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cui la protezione del reddito dei disoccupati da parte dello Stato è poco generosa e chi è senza

lavoro può contare solo sull'aiuto della famiglia. In Europa si contrappongono due modelli di

disoccupazione: quello familista (proprio dei paesi mediterranei, si fonda sulla solidarietà familiare,

per cui i disoccupati sono per lo più giovani che vivono con i genitori anche oltre i trent'anni) e

quello assistenziale (proprio dei paesi scandinavi, si fonda su un cospicui sostegno pubblico, che

consente agli adulti di reggere lunghi periodi di disoccupazione e ai giovani di uscire dalla famiglia

di origine anche prima di aver trovato un lavoro). Il primo modello attribuisce eccessivi compiti alla

famiglia, limitando l'autonomia dei giovani e provocando la caduta della natalità, mentre il secondo

comporta un importante aggravio della spesa pubblica. Per i giovani disoccupati la situazione

peggiore è quella dei paesi, come la Gran Bretagna e la Francia, in cui la solidarietà familiare si è

ormai molto indebolita e la spesa pubblica per le politiche del lavoro è modesta.

Da metà anni Novanta la disoccupazione giovanile si riduce anche se in Europa il primo lavoro dei

giovini finiti gli studi è instabile. In quasi tutti i paesi i giovani meno istruiti e le giovani donne

corrono rischi molto più elevati sia di essere disoccupati, sia di entrare in una posizione di lavoro

instabile e di non riuscire a uscirne. Considerando anche le più rigide regole introdotte dalle

riforme, gran parte dei giovani contemporanei è destinata a ritirarsi dal lavoro non soltanto in età

più avanzata, ma anche con pensioni molto meno generose.

Alla frattura generazionale si aggiunge quella etnica perché le persone con una origine nazione

diversa da quella del paese in cui vivono sono un gruppo sociale che è ovunque più o meno

gravemente penalizzato ed è destinato a crescere ben oltre l'attuale 8% (condizione di esclusione e

inferiorità sociale). Le disuguaglianze di classe su riproducono attraverso due processi: sopratutto i

figli di immigrati reclutati come guestworkers per lavorare come operai comuni nell'Europa centrale

raggiungono livelli di istruzione poco superiori a quelli bassi dei loro genitori. Ma anche coloro che

raggiungono livelli elevati riescono ad accedere a posti di lavoro qualificati molto meno dei

compagni di scuola di origine locale. Pochi laureati e pochissimi diplomati svolgono mansioni non

manuali anche dopo alcuni anni di presenza (brain waste). Nei paesi dell'Europa

centro-settentrionale (prevale una domanda orientata verso occupazioni molto qualificate) una larga

percentuale di immigrati costituita da richiedenti asilo, che ricevono adeguati sostegni di reddito e

possono vivere anche senza lavorare in attesa di un lavoro adeguato alle proprie competenze; per

contro nei paesi dell'Europa meridionale (prevale una domanda orientata verso mansioni elementari

o poco qualificate) la maggioranza degli immigrati è entrata senza un appropriato permesso di

soggiorno e non ha alternativa che lavorare anche nelle mansioni meno qualificate.

La presenza di persone con livelli di istruzione medio-alti è cospicua per tre motivi: l'istruzione

superiore è diffusa nell'Europa-orientale, ove parecchi provengono, ed è cresciuta in parecchi paesi

del Terzo Mondo, inoltre un'emigrazione spontanea in un contesto in cui le frontiere dei paesi di

arrivo sono formalmente quasi del tutto chiuse comporta una forte selezione positiva, poiché

occorrono buone risorse umane, cognitive ed economiche per riuscire ad aggirare tutti gli ostacoli.

8) Conclusioni

L'ancora più grave crisi esplosa nel 2008 sembra destinata a marcare una censura nella storia

dell'economia e del mercato del lavoro delle società europee.

Deindustrializzazione, terziarizzazione e globalizzazione hanno profondamente modificato la

struttura produttiva e a composizione dell'occupazione. Per contro si è avuto un fortissimo aumento

degli addetti ai servizi sia per le imprese, sia per le persone, sebbene in misura e in modi molto

diversi secondo i regimi di Welfare. Questa tendenza contrasta con un inarrestabile movimento di

emancipazione delle donne, di cui si sono visti i risultati nella loro crescente partecipazione al

lavoro (anche se il “tetto di cristallo” e l'inferiorità retributiva continueranno a penalizzarle).

Ne è risultata una segmentazione del mercato del lavoro tra una fascia stabile, ove prevalgono adulti

e lavoratori più qualificati, e una instabile, dove sono concentrati giovani e meno qualificati.

La crisi economica è destinata a frenare nuovi ingressi di immigrati, ma non ad aumentare i ritorni,

poiché investe anche più gravemente quasi tutti i paesi di origine. La frattura generazionale è

destinata ad acuirsi anche perché, almeno a medio termine, difficilmente riprenderà la mobilità

ascendente intergenerazionale, interrottasi all'inizio degli anni Duemila. Anche i paesi europei

sembrano entrati nella fase della polarizzazione asimmetrica della struttura dell'occupazione con

l'aumento delle attività dequalificate nei servizi e una riduzione delle posizioni intermedie.

L'istruzione superiore e la sua espansione

1) La specificità della scuola europea

1.1. L'istruzione di massa: “origini europee, successo globale”

Le organizzazioni scolastiche sono, insieme alle aziende e alle strutture amministrative e politiche

dello Stato, le principali organizzazioni burocratiche del mondo moderno.

Il lavoro dei neo-istituzionalisti è guidato da due ipotesi. La prima è che i processi di nascita e di

sviluppo dei sistemi scolastici non siano spiegabili nel quadro di un processo di modernizzazione

causato da fattori economici/tecnologici, ma che siano causati in primo luogo da fattori istituzionali.

La seconda è che questi processi devono essere analizzati non all'interno dei singoli paesi, ma a

livello globale, perché la loro dimensione operativa è questa.

Le due ipotesi portano a un resoconto generale che in breve si può sintetizzare:

− i modelli scolastici moderni sono nati in Europa, continente in cui gli Stati hanno

consapevolmente la strategia di fondare e gestire sistemi di istruzione di massa nel quadro di

un più ampio progetto di creazione di una comunità politica nazionale.

− un sistema scolastico di massa era parte essenziale di questo progetto, per la costruzione del

consenso popolare dello Stato.

− il progetto di creazione della comunità politica nazionale nasce in Europa.

− in breve tempo il modello europeo di Stato Nazionale è diventato un modello globale, per

via del primato economico e militare dell'Europa (i paesi extraeuropei hanno preso a

modello il sistema europeo di nazionalizzazione e in particolare quello scolastico).

Per l'affermazione di questo modello è stata essenziale la nascita e la graduale espansione di un

sistema di istruzione pubblico, cioè un insieme di istituzioni formalizzate e tra loro coordinate,

attive su una scala nazionale sotto il controllo del governo, che hanno come fine quello di formare i

giovani, i quali sono in tutte le età obbligati a parteciparvi.

Diverso è negli USA, un sistema molto più decentrato rispetto a quello europeo. Il decentramento

del sistema scolastico, la debolezza delle élites e l'instabilità della popolazione dovuta ai fortissimi

flussi migratori hanno reso l'espansione dell'istruzione superiore molto più rapida, nonostante negli

USA, ancora oggi, non esista a livello federale l'istituto dell'obbligo scolastico.

1.2. L'istruzione superiore europea in comparazione storica

L'istruzione superiore è più antica dell'istruzione di base di massa. Le sue origini antropologiche

risalgono ai rituali di iniziazione che segnano l'inizio della vita adulta e attribuiscono a ciascuno il

suo posto nella società. Ampie tracce di queste forme precedenti si conservano sia

nell'organizzazione interna che nelle funzioni sociali dell'istruzione superiore europea

contemporanea. Ce ne sono quattro:

− La scuola dell'antica Grecia che nasce come forma di istruzione per i maschi adulti. La sua

forma originaria è una fraternità di adulti che condividono un qualche culto o religione, e

che spesso assume la forma di convivenza. A questa forma si aggiunge la figura del

professionista pagato per l'insegnamento. Alcuni tratti anticipano quelli delle università

contemporanee.

− Forma di istruzione, ancora più antica, è l'apprendistato, l'affiancamento dell'individuo a una

persona competente mentre questa è a lavoro. Diversamente alla sua forma moderna,

l'apprendistato non si presenta esplicitamente solo come un'attività strumentale, finalizzata

all'acquisizione di competenze tecniche e professionali. L'addestramento occupazionale

pre-moderno ha carattere di iniziazione, e quindi vi sono associate forme di condivisione

dell'identità e della posizione sociale tra gli iniziati e di chiusura sociale verso l'esterno.

Condivisione e chiusura hanno di norma, alle origini, una base familiare-patrimoniale.

− Forma da cui discende direttamente l'università europea moderna. Si tratta di un'evoluzione

dell'apprendistato. Questa forma si differenzia della fraternità degli adulti per gli obiettivi

operativi, e dall'apprendistato perché nasce all'interno di comunità politiche più numerose ed

è quindi meno vincolata alla famiglia e alle sue proprietà.

− Forma di istruzione burocratica, indispensabile per le grandi organizzazioni formali che

governano società relativamente complesse ed evolute. Questa forma nasce in Cina alla fine

del primo millennio D.C, quando per allontanare i militari dal potere politico venne

introdotto il sistema degli esami come requisito per accedere alla burocrazia imperiale.

Gradualmente il sistema si espanse e si complessò, producendo una gerarchia cumulata di

titoli e di relativi esami. Per sostenerli vi era una preparazione data da un sistema scolastico

inizialmente pubblico e accentrato, successivamente privato e decentrato. Al centro della

scuola burocratica vi è il titolo di studio come modalità di inserimento nelle occupazioni

privilegiate. Diversamente dalle forme precedenti, il titolo di studio è difficilmente

monopolizzabile, la domanda è potenzialmente illimitata il che favorisce l'espansione del

sistema. Ma la diffusione di un titolo ne diminuisce inevitabilmente il valore (inflazione

delle credenziali educative, completamente analogo all'inflazione della moneta).

1.3. Struttura del sistema scolastico e integrazione tra livelli

Tutti i sistemi educativi del mondo hanno la medesima struttura curricolare: l'istruzione comincia

con un ciclo di base, prosegue con un ciclo intermedio e si conclude con un ciclo superiore (nel

linguaggio specialistico i tre livelli si definiscono di norma scuola primaria, secondaria e terziaria,

mentre le denominazioni nazionali variano). Questa struttura presenta nei vari sistemi nazionali

variazioni importanti ma che non sono tali da cambiarla in modo sostanziale.

I vari sistemi hanno ovunque la stessa struttura istituzionale (isoformismo), perché ovunque è stata

imitata la struttura tipica europea. Ogni ciclo di apprendimento successivo presuppone il

precedente, sia dal punto di vista sostanziale che da quello formale. Questa struttura è il risultato di

processi di costruzione e mutamento istituzionale, che hanno integrato componenti di origini e

funzionalità diverse.

2) L'espansione dell'istruzione superiore e le sue cause

2.1. La struttura macro dell'espansione scolastica

Il meccanismo che produce un processo espansivo di questo genere è il contagio: maggiore la

proporzione di contagiati nella popolazione, maggiore la proporzione che essi possano a loro volta

contagiare, finché la dimensione della popolazione, o un qualche fattore di immunità, pone un

limite al processo. In diversi contesti spazio-temporali ci sono state fasi di rallentamento

dell'espansione e persino di contrazione della partecipazione scolastica.

Secondo gli studiosi neo-istituzionalisti si tratta di un fenomeno globale, di cui lo sviluppo

economico è un'importante condizione di contesto, ma le cui variabili determinanti sono modelli

politici e culturali globalmente egemonici. Come la scuola elementare di massa è associata allo

sviluppo di uno Stato nazionale gerarchico, chiuso e di una forza lavoro disciplinata e morale, così

l'espansione della scuola superiore è associata alla diffusione dei nuovi ideali democratici

universalistici e alla formazione di una forza lavoro tecnicamente competente e autonoma nei

comportamenti.

2.2. Le cause micro del processo espansivo: i fattori economici

Come mai gli individui, o le famiglie per loro, decidono di continuare a studiare, anche quando

l'obbligo scolastico è concluso? Come mai determinati individui non proseguono gli studi? Come

mai in determinati gruppi sociali la partecipazione all'istruzione è meno frequente?

Per rispondere a domande di questo genere, i sociologi studiano i sistemi educativi dal punto di

vista della stratificazione sociale sviluppando una serie di teorie e modelli delle scelte scolastiche

che partono dal livello individuale, come nel caso della teoria economica del capitale umano, ma

che incorporano nel processo decisionale la struttura sociale e i fattori non economici.

In primo luogo, come suggerisce la teoria del capitale umano, la decisione se andare o meno a

scuola dipende da un calcolo costi-benefici.

I costi possono essere diretti che comprendono il costo della scuola e tutte le spese connesse come i

libri etc.. e indiretti che sono i mancati guadagni per il mancato ingresso nel mercato del lavoro. La

partecipazione all'istruzione superiore è quindi favorita dalla riduzione dei costi e dall'aumento dei

benefici, che nel caso delle società europee degli ultimi decenni sono stati sostanziali. L'intervento

dello Stato garantisce la riduzione dei costi: la scuola secondaria è gratuita, in tutti i paesi europei le

tasse sono relativamente basse, se non nulle. Il miglioramento dei trasporti è un altro fattore di

riduzione dei costi diretti. Anche i costi indiretti giocano un ruolo importante: se la prosecuzione

degli studi è poco costosa e il mercato del lavoro non offre grandi opportunità d'impiego, allora

continuare a studiare è la scelta migliore.

La scuola diventa un “parcheggio”: i giovani scelgono di continuare a studiare in attesa di

opportunità migliori e l'espansione della scuola secondaria e dell'università diventa un rimedio

contro la disoccupazione giovanile, e secondo il modello meccanico il principale fattore di spinta

dell'espansione scolastica è questo: gli individui più istruiti sono più produttivi e quindi guadagnano

meglio, per cui l'investimento nell'istruzione diventa desiderabile e si diffonde sempre più.

2.3. Il rischio di fallire

Proseguire gli studi nell'istruzione superiore è allettante perché garantisce maggiore reddito,

prestigio e potere. D'altra parte, scegliere di proseguire gli studi non significa automaticamente

ottenere il titolo: se si abbandona prima di conseguirlo i benefici associati all'investimento non si

materializzano, o si materializzano in misura minore, mentre i costi non variano, anzi possono

aumentare qualora il sistema scolastico preveda la ripetizione dell'anno come sanzione per una

prestazione inadeguata. In particolare, due tipi di dinamiche strutturali possono diminuire la

rischiosità della scelta e favorire la partecipazione scolastica.

− intervengono la regolazione del mercato del lavoro e/o le garanzie del Welfare state.

− interviene la stessa evoluzione dei sistemi scolastici.

Nella maggior parte dei paesi europei, nel secondo dopoguerra, sono aumentate le tutele sociali,

mentre le riforme della scuola ne hanno semplificato la struttura e hanno diminuito la selettività.

2.4. La difesa della posizione sociale

Oltre a costi, benefici e probabilità di fallimento, c'è un quarto parametro strutturale che

contribuisce a determinare le scelte scolastiche degli individui: si tratta di un fattore motivazionale

collegato alla volontà di mantenere la propria posizione sociale. Il titolo di studio è ricercato quindi

non solo perché fonte di opportunità, ma anche come simbolo di status.

Nonostante una certa diminuzione della disuguaglianze educativa, tuttora si osserva che i figli delle

classi superiori in media proseguono gli studi più a lungo dei loro coetanei delle classi inferiori. Il

mantenimento della propria posizione nella gerarchia sociale rappresenta per gli individui un fattore

motivazionale mediamente più forte del conseguimento di una posizione superiore.

Mentre alcuni sociologi inquadrano questo fenomeno in una teoria delle scelte educative come

scelte razionali, un'ipotesi di ricerca più recente sostiene che il timore del declassamento sociale

agisca nella maggior parte delle circostanze come un comportamento non consapevole, più simile

all'habitus della teoria del capitale culturale di Bordieu, che ha un calcolo di costi-benefici

consapevole e razionale. Questo potrebbe essere associato alla fiducia nell'istruzione come mezzo di

promozione e di giustizia sociale, su cui si fonda, secondo la prospettiva neo-istituzionalista, la

legittimità delle èlites politiche ed economiche contemporanee.

3) La scuola secondaria

Delle molte variabili macro utilizzate per classificare i sistemi scolastici in prospettiva comparata, le

più importanti sono la standardizzazione (omogeneità dell'offerta formativa su tutto il territorio

nazionale) e la stratificazione (presenza di percorsi differenziati, soprattutto a livello di scuola

secondaria).

La differenza rilevante è con gli Stati Uniti e l'Australia, dove non esiste un sistema di istruzione

nazionale e quindi l'offerta formativa presenta forti variazioni territoriali. In Europa i percorsi più

prestigiosi danno accesso all'università, o alle università migliori, o alle occupazioni migliori.

3.1. Espansione e destratificazione

In tutti i paesi dopo la scuola elementare, che durava 4 o 5 anni, gli studenti venivano suddivisi tra

percorsi alti di tipo accademico (che conducevano all'Università), e percorsi bassi, di tipo basso

professionalizzante (che conducevano direttamente al mercato del lavoro). Solo a partire dagli anni

Sessanta si osserva un forte movimento di destratificazione. Il caso italiano rappresenta un buon

esempio di questo processo.

Dopo la riforma Gentile del 1923, la scuola secondaria italiana era molto stratificata:

− un percorso fortemente accademico e umanistico, che consentiva l'accesso a tutte le facoltà

universitarie.

− una serie di percorsi intermedi, caratterizzati dall'affiancamento alla tradizionale formazione

umanistica della “nuova” formazione tecnico-scientifica più richiesta dal mercato del lavoro

e che consentivano l'accesso solo alle facoltà tecnico-scientifiche.

− un percorso basso di avviamento professionale, che non consentiva di proseguire gli studi.

Il sistema venne destratificato gradualmente, con una serie di interventi avviati negli anni '40 e

culminati nell'istituzione del 1962 della scuola media a durata triennale, in vigore ancora oggi.

La destratificazione si fermò comunque al ciclo inferiore della scuola media, e per gli studenti tra i

14 e i 18 anni è rimasta in vigore la struttura stratificata originale. Nel 1961 i vincoli agli accessi

alle facoltà universitarie vennero allentati e completamente annullati nel 1968; per cui tutti gli

studenti che avessero compiuto i 5 anni di studi post-obbligo avevano diritto a iscriversi a qualsiasi

facoltà universitaria. Si eliminava così uno dei principali aspetti della stratificazione della

secondaria superiore; il diverso valore dei vari titoli ai fini dell'ulteriore proseguimento degli studi.

3.2. L'efficacia delle riforme della scuola

Dopo la riforma italiana del 1962 molti altri governi europei hanno destratificato la scuola

secondaria. Si poté osservare come in Italia vi fu una diminuzione della disuguaglianza di classe

delle opportunità educative. Con ogni probabilità, è stato importante il peso delle riforme sociali e

dell'espansione del Welfare state che hanno caratterizzato, soprattutto a partire dagli anni Settanta,

praticamente tutti i pesi europei, in particolare con l'estensione della tutela del posto di lavoro agli

operai e l'introduzione di sussidi ai disoccupati. Infatti, la riduzione delle disuguaglianze scolastiche

è stata più forte nei paesi più attivi da questo punto di vista, come la Svezia o i Paesi Bassi.

La destratificazione della scuola secondaria venne meno a partire dagli anni Ottanta praticamente in

tutti gli stati europei. Nello stesso periodo in cui finisce l'espansione del Welfare, i mercati del

lavoro vengono flessibilizzati e cessa la diminuzione delle disuguaglianze di reddito.

Con l'espansione dei sistemi educativi scompare la disuguaglianza di genere. Fino gli anni Sessanta

gli uomini in media andavano a scuola più a lungo delle donne, oggi si osserva la situazione

opposta. Si tratta di un fenomeno estremamente importante, dovuto non solo a motivi economici

come la diminuzione dei costi e l'aumento dei benefici dell'istruzione in un mercato del lavoro in

cui la forza fisica è sempre meno importante, ma anche per una componente soggettiva di domanda

di emancipazione femminile. Le forme pre-moderne di istruzione superiore escludevano

sistematicamente le donne. L'accesso diventa un primo chiaro segno di emancipazione, e quindi uno

dei fenomeni più importanti associati all'espansione della partecipazione scolastica.

3.3. Formazione professionale o formazione accademica?

Anche oggi esiste una netta divisione tra formazione superiore di tipo accademico e formazione

superiore di tipo professionale. Il Paese che meglio esemplifica questa situazione è la Germania,

dove i giovani vengono suddivisi già a 10 anni tra tre percorsi scolastici, e dove a partire dai 14 anni

la scuola secondaria superiore è affiancata da un sistema di formazione professionale basato

sull'alternanza tra scuola e lavoro, integrati in un'unica figura istituzionale detta Ausbilding

(apprendistato, oppure sistema duale).

Un recente confronto tra Germania e Italia mostra che nonostante la maggiore stratificazione del

sistema tedesco, l'effetto della famiglia sulla scelta del percorso frequentato dai quindicenni, a parità

di capacità scolastiche, è più forte nel nostro paese: in Germania la distribuzione di ragazzi e

ragazze sui diversi percorsi non dipende solo dalle decisioni delle famiglie, come in Italia, ma

coinvolge anche gli insegnanti, e risulta più meritocratica.

3.4. Socialismo e istruzione

La situazione nei Paesi dell'Europa Centrale e Orientale.

I dirigenti scolastici giunti al potere condividevano gli ideali ugualitari ed efficentisti che negli anni

successivi avrebbero ispirato le riforme in Europa occidentale. Nei paesi socialisti l'abolizione delle

tasse scolastiche e la destratificazione della scuola dell'obbligo furono molto più rapide, soprattutto

nell'Europa centrale. Le scuole private vennero nazionalizzate, e l'obbligo scolastico venne

allungato. Tuttavia, come in Occidente, l'esito delle riforme non è stato così forte.

A livello di scuola superiore, invece, le scelte politiche furono molto diverse da quelle prese in

Europa occidentale. In un primo momento si cercò di eliminare direttamente la disuguaglianza

scolastica di classe introducendo un sistema di quote basato sull'origine sociale che imponeva alle

istituzioni di accogliere una quota più che proporzionale di studenti provenienti dalle classe inferiori

e una quota meno che proporzionale di studenti provenienti dalle classi superiori. Dopo un paio di

decenni questo sistema venne abolito, e sostituito con un sistema in cui la selezione si basava sui

risultati scolastici.

L'esito di queste strategie è stato che l'espansione dell'istruzione superiore nei paesi socialisti è stata

inferiore a quanto accaduto in quelli a economia di mercato, senza che il controllo dell'espansione

abbia prodotto risultati apprezzabili in termini economici. Dopo il crollo del muro di Berlino

l'istruzione superiore è stata ovunque decentrata e liberalizzata.

E' stato diverso il caso della Russia, dove il collasso dell'Unione Sovietica ha coinvolto anche il

sistema educativo e ha dato luogo a una contrazione della partecipazione all'istruzione superiore, sia

secondaria che post-secondaria. Dopo la transizione della democrazia, in molti paesi si è verificato

un aumento delle disuguaglianze scolastiche di classe, dovuto soprattutto all'aumento dei costi.

4) L'università

Dopo la Chiesa cattolica, l'Università è l'istituzione più antica dell'Europa contemporanea.

4.1. Modello humboldtiano e diversificazione

L'università di élite moderna nasce in Prussia all'inizio de l'800, nel periodo che segue la sconfitta

contro la Francia di Napoleone.

Posizione dell'istituzione ai vertici della gerarchia dei livelli scolastici e dei titoli di studio che

caratterizza i sistemi d'istruzione moderna; si tratta del modello humboldtiano che ancora oggi

ispira il funzionamento della maggior parte delle Università europee e americane. Una struttura di

questo tipo viene però messa in crisi dall'espansione; le ragioni riguardano non solo la quantità di

studenti, ma anche la loro qualità. Perché l'insegnamento possa essere davvero collegato alla ricerca

occorre che gli studenti siano pochi e di alto livello, entrambe condizioni che in Europa vengono

meno già nel secondo dopoguerra, con il passaggio all'Università di massa, e che oggi si trovano

solitamente solo nei corsi di dottorato, e non sempre.

L'espansione della secondaria superiore, la sua destratificazione e la maggiore accessibilità

dell'Università che ne consegue, portano all'Università stessa un numero maggiore di studenti di

quello che essa possa ospitare in assenza di un drastico abbassamento dell'insegnamento e

dell'apprendimento.

Nei paesi in cui la deviazione non ha luogo e non vengono posti limiti all'accesso dei diplomati,

l'espansione si accompagna a un notevole peggioramento del funzionamento del sistema

universitario, che si manifesta tra l'altro in tassi di abbandono molto elevati: Esempio l'Italia.

Paesi come l'Italia o la Spagna hanno mantenuto un sistema universitario di tipo unitario, in cui

tutte le istituzioni sono organizzate in modo simile e rilasciano gli stessi titoli.

Poi ci sono quelli di tipo differenziato, in cui esistono diversi tipi di istituzione, come negli Stati

Uniti, e quelli di tipo binario, in cui esistono due tipi di istituzione, come in numerosi paesi europei.

4.2. Il mercato dell'istruzione superiore

Il processo di differenziazione dell'offerta formativa terziaria può essere visto come la nascita di un

mercato dell'istruzione superiore.

Anziché la privatizzazione si osserva invece un aumento della competizione tra diversi tipi di

istituzioni pubbliche, resa possibile dal processo di diversificazione.

Le rinnovate scuole superiori tecnico-professionali danno quindi buoni ritorni occupazionali.

Negli ultimi anni, però, in tutti i sistemi binari ha luogo un movimento di de-differenziazione:

i Politecnici vengono formalmente equiparati alle Università. La de-differenziazione è per molti

versi formale e incompleta, perché le differenze rimangono molto forti.

Vi è una inflazione delle credenziali educative: fenomeno per cui la diffusione di un titolo di studio

ne diminuisce il valore. Si incentiva la prosecuzione degli studi o la ricerca di una differenziazione

ulteriore anche a parità di titolo.

Parte seconda. La complessità sociale. Da un sistema sociale centrato alla moltiplicazione dei

centri e delle differenze

Nuove forme di azione collettiva e sviluppo della società civile

1) Introduzione

Il passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva dell'azione politica è notoriamente

problematico. Occorre allora guardare anche alla dimensione collettiva dei processi, cioè alle

caratteristiche e all'evoluzione degli eventi di protesta.

2)La “contestazione generale”: il '68 e dintorni

Lo sviluppo dei movimenti sociali alla fine degli anni '60 segnò una forte discontinuità rispetto al

periodo della ricostruzione post-bellica. La Guerra Fredda e più in generale la diffidenza verso i

movimenti di massa, associati a totalitarismi di destra e di sinistra, avevano creato un clima poco

propizio allo sviluppo dell'azione collettiva su larga scala.

In paesi come l'Italia o la Germania, il ciclo di mobilitazione sindacale è particolarmente intenso e

prolungato, estendendosi ben dentro gli anni '70 e andando a toccare questioni non solo salariali, ma

attinenti anche al controllo sull'organizzazione della produzione. La conflittualità industriale

contribuisce ad una ondata di mobilitazione che investe settori più ampi della società, configurando

un vero e proprio ciclo di protesta. Il movimento più importante è quello studentesco, che esprime

una critica generalizzata dall'autoritarismo che non si limita alla scuola ma investe altre istituzioni

sociali come la famiglia. La critica è al tempo stesso politica e culturale. Si costituisce una spazio

politico transnazionale di mobilitazione fondato sull'integrazione della critica al capitalismo e

all'imperialismo, con la critica della morale borghese e dell'autoritarismo interno alle varie società

occidentali. Si animarono tensioni interne a Stati multietnici come il Belgio. Si avvia cioè il

fenomeno del revival etnico, che vede lo spostamento dei codici simbolici utilizzati dai gruppi etnici

dall'enfasi sulla storia e la letteratura ad un'analisi più politica della loro condizione. Questa utilizza

categorie come colonialismo interno e riformula questioni storiche sulla lotta al capitalismo

imperialista.

I movimenti del '68 presentano sia continuità che discontinuità nei repertori d'azione rispetto alle

esperienze precedenti di azione collettiva.

Si afferma tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 un modello organizzativo burocratizzato,

con un forte senso delle gerarchie interne, e con un apparato per la promozione e la gestione della

protesta di massa, attraverso attività sistematiche di propaganda e sensibilizzazione.

Mobilitazioni per la trasformazione di istituzioni dall'interno si ritrovano anche nelle chiese, da

quella anglicana a quella cattolica. I movimenti giovanili si legano a trasformazioni più ampie che

riflettono nella moda e nei consumi culturali in genere, in particolare la musica, il rifiuto

dell'autoritarismo. Lo stesso vale per la liberazione delle pratiche sessuali, per la ricerca di forme

alternative di conoscenza (filosofie di ispirazione orientale).

Questo configura un rapporto complesso con la tradizione del movimento operaio.

Nel complesso, i movimenti del '68 sono caratterizzati da uno schema interpretativo dominante

ispirato prevalentemente al marxismo e ad ipotesi di trasformazione sociale globale. Esso permette

di legare insieme mobilitazioni differenziate. Dalla lotta operaia all'azione studentesca, dalle

rivendicazioni delle donne ai movimenti per i diritti civili, dai processi di decolonizzazione del

terzo mondo ai movimenti sociali dell'America Latina.

Il fenomeno '68 non è peraltro omogeneo, non solo tra paesi, ma anche tra aree territoriali più

ampie. L'azione collettiva è infatti tendenzialmente più radicale in paesi di recente democrazia e in

generale nel Sud Europa. Nelle democrazie consolidate Nord-Europee il '68 è assai più breve, lascia

più spazio all'azione dei gruppi di interesse pubblico rispetto a quella di organizzazioni radicali

ispirate al modello del conflitto di classe, e vede una presenza più marcata dei fenomeni di

contestazione culturale. I movimenti in questo periodo sono orientati alla rivitalizzazione piuttosto

che all'attivazione di nuove linee di frattura. Si propone una trasformazione dall'interno delle

organizzazioni di rappresentanza e delle istituzioni già esistenti.

All'est i movimenti hanno un carattere diverso di democratizzazione e di rilancio della società

civile, oscillando tra rivitalizzazione e Anti-Sistema. In Occidente hanno un grosso peso le

simbologie nazionaliste e religiose.

3) I “nuovi movimenti sociali” e la politica dell'identità

Gli anni '80 vedono l'esplosione di una serie di fenomeni di azione collettiva, comunemente definiti

come “nuovi movimenti sociali”. Tra questi i principali sono l'ambientalismo e il femminismo (oltre

ai pacifisti, ai rivendicatori delle identità sessuali, dell'anti-razzismo e delle libertà civili, delle

controculture giovanili, e in parte anche dei movimenti religiosi di ispirazione neo-orientale).

Vi è una crisi complessiva del modello di politica di massa della sinistra storica, alla cui

rivitalizzazione avevano lavorato anche tante componenti della nuova sinistra. La crisi da un lato si

traduce in varie forme di ripiegamento nell'esperienza privata, dall'altro porta invece al

consolidamento di nuove forme di partecipazione delle classi medie.

Grazie allo sviluppo del settore dell'istruzione, si ha notevole aumento del ceto medio, con un

altissimo potenziale economico e intellettuale, e una forte aspirazione al controllo autonomo della

propria attività.

In parallelo diventa inoltre più evidente la diffusione, presso le nuove generazioni, di sistemi di

valore di tipo post-materialista, orientati cioè all'auto-realizzazione, alla libertà di espressione e più

in generale alla libertà di scelta nel corso della vita, e diventano meno sensibili le questioni più

prettamente materiali come il controllo di risorse economiche o la sicurezza.

I Nuovi Movimenti Sociali riflettono il passaggio da una forma di conflitto basata sul controllo di

risorse materiali e di influenza politica ad una forma centrata invece sul controllo delle risorse

intellettuali e dei meccanismi di produzione e circolazione della conoscenza. I repertori di azione

adottati da questi Nuovi Movimenti sono più variegati rispetto a quelli dei movimenti operai, che

sottolineavano soprattutto la manifestazione e lo sciopero come forma di azione che garantiva la

massima visibilità pubblica e la massima capacità di perturbamento della routine quotidiana.

Nel complesso però le loro mobilitazioni tendono ad avere una scala relativamente modesta ed a

emergere grazie all'intensità dell'impegno in esse riposto da gruppi ristretti di militanti.

In tutti i casi tende a prevalere, sulla logica dei numeri, una logica della testimonianza in cui conta

molto il contributo individuale (tentativo di coniugare in qualche modo la sfera privata e quella

pubblica dell'impegno). Lungi dal rappresentare una risposta di tipo controculturale e

neo-comunitario alle tecnocrazie del capitalismo maturo, l'esperienza di questi Nuovi Movimenti

fornisce l'opportunità dunque per il rilancio di forme di azione collettiva centrate sull'idea di

competenza tecnica, su un terreno prossimo a quello delle classiche lobbies di interesse pubblico.

Nel corso degli anni '80 il baricentro dell'azione collettiva si sposta dall'Europa meridionale verso

l'Europa nord-occidentale. Il fenomeno dei Nuovi Movimenti Sociali è infatti più accentuato nei

paesi di cultura protestante, che lasciano uno spazio assai più forte alla responsabilità individuale,

che nei paesi cattolici. Complessivamente la capacità di mobilitazione dei Nuovi Movimenti Sociali

è più ridotta di quella dei movimenti della fase precedente, nonostante i livelli di consenso in

astratto molto più elevati, soprattutto nel caso dell'ambientalismo.

Vi sono indubbiamente molti candidati a rappresentare la base per nuove fratture, in particolare il

genere, l'ambiente, l'etnia. Manca però da u lato, un'interpretazione unificante, un modello

condiviso che permetta di legare in una narrativa condivisa le mobilitazioni su esperienze

obiettivamente molto differenziate. L'enfasi sulle differenze (così forte nel caso dei Nuovi

Movimenti) non facilita certamente la creazione di un universi simbolico comune.

Per molti versi l'esperienza dei Nuovi Movimenti sembra costituire una riproposizione della politica

pluralista basata su attori indipendenti che si aggregano di volta in volta in configurazioni diverse,

in coalizioni ad hoc, senza mai elaborare una prospettiva comune di più ampia portata.

Tuttavia nel complesso, nonostante alcune grandi campagne promosse dal femminismo dei tardi

anni Settanta, le principali mobilitazioni del periodo hanno carattere prettamente reattivo, come

quelle che seguono l'incidente di Chernobyl; ovvero sono il frutto di coalizioni ad hoc, condotte in

forte collaborazione con la sinistra storica, come le mobilitazioni per la pace dei primi anni Ottanta

contro i missili Cruise.

Tutto ciò non impedisce per altro che le rivoluzioni de l'89 rappresentino una esplosione rapidissima

e di breve durata in un quadro caratterizzato complessivamente da bassi livelli di mobilitazione

della società civile.

4) Populismo e generazione dei conflitti

Gli anni novanta sono caratterizzati dal almeno due fenomeni.

− L'estensione del modello dei Nuovi Movimenti Sociali a paesi che ne erano stati toccati in

misura molto limitata, in particolare la Gran Bretagna. Questo trova la sua forma più visibile

nelle proteste contro la costruzione di nuove strade, con coalizioni che comprendono

tradizioni di azione collettiva assai diverse: spesso con una forte influenza della affluent

middle class. I dati mostrano in effetti che il Regno Unito è il paese con maggiore intensità

di protesta pubblica sui temi ambientali nel corso degli anni '90.

Si rivitalizza inoltre l'azione collettiva con un marcato carattere culturale ed espressivo, riflessa ad

esempio nel fenomeno dei cosiddetti rave parties e nell'azione di gruppi come Reclaim the streets

che alla fine degli anni '90 terrorizzano e praticano la riappropriazione degli spazi pubblici. Questa

si lega in qualche modo alle esperienze delle comunità contro-culturali che promuovono stili di vita

e pratiche alimentari diverse, come i vegan.

− Processo di rilievo e di gran lunga più importante, che riguarda però il consolidamento di un

modello di politica populista, che presenta in vari casi, tra cui l'Italia, tratti marcati di rivolta

anti-politica, e che in ogni caso elabora una forte critica delle élites politiche emerse dal

dopoguerra. Questa trasformazione ha come precursore il thatcherismo, che è per altro

soltanto la manifestazione più esplicita di un processo assai più ampio di mobilitazione

diffusa dei ceti medi contro lo Stato sociale (le strategie politiche che ne hanno ispirato

l'azione e la centralità assunta dalle organizzazioni sindacali tra gli anni '60 e gli anni '70). In

Italia, già nell'autunno del 1980 la cosiddetta “marcia dei quarantamila” a Torino non segna

soltanto la fine di una vertenza sindacale particolarmente aspra alla Fiat, ma un'inversione di

tendenza nelle relazioni industriali.

Non si possono dimenticare i fenomeni di partecipazione locale urbana che cominciano a

manifestarsi nella forma di comitati civici su questioni di stretta rilevanza locale, e che non

riflettono necessariamente posizioni progressiste, anche se il sovrapporsi dello sviluppo del

fenomeno comitati e dell'ambientalismo ingannerà vari osservatori. Sono ad ed esempio da notare,

sempre in Gran Bretagna, le dimostrazioni di chiaro segno moderato promosse tra il 1997 e il 1002

dalla Countryside Alliance contro le limitazioni alla caccia e più in generale le politiche di

protezione ambientale, o le cosiddette fuel prtests legate allo sciopero dei camionisti.

Le tematiche toccate dalle mobilitazioni neo-populiste spaziano dall'opposizione alle tasse, alle

mobilitazioni locali anti-immigrati e per l'ordine pubblico, alle questioni regionaliste. Esse

assumono spesso un carattere antisemitico in quanto negano, da un lato, la validità delle fratture

politiche tradizionali, dall'altro, la legittimità delle forme tradizionali della rappresentanza politica

basata sulla mediazione tra interessi e l'azione interna a canali istituzionali.

E' indubbio che le forme organizzative adottate a sostegno di queste opzioni politiche siano più

vicine al partito che al movimento (la Lega Nord e Forza Italia in Italia), in particolare, ad un partito

inteso non tanto come organizzazione democratica partecipativa, ma come strumento di una

leadership carismatica e autoritaria. È altrettanto vero che non sono necessariamente i movimenti

sociali vicini al modello organizzativo della sinistra, nelle sue versioni riformiste o radicali, a

rappresentare i principali attori del conflitto, e del mutamento, politico.

Nel complesso i livelli di partecipazione nell'Europa dell'Est conoscono a partire dagli anni '90 un

forte calo che porta a riconsiderare la natura dei processi di democratizzazione sviluppatisi in

quell'area.

5) Giustizia globale e conflitti locali

Dalla seconda metà degli anni '90 si intensificano le mobilitazioni in tutto il mondo che criticano la

globalizzazione e i suoi effetti. La battaglia di Seattle del novembre 1999 ne rappresenta il coagulo

e ne illustra meglio la varietà interna: vi si ritrovano infatti gruppi critici del capitalismo, gruppi

etnici o religiosi, gruppi femministi, ambientalisti, sindacati e community action groups. Si parla di

“movimento dei movimenti”.

Una caratteristica del movimento per la giustizia globale è quella di integrare iniziative che

mantengono un'amplissima autonomia e una specifica collocazione territoriale.

Le principali occasioni di mobilitazione sono fornite dai contro summit ai meeting periodici del G8.

Nonostante la natura pacifica di larghissima parte dei movimenti, si verificano in quel periodo

scontri violenti nelle piazze. L'altra grande occasione di mobilitazione è rappresentata dai forum,

organizzati su scala europea, il cui scopo principale non è soltanto sostenere specifiche proposte o

combatterne delle altre, ma favorire l'integrazione delle varie componenti del movimento attraverso

forme di comunicazione orizzontale e la sperimentazione di varie forme di democrazia deliberativa

(le più importanti mobilitazioni del periodo sono peraltro quelle pacifiste).

Il 15 febbraio 2003 milioni di persone in tutto il mondo si mobilitano in quella che è con tutta

probabilità la più grande manifestazione transnazionale della storia.

Nel movimento per la giustizia globale non è facile differenziare tra attività di rappresentanza

politica e attività di volontariato. Particolare rilievo assumono da questo punto di vista forme di

partecipazione politica di tipo consumeristico: da un lato, le reti di organizzazioni che promuovono

o comunque collaborano allo sviluppo del cosiddetto “commercio equo e solidale” rappresentano

una realtà cospicua (se non promuovono direttamente le campagne più strettamente politiche del

movimento per la giustizia globale ne contribuiscono comunque a diffondere modelli culturali e

valoriali), dall'altro, le attività di boicottaggio di prodotti si prestano particolarmente a campagne su

scala internazionale, rivitalizzando così una tradizione di attivismo politico ben radicata nella storia

contemporanea. Dal punto di vista delle forme organizzative l'organizzazione-rete diventa il

modello ispiratore, assicurando forme di coordinamento relativamente efficienti e non

completamente destrutturate. Sul piano ideologico l'organizzazione-rete appare legittima in quanto

sottolinea soprattutto la dimensione orizzontale dei rapporti interpersonali ed Inter-organizzativi,

interni a un movimento. A livello locale i social forum si configurano come organizzazioni-rete che

coordinano tra loro i vari gruppi mobilitati su tematiche eterogenee. Su scala transnazionale,

organizzazioni come Attac o gli stessi Amici della Terra si avvicinano a questo modello, con ampia

autonomia per le sezioni nazionali dell'organizzazione.

La diffusione di forme di organizzazione reticolare e le trasformazioni nelle forme di partecipazione

vanno di pari passo con la crescita delle comunità virtuali, che connettono individui con simili

orientamenti e valori attraverso forme di comunicazione mediata dal computer. In alcuni casi si

tratta di soggetti accomunati da specifiche culture professionali e/o scientifiche (comunità

epistemiche), in cui il ruolo dell'esperto risulta ulteriormente valorizzato.

E' innegabile che la tecnologia faciliti notevolmente la comunicazione interna ai gruppi, offrendo al

contempo nuove opportunità di azione politica attraverso nuove tecniche di sabotaggio della

comunicazione altrui e di diffusione dei messaggi ad un pubblico più vasto.

Il movimento per la giustizia globale riporta al centro delle campagne la questione della

disuguaglianza sociale. Non soltanto in riferimento alle popolazioni del sud del mondo, ma anche

in relazione alle fasce interne ai paesi occidentali. Queste comprendono sia la classe operaia,

(soprattutto quella delle piccole unità produttive a basse garanzie sindacali, e più in generale il

proletariato bianco dei servizi) sia le comunità immigrate che di quest'ultimo rappresentano ampia

componente. Si moltiplicano infatti le mobilitazioni dei sans papier a richiesta di diritti minimi di

cittadinanza. Ad esse si affiancano varie mobilitazioni anti-razziste e per la tutela di diritti umani

fondamentali.

L'alter-mondialismo si lega anche ai sindacati, seppure con un rapporto variabile: il coinvolgimento

è più esplicito nei paesi dove il cleavage di classe è più saliente, in particolare quelli dell'Europa

meridionale; più sfumato invece in paesi dove tale frattura è meno vitale, come quelli dell'Europa

settentrionale. In quei casi le collaborazioni sono meno sistematiche, e la mobilitazione per la

giustizia globale passa più spesso attraverso attori istituzionalizzati, grazie anche alle opportunità

fornite ad esempio della coalizione rosso-verde in Germania o dal New Labour in UK.

Per la prima volta dopo quarant'anni sembra configurarsi un modello di interpretazione dei conflitti

in grado di legare tra loro tematiche e interessi alquanto differenziati, sottolineando le conseguenze

negative per gruppi sociali e comunità dei processi di globalizzazione, ed individuando nel

neoliberismo e nelle sue istituzioni il soggetto sociale responsabile della situazione che si vuole

verificare.

Rimane da valutare la capacità di un movimento che non si basa su strutture permanenti, che in

passato si sono sempre rivelate essenziali al fine di garantire continuità. E' poi discutibile in quale

misura gli attentati de l'11 settembre 2001 e la risultante war on terror abbiano frenato le

prospettive di sviluppo dell'attivismo globale.

6) Conclusioni

E' indubbia la crisi delle fratture tradizionali, e segnatamente di quella di classe, crisi che si riflette

anche dati individuali sull'adesione a partiti e sindacati. Fra il 1980 e il 2000 gli iscritti ai primi

celano ovunque, con l'eccezione di Grecia, Spagna, Slovacchia e Ungheria. Stesse considerazioni

valgono per le organizzazioni sindacali, i cui aderenti non si riducono soltanto in Belgio, Finlandia

e Spagna. È invece più discutibile che i Nuovi Movimenti Sociali abbiano introdotto un effettivo

riallineamento dello spazio conflittuale europeo. Qualche risultato è stato ottenuto sul piano

elettorale: i partiti ad essi legati hanno avuto risultati significativi in alcuni paesi, in particolare in

Germania, ma modesti in altri, tra cui l'Italia.

L'ambientalismo, che pure non può essere ridotto interamente ai nuovi movimenti, ne rappresenta la

componente più significativa, consolidandosi negli anni Novanta dopo la crescita degli anni Ottanta.

L'associazionismo per i diritti umani ha seguito lo stesso percorso. Stabile, ed in Europa

meridionale in calo, sembra invece l'adesione ai gruppi femministi, così come a quelli pacifisti.

Nell'ultimo decennio, il movimento per la giustizia globale ha proposto un messaggio

potenzialmente in grado di ricompattare molti attori sociali diversi. La capacità di creare nuove

polarizzazioni è tuttavia stata maggiore nel caso del populismo, ma è anche in questo caso difficile

parlare di un cleavage in senso stretto, capace di aggregare i soggetti collettivi in sistemi di

appartenenza relativamente coerenti ed integrati. Alleanze e opposizioni si formano in buona misura

su convergenze ad hoc, senza dare luogo a forme di relazione di più lunga durata. Questo vale

anche per le rivitalizzate mobilitazioni sui temi del lavoro, dove accanto alle organizzazioni

sindacali si trovano più frequentemente organizzazioni autonome, coalizioni mono-tematiche, reti di

soggetti che non si sentono legati ad alcuna organizzazione strutturata. Boicottaggio di prodotti,

trasformazione degli stili di vita e in particolare di consumo, partecipazione a campagne di

pressione via Internet, sono tutte forme di azione adottabili dagli individui con ampi gradi di

flessibilità, che rendono l'azione collettiva meno dipendente dalle strutture organizzative

formalizzate.

Cresce certamente la quota di chi dichiara di aver già partecipato ad azioni di tipo consumerista

come il boicottaggio di specifici prodotti/imprese, così come cresce, seppure in misura minore, la

disponibilità a farsi coinvolgere in forme di azione non convenzionali come gli scioperi selvaggi o

le occupazioni di edifici. Crescono però anche le percentuali di cittadini disposti a partecipare in

una delle forme classiche della partecipazione politica nelle società industriali, la dimostrazione

autorizzata, e perfino la disponibilità a firmare petizioni. Nell'Europa settentrionale e occidentale

prevalgono tattiche più vicino ai Nuovi Movimenti o ai gruppi di interesse pubblico, come

boicottaggi o petizioni, nell'Europa mediterranea sono invece più diffusi scioperi, occupazioni...

E' indubbio che tra gli anni Settanta a oggi il numero di eventi transnazionali (dimostrazioni, forum,

conferenze di varia natura) in cui organizzazione della società civile si sono mobilitate sia

aumentato drammaticamente. Il consolidamento dell'Unione Europea e del ruolo politico della

Commissione ha generato importanti opportunità di azione per la tutela di interessi che in sede

nazionale ricevevano spesso modesta attenzione (minoranze etnico-linguistiche con una specifica

base territoriale/associazioni ambientaliste). Da questo punto di vista è indubbio che si sia arrivati

ad una trans-nazionalizzazione del conflitto; in effetti, larga parte dei processi conflittuali continua

ad investire primariamente gli Stati nazionali. Al tempo stesso crescono i conflitti che investono le

istituzioni dell'Unione Europea. Si tratta di proteste in cui i Nuovi Movimenti Sociali hanno un

ruolo modesto, e in cui prevalgono i portatori di interessi economici, dai pescatori o agricoltori ai

camionisti, o ai lavoratori dell'industria. La strada verso la costruzione di uno spazio politico

genuinamente europeo appare ancora lunga e per vari aspetti incerta.

Migrazioni e nuove eterogeneità etniche

L'Europa non è mai stato un continente immobile. Per tutta l'età moderna, la mobilità geografica è

stata una parte integrante del ciclo di vita di un'ampia varietà di strati sociali e dell'organizzazione

sociale ed economica del territorio. Prima o dopo la Rivoluzione industriale, sistemi di mobilità

dalle campagne alle città si sono intrecciati con sistemi di mobilità a lungo raggio, finalizzati sia a

permanenze temporanee sia ad insediamenti di lungo periodo, e con forti flussi d'emigrazione verso

le aree extraeuropee. Lo straordinario sviluppo economico dell'Europa occidentale a partire dal

1820 ha causato, ma al tempo stesso si è basato su, una mobilità del lavoro sempre più vasta e

apertamente incentivata. I sistemi economici europei hanno sempre manifestato una domanda di

lavoro straniero e le classi dirigenti degli Stati europei si trovano da secoli a fare i conti con le

conseguenze politiche della mobilità spaziale, la quale è divenuta un potente fattore di mutamento

sociale per tutta la società europea, mettendo in discussione molti quadri interpretativi consolidati

sia a livello empirico che normativo. Nei primi anni Sessanta, l'Europa si trovava in una fase di

transizione: ampia parte delle presenze extraeuropee giunte sul continente nel corso del secondo

conflitto mondiale erano rientrate nei loro paesi d'origine; la domanda di lavoro straniero attivata

dalla ricostruzione era in primo luogo soddisfatta attraverso l'impiego del vasto numero di rifugiati

e di displaced persons europee presenti ancora in gran numero; decrescenti, ma rilevanti, flussi di

rifugiati provenivano dai paesi del blocco sovietico, attraverso le piccole smagliature nella Cortina

di Ferro che sarebbero state definitivamente chiuse solo nel 1961; accordi bilaterali garantivano

l'afflusso di grandi numeri di lavoratori italiani poco qualificati per le fabbriche e le miniere

tedesche, olandesi e belghe; in altri paesi, la domanda di lavoro straniero veniva soddisfatta da

sudditi coloniali, che venivano sottoposti ad un regime di controllo ferreo ed altamente

discrezionale. In termini migratori, L'Europa degli anni Sessanta poteva essere distinta in tre aree:

− la mobilità spaziale in Europa orientale era rigidamente controllata in senso restrittivo e

confinata all'interno del blocco sovietico e tra i paesi socialisti

− I paesi dell'Europa meridionale erano paesi d'origine di consistenti flussi d'immigrazione

verso l'Europa centro-settentrionale

− I paesi dell'Europa centro-settentrionale competevano attivamente sul mercato del lavoro

internazionale per assicurare ai propri imprenditori un numero sufficiente di nuovi lavoratori

La suddivisione geografica attuale è molto diversa dagli anni Sessanta:

− l'Europa orientale è tornata a rappresentare una delle principali aree d'emigrazione verso

l'Europa occidentale.

− I paesi dell'Europa centro-settentrionale registrano flussi d'immigrazione relativamente

contenuti.

− i paesi dell'Europa meridionale, dove gli immigrati erano negli anni Sessanta una vera e

propria rarità, ricevono oggi flussi molto elevati e crescenti di nuovi immigrati.

I flussi migratori sono diversi anche per la qualità: si tratta di un'immigrazione meno maschile che

nel passato, sia per lo sviluppo di flussi prevalentemente femminili, sia per l'intensità dei

ricongiungimenti familiari da parte degli immigrati stessi. Un forte cambiamento rispetto al passato

riguarda l'atteggiamento dei governi e dell'opinione pubblica nell'area europea. I migranti hanno

prevalentemente fatto ricorso ai canali legali sui quali i governi potevano esercitare una minore

discrezionalità (richiesta di asilo, protezione umanitaria e ricongiungimento familiare) oppure

all'ingresso irregolare o clandestino. L'opposizione all'immigrazione è frequente e molto diffusa,

fornendo anche un fertile terreno per la nascita di nuovi movimenti politici.

Un'analisi accurata mostra il progressivo affievolimento delle selettività etniche e razziali sia nelle

politiche degli ingressi sia nelle successive politiche della cittadinanza.

1) Le trasformazioni nei sistemi migratori europei (1960-1973)

La costruzione del Muro di Berlino interrompe i flussi di rifugiati, tagliando così per un lungo

periodo i tradizionali rapporti tra i paesi dell'area germanica e le aree d'emigrazione dell'Europa

orientale. A tutto questo si risponde con il reclutamento attivo dei lavoratori all'estero. Questo

processo di sostituzione non è spontaneo; esso avviene infatti attraverso l'attivazione del complesso

di meccanismi istituzionali già sperimentati nel periodo bellico: agenzie pubbliche con sedi

all'estero che reclutano, nel quadro previsto da accordi bilaterali tra lo Stato d'emigrazione e quello

di immigrazione, direttamente i lavoratori nei paesi d'origine dopo averli selezionati accuratamente.

Questi lavoratori vengono, infatti, percepiti e considerati come presenze “temporanee” e

congiunturali, che non mettono in discussione l'omogeneità etnica della popolazione. Essi possono

contare in molti casi su una maggiore tolleranza verso il mantenimento della cultura e della lingua

del paese d'origine. Questi non sono i “benvenuti” in termini socio-culturali, ma vi è una notevole e

condivisa consapevolezza che essi sono “richiesti”, dato che l'offerta di lavoro dequalificato è

insufficiente. L'immigrazione viene quindi vista come un fenomeno non desiderabile ma tuttavia

economicamente necessario nelle condizioni socio-politiche date. Il processo di decolonizzazione in

Francia e nel Regno Unito è destinato a introdurre significativi cambiamenti negli equilibri

demografici europei, attraverso il ritorno di milioni di “cittadini” che molto spesso non avevano

visto per generazioni la “madrepatria” e che talvolta non possedevano alcuno dei tratti somatici coi

quali gli abitanti delle “madre-patrie” amavano identificarsi (la liberazione dell'Algeria portò

all'insediamento in Francia di centinaia di migliaia di pieds noirs). L'organizzazione delle colonie

non si basa soltanto sui coloni inviati dalla madrepatria: molta parte delle attività era gestita da

gruppi e categorie di colonizzati integrati stabilmente nell'amministrazione coloniale. Ai flussi di

ritorno dei coloni si accompagnano quindi flussi di individui di origine non europea che fuggono

dalla sconfitta nel conflitto coloniale (in Francia ci fu l'ingresso di oltre due milioni di individui

algerini che si erano schierati a fianco dell'esercito francese nella guerra di liberazione dell'Algeria).

Questi rappresentano una soluzione alla forte domanda di lavoro straniero espressa dallo sviluppo

economico degli anni Sessanta, ma rappresentano anche una sfida rilevante per l'identità stessa delle

ex società imperiali. Si tratta infatti di individui dall'identità ambigua, contemporaneamente

cittadini e stranieri. Per i paesi che si avvalgono maggiormente di questi tipo di flussi l'obiettivo è

quello di regolare il mercato del lavoro attraverso la determinazione indipendente del numero

complessivo di ingressi compatibile con gli obiettivi della propria politica economia.

In tutti i paesi i controlli statali si dirigevano principalmente ad evitare una concorrenzialità tra

lavoratori immigrati ed autoctoni e ad attivare accordi diplomatici con gli Stati fornitori di

manodopera al fine di regolare le condizioni previste per tali scambi. La gestione dei flussi di

lavoratori in questo periodo mostra una struttura duale, dove l'impostazione dell'intervento statale

ha principalmente una funzione retorica di rassicurazione, mentre la gestione dei flussi reali è

dominata dall'attivismo dei datori di lavoro. Nel corso della recessione del 1966 i governi

introdussero senza problemi un blocco delle nuove assunzioni di nuovi lavoratori stranieri che

venne sostanzialmente rispettato e portò a una sensibile diminuzione dello stock di immigrati

presenti in diversi paesi. I programmi d'ingresso vennero rapidamente riaperti l'anno successivo,

quando l'economia di questi paesi ricominciò a crescere. E in tutta Europa si formò

progressivamente un ampio strato di “figli di immigrati” nati e cresciuti nel paese.

Negli stessi anni gli stessi governi e i tribunali gettavano le basi, nelle riforme costituzionali e

governative, per una sostanziale riduzione dei loro stessi margini di discrezionalità in merito.

Questo era reso possibile da una serie di circostanze storiche difficilmente ripetibili: in primo luogo

l'efficacia dei vincoli all'emigrazione da parte dei paesi del blocco sovietico riduceva fortemente il

numero dei rifugiati che potevano usufruire delle misure liberali introdotte proprio per loro dai paesi

occidentali e che erano divenute rapidamente un elemento integrante della retorica del “mondo

libero”. In secondo luogo l'elevata domanda di lavoro di lavoratori finiva per rendere altri canali,

quali il ricongiungimento familiare, relativamente meno appetibili e scarsamente utilizzati,

mantenendo quindi poco visibili le implicazioni espansive delle norme liberali e delle

interpretazioni giurisprudenziali che venivano man mano introdotte.

Due tendenze quindi che, complice l'attivismo del potere giudiziario nel corso degli anni Settanta e

Ottanta, entreranno rapidamente in conflitto nel periodo successivo.

2) La grande trasformazione: il blocco degli ingressi negli anni Settanta

A partire dalla fine degli anni Sessanta nascono forti conflitti politici ai quali seguono riforme

restrittive della legislazione. Se la preoccupazione politica cresce, cresce tuttavia anche la domanda

di lavoratori stranieri: tra il 1968 e il 1973, gli ingressi di lavoratori ospiti aumentano

significativamente. Lo shock petrolifero del 1973 rappresenta la data chiave per una drastica

discontinuità del sistema migratorio europeo; nel giro di pochi anni vengono congelati o cancellati

programmi d'ingresso di nuovi lavoratori: l'epoca dei lavoratori ospiti venne definitivamente chiusa.

I flussi migratori intra-europei, al momento dell'adozione delle politiche di blocco, erano fortemente

ridotti, e la transizione migratoria dei paesi dell'Europa meridionale era già largamente conclusa.

L'adozione delle pratiche di blocco è piuttosto l'effetto dei cambiamenti nei rapporti tra Stato e

mercato in Europa. Si tratta di un tentativo da parte dei politici e delle burocrazie pubbliche di

riaffermare una possibilità di controllo politico sulle dinamiche economiche. L'immigrazione è

divenuta un fenomeno che fornisce vantaggi agli imprenditori scaricandone i costi sulla popolazione

e sul sistema dei servizi pubblici. Si sostiene infatti che la disponibilità di lavoratori stranieri

scoraggi le imprese dall'investire sia nell'innovazione tecnologica, sia nello sviluppo di settori

industriali adatti alle caratteristiche professionali della manodopera nativa.

La crisi petroliera sembra quindi rappresentare l'evento che consente ai decisori politici europei di

rispondere alla crescente pressione dell'opinione pubblica e di riaffermare l'egemonia statista

sull'economia, riguadagnando un controllo dello Stato sui processi di formazione della forza lavoro.

In un primo momento, le politiche di blocco parvero ottenere gli effetti desiderati: i flussi in

ingresso diminuirono e i flussi in uscita aumentarono leggermente, ma già alla fine degli anni

Settanta, la bilancia migratoria dei paesi d'immigrazione era di nuovo positiva, sia per l'ingresso di

nuovi stranieri sia per la contrazione nel numero di coloro che erano disponibili a ritornare in patria.

I lavoratori stranieri venivano sostanzialmente considerati come oggetti di decisione piuttosto che

come attori dell'integrazione.

Nei fatti, le politiche di blocco finirono per convertire ampia parte dei lavoratori stranieri presenti in

immigrati presenti (coloro che sono già presenti sul territorio tendono a stabilirvisi definitivamente);

molti stranieri accelerarono la richiesta di essere raggiunti dai loro familiari, contribuendo al

processo di sedentarizzazione e aumentando la percentuale di stranieri presenti non attivi sul

mercato del lavoro. L'adozione delle politiche di blocco finì quindi presto.

La contrazione della forza lavoro industriale produsse tassi di disoccupazione tra gli stranieri

superiori a quelli, già alti, dei nativi. Una strada sperimentata in questi anni è anche quella volta a

favorire il rimpatrio volontario degli immigrati. Anche queste politiche si trovarono davanti ad un

dilemma: se gli incentivi sono collocati ad un livello sufficientemente alto, essi risultano molto

costosi; se gli incentivi sono economicamente poco appetibili, i ritorni riguardano piccoli volumi di

lavoratori che sarebbero presumibilmente “ritornati” anche in assenza di incentivi.

Alla fine degli anni Settanta comincia ad emergere nella classi dirigenti dei paesi europei una

politica del doppio binario: si ritiene necessario facilitare l'integrazione degli stranieri già presenti,

riconoscendo in qualche modo che essi sono una componente ormai stabile della popolazione

europea, ma anche prevenire sistematicamente il registrarsi di ulteriori ingressi, sulla base

dell'assunto che lo sviluppo economico europeo non debba ricorrere di nuovo al lavoro straniero

poco qualificato (per porre fine allo stati di segregazione ed esclusione precedente). Oltre ai

problemi di diseguaglianza economica vi è il problema della revisione del sistema delle identità

collettive, per far fronte alla presenza stabile di individui e gruppi percepiti come molto diversi in

termini razziali e religiosi.

In queste condizioni, la politicizzazione del tema dell'immigrazione, intrecciandosi con il processo

di sedentarizzazione dei lavoratori stranieri, diviene fonte di forti conflitti politici. Nella seconda

metà degli anni Ottanta si registrò inoltre un contenuto incremento delle richieste di asilo politico e

venne introdotto l'obbligo di visto per i paesi dai quali provenivano i potenziali richiedenti asilo,

così che essi potessero entrare sul territorio europeo per presentare domanda.

3) Lo smantellamento della Cortina di Ferro e la crisi dell'asilo

In primo luogo, sotto la spinta di un complesso di fattori (lo sviluppo economico, l'invecchiamento

della popolazione, la forza dell'economia sommersa) i paesi dell'Europa meridionale diventano

attrattori di flussi d'immigrazione, che crescono rapidamente in volume per tutti gli anni Novanta.

In secondo luogo, la rapida implosione del blocco sovietico e l'aumento dell'instabilità nel Balcani

modificano radicalmente la geopolitica dei controlli migratori europei, riaprendo sistemi migratori

precedentemente paralizzati. Nonostante le politiche volte a favorire la libera circolazione dei

lavoratori all'interno dei paesi dell'Europa comunitaria, la mobilità interna nel corso degli anni

Novanta è molto contenuta e, dalla fine degli anni Sessanta, in costante diminuzione. Il tentativo di

soddisfare la domanda di lavoro straniero con una maggiore circolazione dei lavoratori comunitari è

sostanzialmente fallito.

Il primo effetto della Cortina di Ferro è la riapertura dei flussi dei cosiddetti coetnici, dei cittadini

cioè dell'Europa orientale che possono riacquistare la cittadinanza del paese del quale provengono i

loro antenati. Un secondo effetto è la rapida crescita dei richiedenti asilo e dei rifugiati. È il periodo

nel quale si diffonde in tutta Europa lo spettro di una crisi migratoria, di una perdita di capacità da

parte degli Stati sia di regolare i flussi transnazionali sia di integrare popolazioni culturalmente

aliene. Sono gli anni nei quali si sviluppa compiutamente il sistema Shengen, che standardizza i

visti d'ingresso e i controlli di frontiera, la convenzione di Dublino, che regola le domande di asilo

politico, e le prime forme di controllo sistematico della popolazione straniera in condizione

irregolare. La riforma del diritto d'asilo ha comportato forti conflitti sia in Germania che in Francia.

Nella seconda metà degli anni Novanta, il numero di domande d'asilo in Europa Occidentale è sceso

in misura significativa. Se a ciò si aggiunge il ritorno fortemente controllato di ampia parte dei

rifugiati dei Balcani d'origine e l'introduzione di quote rigide per le migrazioni di coetnici, si può

concludere che, nell'arco di meno di un decennio, i governi europei, sono riusciti ad introdurre

riforme restrittive relativamente efficaci.

Questo non vuol dire che l'immigrazione verso l'Europa si sia fermata; è vero che l'ampia

maggioranza dei governi europei sono ancora rigidamente contrari a qualunque forma di

reclutamento di lavoratori stranieri dall'estero, e che le opinioni pubbliche europee tendono a

manifestare un atteggiamento fortemente critico verso ogni ammorbidimento della linea restrittiva.

Le norme sull'asilo politico e sulla protezione umanitaria sono ancora oggi più liberali di quelle che

vigono in altri paesi del mondo (incluso in diverse democrazie consolidate). Nel corso degli ultimi

due decenni, molte forme di sanatoria , non solo nei paesi dell'Europa meridionale, hanno

trasformato centinaia di migliaia di immigrati irregolari in residenti stranieri.

Le politiche restrittive degli anni Novanta hanno avuto come primo obiettivo la ripresa del controllo

sui flussi migratori, e non l'obiettivo di una chiusura sistematica. La migliore prova di questa analisi

è data dallo stesso processo di allargamento dell'Unione Europea completato tra il 2004 e il 2006.

Resta il fatto che, a partire dal 2000, alcune delle principali aree di emigrazione verso i paesi

dell'Europa occidentale hanno potuto godere di forme sempre più libere di circolazione.

Tutto questo rivela una crescente polarizzazione dei nuovi ingressi: tra lavoratori che risiedono in

Europa in condizione irregolare, e che devono fare i conti con un sistema di controllo più rigido e

pervasivo, e lavoratori che possono invece godere delle garanzie proprie dei cittadini dei paesi paesi

membri dell'Unione Europea.

4) Il cambiamento dell'Europa meridionale

I flussi di richiedenti asilo e rifugiati sono stati molto rilevanti per la Germania e la Francia, ma

sono stati invece trascurabili per i paesi dell'Europa meridionale. Questi ultimi, negli stessi anni

attraevano (a attraggono) numeri relativamente limitati sia di richiedenti asilo sia di rifugiati mentre,

al contrario, esprimevano (ed esprimono) una forte domanda di lavoro straniero. A partire dalla fine

degli anni Settanta, l'intero arco dell'Europa mediterranea, dalla Grecia al Portogallo, comincia a

vedere flussi di immigrazioni superiori a quelli di emigrazione.

In primo luogo, in tali paesi, lo sviluppo dei sistemi migratori non ha radici in programmi attivi di

reclutamento di lavoratori all'estero; piuttosto, si tratta di un'immigrazione veicolata da una pluralità

di sistemi migratori che reagiscono a una moltitudine di opportunità decentrate.

In secondo luogo, tali flussi vengono regolati secondo un modello peculiare che prevede un

ingresso irregolare o clandestino seguito da un periodo, più o meno lungo, di lavoro nell'economia

sommersa prima di essere regolarizzato in occasione delle periodiche sanatorie di massa.

I flussi migratori trovano le maggiori capacità espansive nei servizi ad alta intensità di lavoro, nelle

costruzioni e nel lavoro domestico e di cura.

5) Le migrazioni in Europa nel nuovo secolo

Tutti i paesi europei sono oggi meta di flussi migratori, e in tutti i paesi europei è possibile oggi

trovare residenti che non corrispondono all'immagine etnica tradizionalmente attribuita alla

popolazione di quel paese.

In primo luogo, occorre tenere presente che l'attuale popolazione immigrata in Europa è il prodotto

di una sedimentazione antica e complessa. Un gran numero di stranieri è ancora il prodotto

dell'epoca della ricostruzione post-bellica, ed in particolare dei flussi di lavoratori ospiti e di ex

cittadini coloniali. Questo segmento di immigrati si è progressivamente trasformato, attraverso i

processi di ricongiungimento familiare, in un'immigrazione di popolamento che comprende

un'ampia e crescente quota di “figli di immigrati” nelle coorti più giovani della popolazione

europea. A questo segmento si è successivamente sovrapposto un nuovo e significativo strato di

immigrati più giovani, giunti tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni dei Novanta. Questi due

strati sono spesso diversi dai primi per composizione socio-anagrafica e per luogo di residenza. Un

ulteriore strato ha cominciato a comporsi, attraverso l'immigrazione irregolare, soprattutto nei paesi

dell'Europa meridionale. Ogni strato è caratterizzato non soltanto da una determinata traiettoria

migratoria, ma anche da specifici status e possibilità di inserimento nella società ricevente.

Due immigrati identici per caratteristiche socio-demografiche e anzianità migratoria possono godere

di condizioni molto diverse, ad esempio se uno di essi detiene la nazionalità di un paese

comunitario e l'altro no (differenze di condizione e status). Un complesso intreccio tra norme

nazionale e comunitarie, e tra interpretazione ed applicazioni amministrative delle uno e delle altre,

produce attraverso tutta Europa profonde differenze nei processi di inserimento degli stranieri e dei

loro discendenti. Gli stessi figli degli immigrati possono essere cittadini dei paesi in cui vivono in

alcuni casi e “stranieri” in altri. Infatti se tutti i paesi europei sono paesi d'immigrazione , non tutti

hanno gli stessi tipi di immigrati. Una seconda differenza è che in alcuni paesi europei, come in

Germania e Olanda, la disoccupazione tra immigrati è superiore a quella dei nativi, per effetto sia

della struttura produttiva sia della presenza di misure di Welfare che riducono l'offerta di lavoro

dequalificato. In altri paesi invece, come nei nuovi paesi d'immigrazione dell'Europa meridionale, il

tasso di occupazione degli immigrati è molto elevato, marcatamente superiore a quello dei nativi. Il

numero di stranieri che lavora in occupazioni instabili o nell'economia sommersa è particolarmente

alto. Sono paesi dove il costo dell'immigrazione per il regime di Welfare è sostanzialmente limitato.

Al contrario, è la forte presenza di lavoratrici straniere addette al lavoro di cura a costituire ormai

una “stampella” fondamentale dell'intero regime di Welfare. Un terzo elemento importante è

costituito dalla struttura di opportunità che i diversi sistemi politici offrono agli immigrati nei

diversi paesi per la loro rappresentazione collettiva.

Nei diversi paesi europei, immigrati anche socio-demograficamente simili tendono a sviluppare

nello spazio pubblico forme identitarie diverse, definite dalla compatibilità con l'immagine

dell'immigrato radicata nella cultura politica del paese d'insediamento. L'immigrazione si combina

con le fratture sociali già esistenti nella società d'insediamento espandendole lateralmente, piuttosto

che non creandone di nuove.

6) Conclusioni

I settori economici nei quali i lavoratori immigrati sono maggiormente inseriti (costruzione,

agricoltura intensiva, lavoro domestico e di cura) sono anche i settori dove è scontata l'impossibilità

di decentrare la produzione all'estero e dove meno probabile appare lo sviluppo di ulteriori

innovazioni di processo: è quindi difficile che la domanda di lavoro straniero trovi canali

funzionalmente equivalenti per essere soddisfatta. Si può ipotizzare che l'Europa conoscerà anche

nel prossimo futuro flussi significativi di immigrazione, e che almeno una parte di questi

proverranno da popolazioni tradizionalmente percepite come più lontane e distanti.

Multiculturalismo e cittadinanza

Una delle grandi trasformazioni che ha investito la società europea negli ultimi cinquanta anni ha

indubbiamente a che fare con la crescita e il radicamento delle migrazioni internazionali, la cui

diversità ha messo alla prova i dispositivi di integrazione sociale delle società riceventi. Se per

buona parte del periodo considerato ha avuto ampio seguito il discorso multiculturale, oggi la

maggior parte degli osservatori ne ha decretato la crisi. Le politiche di cittadinanza sono oggi a loro

volta esposte alle fluttuazioni delle maggioranze e del consenso politico.

1)L'avvento del discorso multiculturale

Fino agli anni Settanta, la maggior parte dei governi europei interessati al fenomeno vedevano

l'immigrazione come un evento temporaneo e reversibile, destinato a colmare determinati

fabbisogni dei mercati del lavoro nazionali ma privo di conseguenze sociali più profonde. Limitati

interventi sociali, destinati ad assicurare un minimo di accoglienza ai nuovi arrivati, erano gli unici

investimenti ritenuti necessari. Talvolta si incoraggiava esplicitamente una migrazione stagionale, o

si prevedeva la rotazione e si disciplinava il rientro dei lavoratori stranieri.

Già all'epoca il fenomeno dei rifugiati postbellici e lo smantellamento degli imperi coloniali,

complicavano lo schema, comportando l'insediamento di popolazione (discendenti di antichi

emigranti, sfollati, perseguitati, funzionari, militari etc...) il cui rientro nei luoghi di origine non era

proponibile. Quando l'immigrazione era vista come un fenomeno irreversibile, subentrava un'altra

preoccupazione: quella della confluenza più rapida possibile nella comunità nazione, acquisendo

lingua, mentalità, modelli di comportamento, allineamenti politici ritenuti conformi allo status di

membri di un corpo sociale organico e consapevole di sé. La chiusura delle frontiere

all'immigrazione economica decisa dai paesi riceventi nella prima metà degli anni Settanta, in

seguito alle prime avvisaglie di cedimento del ciclo di sviluppo post-bellico, sanzionato dallo choc

petrolifero del '74 segna un'indubbia cesura nella ricezione dei movimenti di popolazione. Anziché

ritornare in patria, molti immigrati reagiscono agli irrigidimenti nei riguardi della mobilità

territoriale ricongiungendo le famiglie nei paesi in cui si sono insediati. Il punto di partenza è

identificabile nei movimenti per i diritti civili sorti in quegli anni, e in modo particolare nelle

domande di riconoscimento da parte di minoranze emarginate e oppresse. Queste rivendicazioni si

estendono rapidamente ad altri gruppi discriminati, dalle donne agli omosessuali, alle minoranze

etniche, linguistiche e religiose interne. L'islamismo nelle sue varie manifestazioni e correnti ha

rappresentato il principale veicolo delle istanze di riconoscimento delle identità culturali dei

migranti. I tradizionali approcci assimilazionisti, di fronte alle domande di riconoscimento e di

valorizzazione delle differenze, entrano in crisi. Sul piano del discorso politico, possiamo rilevare

che si è imposta per un certo periodo in Europa, all'incirca degli anni Ottanta fino agli inizi del XIX

secolo, una nuova ortodossia pluralista e multiculturale. Il fenomeno multiculturale non ha mai

costituito però un fenomeno organico e unitario: all'interno è possibile distinguere approcci più

radicali e altri più moderati, come pure una dimensione analitica (l'osservazione dell'insediamento

sul territorio di gruppi con riferimenti culturali diversi), e una componente normativa (le proposte

volte a istituzionalizzare e tutelare i gruppi culturalmente minoritari).

Si possono distinguere 4 tipi di incorporazione delle minoranze:

− l'assimilazione, comporta integrazione sociale con obblighi di conformità sul piano morale,

senza apertura verso il multiculturalismo

− il cosmopolitismo, il soggetto è l'individuo e non il gruppo, non sono dunque contemplati né

diritti di gruppo, né possibilità di controllo sui comportamenti individuali da parte di gruppi.

Fluidità e ibridazione contraddistinguono la società, giacché gli individui possono scegliere

quali aspetti riprendere delle loro tradizioni ancestrali e quali lasciar cadere

− il pluralismo frammentato, diventa centrale il gruppo minoritario e l'incorporazione passa

attraverso l'appartenenza di gruppi e l'esaltazione delle differenze culturali

− pluralismo interattivo, insiste a sua volta sui gruppi come strutture di mediazione, ma in

questo caso non solo i membri interagiscono con i non membri, ma anche i gruppi entrato in

rapporto e dialogano con altri gruppi.

2)I modelli nazionali di regolazione dell'immigrazione

Gli approcci multiculturalisti sono stati recepiti in modo diversi dai sistemi politici e dalle politiche

europee nei confronti di immigrati e minoranze etniche. L'analisi del grado di attaccamento dei

sistemi politici all'area dei lavoratori ospiti, alle visioni assimilazioniste o alle nuove istanze

multiculturali ha suscitato altresì la produzione di una vasta pubblicistica sui diversi modelli di

trattamento degli immigrati, intesi come costrutti ideal – tipici, ma al tempo stesso identificati con

diverse vie nazionali di gestione dei fenomeni migratori. Si distinguono di solito tre modelli:

− modello dell'immigrazione temporanea (esemplificata fino alla riforma del '99 dal caso

tedesco), modello che rispondeva, ad una concezione funzionalistica dell'immigrazione,

strettamente subordinata alle convenienze del paese ricevente e nella quale l'integrazione dei

lavoratori ospiti era limitata al minimo, con investimenti scarsi o nulli per l'insegnamento

della lingua e severi impedimenti nei confronti del ricongiungimento familiare. Tipica di

questo modello è la concezione chiusa, etnica della cittadinanza, attribuita in base al

principio dello ius sanguinis,ossia della discendenza da cittadini del paese. Anche le seconde

e persino le terze generazioni non accedono automaticamente alla cittadinanza e sono

considerate straniere, sebbene nate e cresciute nel paese in cui i loro genitori o addirittura i

nonni sono immigrati.

− Modello assimilativo (la Francia è la manifestazione più esplicita), in cui l'orientamento

delle politiche, almeno verso gli immigrati accettati e considerati assimilabili, muove in

direzione di una rapida omologazione anche culturale. Il processo si fonda su una

concezione repubblicana della nazione come comunità politica aperta all'ammissione di

nuovi cittadini, a patto che aderiscano alle regole della politica democratica e adottino la

cultura della nazione, intesa come ethos civico condiviso. I migranti, per poter far parte a

pieno titolo della nazione devono rendersi indistinguibili dalla maggioranza della

popolazione e le istituzioni devono promuovere in questo processo trattandoli secondo il

principio di eguaglianza. Le seconde generazioni accedono alla cittadinanza

automaticamente o quasi, in base al principio dello ius soli, per cui chi nasce sul territorio

del paese, ne acquisisce la nazionalità.

− Modello pluralista o multiculturale, in cui convergono esperienze storiche, matrici culturali,

orientamenti politici diversi. Può essere distinto in due varianti: la prima è quella liberale o

del “laissez faire” in cui le differenze culturali sono tollerate, ma non favorite da un impegno

diretto dello Stato. La seconda introduce invece politiche multiculturali esplicite, che

implicano la volontà del gruppo di maggioranza di accettare le differenze culturali,

modificando di conseguenza comportamenti sociali e strutture istituzionali.

Gli approcci multuculturalisti puntano a costruire un'organizzazione sociale di tipo pluralistico,

valorizzando e sostenendo la formazione di comunità e di associazioni di immigrati. Manifestazioni

culturali (musica, arti figurative), erezioni di luoghi di culto, eventi aggregativi, aperture al

bilinguismo in ambito scolastico, sono altri risvolti pratici delle politiche multiculturali. I

fondamenti giuridici delle società nazionali, ispirati alla tutela dei diritti individuali e

all'eguaglianza dei cittadini, non sono stati intaccati, su materie sensibili come la condizione

femminile o il diritto di famiglia. Son stati semmai ammessi modesti adattamenti, come quelli che

consentono, nel Regno Unito, agli uomini di religione sikh di indossare il turbante o alle donne

islamiche di portare un foulard, anche quando il loro lavoro comporta l'adozione di un'uniforme.

La vera linea di demarcazione non passa tra assimilazione e multiculturalismo, ma tra politiche di

inclusione e politiche di esclusione degli immigrati quindi.

3)Crisi del multiculturalismo, declino dei modelli

Nel discorso politico, sono tornate a prevalere preoccupazioni e istanze assimilazioniste, soprattutto

in seguito agli attentati del 2001, anche in paesi che avevano manifestato maggiori aperture in senso

multiculturale. Immigrati e musulmani per buona parte delle opinioni pubbliche tendono a diventare

sinonimi, e l'idea dell'immigrazione come minaccia per la sicurezza e il benessere delle società

occidentali chiama in causa in prima istanza gli approcci multicultralisti, accusati di produrre

separatezza e frammentazione sociale, attraverso l'istituzionalizzazione di comunità

autoreferenziali. Un paese-guida delle politiche multiculturali in Europa, come l'Olanda, è stato il

primo a introdurre corsi di lingua e integrazione culturale rivolti ai nuovi arrivati, e l'esempio è stato

rapidamente seguito da diversi altri governi europei, in forme più o meno vincolanti.

A questo mutamento del contesto politico si accompagnano le critiche al multiculturalismo condotte

sul piano scientifico. Una diffusa obiezione consiste nel rischio di irrigidire e naturalizzare le

differenze, in - casellando gli individui all'interno di contenitori etnici o culturali predefiniti:

nonostante la sincera volontà di promuovere mutua comprensione e scambi tra gruppi diversi il

rischio che si corre è quello di ricondurre i casi e le esperienze individuali entro appartenenze

collettive codificate. La preservazione delle identità culturali rischia di comportare separazione e

irrigidimento dei confini: se la diversità culturale è una ricchezza, va tutelata e promossa; ma per

fare ciò occorre mantenere una certa distanza dalla società maggioritaria ed evitare la mescolanza.

Un altro aspetto problematico consiste nel rischio di ricondurre i problemi strutturali di

discriminazione degli immigrati o delle minoranze etniche a problemi culturali di cattiva

comunicazione o di incomprensione. Bisognerebbe mettere in conto il fatto che le componenti più

deboli delle popolazioni immigrate ripiegano su se stesse e si oppongono all'integrazione soprattutto

quando restano confinate ai margini della società. Non vanno confuse le politiche di trattamento

dell'immigrazione con i processi effettivi di integrazione degli immigrati, tributari degli andamenti

economici, del funzionamento dei mercati del lavoro, della ricezione dell'immigrazione da parte

delle società riceventi, di politiche più complessive come quelle di Welfare.

Nei fatti si nota una convergenza tra Francia e Regno Unito perché simili sono le sfide da

affrontare: quelle di dare una cittadinanza effettiva a minoranze spesso trattate come componenti

sociali di seconda classe, mentre le preoccupazioni legate alla sicurezza tendono a individuare le

diversità religiose e culturali come minacce nei confronti dei valori condivisi e dell'identità

nazionale. I modelli riescono sempre meno a cogliere le congerie delle politiche e degli interventi

concreti; i casi nazioni con il passare degli anni si sono in vario modo evoluti, uscendo dalle

coordinate dei modelli originari; differenti categorie di immigrati ricevono trattamenti diversi da

quelli previsti dal modello generale; le politiche locali si discostano sempre più da quelle previste

dal modello nazionale.

4)La dimensione locale delle politiche di integrazione

Si può affermare che un territorio, con le sue istituzioni, le sue scelte politiche, il suo tessuto

associativo, può esercitare un ruolo attivo nel configurare forme più avanzate, o al contrario

arretrate, di inclusione dei migranti nella comunità locale e nel promuovere rapporti pacifici e

reciprocamente benefici tra vecchi e nuovi residenti. Le stesse istanze relative alle differenze

culturali, difficilmente accolte a livello di legislazioni nazionali, possono trovare a livello locale


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Sciolla Loredana.

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