LE DIMENSIONI DELL’INTERVENTO SOCIALE
Capitolo I:
Metodo: cammino verso un termine-una meta, procedere razionale per raggiungere un obiettivo o
più obiettivi. Nella professione di assistente sociale, il metodo si traduce nella definizione di un
percorso, che articolato secondo criteri opportuni conduce al raggiungimento di obiettivi predefiniti.
L’attenzione metodologica si traduce in processi sia di apprendimento e conseguente applicazione
che di messa in crisi, di nuova definizione e riapprendimento. Il metodo unisce all’aspetto normativo,
una componente di scoperta e avventura, di potenziamento e rinnovamento. Il possesso di una
normativa si intreccia quindi con la continua verifica, che ne produce la rigenerazione. La
padronanza di un metodo costituisce sia un supporto per il professionista, in quanto rappresenta uno
strumento di autocontrollo che gli consente di essere consapevole di ciò che sta svolgendo, sia una
protezione emotiva che ripara dall’esposizione continua alla sofferenza delle persone. Inoltre, il
metodo si può usare come carta d’identità per rappresentare la propria professione, soprattutto nei
casi in cui vi è uno scarso riconoscimento sociale.
Nel nostro paese la professione di assistente sociale ha manifestato e manifesta ancora molte
incertezze relativamente allo sviluppo del proprio pensiero metodologico. Vi è tutt’oggi una
sostanziale mancanza di processi di ricerca e di regole operative esplicite, le caratteristiche della
collocazione istituzionale e il riconoscimento. Non esistono ancora, come per altre professioni,
percorsi di qualificazione con espliciti riconoscimenti. La professione non ha validamente espresso,
proprie regole operative forti, che contengano, definiscano e finalizzino l’azione nonostante le
regole costituiscano un aspetto importante del metodo, definibile come insieme di criteri direttivi
secondo i quali si realizza qualcosa. La debolezza dell’aspetto normativo si scontra con l’immagine
sociale della professione, che ne risente molto.
La professione è ispirata e ancora oggi si ispira alla logica della disponibilità, dell’esserci e del
fare immediato, tipica dell’azione volontaria e dell’intervento di cura. Il paradigma della
disponibilità incondizionata e quello del controllo disciplinato dalle regole, creano forti contrasti
nell’immaginario collettivo e nella realtà della professione, in cui facilmente il concetto di regola
viene a confondersi con eccesso di rigidità. bipolarità della professione. La riscontrata e
frequente subalternità della professione costituisce un altro aspetto su cui riflettere inerente
collocamento dell’assistente sociale all’interno dei contesti organizzativi. Sebbene sia gravato da
rilevanti responsabilità ed eserciti una funzione che assume dimensioni di potere nei confronti delle
persone, non gli viene riconosciuta una posizione di rilievo nell’organizzazione e nella società.
Oggi, grazie all’apertura dell’albo professionale, la costituzione dell’ordine e il contemporaneo
inserimento della formazione di base nell’università definiscono nuovi luoghi, fonti di identità, che
possono riaprire i giochi relativi all’autonomia e alla produzione di un pensiero pur non
garantendone l’esito.
La storia della professione:
l’origine della professione è connessa a premesse debolmente scientifiche: una carica ideologico
politica e valoriale, una forte matrice volontaristica si accompagnano per lo più a un contenuto
tecnologico. Si diffonde in Italia, a differenza da quanto avvenuto negli altri paesi, con lo sviluppo
delle scuole, che ne costituiscono agli esordi la sede di promozione oltre che di formazione. Le
metodologie diffuse in Italia negli anni cinquanta e sessanta provengono dalla cultura anglosassone.
Il processo di appropriazione al nostro contesto è risultato difficoltoso per debolezze istituzionali e
fragilità scientifiche. Le sedi formative, instabili e divise tra loro sono state impegnate
prioritariamente in problemi di sopravvivenza e di esercizio e alla ricerca di un riconoscimento.
Dalla fase ideologica del dopoguerra, caratterizzata dalla spinta a contribuire alla ricostruzione
sociale del paese, si passa ad una fase metodologica in cui si sviluppano le scuole, promotrici degli
insegnamenti professionali, per passare poi ad una nuova fase ideologica di elevata
politicizzazione caratterizzata dalla profonda crisi del ruolo professionale e dal rifiuto di un
apparato tecnologico. Dopo questo periodo, si ritorna ad una fase di ri-professionalizzazione nella
metà degli anni ottanta, che sfocerà poi in un interesse per le esperienze internazionali. Nel
passaggio da una fase all’altra si disperdono però preziosi ricordi di esperienze, abitudini
operative e contenuti innovativi (lavoro di comunità, intervento in dimensione collettiva).
I modelli del servizio sociale:
I modelli hanno nelle scienze sociali una funzione orientativa ed euristica, ausiliare quindi sia sul
piano della teoria che della prassi: sono le strutture che indirizzano l’osservazione, l’analisi, la
descrizione, l’interpretazione della realtà e guidano l’intervento e la sua valutazione. Modello come
insieme di direttive che stabilisce come deve essere condotta un’azione.
Modello sviluppatosi negli Stati uniti e in Inghilterra, considerati paesi anticipatori nei processi di
cambiamento della professione: introduzione delle Charities organisation societies, rivolte a soggetti
indigenti o diversi e realizzato da operatori che si sostituiscono ai volontari che li gestiscono. Negli
anni cinquanta in questi paesi vi è l’introduzione delle scienze sociali nell’insegnamento, legata anche
all’interesse per la sociologia e la salute mentale ed i servizi allargano il quadro dei riferimenti
teorici. La riflessione metodologica entra negli anni sessanta in una fase di profonda crisi dovuta
all’inefficacia delle casework; si sviluppa l’interesse alla ricerca sulla pratica e si cerca di creare
sinergia tra i diversi campi di azione. La crisi degli anni sessanta sfocia in un grande fermento di
ripresa metodologica, caratterizzato dalla sperimentazione e diffusione i diversi orientamenti
ideologici diversi (modelli teorici differenziati, approcci olistici).
L’attenzione ai modelli di servizio sociale si colloca in Italia in un periodo di riattivazione della
riflessione metodologica e di rilancio della professione, (anni ottanta-novanta) in parte prodottosi
autonomamente nel corpo professionale, in parte creatosi sotto la spinta di eventi significativi. In
questo contesto si affaccia, agli inizi degli anni ottanta l’interesse verso il tema dei modelli di
servizio sociale, cominciano a diffondersi alcuni orientamenti come quello sistemico relazionale,
psicosociale, e unitario. La diffusione di modelli costituisce nel modello italiano un evento carico di
contraddizioni ma nel momento in cui si vanno riattivando i contatti con le esperienze di altri paesi, si
presenta la necessità di promuovere un ripensamento critico e sviluppare opportuni adattamenti
rispetto alla modellistica di importazione, che corrisponde a costruzioni sintoniche con altre realtà
culturali e di servizio. Al momento attuale, in Italia tendono a diffondersi approcci di natura olistica
che pur considerando la dimensione territoriale, valorizzino e strumentino il lavoro di caso,
sviluppando la circolarità tra i diversi aspetti dell’azione professionale. È in questa direzione che si
sono diffusi e radicati i modelli sistemici, i modelli di rete, l’approccio unitario centrato sul compito, il
problem solving, etc.. all’interno di tali approcci spiccano alcune esigenze:
La necessità di valorizzare il positivo individuando strategie centrate sulle risorse, le
• competenze e le capacità.
Per quanto riguarda il territorio, si profila la tendenza a coniugare la polivalenza, con
• qualche forma di specializzazione, che contenta all’assistente sociale di cumulare esperienze
e approfondire strategie in una direzione definita, oltre che gestire ad un primo livello i
problemi dell’area considerata.
Capitolo II:
La concezione unitaria per quanto riguarda l’approccio del servizio sociale, si consolida nella metà
degli anni sessanta e assume un particolare rilievo negli anni ottanta, in cui si traduce in modello di
intervento. Tra i fondamenti storici che ne giustificano l’avvio riprendiamo alcune fasi importanti. Dai
primi anni cinquanta le discipline professionali, comprendono i case-work, il group work e il
community work considerati fondamentali per la professione. Negli anni sessanta, questi approcci
diventano incompatibili con le realtà emergenti nella società, creando non pochi problemi che
scateneranno da un lato uno sforzo di maggior concretizzazione e dall’altro un graduale
orientamento verso un approccio olistico. La visione unitaria, si presenta seppur imprecisamente in
Italia, prima rispetto agli altri paesi. Si impone infatti una riflessione su una serie di dati:
L’assistente sociale come operatore che interviene in molteplici direzioni, verso interlocutori
• individuali e collettivi.
Prevale un lavoro di caso a livello pre-diagnostico.
• Il complesso delle azioni realizzate dagli assistenti sociali si correla maggiormente alla
• situazione specifica piuttosto che all’uso di un metodo professionale.
Tali rivelazioni sospingono a cogliere l’esigenza di un complesso metodologico, che tenga conto non
tanto di interventi differenziati in relazione al diverso interlocutore, ma piuttosto del ruolo realmente
giocato dall’assistente sociale nell’ente di appartenenza. La specializzazione dell’intervento non
trova infatti riscontro con la realtà e rappresenta quindi un’astrazione di scarso contenuto operativo.
La costante attenzione alla persona, considerata nella sua globalità, a vantaggio della quale si
intraprendono le diverse azioni di aiuto, la conseguente considerazione delle svariate dimensioni
operative, la finalizzazione dell’intervento orientato a migliorare la condizione di vita, fondano il
richiamo all’unitarietà e giustificano le scelte strumentali e di capo operativo adottate. Lo sviluppo
di questa impostazione unitaria riprende vigore negli anni ottanta, con fondamenti più solidi e
strutturati. I fattori basilari di tale riflessione sono costituita da un lato dal contenitore istituzionale
(servizio territoriale), e dal ruolo che al suo interno viene attribuito agli assistenti sociali, dall’altro
all’attenzione al cittadino quale interlocutore potenziale del servizio e infine dalla considerazione
del rapporto inscindibile esistente tra persone e ambienti. Tali fattori vengono integrati e sostenuti
dai contributi offerti dalle teorie ecologico-sistemiche che riordinano e sistematizzano molte intuizioni
già presenti nel mondo del servizio sociale.
L’approccio unitario:
con lo sviluppo dei servizi pubblici territoriali e con l’inserimento capillare degli assistenti sociali al
loro interno, si prefigura una situazione istituzionale congruente con un approccio metodologico
integrato. La distribuzione dei servizi visibilizza il territorio nelle sue caratteristiche di globalità e
lascia intravedere prospettive di intervento simultaneamente di prevenzione e di cura. La dimensione
collettiva viene particolarmente accentuata in quando è per i cittadini del territorio che il servizio
alla persona è rivolto. La concezione dell’azione professionale all’interno di un’area territoriale in cui
sono presenti diversi attori, comporta la considerazione della parzialità e specificità del proprio
ruolo, che viene interpretato in funzione del territorio, in continuo scambio e correlazione con altri
soggetti operanti. Un approccio unitario affronta l’ampiezza del campo di azione con la
formulazione di un progetto globale di intervento rispetto al territorio di competenza, che limita il
campo stesso attraverso la definizione di obiettivi prioritari, in base ai quali prevede azioni verso
diverse dimensioni.
L’assistente sociale nei confronti della persona:
Assume un’ottica bifocale: considera il soggetto inscindibilmente connesso con gli ambienti,
• che gli sono abituali, e nell’esame della situazione come nel procedere dell’azione, opera sia
nei confronti della persona che nei confronti dei soggetti del suo contesto.
Realizza interventi multipolari: poiché lavora in direzione della persona, della sua realtà e
• simultaneamente nel servizio di appartenenza o verso altri servizi in cui il soggetto può dover
essere inserito.
Tre dimensioni dell’intervento professionale:
1. Verso le persone.
2. Verso l’organizzazione.
3. Verso il territorio.
Sviluppo contemporaneo delle tre dimensioni per assicurare un buon servizio. L’intervento può
attivare infatti circolarità: da un’azione ad un’altra crescono i saperi e le competenze a disposizione
dell’operatore, che si riflettono sul pensare e sul fare e quanto viene realizzato influenza in modo
determinante l’intervento successivo, sia attraverso gli esiti nei fatti, sia attraverso la valutazione e
l’arricchimento mentale che ne deriva. Sono trasferimenti di saperi dal caso individuale, al territorio,
all’organizzazione e viceversa. strategie di compito e di rete dell’assistente sociale.
La visione umanistica che ispira il servizio sociale, costituisce un fondamentale fattore di
orientamento della pratica professionale. Tale visione si fonda sulla valorizzazione della persona, a
cui è rivolta l’azione e sul conseguente rispetto di fondamentali principi di cui l’assistente sociale
deve essere garante. Già negli anni cinquanta vengono formati dei principi quali:
l’individualizzazione e l’accettazione della persona unica e irripetibile, la fiducia nelle capacità e
potenzialità dell’interlocutore, che coniugano le affermazioni democratiche statunitensi con la
tradizione cattolica del nostro paese. (es. diritti delle donne). Nella riflessione metodologica i
principi vengono oggi frequentemente ed efficacemente sintetizzati nella valorizzazione della
soggettività e quindi nella considerazione dell’intenzionalità della persona, cioè nel riconoscimento
del diritto a co-definire e sottoscrivere le direzioni dell’intervento.
Il ruolo dell’assistente sociale e i campi di appartenenza:
L’assistente sociale svolge un ruolo di mediazione attiva tra bisogni e domanda sociale da un lato e
risorse disponibili o attivabili dall’altro, all’interno di una organizzazione di sevizio. Il ruolo di questo
operatore ha diversi riferimenti e si sviluppa in rapporto ad essi:
L’assetto normativo, come la legislazione nazionale e regionale, i regolamenti e le
• disposizioni locali.
Il servizio e le sue connotazioni.
• La cittadinanza intesa come soggetto collettivo, territorio.
• I principi del servizio sociale.
•
Si presenta in questo quadro come un operatore che si rivolge a soggetti richiedenti, ma anche a
soggetti potenziali che non si affacciano direttamente al servizio. Il cittadino titolare di diritti e di
doveri, portatore di bisogni e risorse, è comunque coinvolto nelle problematiche sociali del contesto,
in qualità di attore territoriale. In questo intreccio di stimoli in entrata nel servizio, l’assistente sociale
da un lato riceve impulsi dall’esterno e ne è condizionato, dall’altro prende iniziative ed influisce sul
contesto ambientale: si viene a definire un quadro di azione multipolare, in cui l’operatore si muove
verso il soggetti singoli, verso risorse del territorio e del sistema dei servizi e nei confronti della
propria organizzazione.
Esame di realtà e azione progettuale:
Onnipotenza e ampiezza del campo: una visione onnipotente ed un profondo senso di impotenza
attraversano ad un tempo l’azione professionale degli assistenti sociali; il campo di intervento in cui
si trovano è molto ampio, e la formulazione di progetti realistici possono indurre ad intraprendere
percorsi che non si confrontano con le risorse e i tempi reali. Inoltre, l’abitudine a definire le funzioni
dell’assistente sociale in termini generici e tendenziali complica i processi di chiarificazione in
proposito. necessità di un progetto di intervento complessivo.
Esame di realtà:
L’esame di realtà consiste in una operazione conoscitiva che ha per oggetto appunto l’analisi e la
considerazione dei contesti, in cui si gioca nello specifico il ruolo professionale. Tali contesti vengono
analizzati per:
Coglierne le caratteristiche più significative.
• Interrogarsi rispetto alla domanda reale.
• Considerare le aree e i fattori di rischio, individuati a partire dai dati conosciuti dal servizio
• e dai diversi segnali pervenuti agli operatori.
Registrare le opportunità, le risorse offerte oltre che i vincoli e le difficoltà riscontrate.
•
Solo una volta conosciuta la situazione in cui dovrà operare, l’assistente sociale è in grado di
valutarla e quindi di formulare un progetto di insieme del suo lavoro. progetto unitario e globale.
Strategie di compito e di rete:
Il collegamento tra l’azione individuale e quella collettiva e lo sviluppo di una circolarità tra i diversi
campi ed interventi, vengono integrate e concretizzate dalle strategie di compito e dalle strategie
di lavoro di rete, concezioni a cui si ispira l’operatore.
Compito significa attività finalizzata, realizzabile e verificabile. Studt considera la realizzazione di
un compito come un processo essenziale nei tentativi di fronteggiamento delle difficoltà. Essere
centrati sul compito richiama ad una concentrazione operativa su campi e praticabilità: rispetto alle
diverse richieste che pervengono, l’assistente sociale considera ed elabora domande e desideri dei
richiedenti, istanze esterne ed
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