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Occupazione, lavoro e disuguaglianze sociali nella società dei servizi

Apogeo e caduta della classe operaia

A metà degli anni ’70 si manifesta la golden age che vede come protagonisti la crescita dell’occupazione e la diminuzione del tasso di disoccupazione. Il sistema economico e sociale si trovava in un circolo virtuoso. Grazie a un boom degli investimenti industriali la produttività del lavoro cresceva a un ritmo inusitato, il volume della produzione cresceva rapidamente e trovava facile sbocco nella capacità di consumo di beni durevoli da parte delle famiglie, i salari dei lavoratori aumentavano. Si affermava il welfare state che ridusse le insicurezze nel mercato del lavoro con le indennità di disoccupazione e le pensioni e contribuì ad accrescere il benessere delle famiglie dei lavoratori fornendo un crescente volume di servizi sanitari, educativi e sociali.

L’occupazione è caratterizzata da un forte processo di salarizzazione. Si assiste alla scomparsa del lavoro indipendente. Solo i liberi professionisti aumentano. Cresce la dimensione media delle imprese. Gli anni ’60 e i primi anni ’70 segnano l’irrepetibile stagione del gigantismo industriale, che nazionalizzò i settori in crisi o ne promosse altri ove l’iniziativa privata era carente. L’occupazione aumentò anche per la diffusione dei servizi pubblici (sanità e scuola).

Tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 si raggiunse la massima diffusione del sistema di produzione taylorista e fordista, che prevede la standardizzazione del lavoro operaio in compiti ripetitivi da affidare a lavoratori cui si richiedono solo disciplina e resistenza psicofisica. Si affermò la logica del job o posto, che promette di garantire l’occupazione sino alla pensione, almeno ai lavoratori nazionali. La burocratizzazione delle imprese industriali e dei servizi pubblici e la diffusione delle macchine per ufficio e dei centri di elaborazione dati provocarono la parcellizzazione anche di molte mansioni non manuali e una forte crescita di impiegati esecutivi addetti a lavori monotoni e ripetitivi di quelli svolti dagli addetti alla catena di montaggio. Si parlò di proletarizzazione del lavoro non manuale e si mise in discussione il tradizionale confine tra lavoro operaio e impiegatizio.

La figura dell’operaio comune della grande impresa manifatturiera acquisì un ruolo dominante nel sistema di relazioni industriali e sulla scena sociale. Alla nuova classe operaia era attribuito un comportamento deferente verso l’autorità; era la prima generazione di lavoratori manuali che accedeva ai consumi di massa e a un benessere economico. Negli anni ’60 i sociologi parlarono di operaio affluente. La mobilitazione individualistica parve sostituire quella collettiva.

In Europa dal 1969 scoppiò un movimento di scioperi che sorprese le organizzazioni sindacali. A metà anni ’70, solo in Italia, il modello della golden age si era incrinato. Le conquiste sindacali e politiche furono importanti in tutti i paesi europei. Si consolidò il modello di occupazione caratterizzato da un contratto a tempo pieno e indeterminato e dall’interazione organizzativa nell’impresa. In caso di perdita del lavoro l’intervento pubblico offriva ampie tutele, inserendo i disoccupati in generosi programmi di sostegno del reddito, che raddoppiò da metà anni ’50 a metà anni ’60.

La recessione provocò un aumento della disoccupazione e si avviò un circolo vizioso. La crescente concorrenza dei paesi in via di sviluppo e i nuovi comportamenti dei consumatori, più orientati alla qualità, avevano reso incerti i mercati dei beni di consumi, mostrando i limiti del sistema di produzione fordista.

Deindustrializzazione e terziarizzazione

Il passaggio dall’agricoltura all’industria fu vissuto favorevolmente perché consentì un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, nonostante i costi psicologici dell’inurbamento o dell’immigrazione. Traumatico fu il processo di deindustrializzazione e terziarizzazione, non solo perché la chiusura delle grandi fabbriche precedette il decollo dell’occupazione nei servizi, ma anche perché le nuove occasioni di lavoro nei servizi non erano adatte alle caratteristiche personali e alle qualificazioni professionali degli ex operai industriali.

Mentre tornava a crescere l’offerta di lavoro femminile, la disoccupazione tornò a dominare la scena dell’Europa occidentale. Cospicui prepensionamenti e costose politiche attive di reinserimento al lavoro nei paesi scandinavi ad attenuare le tensioni sociali, mentre in Gran Bretagna il trionfante tatcherismo riuscì a vincere le resistenze dei lavoratori licenziati. Un evidente parallelismo tra grande industria, classe operaia e organizzazione accentrata dell’attività economica e della vita sociale aveva caratterizzato un trentennio di storia europea, sia all’Est, sia all’Ovest, e ora si esaurisce con l’avvento della società dei servizi.

Per ridurre i costi del lavoro e/o aumentare la flessibilità, le grandi imprese cominciano ad affidare parte del proprio ciclo produttivo a piccole unità, che operano spesso al di fuori del sistema delle garanzie consolidatosi nell’età dell’oro. Nelle poche grandi imprese manifatturiere sfuggite al processo di downsizing le funzioni di produzione diretta si riducono a favore di quelle indirette di gestione, innovazione e distribuzione sia per il ricorso a tecnologie labour saving, sia per il decentramento in paesi meno sviluppati.

Ridotta a un ruolo marginale l’occupazione agricola, all’inizio del nuovo millennio la domanda di lavoro si concentra sempre più nel terziario. I processi di terziarizzazione sono diversi da un paese all’altro. Solo la minor parte dei lavoratori del terziario fornisce servizi alle imprese perché la componente di gran lunga maggioritaria è quella dei servizi alle persone. Volume e composizione dell’occupazione in questi servizi dipendono dai modelli di welfare state e di famiglia di un paese.

Nei paesi scandinavi, caratterizzati da una forte pressione fiscale e da famiglie che tendono a esternalizzare le funzioni di cura, si è consolidato un settore pubblico nella sanità, nell’istruzione e nei servizi sociali; nei paesi anglosassoni, ove le famiglie tendono a esternalizzare le funzioni di cura, ma la pressione fiscale è bassa, l’occupazione nei servizi alla persona è alta e privata; nei paesi dell’Europa continentale e meridionale, ove a una pressione fiscale medio-alta si accompagna la tendenza delle famiglie a internalizzare le funzioni di cura, l’occupazione nei servizi alla persona è ridotta.

La femminilizzazione del mercato del lavoro

Quando la classe operaia dell’Europa occidentale raggiunse il suo maggior peso sociale e politico, le donne erano al minimo della partecipazione al mercato del lavoro. Nell’Europa occidentale la crescita dei tassi di attività femminili decolla negli anni ‘70 e prosegue lentamente negli anni ’80 e ’90, per poi accelerare all’inizio del nuovo secolo. La transizione dall’economia pianificata a quella di mercato ha provocato un crollo dell’alta occupazione femminile. Le attuali differenze nel tasso di occupazione delle donne in paesi con tenori di vita e strutture tecnologiche simili dipendono dalla possibilità di fruire di servizi di cura, pubblici o privati. Questi servizi occupano le donne, sicché l’elevata occupazione femminile è frutto di un circolo virtuoso tra domanda e offerta di lavoro.

Importante è stato il ruolo del part time: nei paesi dell’Europa occidentale l’occupazione delle donne è cresciuta per lo più grazie all’aumento della componente a tempo parziale e il tasso di occupazione femminile è più alto nei paesi in cui il part time è più diffuso. Consolidata la propria posizione nel mercato del lavoro, le donne sono riuscite a imporre situazioni in famiglia, sul lavoro e nella società con un’attività a tempo pieno. La maggiore partecipazione al lavoro delle donne si deve al crescente livello di istruzione delle nuove generazioni; in ogni paese europeo le donne più istruite sono più inserite nel mercato del lavoro.

L’offerta di lavoro femminile è più istruita di quella maschile, soprattutto nei paesi europei in cui la partecipazione al lavoro delle donne è minore. Le donne sopportano rischi di disoccupazione molto più alti dei maschi, mentre ove la presenza femminile nel mercato del lavoro si è consolidata e un’esplicita penalizzazione non sarebbe socialmente tollerata, i tassi di disoccupazione delle donne sono di poco superiori o inferiori di quelli dei maschi. Nei paesi all’avanguardia per l’occupazione femminile le donne soffrono una maggiore segregazione occupazionale rispetto a quelli a più bassa occupazione femminile. L’espansione dell’occupazione femminile avviene grazie a una crescente domanda per attività considerate tipicamente femminili, ne consegue una crescente concentrazione delle donne in cui sono dominanti.

Quanto alla segregazione verticale, le donne sono molto sovrarappresentate tra gli impiegati esecutivi, gli addetti ai servizi e alla vendita e tra le occupazioni elementari; sono molto sottorappresentate in tutte le attività manuali legate alla produzione industriale e nel livello più alto del lavoro intellettuale, quello direttivo. Ai livelli medio-alti delle attività intellettuali la presenza delle donne è di poco superiore alla media nazionale. Il soffitto di cristallo caratterizza tutti i paesi dell’Europa occidentale senza serie differenze e senza recenti mutamenti: ciò significa che anche una maggiore presenza femminile non riesce a infrangerlo.

Flessibilità produttiva, fine del lavoro standard ed esplosione della precarietà?

In Europa il processo di deindustrializzazione e l’avvento della società dei servizi hanno segnato il declino delle grandi organizzazioni e l’esaurimento del modello su cui si era fondata l’industria manifatturiera, cioè la divisione del lavoro in mansioni ripetitive e la produzione in serie di beni standard destinati a soddisfare un consumo stabile e orientato al prezzo. La crescente concorrenza internazionale da parte dei paesi emergenti a basso costo del lavoro, il maggior potere di acquisto e la crescente sofisticazione del gusto dei consumatori hanno imposto di puntare sulla qualità dei prodotti e di accelerarne il ritmo di innovazione e di ampliarne la differenziazione per cogliere le diverse nicchie di mercato con strategie che mirano a personalizzare il bene o il servizio.

Si sono affermati i principi dell’economia dell’appropriatezza secondo i quali, più che ridurre i costi di produzione, è importante produrre i beni e i servizi appropriati nel tempo e nel luogo in cui sono richiesti dal mercato. L’enorme sviluppo delle tecnologie informatiche e la disponibilità di una forza lavoro più istruita hanno molto contribuito ad affrontare mercati sofisticati e instabili, ma il punto chiave è diventata la flessibilità, intesa come capacità di un’impresa di rispondere prontamente agli impulsi di mercato.

Ciò comporta un uso flessibile delle risorse umane e la flessibilità del lavoro può essere perseguita in modi diversi. Oltre a variare le retribuzioni e gli orari di lavoro, si può far fronte all’incertezza ricorrendo alla flessibilità numerica (riguarda i gradi di libertà con cui un’impresa può adeguare volume e caratteristiche professionali dell’occupazione all’andamento della produzione, interessa tre aspetti: le norme che regolano licenziamenti e assunzioni, la possibilità di ricorrere a rapporti di lavoro non a tempo indeterminato e quella di affidare fasi o funzioni del ciclo produttivo in subappalto ad altre imprese o con contratti d’opera a collaboratori) o a quella funzionale (concerne la possibilità di spostare i lavoratori da un posto all’altro all’interno dell’impresa o di variarne il contenuto della prestazione, richiede assenza di vincoli, elevata polivalenza professionale e la disponibilità dei lavoratori ad accettare processi di riqualificazione, condizioni che presuppongono un attaccamento e un coinvolgimento nei fini produttivi dell’organizzazione; per avere dei dipendenti fedeli e motivati occorre garantire un’occupazione stabile). Questi due tipi di flessibilità tendono ad avere conseguenze opposte: la prima fa seguito all’esternalizzazione e alla destrutturazione ed è la forte crescita delle piccole imprese e del lavoro in proprio.

L’occupazione indipendente è mutata nella sua composizione. Nella società dei servizi è aumentata la domanda di prestazioni richieste alle libere professioni da parte delle imprese e delle famiglie. La figura del lavoratore parasubordinato o dependent self-employed è stata codificata solo in pochi paesi europei, ma la sua diffusione di fatto è stata rilevata anche in altri. La figura del lavoratore parasubordinato rappresenta un caso estremo di instabilità e flessibilità del lavoro. Nell’occupazione indipendente sono cresciute le situazioni lavorative di breve durata, perché, mentre per i veri indipendenti il lavoro si interrompe raramente, per i dependent self-employed i contratti hanno una scadenza e i periodi di disoccupazione sono frequenti.

Il lavoro dipendente esporta alcune sue caratteristiche al lavoro indipendente, ma vede affievolirsi la sua maggior conquista nell’età dell’oro: la protezione normativa del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Dalla fine degli anni ’80 in tutti i paesi europei la legislazione per la protezione dell’occupazione diventa meno rigida, poiché vengono ridotti i vincoli e i costi che le imprese devono sostenere per liberarsi dei lavoratori assunti a tempo indeterminato e sono ampliate le possibilità di far ricorso a rapporti di lavoro a termine. Questa deregolazione al margine ha contribuito a segmentare il mercato del lavoro tra insiders, adulti occupati a tempo indeterminato che conservano le tradizionali protezioni, e outsiders, giovani che alternano disoccupazione e lavori temporanei.

La riduzione dei vincoli ha contribuito all’aumento del lavoro a termine anche se la sua diffusione era cominciata a fine anni ’70 ed era proseguita sino a metà anni ’80, suscitando preoccupazione. Dopo qualche anno di stabilità e in qualche paese di riduzione, la diffusione dei lavoratori temporanei ha ripreso a crescere. Nei paesi in cui l’occupazione a tempo indeterminato è poco o nulla protetta contro il licenziamento il lavoro a termine resta poco diffuso; dopo il boom della seconda metà degli anni ’80 a seguito del processo di liberalizzazione del mercato del lavoro, la percentuale di lavoro a termine è rimasta stabile. Sono i paesi dell’Europa continentale e l’Italia ad aver segnato la crescita dei lavoratori a tempo determinato.

Tra i lavoratori a termine vi sono quelli assunti a scopo formativo e gli stagionali, ove sono importanti le attività turistiche e agricole: sono posizioni lavorative che hanno poco a che fare con le esigenze di flessibilità delle imprese. Sono comparsi il lavoro a chiamata, il lavoro interinale (i lavoratori sono assunti a termine dalle agenzie e sono poi inviati in missione per qualche giorno o qualche mese presso imprese che li utilizzano come fossero propri dipendenti), lo staff leasing (o appalto di manodopera prevede che gruppi di lavoratori siano assunti da agenzie e inviati a svolgere funzioni integrate nell’organizzazione dell’impresa committente anche senza alcuna scadenza). Il contratto a zero-ore o job on call prevede che il lavoratore sia disponibile a svolgere una prestazione saltuaria solo quando sia richiesta dal datore di lavoro.

La crescita dei lavori instabili non significa che in Europa stia scomparendo l’occupazione di lungo periodo. L’occupazione di lunga durata concerne i lavoratori professionalmente qualificati e parecchi settori in espansione della nuova economia, come i servizi alle imprese, mentre declina in quelli colpiti dalle politiche pubbliche di privatizzazione e deregolazione. Le imprese e le organizzazioni pubbliche tendono sempre più a usare rapporti di lavoro instabili, a fini formativi o no, riservandosi di stabilizzarli dopo un periodo molto più lungo di quello di prova previsto per il lavoro a tempo indeterminato. Un aumento dei lavori di breve durata per i giovani e i maschi è stato compensato da un aumento dei lavori di lunga durata per gli adulti e le donne.

La diffusione del sentimento di sicurezza dell’occupazione può dipendere dal sentimento di insicurezza che pervade la società contemporanea molto più di quella del recente passato. Cresce in tutti i paesi europei. Esiste una relazione con il livello della disoccupazione: è più diffuso non nei paesi ove la regolazione della protezione del lavoro dipendente è meno rigida o l’occupazione più instabile, ma in quelli ove la disoccupazione è minore e la spesa per le politiche del lavoro maggiore. A livello individuale l’insicurezza del lavoro è maggiore. La relazione tra bassa sicurezza e scarsa qualità del lavoro rischia di polarizzare l’occupazione.

Crescita o polarizzazione della qualità del lavoro?

Alla terziarizzazione settoriale se ne accompagna una professionale, nel senso che si riduce il lavoro manuale e nell’industria gli operai diminuiscono a favore di impiegati e tecnici. Una figura nuova compare nel mercato del lavoro: quella dell’operaio dei servizi. La prestazione richiesta è semplice e non richiede abilità nel leggere, scrivere e far di conto, né sapere tecnico specifico. Non si accompagna uno sforzo fisico, ma la capacità di resistere a orari e condizioni di lavoro disagiati. I bad jobs dei servizi richiedono adattabilità e resistenza.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Robidag8 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sistemi sociali comparati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Leonardi Laura.
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