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Sintesi di geografia politica

Introduzione

La geografia nasce con la presenza dell'uomo sulla Terra, come desiderio di conoscenza dell'ignoto e dei meccanismi dell'Universo. Essa evolve con l'applicazione di un metodo, che agevola la sistematizzazione delle conoscenze, e con l'adozione di paradigmi che rispecchiano i cambiamenti della società (stadi storici). Per paradigma si intende “l'insieme delle conoscenze strutturate che in un determinato periodo storico di una società fanno da riferimento per quanto riguarda l'interpretazione della vita organizzata dell'uomo sotto tutti gli aspetti”.

La geografia è una scienza che studia le trasformazioni della superficie terrestre e i processi che le determinano ad opera dell'attività umana e dell'evoluzione naturale, seleziona e localizza i fatti e fenomeni geografici che alimentano il processo, evidenzia le loro interazioni, individua le conseguenze prodotte nel tempo e nello spazio e ipotizza scenari di organizzazione territoriale, al fine di programmare un equo e razionale uso delle risorse.

Ogni stadio storico ha un paradigma generale, cioè un concetto che caratterizza l'attività in tutti i campi, un paradigma disciplinare, che è l'applicazione del paradigma generale alla disciplina considerata, nel nostro caso la geografia, e di conseguenza un diverso concetto di regione.

Eta' mercantile

Il primo stadio è la età mercantile (fino alla seconda metà del sec. XVIII): il mercantilismo è quella fase dell'evoluzione economico-sociale dello sviluppo umano in cui svolge un ruolo fondamentale il mercante. Il paradigma generale di questo periodo è la meccanica razionale: prendendo un problema, esso può essere risolto se viene spezzettato in piccoli problemi, che poi, risolti uno alla volta, portano alla risoluzione del problema originale. Quindi per qualunque fenomeno è importante stabilire la causa per meglio spiegare l'effetto.

Se il territorio è il connubio tra uomo e spazio fisico che lo circonda, il paradigma disciplinare sarà il determinismo: le trasformazioni territoriali hanno dei fattori che le determinano, ma bisogna capire quali sono questi fattori, quindi bisogna capire quali sono le cause naturali o umane che portano a tali conseguenze-trasformazioni. Quindi, dato che è la natura al centro dell'attenzione, la regione oggetto di studio è la regione naturale.

Eta' Paleoindustriale

Il secondo stadio è la età paleoindustriale (dalla fine del secolo XVIII all'inizio del secolo XX): si ha con la rivoluzione industriale una modificazione dell'organizzazione produttiva dal lavoro a domicilio all'industria vera e propria con il lavoro in fabbrica, l'utilizzo di macchinari etc. Il paradigma generale rimane la meccanica razionale che qui raggiunge il suo apice, perché la rivoluzione industriale dimostra come è possibile risolvere i problemi semplicemente scomponendoli e risolvendoli nelle sue parti. Di conseguenza abbiamo anche il trionfo assoluto del determinismo e della regione naturale.

Eta' Neoindustriale

Nel terzo stadio, l'età neoindustriale, decollò (inizi XX secolo), anche grazie alla seconda rivoluzione industriale ed alle scoperte di Darwin sull'origine dell'uomo, si inizia ad andare oltre la semplice visione causa-effetto dei fenomeni, ma si notano alcune interferenze che possono presentarsi tra la causa e l'effetto, per cui il paradigma generale passa ad essere la termodinamica, ovvero entropia e negentropia. Il paradigma disciplinare passa ad essere il possibilismo e la regione studiata diviene quella umanizzata perché l'attenzione passa dalla natura all'uomo.

Eta' Neoindustriale, maturita' e declino

Per il quarto stadio, la età neoindustriale, maturità e declino (seconda metà del XX secolo) il paradigma generale è lo strutturalismo, perché si va ad esaltare la parte della termodinamica relativa ai flussi; il paradigma disciplinare è il funzionalismo e la regione analizzata è quella polarizzata.

Eta' Transindustriale

Infine, nel quinto stadio, la età transindustriale, decollo (fine XX secolo, inizi XXI), si fa strada la teoria generale dei sistemi: il mondo è formato da tanti nodi che, a seconda dei flussi che passano loro attraverso, si distinguono in nodi organizzatori e organizzati. Da qui anche nel campo geografico la teoria della complessità e come regione di studio quella sistemica.

Ratzel e Vidal de la Blache

Ratzel, principale teorico del determinismo, è molto influenzato dalla teoria evoluzionistica di Darwin, ma è intriso allo stesso tempo della visione della meccanica razionale: lo spazio geografico è pensato come il risultato di una macchina, dove gli elementi che la compongono si comportano alcuni come causa, altri come effetto. Sul piano della dottrina geografica, quindi, la struttura fisica è considerata la causa e le forme d'uso del suolo da parte dell'uomo l'effetto. Essendo influenzato da quelle due teorie, egli, in quanto geografo, studia lo spazio, e quindi considera uno spazio assoluto e contenitore, in quanto non considera il fenomeno delle migrazioni e delle influenze che due contesti territoriali possono avere tra loro. Lo spazio è dato dalla posizione che assumono i corpi e quindi la geografia si occupa semplicemente di descrivere i soggetti che vivono in un dato contesto, mentre se tiene presente gli elementi naturali, descrive la regione naturale. Il tempo ha scarso valore in questa concezione geografica.

Vidal de la Blache, quasi coetaneo di Ratzel, attribuiva, a differenza di quest'ultimo, alla cultura, che si manifesta attraverso la storia delle singole comunità, una rilevanza essenziale nell'organizzazione dello spazio geografico. Pertanto, egli individua nei generi di vita uno dei principali campi di studio della Geografia, poiché essi sintetizzano efficacemente “l'insieme delle abitudini e delle tradizioni culturali che si sono consolidate nel tempo (la storia), che portano ogni gruppo umano a utilizzare talune risorse locali, anziché altre (progresso tecnico) e che si esprimono attraverso un paesaggio tipico (pastorale, agricolo, industriale etc.)”.

Sposta sull'uomo il campo di studio della Geografia, cui è demandata la possibilità di organizzare lo spazio in base alle proprie “conoscenze”. La geografia studia i rapporti tra uomo e ambiente naturale, considerando il primo il più importante fattore geografico, laddove per Ratzel era il secondo. A differenza del determinismo, il possibilismo vede lo spazio non assoluto e contenitore, ma relativo e contenuto, cioè un elemento che interagisce, si correla con l'esterno, acquista e cede informazioni. Il geografo ora non deve più solamente descrivere, ma interpretare i singoli elementi di un fenomeno e in che modo è collegato ad altri elementi, per arrivare a delineare vari e diversi generi di vita (alcuni dicono che Vidal de la Blache abbia in pratica applicato il determinismo all'uomo e non più alla natura). Il paesaggio ora è culturale e la regione è umanizzata.

Strutturalismo e funzionalismo

Altra corrente di pensiero è lo strutturalismo: lo spazio geografico è costituito da un insieme di elementi di natura sia fisica che culturale i quali, nella loro interazione, generano una struttura soggetta ad evoluzione nel tempo e mutevole nello spazio. La struttura spaziale, quindi, è descritta attraverso le funzioni le quali partono da un “centro” e si irradiano verso la “periferia”. In conseguenza di tale teoria, tra il 1930 e il 1960, vengono elaborati i modelli territoriali più noti: località centrali, localizzazione, centro/periferia ecc.

Lo strutturalismo in geografia diviene funzionalismo: il territorio è visto come una tessitura di funzioni, per cui il campo di studio della geografia è quello di indagare e di rappresentare le relazioni tra gli elementi del territorio. Lo spazio geografico è la risultante di movimenti, reti, nodi e superfici gravitazionali. Lo spazio quindi è gerarchicamente strutturato, generatore di funzioni, e in questo spazio generatore di funzioni si va a misurare la capacità evolutiva dei gruppi umani. Ma lo spazio è anche relazionale, compito del geografo è di misurare le relazioni funzionali e la regione di studio è polarizzata, con al vertice un centro e sotto via via la periferia.

Metodo geografico

Il metodo geografico è costituito dall'insieme dei criteri e delle norme direttive secondo cui si effettua una ricerca geografica. In geografia abbiamo un metodo induttivo ed uno deduttivo. Il primo si basa sull'osservazione e sull'analisi empirica dei singoli fenomeni che si verificano entro i confini di una determinata area cogliendone i nessi di interdipendenza per giungere ad una teoria generale. Il secondo si fonda sull'ipotesi generale o su un postulato teorico per giungere alla conoscenza e alla spiegazione di un fenomeno particolare (intuizione). In geografia però viene usato essenzialmente il primo metodo, cioè quello induttivo, perché ogni contesto ha delle proprie caratteristiche specifiche, quindi non è possibile analizzarle partendo da una teoria generale. Il deduttivo può guidare nell'analisi, ma non porta quasi mai a dei risultati.

Pluralita' di geografie

Per molti esiste una pluralità di geografie: antropogeografia, delle sedi, sociale, politica, economica, storica, regionale etc.

Geografia politica e geopolitica attraverso il tempo e lo spazio

La geografia politica “studia i territori organizzati politicamente, le loro risorse, la loro estensione e i motivi per cui essi assumono particolari forme. In particolare essa studia la più significativa di tutte queste aree: lo stato.” (Pounds). Il punto di partenza deve essere il territorio e i suoi elementi, per indagare sul modo in cui tali elementi incidono sull'organizzazione dello Stato.

La geopolitica, invece, prevede come punto di partenza lo Stato e quindi il modo in cui esso adatta la sua organizzazione alle risorse che il territorio presenta. Sono diverse le fasi evolutive della disciplina: non si parla mai di “geografia politica” ma molti pensatori fin dal mondo classico si sono posti degli interrogativi circa problemi di cui oggi si occupa la geografia politica.

In epoca classica si distinguono nella nostra analisi un geografo (Strabone), storici, filosofi (Erodoto, Tucidide, Aristotele etc). Quasi nessuno di questi è veramente stato nei territori che descrive ma ha formato una sua idea da altre opere letterarie nella maggior parte dei casi. Tutti questi pensatori trovano un legame tra uomo, elementi naturali e Stato. Comunque, in generale, non si va oltre considerazione che a noi possono sembrare ovvie: i popoli marittimi sono più sviluppati di quelli montani perché hanno più contatti con altri popoli, i popoli delle zone fredde sono diversi da quelli delle zone temperate, così come i popoli nomadi sono diversi da quelli sedentari.

Aristotele si spinse un passo avanti agli altri e fece ulteriori considerazioni: per uno Stato è molto importante la taglia demografica (per non generare sovrappopolamento), le condizioni del territorio e la posizione strategica (soprattutto per motivi di difesa e sicurezza); popolazione, territorio e strategicità sono i tre elementi fondamentali per lo studio della geografia politica. Un'innovazione al pensiero di questi studiosi dell'età classica si avrà solamente nel Tardo Medioevo, con Paolo Diacono e San Tommaso d'Aquino, i quali considerano i fattori climatici come causa delle migrazioni dei popoli. Accanto a questi, è importante anche Botero, un monaco gesuita della seconda metà del Cinquecento, che invece ritiene che il territorio sia il frutto della storia e della cultura delle popolazioni che lo abitano.

Siamo agli inizi dell'età moderna, e si va affermando un nuovo concetto di Stato, legittimato dall'uso della forza per instaurare la pace al suo interno e per difendere il proprio territorio. Nel Settecento, in ottica illuminista, sono fondamentali i francesi Montesquieu, Voltaire e Rousseau: per i primi due i fenomeni politici dipendono da leggi naturali e l'ambiente fisico condiziona le attività umane (concezione territorialistica, che sarà poi ripresa da Ratzel).

Rousseau invece si concentra non sul concetto di Stato, ma su quello di nazione: un gruppo umano coeso sul piano sociale, culturale, degli usi, delle tradizioni etc.; dunque lo Stato è uno, ma è più importante la Nazione che rappresenta una cultura comune a tutti gli individui della popolazione (concezione nazionalistica). Ratzel nel suo pensiero preme fortemente sul concetto di territorio piuttosto che su quello di unità di popolo, perché nella Germania in cui viveva il territorio era diviso in tantissimi piccoli stati, mentre l'unica parlata tedesca manifesta una già raggiunta unità di popolo tedesco. I pensatori francesi la penseranno diversamente perché nella loro nazione la situazione è esattamente opposta.

L'obiettivo base di Ratzel è stato quello di scoprire il ruolo dello spazio fisico nell'organizzazione dello Stato. Lo Stato di Ratzel è un organismo biologico creato dall'uomo che aderisce intimamente al territorio, le cui caratteristiche fisiche ne determinano l'evoluzione. Lo Stato si basa sul trinomio: Spazio-Posizione geografica-Dinamica sociale. In quanto organismo biologico, lo Stato si espande e si contrae in base a fattori economico-sociali, religiosi, linguistici o culturali.

Ne consegue che gli stati più grandi sono portati ad annettere quelli più piccoli secondo un ordine naturale delle cose, prima i più ricchi, poi i più vicini, poi quelli più lontani ed infine quelli meno ricchi fino ad arrivare allo Stato-Potenza mondiale. Fattori di espansione sono: commercio e suo traffico e controllo delle vie di comunicazione, crescita demografica e sentimento nazionale. Le maggiori critiche allo studioso ed ai suoi allievi riguardano le pericolose conseguenze territoriali derivanti dalla teoria sulla necessità di espansione degli stati. La necessità di espansione giustifica la Teoria dello Spazio vitale, che diviene strumento di realizzazione del progetto e che legittima il Colonialismo e il Nazionalismo. A Ratzel infatti si rifarà ad esempio Hitler, nonostante lo studioso non abbia mai parlato dello strumento bellico. Con Ratzel la geografia politica perseguì un obiettivo conoscitivo, attraverso la descrizione degli aspetti geografici dell'organizzazione dello Stato, e uno propositivo, che veniva ricercato prefigurando l'evoluzione cui lo Stato sarebbe andato incontro, e costruendo la configurazione geografica razionale che lo Stato avrebbe dovuto avere.

All'inizio del Novecento Vidal de la Blache assume un'altra visione, che poi sarà tipica di tutti i pensatori francesi contemporanei: al centro dello studio geografico dello Stato non è posto il territorio ma l'uomo, quindi la nazione. Il concetto base della costruzione scientifica di Vidal de la Blache è infatti quello del genere di vita, derivato un'attività umana in un preciso ambiente, che determina la coagulazione nazionale. Fissati i generi di vita, questi costituiscono le cellule elementari delle singole società, ed è la loro combinazione armonica che dà vita alle civiltà.

Compito della geografia politica quindi è lo studio dei generi di vita, dei paesaggi tipici cui questi generi danno vita e le relazioni tra questi due elementi e l'organizzazione dello Stato, il quale a sua volta assume le forme presenti nella cultura dei propri cittadini. Ancel nel 1938 teorizza lo Stato espressione della Nazione. Passando alla scuola anglosassone del primo dopoguerra, si distinguono Ellen Churchill Semple e Ellsworth Huntington, i quali notano che la Prima Guerra Mondiale si è conclusa con la decadenza dei grandi imperi (austro-ungarico, ottomano etc), e le civiltà si modificano non solo in funzione della massa della popolazione, ma anche in funzione del clima: quindi in pratica si rifanno al concetto di Stato-Nazione, ma riprendono anche una parte di determinismo dando facoltà anche ad un elemento naturale come il clima di poter influenzare l'attività di una popolazione.

Samuel Van Valkenburg dice che in base a fattori antropici insieme a fattori naturali, ogni Nazione ha un ciclo di vita: nascita-infanzia, adolescenza, maturità, senilità-decadimento, precisando che la lunghezza di una fase differisce da nazione a nazione e dipende dal carattere dello Stato, per cui non si può ipotizzare quando avverrà il passaggio. Tuttavia Valkenburg non tiene conto che la vita dello stato non è legata esclusivamente alle risorse che possiede, ma spesso anche alla capacità che quello stato ha di ritagliarsi uno spazio ben preciso nel dinamico assetto strategico mondiale.

Alla scuola anglosassone appartengono anche altri illustri pensatori come Mahan, Mackinder, Spykman e Brzezinski. Mahan (1900) sostiene che il dominio del mondo si basa sul controllo dei punti di appoggio marittimi strategici, cioè di quei luoghi per cui passano i flussi più importanti e imponenti, politica che gli inglesi in questo periodo stanno adottando e che ha loro consentito di diventare la più grande potenza mondiale. Secondo Mahan, quindi, era la Cina il principale teatro strategico all'inizio del XX secolo ad opera delle potenze occidentali Francia, Germania e Gran Bretagna, dell'Unione Sovietica e del Giappone, per il controllo dei traffici in questa regione.

Su questo stile è Mackinder (1904), il quale però giudica importante anche detenere il controllo della terraferma: in particolare egli distingue un “rimland” cioè la fascia esterna costituita dalle grandi potenze marittime, più povere di risorse, ma più sviluppate, e un “heartland”, il cuore del continente eurasiatico, molto ricco di risorse, ma meno sviluppato. E afferma che chi controlla quest'ultima area, controlla il mondo, perché si è appropriato di una grandissima quantità di risorse. Per questo Hitler nella seconda parte del suo operato, tentò di conquistare l'Unione Sovietica, perché sapeva che avrebbe in quel modo elevato la Germania a Paese dominatore nel mondo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/02 Geografia economico-politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher djtoto93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Castiello Nicolino.
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