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SOCIOLOGIA DEL LAVORO A.A 2019/2020

PROF. GIOVANNA FULLIN

SETTIMANA 1

INTRODUZIONE ALLA SOCIOLOGIA DEL MERCATO DEL LAVORO (CAP. 1 par 3,4

e 5)

1. Che cos’è la sociologia del mercato del lavoro?

2. Alcuni concetti di base.

3. Fonti di dati e definizioni operative.

4. Definizione dei principali indicatori.

1. CHE COS’ É LA SOCIOLOGIA DEL MERCATO DEL LAVORO?

La sociologia del lavoro e la sociologia del mercato del lavoro non sono la stessa cosa.

La sociologia del lavoro è più ampia e studia la qualità del lavoro, l’organizzazione del

lavoro in diversi settori produttivi e professionali e mette in rapporto questi fenomeni

con il variare del modo di produzione, della tecnologia, della struttura delle aziende,

delle organizzazioni sindacali e della composizione della popolazione.

Quest’ultima influisce su quella che poi è la composizione della forza lavoro, la quale

entra nelle organizzazioni e che, quindi, costituisce il fattore umano della sociologia

del lavoro.

Inoltre, studia anche gli effetti che questi aspetti del lavoro hanno sulla collettività dei

lavoratori, sulla stratificazione sociale, sull’uso del tempo libero e sulla qualità della

vita.

Comprendere ciò che avviene nel mercato del lavoro, è assolutamente essenziale per

comprendere molti altri aspetti della società che ci circonda.

La sociologia del mercato del lavoro è una “parte” della sociologia del lavoro e studia

la struttura dell’occupazione e della disoccupazione, i meccanismi di funzionamento

del mercato del lavoro e lascia sullo sfondo alcune questioni relative ad esempio alla

modalità di organizzazione del lavoro o alla divisione del lavoro.

2. I CONCETTI CHIAVE

∙ OCCUPATI = chi svolge un lavoro, questo lavoro deve dare un reddito alla persona

che lo svolge. L’attività lavorativa deve avere il fine di produrre beni e sevizi utili e

deve fornire un riconoscimento sociale/ personale.

(Il volontariato non può essere considerato un lavoro)

Questi tre criteri valgono per rilevare l’occupazione in una moderna economia di

mercato dove prevale il lavoro salariato. (Bisogna escludere il lavoro domestico e

l’autoconsumo).

Gli occupati sono persone con un impiego salariato che sono al lavoro o

comunque hanno un legame formale con il proprio impiego e quelle che

svolgono un lavoro in vista di un profitto/ guadagno proprio o della famiglia.

∙ DISOCCUPATI = sono persone in cerca di occupazione, cioè privi di un lavoro

retribuito, lo ricercano attivamente e sono disponibili a lavorare.

( Esempio: ciambella: occupati, buco: disoccupati e tutto il resto: inattivi)

∙ INATTIVI: è la parte di popolazione che non partecipa al mercato del lavoro,

ovvero non è occupata e non cerca lavoro. (Casalinghe, studenti a tempo pieno,

pensionati e inabili al lavoro).

I confini tra queste tre figure, non sono sempre facili da tracciare perché esistono delle

figure ambigue:

∙ sottoccupazione: vi sono persone che lavorano poche ore alla settimana (ad

esempio: babysitteraggio o ripetizioni) e vengono considerati come occupati.

Dato l’esempio, essendo studenti bisogna considerare anche l’inattività della nostra

posizione.

∙ disoccupati che mentre cercano lavoro si arrangiano con qualche “lavoretto”:

statisticamente vengono considerati come occupati ma nella loro vita ha più valore la

ricerca di un lavoro fisso piuttosto che un lavoro santuario.

∙ persone in cerca di lavoro che sono “scoraggiate”: in alcuni contesti, ad esempio

nelle regioni meridionali, dove il tasso di disoccupazione per i giovani e per le donne è

molto alto questo fattore “scoraggia” la ricerca di lavoro e le persone non cercano più

attivamente di conseguenza non possono più essere considerati disoccupati in senso

stretto.

3. FONTI DI DATI E DEFINIZIONI OPERATIVE

Occupazione e disoccupazione sono degli indicatori che vengono costruiti rispetto agli

obiettivi del ricercatore, cioè rispetto a chi studia e vuole monitorare il Mercato del

Lavoro.

Esistono delle convenzioni Eurostat (cioè vincolanti per tutti i Paesi dell’EU e per i loro

dati statistici) che hanno “ristretto” le definizioni di questi due concetti.

L’indagine ISTAT sulle Forze di Lavoro è lo strumento con cui l’ISTAT stima il numero e

le caratteristiche di occupati, disoccupati e persone non attive.

Rilevazioni analoghe sono fatte in tutti i Paesi Europei e l’EUROSTAT le armonizza in

modo da offrire dei dati comparativi.

La logica di fondo nella definizione di occupato, disoccupato e inattivo è una logica che

è condivisa a livello Europeo.

Le condizioni di occupato, disoccupato e inattivo si escludono reciprocamente cioè

l’individuo può essere classificato in una sola di queste condizioni.

Esistono delle figure ambigue che si trovano a metà di queste condizioni, ma la

rilevazione statistica non permette che un individuo possa essere classificato in due

modi.

C’è una logica gerarchica questo vuol dire che la condizione dell’occupato prevale su

quella del disoccupato e quella del disoccupato su quella dell’inattivo.

Definizione operativa:

∙ OCCUPATI= coloro che hanno svolto almeno un’ora di lavoro retribuito nella

settimana precedente la rilevazione.

Il lavoro anche se retribuito “in nero” non intacca la condizione di occupato.

Anche se il lavoratore è in ferie, in malattia… la condizione di occupato permane.

Bisogna distinguere nella definizione di occupato:

Dipendenti: cioè persone con un impego salariato. Il salario rimanda a una condizione

di dipendenza tra il datore di lavoro e il lavoratore e vi è un legame formale con il

proprio impiego.

Indipendenti: cioè le persone che svolgono un lavoro in vista di un profitto o di un

guadagno proprio o della famiglia. Non hanno quindi un datore di lavoro che li paga,

ma la loro entrata economica deriva dall’andamento dei loro affari.

∙ DISOCCUPATI = per essere definiti tale queste persone devono essere prive di un

lavoro retribuito, devono cercarlo attivamente e devono essere disponibili a lavorare.

La ricerca attiva può essere definita tale quando si ha svolto almeno un’azione di

ricerca negli ultimi 30 giorni ( in Italia questo criterio è stato adottato dal 2004) ed è

un concetto molto rilevante perché ci si può imbattere, a causa di un lungo periodo di

disoccupazione, in uno stato di scoraggiamento. Quando nell’arco di tempo di 30

giorni non si è svolta alcuna attività di ricerca, l’individuo non può essere più

ricondotto alla condizione di disoccupato. In altri Paesi Europei, veniva richiesto di

recarsi periodicamente presso i centri dell’impiego, in Italia non esisteva l’obbligo di

conseguenza il numero delle persone che cercava attivamente lavoro risultava

statisticamente molto più basse e tendeva a sovra stimare il tasso di disoccupazione.

La disponibilità lavorativa implica che una volta trovato un impego entro la settimana

successiva bisogna essere disponibili per cominciare a lavorare.

Tra coloro che cercano lavoro si distinguono:

∙ disoccupati con esperienza in senso stretto: cioè coloro che hanno già avuto un

impiego e poi lo hanno perso.

∙ in cerca di prima occupazione: cioè coloro che non hanno esperienza di lavoro alle

spalle.

Se il tasso di disoccupazione di chi cerca il primo impiego è alto (ad esempio in Italia),

questo indicatore ci dice che c’è una difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro.

Mentre in caso contrario, l’altro indicatore ci indica un aumento di chi una volta perso

il lavoro lo cerca.

Gli occupati e i disoccupati insieme costituiscono le forze di lavoro.

Le forze di lavoro possono essere definiti anche come popolazione attiva e sono la

somma degli occupati e delle persone in cerca di occupazione, cioè coloro che

partecipano al mercato del lavoro.

Possiamo dire quindi che le forze di lavoro rappresentano l’offerta di lavoro.

∙ INATTIVI = cioè la popolazione non attiva o non in forze di lavoro, ovvero chi non è

né occupato né in cerca di occupazione.

Comprende gruppi diversi:

- persone in età non lavorativa

∙ minori sino ai 15 anni

∙ anziani oltre i 64

- persone in età lavorativa (15 – 64 anni) che sono

∙ studenti

∙ casalinghe

∙ inabili e ritirati dal lavoro (pensionati)

I dati statistici sono frutto di costruzioni teoriche e operative, per questo

motivo è necessario:

1. Definire i concetti;

2. Identificare le caratteristiche per collocare un soggetto;

3. Definire strumenti operativi per rilevare tali caratteristiche.

4. I PRINCIPALI INDICATORI PER LO STUDIO DEL MERCATO DEL LAVORO.

I tre indicatori che utilizziamo sono: Forze lavoro ∙ 100

( )

∙ Il tasso di attività: T_attività = Popolazione (15−64)

É un rapporto percentuale tra le forze di lavoro (= occupati + disoccupati) e la

popolazione in età lavorativa.

La popolazione si trova al denominatore perché questo indicatore vuole mostrarci

quante persone, tra quelle che ci aspettiamo, potrebbero partecipare al mercato del

lavoro.

Quindi lasciamo fuori dal conto i minori di 15 anni e i maggiori di 64.

Il tasso di attività misura il grado di partecipazione al mercato del lavoro di una

determinata popolazione.

Con partecipazione si intende quanti membri della popolazione che sto osservando

stanno svolgendo un lavoro o stanno cercando un lavoro, in entrambi i casi fanno

parte del mercato del lavoro.

Mentre se fossero inattivi escono dal mercato del lavoro.

Il calcolo può essere fatto su gruppi specifici : per età, genere, titolo di studio …

Esempio:

Calcolare il tasso di attività femminile (20 – 25 anni)

Occupate cerca dilavoro 20−25 anni ∙100

( )

+¿ Il tasso di attività per i maschi in età adulta

Popolazione femminile 20−25 anni

risulta sempre molto alto: è sempre costante su livelli che sfiorano il 100%.

Questo dato non è ritrovabile nelle donne con la stessa fascia di età.

Per quanto riguarda i giovani, il tasso di attività varia notevolmente nel tempo e nello

spazio.

Molti giovani non sono attivi nel mercato del lavoro ( ad esempio studenti a tempo

pieno, in Italia). Occupati ∙100

( )

∙ Il tasso di occupazione = Popolazione (15−64)

È il rapporto percentuale tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa.

Il tasso di occupazione indica quante persone lavorano in una determinata

popolazione.

La prima “cosa da fare” è calcolare il reciproco cioè considerare quanta popolazione in

totale si trova a carico delle persone occupate.

Sul lavoro degli occupati si basa il funzionamento del sistema economico di

conseguenza anche il benessere economico di una popolazione.

Il tasso di occupazione è considerato, anche, un indicatore della domanda di lavoro da

parte del sistema produttivo (aziende).

Anche in questo caso, possono esserci dei tassi di occupazione specifici, costruiti per :

età , genere, titolo di studio …

Il tasso di occupazione è sempre l’indicatore più importante perché, spesso,

gli obiettivi della politica europea vengono espressi in termini di tasso

occupazionale.

∙ Il tasso di disoccupazione: T_disoccupaz =

Persone∈ cercadi lavoro ∙100

( )

Forze dilavoro Occupati+ persone∈cerca dilavoro)

(¿

È il rapporto percentuale tra le persone in cerca di lavoro e le forze di lavoro cioè gli

occupati e coloro in cerca di lavoro.

Il tasso di disoccupazione indica quante persone non riescono a trovare lavoro ogni

cento che lo cercano.

Indica la difficoltà di trovare un impiego.

Anche in questo caso esistono dei tassi di disoccupazione specifici : età, genere, titolo

di studio …

Esempio:

Tasso di disoccupazione maschi diplomati 19 – 24 anni.

diplomati 19−24 anni∈cerca di lavoro)

(maschi x 100

maschi diplomati 19−24 anni occupati dipolmati 19−24 anni∈cerca dilavoro)

( ) +(maschi

Definizione ristretta:

Considera come persone in cerca di occupazione coloro che hanno svolto un’azione di

ricerca negli ultimi 30 giorni. Questa è una misura “ufficiale” in linea con le

convenzioni internazionali.

Definizione allargata:

Considera anche comportamenti di ricerca più deboli, perché tiene conto dello

scoraggiamento.

Misura la mancata partecipazione e non solo la disoccupazione.

Il tasso di mancata partecipazione è sempre maggiore del tasso di disoccupazione.

Il mercato del lavoro si può rappresentare come se fosse costituito da tre grandi

laghi:

- il “lago” degli occupati;

- il “lago” delle persone in cerca di lavoro;

- il “lago” delle diverse categorie di inattivi;

I movimenti tra questi gruppi possono andare in entrambe le direzioni, tranne quando

lo vietano ovvi motivi di età.

Il livello di questi laghi dipende dalla somma algebrica dei flussi di entrata (+) e i flussi

di uscita (-), che riguardano tutti e tre i bacini.

Ci si può aspettare, in modo scorretto, che se aumenta l’occupazione diminuisce la

disoccupazione però può anche non succedere. Può accadere perciò un apparente

paradosso nel quale aumentino sia gli occupati sia le persone in cerca di occupazione,

oppure gli occupati aumentano ma i disoccupati non diminuiscono.

Esempio: in un periodo di crisi le persone pensano ci siano più opportunità di impiego

per cui si rimettono a cercare lavoro anche coloro che erano scoraggiati e quindi

inattivi.

MOVIMENTI:

- Da “NON FORZE DI LAVORO” si può passare

→ a “IN CERCA DI OCCUPAZIONE” (se uno studente si mette a cercare un lavoro, anche

se sta ancora studiando);

- Da “ IN CERCA DI OCCUPAZIONE” si può passare

→ a “OCCUPAZIONE” (se chi cercava lavoro lo trova);

→ a “NON FORZE DI LAVORO” (se chi cercava lavoro si scoraggia e smette di cercarlo);

→ a “NON FORZE DI LAVORO” ( se chi cercava lavoro decide di ricominciare a

studiare);

- Da “OCCUPAZIONE” si può passare

→ a “IN CERCA DI OCCUPAZIONE” (se si perde il lavoro e si comincia a cercarne un

altro);

→ a “NON FORZE DI LAVORO” ( se si perde il lavoro e non si fa nulla);

→ a “NON FORZE DI LAVORO” ( se si va in pensione).

SETTIMANA 2

INTRODUZIONE ALLA SOCIOLOGIA ECONOMICA.

La sociologia economica è un filone della sociologia che studia i rapporti di

interdipendenza tra fenomeni economici e fenomeni sociali. L’idea che ha

questo filone è che i fenomeni economici e i fenomeni sociali sono interconnessi:

guarda come l’economia influenza la società e come la società, a sua volta, influenzi

l’organizzazione e il cambiamento dell’economia.

Inoltre, rifiuta la divisione tra discipline (assente nei classici) e questa idea è in

contraddizione con l’ipotesi di fondo con l’economia neoclassica o dell’analisi

economica, le quali affermano che i fenomeni economici devono essere studiati dalla

teoria economica e la teoria economica si riferisce ai fenomeni economici e crea degli

schemi che permettono di analizzarli, interpretarli.

L’idea della sociologia economica, invece, è che la teoria economica guarda ai

fenomeni economici e li può analizzare ma anche lei stessa può proporre delle analisi

interpretative dei fenomeni economici e può mettere in luce come questi fenomeni

siano influenzati da fenomeni che, normalmente, non vengono presi in considerazione

dalla scienza economica. Quindi lo scopo è di tenere insieme le dimensione e di

guardare come queste siano tra loro interconnesse.

1. I CLASSICI: Marx, Weber, Durkheim e Simmel

I testi base della teoria classica che sono importanti per la sociologia economica sono:

∙ K. Marx “Il capitale” (1867);

∙ E. Durkheim “La divisione sociale del lavoro” (1893);

∙ G. Simmel “La filosofia del denaro” (1900);

∙ M, Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” (1905) e

“Economia e società” (1908 – 1920)

KARL MARX (1818 – 1883)

Secondo Marx, è impossibile studiare l’economia prescindendo dalle istituzioni che la

regolano, di conseguenza, per produrre gli uomini si organizzano ed entrano in

relazione tra loro determinando rapporti sociali di produzione.

Egli è fondamentalmente convinto che gli interessi degli individui di una società siano

in conflitto tra loro e questa sua visione va contro l’idea della “mano invisibile” del

mercato, la quale rimanda a una società composta da individui che interagiscono tra

loro senza entrare in conflitto, scambiandosi i beni, facendo variare i prezzi, trovandosi

così in una situazione di equilibrio. In questa visione non c’è spazio per il conflitto e

per le asimmetrie di potere.

Invece, secondo Marx, soprattutto sul mercato del lavoro avviene uno scambio tra

parti che non sono in condizioni eguali, queste parti sono i proprietari del capitale e dei

mezzi di produzione (datori di lavoro) e i lavoratori.

Da una parte la teoria di Marx è importante per la sociologia economica perché

sottolinea il legame stretto tra economia ed istituzioni e mette in evidenza come per

studiare lo sviluppo economico è necessario analizzare i rapporti sociali di produzione

e vedere come l’attività produttiva si inserisce all’interno della società e come dai

rapporti di produzione derivino i rapporti sociali e quindi anche la condizione di

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elchichinho di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di sociologia del lavoro e delle relazioni industriali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Mecatti Fulvia.
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