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Cap. 1 Le coordinate per una riflessione sul metodo

La tridimensionalità del lavoro sociale

La tridimensionalità del lavoro sociale e dell’approccio unitario collegano i diversi livelli di intervento del s.s. Negli anni '50, le metodologie professionali erano suddivise sulla base di una classificazione dei bisogni: bisogni individuali, di gruppo e di comunità. Ai diversi livelli di bisogno corrispondeva un metodo specifico del s.s: case work, group work e community work.

Negli anni '70, si osserva una fase di rifiuto delle metodologie del ss. Viene criticato il case work in quanto ad esso venivano collegati problemi di povertà e disoccupazione; l’approccio colpevolizza le vittime dell’ingiustizia sociale.

L’approccio unitario collega i diversi livelli e dimensioni e guarda le situazioni da più prospettive. A ciò si riferisce la tridimensionalità, cioè il punto di vista dei singoli, della società/comunità e da quello istituzionale.

La dimensione di ricerca

Il ss da una parte si è impegnato a considerare i risultati della ricerca scientifica, dall’altra ha cercato di applicare un procedimento metodologico scientifico all’operatività quotidiana.

  • Evidence-based practice propone che il lavoro sociale venga fondato sull’empirismo. L’applicazione di un metodo scientifico e l’uso di una conoscenza scientifica nella pratica. Quindi un AS dovrebbe scegliere gli approcci che si sono dimostrati efficaci attraverso la ricerca e il paragone tra i diversi casi. Gli stimoli all’origine di questo approccio includono la grande variabilità nelle pratiche degli AS, il divario tra gli esiti delle ricerche e gli interventi attuati, e la ricerca di interventi più efficaci e meno costosi. Critica: lontananza dalla realtà.
  • La practice research mette al centro la pratica. L’idea è di studiare le esperienze dei soggetti e di costruire la conoscenza a partire dalla saggezza pratica degli operatori. Propone uno sviluppo delle pratiche attraverso la valorizzazione e la sistematizzazione dei saperi maturati sul campo e attraverso una ricerca scientifica che si sviluppi a partire dagli interrogativi che emergono dalle pratiche.
  • Evidence-informed practice coniuga i due approcci e apre sia una valorizzazione dei saperi nelle pratiche, sia l’uso del sapere scientifico. Tratta il tema del procedimento metodologico congiuntamente al tema della ricerca.

La dimensione di riflessività

Il SS si muove su terreni nuovi e di confine e per questo può essere definito professione d’incertezza. L’incertezza sollecita l’esigenza di costante ricerca e di nuovi saperi. La sostanza del lavoro di un AS è di entrare in dialogo con situazioni indefinite, confuse e che secondo un approccio unitario, vengono considerate da più vertici di osservazione.

La funzione della teoria e della ricerca è di creare un serbatoio di strategie di lettura e significazione, e di strategie d’intervento cui l’AS può attingere per partecipare alla costruzione di percorsi di fronteggiamento. Le fonti di conoscenza del SS sono molteplici e comprendono:

  • I saperi delle persone che si rivolgono al servizio
  • I saperi di chi pratica connessi alla riflessività degli operatori
  • I saperi derivanti dalla ricerca sistematica qualitativa e quantitativa sul fronteggiamento dei bisogni, successi e problemi.

Modelli di lavoro sociale

  • Burocratico - Bassa attenzione alle regole di metodo, categorizzazione delle situazioni secondo le procedure delle organizzazioni burocratiche. Modalità collegata a un modo di lavorare appiattito sulle regole del servizio e legato alle procedure dell’ente. In diversi casi si è assistito a un aumento del lavoro amministrativo. Seguire norme e procedure sembra rappresentare una difesa rispetto alla possibilità di essere accusati e perseguiti legalmente. Questo approccio prevede una proceduralizzazione del lavoro e risorse limitate. La burocratizzazione può rappresentare dei vantaggi come alleggerimento legato all’incertezza e alla pesantezza del coinvolgimento emotivo.
  • Elastico - L’AS non ha metodi o approcci con cui confrontarsi. Ogni caso richiede una riflessione tutta nuova. La rottura si manifesta col burnout dell’operatore.
  • Rigoroso - Forte attenzione alle regole di metodo. Questa situazione tende a categorizzare le situazioni e a coglierne gli aspetti generalizzabili. Tale modo di pensare è essenziale per stabilire regole di azione riproducibili.
  • Flessibile - Ciò che rende sistematica l’azione è il suo collegamento a un pensiero sistematico. Le pratiche degli operatori riflessivi si caratterizzano come processi ragionati per prove ed errori. Ogni intervento è un tentativo e ogni messa in atto può illustrare gli effetti positivi o negativi. La professionalità riflessiva comporta che ci sia conoscenza dei percorsi che si intraprendono, e che si lavori nella direzione di dar loro una forma. Il modello riflessivo prefigura una metodologia che mette a fuoco gli interrogativi irrinunciabili che un professionista deve rivolgere alla propria pratica.

La dimensione etica

La dimensione etica del processo metodologico consente di identificare gli aspetti comuni dei diversi campi della pratica e delle differenti articolazioni della professione a livello internazionale. La definizione di valori e principi e la traduzione in codice deontologico sono fondamentali per quanto riguarda la posizione e il ruolo dell’AS. Il codice è una garanzia che la professione offre ai propri utenti e alle persone riguardo il fatto che il potere dell’AS verrà usato in modo corretto e a vantaggio delle persone stesse. Da una parte è forma di esplicitazione dell’identità professionale dall’altra è una forma di autocontrollo e autoregolazione.

Nel codice vi sono diversi temi: rispetto della persona e della sua dignità, valore della giustizia sociale e impegno a una formazione costante. L’AS deve accettare la persona (non assecondare), promuovere la tutela della comunità, non giudicare la persona, promuovere l’autodeterminazione (capacità di scelta ed empowerment).

Cap. 2 L’avvio dell’intervento: accesso ai servizi e interazioni iniziali

Nel primo contatto si definiscono sia quale tipo di relazione si stabilisce con le persone, sia quali significati per i soggetti essa assume, e anche quali possibilità di collaborazione si aprono. Il primo incontro può consistere in un rapporto burocratico in cui si hanno scambi formali oppure si crea il terreno per una relazione d’aiuto. Buona parte del lavoro dell’AS si svolge a cominciare dai contatti coi singoli cittadini.

Modelli di welfare e accesso ai servizi

L’accesso ai servizi è regolato da specifiche leggi che definiscono i diritti delle persone, le competenze e i limiti degli specifici servizi. Ci sono tre modelli di accesso ai servizi in relazione ai modelli di welfare:

  • Sistema neoliberista - In cui vi è una massima limitazione degli interventi statali con un ruolo residuale dei SS; questi ultimi intervengono solo in situazioni di grave rischio. Secondo questa concezione i problemi sono individuali.
  • Modello attivo-paternalistico - Tipico dei sistemi di welfare tradizionali. I servizi promuovono l’incontro con le persone in difficoltà. La dimensione paternalista emerge dal fatto che le persone non necessariamente definiscono il problema o il bisogno nello stesso modo dei servizi.
  • Modello attivo-trasformativo - Connesso ai sistemi di welfare universalistici, in cui lo Stato tende a farsi carico del benessere dei cittadini e del rispetto dei loro diritti sociali e umani. Questo approccio offre risposte ai bisogni degli utenti e riconosce la facoltà dei singoli di partecipare alle scelte e propone un sistema di servizi flessibile.

Legislazione e gestione dell’accesso

È dovere etico informare le persone rispetto ai diritti che la legge riconosce loro. La base per informare in modo corretto gli utenti consiste nella conoscenza della legislazione. A partire dall’accesso al servizio il professionista non deve porsi in una logica di applicazione di regole ma deve chiedersi se i diritti delle persone sono stati rispettati e come ci si può muovere per far sentire la loro voce. A tal fine è indispensabile che egli si colleghi con soggetti, gruppi, organizzazioni che si mobilitano per il rispetto dei diritti delle persone. L’AS ha potere limitato rispetto all’organizzazione del servizio tuttavia deve essere consapevole del contesto organizzativo in cui opera e dell’impatto che ciò ha sulle pratiche d’intervento.

Preparare l’accesso

L’informazione è centrale perché le persone possano accedere ai servizi e abbiano la possibilità di rendere effettivi i loro diritti. Uno dei primi passi è quello di far conoscere all’utente ciò che il servizio offre. L’informazione è una precondizione essenziale per la fruizione delle risorse anche se non è distribuita equamente tra le persone. Le persone che si trovano in condizioni di difficoltà spesso sono anche svantaggiate dal punto di vista della conoscenza delle opportunità.

L’AS deve valutare se le informazioni raggiungono i diversi target della popolazione perciò è utile divulgarle attraverso internet o manifesti piuttosto che i soli canali tradizionali. Oltre a una prima barriera data dall’informazione diseguale, un’altra è connessa alla distorsione delle informazioni e a un’immagine negativa dei servizi. La questione dell’immagine può essere gestita attraverso un lavoro di ricostruzione dell’idea del servizio.

L’incontro tra cittadini e servizi

Le modalità di accesso prevalenti possono essere:

  • Distribuita e frammentata - Il cittadino entra in contatto con un servizio specifico ed eventualmente verrà orientato ad altre strutture. In questo caso è possibile che gli operatori non abbiano una conoscenza accurata delle risorse e quindi non sappiano dare un’informazione corretta.
  • Organizzata e unitaria - Quando i servizi sociali e sanitari si organizzano a livello territoriale in modo da avere un unico punto di accesso (chiamato sportello unico informativo), ciò dovrebbe garantire maggiore trasparenza e omogeneità nell’accesso.

I modi di accedere al servizio

Esistono 4 tipi di accesso:

  • Spontaneo - Le persone sulla base di informazioni ottenute da diverse fonti scelgono di recarsi al SS per chiedere aiuto.
  • Indotto - L’accesso dell’utente è volontario tuttavia su consiglio o pressione di soggetti che hanno un certo potere su di loro. L’AS deve tener conto che i soggetti non sono sempre convinti del passo che hanno intrapreso.
  • Attraverso intermediari - La persona che mostra un bisogno non si presenta direttamente al servizio. Qualcun altro si presenta al servizio segnalando la situazione. La sfida dell’operatore è quella di trovare un modo per avvicinare la persona.
  • Coatto - Le persone in questo caso non hanno la possibilità di decidere se entrare in contatto con il servizio. La sfida per l’AS è di superare il contesto coatto e di sviluppare percorsi di collaborazione e di aiuto.

Il primo incontro tra professionista e persone

Per entrare in una relazione collaborativa con le persone bisogna comprendere e accettare il loro punto di partenza. Inoltre, di partenza c’è uno squilibrio di potere che crea tensioni: l’AS in quanto professionista è in una posizione di forza nei confronti dell’utente che si trova in una situazione di vulnerabilità. Coloro che arrivano al servizio spesso considerano la relazione con l’AS in parte pericolosa, una sorta di male necessario per ottenere una risposta ai propri bisogni.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marta.sironi.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi e tecniche del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Bertotti Teresa.
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