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Ricerca scientifica, consenso, tutela della persona

La questione delle tecniche di regolamentazione si colora

sempre più di travaglio man mano che si prende atto delle continue,

profonde e inarrestabili innovazioni della scienza e delle relative

tecniche le quali sembrano porre in grave crisi le categorie

dogmatiche elaborate dal diritto civile. Il giurista in approssimazione

al nuovo è per sua natura indotto a tentare di inglobare l’innovazione

nel rassicurante universo delle regole vigenti, garantendo in questo

modo continuità alle stesse. Sembra possibile individuare almeno tre

modelli, tra loro contrapposti. Diniego.

Il primo modello è quello del Il diritto vieta

aprioristicamente tutto ciò che non può essere assoluto nelle

categorie vigenti. Il diritto, però si sostiene, non potrebbe imparare

un’etica se etica condivisa non v’è. Può essere promozionale o

espressiva di taluni comportamenti ma non può spingersi ad imporre

un modello giuridico delegittimando gli altri. Ciò nonostante è

possibile individuare delle ipotesi operazionali in cui trova

attuazione questo modello di diritto. Modello nel quale sembra

essere escluso un attivo intervento dell’autonomia privata. Il

paradigma è offerto dalle tecniche di cassazione riproduttiva. Nella

visione comunitaria vi è stato subito il rifiuto da parte del diritto

16

della fecondazione assistita che è stato il primo passo verso la ricerca

della clonazione, perché andava contro il principio etico e contro

quello che era la libera combinazione dei geni. È ovvio che quanto

accade a livello comunitario non è altro che il riflesso speculare delle

generiche previsioni nei singoli ordinamenti Statali, tra i quali molti

già conoscevano espliciti divieti. Basti pensare all’articolo 6 della

legge tedesca del 1990, all’articolo 20.2 della legge spagnola del 1988

oppure all0’articolo 3.3 della legge inglese del 1990. Importanza

fondamentale in questa questione va attribuita al protocollo

addizionale alla convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina.

Quest’ultimo documento proibisce in maniera specifica qualsiasi

intervento che abbia lo scopo di creare un essere umano

geneticamente identico ad un altro, vivo o morto.

La Carta europea dei diritti fondamentali (approvata dal

Parlamento Europeo il 14.11.2000 e proclamata ufficialmente dal

Consiglio Europeo di Nizza il 7.12.2000 prevede nel settore dedicato

alla biologia ed alla medicina, accanto al diritto al consenso

informato nonché al divieto di commercializzazione del corpo umano

e delle sue parti, la proibizione alla clonazione riproduttiva e di

pratiche genetiche (Art. 3). Diritto che attende.

Il secondo modello di diritto è quello del

L’accusa che viene certe volte mossa al diritto è quella di dare giudizi

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e di appurare questioni che non comprende appieno. Si afferma che

la necessità di uno spazio che sia svincolato dal diritto, nel quale il

legislatore potrebbe entrare in casi marginali se non addirittura

eccezionali. Emblema di questa seconda prospettiva è la ricerca sulla

clonazione così detta terapeutica.

La Carta di Nizza vieta procedimenti clonativi finalizzati alla

produzione di individui con caratteristiche genetiche identiche e

sottace sugli altri interventi destinati esclusivamente alla ricerca o

all’attuazione di nuove terapie. È il diritto che attende, che lascia

spazi, zone franche dove la scienza è libera di esprimersi. Analoghe

considerazioni possono essere fatte per le esperienze giuridiche

nazionali che seguono la medesima strada. Ne sono autorevoli

esempi la legislazione francese ed inglese. In Francia, sin dal 1994 il

legislatore vieta la clonazione riproduttiva, ma si esprime in favore

tanto dell’uso degli embrioni sovranumerari per fini di ricerca

quanto dell’impiego della clonazione per finalità terapeutiche. Allo

stesso modo in Gran Bretagna, nel 2000, si approva il rapporto

Donaldson e si chiude definitivamente la porta alla clonazione di

embrioni umani per scopi scientifici.

Una soluzione di compromesso tra le due opzioni analizzate

amministrativa.

potrebbe essere definito dall’Autonomia Un

esempio in questo senso è offerto dalle tecniche di fecondazione

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assistita e di maternità surrogata. Il diffondersi delle tecnologie

contraccettive e la legislazione sull’interruzione della gravidanza

hanno educato la coscienza sociale all’idea di una sensualità senza

riproduzione, alla cessione di questo binomio. Con l’analisi

comparativa è possibile distinguere, in argomento, tre tipi di indirizzi

di politica legislativa, che segnano e circoscrivono il ruolo

dell’autonomia privata nella vicenda procreativa. Il primo modello si

racchiude nella soluzione adottata negli Stati Uniti: esso riconosce

right to autonomy in procreative decisions,

un vero e proprio per di

più ricondotto in ambito costituzionale. Il sistema si caratterizza per

una disciplina “aperta” delle tecniche di fecondazione artificiale

ponendosi in alternativa (o meglio, in antitesi) rispetto a quello

classico fondato sulla famiglia nucleare, si dovrebbe così riconoscere

ad ogni individuo, senza distinzione di sesso, la più ampia libertà

possibile nell’auto-determinazione delle scelte, anche giuridiche, in

right of

tema di paternità e maternità con compunta attuazione del

privacy.

Il secondo indirizzo di politica legislativa costituisce uno

schema “chiuso” incentrato sul ruolo preminente della

configurazione classica del modello familiare. Esso è caratteristico

dell’Europa continentale in particolar modo della Francia dove trova

project de Loi sur les

la sua prima chiara definizione nell’Avant

19

sciences de la vie et les droîts de l’homme: Rapport de présentation

Rapport Braibant),

del 1989 (cosiddetto in due importanti leggi del

1994: la 94-653 in tema di bioetica e di atti a disposizione del corpo

umano e la numero 94-654 concernenti l’assistenza medica alla

procreazione. La normativa dispone che l’accesso alla procreazione

artificiale sia esclusivamente riservato alle coppie formate da uomo e

donna, entrambi viventi e in età fertile, sposati o che siano in grado

di fornire prova di convivenza da almeno 2 anni. Ai requisiti

essenziali la legge del 1994 aggiunge l’attribuzione all’assistenza

medica in campo procreativo di una finalità esclusiva: quella di

rimediare all’infertilità, il cui carattere patologico sia stato accertato

da uno specialista della materia. Unica eccezione, l’obiettivo di

evitare la trasmissione al bambino di una malattia particolarmente

grave. Nella materia, dunque, l’ordinamento statunitense si presenta

flessibile ed estremamente liberale, mentre quello francese è più

rigido e legato ad un’idea classica del modello familiare e della

procreazione in genere. 20

PARTE TERZA: LA FAMIGLIA

Attribuzione del cognome. Profili comparatistici

Il cognome è il principale segno distintivo di una persona e per

questo motivo rientra nella schiera dei diritti costituzionalmente

garantiti.

Tale garanzia costituzionale dovrebbe essere data sia al

cognome della madre che a quello del padre. Ma in mancanza di una

precisa normativa si usa tradizionalmente solo il cognome paterno.

Soccorre tale tradizione la norma n. 237 del Codice Civile che,

annoverando tra gli elementi costitutivi del possesso di Stato la

circostanza che “la persona abbia portato il cognome del padre che

essa pretende di avere” avvalora con il tempo l’uso del patronimico.

A livello europeo si sta cercando in maniera pressoché

uniforme qualsiasi discriminazione in campo sessuale e non solo tra

moglie e marito. Fonte ispiratrice di questa nuova tendenza sono la

Convenzione di New York del 18.09.1979, ratificata in Italia con la

legge n. 132/85 sia sul versante europeo attraverso la risoluzione del

Consiglio d’Europa Parlamento

n° 37/78 e le raccomandazioni del

europeo n. 1271/95 e n. 1362/98 in cui si afferma che il mantenere di

21

previsioni discriminatorie tra uomo e donna riguardo al nome della

famiglia viola il principio di eguaglianza.

In Francia la nuova normativa in vigore dal 01/01/05 consente

ai genitori di attribuire al proprio figlio «sia il cognome paterno che

quello materno, sia i loro due cognomi posti nell’ordine scelto da loro

nel limite di un cognome per ciascuno». In caso di disaccordo, il

figlio assume il cognome del genitore nei cui riguardi la filiazione sia

stata stabilita per prima ed il cognome di entrambi se la filiazione sia

stata stabilita simultaneamente nei loro riguardi.

Qualora i genitori portino un doppio cognome, essi possono,

con dichiarazione scritta congiunta, trasmetterne uno soltanto. In

caso di nascita all’estero di un figlio di cui almeno un genitore sia

francese, i genitori che non abbiano usufruito della facoltà di scelta

del cognome alle condizioni di cui sopra possono effettuare la

dichiarazione al momento della trascrizione dell’atto, entro i tre anni

dalla nascita del figlio.

Il cognome attribuito al primo figlio con le suddette modalità

(ex code civil)

art. 311-21 si estende obbligatoriamente a tutti i figli

comuni.

Dal tenore delle predette disposizioni, si evince che, rispetto

alla questione del cognome la completa parificazione tra figli

22

legittimi e figli naturali è stata pienamente realizzata almeno per

coloro che siano riconosciuti da entrambi i genitori.

Diversa è, infatti, la situazione in caso di riconoscimento

code civil

tardivo da parte di uno dei genitori. Per l’art. 311-22 – nella

sua attuale formulazione (l. 4 marzo 2002, n. 304 e ord. 4 luglio

2005, n. 759) – nel caso in cui «la filiazione al momento della

dichiarazione di nascita sia stabilita nei confronti di un solo

genitore», il bambino prende il cognome di questi soltanto. Tuttavia

se il legame di filiazione viene accertato nei confronti dell’altro

durante la minore età del figlio, i genitori possono chiedere, con

dichiarazione congiunta all’ufficiale di stato civile, di sostituire o di

aggiungere (nell’ordine scelto dai medesimi e nel limite di un solo

nome ciascuno) il cognome del secondo genitore.

Per i nati prima dell’entrata in vigore delle indicate riforme,

l’art. 334-1 prevedeva che il cambiamento del cognome al figlio

naturale potesse essere richiesto all’ufficiale di stato civile per

domanda congiunta dei genitori, oppure al giudice degli affari

familiari (JAF) su domanda di uno dei due genitori.

Se invece vi è accordo tra i genitori, a garanzia dell’interesse

code civil

del minore, l’art. 311-23 prevede attualmente che qualora il

figlio abbia compiuto tredici anni, per il cambiamento del cognome è

sempre necessario il suo consenso.

23

Resta ancora applicabile ai figli nati prima dell’entrata in

vigore delle leggi citate, la disposizione dell’art. 334-3 che consentiva

al figlio naturale, entro due anni dal compimento della maggiore età,

di chiedere la sostituzione del cognome di uno dei genitori con quello

dell’altro attribuitogli secondo l’ordine del riconoscimento.

Ciò che desta maggiore interesse è, tuttavia, la disposizione

secondo cui il cambiamento del cognome ha pieno effetto nei

confronti dei figli del beneficiario che abbiano meno di tredici anni.

code civil

Diversamente, l’art. 61-3 stabilisce che «per qualsiasi

cambiamento del cognome del minore ultratredicenne, è necessario

il suo consenso qualora tale cambiamento non risulti dalla

statuizione o dal mutamento del rapporto di filiazione». D’altro

canto, però, queste stesse circostanze, non comportano il mutamento

del cognome dei figli maggiori, salvo il loro consenso. Sembrerebbe,

dunque, che il cambiamento del cognome, in seguito ad un’azione di

contestazione di stato, sia automatica, salvo che per i maggiorenni.

code civil,

Se la filiazione è adottiva, l’art. 363 nell’attuale

formulazione, per l’adozione semplice conferisce il cognome che

dell’adottante all’adottato, in aggiunta al cognome di quest’ultimo;

nel caso in cui adottante ed adottato, o uno soltanto dei due, abbiano

doppio cognome, il cognome da attribuire all’adottato risulta

dall’aggiunta del nome dell’adottante al suo proprio cognome,nei

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limiti di un solo cognome per ciascuno dei due. La scelta appartiene

all’adottante, che tuttavia dovrà ottenere il consenso dell’adottato

qualora questi abbia compiuto i tredici anni; in caso di disaccordo o

in mancanza di scelta, il primo cognome dell’adottante si aggiunge al

primo cognome dell’adottato. code civil,

Se adottano entrambi i coniugi, per l’art. 363 il

cognome da aggiungere a quello dell’adottato può essere sia quello

del marito che quello della moglie, nel limite di un cognome soltanto;

in difetto di accordo prevale il primo cognome del marito.

Il ritorno alla tradizionale prevalenza del patronimico si

giustifica, per i redattori della riforma, nell’esigenza di certezza delle

situazioni giuridiche e di stabilità del nome.

La disciplina più recente abroga altresì l’art. 334-5, introdotto

dalla legge del 2002: la norma rendeva possibile attribuire il

cognome del marito al figlio nato da un precedente matrimonio –

ovviamente, con persona diversa – sciolto o annullato. Una simile

disposizione è apparsa pregiudizievole sia per il rischio di un

successivo, ulteriore divorzio; sia per il timore di agevolare pratiche

illecite di sostituzione della maternità.

Infine, per il coniuge il cui cognome non è stato scelto come

nom de famille, une petite

il legislatore francese predispone

25

solution: egli potrà aggiungere o anteporre al proprio il cognome

à titre d’usage.

dell’altro, ma solamente EhereformG

In Germania, già dalla del 1976, il § 1355 BGB

imponeva ai coniugi di scegliere tra i loro cognomi – indicandolo al

momento della celebrazione all’ufficiale di stato civile – quello

destinato ad essere il nome familiare comune. In mancanza di

accordo, era prevista la prevalenza del cognome paterno per i figli

comuni, mentre ai coniugi veniva lasciata la possibilità di aggiungere

o di posporre al cognome comune quello proprio di nascita.

In Spagna, l’art. 109 c.c., nella sua attuale formulazione,

stabilisce che i genitori possono decidere, di comune accordo,

l’ordine dei cognomi dei figli (tra i rispettivi primi cognomi) in

assoluta equiparazione dei sessi. In mancanza di esercizio di tale

opzione si applica la disciplina della legge generale.

Código Civil

L’articolo 108 del pone, inoltre, l’equiparazione a

tutti gli effetti della «filiazione matrimoniale» alla filiazione fuori dal

matrimonio e all’adozione. Common Law,

Infine relativamente all’area di in Gran

Bretagna, vige la regola dell’attribuzione di un solo cognome scelto

fra quello materno e paterno. Tuttavia, in generale, nei Paesi

Anglosassoni, il problema della scelta del cognome viene affrontato

con estrema elasticità sia in sede giudiziale che in sede

26

amministrativa ed è riconosciuta un’ampia libertà a ciascun

individuo di modificare il proprio cognome, una volta raggiunta la

maggiore età, purché non si rechi pregiudizio a terzi.

27

Forma, autonomia privata e negozio giuridico

L’approccio all’art. 1350 c.c. può avvenire almeno in due modi

distinti. Da un lato, infatti, non si può ignorare che la disposizione

apre e, in un certo senso “segna” la sezione IV del capo II del titolo

III, “Dei contratti in generale”, dedicata alla forma del contratto. In

altre parole, è difficile sottrarsi alla tentazione, che, in realtà,

corrisponde ad un percorso obbligato, di ricollegare l’esegesi della

norma a ciò che è “dietro” di essa, sul piano della visione storica dello

strumento contrattuale, del dibattito dottrinale sulla “forma della

manifestazione di volontà” e, in ultima analisi, sul ruolo stesso

dell’autonomia privata in sé considerata.

Apertis verbis, si tratta di prendere in considerazione la

disciplina degli “atti che devono farsi per iscritto”, avendo, altresì,

l’attenzione rivolta ai quesiti di fondo sulla forma del contratto, sulla

natura della norma, sulla sua portata e sull’eventuale sua estensione

a fattispecie “affini”.

Sotto questo profilo occorre muovere dalla valenza sistematica

dell’art. 1350 all’interno dell’elaborazione più risalente e complessiva

sul c.d. principio di libertà della forma.

Dal punto di vista storico il termine “forma” ha assunto via via

significati diversi. 28

È appena il caso di ricordare che gli ordinamenti più risalenti

erano contraddistinti da un accentuato formalismo, laddove la

factum

formula veniva a coincidere con l’elevazione del al rango del

giuridico e, di poi, garantiva la realizzazione degli effetti stabiliti per

legge. al rango del giuridico e, di poi, garantiva la realizzazione degli

effetti stabiliti per legge.

È soltanto con la Pandettistica che si consumò il “divorzio” tra

la forma e la volontà, nel senso che la prima venne relegata al ruolo

di veicolo della seconda, vero elemento fondante della teorica del

negozio giuridico.

D’altro canto, è sempre alla Scuola delle Pandette e nel

medesimo clima culturale, prima ancora che giuridico, che si deve

l’atteggiamento di diffidenza verso l’elemento formale, considerato in

voluntas

termini strumentali rispetto alla e, pertanto, da guardare

con sospetto tutte le volte che il legislatore oppure gli altri formanti

del diritto vi attribuissero uno spazio eccessivo o di limitazione della

volontà. Per questa strada, il legame tra la c.d. teoria volontaristica

del negozio giuridico ed una dimensione quasi “ancillare” della

forma puà dirsi saldato; ma l’aver strettamente legato i destini di

forma e volontà determina il successivo ripensamento dell’elemento

sola

formale in coincidenza con la crisi del principio, se è lecito dire,

voluntas obligat. 29

Nella prospettiva volontaristica ritorna la concezione

funzionale dello “strumento-forma”, mentre la volontà, espressione

le gibus soluta

della signoria dell’individuo dotato di auto-nomia, è

anche in ordine alla scelta della modalità considerata più idonea a

manifestarsi all’esterno.

Per la teoria dichiarazionista, invece, l’intimo valore diventa

produttivo di effetti giuridici soltanto divenendo “dichiarazione”,

ad extra;

cioè volontà che si manifesta e “si dirige” non esiste,

secondo tale logica, un contenuto disgiunto da una forma, laddove la

seconda non può mai mancare, potendo, al più, differentemente

in primis,

atteggiarsi in relazione alle opzioni che le parti e, la legge

compiono sull’efficienza del requisito formale richiesto.

Nella “Relazione al codice civile” si legge espressamente che

con riguardo «all’argomento della categoria degli atti soggetti a

trascrizione, è stato accresciuto il numero di quelli soggetti alla

solennità della forma scritta» e che «[…] vi è parallelismo, riguardo

ai contratti, tra l’art. 2643 e l’art. 1350».

In altre parole, emerge una visione principalmente

“funzionale” dell’elemento formale, non nel solo senso, innanzi

segnalato, della forma come “strumento” di emersione della volontà,

bensì in una dimensione tecnica, nella quale la scelta del legislatore

del più o meno accentuato rigore formale risponde ad uno “scopo”

30

pratico, piuttosto che ad un’opzione di base in tema di prerogative

dei privati.

Per oltre un trentennio l’argomento in oggetto è parso vivere di

certezze consolidate, quasi “intercluso”, se è lecito dire, nei

confiniPer oltre un trentennio l’argomento in oggetto è parso vivere

di certezze consolidate, quasi “intercluso”, se è lecito dire, nei confini

del dogma della forma libera e dell’intervento eccezionale

dell’ordinamento, sia con le previsioni codicistiche, sia tramite le

ipotesi (spesso incoerenti) dettate dal legislatore speciale.

La forma, dunque, non è un requisito in sé indispensabile; al

contrario, essa è, sul piano extragiuridico, una necessità “logica”

dell’esprimersie; al contrario, essa è, sul piano extragiuridico, una

necessità “logica” dell’esprimersi, mentre assurge al rango del diritto

soltanto se prescritta in maniera vincolata.

Ma, in questo caso – il n. 4 dell’art. 1325 – la relativa norma

non esprime un principio generale, anzi, «il principio di libertà delle

forme esprime soltanto l’assenza di una norma, e serve a designare le

fattispecie o “strutture deboli”», non a fissare uno schema generale

di “regola-eccezione”.

Nello stesso alveo di lettura “di fondo” della tematica in

oggetto si colloca la posizione di chi accosta, non senza critiche, la

le

riflessione sulla demolizione della libertà della forma a quella su

31

droit sans l’etat; ciò nel senso che il rifiuto dell’alternativa “regola-

eccezione” in materia di forma e l’esaltazione del mero momento

strutturale nella ricostruzione sistematica della previsione dell’art.

1325, n. 4, corrispondono all’idea di “perdita di centro”, cioè di un

diritto che ricerca sempre di più in sé la giuridicità, abbandonando il

postulato 4, corrispondono all’idea di “perdita di centro”, cioè di un

diritto che ricerca sempre di più in sé la giuridicità, abbandonando il

postulato della necessaria «associazione di idee tra “diritto” e

“ordinamento giuridico dello Stato”».

Ma è sotto il profilo degli interessi in gioco che si registrano gli

esiti più significativi in ordine alla disputa sulla forma e sulla sua

pretesa libertà.

Ciò si evince a partire dal ripensamento della derogabilità e

inderogabilità delle norme.

vexata quaestio

Infatti, la sulla forma imposta come regola o

eccezione è alimentata anche dall’aspetto pratico-applicativo della

portata da attribuire alle disposizioni in tema di procura legale, della

loro derogabilità, della possibilità di estenderle in via analogica.

Ecco perché v’è chi correttamente prende le mosse dall’aggiramento

idolum,

dell’altro (e consolidato) secondo cui le norme sulla forma

sono necessariamente di ordine pubblico e di natura inderogabile.

32

Se la stessa derogabilità o inderogabilità è soltanto una

tecnica legislativa, che «non risponde ad esigenze e a simmetrie

dommatiche ma a scelte di politica legislativa in coerenza con le

esigenze e gli interessi protetti nelle singole fattispecie, il problema

esce fortemente ridimensionato nella sua ipotetica valenza

“sistematica”.

Il primo risultato di una siffatta impostazione è il passaggio

“dal formalismo ai formalismi”; ogni disposizione in materia di

forma ha una sua logica propria, risponde a finalità differenti e,

spesso, sul piano strutturale esprime una stratificazione di diverse

legislazioni frutto di varie epoche storiche.

Il secondo è che il fenomeno della derogabilità-inderogabilità

non è sempre uguale a se stesso, bensì va visto secondo graduazioni

ed intensità molteplici, alla stregua dei più disparati fondamenti: ora

vi è l’inderogabilità “espressa”, di solito contrassegnata dal marchio

sanzionatorio della nullità: ora, invece, grava sull’interprete, in

relazione al dato testuale ed al contesto ove è collocata la norma,

esprimere il carattere di inderogabilità. id est

No è credibile che la difesa dell’inderogabilità, della

tassatività, preclusiva dell’applicazione analogica delle relative

lato sensu

disposizioni, nasconda una prospettiva ideologica

33

dell’autonomia privata,non sufficientemente permeata dai valori

costituzionalmente rilevanti.

In altre parole, l’intero dibattito pare segnato dalla visione

della forma quale “lacciuolo” dell’autonomia, quest’ultima ancora in

prevalenza coincidente con lo spazio – possibilmente ampio ed in

suscettibile di regolazione – nel quale i privati disciplinano i propri

interest rei.

interessi, non condizionati da ciò che

Viceversa, il programma costituzionale dell’autonomia privata,

a mente dell’art. 41, commi 2° e 3° Cost., non postula alcuna

case

«assoluta libertà delle forme negoziali», si tratterà di appurare,

by case, gli interessi sui quali si fondano le prescrizioni formali,

senza cedimenti né a simpatie verso forme legali emanazione di una

potestà “selettiva” statualistica, né a crociate antiformalistiche,

pronte a bollare ogni regola di forma come mero rigorismo.

Così vi saranno le forme legali poste a presidio diretto di valori

costituzionalmente rilevanti, in suscettibili di deroga e la cui

violazione comporta automaticamente nullità.

In altre ipotesi, pur postulata l’inderogabilità delle norme sulla

forma, non è detto che ne discenda la nullità dell’atto: in queste

prospettive va ripensato il ruolo dell’art. 1423 c.c., che mentre

afferma il principio – questa volta sì – dell’inammissibilità della

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sistemi Giuridici Comparati, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Comparazione e Diritto Civile, Autorino. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: principi, patrimonio, persona e nuove tecniche di Governo, i fondamenti costituzionali dell’Unione Europea, la famiglia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sistemi giuridici comparati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Sica Salvatore.

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