L'Italia all'indomani dell'unità e destra storica
L'organizzazione dello stato unitario e i suoi problemi
Una base elettorale ristretta, continuità con il Piemonte e la monarchia sabauda.
- Il 27 gennaio 1861 si erano svolte le prime elezioni politiche del nuovo stato; ma quanti cittadini erano stati chiamati ad eleggere i propri rappresentanti?
La legislazione elettorale sancita dallo statuto albertino venne estesa a tutti i territori del nuovo Regno d’Italia, perciò fu esteso il sistema elettorale maggioritario a due turni, fondato sul collegio uninominale. Essa limitava il diritto di voto ai cittadini abbienti che: 1) avessero superato i 25 anni; 2) pagassero più di 40 lire di imposte dirette all’anno; 3) sapessero leggere e scrivere. Erano incluse anche le categorie professionali delle classi medie (professori, laureati, medici, ragionieri, farmacisti, notai ecc.) che occupavano immobili di importante valore locativo per i quali non era previsto il mite di censo. Il carattere censitario del sistema elettorale rifletteva la concezione liberale del tempo e l'importanza che per essa aveva la proprietà. Quindi in quel momento il suffragio censitario ammetteva solo l’1,9% della popolazione al voto e perciò la base elettorale del nuovo stato era piuttosto ristretta e contribuì a far nascer l’impressione di una divisione tra il “paese legale” e il “paese reale”.
Eppure i plebisciti per l’annessione che avevano visto un’ampia partecipazione popolare, quasi 3 milioni e mezzo di elettori, indicavano come fosse diffusa l’aspirazione a una più vasta partecipazione politica. Alle prime elezioni avevano diritto di voto solo 400mila italiani e di questi votò solo il 57%. Il nuovo stato faceva leva su una limitatissima base sociale (la nuova classe dirigente era formata dai vecchi proprietari di origine aristocratica e dai nuovi ceti borghesi legati all’industria e alla finanza) ed escludeva dai diritti politici la stragrande maggioranza della popolazione.
Non solo la base del nuovo stato era limitata poiché non comprendente i ceti abbienti sopracitati ma, per di più, il nuovo stato si servì nei primi anni della sua esistenza di un personale politico prevalentemente piemontese, che si era formato alla scuola di Cavour e che si era già cimentata nel “decennio di preparazione” nell’azione di governo in Piemonte, nell’unico parlamento esistente negli stati preunitari (allargato ad alcuni rappresentanti del moderatismo toscano). Si riaffermava così quella continuità istituzionale tra il vecchio regno sabaudo e il nuovo stato unitario, tanto voluta dal re e dai moderati.
Elementi di continuità
- L’organizzazione costituzionale si fondava sul vecchio statuto albertino (promulgato negli stati sardi nel 1848)
- Classe dirigente prevalentemente piemontese
- Vittorio Emanuele mantenne la stessa numerazione ereditaria
- Non venne modificata la numerazione delle legislature, per cui la legislatura apertasi con le elezioni del 1861 non fu la prima del nuovo stato, ma l’VIII in continuità con le precedenti degli stati sardi.
Inoltre il parlamento non era rappresentativo di una borghesia nazionale coesa e omogenea, ma di diverse borghesie regionali, in cui oltre alla differenziazione politica (destra, sinistra) vi era un criterio di differenziazione geografica.
- Il 18 febbraio 1861 fu inaugurata alla camera la prima legislatura del nuovo regno: di fronte all’intero parlamento, riunitosi per la prima volta dopo le elezioni di fine gennaio, il re Vittorio Emanuele II tenne il suo primo discorso. Si respirava un generale sentimento di entusiasmo per il successo di un’impresa – l’unità – in cui fino a qualche mese prima avevano creduto in pochi (la maggioranza dei moderati non riteneva possibile conseguire in tempi brevi l’unità, e il partito degli unitari comprendeva soprattutto i democratici) e un sentimento di stupore, visto che era opinione comune che la rapidità di quel risultato avesse qualcosa di miracoloso.
- Il 17 marzo 1861 avvenne la proclamazione del Regno d’Italia, che ebbe come re Vittorio Emanuele II e lo Statuto albertino come carta costituzionale (ruolo egemone della monarchia sabauda). Lo statuto (concesso da Carlo Alberto nel 1848) attribuiva un ruolo centrale e molto forte alla monarchia:
- Il re era capo dello stato e comandante di tutte le forze armate (V.E.2 “Re soldato”; tutti i futuri sovrani sabaudi ebbero un ruolo strettissimo con le forze armate)
- Era responsabile della politica estera
- Gli spettava nominare tutte le cariche dello stato, sanzionare e promulgare le leggi, emanare la giustizia, guidare il governo (poteva revocare i ministri); aveva nelle sue mani l’esecutivo.
- La stessa funzione del parlamento era soggetta alle decisioni del re, che aveva la facoltà di convocare e sciogliere le camere, e il potere di prorogarne le sessioni (quindi le basi del potere parlamentare erano assai fragili e condizionate dalla monarchia; il governo non aveva bisogno della fiducia del parlamento, ma doveva rispondere del suo operato al re).
(Ciò mostra la continuità con il Piemonte e la monarchia sabauda)
Problemi dopo l'unità e la destra storica
Cavour morì pochi mesi dopo la nascita del nuovo stato lasciando ai propri successori la pesante eredità dei numerosi problemi connessi all’unificazione, e da risolvere nella costruzione del nuovo stato:
- I. Unificazione legislativa, II. amministrativa
- Questione meridionale
- Sviluppo economico unitario
- La questione romana e i rapporti con il papato
- Completamento dell’unità: problema dell’acquisizione delle regioni di etnia e cultura italiana ancora in mano all’Austria (le cosiddette tre Venezie, Veneto, Trentino e Venezia-Giulia)
- Politica fiscale e squilibri finanziari
Vedremo che nel tentare di dare una risposta a questi problemi si va verso una piemontesizzazione dell’Italia.
I primi governi chiamati a dirimere questi problemi furono guidati dallo schieramento politico conservatore, detto Destra storica, la quale ebbe la meglio nel primo quindicennio dopo l’unificazione nazionale (egemonia del liberalismo conservatore: la Destra storica).
DESTRA STORICA comprendeva i moderati e i liberali conservatori, di estrazione per lo più aristocratico-borghese. Erano seguaci delle idee e dei metodi di Cavour. Viene detta storica dagli storici, per distinguerla dai partiti e dai movimenti di massa qualificati come di destra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo. (si trasformerà nel 1882 nel Partito Liberale Costituzionale PLC o anche Unione Liberale). Ad esso si contrapponeva la Sinistra storica, una formazione più eterogenea: repubblicani di stampo mazziniano, ex garibaldini, moderati della sinistra costituzionale, liberali progressisti. In generale questa formazione era orientata al raggiungimento di un’ampia partecipazione alla vita politica e considerava imprescindibile la lotta per conquistare il Veneto e Roma. (L’epoca della sinistra storica va dal 1876, anno della “rivoluzione parlamentare” che portò alla caduta della destra storica, sino alla “crisi di fine secolo” 1896, che sfociò nell’età giolittiana).
1.1) Unificazione legislativa venne ottenuta attraverso l’estensione dell’ordinamento piemontese (statuto albertino) a tutta la nazione. Questo metodo suscitò non poche rivolte a causa dell’arretratezza del codice sabaudo in confronto a quello lombardo e toscano, e a causa del mancato rispetto delle legislazioni locali.
Una rappresentatività di tipo diverso presiedeva alla formazione del Senato: i suoi componenti, che restavano in carica a vita, non erano eletti ma nominati direttamente dal re all’interno di categorie ristrette fissate dallo statuto (burocrati, membri dell’esercito e del clero, coloro che avevano illustrato la patria o possedevano rilevanti patrimoni). Aveva una fisionomia più conservatrice della camera e sosteneva le prerogative regie, anche se non essendo a numero chiuso, in caso di opposizioni del senato al governo, tramite le “infornate” di senatori governativi si riusciva a modificare la sua composizione in favore del governo.
1.2) Unificazione amministrativa imposizione di un modello amministrativo accentrato, che concentrava nel governo il controllo totale della macchina statale (questa ipotesi prevalse infatti sulla proposta di decentramento di Minghetti che voleva la formazione delle regioni per salvaguardare spazi di autogoverno, operando con gradualità l’integrazione dei vecchi stati nel nuovo). Il 22 dicembre 1861 il governo Ricasoli con un decreto legge estese a tutta l’Italia la legge comunale e statale provinciale del Piemonte e sancì la nascita della figura del prefetto che, rappresentando il governo in ogni provincia, fu lo strumento principale per realizzare la gestione politica e amministrativa diretta dal centro. A lui spettava la tutela dell’ordine pubblico, la direzione degli organismi sanitari provinciali, il controllo sulla scuola e sui lavori pubblici, la nomina dei sindaci e dei deputati provinciali, e di ciò rispondeva direttamente al primo ministro. Nei primi anni dello stato unitario la stragrande maggioranza dei prefetti era piemontese o proveniva da carriere burocratiche nello stato sabaudo.
Nel 1862 venne estesa a tutto il regno la legge Casati che prevedeva 4 anni di scuola elementare, di cui i primi due gratuiti e obbligatori; nel 1865 vennero promulgati il nuovo codice civile e le norme di pubblica sicurezza e venne anche imposto l’obbligo del servizio militare.
Questione meridionale e brigantaggio
All’indomani dell’unità, permanevano comunque profonde differenze fra i vari stati, in particolare con il Regno delle Due Sicilie, infatti sia d’Azeglio, che Pantaleoni che Giustino Fortunato si espressero su questo punto dicendo che si era fatta l’Italia senza averla mai studiata, senza avere una precisa nozione del passato e del presente. Proprio la situazione del Mezzogiorno spinse Cavour, che pure inizialmente era favorevole all’ipotesi del decentramento, ad abbandonare quell’idea: le notizie su quelle zone che gli giungevano nel 60 dai suoi corrispondenti al sud, in primis da Farini (che era stato luogotenente generale delle province napoletane), denunciavano l’arretratezza politica, sociale, economica, e culturale, e ciò convinse Cavour che quelle popolazioni non erano in grado di autogovernarsi, pena la messa a rischio della stessa costruzione unitaria (passò così all’ipotesi del centralismo).
Intanto nel Mezzogiorno prendevano vigore tendenze autonomistiche, alimentate dagli errori dei diversi governi luogotenenziali che avrebbero dovuto gestire la transizione (come l’errore di Farini che aveva chiamato a far parte del consiglio di luogotenenza gli esuli del 48, che ormai non conoscevano più il loro paese e ne davano giudizi negativi). Il disagio dei meridionali arrivò in parlamento nell’aprile del 61, e Giuseppe Ferrari chiese la nomina di una commissione d’inchiesta per conoscere lo stato di quelle zone, richiesta che non fu però accolta.
Ma le preoccupazioni non derivavano solo dallo stato di arretratezza del sud, ma anche dal fenomeno del brigantaggio. Già dal 1861 migliaia di italiani del Mezzogiorno rurale si ribellarono al governo dei piemontesi dando vita al fenomeno del brigantaggio: migliaia di contadini armati presero la via delle montagne organizzandosi in bande di briganti che diedero vita ad aggressioni di borghi, saccheggiando ed uccidendo. Alcuni capibanda erano ex-garibaldini che avevano appoggiato la spedizione dei Mille e che ora combattevano contro i Savoia.
Ma quali le cause che portarono al brigantaggio?
- Esse vanno ritrovate già nel processo risorgimentale nell’estraneità dei contadini al processo risorgimentale i quali si erano avvicinati all’esercito di liberazione con un carico rilevante di aspettative sociali. Essi presero parte alla spedizione dei Mille perché avevano con i garibaldini il comune intento di sconfiggere i Borbone, ma alimentati da speranze diverse: liberarsi da una dominazione causa di miseria.
- Lo stesso Garibaldi non aveva intenzione né di suscitare o tollerare iniziative popolari orientate a mettere in discussione i diritti di proprietà, né di provocare una rivoluzione agraria. L’abolizione della tassa del macinato e un decreto (2 giugno) che decideva la divisione delle terre demaniali tra i combattenti e i contadini nullatenenti estratti a sorte, attivarono le speranze dei contadini di una redistribuzione delle terre su vasta scala, così a questo scopo prese forma tra giugno e luglio un movimento contadino che minacciava di spodestare i ceti possidenti locali ed aristocratici.
Il movimento di liberazione del Mezzogiorno si sarebbe presentato sotto la falsa luce socialista rischiando di isolare politicamente l’azione di Garibaldi che perciò attuò una decisa azione repressiva contro i movimenti radicali contadini. Emblematica fu la repressione della rivolta scoppiata il 4 agosto a Bronte operata dalle truppe garibaldine guidate da Bixio, le quali aprirono il fuoco sui contadini e fucilarono coloro che riuscirono a catturare.
Dopo l’unità, la mancata riforma agraria (redistribuzione più equa delle terre) da parte del governo dello stato unitario, che rimase sordo alle esigenze dei contadini meridionali e la povertà e miseria, cui si aggiunsero la leva obbligatoria, l’inasprirsi della pressione fiscale, e la crisi delle manifatture del sud portarono alla sollevazione del Mezzogiorno rurale e al brigantaggio, e ciò venne strumentalizzato dallo sconfitto Francesco II di Borbone, che pensò di servirsi dei briganti per riconquistare il regno. Il brigantaggio era sintomo di una frattura profonda tra nord e sud, tra la massa dei contadini del Mezzogiorno e lo stato unitario.
Il nuovo governo unitario non riuscì a gestire il problema, e non fu in grado di avviare una politica di riforme che ne eliminasse le cause; la politica di lavori pubblici intrapresa dal governo non bastò infatti a ridurre la disoccupazione. Di fronte a un problema sempre più rischioso, che minava la stessa credibilità internazionale dell’unità, l’impiego della forza apparve l’unico rimedio possibile (anche se non tutti erano d’accordo, come d’Azeglio). Si passò alla repressione armata della guerriglia in un conflitto che tra 61-64 oppose l’esercito regolare italiano alle bande di contadini del sud. L’esercito nazionale guidato dal generale Cialdini occupò con 50.000 uomini le regioni meridionali (episodi più noti sono la distruzione da parte dell’esercito di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi del beneventano), e poi fu inviato al sud il generale Alfonso La Marmora con 70.000 unità.
In realtà lo stato d’assedio iniziale era stato inefficace per la risoluzione del problema e nel 63 fu istituita una commissione d’inchiesta formata da 9 deputati che rappresentavano le varie aree geografiche e politiche del paese; nella relazione che presentò alla Camera, Giuseppe Massari disse che i veri rimedi dovevano essere la diffusione dell’istruzione, l’affrancazione della terra, l’equa risoluzione del problema delle terre demaniali, attivazione di lavori pubblici.
Nel 63 la legge Pica, votata anche da parte della sinistra, impose misure straordinarie per ristabilire l’ordine pubblico, stabilendo che in tutte le province del Mezzogiorno (tranne Napoli, Teramo e Reggio Calabria) la giustizia venisse affidata a tribunali militari e che le giunte provinciali potessero assegnare il domicilio coatto di un anno a briganti, criminali vagabondi. Grazie a questa legge, la cui durata fu prorogata fino a tutto il 65, il brigantaggio ricevette colpi durissimi che ne segnarono la fine. Su questo nodo irrisolto si sarebbe innestata la “questione meridionale”, che attraverserà tutta la storia nazionale fino ai nostri giorni.
Questione sociale
(Povertà della popolazione e questione sanitaria) lavoratori agricoli e urbani erano accomunati da una notevole povertà. Per le precarie condizioni di vita la mortalità infantile era molto elevata e i livelli di mortalità erano superiori al 30%. Inoltre le pessime condizioni igienico-sanitarie favorivano le epidemie delle malattie della sporcizia (tifo, colera), della malaria (al sud) e della pellagra (al nord). La legislazione sanitaria completata nel 1865, era insufficiente e non consentiva alle commissioni municipali di sanità di intervenire per estendere gratuitamente le vaccinazioni.
Sviluppo economico unitario
All’indomani dell’unità lo sviluppo economico fu visto come un importante fattore di unificazione. I principali obiettivi della politica economica del governo italiano erano la creazione di un mercato interno unificato e l’integrazione dell’economia italiana nei circuiti europei, attuabile (a loro avviso) solo tramite l’adozione di una politica economica liberista. Per fare questo si attuò la costruzione della rete ferroviaria sul territorio nazionale (prima dell’unificazione il sud era praticamente sprovvisto di ferrate, mentre esse si concentravano in Piemonte, nel Lombardo-Veneto e in Toscana). Bisognava trovare la strada per reperire le risorse necessarie compatibilmente con la difficile situazione finanziaria, e visto che i costi previsti erano eccessivi si optò per il sistema della concessione della costruzione e dell’esercizio delle nuove reti a società private.
Nel 62, proprio legato alla questione delle ferrovie si ebbe il primo scandalo politico-affaristico dell’Italia unita, di cui fu protagonista il banchiere livornese Bastogi, che da poco aveva lasciato il ministero delle finanze.
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Riassunto dell'unità d'Italia, sintesi, storia
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