Seneca de brevitate vitae
Fonti
Seneca è la prima fonte per conoscere Seneca. In particolare, ci dicono molto di lui le Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio), in cui Seneca apre la propria interiorità al proprio discepolo Lucilio ma, in generale, alla posterità perché è un’opera pensata per i posteri. Lucilio rappresenta solo un destinatario di comodo. Le Epistole sono una fonte personale quindi qualcuno potrebbe pensare che sia scarsamente attendibile. In realtà, il fatto che Seneca parli della propria interiorità e solo, tangenzialmente, della sua biografia personale, rende le sue opere accettabili e utilizzabili come commento, per aiutarci a capire alcuni dati biografici di Seneca.
Le altre fonti sono:
- De Vita Caesarum di Svetonio
- Storia Romana di Cassio Dione
- Annales di Tacito
Sono fonti contrarie a Seneca perché tendono a presentare Seneca in un risvolto negativo perché la storiografia ha letto una estrema incongruenza: il saggio stoico che deve vivere una vita di ascesi, contemplativa, che deve elevarsi al di sopra delle passioni terrene, come ha fatto a mescolarsi con la politica romana, ad accettare tutti i crimini commessi da Nerone, come ha fatto un saggio stoico che si considera esemplare, che vuole il distacco dalle cose terrene, a diventare così ricco, così potente?
Quando si legge Seneca attraverso la lente di questi storici (Svetonio, Cassio Dione, Tacito) bisogna fare attenzione perché i giudizi, spesso, sono molto taglienti. Tacito, nei suoi Annales, non parla mai di un’opera di Seneca, non lo cita mai come letterato ma solo come uomo politico.
Vita
Non sappiamo la data di nascita. Probabilmente nasce intorno al 4 a.C. Muore nel 65 d.C. con la congiura dei Pisoni. Nasce a Cordova, città periferica dell’impero. È importante la città di nascita perché, mentre la caotica Roma imperiale, dove si condensavano culture, culti religiosi, stirpi e popoli diversi, era un grande guazzabuglio di cambiamenti, di rivoluzioni e quindi si modificava la lingua, la società, la cultura, nelle zone periferiche si mantenne una solidità di tradizioni che Roma non conosceva più.
Quindi, Seneca proviene da un humus culturale in cui si faceva bene attenzione al mantenimento di un purismo linguistico. Quindi la lingua di Seneca è molto più classica di quella di autori dello stesso periodo che invece sono nati a Roma o nelle vicinanze di Roma. Lo stesso purismo lo ritroviamo anche nel mantenimento del mos maiorum: c’è una maggiore adesione ai costumi tradizionali romani. Sono ancora in vigore tutte quelle tendenze repubblicane che Roma ormai aveva lasciato da parte da qualche tempo.
L’humus culturale è importante ma è importante anche quello familiare (la famiglia degli Annei). Seneca è il secondo di 3 figli (il terzo è il padre di Lucano; il padre è Seneca il Vecchio; la madre è Elvia). La famiglia degli Annei è una famiglia di origine equestre, altolocata, una famiglia ricca e potente a Cordova ed è una famiglia in cui gli intellettuali pullulano (Seneca il Vecchio, Lucano..). È una famiglia da cui Seneca trae il suo desiderio di coinvolgimento nella vita cittadina, di una vita attiva all’interno della comunità. Questo tipo di clima in cui vive, sicuramente, cozza con l’idea del saggio stoico che, invece, deve dedicarsi alla vita contemplativa.
Gli studiosi hanno evidenziato questa incongruenza in Seneca: differenza tra ciò che dice la filosofia stoica a cui si lega (distacco dalle passioni) e il suo essere pienamente addentro alla vita politica.
Molto giovane viene mandato dal padre a studiare a Roma. Si trasferisce a Roma. Nell’Epistola 58, al paragrafo 5, si lamenta degli studi grammatici. Mentre fin da subito trova molto più interessante l’educazione retorica e filosofica. In particolare, la sua è un’educazione eclettica: frequenta:
- Prima la scuola del filosofo Sozione di Alessandria che lo introduce alle teorie pitagoriche e, in particolare, ad un primo abbozzo di vita ascetica, di rinuncia, di distacco dalle passioni. Poi, gli fa provare anche l’ebrezza di un anno di vegetarianesimo (si astiene dalla carne per un anno intero). Poi il padre lo obbliga a cessare queste sue velleità.
- Poi, incontra lo stoicismo attraverso Papirio Fabiano che appartiene ad una scuola importante di Roma, la scuola dei Sestii che è una scuola che affronta lo studio della filosofia stoica mediandola con delle derive aristoteliche e con l’interesse per le scienze. Di Seneca sappiamo che esistevano delle opere di carattere scientifico e naturalistico che probabilmente scrisse in giovane età durante questo periodo di studi nella scuola dei Sestii e in Egitto. Poi questi interessi tornarono successivamente con le Naturales Quaestiones. Questo interesse per le scienze non abbandonò mai più Seneca. Anche nelle Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio) tante immagini sono tratte dal mondo della natura o della scienza. La scuola dei Sestii ha anche un’altra caratteristica: ha un’impronta che possiamo definire quasi pseudocristiana. Ci sono tutta una serie di indicazioni, di riflessioni e ragionamenti che sembrano usciti dal cristianesimo delle origini. Questo ha portato qualcuno al fraintendimento che l’Epistolario di Seneca e San Paolo fosse reale, che Seneca avesse conosciuto San Paolo, che avesse tratto da lui tutta una serie di riflessioni. Ma queste riflessioni non le trae da San Paolo perché non l’ha proprio conosciuto ma dalla frequentazione del filosofo Papirio Fabiano.
Dopo il soggiorno in Egitto per motivi di salute, ritorna a Roma e, avendo finito il suo periodo di studi, comincia il suo cursus honorum sotto l’imperatore Tiberio. I problemi cominciano con Caligola: Seneca contemporaneamente svolgeva la carriera di retore, di oratore e le sue doti di oratore erano talmente spiccate che vinse un processo che non doveva vincere. Caligola si irritò molto tanto che fece notare la sua gelosia a Seneca. Ma Seneca rimase indenne.
A questo periodo appartengono la Consolatio ad Marciam, opera di Seneca indirizzata a Marcia, figlia dello storico Cremuzio Cordo, che non si era rassegnata dalla perdita di suo figlio Metilio, e i 3 libri del De Ira.
La prima vera disavventura politica di Seneca comincia sotto Claudio perché venne coinvolto, con false motivazioni, in uno scandalo sessuale a corte, in particolare, con una delle sorelle di Caligola. Dietro a tutte queste manovre c’era Messalina, la moglie di Claudio, che aveva in odio Seneca. Messalina voleva difendere il potere di Claudio e avere vicino a corte un esponente abile dal punto di vista retorico, con un bagaglio culturale non indifferente, che sostenesse posizioni opposte a quelle dell’imperatore, non faceva particolarmente comodo a Claudio. Quindi gli intrighi di Messalina lo portano alla relegatio: viene relegato in Corsica, nel 41 d.C., e lì rimane fino al 49. Qui scrive le altre consolazioni: la Consolatio ad Helviam Matrem e la Consolatio ad Polybium (tenta di consolare Polibio per la morte del fratello).
Torna a Roma nel 49 perché Messalina è stata eliminata dagli intrighi di qualcuno più furbo di lei, cioè Agrippina che aveva fatto in modo di sposare Claudio e di far accettare il figlio Nerone come figlio anche da Claudio. Poi aveva eliminato anche Britannico e quindi era rimasto solo Nerone per l’ereditarietà al trono.
Perché Agrippina richiama Seneca? Agrippina aveva fatto in modo di eliminare anche Claudio perché voleva che Seneca ritornasse dalla Corsica in quanto aveva già un progetto bene in mente. Agrippina vuole che Nerone sia educato da una personalità di spicco che lo aiuti a diventare un imperatore abile nel governo e che possa mantenere saldo il suo posto.
Seneca torna a Roma e si occupa di Nerone come precettore fino al 54, anno in cui, dopo che Claudio ha adottato ufficialmente Nerone, muore. Così Nerone rimane unico erede al trono. Dal 54 al 59 si parla del Quinquennium Felix, cinque anni in cui Seneca non è più semplicemente precettore ma diventa consigliere di Nerone e, insieme alla madre Agrippina e al prefetto del pretorio Burro, riesce a smussare quelle velleità troppo autocratiche di Nerone cercando di mantenere viva anche la presenza del senato.
Nerone viene rappresentato, dagli storici filosenatori, come un pazzo ma, in realtà, Nerone non era pazzo: aveva un’idea ben precisa di come dovesse essere l’impero, cioè lui doveva essere l’imperatore assoluto. Ecco perché riesce a sopportare la guida di Seneca e di Burro solo fino ad un certo punto perché i due volevano mantenere un legame non solo formale con l’imperatore ma volevano entrare anche nelle decisioni dell’imperatore. Ma Nerone voleva prendere le decisioni in totale autonomia. I suoi modelli erano Alessandro Magno e Caligola, il quale aveva fatto diventare senatore il suo cavallo (modelli di impero autocratico).
Nerone tiene ancora in considerazione l’autorità del senato attraverso la mediazione dei suoi consiglieri (Burro, Seneca, la madre). In questo periodo scrive l’Apokolokýntosis: probabilmente appartiene al 54 perché l’Apokolokýntosis nasce come riflesso dell’elogio funebre di Claudio pronunciato di fronte al popolo e ai senatori, scritto da Seneca e pronunciato da Nerone. Tacito dice che la gente, invece che piangere, rideva perché l’elogio era talmente sproporzionato rispetto a quello che effettivamente Claudio aveva fatto nella sua vita come imperatore che tutti ridevano, piuttosto che stare seri. L’Apokolokýntosis è la deificazione di uno zuccone che è proprio Claudio.
Sempre a questo periodo appartiene il De Clementia: è scritto da Seneca per Nerone, per tenerlo a bada, per mostrargli come davvero deve comportarsi un imperatore, quello che deve fare. Al 55 è datata la morte di Britannico.
Nel 59, le cose iniziano a peggiorare perché è l’anno in cui Nerone tenta più volte di ammazzare la madre Agrippina e alla fine ci riesce.
Il 62 è l’anno peggiore, paragonabile solo all’anno della congiura dei Pisoni per morti e assassini, perché si libera in un attimo della moglie Ottavia perché si è invaghito di Poppea, poi fa ammazzare anche Burro che cominciava a dargli fastidio. A quel punto Seneca decide di autoeliminarsi, di allontanarsi dalla corte: il 62 è l’anno del Secessus.
Seneca si ritira dalla vita politica e dalla corte ma questo a Nerone non basta. Nel 65, si ha la Congiura dei Pisoni: i Pisoni erano una famiglia romana di filosofi, intellettuali, molto importante che aveva raccolto, intorno a sé, un grande consenso di intellettuali, politici, oppositori neroniani. Però questa congiura viene scoperta e Nerone ha un motivo per ammazzare tutti gli oppositori e, in particolare, Seneca. Quindi Nerone si libera di Seneca proprio nel 65, in seguito alla scoperta della congiura dei Pisoni. Nerone lo condanna a darsi la morte. La morte di Seneca ci è descritta da Tacito negli Annales, nel libro XV (dal 60 al 64): Tacito descrive la morte di Seneca come “la morte degli uomini illustri”, cioè secondo il modello tipico del saggio stoico che trova la sua radice in Socrate. Tacito ce lo presenta come volto ad imitare il modello anche nel momento della sua morte quindi si apre le vene e si lascia morire.
Il professor CAVIGLIA ha pubblicato un articolo intitolato “Seneca e Nerone: un dialogo squilibrato”. Caviglia ha trattato dettagliatamente tutto il discorso del secessus, tutte le motivazioni che Seneca riporta a Nerone per il suo allontanamento e il discorso che Nerone fa a Seneca dopo le sue parole. Alla fine dell’articolo, il professore Caviglia dice una cosa importante: in realtà Seneca è morto lì. Il suo secessus, la sua rinuncia è coincisa con la scelta della morte per sé e per gli altri intellettuali. Infatti, Tacito l’ha capito bene, ha capito che quel momento di rinuncia di Seneca è il momento in cui davvero Seneca ha dato la morte a se stesso e ad altri intellettuali.
Gli storici ostili a Seneca hanno evidenziato diverse incongruenze. La vita di Seneca è stata una vita di compromessi. Ma, in realtà, Seneca è stoico, non epicureo. La sua non è una dottrina del “vivi nascosto” ma molta parte delle sue opere sono legate al tentativo di mediazione tra intellettuale e potere. Seneca è più concreto di Platone perché Platone, nella Repubblica, propugnava questo governo di filosofi che per lui era un’utopia. Invece, Seneca vorrebbe davvero i filosofi al potere perché la filosofia è considerata da lui come uno strumento di avvicinamento del potere al logos, alla razionalità, è uno strumento di orientamento.
Quindi Seneca ha cercato sempre dei compromessi con il potere favorevoli non tanto a sé ma alla guida degli imperatori in modo che fossero dei buoni imperatori. Il trionfo del saggio sul tempo è l’unico modo che il saggio ha per opporre una qualche resistenza ad un mondo che gli sta sfuggendo tra le mani perché il mondo della prima età imperiale è un mondo in cui gli intellettuali vedono un rapporto con il potere che sta cambiando radicalmente. Gli intellettuali devono cercare di incidere nel potere attraverso le loro opere, i loro suggerimenti.
Ecco perché Seneca non ha così tanti problemi nel passare da una vita attiva ad una vita contemplativa, ad una vita di pura scrittura come risultato di una vita contemplativa: cambia semplicemente il destinatario (non più l’imperatore ma tutta una serie di destinatari che rappresentano tutti i possibili lettori, discepoli della filosofia stoica, i posteri). L’età di crisi che stiamo vivendo è paragonabile all’età di crisi a cui erano andati incontro gli intellettuali della prima età imperiale. C’è una modernità straordinaria negli scritti di Seneca sia nelle tragedie che nelle opere filosofiche.
La crisi che l’intellettuale vive è una crisi che si riverbera anche sul modo in cui lui scrive, sulle sue scelte tematiche e contenutistiche perché il pensiero di Seneca è un pensiero per nulla sistematico. Seneca ragiona per problemi, non ha delle categorizzazioni stagne: il rapporto con il potere; la conquista dell’interiorità; il valore del beneficio; il problema dell’atarassia; il problema della presenza del male nel mondo… L’opera più eclatante da questo punto di vista sono le Epistulae morales ad Lucilium perché ogni epistola è legata ad un argomento diverso.
Caratteristico di Seneca è il suo essere eclettico: non disdegna di tornare a Platone, non disdegna il modello socratico, il suo stoicismo è uno stoicismo mediato anche da tendenze aristoteliche, adora l’epicureismo. Questa asistematicità è legata anche al suo desiderio di sapientia, non di sagacitas, cioè non il sapere per accumulo di nozioni, non il sapere enciclopedico ma la saggezza interiorizzata, fatta strumento di vita. È asistematico anche perché lui conosce perfettamente almeno 5 generazioni di filosofi precedenti a lui.
Spesso quando si fa il percorso del concetto di humanitas si parte da Terenzio, poi si dice che la parola humanitas deriva da Cicerone e poi si dice che è diventato un concetto prettamente medievale attraverso Sant’Agostino e si oltrepassa Seneca. In realtà, spesso anche in Seneca torna l’idea dell’humanitas, concetto che gli deriva dallo stoicismo. Tutti gli uomini sono un riflesso del logos divino.
Opere
1) Naturales Quaestiones: opera che ha uno spunto scientifico ma non è una produzione tecnica. All’inizio e alla fine ci sono dei prologhi e degli epiloghi in ognuno dei 7 libri, che tendono a dare la cornice. Per esempio, in un epilogo si parla della paura dei fulmini; oppure in un altro si scaglia contro l’uso dello specchio perché è considerato un elemento vano perché lavora sull’esteriorità piuttosto che sull’interiorità. Ci sono tutta una serie di indicazioni che fanno capire che questa è comunque un’opera di riflessione filosofica anche se l’impianto contenutistico è naturalistico. Seneca esprime fin da subito l’idea del raggiungimento di una sapientia che non sia una sagacitas.
2) L'Apokolokyntosis: Tacito parla di questa laudatio funebris di Claudio, che avrebbe dato lo spunto per l’Apokolokýntosis, nel libro XIII degli Annali, nel capitolo terzo. Cassio Dione ci cita l’opera ed è da lui che viene il titolo dell’opera perché nei manoscritti il titolo citato è Ludus de morte Claudii. Cassio Dione ci dice che l’Apokolokyntosis nasce in questo clima di ambiguità. Il titolo Apokolokyntosis è derivato da Apoteosi (=trasformazione). Qui l’idea è quella della deificazione di uno zuccone, cioè del tentativo di essere divinizzato, cosa che accadeva spesso agli imperatori, da parte di uno zuccone (con riferimento alla fama non lusinghiera di cui l'imperatore Claudio godeva).
3) Tragedie: delle tragedie di età repubblicana e precedenti abbiamo ben poco. Augusto aveva tentato di far rinverdire il teatro tragico attico a Roma ma con scarsi risultati (perché mancava l’humus culturale, la volontà degli intellettuali, mancava il pubblico perché al pubblico piacevano di più l’atellana, il mimo, le commedie). Il teatro attico era un teatro che trasmetteva valori, insegnamenti. A Roma non c’era la volontà di comunicare un messaggio. Le tragedie di Seneca sono tragedie nate per la rappresentazione, per essere declamate, per essere lette, sono tragedie nate come esortazione al buon governo. Sono 9 tragedie.
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Letteratura latina II - Seneca
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"De Tranquillitate Animi", Seneca (Appunti, Traduzioni)
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