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micotossine. Infine le molecole impiegate nella lotta contro insetti, acari e nematodi si caratterizzano per un’elevata

tossicità per l’uomo.

Con la progressiva affermazione dell’arboricoltura intensiva iniziarono anche ad intensificarsi le azioni contro i

patogeni delle piante, inizialmente si operava tramite interventi a calendario, con distribuzioni fissate e

completamente slegate dal ciclo biologico del parassita, inoltre questi trattamenti erano eseguiti con il largo uso di

molecole ad ampio spettro ed elevata tossicità. Negli anni ’70 iniziano ad affermarsi i principi della lotta integrata, si

introduce il concetto di soglia di tolleranza e si diffonde l’impiego di molecole maggiormente selettive. Con

l’introduzione della lotta integrata si inserisce prepotentemente nella gestione della lotta anche l’impiego delle

“cure” agronomiche. Le tecniche agronomiche sono quindi orientate in modo da influenzare la sensibilità dell’ospite:

il coordinamento di difesa e pratiche agronomiche ha consentito un notevole miglioramento della gestione

fitosanitaria. Furono inoltre introdotte altre modalità di intervento come la difesa e/o incremento della fauna utile,

con la collocazione ad esempio di nidi per uccelli, oppure lo sviluppo di raffinate tecniche di confusione sessuale e

cattura massale tramite trappole alimentari. La biodifesa è ad oggi estesa a numerose misure che consentono un

maggiore rispetto dell’ambiente e di ridurre il numero di trattamenti. La lotta biologica si integra alla lotta integrata.

I diversi criteri di produzione non hanno a che fare con l’utilizzo di organismi utili e derivati nella lotta contro alcuni

parassiti. Alcuni esempi sono il BT, l’utilizzo di parassitoidi, lieviti, virus, il lancio di maschi sterili.

L’utilizzo delle fasi fenologiche ha favorito il passaggio da una lotta a calendario a una lotta guidata. Questo ha reso

l’esecuzione dei trattamenti ancor più mirata e ne ha ridotto il numero. Le tecniche di lotta integrata si

accompagnano solitamente a dei manuali, resi disponibili ai tecnici dagli enti pubblici nei quali illustrano nel

dettaglio tutti i prodotti impiegabili. La tolleranza nei confronti dei residui ammessi è sempre più stringente, questo

comporta anche la riduzione del numero di principi attivi utilizzabili, i quali divengono sempre più una risorsa. La

degradazione dei fitofarmaci è tanto più rapida tanto minori sono i trattamenti utilizzati.

LE FILIERE DELLA PRODUZIONE FRUTTI-VITICOLA:

La filiera integrata è una filiera derivata dai dettami della difesa integrata. I sistemi di frutticoltura tradizionale,

possono considerarsi estinti, se con questo termine si intende l’uso non razionale dei fattori di produzione. La

produzione integrata è quella che comporta la razionalizzazione delle tecniche agronomiche sulla base di dati

scientifici e sperimentali. La filiera biologica invece è l’unica filiera strettamente regolata da una normativa UE e

comporta la rinuncia all’utilizzo di tutte le molecole di sintesi. Poi vi è la filiera biodinamica, questa, non essendo

regolamentata, rientra nell’ambito della filiera biologica, i protocolli sono basati su cicli chiusi aziendali e astrali.

PRODUZIONE INTEGRATA:

La produzione integrata è quella che comporta la razionalizzazione delle tecniche agronomiche sulla base di dati

scientifici e sperimentali. La filiera tende ad utilizzare tutti i fattori della produzione in maniera ottimale. Non è

regolamentata da una normativa specifica, ogni regione è libera di produrre normative ad hoc. La prima a farlo è

stata la regione Emilia Romagna, ad oggi sono disponibili disciplinari di produzione integrata per ogni specie, essi

sono costantemente aggiornati su tutti gli aspetti riguardanti il ciclo produttivo.

Scelta della cultivar

L’ottimizzazione dei fattori di produzione parte dalla scelta della cultivar, se corretta consente un migliore

adattamento all’ambiente, sia nell’ottica di soddisfazione dei fabbisogni termici, sia per quanto concerne la

resistenza ai parassiti. La valutazione delle cultivar racchiude un insieme di criteri che concorrono a definire un

ideotipo di specie da frutto. Si possono considerare diversi aspetti come:

❖ La produttività considera la

➢ Biologia fiorale: specie autocompatibile o meno ed eventuale necessità di impollinatori;

➢ Fertilità potenziale: % allegagione, differenziazione gemme, ad esempio la differenziazione eccessiva di fiori

conduce alla costosa operazione del diradamento, il cui costo può essere assimilabile a quello della raccolta;

➢ Fabbisogni termici: modello UTAH delle chilling units per il fabbisogno in freddo e modello GDH per il

fabbisogno in caldo, necessari per stabilire se una zona ha temperature adatte per la differenziazione a fiore

delle gemme (incide sulla produttività).

L’insieme di questi fattori determina l’adattabilità all’ambiente.

❖ La resistenza dell’albero e del frutto ad avversità biotiche ed abiotiche (es.: gelate).

❖ La struttura dell’albero, quindi il vigore, il portamento, influenzano scelte come densità d’impianto,

portainnesto, forma di allevamento, potature.

❖ La distribuzione delle gemme che influenza la potatura.

❖ La qualità del frutto come

➢ Aspetto, pezzatura e forma: questi sono i fattori più importanti dal punto di vista commerciale;

➢ Tenuta di maturazione: la capacità del frutto in post raccolta di mantenere lo status ottimale senza

degenerare il più a lungo possibile;

➢ Resistenza alle manipolazioni, come ad esempio la presenza di imbrunimenti e alterazioni che

compromettano l’aspetto esteriore;

➢ Consistenza: valuta la struttura cellulare del mesocarpo, è un carattere distinto dai precedenti, è un

carattere fisico facilmente misurabile, ma è facilmente modificabile nel corso della maturazione, le misure

sono istantanee e non possono garantire la costanza nel tempo; la raccolta in base a questo parametro varia

in base alla destinazione d’uso del frutto.

➢ Gli aspetti riguardanti la composizione chimica sono direttamente correlati ai caratteri organolettici;

➢ Conservabilità: è un carattere da valutare in relazione alla conservazione frigorifera; molte cv di pero non

riescono a raggiungere parametri ottimali di maturazione se non esposte per diverse settimane a T vicine a

zero; altri frutti sono conservati per procrastinare il loro consumo, come la mela, senza avere cali di qualità.

❖ La destinazione e l’attitudine alla trasformazione, coinvolge e richiede caratteristiche diverse a seconda del

processo a cui il frutto va incontro (susina da essiccare, uva passa; le arance rosse si sono affermate per motivi

salutistici nella produzione di succhi).

❖ Il valore dietetico nutrizionale può essere il fattore più importante, ad esempio l’actinidia, un frutto poco

attraente e di difficile maturazione, lontano dallo stereotipo del frutto, ma è molto ricercato dato il suo

contenuto di vitamina C elevato, e se opportunamente manipolato è gustoso.

In ogni caso nella filiera integrata l’aspetto qualitativo è il meno importante, esso riveste grande importanza a fini

merceologici, ma prima di tutto lo scopo della filiera integrata è quello di ottenere un prodotto salubre ottimizzando

i fattori di produzione e riducendo gli impatti.

La valutazione delle cv è eseguita da diversi operatori. Non esistono norme obbligatorie ma linee guida (per la sola

frutticoltura). Le diverse cv sono valutate in campi di collezione e sperimentali, luoghi ospitati da istituti specifici con

finalità di conservazione del germoplasma, i campi di orientamento sono quelli che dovrebbero orientare le scelte

attraverso la valutazione della cv.

Le liste varietali sono degli elenchi ove sono suggerite all’attenzione dei produttori diverse cv, sono liste prodotte da

comitati regionali o nazionali, le liste aggiornate attualmente rappresentano un aiuto per orientare la scelta del

frutticoltore. Ad esempio, le epoche di raccolta, sono elencate per province e diverse lettere ne esplicitano il livello

di adattabilità ad un certo ambiente pedoclimatico. Dalle prove varietali in campi sperimentali viene assegnata una

lettera: la A indica che la cv non ha limitazioni per la sua coltivazione ottimale, mentre B indica che potrebbero

esserci delle limitazioni. Questo metodo ora non esiste più, è stato definito troppo lento: era necessario aspettare

l’entrata in produzione, verificare che le limitazioni fossero presenti in più anni consecutivi, bisognava quindi

aspettare 4-5 anni per emettere una valutazione, troppo per il mercato attuale di certe specie. Le cv oggi sono

selezionate e giudicate adatte ad un determinato ambiente direttamente dal coltivatore (scelta libera) oppure la

scelta può essere guidata da enti pubblici (in Emilia Romagna: finanziamenti per la produzione integrata per chi

segue le scelte guidate da liste varietali), o determinate associazioni. Le scelte varietali sono invece obbligate nel

caso del pioppo (colture legnose) e della vite, esistono per queste due specie appositi registri nazionali.

Il mercato delle novità varietali è stato fortemente influenzato dall’adozione delle royalties per i breeder. Il mondo

produttivo è così sempre stimolato a mettere sul mercato le nuove cv nella speranza che siano migliori delle

precedenti. Per quanto riguarda le cv diffuse in regime di certificazione, ovvero certificate virus esenti, queste

devono essere obbligatoriamente iscritte ad un registro nazionale che non richiede comunque una certificazione

agronomica accurata.

Per vite e pioppo esistono dei decreti che regolamentano la scelta varietale, gli elenchi forniti non possono essere

infranti, e se non rispettati gli agricoltori possono andare incontro a sanzioni. L’iscrizione al registro richiede

determinati requisiti per le accessioni, per la vite si parla di omologazione. Il registro nazionale della vite è suddiviso

per provincia, per ognuna sono elencati un certo numero di vitigni, suddivisi in vitigni raccomandati e autorizzati

(questi ultimi non esplicano ovunque caratteristiche ottimali ma possono essere coltivati).

Per assicurare la produzione di materiale sano è necessario l’impiego di screenhouse, che proteggono dall’ingresso di

vettori di fitopatologie, le piante madri sono ivi conservate, in vasi sospesi, in modo da isolarne anche l’apparato

radicale.

Il mercato delle novità varietali esiste siccome le scelte sono libere e per il fatto che gli agricoltori sono sempre alla

ricerca della cv che risolva i loro problemi di bilancio. L’offerta è garantita da breeder che sono così incoraggiati a

produrre sempre nuove cv, inoltre da molti anni sono stati istituiti regimi di protezione. Negli USA la produzione di

nuove cv è totalmente equiparata ai brevetti industriali. Oggi l’UE assicura, attraverso il REG 2100/04, la protezione

dei diritti per le nuove cv su tutti gli stati membri. Questo protocollo è denominato come regime della privativa, per

gestire il tutto è stato creato un ente apposito, il CPVO (Community Plant Variety Office), è l’unico organismo che

può rilasciare i titoli di protezione. Il costitutore spesso comunque cede i diritti di sfruttamento economico ad altre

entità che poi provvedono alla registrazione.

Per poter ottenere il riconoscimento da parte del CPVO la cultivar deve essere originale. Le eventuali mutazioni

(spesso si tratta di cv essenzialmente derivate) ottenute da cv brevettate non possono esserlo senza l’autorizzazione

del detentore del brevetto della cv madre. Inoltre la protezione del prodotto è estesa anche ai frutti, e non ai soli

alberi, così facendo chi detiene i diritti di moltiplicazione può risalire alla provenienza originaria, evitando così

fenomeni di pirateria. Le cv, per ottenere la protezione, non devono essere già in commercio da oltre un anno, nel

caso di commercializzazione precedente extra UE essa non deve eccedere i 6 anni per le arboree, 4 per tutto il resto.

I contratti di sperimentazione sono considerati come deroga. Le cv devono inoltre essere chiaramente distinguibili

dalle altre cv sul mercato, questo comporta la necessità che i caratteri essenziali siano stabili, ovvero non soggetti a

mutazioni. L’ottenimento di una privativa è un processo lungo che necessita anche di un iter agronomico che

verifichi i caratteri essenziali a diversi organismi che impiegano 5-7 anni nella verifica. In Italia vi sono diversi siti di

verifica per conto del CPVO, sono tutte entità appartenenti al CREA, il quale dipende dal MIPAF. Questo percorso ha

un costo, esso varia ovviamente dalla tipologia di specie. Le cv erbacee sono poi protette per 15 anni mentre quelle

arboree per 25, scaduto questo periodo divengono di libera diffusione. Per una specie arborea i costi di certificazione

si aggirano sui 20.000 €.

Esistono altri metodi per la protezione e operano in parallelo al sistema della privativa operando più sulla logica

dello sfruttamento commerciale, si tratta dei club varietali. Il mercato dei fruttiferi è piuttosto selvaggio essendo

molto libero nella competizione, questo può condurre a grandi profitti (raro) o disastri economici. I club cercano di

creare una cerchia ristretta di venditori che limita la diffusione di un prodotto appetibile e piuttosto ricercato

(serve quindi una domanda importante). Questo per garantire che i prezzi siano di soddisfazione per i produttori

mantenendo ridotta l’offerta (esempio la pink lady). Sono molto diffusi nella commercializzazione di mele siccome è

un prodotto facilmente riconoscibile e lungamente conservabile. Questo ne consente una commercializzazione più

semplice e prolungata nel tempo. Il meccanismo parte dal costitutore della cv, il quale entra in consorzio e crea poli

di diffusione a livello planetario su tutti i mercati. Il consorzio è costituito da tutti gli operatori della filiera, dai

produttori, ai vivaisti, ai commerciali. Il controllo di tutta la filiera fa sì che l’ammontare dei frutti che arriva sul

mercato sia facilmente quantificabile e sia controllato. Il confezionamento segue i dettami del marketing. Il rischio

commerciale grava in larga parte sui produttori, siccome ad essi non è assicurato che tutto il prodotto venga

assorbito dal club, infatti il prodotto è assorbito solo dopo il raggiungimento dell’ideotipo previsto dal disciplinare.

Nell’ambito delle scelte varietali si ha a che fare con i portainnesti, specialmente nella viticoltura, dove la scelta è

obbligata, nella stragrande maggioranza dei casi sono sempre impiegati i portainnesti con diversi scopi. Uno degli

impieghi maggiormente rilevanti è quello della regolazione della vigoria dell’albero, anche per questioni fitosanitarie

e di adattamento alle condizioni ambientali. L’actinidia è raramente innestato. La valutazione dei portainnesti è

leggermente più complicata rispetto a quella delle cv, il portainnesto ha adattabilità limitata per definizione ad

ambiente e cv, inoltre, la sua efficacia, deve essere valutata in tempi lunghi di 15-20 anni. L’affinità dovrebbe essere

verificata per ogni singola cv, siccome l’influenza che esso esercita può essere molto variabile, questo è un problema

limitato per il melo ma molto importante per l’albicocco ad esempio. La vigoria è uno dei principali fattori per

l’adozione di un portainnesto, da essa dipende infatti la struttura anatomica delle radici e del fusto, i quali poi

regolano il trasferimento dei nutrienti e dei fitoregolatori. L’altezza del punto di innesto è molto importante, tanto

più in alto si avrà il punto di innesto tanto minore sarà il vigore. Un altro carattere ricercato è la tempestività di

messa a frutto, i portainnesti deboli normalmente anticipano questo carattere che ben si coniuga con una migliore

regolazione del vigore. L’efficienza produttiva è estremamente importante, essa può riferirsi sia alla superficie

occupata che alla sezione del fusto (o più difficilmente come unità di chioma), questo rapporto è fortemente

influenzato dal portainnesto. Ad esempio l’efficienza di meli innestati su M27 è maggiore rispetto a quelli innestati

su M9 e M16, questo è il motivo per cui ci si è orientati nel tempo verso impianti ad alta densità. Il portainnesto

influenza la qualità dei frutti: influenza l’epoca di maturazione, la forma (rapporto altezza/diametro della pera), la

sua composizione, la sua conservabilità (importantissimo il contenuto di Ca assimilato). Il rapporto col clima del

portainnesto influenza la fenologia del nesto (regola l’entrata e l’uscita dalla dormienza) e la sensibilità al freddo.

Influenza anche i rapporti tra pianta e terreno permettendo di adattare certe specie e cv a condizioni sfavorevoli

alleviandole o conferendo resistenza a parassiti. Per quanto concerne i vivaisti è da considerare la facilità con cui il

portainnesto si propaga, ottimi portainnesti spesso sono esclusi a causa del loro elevato costo dovuto a difficoltà di

propagazione. L’attività pollonifera è tenuta in considerazione per questioni relative alla gestione dell’arboreto.

Effettuare la valutazione di un portainnesto per tutti questi caratteri è quindi una procedura lunga e difficoltosa.

Gestione del suolo e difesa dai parassiti

Secondariamente alla scelta varietale, occorre valutare la conduzione del suolo e la difesa dai parassiti. Le fasi

fenologiche sono utilizzate come punti di riferimento per eseguire i trattamenti nel momento più adatto e mirato

(passaggio da lotta a calendario a lotta guidata). Esistono manuali tecnici disponibili che definiscono dosi, periodi di

impiego, problemi di miscibilità. L’UE elimina in continuazione prodotti chimici o ne limita le dosi d’impiego per quei

prodotti che vengono considerati dannosi per l’ambiente o per l’uomo. Con l’applicazione di un trattamento chimico

la degradazione del fitofarmaco risulta più veloce rispetto all’applicazione dello stesso prodotto due volte a pochi

giorni di distanza. È dunque importante limitare il numero di trattamenti. L’Emilia Romagna è stata la regione guida

prima fra tutte a passare dalla lotta guidata a quella integrata.

Nella frutticoltura integrata si persegue come fine l’utilizzo ottimale dei mezzi di produzione per quanto concerne la

gestione del suolo, nutrizione e irrigazione. La vocazionalità del suolo tiene conto della tessitura, per meglio

dimensionare l’impianto di irrigazione. L’ecofisiologia applicata tiene conto del rapporto tra pianta, ambiente e

suolo: un esperimento su cv di albicocco identiche in vasi con terreno differenziato ha cercato di mostrare come

l’efficienza fotosintetica e la resistenza stomatica fossero influenzate da ambiente e terreno. Ciò che più influenza le

piante per l’attività fotosintetica è quindi risultato essere il suolo, che ha un ruolo maggiore rispetto all’ambiente. La

variante portinnesto è quindi sempre fondamentale. Nell’ambito della produzione integrata esistono manuali

appositi in uso a tecnici e agricoli che esprimono per ogni coltura le caratteristiche di adattamento migliori per un

suolo, al fine di verificare l’adattabilità della specie alle diverse cv. La vocazionalità del suolo determina quindi

l’adattamento della specie in esame e la necessità di irrigazione e la tipologia di tecnica irrigua da adottare. La

tessitura inoltre esercita un’azione indiretta sull’apertura stomatica attraverso la modulazione del contenuto idrico

del terreno, di conseguenza la tessitura influenza indirettamente la capacità fotosintetica dell’organismo vegetale.

Per definire l’attitudine di un suolo alla coltivazione di una cv serve quindi precisare alcune caratteristiche del suolo

stesso, come la tessitura, la profondità, il pH, il calcare attivo. Un aspetto che risulta fondamentale è il portainnesto,

che va necessariamente indicato.

L’utilizzo dell’acqua da parte dell’albero presenta diverse problematiche, bisogna innanzitutto pensare che la

disponibilità idrica dipende da suolo, pianta ed atmosfera. Tenendo in considerazione il percorso che l’acqua svolge

in questo sistema possiamo identificare i punti critici nella gestione dell’albero. L’effetto dell’atmosfera può essere

controllato attraverso la gestione della chioma (chiome meno espanse hanno meno superficie fogliare, quindi meno

stomi e un ridotto consumo d’acqua), con le scelte di potatura (verde o invernale, la prima può intervenire come

regolazione del lussureggiamento vegetativo estivo riducendo i consumi idrici) e attraverso la scelta della forma di

allevamento (direttamente collegata alla gestione della chioma). Queste procedure regolano infatti la dispersione

idrica causata dalla chioma e l’intercettazione luminosa. Si può inoltre operare posizionando frangivento e regolando

l’orientamento del filare in maniera ottimale, si interviene così direttamente sulla componente ambientale e

indirettamente sulla capacità idrica e fotosintetica. Considerando l’effetto della specie sull’efficienza dell’acqua, è

necessario dire che l’aggiustamento osmotico cellulare è regolato direttamente dalla genetica della specie in esame,

su questo aspetto non è quindi possibile, almeno con la gestione agronomica, intervenire più di tanto. Per quanto

riguarda l’effetto del suolo, a livello radicale il contenuto di acqua è modulabile attraverso l’irrigazione. Ciò che ha

permesso di individuare i punti critici sopracitati riguardanti la chioma è stato il fatto di poter studiare l’efficienza

fotosintetica delle piante in vivo attraverso apposite strumentazioni. Il potenziale idrico della foglia è legato alla

specie e alla diversità genetica, diverse specie quindi hanno areali differenti di adattamento. Conoscere nel dettaglio

le esigenze dell’albero, come il fabbisogno idrico, nelle diverse fasi fenologiche consente di razionalizzare la

somministrazione della risorsa acqua ottimizzandone il costo: si aiuta così la coordinazione degli interventi irrigui, in

modo da mantenere ottimale il livello di acqua facilmente disponibile. Solitamente il picco della richiesta idrica

avviene in corrispondenza della differenziazione a fiore delle gemme, la quale spesso avviene contemporaneamente

alla fase di citochinesi dei frutti: carenze idriche in questa fase causano danni non solo nella stessa stagione, ma

pregiudicano la produzione dell’anno successivo. Successivamente, il fabbisogno inizia a decrescere e i processi

metabolici si riducono. La somministrazione di acqua nella fase successiva alla citochinesi può essere quindi ridotta

per evitare consumi di lusso.

Ildelle foglie durante il giorno ricalca l’intensità della radiazione solare: esso è tanto più negativo tanto maggiore

è la radiazione solare. La crescita della vegetazione viene valutata su germogli campione ed espressa come cm/d. In

uno studio la crescita giornaliera è stata messa in rapporto a due regimi di irrigazione (ottimale e stressata). Esiste un

intervallo critico dove non c’è differenza tra le due dotazioni di acqua, la pianta si comporta similmente, nonostante

le differenze nella somministrazione idrica. Questo consente di risparmiare acqua somministrandola in quantità

inferiori rispetto a quella ottimale senza inficiare eccessivamente la crescita. Analogamente per la crescita dei frutti

si può individuare una zona di sovrapposizione tra le due tesi, siamo quindi in grado di pilotare uno sviluppo ottimale

per l’albero nonostante una somministrazione di acqua subottimale. Per valutare gli effetti della potatura verde si

impiegano camere fotosintetiche che permettono di mettere in relazione il livello di traspirazione dell’intera chioma

(mol acqua/superficie fogliare): con la rimozione di superficie fogliare, ad esempio, sempre nel caso delle potature

verdi è così possibile stimare la riduzione di traspirazione. Il porometro è uno strumento impiegato per valutare lo

scambio gassoso effettuato dalla foglia e di riflesso quindi l’efficienza fotosintetica. La gestione della chioma

consente di poter regolare l’allocazione dei fotosintati, la curva di estinzione della capacità fotosintetica esprime la

quantità di CO organicata all’aumentare del PPF (flusso fotonico fotosintetico). Al crescere della PAR cresce la CO

2 2

organicata fino ad un limite massimo che satura la capacità dell’albero di organicare. Tramite lo studio di questa

curva è possibile trovare un compromesso tra la PAR e l’apertura stomatica per ottimizzare il processo fotosintetico

riducendo i consumi di lusso.

Gestione della chioma

La gestione della chioma gioca un ruolo importante, influenzando prima di tutto la capacità di assorbimento della

radiazione e l’allocazione delle sostanze nutritive. Al crescere della luce fotosinteticamente attiva cresce la CO 2

organicata, fino ad arrivare alla saturazione dei fotorecettori. Al variare della densità d’impianto e delle scelte

relative alle forme di allevamento si ottengono diversi valori di LAI. I principali fattori da tenere in considerazione

sono due: la tipologia della forma di allevamento, ovvero se a spalliera o espansa (verticale od orizzontale) e la

densità d’impianto intesa come distanza tra e sulla fila. La combinazione di questi due parametri incide fortemente

sul LAI e sull’efficienza globale dell’apparato fogliare, influenzando poi la quantità e la qualità della produzione.

Modificando la radiazione incidente attraverso l’utilizzo di reti ombreggianti, si può ottenere una riduzione anche del

70% della PAR. In uno studio condotto ombreggiando per una settimana piante di Golden Delicious innestate su

M27, in 3 diversi momenti di sviluppo: la prima oscurazione è stata effettuata 5 settimane dopo la prima fioritura,

mentre la seconda oscurazione è stata eseguita dopo dell’allegagione. Le piante hanno mostrato l’effetto di questo

ombreggiamento sul peso secco del frutto, l’effetto dovuto alla privazione di luce in un momento molto precoce,

ovvero durante la divisione cellulare, ha riportato un maggiore contenuto di ss finale rispetto ai campioni

ombreggiati successivamente. La limitata disponibilità di luce nella prima fase ha indotto una cascola dei frutticini

che ha consentito di ottimizzare successivamente la ripartizione dei fotosintati e quindi del contenuto in ss dei frutti.

Questa pratica consente di ottenere, ad esempio sul melo, un diradamento senza l’intervento manuale o chimico. Gli

ombreggiamenti più tardivi eseguiti sulle altre tesi non hanno mostrato variazioni significative nell’accrescimento dei

frutti o abscissioni spontanee.

Uno studio effettuato sul melo nell’arco di giornate con condizioni atmosferiche differenziate (limpido, parzialmente

nuvoloso, nuvoloso) ha permesso di quantificare la quantità di PAR intercettata dalla chioma nelle diverse zone della

stessa. In ogni condizione la quantità di luce intercettata cala in corrispondenza della zona centrale della chioma,

ovvero la zona più fitta, dove ha maggiore rilevanza l’auto ombreggiamento della chioma stessa. La condizione

atmosferica che permette il maggiore ingresso di PAR nella chioma è la nuvolosità parziale, questo perché in queste

condizioni si ha una maggiore rifrazione della luce. In ogni caso questo studio dimostra come le forme appiattite

siano le più efficienti: esse permettono di ottimizzare sia l’intercettazione luminosa che di ottimizzare la disposizione

spaziale. Non è sempre detto che zone con predominanza di cielo sereno siano le migliori per la frutticoltura,

potrebbe esserci l’esigenza di difendersi dall’eccessiva insolazione (si pensi alla forma di allevamento a globo degli

agrumi). Mettendo in relazione il peso dei frutti, con il

carico delle piante, espresso come numero di

frutti su superficie fogliare, all’aumentare delle

foglie disponibili decresce il peso del frutto, è

possibile trovare una zona di compromesso

identificata dalla zona di flesso della curva che

consente di individuare il carico corrispondente

alla pezzatura desiderata.

Mettendo in relazione il rapporto tra le diverse densità di impianto con gli anni dall’impianto e le t/ha prodotte si

può evincere come indipendentemente dalla densità d’impianto le differenze tra le diverse densità si appianano

tendendo ad un punto comune finale. La scelta dipende essenzialmente dai costi iniziali che si vogliono sostenere.

Un’elevata densità di impianto consente un raggiungimento più veloce della piena produttività.

L’affronto dei problemi visti nella produzione integrata richiede competenze multidisciplinari a partire dalla genetica

fino ad arrivare all’entomologia. Gran parte della responsabilità è lasciata al produttore, anche se esistono servizi di

appoggio che entrano in aiuto al produttore stesso.

Gli obiettivi principali della produzione integrata sono, in ordine di importanza:

❖ La salute degli operatori e dei consumatori, l’insieme delle tecniche colturali non devono incidere

negativamente sulla salute di questi.

❖ Il rispetto dell’ambiente, tutti gli aspetti che hanno a che fare con acqua, suolo, organismi non bersaglio (quelli

utili).

❖ L’obiettivo della qualità del prodotto non è il principale che la produzione integrata si pone. Tutti gli interventi

colturali hanno a che fare con la qualità del prodotto, ma i disciplinari non si pongono come obiettivo primario la

qualità (altri disciplinari lo pongono per primo). Riponendo grande attenzione alle azioni colturali si va ad influire

indirettamente sulla qualità del prodotto, la quale ne beneficia. La qualità del prodotto fa riferimento ad

eventuali residui fitofarmaci sul prodotto, prodotti che non possono essere somministrati dopo la raccolta

(l’Italia è uno dei pochi paesi a vietarlo). In altri paesi extraeuropei vengono ampiamente utilizzati prodotti

chimici antiparassitari anche durante i periodi di conservazione.

❖ Utilizzando i criteri della produzione integrata esiste un risparmio non indifferente per il produttore. Criteri di

produzione che seguono parametri di efficienza fisiologica infatti permettono di ridurre notevolmente i costi di

produzione.

Non esiste una regolamentazione rigida che definisca le linee di produzione integrata. Esiste però una Direttiva

Europea “pesticidi” del REG 128/09, recepita in Italia nel 2012 (D.lgs 150/2012), che regola l’impiego di agrofarmaci

e prevede regole rigide con sanzioni anche penali nel caso in cui non fossero seguite. La direttiva fa dei cenni alle

tecniche utilizzate nella produzione integrata, le quali però non vengono regolamentate ufficialmente. La situazione

attuale del nostro paese vede la difesa integrata come obbligatoria: essa è gestita dal ministero dell’agricoltura e

dalle regioni (come organismi di controllo). Tale tipo di difesa non prevede finanziamenti. Esistono dei regimi

volontari che dipendono dalle regioni per la regolamentazione della produzione integrata: in Emilia Romagna, la

prima regione ad aver adottato un disciplinare per questo regime, sono stati emessi dei disciplinari di produzione

che permettono ai produttori di colture arboree ed erbacee che aderiscono, di poter ottenere dei contributi. I PSR

(piani di sviluppo rurale) sono piani che vincolano gli agricoltori a quelli che sono di fatto i disciplinari della

produzione integrata. I disciplinari sono aggiornati annualmente oppure in più anni.

Disciplinare della produzione integrata di albicocco: riporta nel dettaglio tutti i passaggi che l’agricoltore deve

seguire per condurre una produzione integrata. I fitoregolatori (possibile influenza sulla salute umana) sono

permessi in Italia ma se si vuole accedere a finanziamenti non è possibile utilizzarli nella produzione integrata. Sono

definite le cv e i portainnesti tra cui scegliere. Una parte caratterizza le dotazioni del suolo. Esistono riferimenti alla

concimazione, con note di incrementi e decrementi in base alla previsione della produzione (se prevedo di produrre

poche t, posso apportare meno N). Un servizio online aggiornato quotidianamente informa dell’evapotraspirato.

ZONAZIONE

Applicata specialmente in viti-vinicoltura, questa applicazione della produzione integrata potrebbe essere utilizzata

anche per altre specie, ma essendo costosa, occorre una coltura che abbia margini di guadagno che permettano il

sostenimento di queste spese. Per altre specie non sono stati eseguiti veri e propri studi di zonazione, anche se

alcuni studi hanno individuato ambienti più adatti per determinate cv (melo).

Lo scopo fondamentale è quello di ottimizzare il rapporto tra genotipo ed ambiente al fine di individuare i

parametri ottimali per l’ottenimento di vini di qualità. La zonazione parte da studi FAO che consentono in un dato

comprensorio relativamente omogeneo di individuare delle sottozone (unità territoriali) che la FAO denomina unità

vocazionali in cui le prestazioni delle colture vegetative, produttive e qualitative possono essere considerate

omogenee. All'interno di queste unità possono essere applicate le stesse procedure agronomiche. L’obiettivo finale

è quello di uniformare i parametri colturali per definire con precisione il prodotto finale.

Le operazioni di zonazione richiedono diversi anni e il lavoro di molti specialisti. Nella maggior parte dei casi questi

studi vengono eseguiti in zone in cui viene già praticata la viticoltura. Lo studio del comprensorio parte dalla

situazione dei vigneti esistenti e dei vitigni, è commissionato da consorzi dei produttori, con l’aiuto economico di enti

locali, altre volte le spese sono sostenute dalle associazioni dei produttori.

In primo luogo si determina la situazione iniziale dei vigneti: età e densità d’impianto (censimento), forme di

allevamento. In secondo luogo si procede a rilevare la morfologia, l’altimetria della zona e i profili del suolo

(pedologi) che vanno a identificare le unità cartografiche (UC) tenendo conto anche della granulometria e dell’analisi

chimica del suolo. Il terzo stadio vede il monitoraggio di dati meteorologici trentennali, o più dove disponibili, per

comprendere il regime climatico caratteristico della zona (T e pluviometria). Si arriva poi ad individuare le unità

vocazionali (zone ad ambiente omogeneo). Se questi studi vengono effettuati in zone vergini si parla di vocazionalità

e non vocazionalità (per zone già coltivate a vite). Sono utilizzate carte per somme termiche su base 10° (minima di

vegetazione).

Al termine dello studio si passa dalla carta dei suoli alla carta vocazionale. Dalle classificazioni del suolo si originano

unità territoriali più ampie che sono omogenee. Vengono eseguiti anche studi che considerano parametri

morfologici (altitudine, PAR) uniti a parametri fenologici (epoca fioritura).

Lo studio dei vigneti di riferimento viene fatto a partire dalle unità territoriali:

❖ Vengono eseguiti studi statistici con la suddivisione del territorio in parcelle: 10/15 ceppi/cv.

❖ L’analisi del suolo permette di associare lo stadio fenologico della pianta con la dotazione minerale del suolo.

❖ Ci si occupa di rilievi vegetativi e produttivi come allegagione, fioritura, ecc; tali rilievi vanno eseguiti per almeno

3 fruttificazioni, ovvero per 3 anni, in modo da avere riferimenti in anni con andamenti climatici differenti.

❖ La curva di maturazione (da piena invaiatura a maturazione) viene monitorata in quanto serve per decidere il

momento ottimale di raccolta per la produzione di vino.

❖ La micro-vinificazione è impiegata come prova scientifica ma talvolta è contestata in quanto eseguita su piccole

quantità di uva.

❖ Vengono poi eseguite analisi chimico-sensoriali sul vino prodotto.

❖ Viene in seguito eseguita l’elaborazione statistica che permette di rendere operative le informazioni raccolte.

Analisi a grappolo permettono di ottimizzare e chiarire i risultati ottenuti rispetto all’insieme di informazioni.

Le peculiarità delle UV (ottimizzazioni) danno indicazioni per quanto riguarda la scelta dei portainnesti, dei vitigni e

dell’utilizzazione enologica, dello stato nutrizionale (carta tematica) e del bilancio idrico (eventuale sistema di

irrigazione).

Uno degli sbocchi di questi studi fatti permette di individuare 4 fasi fenologiche considerate critiche

(germogliamento, allegagione, invaiatura, vendemmia) per la pianta, il suo sviluppo e per l’ottenimento di un

prodotto di qualità. Si interviene quindi con un impianto di irrigazione per implementare l’apporto irriguo nel

periodo di carenza idrica, con apporti specifici per ciascuna fase.

Il principale fattore discriminante per il prodotto enologico è l’altitudine, infatti alcune UV si differenziano più per

questo fattore piuttosto che per altre condizioni. All’interno di un’unità vocazionale sono presenti più unità

cartografiche le quali possono presentare differenze per la tolleranza a caratteri del suolo, per cui vengono

consigliati diversi portainnesti. Se da un lato la produzione integrata mira alla tutela ambientale, la zonazione si

specializza nell’ottimizzazione del prodotto enologico derivato dalla cv. L’utilità della zonazione riguarda la pubblica

amministrazione (politiche di sviluppo agricolo) e i singoli produttori (scelte aziendali). La zonazione può anche

essere utilizzata per valorizzare l’eventuale diversità ambientale ed agronomica (es: Az. Muratori indica l’unità

vocazionale in etichetta).

PRODUZIONE BIOLOGICA:

Si caratterizza principalmente per l’esclusione di prodotti chimici di sintesi, ovviamente è esclusa anche la presenza

accidentale di essi, esiste però una soglia di tolleranza che non incide sull’etichettatura. L’esclusione dei mezzi

chimici di sintesi fa sì che si ricorra esclusivamente a prodotti ritrovati in natura. Si tratta di concimi organici come

letame e compost, i quali sono la principale fonte di N oltre che di sostanza organica. Sono inoltre impiegati concimi

minerali come il gesso, le fosforiti etc. La disponibilità di azoto è quindi un problema molto importante. Tra gli

antiparassitari si fa ricorso al piretro, rotenone e quassio, molecole estratte da organismi vegetali. La lotta (difesa)

biologica è la strategia che fa uso di organismi limitatori, non è forzatamente correlata alla produzione biologica, ma

chiaramente riveste un ruolo importante per questa filiera. Un'altra limitazione è il divieto nell’uso delle radiazioni

ionizzanti, oltre che l’utilizzo di OGM. Questa filiera di produzione è fortemente regolamentata, in particolare dal

regolamento 2092/91 UE recepito con DPR 290/1991, con un adeguamento con regolamento UE 834/07 che ha

inserito la tolleranza di OGM eventualmente presenti nelle derrate.

Tra i numerosi adempimenti a cui questa filiera deve sottostare l’etichettatura è molto importante.

Nell’etichettatura o nella pubblicità i prodotti biologici non possono essere garantiti come superiori a livello

organolettico, nutritivo o sanitario rispetto alla concorrenza. Lo scopo di questa filiera è quella di garantire un

prodotto che eviti l’impiego di prodotti di sintesi nella presunzione che le molecole naturali siano meno pericolose di

quelle di sintesi. La filiera è rigidamente controllata: gli organismi di controllo sono società private autorizzate e

riconosciute dal MIPAAF (ministero delle politiche agricole alimentari e forestali), le quali effettuano i controlli sulle

aziende che vogliono ottenere la certificazione, infatti le singole aziende devono iscriversi ad una di queste società.

Successivamente il produttore deve notificare (notifica di attività) alla regione e comunicare tutte le eventuali

variazioni (notifica di variazione). Esso deve inoltre comunicare un programma annuale di produzione il quale

contiene le previsioni di produzione dell’annata in corso. I registri di campagna devono essere costantemente

aggiornati e deve sottostare ad almeno una visita ispettiva per anno (o più, concordate o meno col produttore).

Nella conversione di un’azienda ad un regime totalmente biologico si presume che il terreno non possegga

nell’immediato un equilibrio tale da poter sostenere le colture. Si ricorre quindi ad un certo numero di anni in cui il

regime colturale è biologico, ma i prodotti devono essere differenziati come provenienti “da conversione

all’agricoltura biologica”. Per la frutti-viticoltura si parla di un periodo di 3 anni, mentre per i seminativi tale periodo

dura 2 anni. L’organismo di controllo può eventualmente derogare questo periodo se lo ritiene opportuno, gode

infatti di un certo potere discrezionale.

La fertilità del suolo deve essere ricostituita attraverso diverse pratiche colturali, restituendo l’equilibrio perso con la

precedente somministrazione di fertilizzanti di sintesi. A tale scopo si possono usare i sovesci e/o l’apporto di

materiale organico, come compost o letame. Questa sostanza organica apportata deve provenire anch’essa da

agricoltura biologica, a meno di deroghe. Possono essere anche impiegati fertilizzanti minerali presenti in natura.

La regola aurea per quanto concerne la difesa è l’attuazione di misure preventive: si presuppone che una pianta in

equilibrio con il suolo ricostituito come naturale sia meno soggetta ad attacchi parassitari. La protezione da avversità

parte dalla scelta di specie/cv rustiche, attuando un programma di rotazione adeguato, impiegando tecniche di

diserbo alternative ai prodotti chimici (pirodiserbo, pacciamatura, meccanico); deve inoltre essere messo in atto un

piano che permetta di proteggere le popolazioni di organismi antagonisti dei parassiti vegetali con l’uso di siepi, nidi

artificiali o con l’aggiunta di organismi predatori. Prodotti antiparassitari sono quindi usati esclusivamente solo

quando risultano necessari, serve l’autorizzazione dell’organismo prima di effettuare i trattamenti (eventi

eccezionali). Esistono diversi agrofarmaci disponibili a seguito dell’autorizzazione, come cera d’api, azadiractina,

proteine idrolizzate, lecitine, olii vegetali, BT. Il lancio di insetti antagonisti è principalmente efficace in un ambiente

protetto.

I principi agronomici della frutticoltura biologica sono leggermente diversi rispetto a quelli visti per la produzione

integrata, essi non sono necessariamente intercambiabili. Si tratta di scegliere ambienti vocati, cv rustiche e adatte

alla trasformazione (spesso l’aspetto estetico è una problematica rilevante e si preferisce ricorrere alla

trasformazione). I produttori biologici talvolta scelgono cv tipiche della produzione integrata per giungere sul

mercato con un prodotto sufficientemente bello dal punto di vista estetico. La scelta del portainnesto deve orientarsi

su portainnesti tendenzialmente vigorosi per ovviare alle carenze nutrizionali con una maggiore esplorazione dello

strato di terreno a disposizione. Ove possibile sarebbe più opportuno impiegare piante autoradicate, che rispetto a

quelle innestate, esprimono una naturale vigoria elevata, ad esempio nel caso del melo o del pero. Si impiegano

inoltre ampie distanze d’impianto, così da migliorare la vigoria e l’esplorazione radicale e contemporaneamente per

evitare ombreggiamenti. Alla bassa densità si accompagna l’adozione di forme di allevamento poco dense per

evitare di creare microclimi adatti allo sviluppo di malattie. La potatura invernale deve essere limitata per ridurre il

numero di lesioni con lenta capacità di cicatrizzazione mentre è da prediligere la potatura estiva.

Confronto bio-integrato

Nel confronto, effettuato con diversi studi, tra produzione biologica ed integrata, è difficile che i dati siano

totalmente significativi, siccome le condizioni generali difficilmente sono omologabili, c’è sempre qualche fattore di

disturbo. Di seguito si mostrano i risultati di un confronto eseguito tra Golden Delicious coltivati in regime integrato

e biologico.

Nel caso del melo, la produzione bio è stata minore del 18% nel 2002, e minore del 50% nel 2003, pertanto si evince

come essa sia generalmente caratterizzata da una minore produzione, e come questa sia maggiormente dipendente

dalle condizioni ambientali e quindi meno costante rispetto all’integrato. Per quanto riguarda la composizione del

frutto il confronto ha mostrato nel 2002 un grado Brix leggermente inferiore per il bio, un dato molto significativo.

Anche per il contenuto di acido ascorbico esiste una differenza molto significativa sempre a svantaggio del bio. Il

peso del frutto confrontando le due tipologie di conduzione presenta una grande differenza a sfavore del biologico.

La rugginosità è la presenza di suberificazioni presenti sull’epidermide dell’epicarpo, queste provocano una

discontinuità della buccia e una maggiore perdita di acqua oltre che un deprezzamento del frutto. Le mele bio

presentano una maggiore rugginosità, questo è dovuto alla limitata disponibilità di mezzi per i produttori bio, infatti

rame e zolfo possono causare microlesioni che contribuiscono all’aumento della rugginosità stessa. La conservabilità

del prodotto bio è inferiore, anche se questo mostra un leggerissimo contenuto zuccherino superiore dopo 4 mesi

rispetto all’integrato, possiede molto meno acido malico. In ogni caso tanto più lunga è la conservazione tanto più le

differenze tendono ad essere appianate.

In un confronto effettuato su melo, contemporaneo al precedente, sono stati analizzati i frutti provenienti dalle due

diverse tipologie di produzione, valutati alla raccolta e in post-raccolta. Si nota una minima variazione significativa in

favore del biologico per quanto concerne i gradi Brix. Idem nel confronto post raccolta. I dati speculari riguardanti la

concentrazione di acido malico presentano un maggiore contenuto in acidi nel prodotto proveniente da agricoltura

integrata.

In un confronto effettuato su pesco, ma con cv diverse, si è vista una riduzione sia per quanto riguarda la produzione

per pianta e per ettaro nel prodotto biologico al confronto con l’integrato. Una differenza importante, del 20-30%

circa. Il dato relativo agli elementi minerali presenti nei frutti ha riportato un maggiore contenuto di ceneri nel bio, a

parità di peso secco. Il confronto sul peso secco non ha mostrato differenze significative tra i due prodotti. Le

concentrazioni misurate in ppm hanno mostrato come Fe e Mn siano significativamente presenti in quantità

superiori nel bio.

Nel caso di uva da vino, il confronto tra mosti di Sangiovese, ha riportato una maggiore concentrazione di polifenoli

ed antociani nel bio, il contenuto di acidi è invece maggiore nell’integrato. I polifenoli sono molecole prodotte come

conseguenza ad uno stress, è normale quindi che la loro concentrazione sia maggiore nel prodotto biologico.

Per quanto riguarda il confronto economico eseguito su pesco tra i due regimi di produzione, la produzione media

risulta superiore nell’integrato (31 vs 25,5 kg/ha), per quanto riguarda invece i costi, quelli unitari vedono favorito

l’integrato con 0,44€/kg vs 0,56€/kg. La differenza è giustificata dal maggiore numero di interventi eseguiti nella

filiera biologica con prodotti normalmente meno efficaci e più costosi.

Problematiche

La filiera bio è basata, come quella integrata, sulla salvaguardia della salute umana e dell’ambiente, la qualità è

quindi un aspetto “secondario” in questo senso. La contrapposizione tra naturale ed artificiale è al centro del regime

biologico. Confrontando la tossicità di glifosate e rame si può evincere come la dose letale del primo sia superiore a

10.000 ppm, mentre il secondo sottoforma di solfato sia pari a 472 ppm. Dal 2006 è stato posto un limite massimo di

6 kg/ha di Cu annualmente utilizzabili, si tratta di una quantità considerevole. Inoltre il sistema di controlli può

spesso risultare fortemente carente.

Le rese di questa filiera possono essere ridotte con elevate perdite. I costi di produzione sono superiori rispetto

all’integrato. Questo suscita dei dubbi sulla sostenibilità dell’agricoltura biologica, ci sono molti punti interrogativi

che riguardano l’efficacia dei concimi: si tratta prevalentemente di rocce macinate, o dell’apporto dei fertilizzanti

organici i quali rispettando il ciclo dell’azoto, hanno una mineralizzazione non modulabile e spesso asincrona rispetto

alle esigenze della pianta. A questo si aggiunge l’efficacia ridotta degli agrofarmaci impiegati, la minore resa (ovvero

la necessità di maggiori superfici a parità di produzione rispetto all’integrato, un problema sempre più importante).

La pratica del diserbo prevalentemente eseguita tramite le lavorazioni del terreno, favorisce l’erosione del suolo e

comporta un uso maggiore di derivati del petrolio. Infine l’innocuità dei prodotti fitosanitari autorizzati da questa

filiera è dubbia: ad esempio, il rotenone è una molecola estratta da alcune radici di leguminose tropicali, tale

molecola ha un ampio spettro d’azione e risulta tossica per i pesci. L’etichettatura e la pubblicizzazione dei prodotti

bio risulta spesso ingannevole per i prodotti derivati.

La filiera biologica occupa in italia l’8,7% della SAU totale (oltre 1 milione di ettari), si tratta di un dato molto elevato.

Per il settore frutticolo l’Italia ha superfici relativamente ridotte, la vite è leggermente superiore alla media (3% del

totale), questo è anche dovuto all’elevata quota destinata alla trasformazione ottenuta da questa coltura (l’aspetto

non è meno importante). L’olivo ha una grossa rilevanza (8% del totale è bio) questa elevata incidenza è spiegata

dall’importante quota relativa alla conduzione a livello familiare e hobbystico, senza immissione di mezzi tecnici,

dell’oliveto che ne rende facilmente certificabile lo status di biologico. L’importazione di prodotti biologici è

maggiormente indirizzata verso i prodotti trasformati. L’incidenza del contributo comunitario sul reddito netto di

un’azienda è maggiore per le aziende bio rispetto a quelle convenzionali (45% vs 40%), questo spiega anche

l’andamento altalenante del numero di operatori e di SAU dedicata al biologico.

PRODUZIONE BIODINAMICA:

Si ispira a principi simili a quelli dell’agricoltura bio accentuandone ulteriormente la naturalità, in particolare delinea i

3 obiettivi seguenti: mantenere la fertilità del terreno, rendere le piante resistenti alle avversità, produrre alimenti

di alta qualità (cosa che le due filiere precedenti non pongono come obiettivo primario). Il fondatore è Rudolf

Steiner, il quale non si occupò mai di agricoltura. I principi agronomici considerati sono l’utilizzo di risorse naturali,

senza intervenire con mezzi artificiali, liberando nel terreno le materie nutritive necessarie alla pianta, l’inspirazione

dall’atmosfera di CO , acqua e N e l’autoregolazione stimolata da vitamine, ormoni e microelementi.

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Il punto fondamentale è quello di attivare le risorse già presenti nel suolo (da parte di microflora e fauna), senza

restituire ciò che viene asportato. I concimi chimici vengono considerati disturbatori del suolo.

L’azienda biodinamica si propone come azienda a ciclo chiuso in quanto unità biologica autosufficiente.

Particolarmente caratterizzante sono i compost, ovvero terra, residui vegetali e modeste quantità di letame

provenienti dall’azienda, addizionati di preparati biodinamici. Questi preparati sono 8 soluzioni ad azione

omeopatica, due sono indicati per l’utilizzazione in pieno campo, uno a base di letame che stimolerebbe l’apparato

radicale, uno a base di polvere di quarzo che dovrebbe stimolare l’assimilazione e la maturazione.

L’ente certificatore è unico a livello internazionale (DEMETER con sede a Ginevra), per l’Italia ufficialmente non

esiste la dicitura prodotto biodinamico, ma prodotti a marchio Demeter. Sul mercato questi prodotti sono assimilati

a quelli provenienti dall’agricoltura biologica, si parla di 300 aziende, quasi tutte con una superficie pari a 100-200

ha. Vi sono pochi esempi di frutticoltura, si tratta quasi essenzialmente di produzioni viticole (6000 ha),

recentemente si è aggiunta un’azienda siciliana di uva da tavola (che insacchetta i grappoli). Non si conoscono

esattamente i costi di produzione (+20%) e i livelli di produttività.

DENOMINAZIONI DI ORIGINE:

Esistono filiere produttive che hanno come primo obiettivo quello di salvaguardare la qualità intrinseca del

prodotto, ovviamente senza disconoscere la necessità di tutelare la salute umana e l’ambiente. Non si tratta di

un’invenzione recente, nell’antichità il nome del vino era ad esempio identificato con il luogo di produzione. L’origine

geografica funge quindi da garanzia per le qualità intrinseche del prodotto. Nel 1641 in Ungheria vengono imposte

della regolamentazione sulla zona di produzione per quanto riguarda il vino Tokai. Segue similmente la delimitazione

nel 1716 della zona del Chianti.

Principi di base

Deve essere definita una zona precisa a livello geografico, è necessario un disciplinare di produzione, e la proprietà

collettiva del nome geografico (tutti i produttori all’interno del territorio delimitato che si attengono al disciplinare

possono ottenere la denominazione).

Le DO in EU per quanto riguarda i vini hanno inizio con il reg. CE 24/1962 che ha portato alla regolamentazione di

standard minimi per la qualità, questo regolamento si inserisce in un contesto di crescita economica, il vino è ancora

alimento. Si individuarono dunque due tipologie, i vini da tavola e i Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate

(VQPRD). I secondi furono riconosciuti come vini di pregio da salvaguardare. Il forte distacco tra vini comuni ed

eccellenti, unito alla forte evoluzione della pratica enologica, ha portato successivamente all’istituzione dei vini ad

indicazione geografica, per fornire una collocazione di mercato anche a vini comuni. Si tratta dei precursori dei vini

IGT.

La L.164/1992 fa intervenire l’Italia con una sua ulteriore legislazione, in un contesto questa volta completamente

differente da quello precedente, il vino è diventato nel frattempo un bene di consumo voluttuario o quasi. La legge

istituisce le DOC (Denominazione di Origine Controllata), ovvero la possibilità per alcuni produttori di fregiarsi di

questa etichetta legando la zona di origine agli attributi qualitativi del vino. Il livello superiore è la DOCG

(Denominazione di Origine Controllata e Garantita), questo ulteriore appellativo vuole premiare vini che si sono

distinti per la loro eccellenza da almeno 5 anni da quando hanno ottenuto la DOC, si tratta di un riconoscimento

attribuito dal mercato. Il regolamento CE 816/70 aveva istituito l’IGT (Indicazione Geografica Tipica), la quale è stata

successivamente adottata dalla legislazione italiana, si utilizza per denominare vini che non possiedono le

caratteristiche per una DOC poiché risulta meno restrittiva.

Per quanto riguarda gli altri prodotti agroalimentari sono stati emanati due regolamenti CE 2081/92 e 2082/92, con

questi le denominazioni di origine sono estese anche ad altri prodotti differenti dal vino, in modo da valorizzarne le

produzioni, proteggerle a livello commerciale e come mezzo per veicolare informazioni ai consumatori sottoforma di

marchio. Le denominazioni istituite sono essenzialmente 3:

❖ DOP, Denominazione di Origine Protetta: indica che tutte le fasi di produzione sono eseguite nello stesso luogo

geografico, ovvero produzione, trasformazione e confezionamento;

❖ IGP, Indicazione Geografica Protetta: indica che almeno una fase della produzione è svolta nell’ambiente

individuato dalla denominazione;

❖ STG, Specialità Tradizionale Garantita: indica un insieme di produzioni alimentari di cui è garantita la

composizione e il metodo di produzione, è impiegata su prodotti tradizionali come ad esempio la pizza

napoletana.

Il Mipaaf nel 2003 è intervenuto istituendo un ulteriore riconoscimento di specificità, con lo scopo di valorizzare i

prodotti DOP e IGP prodotti in zone montane come “prodotto della montagna”.

I prodotti interessati dai regolamenti 2081/92 e 2082/92 riguardano carni fresche e preparate, formaggi, altri

prodotti di origine animale, grassi, ortofrutticoli, prodotti della pesca, birra, bevande estratti da piante, prodotti da

forno, altro… Si tratta di un ampio spettro, in cui sono inclusi anche gomme, oli essenziali, fieno, sughero, cocciniglia.

La regolamentazione dell’istituto di denominazione di origine europea è piuttosto complessa. Le DO sono

riconosciute in condizioni particolari, con un processo piuttosto lungo. Con il reg CE 535/97, è stato riconosciuto il

fatto che nel tempo trascorso dalla presentazione della domanda all’effettivo conferimento della DO si può istituire

un regime transitorio se lo stato membro fornisce un primo assenso di validità. Con il reg. 692/03 anche piante

ornamentali e paste possono essere insignite di DO, vengono escluse le acque minerali e vengono istituite regole di

protezione oltre i confini dell’UE (reciprocità). Il reg 1783/03 ha stabilito incentivi economici agli agricoltori che

partecipano a programmi di miglioramento della qualità in regime di denominazione.

Il DL 173/98 regolamentato dal DM 350/99, non soddisfatto del regime delle DO proposto dall’UE, ha aggiunto la

denominazione di prodotti tradizionali, che affianca il regime delle DO. Possono fregiarsi prodotti trasformati che

possono dimostrare di essere in essere da almeno 25 anni, garantendo metodiche di lavorazione, conservazioni e

stagionatura consolidate che possano garantire un ulteriore fregio di qualità.

La procedura di riconoscimento deve essere inoltrata come domanda al Mipaaf e localmente presso le regioni,

fornendo un disciplinare di produzione e una relazione storica ed economica. Il primo livello di riconoscimento è

quindi quello regionale: le regioni avvallano la domanda una volta riconosciuta la presenza dei requisiti. Superata la

prima fase e accertata la legittimità del soggetto a livello ministeriale viene indetta una pubblica audizione alla

presenza di enti pubblici e organizzazioni professionali di categoria per presentare il disciplinare di produzione. La

proposta di disciplinare è successivamente pubblicata sulla gazzetta ufficiale, da qui i produttori, nell’attesa del

responso EU possono iniziare a difendere il proprio prodotto sul mercato. La richiesta è notificata dal ministero alla

commissione UE, che ne esamina i contenuti entro 6 mesi, con la possibilità di proroga per ulteriori chiarimenti.

Accettata la richiesta essa è pubblicata sulla gazzetta ufficiale, e, se entro 6 mesi non vengono sollevate opposizioni,

si passa all’iscrizione al registro comunitario. Il registro comunitario racchiude tutte le DO dell’unione.

Esempio consorzio Pere DOP:

Le pere autunnali-invernali, se non sono preventivamente sottoposte ad un periodo di conservazione a freddo

successivamente non matureranno in maniera adeguata, le pere destinate alla commercializzazione primaverile

devono anche essere conservate in atmosfera conservata. Un controllo da parte dell’assessorato necessario è

eseguito, i pereti idonei sono inseriti in un albo ove appaiono le aziende autorizzate a fregiare il prodotto della DO.

Annualmente il consorzio è obbligato ad indicare le produzioni stimate, così che si possa controllare la quantità

immessa sul mercato, evitando che partite estranee vengano messe in commercio con la DO in oggetto. È poi

elencato minuziosamente un elenco delle caratteristiche minime necessarie e per il confezionamento. Molto

importante al fine della determinazione delle caratteristiche è l’impiego delle tecniche di analisi sensoriale.

Punti critici dei disciplinari di produzione

❖ Delimitazione della zona di produzione: dimostrare che i frutti prodotti all’interno della stessa siano migliori o

differiscano dagli altri;

❖ Individuazione e descrizione delle cv autorizzate: per inserire nuove cv è necessario ripetere la trafila regione,

ministero, UE per ottenere la certificazione;

❖ Parametri colturali: stretta regolamentazione delle tecniche impiegabili ai fini di mantenere qualità del

prodotto, produzioni tollerate molto elevate possono indurre i coltivatori a spingere con acqua ed azoto con il

rischio che il prodotto non soddisfi i parametri di qualità;

❖ Parametri quali-quantitativi della produzione: è difficile identificare dei parametri che distinguano la

produzione da quella delle altre zone.

Punti critici delle denominazioni di origine

I disciplinari dovrebbero essere flessibili da un lato, ma comunque garantire dei requisiti minimi in termini di qualità,

questo è un punto di debolezza, un disciplinare molto rigido può danneggiare i produttori del consorzio, siccome la

modificazione dello stesso prevede un iter lungo che può comportare un danno economico al produttore. I controlli

sono carenti, talvolta sono demandati alla regione, o spesso sono demandati ad organismi creati all’interno del

consorzio stesso (affidabilità minima). I marchi sono previsti dalla regolamentazione nelle confezioni e sui singoli

frutti, sono registrati al fine di incrementare la riconoscibilità del prodotto presso il consumatore sul mercato, ma

spesso possiedono dei significati ambigui e poco chiari. Ad esempio il marchio QC (Qualità Controllata) è un marchio

presente in Emilia Romagna per i produttori che seguono un disciplinare di produzione integrata, non identifica

quindi la qualità del prodotto ma il processo seguito durante la produzione. Vale lo stesso per quanto riguarda la

coccinella del trentino, viceversa i marchi Melavì e Marlene sono marchi di prodotto e non di processo, essi hanno la

funzione di sottolineare la qualità del prodotto e di distinguerlo dagli altri. Anche l’Eurofoglia è un marchio di

processo analogamente al QC, non riguarda quindi la qualità. La domanda è “il consumatore possiede la capacità di

distinguere tra le diverse tipologie di marchio?”.

Per quanto concerne la qualità, e in secondo luogo la salubrità del prodotto, queste caratteristiche sono demandate

per la comunicazione ai marchi. Ad oggi distinguere tra una DO e una denominazione di qualità è difficile. Il progetto

originario delle DO, visto il proliferare dei marchi che è seguito, è stato in gran parte disatteso per quanto riguarda

l’obiettivo di informare il consumatore. In secondo luogo si pone attenzione, almeno per quanto concerne i

sostenitori internazionali del libero scambio, al fatto che la difesa dei prodotti attraverso questi marchi costituirebbe

delle forme di monopolio.

Oltre al sistema delle DO esistevano i consorzi di valorizzazione, i quali avevano come scopo quello di valorizzare

certe produzioni tipiche a livello commerciale fornendo nel contempo assistenza tecnica, raccordando i produttori e

altri enti territoriali. Queste funzioni sono ancora svolte dal consorzio per la difesa della fragola e il consorzio della

ciliegia di Vignola. Esistono poi i già citati club varietali, i quali riescono attraverso il totale controllo della filiera a

bypassare anche il sistema delle DO. Spesso nel sistema dei club creazione ed acquisizione sono distinti, i breeder si

preoccupano solo di vendere i diritti al club, i propagatori i produttori e la commercializzazione sono poi, anch’essi,

controllati dal club (Pink Lady, Club Jazz). Ad oggi, grazie alla conservazione, e alla facilità di commercializzazione in

diversi periodi, solo le mele sono oggetto dell’istituzione di questi club.

La suddivisione del valore delle produzioni italiane a marchio riportano per quanto riguarda il settore ortofrutticolo

l’1% del totale, un ruolo decisamente minoritario. Per quanto riguarda i prezzi di produzione si rileva un aumento di

costo variabile tra i 5 e i 20 centesimi, a seconda delle caratteristiche dell’azienda che si attiene alle norme delle DO

rispetto al convenzionale. Il costo unitario si assesta attorno a 0,018€/kg. La GDO considera il frutto una

commodities e quindi non si interessa alla valorizzazione di questi prodotti, questo comporta uno svilimento delle

DO, che hanno quindi difficoltà a trovare spazi commerciali che ne valorizzino la produzione, spesso anche a causa

della limitata disponibilità di prodotto che le caratterizza.

PRODUZIONI LEGNOSE:

LEGNO DA LAVORO

Esistono diversi sistemi produttivi, la selvicoltura è un regime produttivo particolare che mira allo sfruttamento di

quanto la natura ci mette a disposizione, si tratta della “coltivazione” del bosco. In realtà, il bosco non richiede

pratiche agronomiche e pertanto non è realmente coltivato. La propagazione avviene per seme, per rinnovamento

naturale. Le aree boschive, in Italia, a partire dal dopoguerra sono aumentate del 30% su tutto il territorio a causa

dell’abbandono dell’agricoltura nelle zone svantaggiate. Il bosco non ha solo una funzione produttiva, ma può

fornire altre finalità come la salvaguardia del territorio e una funzione ricreativa. Si tratta (quasi sempre) di un bosco

polifita di durata indefinita.

La selvicoltura “industriale”:

La fustaia ha una durata di 40-50 anni, sono generalmente monofite (conifere) e in esse viene assicurata una certa

densità così che i fusti crescano dritti e senza rami laterali. Il ceduo è un bosco di latifoglie soggetto a cicli di 10-30

anni, in cui vi è il periodico taglio all’altezza del colletto. Si sfrutta l’attitudine pollonifera delle essenze coinvolte e si

rigenera la biomassa necessaria per il turno successivo. Le fustaie servono a produrre fusti da avviare alla segagione,

mentre i cedui servono alla produzione di pali. Quest’ultima produzione è letteralmente al palo, esistono quindi nel

nostro paese molti cedui trascurati: questi possono, con opportuni interventi di diradamento, essere riconvertiti in

fustaie. Le conifere utilizzate sono abete bianco e rosso, diversi tipi di pino e la douglasia, una specie importata data

la qualità del suo legno. Tra le latifoglie si annovera il castagno, sicuramente l’albero più diffuso del nostro paese, il

suo ceppo di origine è in Anatolia. Abbiamo poi diverse tipologie di querce, il faggio e poi specie minori come il

frassino maggiore e minore, l’olmo (molto dell’olmo campestre è stato decimato dalla grafiosi dell’olmo pertanto

sono stati importati olmi resistenti dall’estero), vi è poi anche l’acero.

L’arboricoltura da legno:

La finalità è produrre legno da lavoro per i più disparati utilizzi, l’oggetto principale dell’albero sfruttato è il fusto, a

differenza della selvicoltura in questo caso si adoperano le cure colturali classiche, l’arboreto si inserisce quindi

nell’ordinamento colturale dell’azienda anche se con una durata del ciclo elevata (ad eccezione del pioppo, i cicli

sono molto lunghi). L’occupazione del suolo per tempi così lunghi, specialmente con le superfici medie aziendali

italiane, rappresenta un investimento considerevole. In Italia sono coltivate quasi esclusivamente latifoglie, con

l’eccezione della conifera douglasia.

L’unica finalità di queste colture è quella della sola produzione di legno, alla fine del ciclo colturale la coltivazione

cessa, non vi è continuazione, ma successione con un'altra coltura. Gli alberi impiegati sono solitamente propagati

attraverso propagazione agamica, talvolta in caso di difficile radicazione si usa il seme. La tipologia di legno distingue

due diverse categorie, il pregio di un legno deriva da alcune caratteristiche tecniche e dalla velocità di crescita. Le

specie comuni hanno un rapido accrescimento (10-15 anni), sono le più utilizzate in Italia siccome consentono di

ottenere un reddito in tempi più brevi, mentre le specie pregiate possono arrivare ai 40-50 anni di durata del ciclo

colturale. Per le specie comuni le tecniche e le cure colturali sono ben note, esse sono comunque ridotte al minimo

per motivi di risparmio, il valore del legno è di valore non eccelso e in ogni caso il tipo di lavorazione del legno

influisce molto sulla sua qualità a posteriori. In tempi recenti, grazie all’evoluzione tecnica della lavorazione anche

specie come il pioppo sono state rivalutate economicamente grazie all’alto valore aggiunto posseduto da certi

manufatti ottenuti con lavorazioni particolari anche se a partire da una materia prima “modesta”, come il legname di

pioppo. Il pioppo è sicuramente la specie più coltivata nel nostro paese e dalla quale si possono ottenere manufatti

importanti. L’eucalipto ha trovato buona diffusione al centro-sud, è originario dell’Australia, importato inizialmente

per favorire le bonifiche dell’agro-pontino, è divenuto una specie infestante. L’elevata velocità di accrescimento può

essere un fattore importante, anche la conifera douglasia possiede questa caratteristica.

Le specie pregiate forniscono invece un legno di elevato valore, il valore dello stesso è infatti molto legato al suo

peso specifico: maggiore è questo parametro, maggiore è il valore del legno. Un elevato valore dipende anche dalla

lunghezza del fusto. Le specie più pregiate hanno cicli lunghi dai 30 ai 50 anni. Per queste specie non esiste una

tradizione di miglioramento genetico e di selezione di cloni e cv con caratteristiche adatte alla destinazione finale. Si

tratta di genotipi poco selezionati e propagati principalmente per seme, a causa delle difficoltà di radicazione che le

caratterizzano. In Italia non si sono studiati i genotipi a causa dello scoraggiamento dovuto alla lunga durata del ciclo

colturale, si tratta dell’intera vita attiva per un ricercatore, con investimenti considerevoli. Le specie più usate sono il

noce comune e americano (Juglans regia, J. nigra), ciliegio selvatico (P. avium: su questo è stato effettuato un lavoro

di selezione di cloni propagati in vitro, esso ha un ciclo relativamente breve, attorno ai 30 anni), il sorbo (S.

torminalis, S. domestica) comune e ciabardello, il pero (Pyrus communis, P. pyraster) sia comune che selvatico, il

quale ha utilizzazioni particolari nell’industria mobiliera come arricchimento estetico.

Per poter inserire specie pregiate nel ciclo colturale, senza rinunciare alla possibilità di ottenere un reddito

intermedio, possono essere messi a dimora impianti misti per ottimizzare lo sfruttamento della superficie, si tratta

comunque di tempi lunghi, come consociazione di ciliegio (30 anni) e noce (50 anni), così da ottenere produzioni (e

redditi) intermedi.

Arboricoltura lineare (single row): si tratta di filari posti lungo fossi, strade, capezzagne, con finalità varie. Non

sempre lo scopo è solo ottenere legno, questi filari possono anche essere utilizzati come frangivento, come fasce

tampone (ad esempio le buffer strips possono assorbire in maniera selettiva certi inquinanti e possono essere

utilizzati come attori del risanamento ambientale). Possono essere usati come “siepi”, ovvero come corridoi


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze della produzione e protezione delle piante
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcianodeme di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sistemi colturali arborei e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bassi Daniele.

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