Sistemi colturali arborei: frutti-viticoltura
Evoluzione, problematiche e prospettive
Evoluzione
Fino a metà dell’Ottocento le colture arboree erano prevalentemente coltivate in maniera promiscua, consociate con colture erbacee. Ha inizio negli USA, solo in questo periodo, lo sviluppo di una frutticoltura specializzata ed intensiva. In seguito a questo sviluppo si è proceduto con il curare la disposizione spaziale dell’arboreto introducendo il concetto di sesto d’impianto sulla base di osservazioni empiriche. Il pesco è stata la specie su cui sono stati eseguiti i primi tentativi di intensificazione.
Solo negli anni ’60 con lo sviluppo ed il progredire delle conoscenze relative alla fisiologia della pianta ha inizio un vero e proprio studio della densità d’impianto, non solo per la praticità, ma anche per massimizzare il benessere fisiologico dell’albero. Una corretta disposizione spaziale delle piante da frutto consente di intercettare un maggiore quantitativo di luce, che consente, molto spesso, di incrementare la resa.
Il progressivo passaggio del frutteto da una bassa ad un’alta densità d’impianto è principalmente dovuto alla differenza esistente tra resa per piante e resa per unità di superficie. Quando si è capito che la seconda, analogamente a quanto avviene nella cerealicoltura, era l’obiettivo principale, sono stati sviluppati i mezzi idonei alla realizzazione del frutteto ad alta densità: portainnesti, cv nane ecc...
Se prima la densità era molto bassa, con distanze in interfila che raggiungevano 8 m, ora si costituisce un frutteto caratterizzato da un’elevata densità d’impianto. La definizione di bassa, media, alta densità non si riferisce al numero complessivo di piante presenti ma al livello di competizione esercitato, non si tratta quindi di valori assoluti ma di valori dipendenti dall’ecofisiologia di ogni singola pianta e dall’obiettivo produttivo.
Lo sviluppo dei portainnesti ha portato ad una progressiva nanizzazione delle piante da frutto, con una riduzione significativa della chioma (ad esempio il ciliegio ha ottenuto il 60-70% di riduzione). La semplificazione delle tecniche di coltivazione conseguenti alla minore dimensione delle chiome, ha condotto ad un progressivo abbattimento dei costi, principalmente imputabili a potatura e raccolta, oltre che ad un migliore sfruttamento del suolo nel complesso e ad un’anticipazione dell’entrata in produzione (già dal primo anno).
L’incremento della qualità del prodotto è un’altra delle conseguenze derivanti dalla ridotta dimensione degli alberi, essa è direttamente dipendente da un miglioramento dell’intercettazione luminosa e della fotosintesi. La precoce entrata in produzione è stata fortemente influenzata dall’evolversi della tecnica vivaistica. Conseguentemente all’esigenza di un impianto moderno le forme di allevamento si sono evolute, con un incremento delle forme nane ed a spalliera, e il conseguente abbandono di quelle antiche.
Il miglioramento genetico ha avuto una rilevanza non indifferente: a partire dagli anni ’60 si è imposta la propagazione clonale e con essa l’esigenza di creare, attraverso incroci, nuove cultivar. Sono stati presi in considerazione gli aspetti fitosanitari (sharka del pesco o ticchiolatura melo) e di qualità dei frutti (mele per IV gamma con limitatissimo imbrunimento). Lo sviluppo delle colture in vitro e l’ampio uso dei marcatori microsatelliti ha permesso di accelerare i processi di selezione, tant’è che ogni anno sono immesse sul mercato numerose nuove cv.
Marcatori molecolari vengono impiegati per individuare caratteri utili nei genotipi di varietà in modo da riconoscere immediatamente il trasferimento dei caratteri utili (transgenosi). Anche l’evoluzione dei portainnesti ha permesso di modificare l’arboricoltura, soprattutto le sue caratteristiche d’impianto (sesti e densità) e per la tolleranza di caratteristiche del suolo particolari.
La tecnica vivaistica si è molto specializzata con il passare del tempo specialmente per limitare che venga propagato materiale contaminato da vari agenti patogeni. La propagazione in vitro si è imposta al di fuori dei laboratori di ricerca già a partire dagli anni ’70. Lo sviluppo di molecole sempre più selettive e l’affermazione di una gestione della difesa biologica ed integrata hanno contribuito all’evoluzione della moderna frutticoltura per quanto riguarda gli aspetti fitosanitari, i quali hanno subito profonde modifiche.
Le conoscenze di eco fisiologia sono state quelle determinanti per il processo di modernizzazione, gli studi condotti hanno permesso di comprendere ed ottimizzare la fotosintesi, la WUE, lo sviluppo ed uso di fitoregolatori, lo studio del rapporto chioma/radice (fortemente influenzato dalle operazioni colturali, come la gestione del suolo, la nutrizione, l’irrigazione o le potature).
Tutto ciò ha portato alla nascita della frutticoltura di precisione, ovvero una sintesi di ottimizzazione delle pratiche colturali basate su esperienze e basi scientifiche (principalmente conoscenze ecofisiologiche). Sulla base di conoscenze fisiologiche del pesco, ad esempio, in Australia viene praticato il cosiddetto deficit idrico controllato: conoscendo il momento in cui avviene la lignificazione dell’endocarpo, l’irrigazione viene sospesa; questo consente di risparmiare acqua che non contribuisce alla divisione cellulare del mesocarpo.
Le tecnologie di post-raccolta
La catena del freddo è una tecnica impiegata sia per i prodotti destinati al consumo fresco che a quelli destinati alla trasformazione. La qualità del frutto si fa in campo, essa non può essere migliorata a posteriori ma può solo essere conservata. In condizioni limite esistono tecnologie che consentono tramite dispositivi speciali l’abbattimento termico già in campo, infatti più velocemente si abbassa la temperatura meglio verrà conservata la qualità del frutto.
Le atmosfere modificate consentono di rallentare moltissimo la respirazione del frutto e aiutano a procrastinarne la conservazione (sono impiegate ad esempio strutture tubolari o film plastici con una diversa permeabilità ai diversi gas). Queste tecniche possono essere affiancate alla catena del freddo. La mela ad esempio può essere conservata per un anno.
La valutazione della qualità intrinseca può essere inoltre svolta con apparecchi sofisticati in grado di monitorare lo sviluppo del frutto in continuo sull’albero ottimizzando il momento della raccolta, il quale dipende sempre dalla destinazione di utilizzo. Esistono sistemi non distruttivi NIR (infrarosso vicino) per valutare la qualità (es. Diamiter consente di valutare il tasso di degradazione della clorofilla e quindi lo stato di maturazione). Esistono tecnologie automatiche (optical sorting) che individuano, nei frutti già raccolti, il grado di maturazione dei frutti in modo da scegliere la destinazione commerciale più adatta.
L’evoluzione del settore si è riversata anche sulle tecnologie di trasformazione del prodotto, la preoccupazione di fornire al consumatore un prodotto di maggiore qualità e mirato alle sue richieste ha reso l’industria di trasformazione vigile sulla materia prima e sui suoi requisiti. Si eseguono quindi già dall’impianto dell’arboreto scelte varietali mirate, inclusa la selezione di cv specificatamente volte alla trasformazione (ad esempio le percoche per le pesche sciroppate).
Gli aspetti nutrizionali e salutistici riguardanti i prodotti frutticoli sono attualmente di grande interesse per il consumatore. È possibile attuare una selezione assistita con marcatori in modo da selezionare mele che non contengano allergeni o composti indesiderati. Al contrario, la selezione genetica è rivolta anche alla ricerca di varietà ricche di composti nutraceutici. La categoria merceologica dei piccoli frutti ha avuto un incremento di consumo legato in larga parte alle loro qualità nutrizionali e alla presenza di polifenoli, vitamine ecc.
- Principali molecole antiossidanti: carotenoidi, vitamina C e polifenoli.
Problematiche attuali
L’aspetto della collocazione del prodotto non è solo una questione economica, ma riguarda anche i produttori, in particolar modo quelli Italiani, siccome i principali acquirenti sono solo 4-5 a fronte di migliaia di produttori che si affacciano sul mercato, principalmente di piccola dimensione (la GDO può così esercitare un maggiore controllo dei prezzi a suo vantaggio). Per alleviare in parte questo problema di collocazione del prodotto il produttore può effettuare una scelta imprenditoriale di programmazione degli impianti.
Si tratta di tenere conto di alcuni aspetti produttivi. Innanzitutto la vocazionalità della zona interessata, che si rispecchia poi nei risultati produttivi (a titolo esplicativo 30 anni fa si tentò di coltivare il Babaco, un frutto molto remunerativo, i nostri areali non erano però sufficientemente vocati a tale produzione, al contrario lo sono per l’Actinidia originario dei sottoboschi cinesi, il primo non è più coltivato nonostante gli alti prezzi di vendita, mentre il secondo frutto, di gran lunga più comune e meno remunerativo del Babaco, è riuscito ad insediarsi nel nostro tessuto produttivo).
La complementarietà è un ulteriore fattore di cui tenere conto nella scelta, la latitudine (ad esempio le pesche nettarine non sono in toto adatte alla coltivazione a causa dell’elevata insolazione) e l’altitudine (il melo mal si adatta alle pianure, la qualità intrinseca ottenibile è quindi maggiore nelle zone montane, questo ha causato la progressiva migrazione della melicoltura dalle pianure emiliane al Trentino Alto Adige, da questo discorso sono però escluse le cv precoci e tardive).
Tenere conto di questi fattori consente di non incorrere in problematiche che pregiudichino la quantità prodotta e la possibilità di ottenere una qualità superiore e di conseguenza un prodotto maggiormente piazzabile sul mercato (es. Melinda, ha riunito le produzioni caratterizzate da superfici piccole dal punto di vista tecnico, riuscendo ad imporre il loro prodotto sul mercato).
Un altro mezzo può essere la diversificazione del prodotto attraverso oculate scelte varietali, sia a livello di specie che di cv. In Italia la frutticoltura è libera, l’uva da tavola, ad esempio, è principalmente localizzata in Puglia, il 60-70% della sua produzione è costituita dalla cv Italia. Si tratta di una cv di uva con grande qualità ma molto coltivata nel nostro paese, di conseguenza non può essere del tutto assorbita dal mercato.
Una strategia può essere quella di impiantare nuove cv più tardive o precoci, o cercare di ottenere una produzione scalare nel tempo grazie a diverse pratiche agronomiche. Una produzione scalare consente da un lato di ottenere una remunerazione per un periodo più lungo, massimizzando i profitti specialmente nelle fasi iniziali, anticipando il più possibile l’immissione sul mercato del prodotto quando questo riesce ad ottenere prezzi più elevati.
L’attenzione alla qualità del prodotto finale da parte del produttore è in stretta correlazione all’attuazione delle pratiche colturali e al rapporto tra qualità e quantità. I disciplinari regolano quest’ultimo rapporto, infatti determinano una quantità massima di produzione per ettaro, contemporaneamente essi indicano al produttore le tecniche colturali da eseguire. L’attenzione da parte del produttore alla somministrazione razionale di acqua e azoto è importante e influisce direttamente sulla dimensione e qualità del prodotto. Consorzio OPERA, riunire i produttori di pere principalmente localizzati nelle province di MN, FE, BO).
La limitata disponibilità di manodopera specializzata è un problema importante: la frutticoltura è un’attività di grande specializzazione, richiede figure in grado di eseguire potature corrette, sia di produzione che di allevamento, spesso però queste figure specializzate sono insufficienti o troppo costose. Troppo spesso si ricorre a figure economiche e meno professionalizzate. Questo conduce all’esecuzione di potature mal eseguite che causano danni diretti alla pianta e squilibri fisiologici che comportano indirettamente un calo nella quantità o nella qualità del prodotto.
Lo sviluppo di una meccanizzazione spinta ed altamente tecnologica in parte può risolvere questa problematica. L’attitudine alla meccanizzazione è però dipendente sia dalla scelta produttiva in termini di specie e di intensività dell’impianto.
La propagazione e la qualità del materiale vivaistico è importante: una scelta oculata può proteggere da patogeni non curabili quali virus e fitoplasmi. Questi patogeni sono spesso asintomatici nelle prime fasi e facilmente possono essere propagati involontariamente con gravi conseguenze. Procedure certificate garantiscono l’esenzione da importanti fitopatie, le diverse regioni hanno emanato norme molto vincolanti che ad esempio vietano l’autopropagazione. Queste norme sono però soggette ad un’intrinseca difficoltà di controllo.
Agricoltura sostenibile
Gli approcci della ricerca sono l’approfondimento dell’ecofisiologia, ovvero dei fattori biotici ed abiotici che interferiscono con lo sviluppo dei vegetali e lo studio di genetica e genomica (MAS), il quale ha condotto ad una notevole agevolazione nella selezione. Ai fini della ricerca di migliori risposte alle problematiche che coinvolgono la frutticoltura, riveste sempre maggiore importanza un approccio multidisciplinare della ricerca e la redazione di disciplinari di produzione che condensino le informazioni per aiutare nella pratica agricola il produttore.
Evoluzione della difesa dai parassiti
Il controllo dei parassiti attraverso la metodologia di lotta integrata è stato sviluppato negli anni ’60 grazie ad intensi programmi di ricerca. Tra le avversità più gravi, perché non curabili, vi sono virus e micoplasmi, i quali conducono ad un calo quali-quantitativo del prodotto. Le piante infette, fonte di inoculo, devono andare incontro ad eliminazione, con costi per la sostituzione delle fallanze.
La lotta nei confronti di questi patogeni ha condotto allo sviluppo di tecniche vivaistiche che hanno permesso di produrre del materiale di propagazione esente da infezioni e certificato. Anche le batteriosi si caratterizzano per una difficoltà nell’esecuzione delle terapie curative: essendo gli antibiotici vietati, l’unica possibilità per controllarli era l’utilizzo del rame; inoltre i funghi responsabili dei marciumi possono causare problemi non solo alla coltura ma anche all’uomo tramite la produzione di metaboliti tossici come le micotossine. Infine le molecole impiegate nella lotta contro insetti, acari e nematodi si caratterizzano per un’elevata tossicità per l’uomo.
Con la progressiva affermazione dell’arboricoltura intensiva iniziarono anche ad intensificarsi le azioni contro i patogeni delle piante, inizialmente si operava tramite interventi a calendario, con distribuzioni fissate e completamente slegate dal ciclo biologico del parassita, inoltre questi trattamenti erano eseguiti con il largo uso di molecole ad ampio spettro ed elevata tossicità.
Negli anni ’70 iniziano ad affermarsi i principi della lotta integrata, si introduce il concetto di soglia di tolleranza e si diffonde l’impiego di molecole maggiormente selettive. Con l’introduzione della lotta integrata si inserisce prepotentemente nella gestione della lotta anche l’impiego delle “cure” agronomiche.
Le tecniche agronomiche sono quindi orientate in modo da influenzare la sensibilità dell’ospite: il coordinamento di difesa e pratiche agronomiche ha consentito un notevole miglioramento della gestione fitosanitaria. Furono inoltre introdotte altre modalità di intervento come la difesa e/o incremento della fauna utile, con la collocazione ad esempio di nidi per uccelli, oppure lo sviluppo di raffinate tecniche di confusione sessuale e cattura massale tramite trappole alimentari. La biodifesa è ad oggi estesa a numerose misure che consentono un maggiore rispetto dell’ambiente e di ridurre il numero di trattamenti. La lotta biologica si integra alla lotta integrata.
I diversi criteri di produzione non hanno a che fare con l’utilizzo di organismi utili e derivati nella lotta contro alcuni parassiti. Alcuni esempi sono il BT, l’utilizzo di parassitoidi, lieviti, virus, il lancio di maschi sterili.
L’utilizzo delle fasi fenologiche ha favorito il passaggio da una lotta a calendario a una lotta guidata. Questo ha reso l’esecuzione dei trattamenti ancor più mirata e ne ha ridotto il numero. Le tecniche di lotta integrata si accompagnano solitamente a dei manuali, resi disponibili ai tecnici dagli enti pubblici nei quali illustrano nel dettaglio tutti i prodotti impiegabili. La tolleranza nei confronti dei residui ammessi è sempre più stringente, questo comporta anche la riduzione del numero di principi attivi utilizzabili, i quali divengono sempre più una risorsa. La degradazione dei fitofarmaci è tanto più rapida tanto minori sono i trattamenti utilizzati.
Le filiere della produzione frutti-viticola
La filiera integrata è una filiera derivata dai dettami della difesa integrata. I sistemi di frutticoltura tradizionale possono considerarsi estinti, se con questo termine si intende l’uso non razionale dei fattori di produzione. La produzione integrata è quella che comporta la razionalizzazione delle tecniche agronomiche sulla base...
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