interessi ed idee personali e

selettive. L'individuo proietta semplicemente i suoi valori e le proprie esigenze nei vari gruppi

virtuali a cui partecipa. Ne scaturisce il trionfo dell'individuo, messo in scena dalle nuove

potenzialità tecnologiche. Il filosofo francese Pierre Lévy è un fervido estimatore delle potenzialità

insite nel cyberspazio. Le sue opere sono intrise di un appassionato ottimismo progettuale nei

confronti delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Lévy propone di

considerare il nucleo dell'umanità nell'interazione dinamica tra la cultura (l'insieme di idee e

rappresentazioni), la società (gli esseri viventi con le loro relazioni) e le tecniche (realtà materiali

artificiali, ma anche naturali, efficaci). Secondo Lévy è improprio sostenere che le tecnologie hanno

un impatto sulla società e sulla cultura. La tecnologia non è infatti un fattore indipendente dal

contesto socioculturale in cui essa prende forma, e quest'ultimo non è una realtà passiva bersagliata

e modellata da un agente esterno. Una tecnologia dunque non determina ma condiziona, dischiude

cioè una serie di possibilità, di presupposti che influenzano vivamente la strutturazione

dell'organismo collettivo. Non si può cosi considerare una data tecnica ne buona o cattiva, ne

neutra. Alla luce delle sue considerazioni sul rapporto tra l'uomo, la tecnica e la cultura, Lévy

afferma, in primo luogo, che non esiste una ragione intesa come proprietà inalterabile dell'essere

umano, in quanto essa si costruisce significativamente grazie alle tecnologie. Proprio le tecnologie

dell'intelligenza permettono una coniugazione perfetta delle facoltà che costituiscono la base della

cognizione umana: percezione, riconoscimento immediato delle forme e delle apparenze;

immaginazione, creazione di ricostruzioni psichiche del mondo esterno o interno; attitudine ad

operare, vale a dire la capacità di manipolare l'ambiente, creando anche i presupposti per ogni forma

di rappresentazione. Secondo Lévy ogni attività culturale del collettivo che tende a costruire

categorie, classi, concetti, insiemi di ordinamento e soprattutto di rappresentazione della realtà può

essere considerata tutto sommato alla stregua di una tecnologia intellettuale e valutata come

equivalente ed interagente con le operazioni cognitive individuali. L’habitat in cui si generano i

sistemi cognitivi è permeato dall'interazione tra i vari individui, i processi e le istituzioni sociali che

forniscono evidenti categorie della conoscenza e tutte le tecniche che trasformano il rapporto

concreto con la realtà e la formazione di concetti e visioni del mondo modificando sostan-zialmente

il modo di operare, informare, memorizzare, rappresentare. Per questo è possibile affermare che il

pensiero è sempre qualcosa di collettivo, in quanto esso è frutto di un insieme eterogeneo in cui

interagiscono la moltitudine dei soggetti, le tecnologie ed i sistemi sociali. Lévy propone l'idea di

un'ecologia cognitiva, una metodologia di studi capace di analizzare la formazione e la dinamica di

ciò che egli chiama collettivi pensanti uomini-cose. Secondo il teorico francese esistono tre tipi

sostanziali di tecnologie che si sono storicamente succedute nell'azione su ogni aspetto

dell'organizzazione sociale: le tecniche arcaiche, vecchie procedure lente e dotate di un

funzionamento incerto, impreciso ed approssimativo; le tecniche molari, che valutano i propri

oggetti globalmente, in rapporto al complesso di pani che li costituiscono, senza dare importanza

agli sviluppi ed alle caratteristiche dei singoli elementi; le tecniche molecolari, che possiedono un

grosso livello di precisione tale da poter considerare nel dettaglio, finemente, gli oggetti ed i

processi che gestiscono. Potendo agire sulle microstrutture esse diminuiscono ogni dissipazione ed

evitano ogni forma di omologazione e massificazione. Per quanto concerne l'informazione ed il

controllo dei messaggi, tecniche arcaiche sono quelle somatiche. Esse si fondano sulla produzione

di segni attraverso i corpi, presuppongono la presenza fisica e sono inestricabilmente legate al

contesto che vincola la definizione di senso. Chi produce un messaggio somatico infatti lo adatta

continuamente alle situazioni ed al loro variare. Il messaggio somatico è inoltre plurimo: la parola è

sempre accompagnata dalle espressioni facciali, la danza ha sempre una cornice sonora ecc.. I segni

sono così effimeri, per nulla duraturi. Le tecnologie molari sono quelle mediatiche, anticipate da

quelle protomediaciche come la pittura, la statuaria, l’oreficeria I media delineano possibilità

segniche irraggiungibili con la comunicazione corporea, ma decontestualizzano i messaggi (la

significazione non è legata al contesto). Per questo la ricezione e la comprensione dei contenuti è

spesso ridotta. Con la tecnologia digitale si ha invece la possibilità non solo di diffondere e

riprodurre messaggi, ma soprattutto, da parte di ogni attore sociale, di crearli e modificarli

continuamente in virtù del controllo bit per bit sulla struttura dei segni. L'interazione costante,

creativa, operativa che prende corpo in particolar modo nel cyberspazio, consente una

comunicazione vivida nella rapidità assoluta del tempo reale, recuperando tanto l'attenzione al

contesto ed alla sua importanza nella determinazione del senso, quanto l'enorme potenzialità di regi-

strazione e diffusione dei vecchi media. Infine, secondo Lévy anche l'organizzazione dei gruppi

umani ha avuto nel corso della storia un'evidente evoluzione, resa per lo più possibile dalle

differenti tecniche volta per volta a disposizione. L'autore francese è convinto che esistano tre

modelli ideali di tecnologie politiche. In primo luogo i gruppi organici, come le famiglie, i clan e le

tribù, in cui ogni componente conosce gli altri direttamente, in cui si interagisce reciprocamente in

base a regole, anche dettate da codici tradizionali, completamente intrinseche alla comunità e mai

definite dall'esterno. Tali gruppi hanno in genere storicamente ceduto il passo a collettivi molari

organizzati, che si strutturano e si reggono grazie ad elementi trascendenti, esterni rispetto

all'interazione reciproca. Nei gruppi molari gli uomini vengono considerati come appartenenti ad

una serie di categorie (razza, professione, rango ecc.) all'interno delle quali essi sono

intercambiabili, perdendo cosi la loro feconda individualità in seno ad una massa in cui non si è

altro che un numero, una cifra. L'unità è assicurata dai leader e dalle varie istituzioni, mentre è la

burocrazia, verosimilmente affiancata dai media di massa, a gestire ed a trattare l'informazione. È

plausibile che presto, specie in virtù delle nuove tecnologie, si possa invece giungere alla

formulazione di gruppi autorganizzati, molecolari, capaci di dar vita ad una forte democrazia diretta

in comunità molto estese. La politica molecolare definisce un legame sociale immanente, in cui le

singole individualità interagiscono e collaborano sinergicamente in tempo reale, mettendo in campo

le proprie capacità, le proprie competenze, la propria creatività, le proprie idee. Così il collettivo si

riorganizzerebbe costantemente, all'interno di un nuovo spazio deterrirorializzato. Il nuovo legame

sociale sarebbe frutto delle nuove tecnologie, in particolar modo del cyberspazio che fornisce la

base per l’instaurarsi dell’intelligenza collettiva. L'intelligenza collettiva è per Lévy un'intelligenza

distribuita ovunque, in quanto risiede completamente nell'umanità, ed ognuno porta il suo bagaglio

non esaustivo di conoscenza; coordinata in tempo reale, attraverso le nuove tecnologie digitali di

comunicazione e di gestione dell'informazione che consentono ai componenti della comunità di

interagire all'interno di un mondo virtuale di conoscenza condivisa. Con il coordinamento di eventi,

azioni, decisioni, significazioni, lo stesso universo virtuale diverrebbe uno spazio sempre variabile a

seconda delle necessità e delle volontà collegiali. Si passa dal cogito cartesiano al cogitamus. Lungi

dal fondere le intelligenze individuali in una sorta di magma indistinto, l'intelligenza collettiva è un

processo di crescita, di differenziazione e di mutuo rilancio delle specificità. Lévy ammette che

l'idea di un intellettuale collettivo è in un certo qual modo anticipata da una serie di filosofi mistici

dell'area islamica o ebraica che propongono una lettura neoplatonica di Aristotele. Costoro parlano

di un intelletto agente, costantemente in atto, che contempla le vere idee e, trasmettendole alle

intelligenze umane, permette a quest'ultime di agire. Tale intelletto unisce gli uomini a Dio, che non

è qui concepito come un essere infinito, ma come un pensiero autopensante, pura intelligenza

creatrice che, in quanto quantitativamente finita, può connettersi alla finitudine umana. Il mondo

proviene da un'emanazione dell'intelligenza di Dio. Gli esseri umani, sempre intelligenti in potenza,

lo diventano in atto solo grazie all'intelletto agente, condiviso dall'umanità intera, una sorta di

conscio collettivo che poi i singoli uomini recepiscono con gradazioni diverse. Lévy afferma, con

entusiasmo e fervore quasi religiosi, che simili concezioni sono applicabili, con le dovute

differenze, ai mondi virtuali, purché si sostituisca l'approccio trascendente con uno immanente.

Proprio nei mondi virtuali del cyberspazio, infatti, gli uomini potrebbero organizzarsi in forme di

intellettuali collettivi, e l'intelletto agente assumerebbe il ruolo di vettore di scambio, di discussione,

di espressione comune. In questo nuovo spazio gli uomini si incontrerebbero in collettivi intelligenti

capaci di riconoscersi, di costruirsi, di negoziare ed elaborare progetti. Si creerebbe così una

dialettica tra il mondo angelico della virtualità tecnologicamente assistita ed il mondo concreto, in

grado di determinarsi vicendevolmente. È così che l'universo virtuale svolgerebbe la funzione di

intelletto agente. La tensione umanista dell'autore propende verso il progetto di un nomadismo

intellettuale. Ogni individuo può e deve unirsi a più intellettuali collettivi, in modo da attingere a

più serbatoi di sapere che egli stesso contribuisce a formare. Ognuno è già di per sé intelligente in

atto, ma immergendosi nel mondo virtuale si apre ad una serie di nuove conoscenze possibili, alle

idee ed ai progetti altrui, dando il proprio apporto alla costituzione dell'intelligenza collettiva o

delineando la propria collocazione in rapporto alla conoscenza comune. Nel suo massimo slancio

enfatico Lévy, avvalendosi della dottrina aristotelica che divide la categoria di causa in quattro

entità (causa materiale, causa efficiente, causa formale e causa finale), paragona l'intellettuale

collettivo a Dio, in quanto esso è tutte e quattro le cause. In un certo senso deve già esistere per

poter nascere. Il programma di un'intelligenza collettiva ha nel cyberspazio una condizione

necessaria. Il cyberspazio (o anche più semplicemente la rete) è il nuovo ambiente comunicativo,

sorto dalla connessione su scala planetaria di tutti i computer, ed è dunque l'insieme delle strutture

tecnologiche digitali, del diluvio di informazioni che viaggiano nel sistema e degli uomini che lo

promuovono navigando. Per cybercultura, invece, si intende il complesso di tecnologie, attività,

capacità, valori e sistemi di pensiero che maturano simultaneamente allo sviluppo della rete. Il

cyberspazio rappresenta un dispositivo comunicativo originalissimo che, amplificando a dismisura i

termini dell'interattività, consente una comunicazione tutti-tutti (e non uno-tutti come radio e Tv, o

uno-uno come il telefono) che permette ad una comunità di erigere cooperativamente significati e

progetti condivisi. È ciò è possibile grazie all’informazione di flusso, il complesso di dati

modificabili e sempre in movimento nella rete e nelle memorie digitali. Una delle tendenze portanti

della cybercultura è la virtualizzazione. II virtuale non si oppone, secondo il filosofo francese, al

reale, bensì all’attuale. Esso dunque non si riferisce a qualcosa di falso o chimerico, ma rappresenta

una potenzialità vigorosa che dischiude aspettative, concede possibilità creative e nuovi significati

che oltrepassano la presenza fisica immediata. Virtuale ed attuale sono semplicemente due diverse

modalità d'essere. È virtuale ciò che esiste in potenza e non in atto. Uno degli aspetti della

cybercultura che Lévy sottolinea con maggior fervore è il suo dar corpo ad un universale senza

totalità. Si tratta di un universale privo di contenuti coercitivi e dati una volta per tutte, ma in

continua mutazione a seconda dell'apporto di tutti. Lévy definisce l'aspirazione a conservare dei

significati irrevocabili come una pretesa di totalità, che si è sedimentata in ogni aspetto della

razionalità occidentale incoraggiata dalla scrittura (es. le scienze ed il loro ideale di esattezza). La

totalizzazione della scrittura viene ripresa dai mass media, che cercano solo il comune

denominatore mentale dei destinatari, indifferenziato e che esclude la singolarità e la cultura

specifica dei riceventi. Lo spettatore (universalmente coinvolto a livello emotivo) non può però

agire praticamente e deve accontentarsi di una fruizione passiva, vincolante, totalizzata. Il

cyberspazio, invece, genera appunto un universale senza totalità, in cui si coniuga la possibilità di

evadere dal contesto fisico e temporale di emissione dei messaggi con l'opportunità concreta per

tutti di agire in prima persona e modificare i significati. Questo universale aperto valorizza ogni

singolarità. Lévy coglie gli aspetti positivi della nuova temporalità e della nuova strutturazione della

conoscenza. Il nuovo sapere si separa dall'idea di una memoria rigida, mirando invece ad adeguare

ogni conoscenza alle esigenze specifiche, alle contingenze, alle occasioni, alle opportunità che la

collettività affronta quotidianamente. Proprio perché il sapere diviene la variabile più importante

nella costruzione del legame sociale e dell'identità individuale e collettiva, Lévy scorge all'orizzonte

un nuovo spazio antropologico, lo Spazio del sapere, che verosimilmente renderà presto a prevalere

sugli spazi precedenti: la Terra, il Territorio e lo Spazio delle merci. Sulla Terra, primo spazio

dischiuso alla nostra specie nella preistoria, l'uomo nomade vive in simbiosi con il cosmo ed ha un

rapporto empirico stretto con la natura. La conoscenza avviene attraverso miti e rituali, di cui gli

anziani sono saggi portavoce, in un tempo immemorabile sempre identico. Il Territorio ha luogo

con il Neolitico, quando l'uomo diventa stanziale e cerca di addomesticare lo spazio antecedente.

Nascono l'agricoltura, la città, lo Stato e la scrittura. Il rapporto con il Territorio è fondato sulla

proprietà, sull'appartenenza ed è cosi tracciato da recinzioni, confini, frontiere. La conoscenza si

basa appunto sulla scrittura, che comincia a dar vita ad un tempo storico ed a sistemi teorici

razionali, matematici. Nello Spazio delle merci, sviluppatesi incorno al XVI secolo, l'elemento

ordinatore diviene il flusso (di energie, di materie prime, merci, capitali, mano d'opera, infor-

mazioni). Ha luogo una deterritorializzazione, condizionata dai flussi economici il cui controllo è

fonte di ricchezza. Nella dinamica di flusso cominciano a nascere forme di apprendimento

ipertestuale. Proprio queste ultime caratteristiche lasciano presagire l'eventualità di uno spazio

nuovo, lo Spazio del Sapere, capace di imporsi sui precedenti senza però eliminarli. Questo nuovo

spazio dovrà essere caratterizzato da: una velocità sempre maggiore del cambiamento all'interno

dell'universo di conoscenze e competenze; una massa sempre più estesa di persone chiamate a

partecipare al sapere ed all'agire collettivo. In questa nuova realtà l'uomo ridiventa nomade e rende

la propria identità multipla, esplorando di continuo mondi diversi e diventando egli stesso

complesso, eterogeneo, plurale, sempre in divenire. Per questo il suo cervello si trasforma in

policosmo. All'interno di questa dinamica, il sapere si organizza nella cosmopedia (successore

dell'enciclopedia), che struttura uno spazio multidimensionale. Lévy afferma che il cyberspazio

potrebbe favorire una cooperazione di tutti i cittadini nella risoluzione collettiva dei problemi,

generando una democrazia in tempo reale. Lévy propone una modifica terminologica: da

democrazia a demodinamica (potenza del popolo).

Tomas Maldonado, esperto di disegno industriale, ha fornito importanti elementi per lo studio dei

media e delle nuove tecnologie. Pur senza screditare le potenziali capacità della tecnica di

migliorare la nostra vita, egli si dimostra poco propenso ad assecondare gli eccessi retorici che

tendono a glorificarne esasperatamente l’utilità. Maldonado afferma che l'umanità ha sempre fatto

ricorso a universi simbolici che mediano tra l'uomo ed il mondo reale. Oggi l'esaltazione della realtà

virtuale ha, per l'aurore argentino, un duplice aspetto: alcuni vedono in essa il vettore di un mondo


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nadia_87

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Ponzini Giuseppe.

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