Sogno della purezza come dimostrazione di intolleranza
L’idea della pulizia è la visione di uno stato di cose perfetto, dove non occorre più aggiungere o togliere nulla; uno stato che bisogna costruire e che, una volta costruito, va vigilamene e scrupolosamente protetto da ogni genere di pericoli: quelli reali, quelli prevedibili e quelli ancora impossibili da prevedere. La pulizia è anche una visione dell’ordine, ossia di una situazione in cui le cose sono disposte in modo che ciascuna si trovi solo ed esclusivamente nel posto che le spetta. Il contrario del pulito è una cosa “non a suo posto”. Non le caratteristiche proprie della cosa, non le qualità innate la rendono “sporca”, ma il luogo nel quale essa viene momentaneamente a trovarsi; o, per meglio dire, il divario tra il posto dove essa si trova e quello dove dovrebbe trovarsi secondo lo schema dell’ordine previsto.
Esistono cose, tuttavia, per le quali nessun contesto ordinato prevede un posto appropriato. Ovunque esse si trovano non sono mai al loro posto. A questa categoria appartengono in genere gli esseri mobili per natura, capaci di spostarsi da un posto a l’altro e quindi di farsi avanti senza essere invitati né tantomeno attesi. Questi esseri mobili sono un vero flagello poiché le loro peregrinazioni mettono a nudo qualcosa che si vorrebbe tenere segreto, vale a dire la fragilità, la casualità, la convenzionalità dell’ordine istituito. L’ordine significa regolarità; lo spazio ordinato si differenzia dal caos per il fatto che in esso sono prevedibili determinati eventi e no altri e solo all’interno di uno spazio del genere noi ci riconosciamo e comprendiamo quello che avviene.
I concetti di sporco e pulito e i modelli di pulizia da tutelare variano da cultura a cultura. Tra le componenti indispensabili del sapere corrente che riceviamo dal mondo intersoggettivo di cultura il ruolo principale spetta al concetto di “reciprocità delle prospettive”. Senza pensarci troppo crediamo che le nostre esperienze personali siano tipiche: cioè che chiunque guardi “questo” oggetto veda “la stessa cosa” che vediamo noi e che chiunque agisca in un certo modo sia spinto dai nostri stessi moventi. Crediamo anche nell’interscambiabilità dei punti di vista, cioè che chiunque si metta nei nostri panni vede e prova ciò che sentiamo noi e viceversa.
Per accettare questo principio occorre sentirsi uniti; bisogna che si dia per scontato che gli altri sono della mia stessa razza e che sarebbero pronti a mettersi in qualsiasi momento nei miei panni e che se lo facessero proverebbero le stesse mie emozioni. Questo stato di serenità ha termine quando qualcuno inizia a mettere in discussione le fondamenta. Ecco perché l’arrivo dello straniero fa l’effetto di un terremoto; esso fa vacillare la scala sulla quale poggia la sicurezza della vita quotidiana, viene da lontano, non conosce gli usi locali e diventa colui che mette in questione quasi tutto.
Se per sporcizia si intende una componente della realtà per la quale non era stato previsto nessun posto nell’ordine costituito, e se questa componente imprevista si muove con le sue forze, si sposta di luogo in luogo di sua iniziativa minando il senso e la finalità dell’opera ordinatrice allora lo straniero è la perfetta incarnazione di tale “sporcizia”. Non c’è da stupirsi che la popolazione locale di ogni epoca e di ogni territorio abbia visto i vicini usurpatori come germi contagiosi. E non c’è neanche da stupirsi che i locali considerino una cura salutare i propri tentativi di isolare, delimitare o sterminare gli stranieri: combattere gli stranieri equivale a difendere un corpo sano dai portatori di contagio.
Sé disancorati e sé alla deriva
Nell’era moderna l’ordine amministrato veniva costruito dallo stato rimuovendo l’insieme di tradizioni locali e particolari, così da disancorare gli individui facendoli partire da zero nel processo di autodeterminazione. Non veniva negata la necessità di possedere un’identità, ma essa doveva essere solida, resistente e immutabile. L’identità individuale da intenzione si trasformò in progetto di vita. La costruzione dell’identità doveva essere guidata fin dall’inizio dall’idea del progetto finito.
In relazione a ciò l’ordine globale e l’autocostruzione individuale erano sempre intrecciati tra loro, poiché solo grazie agli sforzi collettivi l’individuo trovava uno scenario affidabile per la realizzazione del proprio progetto. Qualsiasi fossero le scelte dei singoli non lasciavano traccia sulle strutture che, nonostante la vertiginosa accelerazione dell’epoca moderna, sembravano essere più forti di tutto ciò di cui gli esseri umani erano capaci.
Nella società moderna l’adattamento e il consenso erano unidirezionali infatti le scelte individuali dovevano soddisfare le esigenze funzionali dell’insieme. Gli scenari postmoderni sono molto diversi, non sono caratterizzati da solidità e compattezza, infatti la costruzione dell’identità individuale cerca invano un fondale solido dove ancorarsi. Ciò che caratterizza la paura nell’era post-moderna è il non sapere cosa aspettarsi dalle vicende. Secondo l’autore un nuovo aspetto dell’insicurezza è il fatto di non vederla più come un fastidio momentaneo; il mondo si sta infatti preparando a conviverci stabilmente evidenziando così la coerenza.