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Società, politica e globalizzazione

Appunti di società, politica e globalizzazione basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Belardinelli dell’università degli Studi di Bologna - Unibo, facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Società politica e globalizzazione docente Prof. S. Belardinelli

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sulla utopia concreta. Un’utopia che si incarna regolarmente nella storia senza avere

più la prospettiva escatologica. C’è solo la storia. In questo ambito si recupera il

realismo come prospettiva. Anche questo potrebbe avere a che fare con la profezia.

Per Sergio ha a che fare più il realismo, in senso buono, che l’utopia. Perché? Perchè in

genere specialmente le utopie, a cominciare da Furier, quelle socialiste, ma

soprattutto le distopie del XX secolo (nazismo, fascismo e comunismo), fanno un uso

gnostico della profezia. Cosa vuol dire uso gnostico? Cos’è lo gnosticismo? È una

filosofia/modo di guardare il mondo che ha il suo tratto caratterizzante nel fatto che la

verità delle cose è accessibile a un numero limitato di eletti. Dal mondo greco ad oggi,

quando si parla di gnosticismo, c’è un tratto caratteristico, ovvero la presunzione che

la verità delle cose, nel senso lato del termine, è accessibile a pochi privilegiati. La

tradizione utopistica fa un uso gnostico della profezia, che fa un uso gnostico della

verità. La tradizione del realismo politico (il paradigma realista) è una tradizione che fa

un uso realista anche della profezia. Che differenza c’è tra un uso realista e gnostico?

Un uso realista della profezia è un uso incatenato, nonostante che la parola venga dal

Padre Eterno, alla realtà effettuale delle cose. Dalla realtà effettuale delle cose non si

scappa. La teologia dell’alleanza tra Dio e gli uomini, non è una teologia che spinge gli

uomini a fuggire dalla realtà e a rifugiarsi in qualche altro posto che non sia reale.

Anche il più radicale dei mistici, è un mistico nella realtá, non in un altro mondo. Il

realismo politico risente fortemente di questo realismo che è implicito nella tradizione

del pensiero greco e cristiano (con annessi e connessi: peccato originale, profezie…).

Le profezie non dicono come il mondo dovrebbe essere, ma dicono semmai perché il

mondo in questo momento è sbagliato e dove è sbagliato; senza nessuna presunzione

che qualcuno possa realizzare politicamente l’ideale al quale ci si appella per

denunciare le storture. La profezia (elemento religioso che appartiene alla tradizione

cristiana) ha in se stessa un tratto di realismo e la tradizione del realismo politico non

contraddice il realismo implicito nella profezia. Perché ? Non è che I realisti non

abbiano il senso di una società che può andare un po’ meglio di come va, ma non

hanno il senso di una società che può essere organizzata scientificamente per

mandarla per un certo verso. Nel Vangelo il Padre Eterno dice che siamo tutti chiamati

a diventare perfetti. Come? Come il Padre Vostro che è nei Cieli. Per fortuna, non c’è

una riga nella quale viene indicato il programma per diventare tali. I realisti politici

guardano alla possibilità ch ele cose vadano meglio, con un senso che assomiglia

molto ad un realismo implicito nella tradizione profetica. La quale, anche quando

addita un bene, lo per denunciare quello che non va nella realtà, ma non per indicare

modalità di realizzarlo. Questo dipende dalle condizioni della realtà effettuale delle

cose. C’è la possibilità di uscire dalla realtà, ma si va poi nell’astrazione. Quando si va

nell’astrazione, si va nell’irrealtà. Parlare del mondo in modo astratto, significa farlo in

modo stupido. Parlare di politica in modo astratto, significa farlo in modo stupido,

direbbe Hegel. Il problema è che nella stessa idea della profezia c’è un rischio implicito

che è il rischio dentro il quale si butta il pensiero utopistico. Il pensiero utopistico

assume la possibilità che il bene, annunciato dalla profezia, possa essere storicamente

realizzato, compiutamente realizzato. Che differenza c’è tra la realizzazione di un bene

che ha in mente il realista politico (come Machiavelli) e la realizzazione del bene che

ha in mente un utopista in riferimento alla profezia? Dove sta la differenza?

Probabilmente la differenza sta nel fatto che se guardiamo le cose dal punto di vista

del realista politico, il bene che può essere realizzato, è quello che è vincolato alla

realtà effettuale delle cose. Se andiamo per strada e c’è un morto di sete che ci chiede

da bere, realisticamente siamo chiamati a fare quello che possiamo, ovvero dargli un

bicchiere d’acqua. Un atteggiamento utopistico potrebbe essere che, rispetto al morto

di sete che vediamo per strada, l’obbligo che dovremmo sentire è quello di costruire

una società nella quale non ci sian ole condizioni affinché uno possa chiedere o morire

di sete. È un ideale molto nobile, però preßenta difficoltá. In genere non è facile

mettersi d’accordo su come realizzare la società, su quali dovrebbero esserne le

caratteristiche. Soprattutto trascuriamo che L’idea stessa di una società che dovrebbe

essere costruita secondo certe caratteristiche è astratta perché non c’è nessun potere

che sia in grado di organizzare la vita sociale allo stesso modo in cui è organizzata la

vita delle termiti o allo stesso modo in cui noi organizziamo la caduta dei gravi. Nella

vita delle società c’è qualcosa che sfugge e che non si lascia sottomettere ai criteri

scientifici e tecnici ai quali noi vorremmo sottometterlo. (Programma): Concezione

della politica che non si lascia appiattire su una concezione scientifico-tecnica.

L’oggetto col quale ha a che fare la politica, non è lo stesso con cui hanno a che fare i

fisici quando parlano dei corpi celesti. Non è marginale la specificità dell’oggetto. La

specificità dell’oggetto è tale per cui anche chi parla di politica tenga conto I canoni

della politica. È rischioso parlare di un oggetto secondo I canoni di un altro. C’è il

rischio che si prendano fischi per fiaschi. Non che anche le cose umane non possano

essere sottoposte a un minimo di indagine quantitativa statistica. Serve tanto più,

quanto più siamo consapevoli che è sempre una minima parte. Perché? Perchè

l’essenziale, direbbe Weber, dell’agore degli uomini si sottrae all’osservazione diretta.

Voi non potrete mai vedere le intenzioni con le quali sto parlando. Non è marginale

l’intenzione con cui facciamo determinate cose. Non solo perché a volte possiamo

avere intenzioni perverse facendo cose buone o viceversa, ma anche perché per

capire quello che sta succedendo. Le intenzionalità sono un aspetto decisivo della vita

degli uomini.

Entriamo in un universo di pensieri che non è più quello classico e da per scontata la

modernità, ovvero l’irruzione sulla scena politica dello Stato. L’utopia politica ha

bisogno di un potere che la realizzi. Qual è il grande potere che accredita la possibilità

reale dell’utopia? È il potere dello Stato, il potere della scienza e della tecnica. Un

concentrato di poteri che incomincia ad assaporare l’idea che veramente anche gli

uomini si possano mandare nel verso in cui si ritiene che consista il loro bene. Lo

gnosticismo diventa una specie di tentazione costante nelle forme del potere

moderno. Lo gnosticismo nel senso di un atteggiamento che dà per scontato che solo

alcuni sappiano in cosa consiste il bene di tutti. Libro di Luciano Pellicani, la società dei

giusti. Il potere moderno è sempre più il potere di alcuni privilegiati, eletti,

particolarmente virtuosi che decidono dove deve andare la società per il bene di tutti.

Per fortuna nel pensiero moderno non c’è solo questa linea, c’è anche quella degli

scozzesi, da Locke fino a Tocqueville. È la tradizione del pensiero liberale. Siamo soliti

parlare di liberal democrazia. Per noi questa è diventata un’espressio è scontata. Ai

tempi in cui incomincia il pensiero liberale e quello democratico, le due tradizioni sono

antitetiche. Locke o Smith non hanno niente a che fare con Marx o Rousseau. La

tradizione del pensiero liberale è antitetica a quella del pensiero democratico-

socialista. Ciò che segna la differenza fra queste due tradizioni è che la tradizione

democratico-socialista, fino a quella comunista, si inserisce molto comodamente nello

Stato moderno perché piace molto l’idea di un potere che possa diventare una

modalità di organizzare la società secondo determinati canoni di giustizia e di bene. La

tradizione del pensiero liberale scarta da subito, rispetto a questa idea di Stato. È una

tradizione che è da subito diffidente nei confronti dello Stato, ne accetta

l’ineluttabilità, ma il problema principale di questa tradizione è sempre porre dei limiti

allo Stato. Forse questa è la tradizione più classica del pensiero politico moderno, più

classica perché? Perchè pensa la politica in virtù di diritti che non dipendono da essa.

Non è lo Stato che elargisce i diritti, ma è lo Stato stesso che deve riconoscere degli

ambiti di non disponibilità perché ci sono dei limiti anche all’azione dello Stato. I limiti

all’azione dello Stato sono dati soprattutto dai diritti naturali. I diritti naturali sono

quelli che spettano agli uomini per il fatto di essere nati uomini e quindi lo Stato li

deve riconoscere. Non è lo Stato la fonte di questi diritti, è esso stesso sottoposto ad

essi (vita, libertà e proprietà Lo Stato deve promuoverli e renderli possibili.

Locke).

Incominciamo a parlare di parole e non più di concezioni politiche. Parleremo di

nazionalismo, democrazia, liberalismo. Ovvero di parole che grondano dei significati

sui quali ci siamo intrattenuti.

(No esame): Da un punto di vista politico, qual è il principale limite/rischio di una

prospettiva realista? E di una utopistica? Dove è il rischio dell’errore più pericoloso che

sia un ache l’altra potrebbero fare? Una pretende un po’troppo e una pretende troppo

poco. Il principale problema di un realista politico è il cinismo, ovvero l’idea che uno,

rispetto a qualsiasi richiesta di un po’piu di giustizia, cambiamento… sogghigna come

fa colui che intimamente pens ache tanto non cambierà mai nulla. L’utopista è quello

che scappa dalla realtà perché ne ha in mente un’altra che non ha niente a che fare

con questa. Non solo possono essere incluse, ma possono essere anche più

esplicative. Una delle idee fondamentali che segna la differenza tra I paradigmi politici

è una differenza su queste questioni. Quando parleremo di totalitarismo: perché una

concezione totalitaria della politica potesse affermarsi, c’era bisogno di una idea del

potere in questo senso. Idea del potere totale sulla realtà sociale. Tutti I grandi studiosi

del fenomeno totalitario dicono che alla base dell’ideologia totalitaria, che si parli di

comunismo o nazismo e fascismo (totalitarismo all’amatriciana), è l’idea di fare un

uomo nuovo. Un’altra natura. Fare in modo che l’uomo diventi un esperimento di se

stesso. C’è un grande abisso tra questa affermazione è la visione che avevano I greci

dell’uomo tra natura e libertà. Si è andati talmente oltre che I discorsi sulla natura

umana sono andati a farsi benedire, ma l’uomo viene pensato perlopiù come un

esperimento. Il più grande esperimento che uno può pensare è la società totalitaria. È

un esperimento fatto a tavolino, stabilendo cosa si deve fare e avendo il potere per

fare qualsiasi cosa (costruzione dei Lager, eliminazione). Come dice Rossett in un libro:

gli uomini normali non sanno che tutto è possibile, e gli eletti che costruiscono ed

immaginano la società totalitaria, sanno bene che tutto è possibile. Gnosticismo puro.

Noi che sappiamo possiamo fare qualunque cosa. Questo viene detto a proposito delle

riunioni che I gerarchi del nazismo facevano segretamente per discutere diversi

problemi. Uno dei problemi che era emerso era che Radio Londra e la stampa

disfattista era venuta a conoscenza dei campi di sterminio sul territorio tedesco.

Guebels se ne s e con una espressione che è gnosticismo puro: ci stanno facendo un

grande servizio, perché nessun tedesco crederà mai che siamo capaci di fare quello

che stiamo facendo. Mentre Hannah Arendt racconta di queste cose, cita Rossett. Gli

uomini normali non sanno che tutto è possibile e il potere totalitario riesce ad usare

questo proprio per cercare di realizzare al meglio I propri progetti di dominio totale.

Società politica e globalizzazione 10/10/2017

Quadro di alcuni paradigmi politici rilevanti. Quando abbiamo parlato di Stato, ci

riferivamo allo Stato sovrano. Soprattutto abbiamo parlato di Hobbes, perché è

paradigmatico in un certo modo di pensare e intendere lo Stato; che specialmente in

UE continentale ha avuto successo. Una caratteristica che colpisce in modo particolare

dello Stato di Hobbes? Hobbes ha delle ambivalenze al proprio interno. Lo Stato

hobbesiano è il paradigma di Stato che nasce in epoca moderna. È un paradigma che

presenta degli aspetti che verranno poi sviluppati in una direzione inquietante. Però lo

Stato hobbesiano ha dentro di se delle sfumature che fanno si che Hobbes venga

usato e conosca una letteratura di tipo liberale. Hobbes non è solo l’autore di pensieri

totalitari o indigesti in ordine a quello che uno intende quando pensa lo Stato. Lo Stato

hobbesiano ha in se un principio di uguaglianza che non era scontato nella tradizione

politica pre-moderna. La tradizione politica pre moderna tende ad assumere come

dato la disuguaglianza degli uomini. Lo Stato hobbesiano, per quanto in modo

inquietante, parte dal presupposto che il primo risultato del pensiero dello Stato è

l’uguaglianza di tutti i cittadini. Ciò che lo Stato hobbesiano pone è l’uguaglianza di

tutti di fronte al leviatano. È un’uguaglianza molto sui generis. Tutti hanno la stessa

paura davanti al leviatano (è bene). Ciò che egli pretende da tutti è l’obbedienza che

scaturisce da uno scambio. Io ti garantisco la vita, ti sottraggo al bellum omnium

contra omnes, ma in cambio voglio obbedienza. Ci sono elementi e sfumature che

possono essere sviluppate anche in una direzione diversa. Comunque anche questo è

un aspetto importante. Non è casuale che l’uguaglianza sia un problema che diventa

particolarmente rilevante in epoca moderna. La filosofia politica classica pensa il bene.

L’uguaglianza che ha in mente è quella dei pochi che partecipano alla vita pubblica. La

virtù dei pochi che sanno agire tenendo conto di qualche criterio di giustizia, ma

l’uguaglianza non è un problema del quale si fa carico la politica. È in epoca moderna

che comincia ad essere un problema politico. Quando si pensa ad una tradizione

liberale si pensa più ad una libertà che all’uguaglianza (Sergio). In genere Queste

tradizioni-liberal democratiche, all’inizio almeno, non stanno insieme. All’inizio la

tradizione liberale punta e guarda all’individualità e alla libertà degli uomini. Le

tradizioni social democratiche (dobbiamo avere cortezza del fatto che democrazia è

una parola che in epoca moderna conosce varie declinazioni) sono tradizioni che

prediligono L’uguaglianza che diventa valore supremo. Hobbes non è necessariamente

un pensatore totalitario, ma non è nemmeno un pensatore liberale. È un pensatore

che instaura una tradizione dove l’uguaglianza diventa importante ed è uguaglianza

come prestazione dello Stato. All’inizio si pone l’uguaglianza. Ma siamo sicuri che sia

un livello di rappresentazione adeguato al tema dell’uguaglianza quando si parla di

uomini? È innegabile. È uno Stato che può permettersi di essere anche liberale. È uno

Stato che, all’occorrenza, può garantire anche molte libertà liberali. L’importante è che

si riconosca la sovranità. Per capire le differenze è utile mettere vicino ad Hobbes un

altro modo di pensare la politica, tra l’altro contemporaneo, che è quello di Locke. Se

pensiamo a Locke e poi a Hobbes, è chiaro che Hobbes può poi essere pensato in

maniera più liberale, però c’è subito sentore di un’impostazione del pensiero politico

completamente differente. Quando uno pensa lo Stato Hobbesiano le cose essenziali le

abbiamo dette parlando della modernità politica. Per poter fare il confronto parliamo di

Locke. Anche Locke pensa in termini di Stato di natura e pensa che ci sia uno Stato

naturale degli uomini che precede quello strettamente politico. La prima differenza

abissale sta nel fatto che lo Stato di natura di Hobbes è uno Stato dove gli uomini si

sbranano ed esige l’istituzione dello Stato come forma capace di dare ordine, salvare

la vita e istituire diritti. Lo Stato hobbesiano, da questo punto di vista, è veramente lo

Stato sovrano nel senso che è lo Stato che elargisce i diritti. Il diritto alla vita esiste

dopo che lo Stato si è costituito e anzi si costituisce proprio per questo. Lo Stato si

costituisce perché ha questa carta in mano. Nel momento in cui istituisco la sovranità,

tu hai una ragione per venirmi dietro, perché ti salvo la vita. Ti sottraggo a uno stadio

naturale in cui sei destinato a rimanere vittima dell’altro. È uno Stato di natura

fortemente conflittuale. Lo Stato di natura di Locke è già abbastanza ordinato di suo. È

uno Stato dove gli uomini hanno già una vita umana, commerciano, si incontrano,

sono già consapevoli di alcuni diritti fondamentali che hanno. Quando gli uomini

istituiscono una forma politica che assomiglia allo Stato, per Locke lo fanno per

difendere meglio quei diritti. La riprova che per Locke questo potrebbe anche non

esserci e che gli individui sono fondamentali, sta nel fatto che per Locke la costituzione

di una comunità politica può avvenire attraverso l’unanime consenso di tutti gli

interessati. Il fatto stesso che Locke pensi che la comunità politica può scaturire dal

consenso di tutti (unanime), è la riprova che Locke stesso dà per scontato che questo

Stato che va formandosi, deve presentarsi agli occhi di tutti come un vantaggio. Un

vantaggio nel senso che si ritiene che meglio di tutti, quello Stato sia in grado di

garantire I diritti di tutti. Il diritto alla vita per Locke non è ciò che viene garantito dallo

Stato perché, senza di esso, gli uomini si sbranano, ma è un diritto che gli uomini

hanno. Possono decidere, per tutelarlo meglio, anche di affidarsi ad una forma politica

statuale. Lo stesso vale per la libertà e per la proprietà. Prima di Locke quando si

pensa alla proprietà si pensa a (Puffendorf) qualcosa che gli uomini convengono che

sia bene che qualcuno sia proprietario di qualcosa. La proprietà scaturisce dal

consenso. Per Locke è esattamente il contrario. È perché c’è la proprietà, che gli

uomini convengono che sia conveniente avere lo Stato. Siamo su una prospettiva

totalmente altra. È una prospettiva che da questo punto di vista, vista la cultura

dominante, può risultare persino irritante. Per Locke la proprietà è un diritto

fondamentale degli uomini. Da cosa scaturisce, per Locke, il fatto che la proprietà sia

un diritto fondamentale degli uomini? Dal fatto che , altra novità nel pensiero politico

occidentale, tutti gli uomini sono in primo luogo proprietari di se stessi, proprietari del

proprio corpo. Ed è in virtù di questa forma di proprietà originaria che Locke parla del

diritto di proprietà come diritto fondamentale degli uomini. È da questa proprietà

originaria che Locke fa scaturire la proprietà generale dei beni, ad esempio della terra.

Locke è un pensatore molto cristiano e affronta i problemi scabrosi pensando alla

Bibbia. È vero che Dio ha dato la terra a tutti ed essa è di tutti, ma è anche vero che

gli uomini mettono nella terra il proprio lavoro (del loro corpo) e la proprietà della terra

è giustificata dal fatto che un uomo mette nella terra il suo lavoro e in virtù del suo

lavoro la terra non è solo terra. Dio ha dato la terra a tutti affinché tutti la potessero

coltivare e in tal modo diventarne proprietari. Clausole ( sono 2) che Locke pone in

ordine al diritto di proprietà. Per Locke la proprietà ha un limite. Il limite di essa è dato

dal fatto che ci deve essere possibilità anche per un altro di diventare proprietario, non

posso diventare proprietario di tutto. Clausole:

1. Questa proprazione di una porzione della terra resa possibile dal suo

miglioramento non fu di pregiudizio ad altri, poiché ve ne era ancora a

sufficienza, e altrettanto buona, quanto ne potessero usare coloro I quali non ne

erano ancora provvisti. Nessuno può ritenersi danneggiato dal fatto che un altro

beva, sia pure a grandi sorsi, se ha un fiume intero di quella stessa acqua per

saziare la sua sete. E il caso della terra e quello dell’acqua, laddove ve ne è

abbastanza di entrambe, sono perfettamente identici.

2. Quanto terreno un uomo dissoda, semina, bonifica, coltiva e di quanto può

usare il prodotto, tanta è la sua proprietà. Dio e la ragione hanno ordinato

all’uomo di coltivare la terra, cioè di migliorarla a vantaggio della propria vita,

dispensando su di essa qualcosa che era suo proprio, cioè il suo lavoro. Colui

che, obbedendo a questo comando di Dio, coltivò, dissodò e seminò una parte

della terra, vi ha con ciò ammesso qualche cosa che era di sua proprietà (il suo

lavoro) su cui. Nessun altro aveva diritto e che nessuno poteva togliergli senza

recargli ingiustizia.

Freschezza degli inizi, ovvero quando si comincia a pensare che è una società che sta

diventando capitalista. Una società che si sta ponendo il problema della ricchezza e

della proprietà. Per Locke, siccome gli uomini sono proprietari del proprio corpo,

siccome la proprietà della terra è data dal lavoro, che è dell’uomo, la proprietà della

terra è un diritto naturale dell’uomo allo stesso modo in cui l’uomo ha diritto naturale

del proprio corpo. Oltre l’ingenuitá dell’inizio, c’è anche una certa inadeguatezza

rispetto ai problemi che abbiamo oggi. Oggi le clausole lockiane non sono così

convincenti come potevano esserlo ai tempi. Perché? Perché, per esempio, non è più

così sicuro che uno possa bere a grandi sorsi lasciando che altri, se vogliono, possano

fare altrettanto. Il contesto nel quale siamo oggi è molto diverso da quello in cui scrive

Locke. Oggi il problema della proprietà potrebbe essere tale perché quando pensiamo

la proprietà, non siamo più sicuri che ce ne sia per tutti.

DOMANDA: In una visione della proprietà di questo genere, I braccianti sarebbero I

proprietari della terra, e al latifondista non viene dato nulla perché non è lui che lavora

la terra?

Questa è la critica che farà Marx ai liberali classici (da Locke a Smith). Perché? Marx

dirà che se fossero stati fedeli a loro stessi avrebbero dovuto dire che chi lavora la

terra, proprio perché la lavora, è il proprietario della terra. Invece cosa succede nel

modo di produzione capitalistico-borghese? Succede che i proprietari sono coloro che

non lavorano e chi lavora non possiede nulla. Suona un tema classicamente marxiano

che, a conferma delle ambivalenze degli autori, dei temi, si ritrova In Locke. Forse

Marx è più coerente di Locke su questo tema. Se ciò che da diritto alla proprietà è il

lavoro, com’è possibile che chi lavora non possieda nulla e chi lavora possiede tutto?

(Marx). Uno studioso tedesco si è divertito a mettere insieme I testi di Locke,

Ferguson… con quelli di Marx per far vedere che I presupposti della critica al

capitalismo borghese erano già presenti nei testi di quelli che venivano presi come il

baluardo della critica di Marx. Ci sono delle pagine di Smith incredibili. Se c’è un autore

che detesta i proprietari di capitale, è Adam Smith. Marx non esprime disgusto morale

per il capitalismo perché è uno scienziato sociale. Come tutti gli scienziati, per giunta

hegeliano, pensa che la storia necessariamente segue il suo corso e deve passare

dove sta passando. Pensa che sia necessario lo sfruttamento di alcuni perché

attraverso quella necessità si affermerà poi il Regno della libertà, cioè la società senza

classi, il comunismo. In Marx non c’è disgusto nei confronti della classe, anzi Marx è

uno dei grandi laudatori del capitalismo borghese. Forse è il più grande. L’ultima cosa

che gli passa per la testa è mettersi a fare il moralista su quelli che sfruttano I

lavoratori. Constata, dice loro che stanno preparando la corda dove saranno impiccati.

Questo è quello che succede nella storia. È vero che Smith era fondamentalmente un

filosofo morale, però si capisce che ha in antipatia I capitalisti. Perché li ha in

antipatia? Perché in genere amano bordeggiare il mondo della politica per avere

benefici che consentano loro di fare, con facilità, gli affari senza sottoporsi alla dura

legge della concorrenza. È un quadro perfetto di quello che, stupidamente, oggi viene

etichettato come liberismo sfrenato. Non c’è nessun liberismo in questi Paesi. Il

problema del nostro Paese in particolare è un connubio insano tra affari e politica,

generato per lo più dalla politica che poi a noi ci fa sbranare pensando che sia un

effetto del liberismo selvaggio. Ma non c’è. Per avere liberismo selvaggio ci vuole

concorrenza spietata. Una durezza della vita incredibile, una libertà dei mercati

altrettanto marcata. Questo Paese è dappertutto colonizzato dalla politica. Smith

scriveva queste cose e detestava I capitalisti per la loro inclinazione a stare vicino al

potere. I capitalisti amano andare a vivere in città, perché li c’è il potere politico, ci

sono I vantaggi. Sono parole di Smith quelle secondo le quali è scandaloso che coloro

che vestono il mondo debbano vestire di stracci. Sta parlando degli operai

dell’industria tessile che ha sotto gli occhi. Tutto questo per dare un’idea di quanto sia

ambivalente, scivolosa, complicata la materia. Quello che è divertente è vedere come

le cose, con tanta facilità, si colgono nel loro contrario. Persino Locke ha dentro

elementi che fanno pensare a Marx. Ma alla fine non potrebbe essere che Locke

aggiusta un po’ troppo le cose, chiude gli occhi sul conflitto e magari crea le condizioni

per una specie di armonia prestabilita dove effettivamente le ragioni del conflitto ci

sono, ma vengono rimosse? Secondo Sergio il meglio di Locke sta nel fatto che nello

scenario politico moderno, dove c’è lo Stato sovrano, legibus solutus, lo Stato

hobbesiano, arriva anche una modalità di pensare lo Stato come qualcosa che arriva

perché gli uomini consensualmente decidono di averlo. Decidono di averlo perché

pensano e ritengono di vedere meglio tutelati alcuni diritti che reputano già

fondamentali e che sono la vita, la libertà e la proprietà. L’idea cioè che non è

l’istituzione della comunità politica, dello Stato, che genera I diritti, ma è lo stesso

Stato che deve fare I conti con dei diritti che esistevano anche prima. Locke è uno dei

grandi padri del diritto naturale. Naturale nel senso che ci sono diritti prima dello Stato

e non dopo. Se partiamo dal presupposto che ci sono diritti prima dello Stato, non è

detto che questa idea sia incompatibile col conflitto. Potrebbero essere proprio questi

diritti che ci rendono estremamente sensibili ai conflitti. L’idea lockiana dei diritti

naturali non è incompatibile con la non esaltazione del conflitto di Locke. Locke stesso,

nel trattato sul governo, parla di cambiamenti che mettono in fibrillazione la sua idea

di proprietà. Il cambiamento è che lo scambio capitalistico consente di accumulare e

traslare la proprietà dalla terra, o l’acqua, al denaro. Li Locke si rende conto che

potrebbe non esserci limite all’accumulazione. Locke ha questa consapevolezza. Lui si

rende conto che c’è qualcosa che sta cambiando rispetto anche al diritto di proprietà.

La convinzione su cui si basava era che ce ne fosse per tutti. Cosa succede nel

momento in cui è evidente che non ce n’è per tutti, anzi nel momento in cui molti sono

esclusi? Cosa succede nel momento in cui comincia ad essere evidente un potere che

potrebbe non avere limiti? Ovvero il denaro e la ricchezza. Locke si accorge che non

c’è un limite di principio all’accumulo della ricchezza. Cosa succede nel momento in

cui si deve prendere atto che questo potere potrebbe essere illimitato? Il denaro è una

forma di potere. Nel testo di un autore che scrive nel 1672 c’è qualcosa che è

estremamente attuale. È forse più attuale oggi. Quando si dice vita, libertà, proprietà

si allude ai diritti naturali di Locke. Questi diritti Locke li piglia molto sul serio. In

particolare la libertà.

In particolare il fatto che gli uomini devono, anche nell’organizzazione politica,

rimanere fedeli ai diritti di natura. Locke, che era convinto che la comunità politica

potesse fondarsi solo col consenso di tutti, dice anche con estrema chiarezza che una

volta che la comunità politica si è istituita, non può più essere il consenso di tutti il

criterio dell’azione politica. Una volta che il consenso di tutti si è espresso nella

comunità politica, la comunità può essere governata in un solo modo che sia conforme

alla libertà dei suoi componenti ed è quello della maggioranza. Il principio di

maggioranza come criterio di esercizio della libertà politica, lo si trova per la prima

volta formulato in Locke. Il principio di maggioranza è L’unico modo che una comunità

di liberi può darsi per governarsi perché il consenso unanime, se diventasse la norma

del governo in una comunità di liberi, avrebbe come conseguenza inevitabile lo stallo

di qualsiasi decisione. Qualsiasi decisione sarebbe impossibile se partissimo dal

presupposto che ci vuole il consenso di tutti. La politica non è l’accademia di Platone,

dove si può discutere di un problema all’infinito, con la fiducia che si troveranno

argomenti migliori che convinceranno a anche altri è così via. Quelle sono le questioni

delle idee platoniche, ma che non hanno la pressione del tempo. La politica, fra le

tante pressioni a cui è sottoposta, ha anche quella del tempo, perché le decisioni

bisogna prenderle in fretta. Se c’è un problema bisogna risolverlo, e prima lo si risolve

e meglio è. Non c’è tempo per discutere fino a che non siamo tutti d’accordo. Ad un

certo punto si elabora una procedura in virtù della quale si prendono le decisioni, non

con la convinzione che la maggioranza ha ragione, ma con la convinzione che siccome

non abbiamo tempo e non c’è nessuno che abbia sotto controllo la situazione in

maniera tale da poter dire quello che deve essere fatto per il bene di tutti, visto che

per il bene di tutti sono responsabili solo I singoli ciascuno. Per tutta una serie di

motivi che ha a che fare con l’idea dei diritti naturali che sono di ciascun uomo,

singolarmente preso, si arriva a dire che la procedura meno peggio per dirimere le

questioni è quella a maggioranza. È quello che succede nei parlamenti liberal

democratici. A un certo punto il presidente della camera ferma il dibattito e passa al

voto e la maggioranza vince. Non vuol dire che la maggioranza ha ragione o ha

ragione la minoranza. Uno dei fondamenti più consistenti del voto a maggioranza sia

dato non dal fatto che la maggioranza ha ragione, ma dal fatto che, in una comunità di

liberi ed uguali, non è consentito a nessuno di stabilire ciò che è giusto contro la

volontà degli interessati. Se pigliamo sul serio l’idea della libertà e dignità di ciascuno,

ne consegue che in una comunità di individui di questa fatta, no può essere consentito

a nessuno di dire ciò che è giusto senza almeno il consenso della maggioranza degli

interessati. Non è consentito a nessuno dire ciò che è giusto contro la volontà degli

interessati in generale. Su questa base si elaborano le procedure di una liberal

democrazia. Nelle nostre liberal democrazie esiste una distinzione che spesso non

viene considerata, ed è quella tra la validità di una norma e la legittimità di una

norma. Quando Locke dice che la maggioranza è il miglior criterio di decisione politica,

Locke sa bene che sta parlando di un criterio di legittimità. La procedura del voto a

maggioranza è la procedura in virtù della quale si stabilisce la legittimità di una

norma. Cosa vuol dire? Vuol dire che in virtù di quel voto, una norma diventa

socialmente e politicamente operante. Cosa vuol dire? Vuol dire che quella norma è

stata legittimamente votata e legittimamente va a costituire l’ordinamento che regola

la vita di una comunità. È legittima. Il fatto che una norma sia legittima, non significa

che essa sia fondata nella sua validità. Il fatto che una norma sia legittima, non vuol

dire che sia valida. Le leggi razziali naziste erano legittime. Il fatto che fossero

legittime, non vuol dire che fossero fondate e giuste. La legittimità dice solo che la

maggioranza vince, ma non che ha ragione. Il fatto che la maggioranza vinca, non vuol

dire neanche che si è costretti ad una sorta di obbligo ad assecondare comunque la

norma votata a maggioranza. Gli ordinamenti liberali lo danno talmente per scontato

che le norme ad un certo punto possono essere emendate, cambiate, migliorate… e

poi c’è un’altra cosa che appartiene alla cultura liberale, ovvero la disobbedienza

civile. È una cosa che dic e che sono così convinto della validità delle mie ragioni, che

sono pronto a pagare. So che solo facendo vedere che pago è possibile che molti si

convincano e prendano sul serio ciò che io sostengo. La disobbedienza civile implica la

galera. Non che ho diritto alla disobbedienza civile. Oggi esiste anche il diritto

all’obiezione di coscienza. Un esempio è il servizio militare. Il fatto che oggi la legge

sia molto più liberale (se vuoi ci vai altrimenti no), è forse dovuto anche al fatto che

molti hanno preferito la galera. È una conquista. La politica implica il potere che a sua

volta implica l’esercizio della violenza legittima. Ci sono dei momenti in cui la politica

non conosce tante vite di mezzo. È anche difficile dire, in alcuni momenti, le ragioni di

uno o dell’altro.

SOCIETÀ LORENZA SECONDO MODULO 23/10/2017

3 domande (50% voto finale) 12 dicembre seconda prova intermedia (SUICIDIO)

Se non si fa, lo si può fare a gennaio-febbraio.

Voto preso rimane valido fino a settembre 2017

LE DINAMICHE CULTURALI DELLA GLOBALIZZAZIONE

Berger 1981: 1) «old business class» (l’élite dei leader delle imprese tradizioni) e

2) la «knowledge class» (la nuova élite rappresentata dai «produttori e dai distributori di

conoscenza simbolica).

Berger 2002: 4 volti della globalizzazione culturale (cfr. anche Berger 1997), i primi due si

diffondono tramite canali di élites, gli altri due tramite canali popolari :

1)«Davos Culture» (Huntington) (cultura dell’élité economica internazionale)

2)«Faculty Club Culture» (Berger) (cultura dell’élite intellettuale occidentale, in particolare

americana)

3)«McWorld culture» (Barber), cultura globale popolare propagata da imprese come Adidas,

McDonald, Disney, Mtv.

4)Movimenti religiosi diffusi su scala globale, in particolare Protestantesimo evangelico

(declinazione pentecostale). Questi movimenti religiosi diffusi su scala globale hanno origine

non solo negli Stati Uniti, ma anche in India (Sai Baba e Hare Krishna), in Giappone (Soko

Gakkai), a Taiwan («Rinascimento buddista»).

«Localizzazione»; «globalizzazioni (modernità) alternative» (sia livello di élite sia a livello

popolare, sia a livello laico sia religioso); «subglobalizzazioni» (es. «europeizzazione»).

Dal titolo il focus è la cultura, intesa come? Nel suo convenzionale senso scientifico e

sociale. Berger intende la cultura come un Insieme di credenze, valori e stili di vita

propri della gente ordinaria nella esistenza quotidiana (vita di tutti I giorni). Che

rapporto c’è tra la cultura così definita e la globalizzazione? Come la globalizzazione

incide su queste credenze, valori…?

Nel saggio di Berger, egli analizza le dimensioni culturali della globalizzazione nella

cornice dei problemi sociali e politici generati dalle trasformazioni economiche e

tecnologiche in atto. Questo saggio esce nel 2002 ed è l’introduzione a una ricerca

internazionale empirica condotta in diversi Paesi del mondo: Cile, Cina, GER, Ungheria,

India, Giappone, Sud Africa, Taiwan, Turchia e USA. Questo scritto è significativo

perché permette di mettere a fuoco la posizione di questo sociologo americano sul

tema della globalizzazione. Era famoso per I suoi scritti sulla modernizzazione. Colloca

la sua posizione sulla globalizzazione all’interno della sua maggiore teoria sulla

modernizzazione. La tesi di fondo è che la globalizzazione culturale non è né una

grande promessa (è consapevole dei punti problematici, può avere esiti infausti), ma

neanche da considerare una unica grande minaccia. Per lui la globalizzazione è un

fenomeno complesso dalle molte facce. La globalizzazione dovrebbe essere

considerata una continuazione, in forma accelerata, della perdurante sfida della

modernizzazione. Per Berger la modernizzazione ha come risvolto culturale

( l’individualismo tema centrale ma non centrato, più vicino è la differenziazione. ) il

PLURALISMO. Cosa intende con pluralismo? L’epoca moderna è l’epoca in cui c’è la

messa in discussione di codici accettati precedentemente in modo pacifico (passivo)

(religione prima era tramandata dai genitori… ora si può aderire, ma non sempre in

modo pacifico). L’individuo se aderisce o meno ai codici, lo fa per una scelta

individuale, responsabile e attiva. Se vengono accettati, questo accade in maniera

attiva e consapevole. Questo produce dei sistemi simbolici alternativi, in cui viene

messa in primo piano la scelta individuale del soggetto. Questo caratterizza la sfera

della modernità. Se l’individuo aderisce lo fa in maniera consapevole. Si può aderire

anche a una sola parte di un codice simbolico producendone di alternativi. Una

dinamica simile, dice Berger, è presente nei processi innescati dalla globalizzazione.

Un fenomeno di fronte al quale è auspicabile/utile rifuggire sia un’accettazione

dogmatica, sia una resistenza militante. La globalizzazione per Berger non è né

un’unica grande minaccia ed è per questo che per lui non si dovrebbe arrivare ad una

resistenza militante, ovvero una resistenza a priori. Non é neanche una unica grande

promessa, e per questo bisogna rifuggire un’accettazione dogmatica della

globalizzazione. Non è che la globalizzazione é buona di per se. Occorre evitare sia

l’omogeneità globale, coloro che vogliono in modo (ES: USA) una omogeneità globale

che si impone in maniera imperialistica a tutto il mondo, e occorre evitare l’isolamento

parrocchiale, ovvero chiudersi all’interno di un ghetto e non voler incontrare nulla che

sta al di fuori, nulla di diverso da noi. Sia che la globalizzazione che la

modernizzazione sono caratterizzate dal fenomeno del pluralismo con cui si intende

una messa in discussione di codici simbolici precedentemente accettati in modo

passivo è una produzione di altri codici alternativi dove al centro è posta la scelta

individuale. Con cultura Berger intende valori della gente comune nella vita

quotidiana. Ci sono valori che possono essere diffusi sia a livello popolare, sia a livello

d’élite.

Quali sono le dinamiche culturali della globalizzazione? Sono 4. In un saggio del 1997,

precede questa introduzione, aveva parlato dei quattro volti della globalizzazione

(pochi ne parlavano). (Possono essere chiesti all’esame)

1. Cultura di Davos: L’espressione Cultura di Davos viene coniata da

Huntington. Berger la prende da lui. Davos è una località svizzera dove,

annualmente si riunisce il World Economic Forum. La cultura di Davos é propria

di una élite economica internazionale che esercita la sua influenza su scala

globale. Partecipano di questa cultura non solo I pochi che ogni anno vengono

invitati al convegno, ma anche, indirettamente, le persone che aspirano ad

essere invitate al WEF. La cultura di Davos con I suoi simboli e stereotipi

rappresenta un polo di forte attrazione per milioni di giovani e uomini di affari

che non possono partecipare al WEF, ma che aspirano a parteciparvi. Si tratta di

una cultura elitaria. Cultura di uomini di affari più o meno giovani, professionisti,

che perseguono nel loro stile di vita certi valori che fanno parte della cultura di

Davos. Nel saggio del 1981 si metteva a fuoco la lotta di classe tra la Old

Business Club e la knowledge class. Berger aveva parlato dei simboli della lotta

di classe. Sono questi simboli della cultura di classe che permettono di

riconoscere chi appartiene o desidera appartenere a un certo gruppo socio-

culturale che porta avanti, a livello globale, la cultura di Davos. Esempio:

network globale di giovani ambiziosi in affari (professionisti) I cui membri che

caratteristiche hanno? La cultura si esprime attraverso stili di vita, simboli

visibili e percepibili. Quali sono questi simboli? Innanzitutto I membri della

cultura di Davos parlano correntemente e fluentemente l’inglese, vestono e si

comportano allo stesso modo sia al lavoro che nel gioco, praticano il golf.

Pensano allo stesso modo, hanno simili opinioni e punti di vista, nella speranza

di poter raggiungere un giorno il vertice dell’élite. Questi valori caratterizzano

anche colo che aspirano a partecipare al WEF. Si deve però stare attenti a

supporre che questa apparente omogeneità abbracci l’intera esistenza di questa

classe. Questo succede per alcuni, l’omogeneità abbraccia tutta la loro

esistenza. Sono uomini d’affari giovani o meno completamente cosmopoliti. Altri

organizzano la vita in una sorta di compartimenti. In certe aree della loro vita

sono completamente omologati e aderiscono alla cultura di Davos (lavoro,

vestiti, sport, parlano inglese), ma ci sono altri ambiti (vita privata) in cui non

applicano I simboli della Davos culture, ma applicano valori appartenenti alla

loro cultura tradizionale. Sarà sempre una questione empirica chiedersi se certe

persone aderiscono completamente o meno a questa cultura. Bisogna scendere

nei casi e Paesi specifici. Differenza tra la GER dell’Est e in India. La Germania

dell’est è un esempio in cui è avvenuta una omologazione completa, mentre in

India no. Dopo l’unificazione delle 2 Germania, un’orda di consulenti di affari si é

precipitata nella Repubblica democratica tedesca, insegnando e consigliando

come comportarsi nella nuova economia e come diventare occidentali. All’inizio

c’é stata una decisa e astiosa resistenza (nostalgia della Germania dell’est), ma

le risorse culturali per mantenere o per costruire simboli e stili di vita personali

e alternativi, sono state molto scarse. Dato storico. Coloro che vivevano nella

Germania dell’est avrebbero non voluto omologarmi completamente alla cultura

occidentale, ma le loro risorse culturali per mantenere gli stili di vita precedenti

(anche solo in alcuni ambiti della loro vita) sono state scarse. In questo senso la

Germania ha avuto una cultura debole, perché si è completamente omologata

alla cultura occidentale a seguito dell’unificazione delle Germanie. Invece l’India

è un esempio di cultura forte. È un Paese in cui, pur essendo si omologato ad

una certa cultura occidentale in ambito economico (moltitudine di scuole di

economia e di corsi di formazione per insegnare agli indiani come comportarsi

nella partecipazione all’economia globale) molti informatici indiani sono riusciti

a combinare la loro partecipazione alla vita globale con un loro stile di vita

personale dominato dai valori tradizionali kindù. Molti informatici di Bangalore,

perfettamente integrati nella vita economica occidentale, sapevano fare affari

secondo gli occidentali, ma inghirlandavano I loro computer secondo riti propri

della loro religione indiana.

2. Cultura del Faculty Club: C’è un secondo tipo di volto culturale che si

trasmette sempre attraverso canali di élite, ovvero la Faculty Club culture.

Questa espressione è coniata da Berger. Si intende la cultura dell’élite

intellettuale occidentale, in particolare americana. Ci si riferisce alla cultura

dell’intelligenzia occidentale che si serve di molteplici canali: non tanto I media

e il cinema (rientrano nel punto 3. Diffondono sempre una cultura globale, ma

sono di tipo polare) ma servendosi di canali come le fondazioni, ONG o le

università. Con lo scopo di promuovere delle visioni di vita, delle opinioni e idee

a livello globali. Quali sono queste idee che vengono diffuse? Femminismo,

multiculturalismo, l’ambientalismo e (carattere sportivo) il wellness. È diffuso a

livello globale, ma rientra all’interno del progetto dell’élite intellettuale. Sempre

più aziende hanno palestre al loro interno dove tutti I grandi manager dovevano

andare per essere super in forma. È diffusa a livello globale. Ci sono anche certi

diritti diffusi a livello globale. Età contemporanea della globalizzazione

(caratteristiche simili alla modernizzazione ma Berger si focalizza sulla

globalizzazione contemporanea). Wellness: valore della salute diffusa a livello

globale. Sono valori trasmessi innanzitutto attraverso canali di tipo elitario.

Esempio: la ideologia della salute (essere in forma a tutti I costi) si è diffusa

originariamente all’interno della cultura americana, e poi in tutto il mondo. Per

influire poi su valori e comportamenti di una massa di gente molto vasta. Sono

stati prima I canali di élite americani che hanno approfondito questa ideologia

della salute e Poi l’hanno diffusa a livello globale attraverso canali elitari, per poi

arrivare alle masse. Ha influito sui loro valori e comportamenti. La cultura

d’affari d’élite ha subito molto di questa ideologia della saluta, istituendo

programmi di wellness è istituendo programmi di fitness. Allo stesso tempo,

oltre alla commistione di queste culture, c’é Stato anche un conflitto. È successo

nella campagna del movimento anti-smoking contro l’industria del tabacco. La

storia della legislazione anti-smoking in Sud Africa può servirci per spiegare

come si possa verificare un conflitto tra la cultura d’élite intellettuale americana

e quella di affari. Con la caduta del regime dell’apartheid, in SA ha preso il

potere un governo dominato da persone che avevano a lungo coltivato un

rapporto con le ONG occidentali. Sono stati loro, che hanno preso il potere, che

hanno proposto una legislazione anti-smoking. Risultato bizzarro in un Paese

che era sulla soglia di una catastrofe per il problema dell’AIDS. La legislazione

anti-smoking dal punto di vista pragmatico non é stato un risultato delle

necessità di salute più pressanti del Paese. Questi politici invece di occuparsi del

problema dell’AIDS (vero problema di salute) hanno fatto questa legislazione

che é il risultato dell’influenza del potere della cultura dell’élite intellettuale

occidentale (FCC). È questo più che a una risposta alle reali necessità di salute.

Questa legislazione è l’esempio per capire come la cultura dell’élite intellettuale

occidentale può influire su tutti gli ambiti di tipo economico. In questo caso il

conflitto avviene con le necessità più pressanti presenti nel Paese (dovuto alle

influenze di questa cultura). Queste 2 (DC è FCC) culture d’élite hanno dei centri

metropolitani con una periferia da loro dipendente. Riprende la teoria neo-

marxista della dipendenza che diceva che il mondo é diviso in centro e in

periferia. La periferia dipende dal centro. Quali sono questi centri? Sono diversi

tra le due culture. I centri metropolitani della cultura di Davos non sono solo

occidentali (non sono solo in America). Ci sono importanti centri della cultura di

Davos a Tokyo, Hong Kong e Singapore, anche Shangai e Singapore. I centri

metropolitani della Faculty Club Culture sono più esclusivamente occidentali,

sono più americani. In ogni caso, in entrambi I tipi di cultura, I globalizzatori

principali per Berger sono gli americani. James Hunter ha parlato di questi

globalizzatori come di cosmopoliti parrocchiali. Intende quelle persone che si

muovono con estrema facilità da un posto all’altro del globo terrestre rimanendo

in una bolla protettiva, che li ripara da ogni serio contatto con le culture (tribù)

indigene che incontrano. Questa è una generalizzazione. Infatti Berger dice che

nonostante molti globalizzatori siano così, ovvero cosmopoliti parrocchiali

(americani), ci sono anche eccezioni. Ci sono globalizzatori di carattere elitario

più sofisticati che vengono a contatto con la cultura locale e imparano la lingua.

Ci sono casi interessanti di localizzazione e di globalizzazione alternative: sia a

livello di élite e livello popolare, laico, religioso, non nascono dall’occidente

(America), ma dall’India e dal Giappone.

3. Cultura McWorld: canali di tipo popolare.

4. Cultura del protestantesimo evangelico ( movimenti religiosi che si

propagano a livello globale, in particolare si sofferma sul protestantesimo

evangelico): canali di tipo popolare.

Nel saggio del 2002 vengono chiamati I quattro veicoli attraverso I quali si propaga

una cultura globale di matrice anglo-americana. Due di questi cardini della

globalizzazione (1 e 2) si diffondono attraverso un canale ereditario su scala globale,

gli altri attraverso veicoli di tipo popolare. Tutti si diffondono a livello globale. In questo

processo di diffusione, un ruolo fondamentale spetta alla lingua inglese. La lingua

inglese non è solo un mezzo di comunicazione, ma Berger la ritiene un veicolo di

simboli e significati. Permette di diffondere un certo tipo di cultura a livello globale.

Espressione di uno storico cileno Veliz: Berger descrive la globalizzazione come “una

fase ellenistica della cultura anglo-americana”. Perché? Come nel periodo ellenistico il

greco era la lingua comune con cui si comunicava e si diffondevano codici simbolici

della cultura greca in altri territori, la nuova koinè non è più il greco, ma c’è una lingua

comune, ovvero l’inglese. Come nel periodo ellenistico anche nel periodo della

globalizzazione viene celebrato l’individuo. L’individuo e le sue scelte, il suo sforza di

raggiungere l’eccellenza liberandosi da questi codici tradizionali (può aderire dopo una

scelta individuale e consapevole, personale, individuale e attiva). È possibile scorgere

una continuità tra le dinamiche culturali della globalizzazione e della modernizzazione.

C’è una forte attrazione per l’individualismo e per la capacità dell’individuo di

scegliere trovandosi di fronte alle diverse possibilità. L’individuo si trova di fronte a un

ventaglio di possibilità. Qual è una conseguenza? Il rischio è l’incertezza. Se accetti

passivamente una tradizione sai dove andrà a finire, se si fanno scelte nuove c’è un

desiderio di libertà e ottimismo e senso attivo, ma anche un maggior rischio e una

maggiore incertezza (caratteristiche sia della modernizzazione che della

globalizzazione). Intende l’epoca che inizia con la modernità e arriva fino alla

contemporaneità (periodo che inizia con il Rinascimento). Questo saggio del 2002 è

preceduto da un saggio del 1997 (Berger parla dei 4 volti) ed è preceduto

ulteriormente da un saggio del 1981.

Saggio 1981: aiuta ad approfondire il saggio del 2002 (sono strettamente legati). “The

class struggle im the american religion”: Berger aveva parlato di due classi e di un

conflitto fra esse. La Old Business Class e la Knowledge class. La prima è

rappresentata dalla élite delle imprese tradizionali (classe che rientra nel primo volto),

la classe della conoscenza è una nuova élite rappresentata più In generale dai

produttori e distributori di conoscenza simbolica (molto attuale oggi). È una classe

molto potente. Ovvero coloro che traggono il loro potere dalla creazione e dalla

manipolazione di simboli, come gli intellettuali, I formatori delle aziende, I consulenti e

I professionisti dei media (grandissimi diffusori di conoscenza simbolico e potere

simbolico ed economico). 20 anni dopo questo saggio Berger ripensa questa

distinzione secondo non voi termini e parla della élite degli affari (corrisponde alla oli

business class) che chiama una élite caratterizzata da una cultura di Davos, che ha a

che fare con l’élite della cultura economica internazionale e l’élite intellettuale (élite

della knowledge). Nel 2002 parla di una élite intellettuale caratterizzata da una cultura

del Faculty Club. La cultura dell’élite intellettuale occidentale, in particolare

americana.

SOCIETA’ POLITICA E GLOBALIZZAZIONE 20/11/2017

Per esame o i due canali di élite o canali popolari. Una domanda sulla prima slide.

Come si può inquadrare la cultura del 68? Berger non parla di questo tema. Non può a rigore essere

inserita nel FCC, perché non viene diffusa da ONG o fondazioni. In parte dalle università, infatti è nata

nell’Università di Berkley. La cultura del 68 nasce inoltre dal basso, da un movimento studentesco e non

da un’élite. Si può verificare se si è diffusa a livello globale.

Concezione che una cultura globale deve essere americana, che poco ha a che fare con la cultura di sx:

nell’articolato quadro di Berger, c’è posto anche per questo perché si diffondono anche culture libere

(FCC). La cultura globale non è per forza solo quella della DC. Può essere anche libera e di sx, che

promuove determinati ideali e che si diffonde a livello globale. Nasce dal basso.

Un altro caso di cui Berger non parla sono le reti sviluppatesi nei social network. Ne parla invece Manuel

Castells. I movimenti sociali, reti d’indignazione e di speranza (“Movimenti sociali nell’era di internet”) si

sono diffusi dal basso (a livello popolare) quindi non entrano nei primi due perché la cultura non è stata

propagata da imprese, ma nemmeno negli altri due perché non è stata propagata da movimenti religiosi.

Non sono nemmeno movimenti delle globalizzazioni alternative, perché Con globalizzazioni alternative

Berger intende le globalizzazioni, sia a livello d’élite, sia a livello popolare, sia a livello laico, sia religioso

che non partono dall’Occidente. Es indignados spagnoli o gli Occupy World Street negli USA nel 2011,

sono movimenti che partono dall’Occidente e protestano e partono dal basso (no globalizzazione

alternativa). L’OWS è un movimento di contestazione pacifica contro gli abusi del capitalismo finanziario.

Si tratta di un movimento che diffonde la propria cultura a livello globale.

Accanto a questi 2 primi veicoli, FCC e DC, ci sono i 2 volti che si trasmettono attraverso canali popolari:

McWorld culture: cultura popolare propagata da imprese come Adidas, McDonald, Disney, MTV.

 Espressione coniata da Barber. Il consumo di questo genere di cultura globale ha effetti, per

Berger, talvolta superficiali e talvolta profondi sulle credenze, sui valori e sui comportamenti della

gente. Uno può mangiare un hamburger del Mc e semplicemente pensare di mangiare un

hamburger. In questo caso questa azione non ha un effetto particolare sulle credenze. Oppure

mangiare al Mc è simbolo della cultura americana. Non era mangiarsi un hamburger, ma

partecipare alla cultura capitalistica americana. Ci possono essere modi diversi di diffondere certe

credenze, alcune merci diffondo credenze a livello di opinione e di giudizio, e altre in modo meno

invasivo.

Movimenti religiosi: cultura diffusa a livello globale attraverso canali di tipo popolare da movimenti

religiosi diffusi a livello globale, in particolare Berger parla del protestantesimo evangelico, nella sua

declinazione pentecostale. Berger sostiene che non solo l’industria e il commercio, ma anche le

spiritualità, le credenze possano avere un effetto globalizzante diffondendosi a livello globale e

localizzandosi. Per Berger questo è una caratteristica peculiare del suo studio. L’aspetto della

globalizzazione culturale è stato approfondito (uno dei primi a farlo) da Berger. Sostiene che il

protestantesimo evangelico, specialmente nella sua declinazione pentecostale, sia il veicolo più

importante, sebbene involontario, di globalizzazione culturale. Un caso emblematico è quello del Cile.

Questo protestantesimo è stato capace di inculcarsi in contesti differenti assumendone la lingua e dando

origine. Questi globalizzatori imparano la lingua locale, ma si sforzano, dando anche nuova forma a rituali

precedenti. Il sociologo Martin, a cui Berger si rifa per questo tema, ha dedicato molti anni allo studio di

questo fenoemno reputando che il protestantesimo evangelico coinvolga almeno 250 milioni di persone

nel mondo. Berger riporta i dati del Cile e del SA che mostrano che la conversione ad esso muta gli stili di

vita delle persone. Oggi, come in passato, in GB e NA il p evangelico promuove ciò che Weber aveva

chiamato etica protestante, ovvero moralità adatta alle persone che cercano di farsi avanti nel moderno

capitalismo. Valori come la capacità di esprimere l’individuo. Questa forma di protestantesimo ha origini

anglosassoni, ma poi è stata inculturata ovunque sia penetrata. Il suo culto, la sua musica assume

numerose forme locali.

Tutti questo 4 volti della globalizzazione hanno diversi aspetti, ma possono entrare in tensione o

convergere ed influenzarsi sia sul piano dell’èlite sia su quello popolare. Un tema comune a tutti e 4 è

l’individualizzazione, ovvero l’aumentata indipendenza dell’individuo nei confronti della tradizione e dei

sistemi simbolici precedenti che si trova di fronte. Ora è libero di scegliere (alcune parti o tutto e aderire a

codici nuovi). In questo senso la cultura globale è comparabile all’ellenismo che, similmente alla cultura

globale, aveva celebrato l’individuo, il suo sforzo di raggiungere l’eccellenza liberandosi dalle costrizioni

della tradizioni. Riporta la metafora di Veliz. Aveva paragonato la cultura globale a quella ellenistica, come

nel periodo ellenistico c'era una lingua comune (portatrice di cultura) che era il greco, cosi nel periodo

dell'era globale, c'è un koinè comune che è l'inglese.

C’è un altro fenomeno di cui parla Berger, ovvero la localizzazione: con questo fenomeno Berger

intende soffermarsi sul fatto che, come aveva notato Watson, la cultura globale è accettata ma con

modificazioni locali. Ora parliamo di chi riceve la cultura globale. Berger nota che alcuni attuano una

ricezione passiva, altri una con modificazioni locali. La localizzazione è il fenomeno secondo cui la cultura

globale spesso è accettata, ma con modificazioni locali, più o meno significative (in base a come uno

riceve questa cultura globale). Watson, e Berger, fa l’esempio del McDonald: fast food che procura un cibo

pulito, non costoso e da consumare velocemente. In asia è stato accolto con modificazioni locali, perché in

Asia si ama fermarsi al Mc per rilassarsi e conversare, quindi con lo scopo di trovare un luogo sicuro e

pulito. Ha portato a conseguenze economiche perché la direzione del FF ha dovuto adattarsi modificando

il contratto coi clienti. Le localizzazioni possono portare a conseguenze di più vasta portata. I movimenti

buddisti in Taiwan hanno assunto delle forme del protestantesimo evangelico (cultura diffusa globalmente

e ricevuta e accolta) e utilizzaao per diffondere un messaggio religioso non occidentale/americano. Ha

usato le forme del movimento religioso protestante pentecostale, ma con diversi scopi (per diffondere una

cultura diversa). Caso di localizzazione. Assunzione di forme organizzative del protestantesimo americano.

Altro esempio è l’irruzione in India e in Giappone di catene di fast food che ha portato all’apertura di fast

food dove si consumano cibi tradizionali e non americani. Altro esempio sono le mode occidentali che

hanno invaso il Giappone che come reazione ha portato allo sviluppo di moda locale giapponese (estetica

che non ha nulla di occidentale) che poi si diffonde globalmente. La localizzazione Giunge, gradatamente,

ad un altro risultato: ibridizzazione (studiato da Piterse). È uno dei vari risultati a cui può giungere la

localizzazione. Consiste nello sforzo di sintetizzare tratti culturali stranieri nativi. Quando due culture si

incontrano può succedere, secondo l'approccio multiculturalista, che queste vivano una a fianco dell'altra,

ma che rimangano separate (convivono). Può succedere che, al loro incontro, una inglobi l'altra, è il

fenomeno della omogenizzazione (es America). Il terzo fenomeno, l'ibridizzazione è il caso in cui due o più

culture si incontrano e si fondano dando luogo alla cosiddetta cultura terza, ovvero quella ibridizzata.

L’ibridizzazione viene chiamata cultura terza o creola. Cultura che, come la lingua creola, non corrisponde

a 2 culture/lingue sommate, ma a una cultura e lingua nuova che ha un idioma non presente nelle due

fondatrici. Sintesi tra tratti culturali (stranieri e nativi) diversi. A questo proposito Berger fa riferimento al

caso degli ingegneri a Bangalor. Inghirlandano i loro computer in cerimonie indù, dimostrando da una

parte di essere profondi conoscitori dell'informatica e di partecipare attivamente all'economia capitalistica

mondiale e occidentale e dall'altra di non aver rinunciato alla propria cultura, ma di averla mescolata con

la cultura con cui vengono in contatto. Non si rinuncia alla propria cultura e tradizioni, ma si mescolano.

Esistono modi più o meno passivi e creativi di localizzazione. Huntington parla di culture forti (più creative

nel ricevere culture altre) e deboli. Per Berger è importante sottolineare che non sono giudizi di valori,

solo descrittivo. Alcune culture sono più attive e altre più passive. Le culture dell’Asia orientale e

meridionale (India, Giappone e Cina) sono state forti e più creative nel localizzarsi (ricevere l'altra cultura

senza perdere totalmente la propria). Le culture africane e alcune europee (tedesche) relativamente

deboli. Perché la Germania? Questo caso è interessante perché in Germania, la preoccupazione di essere

accusati di una rinascita del nazionalismo sulla scia del terzo Reich, ha indebolito la volontà di affermare

l’autostima culturale tedesca. Quando è arrivata la cultura americana, la Germania ha avuto un

atteggiamento relativamente passivo. Comparata ad altri stati, ad esempio alla FR (più forte) che ha

maggiormente mantenuto la sua cultura e addirittura non ha voluto assumere dei termini linguistici, La

Germania occidentale è diventato il paese più americanizzato dell’UE dimostrando un atteggiamento

relativamente passivo.

Globalizzazioni alternative: consistono in quei movimenti culturali di portata globale che provengono

fuori del mondo occidentale. In questo complesso quadro Berger sottolinea anche questa realtà. Non si

può parlare solo della cultura globale occidentale. C'è anche il Caso di una cultura globale propagata

dall’Oriente (orientalizzazione). Queste globalizzazioni alternative (alcuni intendono le globalizzazioni che

nascono dai social network e si diffondono in rete e diventano movimenti globali) sono quelle che partono

non dall’Occidente e si diffondono a livello globale, sia a livello di élite, sia popolare, sia laico, sia religioso.

Fa riferimento a Studi di vari autori: sinologo di Harrvard, Weiming e Heinestatd, sociologo israeliano che

ha studiato le cosiddette modernità multiple. Ci sono vari tipi di modernità, non solo quella americana

(musulmana, cinese…). Berger, riprendendo questo concetto, introduce il concetto di globalizzazioni

multiple. Tra queste globalizzazioni multiple, parla di globalizzazioni alternative, che sono portatrici di

modernità non occidentale. Il concetto di globalizzazione è una continuazione del concetto di

modernizzazione per Berger. Un esempio di globalizzazioni alternativa sono quelle emesse (alcuni le

chiamano emissioni )dall’India: ha emesso un gran numero di movimenti religiosi diffusi a livello

globale. Il movimento del Saibaba che vanta 2000 centri in circa 140 Paesi. È un movimento

completamente soprannaturale ed è in chiara alternativa ad una moderna visione scientifica del mondo. Il

movimento di Hare Krisna è stato emesso dall’India e hanno avuto simili successi anche i movimenti

buddisti: Soko Harkai, emesso dal Giappone e il rinascimento buddista emesso da Taiwan. Si sono diffusi a

livello globale. I movimenti islamici in TUR, e in tutto il mondo musulmano, intendono rappresentare una

modernità alternativa che cerca di costruire una società moderna animata da una cultura

consapevolmente islamica. Un Altro esempio di emissione è la New Age, movimento culturale emesso

dall’Asia verso l'Occidente. Non è un movimento organizzato e religioso, ma culturale che ha coinvolto

milioni di persone sul piano delle credenze (reincarnazione, carma..) e su quello dei comportamenti. Colin

Campbell ha descritto questo fenomeno come orientalizzazione. Un ultimo Fenomeno è quello delle sub-

globalizzazioni, di cui un esempio è l’europeizzazione.

Le subglobalizzazioni Sono quei movimenti che hanno un raggio di diffusione regionale piuttosto che

globale. Raggio più ridotto, ma nonostante questo servono a connettere le società su cui si imbattono con

la cultura globale emergente. Un esempio è l’europeizzazione. Es: Quando i paesi del blocco sovietico

sono entrati in UE, sono venuti a far parte di una sub-globalizzazione, ovvero della europeizzazione

(influenze tedesche, austriache nel caso dell'Unghria). Legati agli altri Stati dell’UE e sono entrati a far

parte di una cultura globale, ma prima sono stati inglobati in quella europea (non è del tutto coincidente

con quella americana). Quando hanno ricevuto queste influenze si sono europeizzati e cultura globale.

Uguale con le influenze della TUR sull'Asia centrale (europeizzare e globalizzare). La cultura occidentale

non è completamente coincidente con quella americana. C’è una versione europea del moderno

capitalismo che è in contrasto con la versione anglosassone del moderno capitalismo. Fenomeno della

secolarizzazione.quando uno Stato viene europeizzato, viene in contatto con quel fenomeno della

laicizzazione (fenomeno tipicamente europeo più che americano). Non appena i Paesi vengono assorbiti

nel processo europeo, si verifica il laicismo (Paesi come POL e Irlanda). Questo fenomeno è prettamente

europeo e non si verifica in America. Per concludere, per Berger, il quadro della globalizzazione culturale è

complesso e articolato. Tra culture globali e indigene, che si vengono a incontrare, può avvenire (come ha

detto Huntington) un vero scontro di civiltà. Berger dice che questo concetto di scontro di civiltà non deve

essere riferito solo a civiltà/culture diverse, ma il rischio è anche della stessa civiltà/cultura. Si potrebbe

parlare del rischio di uno Scontro di civiltà interiorizzato: Parla di un conflitto presente tra una élite

secolarizzata e i movimenti di rivitalizzazione religiosa in TUR e in altri Paesi musulmani, India e Israele.

Esempi di conflitto presente all'interno di una stessa civiltà (quadro complesso anche in questo caso). La

stessa cultura occidentale non è cosi omogenea come si pensa. Ci sono, per Berger, guerre occidentali

che sono esportate come parte integrante del processo di globalizzazione. Quali sono queste guerre

occidentali? Cosa intende quando dice che la cultura occidentale non è omogena? Quali conflitti ci sono

all'interno della cultura occidentale? (ci possono essere conflitti di carattere religioso perchè è l'idea di

diverse religioni presenti in una stessa cultura. La cultura americana è portatrice dell'ideale del pluralismo

religioso, e questo non sempre porta ad un conflitto). Berger Fa riferimento al fatto che quando un

ungherese è entrato a far parte dell’UE, ha notato il conflitto tra l’ideologia del libero mercato (proprio

della cultura occidentale) e l’ambientalismo. Conflitto tra la Libertà di parola (non fa parte di tutte le

culture) fa parte della cultura occidentale e può entrare in conflitto con il linguaggio politically correct

(altra caratteristica della cultura occidentale) che non permette sempre la libertà di parola. L'Occidente,

dice Berger, è difficilmente un'entità culturale omogenea e la sua eterogeneità carica di conflitti è portata

avanti dalla globalizzazione. È come dire che i suoi stessi conflitti si globalizzano si diffondono

globalmetne). L'ostentalità di certi attori di Hollywood e dall'altra il femminismo. Sono tutti valori diffusi

globalmente che fanno parte della cultura occidentale. Il quadro presentato è complesso, articolato e

dalle molte feacce e la tesi di Berger non è esaustiva (ci sono fenomeni che non ha analizzato), però ha il

valore di mettere in evidenza come la globalizzazione ha molte facce e aspetti. Tesi: La globalizzazione

non è un’unica grande minaccia (possono essere globalizzati valori buoni) ne un’unica grande promessa

(ha molti rischi es: la cultura americana ingloba TUTTE le altre). Berger Suggerisce che la globalizzazione

è una continuazione, sebbene in forma accelerata, della perdurante sfida della modernizzazione, che è la

sfida rivolta alla libertà dell’individuo. Sul piano culturale la sfida è che L’individuo è libero di rompere coi

codici e le tradizioni del passato e di sceglierne di nuovi. O fare una cultura terza che sia meticcia delle

due fondatrici. Rifugge una resistenza militante della globalizzazione chiudendosi in un isolamento

parrocchiale, ma è anche da rifuggire un'accettazione passiva (rinunciando ai codici propri e alle

credenze).

Grande domanda: Che rapporto c’è tra globalizzazione e conflitti etnici? Perché le relazioni etniche (tra

etnie e culture diverse) si risolvono spesso in conflitti? Partiremo dalla constatazione che nel mondo

attuale sono sempre di più le minoranze etniche, e la loro formazione ha 2 origini:

1. Migrazioni storiche: nella storia alcuni popoli hanno sottomesso altre che sono diventate <

etniche

2. Processi migratori moderni che hanno prodotto in quasi tutti i Paesi avanzati una questione etnica

diversa e nuova, diversa da quella tradizionale.

Per esaminare il rapporto tra processi di globalizzazione, conflitti etnici (identità culturali) e migrazione

(mobilità delle persone) prenderemo in esame diversi approcci al fenomeno della globalizzazione stessa.

In particolare ci soffermeremo su 4 approcci.

(domanda per esame descrivere i 4 approcci).

21/11/17 SPG

LA FORMAZIONE DI MINORANZE ETNICHE HA 2 RAGIONI:

1. Migrazioni storiche

Migrazioni moderne

Domanda di fondo: Che rapporto c’è tra conflitti etnici e globalizzazione? Perché le relazioni etniche si

risolvono spesso in conflitti?

Globalizzazione culturale all’interno di un quadro complesso e articolato e caratterizzato da tanti volti. Le

globalizzazioni culturali sono anche alternative (Occidente e Oriente). Bergr rifugge l'idea che la

globalizzazione coincida con l'occidentalizzazione.

Rapporto tra globalizzazione e identità culturale delle etnie e popoli, minoranze, gruppi che vengono ad

incontrarsi in questa era globale e che hanno culture diverse. Cosa succede? Accadono dei conflitti etnici

in alcuni casi.

GLOBALIZZAZIONE, IDENTITA’ CULTURALI E CONFLITTI ETNICI

1. Wallerstein (1974, 1979, 1989) APPROCCIO ECONOMICO: Il “sistema mondialedell'economia”

è una teoria del cambiamento sociale prodotto dal capitalismo moderno, distinzione centro-

periferia

2. Giddens, APPROCCIO ISTITUZIONALE: La teoria multidimensionale della globalizzazione; la

modernità e i processi di globalizzazione sono processi di cambiamento del legame tra sistema

sociale e spazio-tempo

3. Robertson, APPROCCIO CULTURALE: Critica il ruolo residuale e epifenomenico (cioè derivata

da altro, eseconomia) che nella cultura ha nelle teorie della globalizzazione di Wallerstein e di

Giddens; relativa autonomia della sfera culturale

4. Huntington, PARADIGMA DELLE CIVILTA': Studia il conflitto delle civiltà e l'ordine mondiale.

WALLERSTEIN: conosciuto per uno studio della globalizzazione dal punto di vista economico.

Rintracceremo pagine in cui si dedica anche alla cultura.

La teoria di Wellerstein sul “sistema mondialedell'economia” è una teoria del cambiamento sociale

prodotto prodotto dal capitalismo moderno e ha come unità d'analisi il “sistema mondo” (non stato

sovrano o società razionale). È convinto che queste opzioni epistemologiche comportino alcuni

inconvenienti piuttosto gravi. Lo stato sovrano ha al suo interno elementi troppo eterogenei per costruire

l'oggetto di un'analisi con pretesa di scientificità e ugualmente accade per la società nazionale. Il sistema

mondo è l’unico sistema sociale dentro cui si può studiare come avviene il cambiamento sociale prodotto

dal capitalismo moderno. La teoria del sistema mondo ha per oggetto il capitalismo europeo, dalla fine

della società feudale alla modernità e i cambiamenti sociali da esso prodotto.

È basata sulla distinzione tra centro e periferia (è il primo che ne parla, Berger lo riprende).

La teoria del “sistema mondo” è una teoria delle connessioni (ci sono delle relazioni e dei

cambiamenti, non è statico) e delle interdipendenze tra alcune aree del mondo: Connessioni che

possono storicamente cambiare.

A: aree centrali; le aree più sviluppate del sistema, in esso si trovano le grandi potenze

• politiche, militari ed economiche. Non vuole studiare quegli Stati, ma le aree centrali che

contengono quelle grandi potenze. Non designano uno Stato solo, ma designano diverse aree che,

spesso in conflitto tra loro, svolgono tutte insieme o con l’egemonia di una di loro (es USA) il ruolo

di nucleo centrale del sistema un ruolo di potere politico, militare e economico che esercitano

sulle altre aree. Con le altre 2 aree, le aree centrali scambiano merci e materie prime (in

particolare con la periferia) e anche forza lavoro.

B: aree semiperiferiche: Aree dell’economia abbastanza sviluppate coinvolte nel sistema

• mondiale, sia perchè nel passato hanno svolto il ruolo di leadership (Es SP nel XVI secolo) e poi

sono diventate semiperiferiche (SP durante la leadership olandese e poi britannica), sia perchè vi

svolgono il ruolo di periferia, di semiperiferia e poi di nucleo centrale (America del Nord prima di

diventare nucleo centrale del sistema mondiale dell'economia del XX secolo). Sono aree a metà.

C: aree periferiche: Aree che hanno un rapporto di dipendenza politica con le aree centrali da

• cui vengono sfruttate dal punto di vista economico fornendo soprattutto materie prime (es

America Latina all'interno dell'impero spagnolo, India nell'impero inglese).

Questa teoria spiega la struttura, dinamica e cambiamenti a cui è stato sottoposto il capitalismo moderno.

Queste interconnessioni sono studiate anche temporalmente, perchè mutano nella storia.

I cicli dell'economia-mondo; fase A, fase B: Due fasi temporali che caratterizzano il sistema mondo.

Ci sono due fasi:

A: il sistema mondo è in espansione. È un periodo di sviluppo in cui la domanda dei beni supera

 la loro offerta (per questo avviene l’espansione) e quindi il prezzo dei beni sale perchè ll

domanda supera l'offerta e quindi hanno un alto prezzo. Tutti li vogliono perché sono meno e

quindi sono disposti a pagare i prezzi anche più alti. La produzione cresce e fa innalzare la

domanda di materie prime e segue l’ampliamento del sistema. In questa fase ci sono aree

precedentemente periferiche o che son fuori dal sistema mondo e che ne entrano a farne parte.

Se un’area non ha connessioni vuol dire che è fuori da ogni rapporto e non fa parte del sistema.

B: caratterizzata dalla contrazione della produzione. L’offerta di materie prime supera la domanda. Quindi

ci sono stati periferici che inviano sempre più materie prime al centro fino a determinare un ristagno

produttivo perché la domanda è < dell’offerta. Sono troppe le materie prime mandate al centro e non ci

sono abbastanza individui disposti a pagarle. Avviene anche un conflitto di classe al centro, sempre. In

questo periodo di contrazione Si accentua e diventa più radicale. Al centro il conflitto avviene non solo tra

borghesia e classe lavoratrice (borghesia vuole prezzi più bassi e pagare meno), ma anche tra borghesia e

aristocrazia. Poi il ruolo dominante dell’area centrale sulle altre aree è ottenuto tramite il conflitto

economico, politico, militare.

La teoria del sistema mondo dell’economia capitalistica contiene una previsione (scrive su questo tema 3

opere : 1974, 1978, 1989) che non si è avverata che è però molto Interessante. Sulla base di questi cicli

della teoria mondo, l’egemonia americana sul mondo dovrebbe volgere al termine nei primi decenni del

XXI secolo e dovrebbero crearsi le condizioni per l’avvento di un governo socialista mondiale. Per

Wallerstein, Il capitalismo si fonda sul fatto che i fattori economici operano in un’area più vasta di quella

controllabile da un’entità politica. Anche oggi accade questo, oggi su un'area controllabile dagli USA.

Questi possono avere un controllo economico su molte are, ma non necessariamente politico. Questo

consente ai capitalisti una grande libertà di manovra e una distribuzione irregolare delle remunerazioni

(molto ricco vs molto povero. Quelli che fanno parte della operiferia possono essere sfruttati e pagati

poco, soprattutto se in periodo di espansione). Un sistema diverso e più equo della distribuzione delle

remunerazioni, dovrebbe riuscire a mantenere un alto livello produttivo e comportare la reintegrazione

delle unità politiche estromesse all’interno del sistema stesso. Individua quali sono le condizioni per cui un

sistema capitalistico diventi socialista rendendo possibile una distribuzione più equa delle remunerazioni.

Quali sono? Una distribuzione più equa delle remunerazioni. Permettendo di integrare nel sistema mondo

anche gli Stati che sono fuori. A questa teoria sono state rivolte delle critiche. La più nota riguarda

l’approccio esclusivamente economicista alla spiegazione del mutamento sociale. Criticato perchè ha

spiegato il mutamento sociale solo dal punto di vista economico. Non è però l’unico aspetto che serve per

spiegare il mutamento sociale prodotto dal capitalismo moderno. In realtà W si era reso conto che, per

quanto centrale, non era sufficiente per spiegare questi cambiamenti sociale. Bisogna analizzare anche

altri aspetti, come quello culturale. Negli anni successivi alla pubblicazione del secondo volume, Integra

quindi la sua teoria spostando l’accento sul problema di tipo culturale. Non sostituisce l'aspetto

economico. Cosa intende per cultura, quali sono le contraddizoni del sistema mondo e in che senso, per W

e come succede nella sua opera del 1989. Vederemo come la cultura possa costituire un mezzo per

governare, controllare, sciogliere alcune contraddizioni che contraddistinguono il sistema mondiale

dell'economia. Il sistema mondiale dell'economia approfondisce molti aspetti ma non tutti, rimangono

delle contraddizioni. Queste non possono essere spiegate soltanto utilizzando un approccio economico,

ma occorre approfondire l'aspetto culturale. Per cultura intende l'opera congiunta di universalismo,

razzismo e sessismo.

LA CULTURA NEL SISTEMA MONDIALE DELL'ECONOMIA: Per W la cultura è un aspetto non

considerato nelle prime due opere, ma si nella terza per integrare l’analisi economica dei mutamenti

sociali del capitalismo moderno. Il concetto di cultura è legato a quello di gruppo. Ci sono Tre modi di

designare gli individui: segni che riguardano tutti, alcuni, uno solo. La cultura di gruppo è costituita da

quell’insieme di segni che riguardano un insieme d’individui, non tutti (sarebbe la cultura universale) e

neppure un solo individuo. Insieme di segni che designano un insieme d’individui. Ci possono essere

all’interno del gruppo diverse comunità individuali con un rapporto di superiorità tra l'una e l'altra.

in particolare l'opera congiunta di universalismo e razzismo

Secondo Wallerstein (1990) la cutura,

(anche sessismo), costituisce un mezzo per “governare” varie contraddizioni che

contraddistinguono il sistema mondiale dell'economia.

1. LA CONTRADDIZIONE TRA FORMA ECONOMICA (distesa su aree molto più vaste di uno stato) E

FORMA POLITICA (circoscritta al territorio dello stato) del sistema mondo è governata

dall'universalismo (che giustifica la mobilità e uguaglianza di cose, persone e popoli nel mondo) e

razzismo (che giustifica le disuguaglianze esistenti all'interno di ogni singolo stato o tra stati dove

alcuni somo capaci di lavorare meglio e altri peggio. Interviene quando non c'è uguaglianza. Nella

divisione internazionale del lavoro alcuni sono meglio di altri. Questo dato di fatto viene accettato.

C'è una gerarchiae questa è giustificata dalla diversa capacità che stati e individui hanno di

lavorare.). Quando questo non basta, interviene il sessismo a giustificare le differenze dei sessi

nella divisione interna del lavoro. Contraddizione tra la forma economica e politica del sistema:

riesce a spiegarla tramite l’opera congiunta di universalismo e razzismo. Caratterizza il sistema

mondiale dell’economia che può essere controllata tramite la cultura. In che senso c’è una

contraddizione fra forma economica e politica del sistema? La forma economica si distende su

aree molto più vaste di uno Stato sovrano. La forma politica riguarda solo un territorio circoscritto

dell’intera area del sistema. Spesso ci sono più unità politiche in conflitto fra loro. Da una parte ci

sono beni di cose e persone che circolano liberamente, dal punto di vista economico per il sistema

mmondo. La forma politica di uno stato è circoscritta allo stato, quella economica va oltre. Questa

contraddizone di forma economica distesa su aree molo più vaste di uno stato e forma polica

circoscritta all'area dello stato del sistema mondo può, per W, essere in parte governata

dall'azione congiunta di universalismo e razzismo.

2. LA CONTRADDIZIONE DEL CARATTERE CICLICO DELL'ECONOMIA CAPITALISTICA, CHE FUNZIONA

SECONDO UN REGOLARE PROCESSO DI ESPANSIONE E CONTRAZIONE DELL'ECONOMIA MONDIALE

E INPLICA TALVOLTA INCORPORAZIONE E TALVOLTA APARTHEID, è governata anche in questo caso

dall'opera congiunta di universalismo (la cultura occidentale come cultura universale gustifica

l'assimilazione di un popolo più debole, sottosviluppato, a quello più forte e sviluppato. Questo

non sempre avviene. Cosi è stato per molto tempo) e dal razzismo (che giustifica la difesa e il

mantenimento delle differenze e separazione/apartheid tra culture diverse). C'è una fase A

(momento di espansione dell'economia capitalistica) e fase B (processo di contrazione) . Questa

contraddizione implica talvolta una incorporazione, e talvolta l’apartheid. Nel momento in cui un

stato viene incorporato nel nucleo centrale, nella fase di espansione può avvenire una

incorporazione ad esempio dell'area periferica nell'area centrale. Oppure l’apartheid ovvero una

sparazione. L'universalismo rivendica la superiorità della cultura occidentale, mentre il razzismo

vuole rivendicare la differenza tra le culture, che non devbono essere assimilate, ma devono

rimanere separate.

3. LA CONTRADDIZIONE, propria del sistema capitalistico, DI FAR LAVORARE DI PIU' A PAGHE PIU'

BASSE è governata dall'universalismo ( chegiustifica come valore universale appunto, la

meritocrazia della retribuzione) e dal razzismo e sessismo che giustificano le più basse

remunerazioni del lavoro per i “neri” e le donne. Questo avviene. Come avviene? Questa

contraddizione deve essere spiegata dal punto di vista culturale. È controllata dall’universalismo

che giustifica come valore universale della meritocrazia della retribuzione. Valore accettato

universalmente. Governata da universalismo, razzismo e sessismo.

PROVA INTERMEDIA: come W spiega i processi della globalizzazione all’interno del sistema mondo con

riferimento alla cultura. Qual è l’approccio multistituzionale di Giddens?

1) La modernità e i processi di globalizzazione sono processi di cambiamento

del legame esistente tra sistema sociale e spazio-tempo.

2) Fiducia e rischio nelle società premoderne e nelle società moderne.

3) Modernità e globalizzazione

4) Le precondizioni del superamento dei rischi della modernità e

globalizzazione.

Giddens, APPROCCIO ISTITUZIONALE: La teoria multidimensionale della globalizzazione; la modernità

e i processi di globalizzazione sono processi di cambiamento del legame tra sistema sociale e spazio-

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Madduz95

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Madduz95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Società politica e globalizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Belardinelli Sergio.

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