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In primo luogo vi è un certo numero di agenzie di socializzazione, come la famiglia, i gruppi di pari e i mass media

attraverso cui si avvia il processo di socializzazione politica. Easton e Dennis individuano quattro stadi del processo

di socializzazione: inizialmente i bambini cominciano col riconoscere l’esistenza di qualche autorità (qualcuno che ha

il diritto di impartire ordini), successivamente essi diventano consapevoli di una distinzione tra autorità privata

(genitori e insegnanti) e pubblica (poliziotti e Presidente), ne segue la percezione che esistono istituzioni politiche

impersonali (Congresso), infine interviene la consapevolezza che le istituzioni sopravvivono agli individui e ne

trascendono l’esistenza.

La socializzazione politica si verifica nel corso di tutta la vita ma di fatto l’infanzia e in misura minore l’adolescenza

sono più importanti dell’età adulta. Volgyes fa riferimento ad una socializzazione generazionale, vale a dire la

socializzazione cosciente o inconscia dei bambini da parte degli adulti, e alla risocializzazione distinta in due fasi: una

fase rivoluzionaria e una fase in forma di continuum. Quando un regime con valori e ideologie che differiscono

significativamente dal regime precedente conquista il potere, secondo Volgyes esso cercherà non solo di socializzare le

giovani generazioni, ma di risocializzare le vecchie e di convertire i loro valori dalla vecchia alla nuova ideologia. Un

quadro del genere è certamente tipico delle società totalitarie. Il punto di vista marxista sostiene che la socializzazione è

di necessità un processo continuo, dal momento che la classe dominante deve assicurarsi che le proprie idee prevalgano

nella società. Di conseguenza l’ideologia dominante è sostenuta tramite una socializzazione continua, inizialmente

attraverso il sistema scolastico e in seguito tramite il modo dominante di produzione.

Per quanto la famiglia e la scuola possano essere importanti nei primi stadi di socializzazione, altri agenti assumeranno

maggiore importanza più avanti nel tempo. I mass media sono generalmente considerati come agenti importanti della

socializzazione in generale e della socializzazione politica in particolare. Nelle società moderne i media sono la

principale fonte di informazione su quanto sta accadendo nella società e nel mondo. Tutti i governi ne sono consapevoli

e utilizzano i media per veicolare le proprie posizioni, cercano di influenzare i media e non pochi cercano di averne il

controllo.

I meccanismi attraverso cui la socializzazione ha luogo si possono suddividere in tre parti: imitazione (consiste nel

copiare il comportamento di altri ed è generalmente più importante nell’infanzia), istruzione (apprendimento

intenzionale dei comportamenti appropriati attraverso il sistema scolastico in modo formale, e in modo più informale

attraverso discussioni di gruppo ed altre attività, come l’apprendistato professionale, senza dubbio è più importante

nell’infanzia e nell’adolescenza), motivazione (apprendimento di un comportamento appropriato attraverso l’esperienza,

mediante un processo di prove ed errori, è presente per l’intero ciclo di vita).

La socializzazione politica viene inoltre solitamente considerata come una delle spiegazioni principali della legittimità,

sia da parte dei marxisti che dei non marxisti. La questione della persistenza sociale è di fondamentale importanza per la

teoria della socializzazione, dal momento che si può ritenere che un fattore che spiega la capacità di un sistema politico

di sopravvivere tramite la sua diffusa accettazione nella società e di acquisire e mantenere la legittimità, consiste nel

trasferimento di conoscenze, valori ed atteggiamenti da una generazione ad un’altra.

6. LA PARTECIPAZIONE POLITICA

Si definisce Partecipazione politica il coinvolgimento dell’individuo nel sistema politico a vari livelli di attività, dal

disinteresse totale alla titolarità di una carica politica. La partecipazione politica è strettamente collegata alla

socializzazione politica, ma non deve essere considerata semplicemente come una sua estensione o un suo prodotto.

Essa è inoltre un punto essenziale delle teorie elitista e pluralista. Secondo la teoria delle èlite la partecipazione politica

che ha realmente significato è limitata all’èlite, mentre le masse sono manipolate da essa o inattive. Per i pluralisti

invece la partecipazione politica è la chiave del comportamento politico in quanto costituisce un fattore fondamentale

per spiegare la distribuzione del potere e i processi decisionali. La partecipazione politica è fondamentale anche per i

marxisti: la coscienza di classe spinge all’azione e alla partecipazione.

Parry sostiene che è necessario esaminare tre aspetti della partecipazione politica: modo di partecipazione (l’aspetto

che essa assume, il modo varia in relazione ai livelli di opportunità e di interesse, all’ammontare di risorse a

disposizione dell’individuo e ai principali atteggiamenti nei confronti della partecipazione in ogni società, in particolare

se essa viene incoraggiata o scoraggiata), intensità (si cerca di misurare quanti individui partecipano a particolari attività

politiche e quanto spesso lo fanno), qualità (il grado di efficacia conseguito dalla partecipazione, cioè il suo impatto su

coloro che detengono il potere e sulla formulazione delle politiche).

Milbrath propone una gerarchia della partecipazione che va dal non-coinvolgimento alla titolarità di una carica

pubblica, in cui il livello più basso di partecipazione attiva consiste nel voto. Egli divide la popolazione americana in tre

gruppi: gladiatori (coloro che sono spesso attivi in politica. 5-7%), spettatori (coloro che sono impegnati in politica a

livello minimo. 60%), apatici (che si disinteressano di politica. 33%).

Dal punto di vista del sistema politico i partiti politici e i gruppi di pressione possono essere definiti come agenti di

mobilitazione politica. La differenza fondamentale tra essi consiste nella loro gamma di attività. I gruppi di pressione

sono organizzazioni che cercano di promuovere, difendere o rappresentare posizioni limitate o specifiche, mentre i

partiti cercano di promuovere, difendere o rappresentare un più ampio spettro di attività. La partecipazione ai partiti o ai

gruppi di pressione può assumere una forma attiva o passiva, variando dalla titolarità di una carica in tale

organizzazione al sostegno finanziario mediante il pagamento di sottoscrizioni o quote. Anche la discussione politica

informale in famiglia, al lavoro o tra amici è considerata come una forma di partecipazione politica. La votazione può

essere considerata come la forma meno attiva di partecipazione politica, in quanto richiede un impegno minimo che

cessa una volta che si è votato.

Tutti i tipi di partecipazione politica variano secondo lo status economico- sociale, i livelli di istruzione, l’occupazione,

il sesso, l’età, la religione, l’appartenenza etnica, l’area e il luogo di residenza, la personalità e l’ambiente o il contesto

politico in cui ha luogo la partecipazione.

Milbrath sostiene che la partecipazione varia in relazione a quattro fattori fondamentali: stimoli politici (più

l’individuo è esposto a stimoli politici sotto forma per esempio di discussioni politiche, facendo parte di

un’organizzazione o avendo accesso a informazioni rilevanti riguardo la politica, più è probabile la sua partecipazione

politica), posizione sociale, caratteristiche personali (personalità più socievoli, dominanti od estroverse hanno più

probabilità di essere politicamente attive), ambiente politico (la cultura politica può favorire od ostacolare la

partecipazione e la forma o le forme di partecipazione considerate come le più appropriate). E’ inoltre importante tener

conto delle capacità e delle risorse possedute dall’individuo (abilità sociali, analitiche, organizzative, doti oratorie).

Nella maggior parte dei casi l’individuo deve sentirsi anche motivato, essere impegnato per un ideale o una causa,

ispirarsi a un leader o ad un’organizzazione.

Parry distingue due tipi di spiegazioni della partecipazione politica: quella strumentale e quella evolutiva. Le teorie

strumentali considerano la partecipazione come un mezzo per conseguire un fine, per esempio la difesa o il progresso di

un individuo o di un gruppo, e come baluardo contro la tirannia e il dispotismo. Di conseguenza coloro che sono

oggetto di decisioni hanno il diritto di partecipare al processo decisionale e la legittimità del governo si fonda sulla

partecipazione. Secondo le teorie evolutive il cittadino ideale è colui che partecipa e di conseguenza la partecipazione

viene considerata come un esercizio della responsabilità sociale. Si tratta di un’esperienza di apprendimento che

produce un cittadino consapevole non solo dei diritti, ma anche dei doveri e delle responsabilità.

Un altro tipo di motivazione è di natura economica. Il suo maggiore esponente è Downs che ipotizza che gli individui

siano esseri razionali e calcolatori che cercano di minimizzare i costi e massimizzare i benefici e che operano in un

sistema in cui i partiti cercano di massimizzare i voti e i cittadini agiscono razionalmente. E’ possibile illustrare una sua

modalità di funzionamento esaminando la partecipazione elettorale. Un elettorato ampio, elezioni frequenti e votazioni

lunghe che implicano molte decisioni da parte di chi vota producono di solito una bassa affluenza alle urne. La

spiegazione di Downs è che in simili circostanze gli individui trovano più difficile percepire i propri reali interessi

perché il risultato è più difficile da prevedere. Viceversa elezioni più combattute, più importanti, o dove le questioni in

gioco sono chiaramente identificate di solito producono un’affluenza più elevata.

Weber elabora quattro idealtipi per spiegare azioni e comportamenti sociali, e quindi politici (come la

partecipazione). Due sono di tipo razionale: razionale rispetto allo scopo (l’individuo valuta un’azione in termini di

costi e benefici dei mezzi e dei fini), razionale rispetto al valore (non mette in discussione i fini ma valuta i costi e i

benefici di determinati mezzi). Gli altri due non sono razionali: azione affettiva (governata dalle emozioni), azione

tradizionale (dagli usi e dai costumi).

7. IL RECLUTAMENTO POLITICO

Il Reclutamento politico è il processo attraverso il quale gli individui vengono arruolati come titolari di cariche proprie

del sistema politico, in particolare incarichi politici e amministrativi, ma in certi casi anche in uffici di altro tipo, nella

magistratura, nella polizia e nell’esercito. Di fatto si pone particolarmente l’accento sull’elettività della carica. Si tratta

di un orientamento comprensibile ma inopportuno perché in primo luogo alcune delle cariche più importanti non sono

elettive. In secondo luogo nonostante le cariche politiche e amministrative siano sempre separate sotto il profilo

istituzionale, i livelli più elevati degli uffici amministrativi sono di un’importanza cruciale. Il ruolo della burocrazia,

consistente nel fornire pareri e consulenze circa le politiche e nel rendere possibili la loro attuazione, è importante

almeno quanto quello dei politici. Le stesse affermazioni si possono fare per i titolari di incarichi nel sistema

giudiziario, nelle forze di polizia e nell’esercito.

Coloro che aspirano ad un incarico devono essere eleggibili agli uffici ai quali aspirano, non solo nel possedere i

requisiti formali (cittadinanza, residenza e istruzione) ma anche quelli informali (età, genere e esperienza). Devono

inoltre essere motivati e possedere adeguate risorse (professionalità, tempo e sostegno finanziario). Anche il

meccanismo del reclutamento è un fattore importante e può assumere una varietà di forme e di combinazioni tra esse.

Storicamente l’aspetto più importante è quello della semplice ereditarietà, in particolare nelle forme costituzionali di

tipo monarchico ed oggigiorno nel caso di istituzioni come la Camera dei Lord inglese. Altri metodi tradizionali sono il

sorteggio e la rotazione. Le purghe sono un esempio dl ruolo che può avere la forza nel reclutamento politico (es. la

notte dei lunghi coltelli). Tuttavia l’uso più comune della forza nel reclutamento politico si verifica sotto forma di

intervento militare interno (frequente in molti paesi del terzo mondo). Il processo di reclutamento politico di gran lunga

più comune è quello che si verifica tramite le elezioni che sono uno strumento per scegliere soggetti che ricoprono

incarichi politici, come membri del governo e del parlamento, ma possono essere utilizzati anche per occupare altri

uffici, come le cariche del sistema giudiziario o di altri ambiti legali negli USA. Anche il sistema elettorale è di

fondamentale importanza e riguarda il metodo di conteggio dei voti, di distribuzione dei seggi e di delimitazione dei

collegi elettorali.

Il metodo più comune di reclutamento delle cariche politiche è rappresentato dalle elezioni. Nella maggior parte degli

stati moderni la copertura dei posti nell’amministrazione è invece regolamentata da strumenti predisposti a scopi di

reclutamento (concorsi pubblici, test pratici, test psicologici ed interviste). Per quanto riguarda i giudici e il personale di

polizia e dell’esercito, essi vengono reclutati sulla base di appropriati requisiti professionali o di addestramento.

Sistemi politici differenti sono caratterizzati da differenti modelli di reclutamento, soprattutto se il reclutamento è

soggetto a controllo. I sistemi liberal-democratici tendono ad essere più aperti mentre gli altri, in particolare quelli

totalitari sono più chiusi.

La tendenza a concentrarsi sul modello americano ha comportato accuse di etnocentrismo. Più in generale la teoria del

reclutamento tende a trascurare gli altri tipi di cariche ed uffici, in particolare quelli amministrativi. Infine, un numero

eccessivo di ricerche si ferma al reclutamento e non procede all’analisi dei titolari degli uffici una volta entrati in

carriera, si dovrebbe viceversa condurre questa analisi fino alla sua logica conclusione, i de reclutamento.

8. LA COMUNICAZIONE POLITICA

La Comunicazione politica consiste nella trasmissione di informazioni politicamente rilevanti da una parte del sistema

politico ad un’altra, e tra i sistemi politico e sociale. Tuttavia essa non è strutturalmente parte del sistema politico, ma

parte integrante del sistema di comunicazione nella società.

La formula di Lasswell è semplice e lineare. Essa identifica quattro dei cinque elementi che si trovano in qualsiasi

modello di comunicazione: la fonte (es. un candidato), il messaggio (es. proposte politiche), il canale (es. un’intervista

televisiva), i riceventi (es. gli elettori che compongono l’audience). A questi va aggiunto un quinto elemento, il

feedback ovvero la reazione o la risposta di coloro che hanno ricevuto il messaggio.

Naturalmente la comunicazione può manifestarsi in modi differenti. Fiske divide i media in tre categorie:

presentazionali (ricomprendono la voce dell’individuo, la faccia e il corpo nell’uso della parola e dei gesti, e il

comunicatore è il medium), rappresentazionali (ricomprendono tutti i testi scritti e stampati, fotografie e quadri, insegne

e graffiti, che hanno una loro esistenza indipendentemente dal comunicatore), meccanici (comprendono telefono, fax,

radio, televisione e film).

Shannon e Weaver sottolineano che il processo di comunicazione è soggetto a quello che definiscono rumore, cioè

un’interferenza nel processo di comunicazione che influenza o distorce il messaggio. Il rumore può essere meccanico

(ha solitamente un’origine fisica e non è intenzionalmente emesso dalla fonte con lo scopo di influenzare il messaggio.

Es. la ricezione debole dei segnali radio e televisivi) o semantico (si riferisce a problemi della lingua, agli accenti). In

entrambi i casi il messaggio non è ricevuto esattamente nella forma in cui è stato inviato e può dunque essere travisato.

Katz e Lazarsfeld hanno introdotto la teoria del flusso a due fasi. I messaggi inviati tramite i mass media nella

maggior parte dei casi non hanno un impatto diretto, bensì mediato attraverso gli opinion leaders al cui giudizio gli

individui si affidano in quanto appartengono a gruppi socio-economici simili. In questo modo viene stabilito un legame

tra comunicazione di massa e comunicazione interpersonale. Uno sviluppo logico di questa teoria è il modello multi-

fase, secondo il quale esiste una serie complessa di relazioni tra i media, gli individui e i gruppi. L’importanza di

entrambi i modelli sta nel fatto che essi pongono l’accento sul contesto sociale della comunicazione e non considerano

l’audience come un destinatario passivo e indifferenziato destinato solo a ricevere i messaggi dai media.

Per ciò che riguarda la diffusione di un evento internazionale i gatekeepers sono i corrispondenti che decidono

autonomamente di trasmettere una notizia, il telefono, il fax o il sistema dei satelliti per trasmettere l’edizione, la

possibilità di censura alla fonte, l’esistenza di limiti di tempo o scadenze e le decisioni editoriali.

La comunicazione politica, come gli altri tipi di comunicazione, agisce sia verticalmente che orizzontalmente cioè, per

usare una terminologia elitista, in modo gerarchico tra governati e governati, e sempre secondo un flusso a due fasi,

lateralmente tra individui e gruppi. Ne consegue che individui e gruppi diversi avranno network e modelli di

comunicazione distinguibili e differenziati.

La comunicazione politica utilizza tre canali principali: i mass media (sono particolarmente importanti per la diffusione

capillare dell’informazione politica e nella maggior parte dei paesi costituiscono la fonte più importante di tale

informazione, in modo prevalente con la televisione; i media giocano un ruolo importante anche nella formazione

dell’opinione pubblica, portando a conoscenza del pubblico i punti di vista di individui e gruppi), i gruppi di pressione e

i partiti politici (entrambi rivestono particolare importanza nei mutui rapporti tra politici e burocrati, tra tipi diversi di

attivisti politici e tra questi ultimi e settori specializzati dell’opinione pubblica). Anche i contatti tra individui e gruppi

sono importanti, specialmente se si applica la teoria del flusso a due fasi, secondo cui gli opinion leaders agiscono come

canali di informazione, come fonti di pressione sociale per favorire l’adesione a determinate norme, e come fonti di

sostegno per la coesione di gruppo nei comportamenti sociali e politici.

La comunicazione politica, come la comunicazione in generale, viene influenzata da una serie di fattori: fisici,

tecnologici, economici, socio-culturali e politici. Le barriere fisiche alla comunicazione sono sempre state significative

(montagne, mari, deserti), lo sviluppo tecnologico ha ridotto molti di questi problemi tanto che McLuhan ha descritto il

mondo come un villaggio globale. I modelli di comunicazione sono influenzati anche dallo sviluppo economico.

Società meno sviluppate tendono ad avere network di comunicazione più frammentati e di natura localistica, ma la

crescita economica comporta uno sviluppo più esteso dei mass media e una maggiore importanza viene a loro assegnata

sia dai politici che dalla gente. Infine la comunicazione politica è influenzata da diversi fattori politici, in particolare dal

grado in cui il network di comunicazione è soggetto a controllo politico da parte del governo (si pensi alla censura).

9. OPINIONE PUBBLICA E SOCIETA’

Sarebbe troppo facile affermare che l’opinione pubblica è semplicemente la somma dell’opinione dei singoli. C’è una

tendenza a considerare l’opinione pubblica come un’entità unica, quasi fosse un singolo essere umano; ma se l’opinione

su particolari argomenti può essere unanime o quasi, nella maggior parte dei casi non lo è. C’è anche la tendenza a dare

per scontato che tutti hanno un’opinione su qualsiasi cosa, ma si può dimostrare viceversa che su parecchie questioni, e

probabilmente sulla maggior parte di esse, alcune persone non hanno nessuna opinione. L’affermazione di Pollock

secondo cui l’opinione può essere o non essere vera è molto importante. L’ignoranza relativa o la disinformazione non

sono necessariamente un ostacolo alla formazione di un’opinione su qualcosa, e un’opinione può essere basata su ciò

che un individuo pensa su un particolare caso, non su ciò che effettivamente è. Vi sono ricerche che dimostrano anche

che l’opinione cambia quando agli intervistati vengono forniti ulteriori e più accurate informazioni.

L’opinione può essere distinta nei suoi aspetti a breve e lungo termine, tracciando una demarcazione tra valori, o

opinioni più ampie, e atteggiamenti, o opinioni specifiche. L’opinione pubblica può essere suddivisa in quattro

categorie: opinione specializzata (di coloro che sono considerati come specialisti nella materia cui l’opinione si

riferisce), opinione informata (di coloro che hanno sufficiente conoscenza con la materia cui l’opinione si riferisce),

opinione influenzata (di coloro che sono direttamente influenzati dall’argomento cui si riferisce l’opinione), opinione

pubblica in senso lato (di tutti coloro che non rientrano in nessuna delle categorie precedenti).

Lane e Sears sostengono che l’opinione pubblica ha quattro caratteristiche fondamentali: la direzione (il fatto che

l’opinione pubblica è normalmente divisa secondo due o più punti di vista), l’intensità (alcuni individui fanno valere più

di altri la propria opinione, con la conseguenza che i primi saranno più portati ad agire sulla base di quell’opinione), la

rilevanza (simile all’intensità, in quanto anch’essa misura la forza con cui viene portata avanti un’opinione, ma si

riferisce all’importanza relativa delle opinioni di un individuo o di un gruppo), la coerenza (si riferisce ai rapporti tra

opinioni, ma riguarda la relazione di corrispondenza tra un’opinione e un’altra).

I valori vengono definiti come le credenze di base, ovvero come la gamma dei punti di vista dell’individuo su

argomenti come la libertà, il liberismo, il socialismo ecc. e possono dunque essere strettamente connessi con

l’ideologia. Gli atteggiamenti possono essere definiti come opinioni su specifici argomenti, come una particolare

proposta politica o un candidato. Socializzazione, personalità ed esperienza creano un ambiente che fa sì che l’individuo

sia in grado di formarsi atteggiamenti e opinioni. Tuttavia la reazione dipende da tre fattori: se la questione viene portata

all’attenzione dell’individuo (l’agenda politica, i suoi principali attori sono i partiti politici, attraverso i loro programmi

elettorali e sollevando le questioni di fronte al pubblico cercando di trarne beneficio), se l’individuo ne è interessato, e

di quanta informazione è in possesso. Il ruolo dei media nella determinazione dell’agenda politica non può essere messo

in discussione.

Il più importante problema da affrontare è l’assenza di un modello adeguato. Non è inoltre chiaro a livello teorico né

tanto meno empirico, in che misura gli atteggiamenti politici si combinano con gli altri atteggiamenti. Così come è un

errore separare il comportamento politico da quello sociale, allo stesso modo è sbagliato isolare gli atteggiamenti

politici dalla sfera più ampia degli atteggiamenti sociali.

10. IDEOLOGIA E SOCIETA’

Il termine ideologia significa “scienza delle idee”. Secondo Marx è una “falsa coscienza”, cioè una deformazione della

realtà: e poiché la realtà è lotta di classe, la deformazione consiste nella prevalenza delle idee della classe dominante.

Parsons considera l’ideologia come il sistema di credenze condiviso dai membri di una collettività e come schema

interpretativo utilizzato dai gruppi sociali per rendere intellegibile il mondo. Per quanto riguarda l’ideologia si

contrappongono dunque una visione marxista e una non marxista. Secondo la prima si tratta delle idee prevalenti della

classe dominante, per la seconda di una gamma, potenzialmente infinita, di concezioni del mondo o di parte del mondo.

In questo secondo caso tuttavia non deve essere considerata come sinonimo di filosofia in quanto se ne differenzia in

primo luogo perché la filosofia è più generale, in quanto si occupa delle riflessioni sul pensiero, in secondo luogo

perché l’ideologia è più strettamente connessa all’azione, in quanto costituisce una base o una giustificazione

dell’azione o del desiderio di azione.

L’ideologia ha quattro importanti caratteristiche tra loro correlate. In primo luogo l’avere particolari idee o credenze è

correlato con l’avere altre idee e credenze associate alle prime (es. il credere alla libertà di parola di solito si

accompagna al credere alla libertà di associazione), in secondo luogo tali credenze hanno chiarezza, armonia e coerenza

interna, in terzo luogo queste idee e credenze riflettono probabilmente le valutazioni sul genere umano (considerato ad

esempio egoista, cooperativo ecc.), infine queste credenze sono di solito associate ad una particolare situazione sociale

o a un ordinamento per cui lottare, da raggiungere o da mantenere.

L’ideologia serve a realizzare una serie di funzioni tra loro collegate: mette a disposizione dell’individuo una visione

del mondo (si tratta del modo in cui l’individuo vede il mondo), fornisce all’individuo la sua visione preferita (si tratta

del mondo in cui l’individuo vorrebbe che il mondo fosse o diventasse), costituisce uno strumento di identità per

l’individuo nei confronti del mondo (permette all’individuo di avere una propria collocazione all’interno della società),

dà all’individuo i mezzi necessari per reagire ai fenomeni (consente all’individuo di rispondere a quanto avviene e a

quanto viene affermato), fornisce all’individuo una guida all’azione (in particolare per mantenere il mondo nel suo stato

preferito o per cambiarlo secondo le sue preferenze).

Marx sostiene che le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti. Di fatto la differenza tra la

concezione marxista e quella non marxista dell’ideologia non è così grande come potrebbero apparire a prima vista, dal

momento che viene generalmente riconosciuto che l’ideologia è una visione limitata o distorta della società. Il conflitto

fra le due concezioni si riferisce al ruolo da essa giocato: costituisce un fattore fondamentale per il mantenimento del

potere da parte della classe dominante, come ha sostenuto Marx o si tratta piuttosto, come sostiene la maggior parte dei

non marxisti, di un insieme coerente di idee sul mondo, caratterizzato da differenti livelli di deformazione della realtà?

La cultura politica non può essere considerata come sinonimo di ideologia, da cui si differenzia in primo luogo perché

viene considerata come qualcosa di più ampio dell’ideologia, in secondo luogo la cultura politica non è caratterizzata da

un maggiore o minore grado di chiarezza e coerenza interne, ma può avere al proprio interno elementi contraddittori e

conflittuali.

Alcune delle idee che hanno condotto allo sviluppo della teoria della cultura politica hanno anche contribuito in modo

significativo alla tesi della fine dell’ideologia. Ciò che Bell affermava è che nei fatti tutte le ideologie sopravvivono alle

ragioni per le quali si sono costituite. SI è così sostenuto che nelle società industriali avanzate la tecnologia e la

modernizzazione avevano rese obsolete le idee vecchie e tradizionali, che di conseguenza avevano perso la loro

efficacia e il loro potere di persuasione. In queste società si sarebbe sviluppato il consenso democratico, caratterizzato

da un sostanziale accordo sulle mete accompagnato da una certa dose di disaccordo sui mezzi da usare per raggiungere

quelle mete condivise. Secondo Lipset ad esempio questo significa che nelle società occidentali sono stati risolti i

problemi fondamentali della rivoluzione industriale. Egli propende per l’idea che sotto la spinta della modernizzazione i

paesi in via di sviluppo andranno via via uniformandosi ad un simile modello ideologico. Tuttavia Bell è di un’opinione

in un certo senso differente in quanto prevede la fine dell’ideologia, ma non la fine delle idee e degli ideali come forze

politiche e sociali. Himmelstrandt sostiene che il vero contenuto della tesi sulla fine dell’ideologia non è in realtà che

l’ideologia è morta, ma che non costituisce più la base dell’azione politica e dei conflitti.

Esistono due principali punti di vista a proposito del ruolo dell’ideologia: quello minimalista (in base al quale si

sostiene che gli individui sono caratterizzati da bassi livelli di conoscenza politica, che non usano e talvolta neppure

capiscono le idee politiche, che hanno preferenze politiche instabili, spesso incoerenti l’una con l’altra), quello

massimalista (secondo cui gli individui hanno insieme coerenti di opinioni, e uno o più di questi insiemi costituiscono

un’ideologia).

Il rapporto tra ideologia e società e complesso. La ragione più importante è che raramente l’ideologia e la realtà sono

totalmente in accordo tra loro.

11. LA RIVOLUZIONE

La Rivoluzione è caratterizzata dai seguenti sei punti: l’alterazione di valori o miti della società, l’alterazione della

struttura sociale, l’alterazione delle istituzioni, cambiamenti nella formazione della leadership, passaggio di poteri non

legale o illegale, presenza o predominanza di comportamenti violenti.

Marx sostiene che la rivoluzione è l’inevitabile conseguenza del conflitto tra differenti modi di produzione e le classi

che ne sono il risultato. In ogni società esistono due classi: una classe dominante e una classe sfruttata. Il modo di

produzione cambia sotto la spinta dello sviluppo tecnologico o della crescente divisione del lavoro, ma lo sfruttamento

messo in atto dalla classe dominante conduce la classe sfruttata all’alienazione da quel modo di produzione.

L’alienazione fa sì che la classe subalterna prenda coscienza del proprio sfruttamento e dunque della propria posizione

di classe, il che porta inevitabilmente alla rivoluzione da parte della classe sfruttata. La rivoluzione fa parte dell’ordine

naturale delle cose. Marx sostiene che la rivoluzione avrà luogo solo quando si saranno raggiunte le condizioni

materiali, quando la classe sfruttata sarà cosciente del suo sfruttamento e la classe dominante sarà incapace di

mantenere la sua posizione dominante. Dunque ci sarà una rivoluzione comunista solo quando la massa del proletariato

sarà pronta per affrontarla. Il “Manifesto del Partito Comunista” uscì nel 1848 a metà dell’anno delle rivoluzioni, ma

quegli eventi costituirono una delusione per gli autori del Manifesto. Le previsioni di Marx non si sono avverate ma i

marxisti che sono venuti dopo, in particolare Lenin, ne hanno dato una spiegazione sostenendo che l’imperialismo, con

la conquista e lo sfruttamento dei territori coloniali da parte delle società industrializzate, aveva ritardato la rivoluzione

che però restava inevitabile. Lenin mise in pratica in Russia la sua teoria dell’avanguardia del proletariato, cioè di

un’èlite con coscienza di classe che avrebbe condotto la classe operaia alla rivoluzione.

Il concetto non marxista di rivoluzione è più variegato ma tutti concordano sul fatto che la rivoluzione è una radicale

trasformazione della società che comporta un cambiamento di ideologia, di regime politico e di strutture economiche.

Viene condiviso anche il concetto marxista secondo cui il conflitto è naturalmente insito nella società, ma c’è dissenso

sul fatto che la rivoluzione sia inevitabile. Krejčí ha elaborato diversi stadi della rivoluzione: l’avvio (un periodo

prolungato di scelte innovative e riformiste all’interno di una parte dell’èlite culturale della società che porta alla

defezione di un certo numero di intellettuali), l’istituzionalizzazione (comporta l’appropriazione di alcune delle

strutture politiche e sociali esistenti per avere la base di potere necessaria a realizzare le riforme), se in questa fase

prevale la via riformista e si mette in atto un mutamento sociale, il processo rivoluzionario si può anche interrompere,

se invece il regime cerca di frenare i tentativi riformisti si entra nella compressione (che può trasformare la via

riformista in un processo apertamente rivoluzionario), la compressione porta all’esplosione (la sollevazione violenta

accompagnata da una rivoluzione), una volta che l’esplosione è avvenuta e ha comportato la caduta del regime, inizia

una nuova fase di oscillazione, in cui diversi gruppi ideologici ingaggiano un’ulteriore lotta per il potere. Nel caso che


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei fenomeni politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Montanari Arianna.

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