Breve storia di Napoli
Napoli, mediatrice di culture
Dal punto di vista della storia dell'arte è fondamentale la data dell'Editto di Costantino (313): tuttavia, dal punto di vista figurativo, esso non produce immediate ripercussioni, anzi si utilizza un patrimonio figurativo che è quello tardoromano ma non un'interpretazione in chiave cristiana, come si può vedere dalle catacombe di Sant'Agrippino (secondo vescovo di Napoli, il primo è Sant'Aspreno). Nel 476 ha fine l'impero romano d'occidente: la cultura romana perde importanza perché nuove culture influenzano gli ex territori romani, di conseguenza anche l'arte cambia (inizia l'"arte medievale").
Inizia per Napoli un'età di grandi cambiamenti, di cui è rimasto molto poco, paradossalmente sotto la forte influenza di Bisanzio. Dal 661 al 1139 Napoli è una città autonoma, anche se abbiamo pochissime informazioni su questo periodo. Nel VIII secolo arrivano i monaci di culto greco-orientale, cacciati dall'impero romano d'oriente perché lì l'imperatore Leone III aveva decretato l'iconoclastia, e trovano in Italia meridionale e a Napoli ospitalità nell'isolotto di Megaride (quello del Castel dell'Ovo), dove nascono i primi edifici di vita in comune di questi monaci, che portarono la figura dell'uovo come simbolo di resurrezione, e successivamente in alcuni punti del decumano superiore (chiamato "Regio Marmorada" perché qui sorgevano i templi e tutti gli edifici sacri della città greco-romana, l'acropoli), dove fondano alcuni monasteri come quello di San Gaudioso (di cui rimane oggi solo il portale di accesso al monastero) o di Santa Patrizia.
Questo culto greco-orientale nel XII secolo verrà totalmente trasformato in culto occidentale-benedettino. Tra i monumenti più antichi vi è il Battistero di San Giovanni in Fonte, forse risalente addirittura all'età di Costantino, che si trova nella basilica di Santa Restituta nel Duomo di Napoli. Un monumento legato alla caduta dell'impero romano d'occidente è il Castel dell'Ovo, perché qui fu segregato l'ultimo imperatore romano d'occidente, Romolo Augustolo. Poi, come si è detto, passa dal VII secolo ad essere sede del primo monachesimo.
Arte paleocristiana e medievale
Per vedere l'arte paleocristiana in Campania bisogna visitare le basiliche di Cimitile; a Napoli esempi paleocristiani sono più rari: le quattro basiliche maggiori erano San Giorgio Maggiore, Santa Maria Maggiore (detta la Pietrasanta), San Giovanni Maggiore e quella che ora si chiama "Santi Apostoli". Il castello napoletano più antico, anche se progettato dopo il Castel dell'Ovo, è Castel Capuano (attuale Tribunale): in ordine cronologico ci sono poi il Maschio Angioino, Castello del Carmine e Castel Sant'Elmo.
Il periodo normanno si conclude con la breve parentesi sveva: Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, infatti, sposa la principessa normanna Costanza d'Altavilla; il sud d'Italia, fino alla sua morte, sarà affidato al figlio, l'imperatore Federico II di Svevia. Gli svevi erano ghibellini, cioè difendevano il potere dell'imperatore anche contro quello del papa se era necessario. Dopo la morte di Federico II il papa stesso comanda la cacciata degli svevi dal Regno di Napoli: Carlo I d'Angiò sconfigge nella battaglia di Benevento le truppe sveve di Manfredi nel 1266.
Napoli nobilissima
Nel sud Italia, soprattutto in Sicilia, nel 1266 arrivano gli Angioini: Napoli allora contava circa 30.000 abitanti, furono in questo periodo costruiti grandiosi edifici religiosi e civili. Gli angioini però già nel 1282 vengono cacciati dagli spagnoli dalla Sicilia con l'aiuto della popolazione (ci sono episodi narrati nell'arte come quello dei "Vespri Siciliani"), quindi spostarono tutte le loro attenzioni su Napoli, che diventa capitale del Regno. Essi tentano di rendere saldo il loro potere nella città favorendo il più possibile i nobili, i baroni, e creando rapporti stretti con gli ordini mendicanti (francescani, domenicani, agostiniani) tant'è vero che con i soldi angioini verranno costruite tutte le più importanti chiese napoletane di questo periodo, compreso il Duomo e le chiese di San Domenico Maggiore e San Lorenzo Maggiore, dove si riunisce anche il parlamento del Regno e dove si trova un monumento sepolcrale della moglie di Carlo, Caterina d'Austria, realizzato da Tino da Camaino, che realizzerà anche il sepolcro della seconda moglie di Carlo, Maria d'Ungheria.
Per quanto riguarda la chiesa di San Domenico Maggiore, questa fu voluta e finanziata appunto da Carlo d'Angiò, che la scelse come luogo di sepoltura per sé e per le proprie mogli. I domenicani, colti e potenti, controllati a vista per la loro autonomia di pensiero e perché il loro convento era un'importante sede universitaria, si trovarono ad avere una chiesa ricchissima di opere d'arte con testimonianze di ogni epoca e con un nucleo di capolavori che può decisamente essere considerato il più importante della città (Madonna del pesce di Raffaello, Annunciazione di Tiziano, Flagellazione di Caravaggio). Testimonianze della cultura barocca sono disseminate nelle cappelle e nell'abside, dominata dall'imponente altare, tipica espressione del gusto naturalista di Cosimo Fanzago.
Ma è nello spazio della sagrestia e del Tesoro che si rivela un progetto unitario: l'ambiente è solennemente caratterizzato dall'inusuale presenza dei grandi cassoni sepolcrali (noti come arche) che fin dal Cinquecento avevano ospitato le spoglie degli aragonesi. Queste arche, inizialmente poste alle spalle dell'altare, dopo un incendio, erano state trasferite nella sagrestia. Nel soffitto troviamo una delle opere più celebri di Solimena: le limpide immagini dell'affresco con il trionfo della fede sull'eresia ad opera dei domenicani del 1709. Solimena ottenne la commessa dopo che il bozzetto presentato da Vaccaro era stato rifiutato. Il maestro realizza una composizione destinata a diventare una sorta di prototipo per la capacità di comporre la scena in uno spazio stretto e lungo.
Per quanto riguarda invece San Lorenzo Maggiore, anche questa chiesa fu voluta da Carlo d'Angiò; a Cosimo Fanzago si deve la trasformazione dell'antica cappella reale della regina Margherita di Durazzo, nel transetto sinistro, oggi nota come cappellone di Sant'Antonio, per la presenza di una tavola quattrocentesca di Leonardo da Besozzo raffigurante il santo di Padova. Altro monumento angioino importante è la Certosa di San Martino, realizzata dal figlio di Roberto d'Angiò, morto prematuro, Carlo duca di Calabria. Nel corso della seconda metà del XVI secolo la Certosa subisce un primo intervento di ristrutturazione a cura dell'architetto toscano Dosio che la adegua a più moderne esigenze e, soprattutto, ai dettami del Concilio di Trento. Ma è nel 1618, ma soprattutto dal 1623, con l'arrivo di Cosimo Fanzago, protagonista incontrastato delle grandi trasformazioni barocche delle chiese napoletane, che la Certosa, e la chiesa in particolare, viene completamente trasformata in uno straordinario, stupefacente capolavoro.
Dal 1866, dopo che i certosini erano già stati espulsi dal regno, la Certosa diviene Museo Nazionale: l'aspetto museale prevale su quello monastico-religioso. Sotto la sapiente regia di Fanzago l'intera chiesa viene ricoperta di un sontuoso rivestimento di pregiati marmi colorati, i soffitti vengono invasi da stucchi, dorature e affreschi; ai migliori scultori e pittori del tempo si commissionano un gran numero di opere che diventano prova tangibile della magnificenza dell'Ordine e testimonianza della cultura e della sensibilità dei padri certosini, che si rivolsero agli artisti più aggiornati sulle varie inclinazioni che l'arte trovava nella prima metà del Seicento.
Giovanni Lanfranco, tra 1637 e 39, affresca il soffitto della navata e, per superare le difficoltà derivanti dalle partizioni della volta trecentesca, escogita un illusionistico sistema di oculi aperti che, forzando il limite architettonico della copertura, scandita da fastosi stucchi di Fanzago, si aprono su cieli luminosi, lasciando vedere Glorie di angeli, Episodi del vecchio e del nuovo testamento e, al centro, l'Ascensione di Cristo. Importante è il contributo dei napoletani per la decorazione della chiesa: i potenti Mosè e Elia sono di Ribera, autore anche delle straordinarie dodici tele sagomate sistemate negli spazi esterni tra le arcate delle cappelle raffiguranti profeti, che si collocano in quello spazio difficile con estrema naturalezza, suggerendo un'assenza di soluzione di continuità nella decorazione, pur nella diversità di tecniche e materiali che è dato peculiare e meraviglioso dell'intero vasato spazio.
Il coro dei monaci, dominato dal monumentale leggio tardo-manierista, documenta le varie inclinazioni della pittura del secolo e le attente e coltissime scelte dei padri certosini che fecero di questo spazio, destinato alla loro presenza in chiesa durante le funzioni religiose, una straordinaria galleria d'arte: a sinistra la Lavanda dei piedi di Battistello Caracciolo, con il suo intenso naturalismo e una scurita gamma cromatica, testimonia della ricezione della grande lezione caravaggesca. La tela è seguita dalla brillante Comunicazione degli apostoli dell'ultima stagione di Ribera, quando il maestro propone accesi cromatismi neoveneti.
Da questo preziosissimo ambiente si accede ad altri non meno importanti spazi. A sinistra, attraverso la sacrestia, si arriva alla Cappella del Tesoro che presenta sull'altare la drammatica Pietà di Ribera e sulla cui volta Luca Giordano lascia, tra il 1703-04 il suo aggiornatissimo testamento artistico che, attraversando le molteplici esperienze compiute dall'ormai anziano pittore, apre definitivamente la strada al rococo e, dunque, al nuovo secolo.
"Nobile e chiara città": mito e realtà della Napoli aragonese
Nonostante la generale peggior crisi economica e demografica dall'inizio del nuovo millennio che si verifica in Europa, andò consolidandosi nel corso del Trecento il ruolo di Napoli come grande piazza commerciale. Le condizioni del regno, spossato dal calo demografico, dalle devastazioni degli eserciti mercenari e dalle aggrovigliate e sanguinose vicende dinastiche, che costarono nel 1382 la vita alla sfortunata regina Giovanna, fatta uccidere dal nipote ed erede Carlo III Durazzo, avrebbero richiesto un periodo di pace e l'utilizzazione di tutte le risorse disponibili ai fini della ripresa demografica e produttiva; e tutto lasciava credere che il nuovo sovrano si sarebbe effettivamente accinto a questo compito: da qui l'entusiasmo con cui egli fu accolto nella capitale.
L'avvento dei Durazzeschi segnò però la ripresa della politica espansionistica di Carlo I d'Angiò. Tuttavia Carlo III perse la vita il 24 febbraio 1386, quindi solo poco più di tre anni dopo.
La zona di Carbonara si chiama così perché lì sorgevano i carbonetum, cioè gli inceneritori della città e, quando la città allargò le proprie mura, lo spiazzale fu utilizzato come campo per le giostre dei cavalieri. La chiesa di San Giovanni a Carbonara (con l'adiacente convento agostiniano) vide i lavori per la sua costruzione tra il 1339 e il 1343 grazie alle donazioni del patrizio napoletano Gualtiero Galeota. L'ampliamento dell'inizio del Quattrocento voluto dal re Ladislao, che qui desiderava essere sepolto, portò alla costruzione di un nuovo chiostro a fianco di quello preesistente e l'abbellimento della chiesa al suo interno.
Il meraviglioso sepolcro (quasi una macchina seporcrale, 1440) di Ladislao, fatto realizzare dalla sorella Giovanna II succeduta al trono, dopo che questa riuscì a far benedire il cadavere del fratello che era stato scomunicato dal papa, fu un modo per dare fama sia a Ladislao che ad essa stessa. Le cose incredibili di quest'opera sono innanzitutto il fatto che Ladislao viene raffigurato tre volte (a fianco della sorella, morto con il vescovo che lo benedice e a cavallo), e poi che a cavallo abbia la spada sguainata. Questo altare è artisticamente in ritardo di 40 anni rispetto a quello che sta accadendo nel resto dell'Italia artistica.
Un sepolcro rinascimentale è quello della cappella Miroballo, realizzata nell'ultimo quarto del Quattrocento. Elemento che richiama l'arte classica è l'arco con soffitto a lacunari. Nel presbiterio, alla destra del sepolcro di Ladislao, abbiamo una tavola con una crocifissione realizzata dal biografo fiorentino Giorgio Vasari, a Napoli negli anni 1544-45. Passando sotto il monumento a Ladislao, si accede alla cappella Caracciolo del Sole, fatta realizzare da Troiano Caracciolo in onore del padre Sergianni, gran siniscalco del regno nonché amante di Giovanna II, ucciso in una congiura a Castel Capuano probabilmente per volere della stessa regina.
Quindi al suo interno possiamo trovare il monumento funebre a Sergianni: il sepolcro è sorretto da tre telamoni con oggetti militareschi a sottolineare l'indole di grande soldato di Sergianni. Il pavimento della cappella (1480), con maioliche, è stato probabilmente portato a Napoli dagli aragonesi. Tutti gli affreschi lungo le pareti (realizzati da Leonardo da Besozzo) sono dedicate alla Madonna, a cui si rivolge la cappella come ex voto, e in particolare sono raffigurati: la nascita della Vergine, l'Annunciazione, la presentazione al tempio, la dormitio virginis e l'incoronazione della Vergine. In particolare in quest'ultima scena la Vergine viene ritratta in una mandorla, elemento che era stato ripreso da moltissime raffigurazioni della Madonna in tutta Italia, quindi abbiamo un altro segnale di arretratezza stilistica.
Infine abbiamo la cappella Caracciolo di Vico alla sinistra del monumento a Ladislao, una rievocazione di architettura classica: la cappella fu voluta nel 1514 da Galeazzo Caracciolo di Vico come ex voto alla Madonna, ma sarà completata dal figlio Nicolantonio alla morte del padre, facendo realizzare i due monumenti sepolcrali. Si accede attraverso un arco sapientemente strombato alla cui base vi è l'epigrafe dove è segnata la data di fine lavori: 6 gennaio 1516. Con questa cappella Napoli è in pieno riallineamento, cioè è artisticamente sullo stesso piano di città come Firenze e Roma. Possiamo osservare uno di quei famosi "quadri di marmo" di cui parlava Vasari per Napoli: è raffigurata l'Epifania con due apostoli, i quali hanno davanti Marcello e Carlo Maria Caracciolo, tutto realizzato da due artisti spagnoli: Diego De Siloe e Bartolomè Ordoñez nel 1516 circa.
Altra chiesa fondamentale per il riallineamento al rinascimento fiorentino di Napoli è quella di Santa Maria di Monte Oliveto (oggi Sant'Anna dei Lombardi), progettata ad inizio del Quattrocento, che appartiene ad un convento di padri olivetani. In questa chiesa ci sono molte importanti opere rinascimentali, ma quella che più di tutte rappresenta Firenze è la Cappella Piccolomini: Antonio Piccolomini, nobile amalfitano, aveva sposato la figlia di Alfonso d'Aragona, quindi sorella di Ferrante. Essa muore precocemente, quindi il marito gli dedica questa cappella, che assomiglia di più ad un tempio classico: commissiona l'opera nel 1475 ad un importante bottega di scultori fiorentini dell'epoca, i cui principali esponenti erano Antonio Rossellino e Benedetto da Maiano. Questi artisti in questa cappella ripropongono lo stesso schema della cappella del Cardinale del Portogallo, realizzata nella chiesa fiorentina di San Miniato al Monte, caratterizzato da un armonioso intrecciarsi di scultura, architettura, pittura, terracotta invetriata e mosaico. Speculare a questa vi è una seconda cappella, detta prima dei Correale, poi di Mastrogiudice, fatta costruire da una nobile famiglia sorrentina. Benedetto da Maiano come nella cappella precedente, realizza qui un "quadro di marmo" raffigurante l'Annunciazione. Sempre a Monte Oliveto, ma di tutt'altra fattura c'è uno dei più importanti mortori: sculture in terracotta (frequenti nella cultura pagana del Quattrocento) raffiguranti compianti su Cristo morto (erroneamente sono chiamati Pietà, ma la pietà è solo la Madonna col figlio morto in braccio), un tempo tutti policromati e realizzati dal modenese Mazzoni su commissione di Alfonso II.
La chiesa dei Santi Apostoli fu costruita quando una ricca donna della famiglia Caracciolo cede ai padri teatini la proprietà dell'appezzamento di terreno e i soldi per realizzare l'edificio nella seconda metà del '500. Negli anni '40 del Seicento, sotto il cardinale Filomarino, la chiesa sarà ristrutturata ed affrescata da Giovanni Lanfranco, l'artista che aprirà Napoli al barocco. La pianta è ad una sola navata con cappelle laterali e l'altare alla stessa altezza dei fedeli: la tipica struttura delle chiese controriformate.
Particolarmente importante in questa chiesa è il transetto sinistro, dove è collocata l'unica opera napoletana di Francesco Borromini: l'altare filomarino. Nei due bracci del transetto sono collocate anche due coppie di dipinti di Luca Giordano, eseguite per il duca della Torre intorno al 1692, poco prima che il pittore lasciasse Napoli per la Spagna.
Duomo di Napoli
Esso si colloca nella cosiddetta insula episcopale. A partire dal IV secolo qui nacquero diversi edifici di culto, come la basilica di Santa Restituta, il battistero di San Giovanni in Fonte, e le diverse cappelle di Sant'Andrea, Santo Stefano e San Lorenzo. Nel Duecento fu iniziata la costruzione di un edificio sacro che inglobava le precedenti strutture paleocristiane di Santa Restituta e del battistero. La nuova chiesa fu voluta dai re Carlo I, ma soprattutto da Carlo II. La facciata che si vede oggi, essendo essa crollata più volte per eventi straordinari, risale ai primi decenni del Novecento ma riprende uno stile fortemente neogotico.
La Cappella del Tesoro di San Gennaro: fu costruita agli inizi del Seicento per volere dei Napoletani come testimonianza della loro fede e della protezione del santo sulla città.
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