Introduzione
Comprendere la trasformazione sociale
Lo spartiacque degli anni Sessanta
Uno sguardo d'insieme
L'intero XX secolo è stato caratterizzato da mutamenti e sconvolgimenti che hanno sollevato giudizi negativi, arrivando perfino a parlare di “epoca di massacri e di guerre”, “secolo violento e terribile”. Ci sono stati eventi e processi però che hanno fatto sperare in un mondo diverso: il cambiamento repentino di costumi che erano rimasti immutati nei secoli, in particolare quelli che riguardano la donna e la vita familiare, le trasformazioni del lavoro e dei modi di vita, l'innovazione scientifica e tecnologica, la generalizzazione dell'istruzione e l'innalzamento delle aspettative di vita umana, la diffusione della democrazia e dei diritti universali.
Il XX secolo, fatto iniziare dallo storico Hobsbawm con il 1914 (inizio Prima Guerra Mondiale) e concludere con il 1991 (con la caduta dell'Unione Sovietica), è stato definito “il secolo breve”. Breve soprattutto per la rapidità straordinaria con cui si produssero trasformazioni sociali e culturali di vastissima portata. Questo periodo non è omogeneo, ma si divide in due metà:
- Quella che arriva fino agli anni Sessanta è un'età di grande benessere, di crescita economica senza precedenti, che vide la prosperità diffondersi, in tutto il mondo occidentale, a fasce della popolazione in precedenza escluse. L'impulso ai consumi, simboleggiati dall'aumento del numero delle automobili in circolazione e della diffusione degli elettrodomestici che trovò un terreno nuovo e fertile nell'universo giovanile e modificò stili di vita e orientamenti tradizionali, ebbe la sua rappresentazione critica in uno dei best seller internazionali di quegli anni “The Affluent Society” dell'economista Galbraith.
- Gli anni iniziali di questo periodo, quelli che vanno dalla fine dei Sessanta alla metà circa dei Settanta, costituiscono una sorta di spartiacque. Essi furono un punto di svolta per due motivi: da un lato si verificò una sorta di rovesciamento del clima economico e politico che aveva dominato l'età dell'oro, dall'altro si manifestò una sorta di accelerazione di processi sociali iniziati nei decenni precedenti e a cui l'età dell'oro dette un impulso inedito e destinato a durare fino ai nostri giorni. Questo rovesciamento si ebbe innanzitutto con la crisi petrolifera del 1973-1974.
Anche i paesi dell'Europa orientale dopo il 1989 dovettero assistere a una brusca frenata economica oltre allo sgretolamento sociale. L'età dell'oro era finita e ne conseguì un aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze sociali; la classe operaia cominciò a retrocedere di fronte all'espansione di una nuova classe media terziaria. La risposta a questa crisi venne dalla rivoluzione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione che iniziò a delinearsi negli anni Settanta; si iniziò a parlare di “società dell'informazione” e poi “società della conoscenza”. La conoscenza scientifica e la tecnologia erano in grado di migliorare il rapporto capitale-lavoro senza ricorrere alle scarse fonti energetiche.
Il rovesciamento riguardò anche la situazione politica che negli anni Ottanta subì una svolta a destra con l'elaborazione di programmi economici improntati al laissez-faire. Da un lato il processo di democratizzazione si andava estendendo dalle democrazie consolidate dell'Europa occidentale ai paesi dell'Europa centro-orientale, dall'altro si rileva una tendenza degenerativa che riguarda proprio le democrazie più consolidate (cresceva la sfiducia e il distacco dei cittadini nei confronti delle istituzioni politiche) entrava in crisi il rapporto con i partiti e si affermava quel fenomeno noto come personalizzazione della politica.
Inoltre con la globalizzazione non si è solo rimesso in discussione il “modello sociale europeo”, ma sono stati ridimensionati il ruolo e le possibilità di azione dei governi nazionali che devono confrontarsi con poteri sia sovranazionali (UE) sia subnazionali (centri finanziari inseriti in reti globali). Parallelamente nascono movimenti separatisti e autonomisti, si creano nuove spinte nazionaliste, e ci fu un freno alla libertà migratoria, con l'emergere di misure restrittive.
Una serie di processi di trasformazioni sociali iniziati in quel periodo, o anche prima, subirono un'accelerazione senza precedenti:
- Si pensi alla grande trasformazione legata all'aumento del peso delle donne nel mondo del lavoro; questo determinò un cambio nella vita famigliare, incidendo sia sull'andamento della nuzialità e della fecondità, sia sui rapporti tra i coniugi e sulle relazioni tra i generi.
- Si pensi all'espansione dell'istruzione di massa che riguardò prima quella elementare e dagli anni Sessanta anche quella superiore, eliminando, alla fine del secolo, le disuguaglianze di genere (ma non quelle di classe) ancora molto forti agli inizi degli anni Sessanta.
Ne risultò modificato dunque l'intero tessuto sociale, ossia le relazione tra le persone e le loro strutture organizzative, e i modelli culturali che le regolano dei paesi che compongono l'Europa.
Le finalità del volume
Di fronte a trasformazioni sociali di questa portata, la sociologia non può più dare scontati quegli assunti su cui si è basata la concezione della società, in particolare quelli di matrice funzionalista (Durkheim e Parsons). In questa la società è intesa come un'entità integrata, coincidente con i confini dello Stato territoriale. Da un lato le trasformazioni considerate implicano l'emergere di un pluralismo di valori, di modelli culturali e norme sociali, di cambiamenti nelle modalità della socializzazione intergenerazionale che sembrerebbero andate in senso contrario al presupposto di condivisione; dall'altro il declino delle istituzioni, l'individualizzazione crescente dei rapporti sociali, accanto a forme spinte di decentramento organizzativo e di governo, alla moltiplicazione dei livelli decisionali, alla crisi di legittimazione dell'autorità pubblica e all'emergere di comunità, identità collettive, ed enclaves particolari non sembrano certo rispondere a criteri di completa coerenza.
Il compito della sociologia è quello di chiarire come l'individualizzazione non significhi anomia, ma nuove forme di regolazione sociale, e come decentramento e moltiplicazione dei centri di controllo non si traducano in disintegrazione, ma generino complesse interdipendenze che necessitano di più elevati livelli di ricomposizione e di ricostituzione. Due obiettivi:
- Convogliare le conoscenze che si sono accumulate in ambiti comparativi specifici delle società europee entro un quadro che fosse teorico ed empirico nello stesso tempo. L'intento è quello di mettere in luce i processi sociali principali che consentono di leggere e interpretare le trasformazioni. Si tratta di quei processi che ci costringono a guardare alla società con lenti e schemi interpretativi nuovi, vedendone gli intrecci, al di là dei confini nazionali.
- Rispondere a una domanda che alcuni autori si sono posti; le trasformazioni sociali che hanno cambiato i paesi europei (e che il progetto di integrazione dell'Unione Europea ha certo contribuito a orientare nel senso di una maggiore convergenza) hanno generato, nel tempo, qualcosa che assomiglia a una “società europea” in formazione, o le considerevoli differenze che indubbiamente permangono sono tali e tante da rendere impossibile vedervi qualcosa di più di una somma di ragioni storiche e culturali eterogenee?
Si è scelto di focalizzarsi sull'intero territorio europeo, cercando di evidenziare là dove possibile “aree” di convergenza o diversità. L'ipotesi da cui ci si muove è che processi sociali convergenti, pur nella permanenza di variazioni e differenze interne, abbiano dato vita a un durevole “travalicamento dei confini” nazionali, a una dinamica di “europeizzazione orizzontale”.
Quale idea di società?
Modernità, società e Stato-nazione
La società oltre i confini dello Stato-nazione
È stata l'esplosione della letteratura sulla natura drammatica della globalizzazione che ha cominciato a stimolare analisi e approfondimenti sul significato specifico che i cambiamenti sociali, in buona parte legati alla globalizzazione, hanno per l'Europa. Il processo di globalizzazione ha continuato per molti anni ad essere inteso, dai sociologi stessi, soprattutto nei suoi aspetti economici e tecnologici; il termine indica un ampio ventaglio di differenti dinamiche economiche associate con l'aumento dell'interconnessione tra i confini nazionali. È l'indebolimento del potere di controllo e di intervento del singolo Stato nazionale, l'effetto considerato più problematico e più discusso della globalizzazione economica per due ordini di motivi:
- Le transazioni finanziarie e il mercato diventano imprevedibili e incontrollabili, e rendono obsoleti gli strumenti tradizionali di regolazione statuale (le politiche economiche) e il loro coordinamento a livello internazionale.
- Non potendo i governi controllare pienamente la fonte delle risorse fiscali, anche le politiche di protezione sociale ne risultano intaccate riducendo, nello stesso tempo, una delle principali fonti di legittimazione su cui si basava lo Stato.
La globalizzazione indebolisce la forma nazional-statale. L'idea che la globalizzazione veicola, sul piano sociale, ossia un disancoramento territoriale che privilegia i flussi (non solo di beni e servizi, ma anche di conoscenza e di popolazioni) rispetto alle frontiere, e fa emergere stili di vita e comportamenti che scompongono e ricompongono in forme inedite lingua, luogo di nascita, cittadinanza, nazionalità (come avviene con i fenomeni migratori attuali), non finisca per mettere in discussione la concezione stessa di società e di sociale a cui ha fatto prevalentemente riferimento il mainstream sociologico.
La società è rappresentata da un complesso di strutture e relazioni “chiuse”, delimitate dai confini degli Stati territoriali. Robertson introducendo il concetto di “glocalization” ha suggerito che le tendenze globali agiscono sempre a livello locale, che esiste un rapporto reciproco tra il globale e il locale, e che questo intreccio spesso genera nuove forme di relazione (forme di “ibridazione”). La dinamica del locale entra dunque a pieno titolo in quella del globale in tutti i suoi aspetti in scala. Giddens aveva sottolineato le trasformazioni spazio-temporale dell'essere connessi a livello globale, in grado di cambiare profondamente, con l'enorme velocità di comunicazione, legami e reti di relazioni sociali, accorciando o addirittura eliminando le distanze e le barriere geografiche.
La globalizzazione da un lato distrugge legami tradizionali e, dall'altro, ricrea in maniera contraddittoria sia forme ibride sia identità collettive e comunità in sé solidali e coese che, situate in un contesto nazionale specifico, possono mantenere con i paesi di origine e altri gruppi diasporici reti di tipo globale. Da questo punto di vista è stata criticato da molti autori il “nazionalismo metodologico” con cui sono stati finalizzati i rapporti tra società, ossia tendenza a basarsi su fonti di dati e su una “comparistica inter-nazionale”.
Modernizzazione e trasformazione sociale
Il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna avviene, secondo Durkheim, attraverso un processo di crescente differenziazione sociale: da comunità scarsamente specializzate a società in cui via via si rendono autonomi ruoli e ambiti sociali in precedenza confusi in un tutto indifferenziato (acquistano così autonomia la politica, la religione, l'economia, la famiglia, i sistemi morali). In questa rappresentazione della “società moderna” trova un posto assolutamente privilegiato l'individuo e i valori morali ad esso legati (autonomia, dignità, libertà). L'opposizione tra società tradizionali in cui il noi della collettività predomina sull'io dell'individuo e le società moderne in cui, al contrario, l'individuo si svincola dall'abbraccio soffocante/rassicurante del gruppo e acquista un'identità propria è centrali nei sociologi classici.
Infatti la modernizzazione coniuga inestricabilmente differenziazione, che vuol dire specializzazione dei ruoli e interdipendenza funzionale, e individualismo. È dunque dentro il moderno Stato-nazione che l'idea di società è stata plasmata dalla sociologia, in quanto al suo interno avviene la fusione di ethnos e demos, di comunità culturale e comunità politica. Alla società è più adeguata l'idea di trasformazione sociale che rappresenta meglio l'esistenza di discontinuità nella forma e nei modelli di relazione sociale.
Non siamo di fronte alla fine del sociale, ossia alla disintegrazione dei legami tradizionali e all'emergere di un individualismo esclusivamente asociale, ma a forme e modelli di relazione sociale che possono combinare aspetti ritenuti contraddittori, come densità relazionale e conflitto, legami sociali e individualizzazione, integrazione e pluralità culturale, localismo e cosmopolitismo.
Processi e trasformazioni socializzazione
L'Europa non può che essere un'Europa globale e manifestare andamenti simili a quelli di altri paesi sviluppati, come mostrano recenti confronti tra Europa e Stati Uniti. Gli aspetti veramente innovativi della globalizzazione possono essere collocati alla fine degli anni Sessanta o all'inizio degli anni Settanta, la prima volta in cui fu mandato in orbita un sistema satellitare efficiente, rendendo possibile la comunicazione istantanea fra due punti qualsiasi della Terra. La diffusione generalizzata di internet ha dato ulteriore slancio a questo processo.
Alcuni cambiamenti come le tendenze demografiche, che vedono un generale invecchiamento della popolazione europea, iniziato già, nei paesi dell'Europa nord-occidentale, nei primi anni del Novecento per crescere poi ininterrottamente. Così anche le trasformazioni della struttura familiare ha visto diminuire il numero dei suoi componenti, aumentare i tassi di divorzio e diminuire quelli di fecondità (con un ripresa più recente in alcuni paesi come in Francia). Ci sono tre processi sociali individuati a un livello analitico e descritti empiricamente:
- Terziarizzazione, o passaggio al postfordismo, che riguarda eminentemente le coordinate sociale entro cui i cambiamenti economici avvengono.
- Complessificazione che concerne prioritariamente il problema della struttura integrativa della società.
- Individualizzazione che riguarda le trasformazioni intervenute a livello culturale e normativo, nel rapporto tra individui, istituzioni e valori sociali.
Quando si parla di intrecci ci si riferisce ai rapporti molteplici che si stabiliscono sia tra le varie dimensioni di ogni processo (ad esempio tra il modo di produzione e la composizione di classe nel passaggio dall'industrialismo al post-industrialismo) sia alle relazioni che intercorrono tra i processi stessi o loro aspetti significativi. Ci sono intrecci ad esempio che generano problemi di multiculturalismo, che mettono dunque in crisi i tradizionali approcci assimilazionisti e costringe a ripensare l'idea di cittadinanza.
La flessibilità. Dall'industrialismo al post-industrialismo
La fabbrica fordista ha però ben rappresentato la centralità sociale di un intero modello capitalistico. Tale modello combinava alcuni elementi di fondo: la meccanizzazione e razionalizzazione dell'attività produttiva consentiva la produzione di massa che per la prima volta generava anche un consumo di massa. Ciò fu reso possibile dal fatto che gli operai non erano più solo le principali forze produttive, ma divenivano i principali consumatori dei beni che producevano.
Alla metà degli anni Sessanta in molti paesi si raggiunse il culmine del lavoro industriale. Il benessere poté valersi di una stabilizzazione del ciclo economico, dovuta ad una gestione keynesiana dell'economia: la spesa da parte dello Stato si indirizzava ora verso lo sviluppo di “beni pubblici, come la salvaguardia della salute, il miglioramento dell'istruzione, forme di assicurazione e di protezione sociale. Lo Stato sociale o Welfare state rappresentò un potente fattore di stabilizzazione dell'economia. In Europa la stessa forza assunta dai sindacati e dal Welfare ha per un lungo periodo contenuto le diseguaglianze sociali, consentendo una certa uniformità dei profili salariali e di sicurezza del posto di lavoro.
La trasformazione che l'idea della società postindustriale veicola riguarda in primo luogo il passaggio da un modello occupazionale ad un altro, completamente diverso. Da un tipo di occupazione centrata sulla grande industria manifatturiera a un altro in cui diventano prioritarie le attività nei servizi. Mentre gli operai diminuiscono, crescono invece i ceti medi, tecnici, impiegati, liberi professionisti, e avanzano nuove figure professionali legata all'affermarsi della società della conoscenza, lavoratori altamente qualificati, la cui competenza è legata alla rivoluzione tecnologica.
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