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SOCIOLOGIA DEI FENOMENI POLITICI

POLITICA E SOCIETA’ – RUSH

1. CHE COS’E’ LA SOCIOLOGIA POLITICA

La Sociologia è lo studio dei comportamenti umani all’interno di un contesto sociale. Dunque l’unità base d’analisi è

una società. Una società può essere definita come un raggruppamento distinto e coerente di esseri umani che vivono

entro certi margini di contiguità, il cui comportamento è caratterizzato dalla condivisione di pratiche, norme e valori che

lo differenziano da altri raggruppamenti con pratiche, norme e valori diversi. Il termine “Sociologia” è stato coniato da

Comte. Sia egli che Spencer hanno posto l’accento sulla società come unità di base dell’analisi sociologica. Per

definizione la sociologia ricomprende la Scienza Politica. Dopo tutto la politica ha luogo all’interno di un contesto

sociale, ma come disciplina accademica si è sviluppata con modalità quasi completamente distinte dalla sociologia. Le

definizioni di “Politica” sono innumerevoli e nessuna è mai stata universalmente accettata. Essa è la risoluzione dei

conflitti fra esseri umani; è il processo per mezzo del quale la società definisce in maniera autoritativa l’allocazione di

risorse e valori; è il processo attraverso cui si prendono decisioni o si modificano i programmi politici e le strategie

d’azione; è l’esercizio del potere e dell’influenza. La scienza politica è dunque lo studio della funzione del governo

nella società.

Sono stati due gli sviluppi, collegati fra loro, che hanno dato origine alla crescita della moderna sociologia politica. Il

primo consiste nella nascita dell’ approccio behaviorista. Il behaviorismo si è sviluppato inizialmente in maniera

decisa negli USA, e ha avuto origine dagli studi behavioristi in psicologia. Questi studi si sono concentrati

sull’osservazione e l’analisi dei comportamenti individuali e di gruppo. La seconda tendenza, conseguente alla prima, è

stata la particolare attenzione che gli scienziati politici americani hanno rivolto al problema dello studio della politica

nel Terzo mondo, o dei paesi in via di sviluppo (sviluppo politico).

Molti scienziati politici sono stati attratti dallo sviluppo delle teorie sistemiche, in modo particolare dalle idee di

Parsons. Egli sostiene che tutte le società sono dei sistemi sociali e che all’interno di ciascun sistema opera un certo

numero di sottosistemi. Un sistema sociale si autoregola e procede ad aggiustamenti automatici, adattandosi al mutare

delle circostanze. Il suo stato normale è l’equilibrio e, per rispondere alle domande che gli vengono indirizzate, ogni

sistema si aggiusta in modo da ripristinare uno stato di equilibrio. Questo stato viene conseguito e mantenuto

dall’adempimento di un certo numero di funzioni, ciascuna assunta da una differente parte del sistema. Tale teoria è

nota col nome di struttural-funzionalismo, poiché le funzioni necessarie per la sopravvivenza del sistema sono assolte

dalle strutture o dai modelli di comportamento che danno vita a ciascun sottosistema.

L’applicazione di teorie sistemiche alla scienza politica non è stata effettuata utilizzando in termini esclusivi il modello

del sistema sociale di Parsons. Uno dei maggiori scienziati politici nel campo delle teorie sociali, Easton, ha proposto

un modello di analisi del sistema politico in termini che non sono struttural-funzionalisti. Egli dà grande importanza alle

relazioni tra sistema politico ed ambiente, sviluppando un’analisi da lui definita input-output. Secondo il suo schema

l’ambiente indirizza degli input al sistema politico sotto forma di domande, di atteggiamenti e azioni da parte di

individui e gruppi. Il sistema politico a sua volta elabora questi input, producendo output sotto forma di decisioni e di

azioni

Almond ha adattato l’anali input-output di Easton allo struttural-funzionalismo, definendo un certo numero di funzioni

come input e altre come output. Il proposito di Almond era quello di fornire una base per l’analisi politica comparata,

in particolare dei paesi in via di sviluppo. Insieme a Verba ha sviluppato il concetto di cultura politica intesa come il

complesso di idee e atteggiamenti che sono alla base di un dato sistema politico.

La teoria sistemica è stata criticata per la sua carenza di supporti empirici e perché non è in grado di fornire una

spiegazione teoricamente adeguata dei più importanti cambiamenti della società. Anche lo struttural-funzionalismo ha

avuto critiche simili in particolare con riferimento alle spiegazioni del mutamento sociale. Lo schema concettuale di

Almond dei tipi di sistema politico nel quadro concettuale dello sviluppo è stato criticato perché ritenuto troppo

etnocentrico e carico di valori per poter essere utilizzato al meglio.

La Sociologia Politica si preoccupa di esaminare i legami tra politica e società, di collocare la politica all’interno del

suo contesto sociale analizzando le relazioni fra strutture sociali e strutture politiche e tra comportamenti sociali e

comportamenti politici.

Marx sostiene che la natura di tutte le società è definita dal modo di produzione dominante che determina le relazioni

tra gli individui e i gruppi, le idee e i valori dominanti: Ne consegue che i cambiamenti fondamentali in una società

dipendono dai cambiamenti che si verificano nel modo di produzione. L’interpretazione marxiana della storia si basa su

due principali pilastri: la teoria economica e la teoria sociologica. Marx elabora la teoria del valore-lavoro di Hume

con le teorie del plusvalore e dello sfruttamento del lavoro, e ciò costituisce il fondamento della sua principale teoria

sociologica: la lotta di classe. Inoltre sviluppa una teoria dell’alienazione, secondo la quale la classe o le classi

subalterne nella società finiscono per rifiutare le idee ed i valori della classe dominante ed elaborano idee e valori

alternativi che finiscono col diventare rivoluzionari, e che sono la base della lotta di classe. Tutto ciò dovrà essere

preceduto dalla coscienza di classe, cioè la consapevolezza da parte delle classi subalterne della propria reale posizione

all’interno dei mezzi di produzione e quindi nella società.

Le teorie di Marx sono state oggetto di molte critiche. Nonostante non ignori l’importanza delle idee come fattori

sociologici, egli le considera come variabili dipendenti piuttosto che indipendenti, subordinandole alla sua

interpretazione economica della storia.

Il secondo padre fondatore della sociologia politica, Weber, è stato uno dei maggiori critici di Marx. Egli ha cercato di

dimostrare che i fattori non economici, in special modo le idee, sono importanti fattori sociologici. Ha inoltre

richiamato l’attenzione sull’uso del potere come concetto politico e sull’esercizio autoritativo di esso o legittimazione.

Con riferimento a quest’ultimo concetto egli definisce tre tipi fondamentali di legittimazione: tradizionale, carismatica e

legale-razionale, che rappresentano i più famosi tra i suoi idealtipi. Importante è anche il concetto di comprensione

simpatetica. Weber era convinto che il comportamento umano potesse essere compreso meglio se si fosse tenuto conto

dei motivi e delle intenzioni di coloro che ne erano direttamente coinvolti.

Al lavoro di Weber sono state rivolte parecchie critiche, basate sul fatto che l’esame delle motivazioni umane implica

un elemento interpretativo che non può mai essere completamente obiettivo.

Marx e Weber erano d’accordo nel ritenere che la politica può essere spiegata e compresa soltanto in un contesto

sociale, un contesto profondamente caratterizzato dalla propria storia.

2. LO STATO E LA SOCIETA’

Per Weber lo stato moderno è caratterizzato da qualcosa che va al di là del potere e del suo uso legittimo: esso si

distingue anche per avere un’organizzazione amministrativa tramite cui mantenere la propria esistenza quotidiana.

L’accento che Weber e gli altri studiosi che hanno cercato di definire lo stato pongono sul monopolio dell’uso legittimo

della forza fisica associa chiaramente il concetto di stato con quello di legittimità. Per i non marxisti lo stato è

inestricabilmente legato alla legittimità per la sua esistenza e sopravvivenza (il collasso dei regimi dell’Europa dell’Est

nel 1989 va interpretato come un’evidente perdita di legittimità). L’accettazione dello stato da parte dei cittadini può

basarsi su fattori differenti dalla legittimità, e in ultima analisi sul fatto che l’individuo non voglia affrontare le

conseguenze che derivano dalla disobbedienza alla legge e dalla non accettazione delle politiche promosse e attuate

dallo stato.

Gli organismi come l’Unione Europea mettono in discussione la definizione tradizionale di stato in quanto possiedono

molti degli attributi dello stato; sono una comunità umana delimitata da precisi confini territoriali, con un apparato

politico e burocratico che definisce le politiche e ne promuove l’attuazione. Ma queste comunità non hanno il

monopolio dell’uso legittimo della forza fisica. Si tratta inoltre di un’associazione volontaria, mentre lo stato, come

sottolinea Weber, è un’associazione alla quale non si appartiene per libera scelta.

I marxisti non negano la natura territoriale dello stato moderno, ma concepiscono il suo ruolo in modo molto differente.

La teoria marxista infatti assegna allo stato il ruolo cruciale di rappresentare gli interessi della classe dominante di una

società e di operare in senso conforme ad essi. Per cui, lungi dall’essere neutrale, lo stato è il prodotto della storia delle

lotte di classe. Esso è destinato a cessare di esistere dal momento che una società senza classi come quella comunista

potrà essere in grado di non produrre uno stato.

Secondo la Teoria del Conflitto gli stati sorgono come conseguenza di scontri tra individui e gruppi di individui o tra

società. Questi conflitti hanno avuto il risultato di concentrare il potere nelle mani di un gruppo che ha poi consolidato

la propria posizione istituendo strutture politiche ed amministrative. Questa teoria non è lontana dalla visione marxista

secondo cui lo stato è il prodotto di una lotta di classe storica per il controllo dei mezzi di produzione. Secondo la teoria

del conflitto tuttavia il potere è l’obiettivo della lotta, mentre per i marxisti è solo uno strumento.

Secondo la Teoria del Contratto lo stato è il prodotto del bisogno individuale di protezione dagli inevitabili conflitti

che si verificano nella società. Questa opinione, che accomuna Hobbes e Locke si è manifestata storicamente nella

maniera più chiara con lo sviluppo del feudalesimo, che regolarizzava in una serie di complessi rapporti contrattuali i

diritti e i doveri dei sovrani e dei vassalli.

Un altro importante tipo di teorie dei conflitti tra individui si basa sul darwinismo sociale: gli individui più forti nella

società prevalgono sugli altri e formano uno stato per rafforzare e mantenere il proprio dominio.

Forse il limite più ovvio della teoria del conflitto è l’apparente non volontà di riconoscere altra causa se non il conflitto.

Le teorie della formazione dello stato come processo di integrazione si muovono in una prospettiva diversa, senza

escludere necessariamente il conflitto come fattore determinante. Queste teorie si dividono in due tipi: l’integrazione

come risultato della delimitazione della società e l’integrazione come portatrice di benefici organizzativi. Le teorie della

delimitazione sostengono che una società che non può liberarsi del suo surplus di popolazione mediante l’emigrazione

a causa di barriere geografiche come montagne, mare e deserto, cercherà di organizzarsi in modo più efficiente in forma

di stato. I benefici che possono derivare da una maggiore organizzazione portano alla costituzione dello stato.

Ci sono tre passaggi chiave nello sviluppo dello stato moderno: la nascita del capitalismo, l’avvento della rivoluzione

industriale e lo sviluppo dello stato-nazione. Questi tre processi sono responsabili della divisione del mondo in stati, un

fenomeno che caratterizza la società moderna.

• Capitalismo. Braudel sostiene che il capitalismo è stato preceduto dallo sviluppo dell’economia di mercato

(che si basa su un sistema regolare e diffuso di scambio, circolazione e distribuzione dei beni) e dall’economia

monetaria (che è un’attività economica che si basa sullo scambio tra beni e denaro e non sul baratto). Lo sviluppo di

un’economia monetaria ha facilitato l’accumulazione di ricchezze da profitto, in breve la creazione di capitale. Tuttavia

Braudel non sostiene che lo sviluppo delle economie di mercato e monetarie porti inevitabilmente allo sviluppo del

capitalismo, infatti tali economie si sono consolidate in diverse parti del mondo ma il capitalismo si è sviluppato solo in

Europa mentre avrebbe potuto farlo anche in altre civiltà sviluppatesi molto prima di quella europea (es. società cinese,

islamica).

Hall giunge alla conclusione che queste civiltà hanno sviluppato un potere di stallo in cui differenti tipi di potere

(politico, economico ed ideologico) configgono tra loro, ostacolando o frenando i mutamenti sociali.

Braudel sostiene che sono necessari tre fattori per la crescita del capitalismo: la sopravvivenza di dinastie e di famiglie

che permettano l’accumulazione della ricchezza per mezzo dell’eredità e del matrimonio; una società stratificata con un

certo grado di mobilità sociale che permetta la ricostituzione degli strati superiori esistenti e stimoli gli strati più bassi

della società; lo sviluppo del commercio mondiale per elevare i livelli di profitto.

• Rivoluzione industriale. Si fondò sulla concomitanza di una serie di requisiti: oltre al capitale, le risorse, la

manodopera, le materie prime, gli imprenditori, i mercati, un’elaborazione ideologica che assolse la funzione di

supporto e la necessità di sviluppare ed espandere i mercati, sia interni che d’oltremare.

• Stato-Nazione. Il nazionalismo come forza sociale e politica è diventato sempre più importante dalla fine del

XVIII secolo in avanti (il 1848 fu l’anno delle grandi rivoluzioni). I più significativi esempi di nazionalismo europeo

nel XIX secolo sono l’unificazione dell’Italia e della Germania, che manifestano con forza l’idea che la base più

appropriata per lo stato sia la nazione, definita etnicamente, linguisticamente, culturalmente e storicamente. Quest’idea

raggiunse l’apoteosi con il trattato di Versailles, che enfatizzava in modo estremo il principio dell’autodeterminazione

dei popoli. Il nazionalismo è stata una forza la cui esistenza e il cui ruolo sono stati ammessi, ma ampiamente

sottovalutati da Marx. Egli era convinto che la coscienza di classe rappresentasse una forza più potente del

nazionalismo.

Il concetto tipicamente europeo di stato-nazione è diventato il modello per lo stato moderno, cosicché dove non esiste

una identità nazionale è necessario crearla. In nessun altro luogo ciò è avvenuto con maggior successo che negli USA.

Lingua, cultura, storia ed ideologia sono state, e in molti casi sono ancora, simboli dell’identità nazionale, assieme alla

bandiera e all’inno. Un ruolo chiave nel processo di costruzione di una nazione è inevitabilmente giocato dai leader

politici che rivendicano il ruolo di rappresentanti della nazione. Il processo di costruzione della nazione implica anche

altri strumenti: la socializzazione della popolazione mediante l’istruzione e i media; la necessità di difendere la nazione

da una minaccia esterna, reale o immaginaria; l’uso della guerra come forza unificante; l’appartenenza ad

organizzazioni; politiche di sviluppo economico.

Il neo-marxista Milliband opera una distinzione tra il governo e lo stato, sostenendo che il governo è la parte più

visibile, ma non necessariamente la più importante dello stato. Lo stato comprende anche la burocrazia, la polizia, la

magistratura, le autorità regionali e locali. Lo stato ha un alto grado di autonomia che gli consente di operare negli

interessi della classe dominante perché sembra neutrale.

Una volta che abbiano conseguito il potere, lo stato tuttavia si presenta come un problema per i marxisti. Una volta

vinta la guerra civile, l’Unione Sovietica aveva tutte le caratteristiche di uno stato definito in termini non marxisti: un

territorio chiaramente definito, un monopolio dell’uso legittimo della forza ed un apparato amministrativo per dare

corso e attuare politiche dello stato. Il principio della non neutralità dello stato costituisce probabilmente il maggior

contributo dei marxisti al dibattito sul ruolo e sulla natura dello stato. Le istituzioni politiche non operano nel vuoto:

esse riflettono particolari valori, ma possono anche essere indirizzate verso obiettivi diversi dai differenti gruppi che di

volta in volta le controllano.

3. POTERE, AUTORITA’ E LEGITTIMITA’

Secondo Russell il potere è la capacità di realizzare effetti desiderati. Si può quindi sostenere che gli effetti imprevisti

possono essere importanti ma sono casuali nell’esercizio del potere. Gli effetti non intenzionali sono quindi una

conseguenza dell’uso del potere, ma poiché essi non erano previsti o non facevano parte degli obiettivi originari, non

pertengono all’esercizio del potere.

Weber dà la definizione più nota di potere: il potere designa la possibilità di far valere entro una relazione sociale,

anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità.

Vi sono tre ampie categorie di risposta alla questione di chi detenga il potere: quella elitista, quella marxista e quella

pluralista.

Per gli elitisti (Mosca, Pareto, Wright Mills) un gruppo co

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei fenomeni politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Montanari Arianna.
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