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La conversazione interiore: come nasce l'agire sociale

Introduzione

La conversazione interiore: un nuovo paradigma della socializzazione. Margaret Archer si pone questa domanda: “È la società che fa l’individuo o l’individuo che fa la società?” Il quesito fra individuo e società ha interessato tutta la teoria sociale moderna, a livello internazionale è noto come l’intreccio fra la struttura sociale e l’agire libero della persona.

L’autrice spiega la questione anticipando questa teoria in una trilogia ossia:

  • Culture and Agency (1988): Analizza il legame tra cultura e azione.
  • Realist Social Theory: The Morphogenetic Approach (1995): Discute l'influenza della struttura sociale sull’agire umano.
  • Being Human. The problem of Agency (2000): Analizza il concetto di umanità contro le teorie sociali, che cercano di sminuire le proprietà e i poteri dell’umano.

Oggi secondo Archer l’individuo viene indebolito dalla società, poiché viviamo in un’epoca caratterizzata da incertezze e disorientamenti. La proposta dell’autrice è quella di analizzare il problema di come la persona non viene socializzata dall’esterno, ma si socializza nel corso della sua vita.

Il rapporto fra agency e struttura

Secondo l’autrice i fondatori della sociologia moderna, chiamati anche classici (Marx, Durkheim, Weber), ci hanno lasciato dei quesiti che non hanno dato risposte esaustive. Le due questioni più importanti sono:

  • Il rapporto fra agency e struttura (agency = soggettività; le strutture = fattori oggettivi).
  • Il rapporto fra soggettività e oggettività.

I classici nel cosiddetto modello a due gradini spiegano come i fattori sociali privilegiano i fattori oggettivi. Archer sintetizza il modello a due fasi così:

  1. Le proprietà strutturali e culturali influenzano gli individui, essi sono guidati dalle costrizioni e dalle risorse della società in cui vivono.
    • Gli interessi oggettivi
    • La razionalità strumentale governano le azioni degli individui
    • L’habitus

Definizione: La riflessività umana

La riflessività umana (conversazione interiore) è l’attività interiore del soggetto umano, circa gli interessi della persona per raggiungere le proprie finalità, aspirazioni e scopi. Secondo Archer, il modello a due gradini presenta degli errori, proponendo il modello a tre gradini. Il modello a tre gradini presenta il vantaggio di andare oltre le differenze fra agency e struttura, tra fattori oggettivi e soggettivi. Nel modello a tre gradini la struttura e l’agire interagiscono tra di loro e generano nuove forme sociali.

Secondo Archer, le strutture sociali condizionano gli agenti, questi ultimi interagendo fra loro possono modificarle e generano nuove forme sociali. Archer propone di osservare gli attori sociali secondo tale sequenza:

  • Definizione dei propri interessi (Internal goods)
  • Lo sviluppo di progetti concreti (Micro-politics)
  • Creazione e soddisfacimento delle pratiche (Modus vivendi)

Diversi tipi di riflessività

Archer afferma che nella società vi sono differenti tipi di persone (tipi di riflessività):

Tipo di riflessività Carattere Modo di porsi
Comunicativo Dipendente Espressivo, privilegia l'integrazione sociale nelle reti di rapporti tradizionali (famiglia, amici)
Autonomo Indipendente Strategico, privilegia l'integrazione sistemica che consente il massimo di individualizzazione
Meta-riflessivo Critico sia di sé sia della società Insoddisfatto-Innovativo, sempre alla ricerca di una nuova sinergia fra integrazione sociale e sistemica che realizzi i propri ideali, dato che nessun progetto concreto riesce a soddisfarlo
Fratturato Impedito Fortemente stressato o disorientato, privo di integrazione sia sociale che sistemica

Secondo Archer, senza riflessività interna delle persone, non esisterebbe la società. Se la società esiste, è grazie alla riflessività interna degli esseri umani. Secondo Archer, l’essere umano è come un anello che può essere percorso in modo tale da consentire al proprio sé di uscire verso l’esterno e rientrare verso l’interno rimanendo sempre se stesso.

Questo volume ci vuole far comprendere sia la persona umana in quanto essere individuale e sociale, sia i processi di socializzazione (intesa primariamente nel senso di formazione della socialità della persona).

Capitolo 1 – La vita interiore del soggetto sociale

Se l’essere umano non fosse un soggetto pensante, non potrebbe esistere la società. Qualsiasi forma di interazione sociale presuppone che i soggetti sappiano di essere se stessi; se così non fosse gli individui non potrebbero riconoscere le proprie intenzioni, iniziative e reazioni. Senza questo requisito nessuna interazione a due potrebbe avere inizio. Di solito, la riflessività umana non viene discussa nei manuali di sociologia, in quanto viene data per scontata dagli studiosi e quindi non è oggetto di riflessione mirata.

Archer afferma che l’individuo non è altro che la combinazione di riflessività e intelligenza. La riflessività è la capacità generativa che dà luogo a una valutazione interna rispetto alla realtà esterna. In conclusione, si può dire che l’essere umano è capace di accumulare conoscenze personali e di sostenere discussioni dentro di sé ed è anche esposto a influenze sociali.

Ogni individuo ha la capacità di conoscere la propria mente in modo diverso dalla mente degli altri. L’idea di “guardarsi dentro” non è altro che quella che Cartesio definiva “introspezione”, e Locke “riflessione”. Per Locke, questa espressione significa l’attenzione che la mente rivolge alle proprie operazioni. Il termine introspezione deriva dal latino “guardare dentro”.

Negli ultimi tempi, con l’avvento del comportamentismo, si è posta una critica nei confronti di questa metafora, passando all’opposto. Molti si limitano a rivolgere lo sguardo verso l’esterno, ritenendo possibile produrre le nostre azioni interiori dal comportamento esterno.

Ipotesi di Archer

Archer stanzia tre ipotesi che stanno alla base di una teoria che consente la conoscenza di sé:

  1. L’esistenza di una sfera mentale personale significa teorizzare l’esistenza di attività mentali di cui ne siamo perfettamente consapevoli. Gli elementi dell’inconscio possono influenzare l’agente passivo, ma non possono incidere sui processi consapevoli e riflessivi, in pratica gli elementi inconsci non possono entrare nelle nostre riflessioni. L’unico candidato che soddisfa questa condizione è la “riflessività”: quella attività di mediazione tramite cui il soggetto elimina se e come certi elementi, credenze, idee, desideri abbiano a che fare con lui o lo interessano. La risoluzione riflessiva è quella attività mentale che ci conduce all’auto-conoscenza a conoscere che cosa fare, dire o pensare. Possiamo fare l’esempio di gran parte degli adulti che si è fatta un’idea personale rispetto al consumo delle droghe e saprebbe subito rispondere, a primo impatto, ad un’eventuale offerta di stupefacenti. Secondo Shoemaker, ognuno di noi ha la capacità di riflettere interiormente, sui propri interessi, idee e convinzioni.
  2. L’individuo, per avere una piena consapevolezza di sé, deve relazionarsi alla vita pubblica e quindi far conoscere i propri pensieri agli altri. Non è possibile conoscere la vita della nostra mente attraverso una osservazione esterna, giacché le nostre deliberazioni interiori non sono necessariamente correlati ai comportamenti esteriori.
  3. Attraverso la conversazione interiore si può realizzare la conoscenza di sé. Ogni volta che ci poniamo un interrogativo, non dobbiamo svolgere un’azione “introspettiva”, deve assumere la forma di un processo attivo, di una conversazione con noi stessi che mette ciascuno di noi nella condizione di essere autore dei propri progetti di vita.

Archer definisce “autoconsapevole” un essere umano che guarda la realtà da una prospettiva di persona prima, così da pensare a se stesso come un soggetto distinto dal resto del mondo. Inoltre, afferma che l’autoconsapevolezza è tipica degli esseri umani, anche se ci sono degli animali come gli scimpanzé che possiedono la coscienza.

Capitolo 2 – Dall’introspezione alla conversazione interiore: un percorso incompiuto in tre tappe

In questo capitolo, l’autrice fa una ricostruzione tematica delle origini e dell’elaborazione teorica della conversazione interiore, esaminando le opere di James, di Peirce e di Mead. I tre pensatori, per Archer, corrispondono a “tappe essenziali” dello sviluppo concettuale della conversazione interiore.

Tappa 1. James e la lotta contro l’introspezione: “dallo sguardo all’ascolto”

Agli occhi di James, la caratteristica principale della nostra vita mentale è il pensiero; nell’opera “Principi di psicologia” (1890) egli scrive: <>. In quest’opera James enuncia i 5 principi del pensiero:

  1. Egli fa una distinzione tra idee astratte che appartengono alla sfera pubblica, mentre i pensieri particolari che sono personali. Tutti i pensieri hanno ontologia (studio dell’essere) soggettiva, perché sono indissolubilmente legati a chi li concepisce. L’esplorazione condotta da James sulla facoltà di pensiero muove da una piena adesione ai tre principi ontologici del pensiero: interiorità, soggettività ed efficacia causale personale.
  2. La seconda caratteristica principale del pensiero, secondo James, è l’impossibilità che un qualsiasi pensiero ricorra più di una volta, nella stessa forma. Allo stesso modo in cui ciascuno di noi cambia, nel corso del tempo, cambiano anche il nostro sguardo e il nostro pensiero, di fronte alle stesse cose.
  3. In questo punto, James teorizza l’incompatibilità tra la sua concezione del “flusso di coscienza”, il pensiero che fluisce nello scorrere del tempo e il presupposto tipico dell’introspezione, che sia possibile “guardarsi dentro”. L’incompatibilità sta nel fatto che è impossibile vedere una cosa, se quella non è chiaramente visibile; James nota che non si può certo attribuire a molte delle nostre attività mentali, che sono vaghe, opache e informi.
  4. Nel quarto punto, quando James passa all’analisi degli oggetti dei nostri pensieri, e alla loro articolazione, si verificano due cose; in primo luogo, arriva al punto fondamentale la sua critica della visione illustrativa dell’introspezione; in secondo luogo, si comincia a intravedere il passaggio da modello tradizionale introspettivo, cioè l’idea per cui possiamo conoscere i nostri pensieri grazie allo sguardo interiore; a un modello alternativo, basato sulla capacità di ascoltarci. Egli afferma se l’introspezione illustrativa serve solo a raccogliere le briciole, occorre quindi un metodo alternativo che ci permette di conoscere i nostri pensieri. Descrive la possibilità di ascoltare noi stessi, anziché guardare noi stessi (o alle nostre spalle).
  5. Infine, James sottolinea che il processo dell’introspezione non si può ridurre all’ascolto passivo, né alla passiva cumulazione di una maggiore conoscenza di sé. Si tratta, invece, di un attivo processo di auto-monitoraggio. Un processo che vede sempre il soggetto interessarsi a certi parti dell’oggetto, più che ad altre. James sostiene l’esistenza di una vita interiore, che consiste in un’azione di riflessività, valutazione e selezione, che è costitutiva del pensiero ed è possibile perché ogni forma di pensiero si sviluppa lungo un certo arco temporale.

In conclusione, James ha saputo avviare il passaggio cruciale dal guardare all’ascoltare noi stessi in quanto parlatori interiori, ma non ancora conservatori interiori. In altri termini, James ha concettualizzato il pensiero nella forma del monologo interiore ma non in quella del dialogo, poiché egli non concepisce ancora la conversazione interiore.

Tappa 2. Peirce: emerge la conversazione interiore

Peirce rappresenta, con la sua descrizione della vita mentale, si colloca a mezza strada tra il pensiero di James e quello di Mead. Peirce era pienamente consapevole di presentare un modello alternativo all’introspezione; un modello relativo ai processi di autoconoscenza delle attività mentali che avvengono in ciascuno di noi.

Secondo Peirce, il pensiero è di natura dialogica, cioè tutte le decisioni personali assumono sempre una forma di dialogo. Per l’autore, è vero che ciascuno di noi, come essere umano, ha la necessità di comunicare con gli altri esseri umani, ma è vero anche che la socialità non rappresenta un impedimento alla nostra vita interiore. La verità, per Peirce, è che la nostra riflessività interiore è tutt’altro che silenziosa, tanto che assume la forma di una vera e propria conversazione. Peirce dice che ciascuno di noi ha in sé le potenzialità del... [testo interrotto]

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bobo1983 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Baraldi Claudio.
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