Appunti di sociologia dei processi culturali
Componenti della cultura
Secondo Spiro, se distinguiamo tra i significati dei simboli culturali e i significati che essi hanno per gli attori sociali, chiunque (non solo i nativi) può imparare una cultura, anche se i significati che essa assume per chi in quella cultura vi è nato possono differire molto da quelli dei "non nativi". La differenza è tra imparare una cultura ed esservi stato "socializzato", implica che i valori, le norme, le credenze di una cultura entrino davvero a far parte dell'esperienza personale del soggetto e vengano ritenute vere, appropriate.
I sociologi, quando parlano di cultura, si riferiscono alla relazione tra: i valori, le norme, i concetti e i simboli. I valori, nell'uso comune, indicano gli ideali a cui gli esseri umani aspirano e a cui si riferiscono quando devono formulare dei giudizi (la pace, l'amore). Il linguaggio delle scienza sociali adotta un significato molto vicino a questa definizione; in altri termini, non indica l'oggetto dell'interesse, ma il criterio della valutazione, ossia il principio generale in base al quale approviamo o disapproviamo un certo modo di agire, di pensare o anche di sentire.
La definizione di valore, fornita da Clyde Kluckhohn, consente di riconoscere tre dimensioni fondamentali: la dimensione affettiva (coinvolgono gli affetti e i sentimenti delle persone), una dimensione cognitiva (rimanda al loro presentarsi sotto forma di enunciati del tipo "X è buono"), una dimensione selettiva (che fa riferimento alla capacità dei valori di orientare l'agire sociale, in quanto forniscono le motivazioni dei comportamenti).
La storia del concetto di valori è molto complessa, possono essere orientamenti dai quali discendono i fini delle azioni umane. I valori sono collegati ai fini che guidano l'azione e sono così importanti che si collocano oltre la sfera individuale. Per K. Marx "I valori dominanti nella società sono i valori della classe dominante", sviluppa un'ipotesi, che è ripresa dal concetto di Gramsci di egemonia culturale, per cui a un dominio politico ed economico, corrisponde un potere culturale che impone un sistema di valori corrispondente agli interessi della classe dominante. I valori prendono la forma dell'ideologia.
Sulla domanda se esistono valori universali, la risposta non è definita. Se ogni valore è interpretazione a seconda dei rapporti di produzione di una data società, il valore della pace dove si posiziona? Non c'è una risposta, ma uno studio su come i valori si sono consolidati attraverso la ricerca empirica.
Una norma, viene generalmente enunciata sotto forma di un obbligo o di un'imposizione, ad esempio "è vietato fumare" formulate in maniera socialmente imperative. Un filosofo del linguaggio, John Searle, ha distinto le norme costitutive dalle norme regolative: le prime definiscono e creano una pratica che non esiste prima delle regole che la mettono in essere; le seconde regolano pratiche già esistenti. In base al contenuto vi possono essere molteplici tipi di norme, almeno quanti sono i contesti sociali che regolano. Il sociologo distingue le norme in base al fatto che sono più specifiche e socialmente imperative di quanto non siano i valori.
I concetti stabiliscono che cosa è la realtà intorno a noi (la natura, l'uomo e la società); le norme stabiliscono che cosa si deve fare. Le prime affermano quello che la realtà è, mentre le seconde quello che deve essere (es. la credenza nella reincarnazione; la proposizione che la terra è rotonda).
Il simbolo è stato sovente definito come un "segno", sia convenzionalmente, che analogicamente. La sociologia di Mead studia la funzione sociale e comunicativa dei sistemi simbolici che mettono in opera processi di identificazione, consentendo all'identità personale e alla mente di emergere come qualità specificamente umane. Mead osserva che è il riconoscimento di un simbolo a spezzare il semplice riflesso condizionato che lega lo stimolo alla risposta.
Concetto scientifico di cultura
Sono presenti due concezioni di cultura: una classica/umanistica e l'altra moderna/antropologica. La prima rispecchia l'universalismo e l'umanesimo, associata all'idea del progresso, in particolare alla fiducia che l'educazione possa migliorare e raffinare l'animo umano. La nozione di cultura si avvicina fino a sovrapporsi a quella di "civiltà" e di "civilizzazione".
Man mano il termine cultura assume un significato più ampio e non si riferisce più esclusivamente ai prodotti dell'élite intellettuale (la "cultura alta", la cui definizione è data da Arlond, la cultura come mezzo per rendere più umano un mondo minacciato dagli effetti inaridenti dell'industrializzazione), comincia a indicare gli aspetti maggiormente valutati all'interno di ogni singola società e ad essere usata in opposizione alla "cultura popolare" che sta a indicare le manifestazioni e le pratiche culturali delle classi sociali meno privilegiate (musica folk).
La seconda concezione trova come figura più rappresentativa Johann Herder, il quale contrappone all'universalismo astratto, la particolarità, varietà e concretezza della cultura in ogni suo singolo popolo. Nel corso del XIX secolo i pensatori romantici legheranno in maniera sempre più stretta la cultura all'idea di "nazione". La cultura vi è descritta come un insieme omogeneo di tradizioni, che esprimono lo spirito più profondo e autentico di un popolo. Avanza l'idea che la nazione culturale preceda e fonda la nazione politica.
Tra l'Ottocento e Novecento si afferma uno sguardo, più interessato a descrivere come è la realtà sociale che a prescrivere come dovrebbe essere. Secondo Edward Tylor, la definizione antropologica di cultura è un insieme complesso di molte cose, soprattutto introduce il costume, (ogni civiltà ha una cultura, perché possiede tradizioni e usanze). Tylor risente della concezione evoluzionistica, la cultura che c'è nella civiltà primitiva è il primo passo per poi arrivare all'evoluzione della civiltà occidentale. Si riconosce l'esistenza di una cultura primitiva, del tutto trascurata dalla tradizione illuminista.
Emergono elementi prescrittivi, la cultura è una serie di abitudini acquisite in una società, non ha radici biologiche, questo è un notevole passo avanti per l'epoca. Un altro concetto antropologico di cultura è la "pluralità delle culture", cioè la cultura non è più unica, ma diversa a seconda delle società. Questa idea è stata sviluppata da due scuole: quella americana con F. Boas e quella inglese con Malinowski, dove l'acquisizione dell'elemento culturale è molto ereditaria, "la cultura è un tutto integrale", ci sono delle relazioni fra idee, credenze e stili di vita.
Secondo Malinowski, è presente un forte legame tra elementi naturali e quelli biologici, come bisogni fondamentali dell'individuo (a uguali problemi biologici, le società rispondono in modo diverso) è presente una nuova concezione fra cultura e natura.
Il terzo significato "la svolta interpretativa" vede autore di riferimento Clifford Geertz, il quale sostiene che la natura umana si è costituita nel corso dell'evoluzione in base all'abilità ad acquisire sistemi di simboli significativi. L'antropologo, secondo Geertz, deve interpretare gli elementi culturali cercando i significati che gli individui hanno (svolge un lavoro di interpretazione di significati). Anche questa linea, tuttavia, non manca di critiche. L'uomo non sembra, alla luce degli studi più recenti, poter più rivendicare di essere l'unico "animale simbolico" secondo il filosofo Cassierer.
Per l'antropologia francese Lévi-Strauss, la scoperta tra varie specie animali di complessi procedimenti di comunicazione ha reso la linea di demarcazione tra natura e cultura meno tortuosa. L'ipotesi a cui giunge Lévi-Strauss è che la differenza non sia di qualità ma di complessità e di grado di organizzazione. Un aspetto importante, radicato nella tradizione antropologica, è quella della condivisione. Pur ammettendo l'esistenza di una variabilità individuale, si ritiene che per essere definito culturale un fenomeno debba essere condiviso da un gruppo.
L'immagine della cultura che emerge è stata tanto influente perché l'antropologia ha identificato il proprio oggetto di studio nelle popolazioni primitive, privilegiando cioè quella società in scala ridotta che ruota intorno alla piazza del villaggio, tale immagine, riassunta molto bene nei lavori di Hannerz.
Cultura e consumo
Secondo l'economia neoclassica, il consumatore è un soggetto astratto, volto alla soddisfazione di bisogni che ordina secondo una gerarchia stabile di preferenze. Il modello economico neoclassico si basa sull'assunto che il consumatore agisca razionalmente, abbia cioè la capacità di acquisire tutte le informazioni necessarie sulla qualità e sui prezzi dei beni, mettendoli a confronto e calcolando la loro unità.
Nei fattori culturali che influenzano le preferenze, si mette in luce il valore simbolico dei beni, che sono acquisiti per il prestigio e la distinzione che consentono di ottenere rispetto ad altri o per la funzione di identificazione all'interno di un gruppo di riferimento. Nella sociologia classica sono stati Velben e Simmel ad avere l'idea che il consumo sia ricercato come fonte di prestigio e di distinzione sociale, collegando quindi l'attività di consumo alla stratificazione sociale e alla strategia delle classi sociali elevate per mantenere la loro differenza rispetto ai ceti in ascesa.
Altri autori sottolineano che l'esposizione ai mass media permette l'adozione simultanea di diverse mode a tutti i livelli sociali, bensì a innovatori interni al gruppo. Anche Bourdieu riprende la prospettiva di Velben sulla funzione di distinzione sociale dei gusti. Bourdieu, col concetto di habitus, accentua decisamente l'aspetto di disposizioni inconscia interiorizzata di un gruppo sociale, formatasi attraverso processi di socializzazione e le partecipazioni a modi di vita particolari. L'habitus è il principio unificatore di tutte le scelte e pratiche sociali realizzate da un attore sociale, la totalità di tali pratiche costituisce uno stile di vita.
Bourdieu, è rimasto fondamentalmente ancorato al ruolo determinante della stratificazione sociale che condiziona i diversi habitus. Altri studi collegano direttamente i consumi ai fattori culturali, attribuendo una minore importanza alla competizione per la distinzione e per lo status. L'attenzione delle indagini più recenti, sganciano i gusti dal riferimento alle classi sociali, riconoscendo la difficoltà presente nelle condizioni attuali di consumo di massa di distinguere nettamente tra "cultura alta" delle classi superiori e "cultura popolare" delle classi inferiori e pongono l'accento direttamente sullo stile di vita, inteso come fonte di identità, come codice simbolico autonomo di identificazione in un gruppo.
La nozione di "cultura di massa" ha un carattere descrittivo e insieme valutativo: da un lato descrive le caratteristiche che la cultura assume quando emerge un "nuovo ordine della società", la "società di massa", dall'altro la considera negativamente come cultura degradata rispetto a un modello ideale di "cultura elevata" propria dei ceti intellettuali.
Si possono riscontrare notevoli somiglianze tra la nozione di cultura di massa e quella di "semicultura" proposta in Germania dalla cosiddetta Scuola di Francoforte, da Adorno a Lowenthal (che si erano trasferiti negli Stati Uniti in seguito alle persecuzioni razziali). Sono alcuni dei principali esponenti di questa scuola ad aver analizzato e criticato l'"industria culturale", basata sui mezzi di comunicazione di massa, a cui si attribuisce un ruolo di manipolazione e di "omologazione culturale".
La definizione "dominio dei mediocri" comprende anche il giudizio culturale, in questo caso "mediocre", superficialità dei contenuti, ripetitività degli schemi, banalità del gusto, consumati da un pubblico di massa, diffusi dai mezzi di comunicazioni di massa. L'idea di Adorno sulla cultura degli Stati Uniti del 1940 era molto bassa.
Anche per Benjamin, il quale esprime pesanti critiche, sulla riproducibilità delle opere d'arte, perché impoverisce il gusto, degrada il pubblico. Provocando una diminuzione della capacità critica, apre la strada al totalitarismo e alla dittatura. Si perde la capacità critica, si passa dalla dimensioni culturale alla dimensione sociale. Nella mente dei consumatori passano: dati e contenuti banali memorizzati in modo automatico, impoverimento tacito.
La nozione di cultura di massa, che è servita a identificare, in senso molto generale, le nuove tendenze della produzione e del consumo di cultura in una società altamente industrializzata, è però imprecisa e ambigua. Secondo Paul Lazarsefeld, fra il "mezzo di comunicazione" e la "massa" si interpone…