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Sociologia dei media digitali e Internet Studies

I diversi approcci delle scienze sociali al legame tra società e tecnologie

Prospettiva deterministica

In questa prospettiva la tecnologia viene vista come un fattore esogeno, ovvero come una forza esterna il cui sviluppo è indipendente rispetto ai fenomeni sociali. S’intende che quella teoria mediologica considera tecnologie di comunicazione e di informazione dotate di una ‘forma’ intrinseca capace di determinare cambiamento sociale. E le tecnologie, in quanto fattori indipendenti, saranno quindi in grado di determinare la direzione del mutamento sociale, sono cioè delle forze autonome capaci di spingere la società in una direzione piuttosto che in un’altra: cambiano e determinano il modo in cui gli individui interagiscono, sono responsabili dei cambiamenti nella struttura economica e politica della società.

Un esempio della logica del determinismo tecnologico è dato dall’invenzione della tecnologia della staffa: l’apporto della staffa fu causa della nascita della pratica della lotta a cavallo, che comportò la creazione di una cavalleria d’attacco costosa ed efficace, che condusse a una riorganizzazione della società finalizzata a mantenere un’élite a cavallo e infine alla nascita del feudalesimo.

Questa prospettiva non è stata adottata solamente dagli studi scientifici sui media digitali, ma risulta molto diffusa anche nel senso comune e nel mondo del giornalismo quando descrive i cambiamenti e le novità legate alla rete (“le rivoluzioni arabe sono state causate da Facebook”, in un’ottica molto semplificante).

Harold Innis della scuola di Toronto afferma che ogni tecnologia porta con sé un bias, ovvero una tendenza verso una specifica organizzazione delle forme di trasmissione del sapere, che andrà poi a influenzare l’organizzazione sociale e politica (es. il papiro, grazie alla sua trasportabilità e leggerezza, permise di costruire burocrazie che amministrano imperi estesi, mentre l’argilla, durevole ma pesante, spinge alla conservazione della tradizione e alla chiusura sociale).

Marshall McLuhan e la prospettiva deterministica

  • Il media come estensione del corpo: ogni invenzione tecnologica è un’estensione o un’auto-amputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti e nuovi equilibri tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo. La scala cronologica delle invenzioni-estensioni tecnologiche prevede innanzitutto la cultura orale e acustica, poi quella alfabetica, la cultura della stampa e infine la cultura elettronica (radio e televisione).
  • Il medium è il messaggio: le conseguenze individuali e sociali di ogni medium non sono rintracciabili tanto nel contenuto comunicativo quanto nel mezzo stesso che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana. Il vero messaggio cioè che ogni medium trasmette è costituito dalla natura del medium stesso, distinguendo in particolare il messaggio e gli effetti veicolati da medium caldi (che richiedono un basso grado di partecipazione del pubblico, come la radio o il cinema) e da medium freddi (alto grado di partecipazione e di coinvolgimento da parte del pubblico, come la tv o il telefono).
  • Il contenuto di un medium è sempre un altro medium: è sempre sottinteso infatti un processo ricorsivo e reciproco di incorporazione e modellizzazione nel quale i media interpretano e incorporano i media precedenti. Bolter e Grusin teorizzano il concetto di “rimediazione”, ovvero il fatto che la cultura contemporanea vuole allo stesso tempo moltiplicare i propri media ed eliminare ogni traccia di mediazione, idealmente vorrebbe cancellare i propri media nel momento stesso in cui li moltiplica.

La rimediazione prevede una doppia logica, legata ai concetti di immediatezza e di ipermediazione. Mentre il primo termine viene associato all’idea di trasparenza, il secondo invece a quello di opacità: la logica dell’immediatezza porta a cancellare o rendere automatico l’atto di rappresentazione, mentre la logica dell’ipermediazione riconosce l’esistenza di atti di rappresentazione multipli e li rende visibili, suggerendo uno spazio eterogeneo costituito da finestre, che si aprono su altre rappresentazioni o su altri media. Le due logiche, nella rimediazione, agiscono e reagiscono contemporaneamente, segnando una dinamica di competizione e integrazione fra media nuovi e vecchi.

Importante è sottolineare il fatto che rimediazione non è un sinonimo di sostituzione, se con essa intendiamo la scomparsa degli uni a vantaggio degli altri. I limiti di questa prospettiva sono principalmente due: essa presenta una visione delle cose auto-legittimante e una visione troppo monodimensionale che va a negare la complessità del rapporto tra tecnologie e società per concentrarsi solo su un aspetto. La posizione è riassumibile da un’affermazione del tipo: “l’invenzione del torchio per la stampa ha prodotto il protestantesimo”.

Prospettiva costruttivista (o del determinismo sociale)

In questa prospettiva la tecnologia è vista come un risultato dei processi sociali che stanno alla base della sua progettazione e gestione. La struttura e il successo di una tecnologia proviene allora e dipende dalla forza, dai bisogni e dai valori del gruppo sociale che la promuove, per cui il focus sarà sulle persone e sugli attori sociali che partecipano attivamente all’evoluzione delle tecnologie. Come dice Williams: “Tutte le tecnologie sono state sviluppate e migliorate per aiutare pratiche umane conosciute o le pratiche desiderate e volute.”

Gli studi provenienti da autori seguaci di questa prospettiva si basano su come le caratteristiche dei media digitali dipendano dai valori, dagli interessi e dalla cultura in cui sono immerse le persone che le sviluppano (es. l’architettura aperta di internet non è una sua caratteristica intrinseca, ma è il frutto dei valori e delle scelte degli scienziati che l’hanno progettata, che hanno deciso di rilasciare in forma aperta gli standard e i codici su cui si basa il web). Inoltre si teorizza che gli usi non siano determinati dalle sole caratteristiche delle tecnologie, ma che vi sia un ruolo attivo da parte degli utilizzatori, che possono fare delle tecnologie degli usi non previsti da parte di chi le ha progettate.

Un politogo statunitense Langdon Winner ha affermato che le tecnologie hanno una politica, ovvero non sono neutrali, in quanto incarnano dei valori e degli interessi di una parte della società, per cui il modo in cui sono progettate e la decisione di adottarle o meno possono avere il fine di ribadire una forma di potere e di autorità. Per poter illustrare meglio questo punto Winner porta ad esempio i cavalcavia di Moses, celebre architetto di New York, che collegano Long Island con la spiaggia di Jones Beach: i cavalcavia incarnano il razzismo e il classismo dell’architetto di metà novecento, poiché la loro altezza permetteva il passaggio solo ai proprietari di auto, ovvero l’alta borghesia bianca, mentre impediva il passaggio degli autobus e di coloro che ne facevano uso, poveri e gente di colore. Winner vuole quindi sottolineare come ciò che chiamiamo tecnologie non sono altro che modi di mettere ordine, come gli atti legislativi o le idee politiche.

Coproduzione di tecnologia e società

Il focus in questo caso non è su un solo legame di causa-effetto, per cui non è la società a plasmare la tecnologia, così come non è la tecnologia a determinare la società, ma piuttosto società e tecnologie si influenzano e modificano a vicenda, in un processo che prende il nome di coevoluzione. Si arriva così quindi a definire una costruzione sociale della tecnologia (SCOT), o Social Shaping of Technology: gruppi sociali con differenti interessi e bisogni lottano e competono, per cui andranno ad adattare, modificare e sovvertire gli usi delle tecnologie.

Le tre fasi del modello SCOT, di costruzione sociale della tecnologia sono: flessibilità interpretativa, gruppi sociali pertinenti, meccanismo di chiusura. Insomma, il rapporto tra tecnologia e cultura è dunque reciprocamente costitutivo, sono cioè co-dipendenti e si plasmano a vicenda: le pistole non uccidono direttamente le persone, ma lo rendono sicuramente più probabile. Guardiamo alle connessioni fra la società e la tecnologia in due direzioni: in una, le tecnologie impongono le loro politiche sui fruitori di tecnologie, nell’altra, gli schemi sociali si impongono nella costruzione e nell’uso delle tecnologie.

Con il termine affordances Hutchby intendeva nel 2001 le possibilità e i limiti che una tecnologia offre a chi la utilizza: le tecnologie possono infatti rendere possibili nuove forme di azione, senza però determinarle, ma incorniciandole, stabilendo dei confini all’interno dei quali gli utenti si possono muovere liberamente e autonomamente (es. Twitter è una forma di tecnologia abilitante, che permette nuove forme di azione, come aggregazione di un pubblico temporaneo attorno ad un evento definito da un hashtag, ma queste azioni devono essere svolte entro i confini della tecnologia stessa).

Con medium allora non si intende solamente la dimensione materiale dell’artefatto tecnologico, ma anche la organizzazione sociale, politica e culturale. Essendo ogni medium parte integrante della società, non rappresenta qualcosa che incide sulla società. Ogni medium è infatti sia un prodotto sia un processo culturale che partecipa, con la sua specificità, nell’articolazione delle forme in cui la società si elabora e riconosce se stessa. Per Williams la televisione non è mai una questione meramente tecnica, non si tratta di uno strumento ma, come dice l’autore, di una forma culturale. Non si tratta mai di un rapporto tra la tecnica e il sociale; la tecnica è già umana e sociale. Nella stessa vena diventa fuorviante parlare di un rapporto tra la televisione e la società; non esiste una storia autonoma dell’una o dell’altra: si tratta di una configurazione storica in atto.

Come tale, la televisione si propone come risposta allo sviluppo di nuove esigenze sociali, politiche ed economiche. Con questa prospettiva, Williams ci spinge a considerare la televisione in termini che ci portano ben oltre la storia specifica dei media e della comunicazione di massa. L’autore insiste che la forma culturale sostenuta dalla televisione rende impossibile ridurre la questione alla dimensione squisitamente tecnologica di un mezzo autonomo.

L’invito di Williams è di considerare la televisione nel contesto di una storia assai più ampia e complessa, articolata nella partecipazione e nella formazione della ‘comunità’, composta di individui spesso isolati in una società mediatica, quella occidentale del ventesimo secolo, fortemente individualizzata e massificata. In questa maniera, Williams sposta l’analisi della televisione (e di altri mezzi di comunicazione), sia come oggetto domestico sia come strumento narrativo. Per cui la televisione svela le nuove esigenze e le nuove definizioni dei bisogni in una società marcata dalla mobilità nei rapporti e nei processi di produzione che inducono una trasformazione sociale generale. Se la società, come formazione storico-culturale, è l’incubatrice di questi mezzi, questi mezzi, a loro volta, producono nuovi scenari sociali e politici.

Alle radici della mediologia

Utilizzare un approccio mediologico significa pensare i media come un luogo dell’esperienza contemporanea, luogo di produzione e negoziazione dei linguaggi espressivi e delle forme simboliche, luogo per la costruzione di percorsi di senso e luoghi dell’abitare cognitivo e corporeo, in sostanza veri e propri mondi. Significa pensare i media come fattori condizionanti per il sociale e la cultura. L’analisi mediologica dunque si estende su un piano che comprende tanto le teorie del determinismo tecnologico, del determinismo sociale e della costruzione sociale della tecnologia.

I media hanno secondo Levy una natura condizionante e autorizzante secondo Debray, costituiscono cioè una condizione trasformazionale per la realtà socio-culturale, sono un fattore di viability. L’invenzione tecnica non è determinante ma autorizzante: la staffa non è “causa” diretta del feudalesimo, né il torchio del protestantesimo, ma senza staffa nessuna cavalleria, senza Gutenberg nessun Lutero. Tra media e società si stabilisce dunque una logica di co-implicazione di stampo negativo: ovvero A non produce B (non c’è rapporto di causalità diretta), ma se NON-A allora nessun B. È una relazione di rinvio circolare che stimola ad abbandonare facili percorsi rettilinei e monocausali, a favore di ragionamenti complessi aperti a multi causalità e multifinalità. La mediologia mette in definitiva a fuoco nell’analisi non tanto un oggetto come la tecnologia o l’altro, le forme simboliche socio-culturali, quanto la dimensione relazionale tra i due.

La natura condizionante dei media si sviluppa con la società moderna. Infatti dopo l’ascesa della borghesia e la formulazione della società moderna che sostituisce l’ordine “naturale” fondato sulla proprietà e una strutturazione in classi sociali, l’identità comincia a non fondarsi più sull’appartenenza di rango, sulla dipendenza dalle proprie origini: l’individuo progetta la propria identità come carriera e attraverso piani di differenziazione del sociale, secondo un’entità multipla, diventando persona. L’identità diviene contingente, aperta ad uno scenario nel quale non vi è predestinazione.

Va a mutare anche il rapporto fra identità e differenza: la differenza come appartenenza a strati sociali diversi non è più il dato esclusivo per la costruzione dell’identità, in quanto la differenza diventa sempre più uno spazio di contingenza, cioè un rinvio incessante ad altre esperienze possibili, a ciò che può essere altrimenti. L’individuo può costruirsi come tale attingendo alle possibilità dischiuse dal sociale. La differenza non va quindi intesa come una distinzione capace di generare identità individuate nella loro specificità, ma come una dinamica produttrice di identità orientate al rinvio costitutivo ad altro da sé. I media sono infine il contesto esperienziale più adeguato per osservare ed esprimere le traiettorie evolutive della relazione fra identità e differenza nella società.

Si crea inoltre una frattura fra l’esperienza, cioè il nostro vissuto, e la sua rappresentazione (forme diffuse dai mass media e dai media digitali): l’individuo moderno vive se stesso nel sociale sempre di più come un evento, formandosi sempre di più sulle circostanze esterne, a partire da forme di rappresentazione che rimandano ad altre esperienze a noi lontane. La forma che garantisce una nuova compatibilità fra esperienza e forma mediale che la rappresenta è la riflessività. È possibile fare esperienza di una realtà vissuta medialmente e riconoscersi nei contenuti informativi e di intrattenimento diffusi da media di massa prima e attraverso i media digitali poi. Le condizioni di riflessività sono mutate nel differenziarsi della struttura della società dal premoderno al moderno.

La riflessività

Il termine deriva da “reflexum”, ovvero piegato indietro, con cui si intende l’applicazione di un atto mentale a se stesso, o come disse Aristotele “è un intelletto che pensa a se stesso”. La modernità si è di fatto sviluppata come un’operazione riflessiva della società (Beck, Giddens, Lash), per cui la riflessività è un suo tratto costitutivo. Di fronte infatti a un processo di individualizzazione che priva il soggetto del sostegno delle tradizionali strutture sociali, l’unica risorsa a sua disposizione è il progetto riflessivo del sé. In particolare, la modalità riflessiva che si è sviluppata con il moderno è legata ad un soggetto che si fa autonomo e che si orienta ad un’etica acquisitiva, che mira quindi ai risultati. La self-confrontation è allora non un semplice ripiegamento su se stessi, ma un ripiegamento su se stessi che tiene presente gli altri, di un soggetto che usa gli altri per ripensarsi, ma che nello stesso tempo non può pensare davvero agli altri senza pensare a se stesso.

Le tre forme di riflessività

  • Riflessività dipendente: nelle società premoderne, il soggetto appartiene ad un particolare contesto in forma ascrittiva e dipende da questo contesto per il suo orientamento all’agire e l’elaborazione del senso. È dipendente allora perché si dipende da un particolare segmento della società, da una certa tradizione, dalla propria realtà acquisitiva per nascita (es. le narrazioni premoderne come le novelle medievali presuppongono ancora una forma di parabola o allegoria in cui realtà e finzione sono miscelate).
  • Riflessività individualizzata: nelle società moderne, ad elevata complessità, caratterizzate da una struttura della società differenziata per funzioni, la riflessività... (continua)
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher stegosaurros di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei new media e internet studies e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Farci Manolo.
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