Storia ed evoluzione dell'assistenza
Il servizio sociale è parte fondamentale del welfare state, quella parte specifica della politica che si occupa del benessere (individuale e collettivo), ed ha come fine quello di garantire a tutti degli standard minimi di vita (di reddito, alimentazione, salute, educazione) e di tutelare i momenti critici della vita umana; in particolare l'infanzia, la maternità, la vecchiaia. Naturalmente i bisogni sono relativi, devono cioè essere contestualizzati sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista socioculturale.
Il concetto di problema sociale
Il concetto di problema sociale ci aiuta a chiarire quali siano i bisogni fondamentali da soddisfare, poiché laddove i bisogni non sono soddisfatti o lo sono solo parzialmente, è probabile che emergano dei problemi sociali.
Quindi riguardo alla definizione di problema sociale: etimologicamente 'problema' indica qualcosa che è posto davanti, quindi potremmo dire ostacola il cammino, (dal greco pró-bállein = gettare avanti). Nello stesso tempo 'sociale' indica qualcosa che si riferisce ad una società. Quindi possiamo dire che, quando al concetto di problema si accosta la qualificazione di 'sociale', ci si riferisce a quegli ostacoli che si frappongono sul cammino dell'uomo e della società in direzione di un maggior sviluppo o progresso, inteso verso condizioni sociali di benessere sempre più esteso.
In senso propriamente sociologico ciò rientra nel più generale problema dell'ordine sociale. Gallino, nel suo dizionario di sociologia, alla voce 'problema sociale' riferisce il concetto a: 'Qualsiasi situazione condotta prevalente in una sub-popolazione che un'altra sub-popolazione giudica fonte di preoccupazione per la famiglia, segno di attacco per una ISTITUZIONE, comportamento eversivo per l'ORDINE SOCIALE, minaccia per la collettività, e impone l'intervento delle autorità di governo e di altre forze politiche per eliminarli.
La definizione di ciò che costituisce un problema sociale è sempre storicamente e culturalmente relativo. Ciò che ieri veniva considerato un problema sociale, non lo è più al presente; e ciò che è un problema sociale nella società A non è detto lo sia nella società B'. Questo è molto importante perché indica anche che la gravità o meno del problema è collegata alla percezione che questo problema ha in una determinata società in un determinato momento storico.
Secondo Gallino tuttavia esiste una sorta di accordo unanime derivato dalle ricerche empiriche fatte sui cosiddetti problemi sociali, per cui si può sostenere che nel concetto di problema sociale debbano essere fatti rientrare tutti quei problemi che in un modo o nell'altro riguardano: 'la povertà, la disoccupazione, le malattie mentali, la criminalità, la prostituzione, la crisi della famiglia, l'eccesso di popolazione, e più di recente la distruzione dell'ambiente naturale.
Se possiamo considerare le politiche sociali come quella particolare dimensione che è sorta per far fronte ai problemi sociali, allora il servizio sociale, come sua parte imprescindibile, rappresenta la dimensione che è chiamata a far fronte quotidianamente a questi problemi o almeno ad alcuni di essi.
Ad ogni modo è significativo che il primo problema sociale che storicamente si presenta come ostacolo al benessere sociale sia la povertà. E infatti lo stato sociale nasce per far fronte prima di tutto al problema della povertà.
Storia della politica sociale
Dunque parlare di storia nel campo della politica sociale significa prima di tutto parlare dell'intreccio fra elementi di storia della povertà, dell'emarginazione e dell'assistenza, fino ad arrivare a descrivere la nascita delle politiche di welfare state. Sebbene una qualche forma di assistenza sia sempre esistita, va sottolineato che è solo a partire dal formarsi delle grandi monarchie nazionali moderne che lo Stato comincia ad interessarsi del campo assistenziale e ad operare nel senso di una vera politica sociale.
Si può rintracciare l'esempio anticipatore più importante di ciò nel programma di Juan Luis Vives, riportato da Geremek nel testo La pietà e la forca. Questo trattato riguardava in special modo alcune idee di base circa lo sguardo innovativo sulla povertà e il modo di affrontarla: per esempio l'avversione verso i mendicanti, la responsabilità nei loro confronti delle autorità civili, statali e cittadine, le proposte repressive, fra cui in primo luogo il lavoro forzato, e così via.
C'è insomma una visione più tipicamente moderna dell'assistenza. In sostanza, dalla fine del Medioevo in poi con il lento affermarsi della borghesia come nuova classe portatrice di nuovi valori, cominciano a farsi sentire esigenze di intervento statale in campo assistenziale e sanitario. Questo comportava anche che lo Stato si venisse lentamente sostituendo in questa opera alla Chiesa, che per tanto tempo era stata l'unica a svolgere funzioni assistenziali.
Sebbene sia opinione condivisa che si può cominciare a parlare di moderni sistemi di sicurezza sociale e di welfare state in senso stretto solo a partire dagli anni '30 del '900, è tuttavia possibile rintracciarne le premesse in alcune forme di sicurezza sociale che erano sostanzialmente tre:
- Il mutuo soccorso delle corporazioni (associazioni di mestiere) e delle gilde medievali (associazioni di mercanti o anche di artigiani in epoca medioevale).
- L'obbligo di tutela dei datori di lavoro in epoca feudale.
- La pubblica assistenza ai poveri ad iniziare dal 1500.
Possiamo descrivere alcune principali tappe della storia dell'assistenza sociale in quattro grandi epoche:
- L'epoca medioevale.
- L'epoca che inizia attorno alla metà del 1500, dove si verificano i primi grandi cambiamenti nell'assistenza.
- L'epoca che a partire dall'illuminismo porta alle grandi rivoluzioni borghesi, con le ultime leggi sui poveri.
- L'epoca che si delinea dopo queste rivoluzioni, con cui ha inizio la prima consolidata modernità e che dà luogo alla nascita, allo sviluppo e al consolidamento dello stato sociale vero e proprio.
Il Medioevo
Bisogna prima di tutto mettere in rilievo che si tratta di un periodo in cui le istituzioni e le risorse erano insufficienti a garantire la sicurezza sociale. Dobbiamo ricordare anche che non esisteva una forma di Stato nel senso moderno del termine, in quanto la gestione del potere politico era dispersa e frammentata. Esistevano problemi come la scarsità di risorse alimentari, le guerre e le epidemie, che impedivano anche solo di concepire l'assistenza pubblica che era in gran parte affidata alle famiglie.
Tuttavia possiamo dire che esistevano altre forme di assistenza, l'‘obbligo di tutela da parte dei proprietari terrieri e dei datori di lavoro verso i loro dipendenti’, ‘un dovere assistenziale dei sovrani, dei nobili verso i poveri e i ‘deboli’. Se invece uno apparteneva a gilde o corporazioni aveva la possibilità di ‘beneficiare dell'attività delle loro istituzioni mutualistiche, basate sul principio solidaristico. Diciamo che si trattava di forme di assistenza che facevano riferimento ad una sorta di famiglia allargata o di famiglia sostitutiva di quella d'origine.
Nonostante ciò, tutta una schiera di altre persone rimaneva fuori da queste forme assistenziali, ed erano i poveri ed inabili al lavoro che trovavano protezione nell'ambito delle istituzioni religiose. Vi erano inoltre gli ospedali, che in questo periodo diventano molto importanti per l'assistenza; le istituzioni ospedaliere infatti rappresentavano rispetto a oggi un ricovero per i malati, rifugio per i poveri, gli orfani e gli emarginati, accoglienza per i pellegrini, ecc.
Si può dire che in questo periodo (dal Basso Medioevo ai Comuni – 1000/1400) non esiste una struttura pubblica di intervento assistenziale, ma siamo di fronte ad un'articolazione di tante piccole comunità dove, da un lato, i comuni rurali potevano mantenere la propria popolazione tramite terre (pascolo) e boschi (legna) accessibili a tutti, dall'altro, quelli di città raggruppavano i loro abitanti in corporazioni che avevano finalità economiche e professionali, e svolgevano anche compiti assistenziali nei confronti dei propri membri (es. malati o invalidi).
Tuttavia, dopo il XIII secolo la miseria appare come un fenomeno quasi naturale, tanto è costante ed esteso, e viene quindi percepito da un lato come ‘destino per chi ne è colpito’, dall'altro come ‘un problema sociale minaccioso in costante aumento. Si diffonde di conseguenza, come reazione all'umiliazione per i poveri, un atteggiamento di idealizzazione delle condizioni di povertà, bene testimoniato da San Francesco e dai francescani che vedono nel povero l'immagine di Dio in terra.
Ma, nonostante questo nuovo atteggiamento cristiano e le diverse forme di assistenza, non si riuscì ad evitare il diffondersi della miseria di massa e a partire dalla seconda metà del XIV sec. si registra una crisi nel sistema assistenziale medievale. Soprattutto nelle città, il sovraffollamento determina l'impossibilità di garantire sufficienti condizioni igieniche ed è qui che colpiscono la peste, le infezioni come la lebbra che danno luogo alla costruzione dei primi lazzaretti impiegati poi nelle pestilenze del Seicento.
Quindi nel tardo Medioevo e nel XVI secolo, ‘con il grande esodo della popolazione, la fuga dalle campagne, la maggiore divisione del lavoro e la riduzione dei salari, aumentò il numero delle persone che, non più tutelate dai comuni, dai proprietari terrieri o dalle corporazioni, formavano quelle schiere di mendicanti considerate un pericolo sociale.
Naturalmente i mendicanti c'erano sempre stati ma è in questo periodo che si afferma veramente una nuova figura, quella del mendicante girovago.
Il mendicante girovago
Perché questa figura è così minacciosa? C'è una ragione per così dire sociologica che è importante mettere in luce. Intanto, ci dice Gutton, i vagabondi sono sempre sospettati di provenire da luoghi contaminati. Ma soprattutto ciò che spaventa è l'instabilità, cioè la mancanza di radici che caratterizza questi poveri, il loro non appartenere ad alcun corpo sociale definito.
Come detto è soprattutto nelle città che emerge l'insieme dei problemi, perché è la città che ha grande attrazione nei confronti dei poveri, soprattutto nei periodi di carestia, in quanto dispone di un’assistenza impossibile nelle campagne. Per cui secondo Gutton la storia del vagabondaggio è legata a quella dell'esodo rurale.
Proprio per questo nelle città si tenta di rendere più efficiente l'assistenza ai bisognosi costituendo ordini per i poveri e i mendicanti, ma, soprattutto, tende a farsi sistema, logica antropologica (= modo di vedere l'uomo): si comincia a distinguere fra i diversi casi di povertà: per esempio fra coloro che si trovano in miseria incolpevolmente (i cosiddetti poveri meritevoli) e chi invece viene valutato come fannullone, ozioso, cioè immeritevole.
Ciò indica che si comincia ad intravedere un nuovo modo di considerare il mondo, i rapporti sociali, l'uomo, a partire da una maniera diversa di percepire e valutare la miseria.
La povertà non era più ritenuta, come nel Medioevo, un destino o un’espressione di particolare vicinanza al Signore, bensì la conseguenza di ozio, e quindi un difetto morale del singolo, che bisognava correggere. Come strumento di risoluzione del problema della povertà, ma anche come punizione o educazione del singolo all'indipendenza economica, il lavoro coatto assunse un'importanza centrale. La repressione del vagabondaggio andò di pari passo con l'istituzione di penitenziari e case di correzione.
Così, nel momento in cui si esaurisce il sistema caritativo-assistenziale ereditato dal Medioevo e con esso la stessa concezione evangelica della povertà, per cui la povertà non è più un segno della benedizione divina, ma di maledizione, si assiste alla nascita di un nuovo tipo di povertà, un povertà che assume i caratteri della marginalità sociale.
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La fase di transizione: il mercantilismo e la politica delle monarchie assolute.
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