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ra in altri Paesi (Namibia, Sudafrica, Nigeria) e con il nuovo millennio sembra delinearsi uno scenario

inedito, contrassegnato da elementi positivi che fanno perno, per un verso, sulla accelerazione del pro-

cesso di integrazione regionale e, per l’altro, sull’emergere di un gruppo di Paesi virtuosi sotto il profilo

della stabilità politica.

Negli ordinamenti africani la costruzione dello Stato costituzionale e democratico di diritto è

ancora in alto mare in buona parte del continente; quello di Stato nazionale è storicamente il punto di

riferimento per l’affermazione dei diritti fondamentali. I confini degli Stati africani sono tracciati se-

condo la logica delle sfrenata volontà delle potenze coloniali di acquisire risorse o anche soltanto pre-

stigio e la gran parte delle tensioni etniche tutt’oggi diffuse in Africa sono legate a tale situazione.

La spesso fittizia unità nazionale è così divenuta un dogma e al contempo un alibi al riparo del

quale hanno prosperato regimi autocratici militari e civili; in tali formazioni statali permangono grandi

difficoltà nel far sorgere una coscienza nazionale; in tal modo l’evoluzione da colonie a nazioni per

molti continenti africani è sostanzialmente ancora incompiuta all’insegna del c.d. “Weak State”.

La poliedrica realtà dei diritti in Africa, prim’ancora che sul piano giuridico, va colta sullo

sfondo di un contesto naturale ed ambientale particolarmente ostile per via dell’operare di dannosi fatto-

ri quali l’insicurezza alimentare, lo scarso accesso all’acqua potabile, la diffusione di epidemie; in molti

casi i fattori ambientali o di contesto sembrano minare le basi stesse della fisiologia democratica e far

mancare le precondizioni per il godimento dei più elementari diritti fondamentali.

Quanto al contesto più propriamente giuridico, l’Africa presenta un panorama contraddistinto

dal pluralismo giuridico: la statualità postcoloniale africana non riesce infatti né a contrastare fino in

fondo la frammentazione politico-sociale, né ad affermare nettamente il principio di esclusività nella

produzione del diritto. In molti ordinamenti statali subsahariani, accanto al diritto positivo statale so-

pravvivono altre realtà giuridiche, variamente connesse alla tradizione e al fattore religioso.

Il dato giuridico si intreccia inestricabilmente con quello socio-antropologico evidenziando co-

me la società tradizionale africana non nega l’individuo, ma lo concepisce principalmente in rapporto ai

gruppi di cui fa parte; questa vocazione al comunitarismo conduce ad individuare la fonte di tutela e di

protezione del singolo più nel gruppo che nei diritti individuali astratti.

I sistemi giuridici dei Paesi africani sono il prodotto non della fusione, ma della stratificazione o

sovrapposizione di un certo numero di sottosistemi; in quest’ottica, ai diritti africani originari si sono

progressivamente sovrapposti il diritto di natura religiosa, il diritto statale di matrice europea, modelli

giuridici ispirati ai Paesi socialisti europei o asiatici, il diritto statale con caratteri legati alla specificità

locale; a tutto ciò si aggiunge l’inserimento in contesti giuridici regionali e internazionali e la presenza

di modelli transnazionali.

Il dialogo spesso contraddittorio tra tali sottosistemi crea difficoltà nell’affermazione dei diritti

costituzionalmente sanciti. Il fenomeno della stratificazione in luogo della fusione o sostituzione tra si-

stemi o sottosistemi diversi porta infatti ad una strutturazione dei sistemi di giustizia africana in senso

dualistico (quanto meno); sin dall’epoca coloniale, accanto agli organi giurisdizionali statali che appli-

cano il diritto positivo, si collocano tribunali composti da capi tradizionali o da collegi di saggi che

amministrano la giustizia secondo il diritto tradizionale; al persistere del radicamento della giustizia

consuetudinaria fa riscontro la profonda crisi della giustizia ufficiale statale. L’ordinamento della Re-

pubblica del Sudafrica post-apartheid è un esempio di un significativo tentativo di istituzionalizzare il

diritto tradizionale attraverso la codificazione del ruolo dei “Traditional leaders”. 2

Il recepimento della giuridicità tradizionale deve essere valutato con cautela; non di rado infatti,

il diritto tradizionale presenta caratteri fortemente discriminatori e illiberali. Il dibattito sul diritto tradi-

zionale è dunque segnato da una contraddizione di fondo: il suo riconoscimento, da un lato, incarna la

tendenza all’emancipazione dai modelli politici e giuridici imposti violentemente dai colonizzatori;

dall’altro, porta alla riaffermazione di logiche giuridiche dalle implicazioni discriminatorie.

Il modo d’essere dei diritti in terra d’Africa si svolge così all’interno di più dimensioni tra loro

interrelate. Il diritto tradizionale si trova ad essere variamente interconnesso ad altri livelli di giuridicità,

oltre a quello statale si deve tenere conto almeno di quelli internazionale e sovranazionale. Quanto al

livello del diritto statale, interessanti studi condotti sull’argomento hanno già messo in luce come le Co-

stituzioni dell’Africa subsahariana presentino cataloghi dei diritti molto ricchi, nello sforzo di pervenire

ad una diffusa imitazione del modello liberale.

Principali elementi di deviazione dei cataloghi africani rispetto ai canoni delle codificazioni co-

stituzionali dei diritti nelle democrazie occidentali possono essere ricondotti a tre profili:

- il primo è dato dall’emergere in taluni casi di problematici rapporti delle diverse situazioni giuridiche

di vantaggio con i diritti a sfondo economico ed in specie con il diritto di proprietà;

- il secondo rimanda alla sovrabbondanza di tipologie di ipotesi limitative o derogatorie rispetto

all’esercizio e al godimento dei diritti fondamentali;

- un terzo concerne l’esorbitante apertura dei cataloghi costituzionali africani a fonti esterne.

È da rimarcare l’ampia disciplina riservata da un buon numero di testi costituzionali, per un

verso ai doveri e ai diritti collettivi di cui sono titolari non solo gli individui ma anche i popoli, aspetto

che può essere indicatore di uno sforzo di sintonizzare la recezione positiva dei diritti con la cultura a-

fricana. Da circa un ventennio, il livello di giuridicità sovrastatale ha cominciato con forza a sovrappor-

si ai livelli del diritto tradizionale e del diritto statale; il fenomeno si iscrive certamente in una generale

tendenza alla de-statualizzazione o de-nazionalizzazione del diritto. Gli ordinamenti costituzionali afri-

cani subsahariani denotano una particolare apertura e recettività nei confronti dei documenti internazio-

nali sui diritti dell’uomo.

Nella loro apertura verso l’esterno, l’elemento comune e centrale verso cui le Costituzioni afri-

cane rivolgono la propria attenzione è rappresentato dalla Carta dei diritti dell’uomo e dei popoli, adot-

tata nel 1981 e conosciuta come Carta di Banjul. Attualmente la punta di diamante per la promozione

dei diritti in Africa sembra essere l’evoluzione del sistema regionale di protezione dei diritti, imperniato

sulla Carta africana, il cui impianto formale e le sue manifestazioni concrete o applicative dimostrano in

Africa una netta prevalenza rispetto alle acquisizioni ed alle conseguenze riconducibili al sistema inter-

nazionale generale o a tendenza universale.

Nella sua impostazione originaria, il sistema regionale africano di protezione dei diritti trae ispi-

razione dal corrispondente modello europeo. Gli strumenti di protezione della Carta di Banjul rimanda-

no a tre organismi: la Conferenza dei capi di Stato e di governo dell’OUA (ora Assemblea dei capi di

Stato e di governo dell’Unione Africana UA), la Commissione africana per i diritto dell’uomo e dei po-

poli e la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli.

La metamorfosi dell’organizzazione intergovernativa regionale dall’OUA in UA ha comportato

non solo la razionalizzazione dell’assetto strutturale, ma anche l’evoluzione della dimensione funziona-

le e teleologica, dando luogo ad una trasformazione potenzialmente di portata epocale per quel che ri-

guarda in specie l’affermazione dei diritti fondamentali. L’OUA, sorta nel 1963, era chiaramente figlia

dei sui tempi, ripudiava le logiche colonialiste e promuoveva l’emancipazione, nonché la protezione dei

nuovi Stati. L’OUA ha avuto a lungo un ruolo dell’impatto pratico assai limitato. 3

Nell’impianto organizzativo originario dell’OUA non v’era alcun organo che avesse specifica

competenza in materia di diritti umani. Tale carenza si è perpetuata sino alla stipula e all’entrata in vi-

gore della Carta africana dei diritti dell’uomo.

Di diversa caratura sono invece gli scenari che l’UA si prefigge di concorrere a realizzare attra-

verso la propria azione. La nuova organizzazione regionale africana affonda le sue radici in un ambizio-

so progetto di unione politico-economica del continente, adottando un modello organizzativo ricalcato

su quello europeo. Il “Constitutive Act” dell’UA a livello organizzativo pone accanto all’Assemblea dei

Capi di Stato e di governo altri organi, tra i quali spiccano il Consiglio esecutivo, il Parlamento panafri-

cano, la Corte di giustizia, il Consiglio economico e sociale.

Rispetto all’organizzazione alla quale succede, l’UA è più direttamente compromessa con la

promozione dei diritti fondamentali; attraverso il suo operato promuove la pace, la stabilità, la sicurezza

ed in generale la “good governance”; ma agisce anche a favore del rispetto della “rule of law” contro gli

“uncostitutional changes of governments”. Il tutto è assistito da un congegno di garanzia, attuato me-

diante il riconoscimento del diritto dell’Unione di intervenire negli Stati membri nei casi di crimini di

guerra, genocidio e crimini contro l’umanità e per ripristinare la pace e la sicurezza. Nel breve-medio

periodo è legittimo attendersi quanto meno il generico risultato di una maggiore efficacia dell’azione

dell’UA rispetto a quella dell’OUA; a fronte dei risultati pratici estremamente limitati conseguiti

dell’OUA nella sua quasi trentennale vicenda, la UA, appena sorta, ha già dato prova di poter dire la

propria nella gestione delle crisi locali.

In ultimo, si deve segnalare che è in corso di ratifica un protocollo che estende il novero degli

obiettivi dell’Unione, aggiungendovi, tra gli altri, quello relativo alla effettiva partecipazione delle don-

ne nei processi decisionali.

Tutto il sistema di integrazione regionale trova un punto di riferimento privilegiato nella Carta

di Banjul, al cui rispetto e promozione è tenuta l’UA nel suo complesso. La Carta africana dei diritti

dell’uomo e dei popoli è il primo documento internazionale a proclamare i diritti di prima e seconda ge-

nerazione congiuntamente a quelli c.d. di solidarietà o di terza generazione.

Si può osservare che le prescrizioni relative ai diritti di prima e seconda generazione risultano

piuttosto stringate rispetto a quelle nazionali. Poi, la titolarità dei diritti di terza generazione è attribuita

ai popoli. La Carta di Banjul, collega espressamente i diritti ai doveri, questi ultimi raccolti in una appo-

sita partizione del test (tra gli altri: obblighi dell’individuo verso la famiglia, la società, lo Stato).

Nell’elencazione spiccano su tutte alcune situazioni giuridiche soggettive di svantaggio, soprat-

tutto quella di “provvedere alla preservazione e al rafforzamento dei valori culturali africani positivi”.

L’impostazione antropologica africana è particolarmente incline a collocare al primo posto la comunità

e i vincoli che legano l’individuo ad essa. L’elencazione dei doveri assurge quindi ad espediente per in-

trodurre una nuova visione dei diritti che risulti più in sintonia con la cultura africana tradizionale.

La Carta africana del 1981, nella misura in cui si innalza ad emblema dello sforzo degli africani

di riappropriarsi della propria cultura e della propria storia, acquisisce parallelamente la valenza di stru-

mento che reagisce sul piano giuridico-positivo allo stereotipo dell’Africa quale continente senza storia

e quindi strumentale a giustificarne la marginalità o l’irrilevanza sul piano globale. La Carta africana è

il trait d’union fra la tradizione africana e la modernità giuridica di impronta illuministico-liberale. 4


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AUTORE

luca d.

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Scienze politiche sulla promozione dei diritti nello spazio dell’Africa sub saharaiana. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: i diritti fondamentali all’interno del Continente, riconoscimento e protezione delle libertà, discorso equilibrato sui diritti in Africa, pluralità di ordinamenti statali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sistemi giuridici e costituzionali comparati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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