La comunicazione tra simbolo e immagine
Il simbolo
Il simbolo "da a pensare". Così Ricoeur terminava la sua opera La simbolica del male in cui osservava che il male non si dà come esperienza e in quanto tale eccede i confini della descrizione pura. L'uomo è esposto alla possibilità di fallire in virtù della sua composizione mista. Tale complessità della natura umana ha delle ricadute sul linguaggio, che infatti dice il male, lo confessa. A Ricoeur non sfugge che tra confessione e riflessione pura vi è un abisso e che la seconda omette di considerare le zone d'ombra del vivere quotidiano. Certe esperienze (cioè il male), non appartenendo all'ordine fattuale, possono essere espresse solo attraverso la simbolica. La simbolica del male appunto.
Ricoeur continua sottolineando che una riflessione sui simboli parte da un linguaggio già esistente, per cui la filosofia è pensiero già presupposto e in quanto essa è riflessione sul totale dell'esperienza, ha le sue fonti fuori da se stessa. La filosofia dunque non può che riconoscere la situazionalità imprescindibile del suo questionare e la fenomenologia, per le stesse ragioni, non può che confluire nell'ermeneutica. In virtù di tale contingenza del questionare filosofico, il pensiero può cominciare solo a partire da un orizzonte previo. Tale condizione dischiude lo sguardo a una pluralità di sensi che si offrono al questionare filosofico. Pertanto il pensiero si fa ermeneutico: l'interpretazione è il suo compito. Esso rifiuta la tradizione legata alla concezione dell'Uno, universalmente dicibile.
Si può concludere dunque che filosofia e simbolo non sono opposti, bensì complementari in quanto il secondo dà spunti riflessivi alla prima, che a sua volta nel riconoscere la funzione "ispiratrice" del primo, che dà a pensare, ammette la sua stessa funzione ermeneutica nell'atto di meditare. Preziosa la funzione del mito che narrativizza il simbolo proiettandolo in un contesto temporale. Il suo dare a pensare non si riferisce al solo passato, ma è anche fonte di guida futura e di ri-orientamento della nostra esperienza.
Il simbolo ha una struttura doppia costituita da un senso diretto, letterale e da uno indiretto, figurato. Esso è funzione dell'assenza – senso figurativo – in quanto indica ciò che non c'è e funzione della presenza in quanto indica ciò che è presente – senso letterale. Grazie a tale doppiezza nella natura del simbolo esso è rispettivamente traccia delle esperienze umane profonde (da cui scaturiscono riflessioni sul divino, sull'onirico, l'irreale, il poetico...) ed elemento logico-strutturale di un sistema epistemologico.
Tornando al discorso del male, è interessante osservare che l'esperienza del male è associata all'immagine di una caduta che è un movimento fisico e che pure è espressa solo in soli termini fisici benché la stessa sia un'esperienza spirituale. Immagine e simbolo si delineano dunque come i due maggiori punti di riferimento dell'atto comunicativo. Il simbolo ci ha fin'ora concesso di riflettere sulla pienezza del linguaggio che è enigmatica a causa della sua doppia struttura di significazione, chiaro oggetto di analisi ermeneutica. Vedremo come il recupero della dimensione trascendentale della comunicazione sia oggi necessario e accederemo a tale riflessione attraverso il simbolo che è espressione della pienezza del linguaggio e che in quanto tale giustifica l'asserzione ricoeuriana "spiegare di più per comprendere meglio".
Tale procedimento consente anche di conoscersi meglio e di sapere qualcosa di nuovo su noi stessi. Infatti il simbolo, incentivando la riflessione, getta luce sulle zone d'ombra della nostra esistenza, sulla problematicità della nostra esistenza e costituzione. Il simbolo-cosa, ovvero la potenza congiunta di innumerevoli simboli, consente all'uomo di rendere dicibile il suo multiforme essere-nel-mondo, ma dall'altra parte preclude la possibilità di formulare spiegazioni ultime (sogno della filosofia occidentale), poiché ammette l'infinita ulteriorità costitutiva del pensiero. Il simbolo acquista dunque la natura di cifra dell'ineffabile e inoggettivabile. La parola da parte sua lavora sui linguaggi impiegati per esprimere il simbolo. Tanto il testo, quanto il film, instaurano una comunicazione a distanza, lontana dal faccia a faccia dialogale, che trasforma la comunicazione, senza peraltro annullarla. Si ha spazio in tal modo per una interpretazione differita del messaggio comunicato che consente di attuare la capacità creativa dell'azione ermeneutica. Diventiamo in tal modo interlocutori della comunicazione, benché le condizioni in cui avviene non siano quelle usuali del dialogo faccia a faccia.
Spazio ermeneutico e immagine filmica
La nostra condizione di appartenenza ontologica non va considerata un ostacolo, bensì una condizione privilegiata ed irripetibile. Infatti essa ci consente di mediare tra tradizione ed innovazione. Tale posizione modula la nostra condizione di appartenenza ontologica. Inoltre l'innovazione è resa possibile dal potenziale di senso lasciato inattivo dai processi di sistematizzazione del sapere e scolarizzazione, che anzi reprimono tale potenziale, attuandolo parzialmente in relazione allo Zeitgeist.
L'ermeneutica ci consente di attingere dalla tradizione per poter costruire il nuovo. Tradizione non va intesa come conservazione delle istituzioni e dell'autorità, ma come re-interpretazione della rete semantica delle azioni costituite dai vissuti e dai segni passati. Il film, come un racconto, è l'orizzonte che delimita il nostro mondo del dicibile e che consente di esprimere le nostre capacità di comunicazione. La trama filmica tesse per noi il verosimile, che aggiunge qualcosa di sempre nuovo alla valenza ontologica dell'immagine, ovvero alla sua capacità di essere mimesis creatrice della realtà, appunto sempre reinterpretata nel verosimile.
Filosofia e cinema mostrano quindi numerosi punti in comune, infatti tanto l'uno come l'altra si basano sulla contemplazione delle immagini, che inoltre generando meraviglia incentivano la produzione poetica, ovvero la creazione di situazioni nuove rispettando le leggi della verisimiglianza e della necessità (Aristotele, Poetica). Aristotele traccia prevalentemente il confronto tra storico e poeta: il primo scrive difatti accaduti mentre il poeta di fatti che potrebbero accadere. Il primo punta al particolare, mentre il secondo mira all'universale: In ultima analisi la poesia risulta essere più filosofica della storia in quanto applica il necessario e il possibile contemporaneamente e inoltre si pone ad un livello intermedio tra l'apofantico e il fattuale.
Tanto Franzini, quanto Gadamer rendono noto che la verità del verisimile passa attraverso lo svelamento di quanto era invisibile e possibile, attraverso una realtà che pur essendo finita e necessaria, non riduce appunto la sua verità al necessario e al finito. Ed infatti li supera. Il verisimile quindi non solo diverte, ma assolve anche la funzione di dare l'opportunità di pensare e di conoscere in quanto si serve della contemplazione di immagini tanto reali (cinema) quanto mentali (testi).
Come dicevamo non c'è né inizio, né conclusione nel filosofare e non esiste alcuna filosofia dell'immagini formalizzabile (Franzini). Tuttavia l'immagine può essere usata in una riflessione filosofica sul suo stesso ruolo nei processi gnoseologici, riaprendo il dibattito sui gradi di certezza e sulla possibilità al di là dei mondi percepiti. Le immagini rendono tangibili i significati e quindi sarà nostro compito cercare di capire come le immagini in movimento del cinema possono tentare di dare risposte alle nostre più profonde domande di senso.
Nell'ultimo secolo la pienezza di linguaggio, ovvero la complessità si è saldata al concetto di apertura alle differenze. Ciò ha comportato la crisi della ragione totalitaria e con ciò non si vuole negare l'Unitario, bensì sottolineare la ricchezza di proposte che ne deriva. La nostra era postmoderna non si presta a schematizzazioni e categorizzazioni esaustive. I linguaggi delle varie arti non sono inferiori alle scienze, ma semplicemente altri rispetto ad esse. Il cinema, come altre forme d'arte, divide la verità in strati e li tratta come orizzonti possibili, ovvero verisimili. Nello studio della comunicazione spesso si fa attenzione ai mondi e ai modi. Non si analizza il soggetto messo in comune, che data la pienezza del linguaggio è suscettibile di innumerevoli interpretazioni.
Del comunicare
Problematizzare la comunicazione significa interrogare quanto vi è in essa di implicito. Le attuali scienze della comunicazione tendono a indagare i mezzi, i modi e non tanto i presupposti o i contenuti. Il senso del termine "comunicazione" è passato da mettere in comune a trasmettere. Infatti il senso di mettere in contatto è ormai scontato e inflazionato. Pertanto l'attenzione si focalizza sull'articolazione e sugli esiti della comunicazione. In generale i discorsi su tale processo risultano abusati e ridondanti.
Si rende necessario riflettere sul trascendentale della comunicazione in absentia o meno. Nell'epoca attuale ci si divide tra:
- Ossessione per la comunicazione
- Uso di strumenti che non soddisfano il bisogno reale di condivisione e partecipazione ad un mondo comune
Il problema del trascendentale della comunicazione è trattato da Umberto Eco in relazione alla semiotica strutturale e alla filosofia analitica del linguaggio. L'oggetto comunicato assolve alla funzione di visione particolare del mondo, per cui la semiotica ha il solo dovere di definire l'oggetto della semiosi attraverso categorie semiotiche, dunque non reali/empiriche. Ciò si traduce in una vera e propria scelta metodologica: la semiotica si occupa della semiosi ovvero:
- Del processo per cui gli individui comunicano
- Dei sistemi di significazione che rendono possibile la comunicazione
I soggetti quindi sono solo manifestazioni di questo processo per la semiotica. Per tale motivo si può affermare che la semiotica presenta una chiusura metodologica, dal momento che considera gli individui come strutture semiotiche. Dall'altra parte si ha la filosofia del linguaggio, che è antifenomenologica, in quanto il significato delle parole è determinato dall'uso che se ne fa nel discorso e non dal referente nella realtà e inoltre l'esperienza interessa a tale filosofia solo in quanto espressa tramite il linguaggio – Wittgenstein. Per Wittgenstein, unico oggetto della filosofia analitica sono i giochi linguistici e le loro regole. La pratica del linguaggio quotidiano richiede solo la corretta applicazione delle regole dei giochi linguistici. In questi le parole assumono il loro impiego quotidiano per cui la costituzione del loro significato fa capo all'uso pubblico del linguaggio. Tuttavia tale filosofia tralascia la riflessione sul trascendentale della comunicazione, necessario alla chiarificazione del linguaggio.
Eco nel suo trattato Kant e l'ornitorinco fa riferimento a Qualcosa-che-ci-prende-a-calci e ci dice parla! Per Eco indagare il trascendentale della comunicazione significa riproporre la più nuda e semplice delle questioni. Per lui l'esperienza quotidiana può dare elementi imprecisi ma tangibili per rispondere alla domanda sul trascendentale della comunicazione. Ricoeur come sappiamo fa ricorso al già la, alla situazionalità del discorso. Dato che spiegare di più serve a comprendere meglio, l'arco ermeneutico costituito da spiegare e comprendere diviene un circolo in cui la pienezza del linguaggio che si manifesta nel simbolo, colora il momento immediatamente precedente alla comprensione e l'interpretazione vera e propria rifigura la comunicazione.
Discorso e comunicazione
La scienza della comunicazione definisce la stessa come atto primitivo. Tuttavia come volutamente evidenziato nel testo, la comunicazione è più che un semplice atto di trasmissione di informazioni, poiché coinvolge un complesso processo di significazione e interpretazione che coinvolge simboli, immagini e significati che vanno oltre l'ovvio e il letterale.