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Le rivolte contro il potere imperiale e i suoi rappresentanti furono molte,e alla morte di Ottone

III nel 1002 un gruppo di nobili italiani nominò re d’Italia il loro capo, Arduino d’Ivrea, e si

ribellò al nuovo imperatore Enrico II. L’imperatore vinse la battaglia ma le rivolte proseguirono.

Nel 1024 salì al trono imperiale Corrado II,e vi furono molte sollevazioni tra il 1035 ed il 1037,

milanesi, pavesi, cremonesi, lodigiani.. Nel 1037 Corrado II stabilì una cesura nel susseguirsi

delle rivolte con l’edictum de beneficiis che precisava la relazione tra impero e poteri italiani in

termini feudali e concedeva maggiore libertà ai vassalli. Egli stabilì in primo luogo che chiunque

teneva in beneficio beni regi o delle chiese e cioè i vassalli di vescovi, marchesi, conti e abati

non poteva essere privato di tali beni se non per qualche reato e in seguito al giudizio di una

curia composta dai pari dell’accusato, ed eventualmente appellabile all’imperatore. In secondo

luogo riconobbe a tutti i vassalli, compresi i vassalli minori, cioè i vassalli dei vassalli maggiori,

la possibilità di trasmettere in eredità i beni ricevuti in feudo.

In questo modo fu favorito uno sviluppo dei vassalli vescovili, con conseguenze importanti su:

che non erano inseriti nella gerarchia funzionariale dell’impero, furono privati di

1) vescovi,

una delle basi fondamentali del loro potere cioè quella del controllo patrimoniale dei beni

fondiari di cui disponevano, con cui gestivano le clientele. Quindi si ridusse la possibilità

di sviluppare signorie episcopali cittadine.

2) cittadinanza, aumentò infatti la separazione tra chi era inserito nella clientela vescovile e

chi no.

3) rapporto città-campagna, nei decenni successivi alla costituzione di Corrado II andarono

separandosi i destini degli abitanti delle campagne e di quelli delle città, Gli abitanti delle

campagne se nn entravano nelle clientele da vassalli (di vescovi o signori che fosse) si

trovarono soggetti a un signore; gli abitanti delle città soggetti solo al vescovo, limitato

nel suo potere,restarono larghi spazi si organizzazione e resistenza.

La lotta per le investiture e la crescita del potere delle cittadinanze

Perciò le popolazioni cittadine tentarono di organizzarsi in modo da sganciare le istituzioni

ecclesiastiche dal controllo dei poteri laici (elemento stabilito in età ottoniana con Enrico III

dei poteri, l’investitura, ai vescovi da parte degli imperatori)

conferendo e per sottomettere le

investiture all’autorità del papa. Il movimento riformatore trovò appoggio a tutti i livelli della

società cittadina, perchè incanalava molte tensioni già presenti tra vescovi e clientele, tra vassalli

vescovili e cittadini, tra cittadinanza e potere regio.

Il papato appoggiando le spinte che premevano per la cacciata de vescovi indegni nominati

dall’impero, offrì alle cittadinanze una nuova ragione per contestarli. MA le scelte compiute dai

vassalli vescovili, tra la possibilità di rimanere fedeli al vescovo e al partito imperiale o

approfittare delle vacanze vescovili per appropriarsi di beni e stringere nuovi e più convenienti

rapporti, queste scelte diedero ai fronti una composizione diversa in ogni città.

Ad esempio a Milano, nel 1057 iniziò la predicazione di Arialdo contro il concubinato e la

simonia, comportamenti largamente praticati degli ecclesiastici milanesi, che attraverso le unioni

alleanza all’interno dell’elite militare cittadina di cui facevano parte, e

matrimoniali stringevano

con la compravendita delle cariche cementavano relazioni con l’episcopio e l’impero. I seguaci

di Arialdo, patarini volevano colpire l’espansione del vescovo e della sua clientela. Si formarono

associazioni giurate con questo scopo, erano forme istituzionali embrionali che però avevano un

barlume di potere coercitivo.

Il successo del movimento riformatore era dovuto al fatto che i patarini si rivolgevano contro un

sistema di relazioni che non soddisfaceva la porzione militarizzata della cittadinanza, per questo

la patria ebbe successo in molte città.

Con il successo del movimento riformatore e l’insediamento dei vescovi gregoriani (cioè fedeli a

papa Gregorio VII, intransigente nemico di Enrico IV) nelle sedi dove prima vi erano vescovi

filo-imperiali, apparve chiato che un vescovo riformato poteva essere pericoloso, specialmente se

la sua cacciata poteva rendere autonoma la città. Ad esempio a Lucca nel 1080 fu cacciato un

vescovo Anselmo di Baggio vicino alla pataria, nel 1081 Enrico IV per premiare i lucchesi della

loro fedeltà concesse privilegi giurisdizionali importanti come la difesa della propria città agli

stessi cittadini, estendere il proprio controllo oltre le mura, sanciva l’autonomia giuridica della

città, la distruzione de palazzo imperiale…Pur di ottenere diritti, le cittadinanza potevano anche

cambiare fronte nel conflitto tra papato e impero.

Sia nelle città che sostennero il papato sia in quelle che sostennero l’impero, l’ultimo periodo

della lotta per le investiture fu segnato dalla crescita di potere delle cittadinanze a discapito dei

poteri che le dominavano. I vescovati furono colpiti dalle spoliazioni fatte durante le vacanze e

dall’annullamento degli atti di infeudazione che allentavano le relazioni tra vescovi e aristocrazia

locale. Vescovi e marchesi cominciarono a confrontarsi con cittadinanze che avevano

sperimentato forme di istituzionalizzazione nuova, come le associazioni giurate milanesi.

Le istituzione della città pre-comunale: funzionari pubblici e vescovili, assemblee ed esperti.

La novità delle associazioni giurate milanesi del tempo della pataria si può cogliere meglio

osservando le istituzioni cittadine nel periodo precedente:

1) i funzionari delle autorità ufficiali dei conti e dei marchesi e di quella semiufficiale del

vescovo;

2) organismi emanati direttamente dalla cittadinanza.

1)quando i funzionari pubblici nel corso del X e XI sec si erano trasformati in signori,

sganciandosi dalla diretta dipendenza dal regno avevano anche però abbandonato la città nelle

mani dei vescovi, che avevano acquisito prerogative di governo talvolta sancite anche dai

diplomi imperiali.

Però in alcune aree la continuità familiare dell’aristocrazia carolingia fu maggiore e le dinastie

divenute signorili riuscirono ad estendere il dominio su territori vasti mantenendo nella città il

proprio potere e i propri rappresentanti (visconti, gastaldi o conti).

In alcuni casi queste stirpi di funzionati di secondo livello, nel corso dell’XI secolo si

allontanarono dalla città, in altri rimasero in città mantenendo solo alcune prerogative dato che

dovettero negoziare il proprio potere con le altre istituzioni cittadine.

Nelle città dove l’aristocrazia franca si era estinta, i vescovi erano un punto di riferimento della

cittadinanza per i loro poteri civili, l’ordinamento ecclesiastico si era andato così sovrapponendo

a quello comitale o marchionale. Così avevano assunto una valenza pubblica e di supplemento a

quella regia: la figura del vicedominus, che era funzionario vescovile, deputato

all’amministrazione patrimoniale del’episcopato; l’advocatus che doveva conservare e difendere

i diritti della chiesa locale; il gonfalonerius che comandava la milizia feudale del vescovo; il

primicerius , capo della cancelleria vescovile. Col tempo anche le cariche maggiori dei

funzionari vescovili divennero dinastiche. Tutti questi funzionari, insieme ai vassalli del vescovo

facevano parte dela curia feudale, il consilium, che si riuniva periodicamente per prendere

decisioni importanti e giudicare in caso di contesa fra i suoi membri.

I funzionari pubblici e quelli vescovili non governavano in totale autonomia, perché spesso nelle

città italiane si era mantenuta una popolazione di piccoli e grandi proprietari autonoma e

militarizzata, che poteva muoversi da sola e contestare le prerogative degli altri poteri. Quindi

spesso le stirpi di origine funzionariale preferirono costruire il loro potere signorile partendo

dalla campagna.

Questa popolazione cittadina libera e militarmente attiva da sempre aveva istituzioni elementari,

come assemblee non elettive costituita dalla totalità dei capifamiglia, o di colore ch prestavano

servizio militare. Tali assemblee erano i conventus, ed erano la più immediata espressione della

cittadinanza. Così nel conventus i conti avevano pubblicato le loro ordinanze fatto leggere

magistrati cittadini che coadiuvavano nel governo. Anche sotto il dominio del vescovo, che era

formalmente eletto dal popolo (laici e chierici della città), il conventus veniva convocato per

trattare questioni particolarmente delicate che richiedevano ampio consenso.

Molto antiche sono le menzioni nelle fonti di piccoli gruppi qualificati di individui, consultati per

risolvere questioni cittadine. questi esperti sono chiamati boni homines, meliores civitatis,

sapientes…dai nomi si evince che erano persone particolarmente degne di fiducia rispetto al

resto della popolazione che partecipava al conventus.

Le nuove istituzioni della fine del secolo XI

Le istituzioni che consentivano la partecipazione dei cittadini, nella città pre-comunale avevano

nomi piuttosto vaghi (boni homines, convenutus)..Tali organismi per quanto esercitassero

occasionalmente una certa influenza delle decisioni prese dai funzionari e dai vescovi, non

avevano alcun potere coercitivo. Questo fece si che dopo varie crisi si innescò la necessità di

organizzazioni nuove, capaci di coordinare l’intera cittadinanza e di costringere all’obbedienza i

recalcitranti. In principio tali organizzazioni assunsero la forma di associazioni giurate, sorte per

risolvere problemi concreti e urgenti.

Ad esempio a Pisa la concessione di nove terre fatta da Enrico IV nel 1081 aveva provocato la

corsa all’accaparramento da parte dell’aristocrazia cittadina, che costruirono case e torri di varie

famiglie entrò in conflitto tra loro, provocando battaglie urbane. Per frenare questi scontri (tra

1088 1092) il vescovo Daiberto si fece garante di un accordo che stabiliva quale doveva essere

l’altezza delle torri, proibiva la costruzioni di torri più alte di quel limite o la distruzione di

quelle esistente; chi si fosse sentito leso dalla rottura di questo patto, poteva rivolgersi al

un’istituzione nuova. Il colloquium civitatis poteva autorizzare la parte lesa

colloquium civitas,

alla vendetta, ma stavolta con l’aiuto di tutta la cittadinanza, e chi aveva rotto il patto era escluso

dalla possibilità di avere rapporti politici e commerciali con altri cittadini, ed escluso dai

sacramenti.

Va notato che altre associazioni nacquero su questo tipo, ma sempre il vescovo aveva una

posizione eminente al loro interno. Infatti il potere del vescovo, che non era ne signorile ne

funzionariale, ma che era di rappresentanza della collettività urbana, si prestava a mediatore tra

cittadinanza e potere pubblico, in una fase di ridefinizione dei rapporti tra potere e sudditi.

La nascita del consolato

Progressivamente in molte città fu istituito il consolato, un collegio composto da un numero

variabile di cittadini (da 2 a 2 dozzine di pers.), dotato di poteri ampi, in carica per un periodo id

tempo variabile, ma intorno ad 1 anno.

Questa istituzione non ha continuità con la magistratura romana, ne deriva da forme longobarde

o franche, il titolo di consolato è stato preso dal vocabolario antico per dare nuoca gloria a queste

istituzione.

L’affermazione dei consoli u graduale, e segna l’allontanamento da un equilibrio politico

precario che si era affermato nel regno d’Italia in seguito alla moltiplicazione dei poteri locali.

Nacque con il consolato una magistratura collettiva, formata dai rappresentanti della

cittadinanza, che il potere pubblico del’impero non poteva prevedere. Il consolato era un sistema

elastico e adattabile che le cittadinanze allestirono per affrontare problemi nuovi sorti dalla crisi

dell’assetto precedente.

Il consolato segna la nascita dei comuni come organismi politici autonomi.

Datare l’inizio del comune con la più antica attestazione della figura del console è comodo, ma

dato ke la documentazione è poca è possibile che il consolato nacque in alcune zone

precedentemente (Atio 1093; Milano 1097; Arezzo 1098; Genova 1099; Bologna 1123).

Un’istituzione latente

L’incertezza cronologica nelle prime attestazioni nn è dovuta solo alla scarsa documentazione

ma anche al fatto che il consolato non fu subito un’istituzione stabile, essa era una magistratua

intermittente convocata in momenti di particolare urgenza come le associazioni giurate in alcune

città.

Il conosolato era perciò un’istituzione latente e le sue intermittenza si speigano con il fatto che

esso era appetibile per chi aveva partecipato poco al sistema di governo dei funzionari o dei

vescovi, mentre chi aveva già potere come le famiglie all’ombra del signore o della chiesa

cittadina vedevano il consolato come minaccia.

Questo spiega anche perchè nei primi decenni del XII secolo i consoli si presentavano spesso

insieme al vescovo, perchè il vescovo poteva fungere da raccordo tra le componenti della

cittadinanza più che avevano il potere e quelle che non lo avevano ma speravano di contribuire al

governo con un nuovo assetto cittadino.

Quindi il consolato è un’istituzione latente che per sopravvivere, doveva coinvolgere chi già

deteneva le competenze politiche, giuridiche, militari ma anche conquistarsi uno spazio

autonomo rispetto ad un sistema politico che era inadeguato.

La domanda di giustizia

In un momento in cui coesistono forte sviluppo economico e grande crisi politica (carenza di

strutture istituzionali di riferimento x risolvere controversie) tutti i soggetti che volevano vedersi

riconosciuti beni e diritti contestati, espressero il bisogno di una giustizia più efficace e ordinata.

Già prima di questa fase, le autorità (re marchesi, vescovi e conti) avevano esercitato in forme

differenti la giustizia chiamando spesso assemblee in cui si potevano avanzare richieste e

vedersele riconosciute, ma dal XI secolo queste assemblee furono sempre più scarse. La crisi

politica, nella carenza e disinteresse delle istituzioni legittime per comporre i conflitti più gravi,

le città più dinamiche come Pisa e Genova, crearono le loro associazioni giurate, ma col tempo

questi sistemi furono insufficienti, soprattutto nel momento in cui i soggetti politici che

chiedevano giustizia e si contendevano qualcosa, si moltiplicavano.

La società appariva molto diversificata al suo interno, e tutti i suoi membri volevano avanzare le

proprie pretese, tutti per espandersi e sopravvivere avevano bisogno di procedure certe e

condivise. Ma chi poteva fornire queste procedure? Le istituzioni legittime (tribunali regi,

ecclesiastici, vescovili) erano deboli; i diritti giudiziari erano stai patrimonializzati ed erano

oggetto di controversia. Erano pochi i signori laici ed ecclesiastici che tentavano di invertire

questa tendenza.

La risposta del comune: la definizione delle giurisdizioni

Da questa frammentazione emersero le spinte per una ricomposizione. Per risolvere le

controversie aperte nelle parti sociali, si erano cominciati a redigere dei manuali, gli ordines

iudiciarii, in cui venivano elencati le fasi che un processo doveva seguire (come aprire una

causa, come doveva procedere il giudice, le testimonianze, la raccolta prove ecc). Nel secolo XII

buona parte di questi manuali cominciano ad essere prodotti in tutta Europa, ovunque fosse

possibile (monasteri, chiese e cattedrali, università) dimostrando come la necessitò di regole

certe fosse da tutti sentita.

Tutti i poteri che dal XII secolo tentarono di riaffermarsi fecero riferimento al diritto romano, a

quello ecclesiastico, alle regole stratificate delle relazioni feudali, cercando un ordine e una

risistemazione scritta.

Nell’Italia centro settentrionale questo testi erano facilmente accessibili, vi erano scuole cittadine

ove si conservava la memoria delle pratiche legislative romane, vi erano sedi vescovili

prestigiose, e ad esempio a Bologna stava sorgendo lo Studio, il centro dove il diritto romano

veniva studiato in modo sistematico e divulgato con l’insegnamento a studenti di tutta europa.

Quindi di fronte alla frammentazione e alla confusione di diritti che regnavano nel territorio, la

classe dirigente urbana del XII secolo volle riconoscere, restaurare e chiarire le competenze

giuridiche di ogni soggetto.

I consoli furono guidati da 2 principi:

1) quello della territorialità, districtus, che doveva essere esercitato nei confronti di un territorio e

nei confronti di singole persone;

2)quello dell’effettività, il potere di districtio poteva essere provato mediante l’so effettivo e

protratto,

Si tratta di principi che venivano spesso condivisi dai protagonisti più forti del gioco locale, per

quanto potessero entrare in contraddizione; ad esempio le comunità più potenti dovevano

prestare obblighi diversi dal (…..)

Arbitrati e processi consolari

Si introdusse il sistema dell’arbitrato. Quando le parti dovevano risolvere una disputa delegavano

un arbitro di fiducia promettendo si rimettersi alla sua decisione. Questo sistema fornì un

importante strumento alla ricomposizione territoriale dei comuni sul comitato, dal momento che

un numero crescente di poteri nelle campagne (signori, monasteri, comuni rurali) decise di

scegliere come arbitri i consoli cittadini. La stessa scelta fu fatta da un numero crescente di

cittadini quando vescovi e marchesi cominciarono a tenere sempre meno placiti.

italia dell’età pre-

Si può parlare di una lunga coesistenza di due sistemi di giustizia nelle città

comunale:

1) il placito, amministrata dai poteri pubblici o dal vescovo;

quella dell’arbitrato, gestita direttamente dalla cittadinanza.

2)

Alla fine del XI secolo anche all’arbitrato fu conferito nuovo valore politico, quando i consoli

cominciarono ad escludere dall’assemblea cittadina (che da conventus fu chiamata arengum o

populus) chi non avesse rispettato ed eseguito un giudizio arbitrale.

Questa modifica è importante perché spiega perché oltre agli arbitrati, i consoli cominciarono a

presiedere processi veri e propri:

nell’arbitrato non si poteva giudicare senza una delle due parti, diversamente nel

-mentre

processo l’assenza del convenuto (la parte chiamata in causa) determina un giudizio a suo

sfavore.

Questo processo ottenne un grande successo nella prima metà del XII secolo, perché così la

conduzione della causa si sganciava da una delle due parti, e veniva assunta da un giudice che

autonomamente, questo processo rendeva giustizia e non si limitava, come l’arbitrato, a

valutava

mediare tra due pari contese.

Questa connessione appare chiara nell’istituto del bando giudiziario dei contumaci. Sin dalla

metà del XII secolo ci sono casi di persone che non presentandosi in giudizio, non solo perdeva

il processo, am veniva bandito, cioè privato dei diritti di cittadino, quindi se un cittadino

sospettato di omicidio non si presentava in giudizio, egli poteva essere ferito o ucciso

perdeva la possibilità di denunciare l’attentatore. Così se qualcuno accusato

impunemente perché

di furto non si presentava, avrebbe perso i beni che gli venivano sottratti.

Introducendo il bando nella propria giustizia, il console faceva fruttare le sue possibilità, che non

erano di per se coercitive, ma minacciando i cittadini di privarli dell’unica cosa che potevano

dargli, cioè la giustizia, crearono dal “nulla” questa capacità coercitiva.

Su questa base i primi intellettuali del comune, giudici e retori, costruirono la legittimazione del

sistema di governo in cui si trovavano a vivere, presentandolo come un organismo che voleva

garantire al pace.

Il nuovo ruolo che assunsero i consoli con la conduzione dei processi li mise nella condizione di

estendere il loro controllo anche su altri sistemi di risoluzioni per dispute il cui giudizio nn

spettava loro.

La fedeltà del territorio

In modi diversi nella prima metà del secolo XII il comune divenne l’istituzione di riferimento per

i poteri e i soggetti dell’area circostante, fornendo la propria competenza nelle mediazioni e

ottenendone in cambio forme più o meno vincolanti di riconoscimento della propria superiorità.

I piccoli signori, le signorie ecclesiastiche, i comuni rurali, trovarono conveniente venire a patti

con realtà urbane per sfuggire ai tentativi di assoggettamento delle signori epiù grandi. La città

chiedeva a questi soggetti dei patti di fedeltà fondati su pegni, e in cambio garantiva loro la

protezione dela giustizia cittadina. Quindi la presenza dela città dava a questi enti maggiore

protezione.

Ma le città non stabilirono nuove relazioni solo con i soggetti più deboli della società rurale,

grazie alla loro capacità di coordinazione e al potere sui mercati urbani, dove il surplus dei

signori del territorio facevano convergere il loro surplus, le città strinsero accordi anche con i più

importanti signori del territorio. SI promossero patti di fedeltà con cui il signore territoriale

dichiarava di voler difendere la città in caso di guerra e garantiva ciò offrendo alla città alcuni

possedimenti in pegno, talvolta questo prevedeva l’obbligo del cittadinatico, cioè la residenza del

signore a tempo determinato, in città.

In molti di questi patti si ricorreva al feudo oblato, uno strumento giuridico mediante il quale le

città si facevano donare il territorio dal signore e glielo riconcedevano immediatamente in feudo,

ottenendone in cambio un giuramento di fedeltà.

L’accettazione di questo tipo di patti da parte dei grandi signori dinastici si spiega con il fatto che

la fedeltà alla città non li vincolava rispetto agli impegni che avevano assunto con altri poteri

(impero o altre città) e al tempo stesso gli garantiva un ulteriore titolo feudale si alcuni beni.

Il controllo del territorio

Il legame giuridico che si instaurò tra città e territorio, era dovuto alla bisogno dei ceti cittadini

più attivi, di poter controllare zone cruciali per le proprie attività economiche e di non trovare

freni in quelle zone alla propria espansione. Così si spiegano le azioni militari e gli interventi

della città nelle zone circostanti con la sottomissione del contado e talvolta anche di città vicine.

Lo sviluppo economico della città non può essere disgiunto da quello delle campagne, inoltre si

diffuse l’abitudine dei signori locali di riversare il surplus delle loro produzioni nelle città per il

commercio, nacquero molte imprese commerciali e si ebbe una socializzazione del commercio,

cos’ come nuovi modi di stipulare contratti infatti si passò dalla charta all’instrumentum.

di rivolsero all’impero per ottenere l’estensione del proprio potere sul

Le cittadinanze

suburbium, e tra XI e XII secolo gli imperatori, spinti dalla necessità di procacciarsi alleati

procedettero quasi ovunque alla parificazione giuridica con la città del suburbium, e spesso si

accompagno alla concessione delle “consuetudini” per la quale i cittadini potevano commerciare

nel territorio fuori dalle mura senza pagare tasse ai signori locali.

Prive così di uno stretto controllo da parte dell’impero, le città si dedicarono così all’espansione

delle loro sfere di influenza. Tale espansione determinò una serie di guerre intercittadine che tra

XI e XII secolo furono inquadrate nella contesa tra impero e papato. (esempio vicenda

lomabarda pag 36).

Nel corso di questa fase conflittuale le città avviarono un popolamento rurale, con i

borghifranchi, in modo da osteggiare le città vicine e i signori che imponeva tasse alla

circolazione di uomini me merci. Nei borghi franchi la popolazione era incoraggiata a contrarsi

in cambio di esenzioni fiscali e concessioni giurisdizionali che sottraevano una parte della

popolazione contadina al controllo dei signori.

Dalla diocesi al comitatus

L’espansione delle città poneva un problema di definizione territoriale. In una prima fase il

territorio ove la città poteva esercitare la propria influenza era la diocesi dove si collocavano la

maggior parte dei possedimenti fondiari cittadini e l’area naturale degli scambi interni. Gli

scontri tra città del primo XII secolo vertevano proprio sui confini della diocesi.

Progressivamente al posto del termine diocesi, si affermarono vari termini per indicare il

l’autonomia della città

territorio di pertinenza della città, nuovi termini che volevano sottolineare

rispetto al vescovo, e si affermò il termine comitatus, sottolineando la valenza pubblica del

territorio cittadino.

Progressivamente sulla questione del rapporto tra comitatus e città si andò sviluppando

un’ideologia secondo la quale il territorio limitrofo alla città era naturale appendice della città,

“teoria della comitatitanza”.

La rivendicazione di un diritto di natura pubblica da parte dei comuni sollevò molte obiezioni,

specialmente dell’impero, nonostante i comuni dichiarassero di governare in nome

dell’imperatore.

Federico I e il programma di Roncaglia

In Europa nel mezzo del XII secolo i sovrani tentarono di riaffermare la propria autorità, a ciò

concorse l’attenuarsi della fase più combattuta della lotta per le investiture. Gli strumenti con cui

i sovrani ripresero il potere furono:

1) uso politico dei rapporti feudali, che diventano modi per ricostruire le gerarchie;

ricorso all’apparato amministrativo e giudiziario;

2)

3) presentare il potere come carismatico.

Nell’impero protagonista del cambiamento fu Federico I di Svevia. Eletto nel 1152 re d'Itlaia e di

Germania.

-Nel 1154 Federico fece una prima spedizione in Italia e tenne a Roncaglia una dieta in cui i vari

sudditi potevano presentare le loto lamentele per ottenere giustizia. Sulle base delle accuse di

Como, Lodi, Pacia e Novara condannò Milano.

-Nel 1155 concesse a Pisa e Lucca ampi poteri sul comitatus,

-nel 1158 con un esercito forte e assediò Brescia colpevole di aver invaso Bergamo, infine

assediò Milano che si arrese e gli giurò fedeltà.

Sempre nel 1158 Federico I a Roncaglia collaborò con i giuristi italiani e definì i poteri

dell’imperatore elencando le regali prerogative del potere reale. Nella stessa occasione con altre

giurisdizione derivava dall’impero, regolamentò la gestione

due norme ribadì il fatto che ogni

dei palazzi imperiali, i luoghi del potere contro cui vi erano state in passato ribellioni, e definì i

tributi che gli dovevano essere pagati senza mediazione dei poteri locali. Stabilì una solenne pace

che proibiva la formazione di alleanze tra città e lo svolgimento di guerre definite private.

L’applicazione di questo programma fu accompagnata negli anni 60 del XII secolo da una

violenta campagna militare nella padania, per assoggettare Milano, che fu assediata

pesantemente nel 1162.

Di fronte al vigore dell’intervento federiciano, i comuni che avevano conti in sospeso o che si

disinteressavano di Milano (Cremona, Pavia Mantova, Pisa Lucca Treviso Ferrara) scelsero di

allearsi con l’impero ottenendo diplomi che riconoscevano i loro ampi poteri sulle città e sul

territorio.

I comuni sconfitti (Milano Piacenza Bologna) furono costretti ad onerosi accordi:

-accettare la presenza di ufficiali imperiali, talvolta eletti dai cittadini altre volta inviati

dalla Germania, che dovevano riscuotere tributi, esercitare la giustizia e sorvegliare sulle

regali.

Chi contestò il potere di questi magistrati, andava incontro a pesanti pene e ritorsioni.

La Lega Lombarda scontrati per l’espansione, erano di tipo economico e non

Le ragioni per cui i comuni si erano

erano state risolte nonostante l’intervento imperiale. Anzi le azioni di Federico I provocarono

grande risentimento contro i funzionari dell’impero perché i comuni non potevano più tenere

mercati autonomi o riscuotere tributi percepiti come propri, che invece finivano nelle casse

del’impero.

Durante la seconda discesa dell’imperatore 1158-1164 le città venete si erano strette in alleanza,

Padova, Vicenza, Verona per costringere Federico a passare al di la della Val Camonica.

promosse un’alleanza con

Nel 1166 con la terza discesa, Cremona Milano, Bergamo, Bresci e

Mantova.

Con la ricostruzione di Milano e delle sue mura distrutte da Federico I si posero le premesse per

un’alleanza militare contro Federico I, detta Lega lombarda, un progetto militare. politico e

istituzionale. Il problema iniziale fu stabilire una tregua tra gli stessi comuni, che in genere si

contendevano terre vicine, perciò Milano nel 1167 si impegnò a non invadere i comitati di

Cremona, Bergamo, Lodi e Novara.

La lega ribadiva la fedeltà all’impero ma la fedeltà a patto che i comuni riacquisissero tutti quei

diritti esercitati durante Enrico V ed usurpati ai comuni da FedericoI.

La lega poi si insediò in una posizione strategica, fondando Alessandria (e usurpando un diritto

imperiale, quello di fondare città), nome in onore di Alessandro III papa nemico di Federico che

non lo aveva riconosciuto, proponendo al papato altri candidati.

Nel 1167 la Lega lombarda si univa a quella veneta dando vita ad una societas in cui i risvolti

politici erano chiari, e in cui i membri si impegnavano a non tradire il patto acquisendo zone

controllate da altri.

Nel progetto che la lega andava maturando in alternativa a Roncaglia, l’accento si spostava dal

vertice dell’impero alla sua base, i comitati. Nei comitati i comuni dovevano governare in

conformità agli impegni presi con un’autorità intermedia tra imperatore e città, quella della Leda,

che veniva ad essere inquadrata nel publicum impero, e che voleva garantire il non conflitto tra

gli interessi dei membri della lega.

La pace di Costanza

Seguendo il proprio progetto la Lega riuscì a coinvolgere nel giro di un anno tutte le città

dell’Italia settentrionale. Il suo successo militare fu aiutato da un’epidemia che colpì l’esercito

imperiale e che costrinse Federico I a rientrare in Germania.

Nel 3 maggio 1168 si progettò un assetto territoriale comunale, si stabilì l’aiuto militare

reciproco, norme di cooperazione che delineavano in negativo il potere dei singoli comuni

(divieto di pignorare i beni di un’altra città, divieto di imporre pedaggi alle altre città, di ospitare

banditi e costruire fortezze).I diritti che erano garantiti da questi divieti derivavano dalla teoria

della comitatitanza.

discesa dell’imperatore nel 1174 vede riaprirsi il conflitto militare sulla questione della

La quarta

nascita di Alessandria. Federico non riuscì a conquistarla e propose alla lega un compromesso,

ma alcune città della lega non accettarono, e questo aprì un conflitto tra i comuni della lega, che

dopo tempo finì per polarizzarsi su Milano e Cremona.

Nel 1176 la sconfitta dell’esercito imperiale a Legnano costrinse Federico alla pace con l’Itala e

alla rinuncia delle aspirazioni di Roncaglia.

1177 Nella pace di Venezia, Federico riconobbe Alessandro II ricomponendo con i comuni. e

stabilì un tregua di 7 anni con i comuni. Dopo questi 7 anni nel 1183 si stipulò la pace di

Costanza con la quale Federico riconosceva le regalie ai comuni della Lega, si realizzò un assetto

territoriale vicino ai desideri della Lega nel patto del 1167.

Per vie diverse queste concessioni furono date anche alla Toscana, ma riconosciute solo nel

1187.

La fiscalità nel comune consolare

Dopo la pace di Costanza l’applicazione delle regalie non seguì un programma prestabilito, ma

un procedimento empirico, condizionato dalle esigenze e dai rapporti di forza locali. Ad esempio

molto comuni si sforzarono di togliere alla famiglie che ne avevano dinastizzato l’ufficio di

avvocato, vicedomino e di visconte, di alcune entrate fiscali (tasse sul transito, commercio su

merci, diritti monetari della giustizia…).

L’assoggettamento fiscale del territorio cominciò dalla prima metà del XII secolo, ma procedette

con ritmi e gradi di estensione diversi. Di solito i comuni nella prima fase si limitarono a

chiedere alle comunità le stesse imposte che pagavano ai precedenti poteri. Solo in seguito i

comuni esportarono nel contado forme di prelievo già praticate in città. come la colletta e

l’obbligo di partecipare al’esercito e alle opere di costruzione e restauro mura, fossati e castelli.

Le istituzioni del comune consolare

Nella stabilizzazione dei regimi cittadini riconosciuta dall’imperatore, queste magistrature, e in

generale le istituzioni comunali, erano andate differenziandosi con la nascita di nuovi funzionari

e collegi.

Al vertice giurisdizionale si mantennero i consoli, a un livello più basso nell’amministrazione si

affermarono cariche già presenti nel XI secolo:

-il cancellarius, segretario addetto alla supervisione dei notai che redigevano documento

per l’istituzione urbana;

-i tesorieri addetti al controllo dei beni comuni e alla gestione della fiscalità;

-i consules de placito o consoli di giustizia, giudici del comune che emettevano sentenza.

La loro apparizione era sintomo della crescita di un apparato amministrativo nuovo, attorno alla

metà del secolo XII, i consoli furono chiamati consules maiores.

Anche le altre istituzioni politiche già presenti in età precomunale vennero attestate nella

l’assemblea generale dei capifamiglia,

documentazione come chiamata concio o arengum e poi

populus che aveva il compito di ratificare decisioni che riguardavano l’intera cittadinanza

(dichiarazione di guerra, insediamento nuovi consoli..).

consiglio dell’arengo

Accanto a questa si assestò il più ristretto e composto da magistrati eletti.

I consigli spesso erano composti da una quota di membri che vi accedevano di diritto perché

appartenenti alle famiglie importanti, ed altri scelti tra i cittadini comuni per elezione dagli

abitanti.

Nella seconda metà del XII secolo abbiamo l’aumento esponenziale delle documentazioni, ed è

un fenomeno strettamente connesso con l’affermarsi del comune. Il comune favorì la

registrazione scritta degli atti politicamente significativi. Vi erano tre tipo di scritture: i brevi, le

consuetudini e le delibere, e da questi tre tipi si svilupperà nel 200 una normativa comunale per

l’esercizio della giurisdizione e del potere.

I conflitti nel comune consolare

Il bisogno di nuove istituzioni e forme di controllo del potere politico fu sollecitato dai conflitti

più grande e complessa. L’aumento

che si intensificarono in una società urbana sempre

demografico attestato dall’espandersi delle città e da nuove mura portò a convivere entro le mura

famiglie di origini e tradizioni diverse, clientele e gruppi che trovarono nel nuovo amalgama la

possibilità di sganciarsi da vecchi relazioni e intrecciarne di nuove.

Attorno alla metà del XII secolo si hanno attestazioni si società corporative che uniscono

individui dediti alla stessa professione. Società costruite dal basso che si unirono in giuramento

per organizzare il lavoro e aiutarsi reciprocamente contro la pressione degli altri gruppi sociali.

Alle tensioni sociali che attraversarono la società comunale al termine della sua fase di

assestamento si aggiunsero nel periodo di scontro tra comuni e Federico I, quelle politiche che

opponevano famiglie individui allo stesso livello di potere e ricchezza. Il confronto con l’impero

ripropose tutte le questioni di fondo su cui era sorto il comune 50 anni prima. Inoltre divenendo

un conflitto duramente combattuto costrinse tutti a schierarsi e prendere posizione.

Infine finito il conflitto con la pace di Costanza colore che erano stati allontanati dai comuni e

dal collegio dei consoli perchè si erano mantenuti fedeli all’impero e non avevano aderito alla

lega lombarda, vi rientrarono e così i conflitti dell’epoca di Federico I vennero a costituire la

base per scontri interni nei decenni successivi.

La base del comune consolare: la milizia

Recenti ricerche hanno dimostrato che il gruppo di famiglie da cui provenivano i consoli, in ogni

città si estendeva oltre il ceto capitaneale, a cui appartenevano coloro che direttamente o non

erano legati da rapporti feudali al vescovo o ad altri signori. Infatti che tutti i consoli di cui

abbiamo notizie, avevano la possibilità economica di sostenere il mantenimento di cavalli e le

all’esercito cittadino in

competenze per combatterci quindi erano tra coloro che partecipavano

qualità di milites, cioè di cavalieri.

Il dato nn stupisce se si riflette sulle profonde radici militari della società urbana italiana. Questa

ampia milizia che raccoglieva al proprio interno capitanei e valvassori, ma che non essendo

fondata sull’addobbamento (rituale di conferimento da parte di un signore di un cingolo

cavalleresco) poteva inglobare elementi della società cittadina e del contado anche di recente

immigrazione. Proprio perché si trattava di un ceto che fondava la sua fortuna sulla guerra la

milizia prosperò nel corso delle guerre intercomunali del XI secolo e quelle tra città e impero del

XII secolo. IL REGIME DEL PODESTA (1190-1250)

Una nuova figura: il podestà forestiero

Dopo un secolo dalla sua introduzione il regime consolare entrò in crisi per effetto delle tensioni

manifestatesi nella milizia. Tra XII e XIII secolo i collegi consolari erano sempre più inadeguati

ad amministrare una società sempre più completezza, perciò furono aboliti e sostituiti dal

podestà, un magistrato nuovo e forestiero perché fosse super partes. Il podestà stringeva con il

comune un contratto in base al quale si impegnava per una durata ed un compenso stabiliti a far

funzionare la macchina comunale. Come per il consolato il podestà forestiero ebbe un periodo di

assestamento variabile da città a città, durante il quale si alternava al ritorno del consolato. In

questo periodo di alternanza si manifestarono sistemi istituzionali misti, come la chiamata di 2

podestà o il conferimento della podestaria a più cittadini.

Le difficoltà di affermazione del podestà emergono dalle cronache dove i podestà spesso furono

privati del loro ufficio, o addirittura uccisi per aver favorito dei gruppi interni, venendo meno

all’equidistanza richiesta dal loro mandato, teoricamente garantita dalla loro caratteristica di

forestieri.

Le ragioni dell’affermazione del podestà: i conflitti interni alla milizia

L’equilibrio che aveva consentito l’affermazione e la sopravvivenza del consolato appariva

scosso, e non funzionava più alla fine del XII secolo. A incrinarlo era stato l’ampliamento della

milizia urbana favorito da un periodo di crescita economica che metteva sempre più famiglie

un cavallo da guerra, e dall’immigrazione del contado di milites

nella condizione di mantenere

rurali e di piccoli proprietari fondiari capaci di inserirsi nel cavalierato nel giro di 1 o 2

generazioni. A questa espansione della milizia non corrispose un’eguale espansione delle risorse

disponibili, infatti l’arresto delle conquiste dopo le guerre del XII secolo, aveva cristallizzato i

confini del contado.

Negli ultimi decenni del XII secolo vi fu tra i milites anche una tensione nuova, ovvero con la

conclusione dello scontro con Federico I, rientrarono nelle città quegli individui e famiglie che

erano filo imperiali e perciò erano state cacciate, ed escluse dal consolato. Con il loro rientro

andarono ad ingrossare le fila dei consoli e riemerso con ostilità.

In questo periodo di contrasti molte famiglie si allearono ad altre contro altre famiglie nemiche,

con questo meccanismo vi fu un rafforzamento di lignaggio di alcune famiglie, che detenerono

più incarichi consolari di altri, andando a restringere il numero di famiglie dell’aristocrazie

consolare.

Le ragioni dell’affermazione del podestà: le minacce del bene comune.

I conflitti interni alla milizia misero in crisi la relativa stabilità che aveva porta all’avvento del

c’era una separazione

regime consolare. La giustizia fondata sul processo, veniva meno perché

tra un gruppo di famiglie molto più potenti d altre, e della commistione degli stili di vita tra

nobiltà cittadina e rurale. Nella seconda metà del XII secolo molti signori rurali entrarono in

pieno titolo nelle istituzioni del vertice comune, ma molti cittadini o per effetto di matrimoni con

la nobiltà, o perchè consolidarono il controllo politico su aree rurali, divennero di fatto signorie

rurali.

La concorrenza di questi 2 fenomeni metteva in pericolo la giustizia del comune, sia quanto ente

che amministrava la giustizia sia per l’esazione delle tasse. L’alleanza tra milites cittadini e rurali

era un pericolo per il comune. Solo un magistrato esterno alle vicende poteva trovare un

compromesso e ridare forza al comune superando i privilegi locali.

Quindi dalle cronache emerge che il consolato appariva come un sistema inadeguato perché i

suoi memebri non riuscivano a comporre i conflitti interni e epprhcè tale instabilità impedica di

cittadina, la cerchia della milizia, l’estensione

perseguire gli scopi del comune: la pacificazione

del controllo sul territorio.

Ad esempio a Bologna una revisione di bilancio del 1195 mostrava come i consoli avessero

sfruttato la propria posizione per mettere le mani su beni comuni e diritti pubblici, e fu proprio

un podestà ad avviare questa indagine consolare in retrospettiva stabilendo le responsabilità di

ogni individuo.

Il podestà forestiero costituì una delle istituzioni più durevoli dell’età comunale e sopravvisse

fino alla metà del XIV secolo.

Le ragioni dell’affermazione del podestà: la pressione dall’esterno

Per spiegare l’avvento del podestà forestiero gli studiosi non hanno evocato solamente le ragioni

legati agli sviluppi interni delle città, ma anche le relazioni dei governi comunali con i poteri

esterni

non c’ho voja ho saltato

Le oscillazioni della politica imperiale da Federico I a Enrico VI

Considerare il podestò come strumento di influenza e controllo oltre che di mediazione tra

dispute, permette di comprendere la prospettiva del comune esportatore, che è utile a ricostruire

le reti si allenaza dipolomatica e militare.

La pace di Costanza aveva stabilito i termini dell’autonomia comunale per le città della Lega,

che diversamente dai comuni fedeli all’impero, non avevano goduto dei privilegi speciali

rilasciati negli anni precedenti. Per questo motivo motli comuni l’avevano assunta come testo di

legittimazione del potere pubblico, ma Federico firmandola aveva ribadito che il potere dei

comuni, derivava da quello imperiale, e aveva previsto interventi di propri rappresentanti, come i

giudici. Quindi l’impero a fine XII era percepito dai comuni come il potere di riferimento.

Le azioni e le scelte di Federico I negli anni dopo la pace di Costanza, furono guidate

dall’intento di mantenere un equilibrio nelle complesse relazioni politiche tra i comuni.

L’imperatore quando cambiò atteggiamento rispetto alla nemica storica Milano, nel 1185-86,

togliendo a Cremona la sona posta intorno a crema l’Insula Fulkurii, e la rivendicò per l’impero e

ciò andò a vantaggio di Milano, che si scontrava con Cremona per questa fetta di terra. Inoltre

concessi a Milano diritti imperiali importanti sulle zone del comitatus, e nel 1186 la scelse per il

matrimonio del figlio Enrico e Costanza d’Altavilla.

di questo repentino cambio di direzione, vi era l’intenzione di creare un rapporto

Alla base

speciale tra l’impero e Milano la città più potente, distaccandola così dagli altri comuni e

indebolire quindi la Lega.

Ma dopo la morte di Federico I, Enrico VI fu condizionato dalla necessità di riconquistare il

regno di sicilia, dove la nobiltà non voleva accettare l’incoronazione degli Svevi, e per ottenere il

denaro per le spedizioni militari concesse nuovamente ai cremonesi, dietro pagamento L’Isula

e cos’ mutò gli assetti lasciati da Federico finendo col sollecitare l’unione tra i comuni

Fulkerii,

ancora insoddisfatti, sotto la guida di Cremona.

Conflitti di confine e formazione delle alleanze tra XII e XIII secolo.

Nel 1197 la morte precoce di Enrico VI arrestò i tentativi di riorganizzare la presenza imperiale

in Italia e determinò un vuoto di potere.

1) Papa Innocenzo II avviò la conquista di Ancona, Umbria e parte del Lazio.

I comuni avviarono nuove campagne militari per l’estensione dei confini.

2)

Le nuove guerre tra i comuni si aprirono sulla base delle dispute di confine. Le guerre e e

guerricciole sono numerosissime, e più le città erano grandi più le lotte divenivano guerre vere e

proprie.

Tra i comuni, oltre agli scontri, esisteva la possibilità di stringere patti scritti, che incrementarono

molto dopo la pace di Costanza e ulteriormente crebbero dopo la morte di Enrico VI. I patti


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flaviael

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Corso di laurea: Corso di laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Società, Istituzioni e cultura politica nei comuni italiani e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Milani Giuliano.

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