Appunti Semiotica – Salvatore Tropea – LUMSA 2012/2013
SEMIOTICA
Corso sulla semiotica interpretativa, padre di questa materia è Umberto Eco.
La semiotica è una disciplina, non una scienza, che studia la costruzione del senso e la narratività. Il mondo
noi lo riempiamo di senso per attivare delle abitudini e sapere come comportarci, e questo dipenda dalla
cultura in cui viviamo. La semiotica più vicina alla filosofia studia il fatto che noi, “buttati nel mondo”,
cerchiamo di dare senso al mondo e a ciò di cui è composto. Studia anche la narratività, come sono
costruite le narrazioni. Narrazioni non solo intese come racconti, ma anche narrazione vista come struttura
interpretativa della realtà. Come se noi narrativiziamo la realtà, si tratta la realtà come se stessimo
leggendo un racconto (per esempio parlare con un oggetto, vivere narrativamente una situazione reale).
Scopo del corso: comprendere il funzionamento di un testo; comprendere meccanismi di costruzione del
senso nei media e nella cultura; avere uno sguardo critico sui media e sulla cultura contemporanea. Avere
uno sguardo critico ponendosi al di fuori del fenomeno che si studia e valutandolo criticamente; chiedersi il
perché una cosa è in un modo o in un altro ecc.
Il SEGNO è qualcosa che sta per qualcos’altro. Nel segno esistono due aspetti: il SIGNIFICATO e il
SIGNIFICANTE; ma in realtà il segno non è né l’uno né l’altro, ma è il risultante tra le due cose. Ciò deriva,
inoltre, da un fatto di cultura: per esempio sventolare la mano (significante), vuol dire “ciao” (significato)
solo nella cultura in cui questa relazione è stata presa come valida, ma potrebbe significare qualcos’altro.
Inoltre, in una qualsiasi cultura, si associano le due cose quando si vuole dare importanza ad una cosa che è,
appunto, importante ed essenziale per quella cultura. Quando una cultura non dà nome ad una cosa vuol
dire che non la ritiene importante, non fa parte del suo mondo.
Nella realtà, la semiotica non si occupa di singoli gruppi, ma di SISTEMI DI SEGNI. Un tempo si parlava di
codici (anni ’70), oggi si parla di linguaggi. In semiotica il linguaggio significa un qualsiasi sistema di segni
atto a comunicare qualcosa (verbale, visivo, gestuale, dei nuovi media, iconico, musicale ecc).
Quando si parla di SIGNIFICAZIONE (legata ai vari linguaggi) si parla di sistemi di segni collegati a sistemi di
regole e convenzioni. La significazione è diversa dalla
COMUNICAZIONE: quest’ultima è un insieme di
“pezzi” che produce trasmissione di qualcosa in modo concreto. Noi capiamo la comunicazione perché
abbiamo nella mente i vari sistemi di significazione ad essa correlati. Al contrario può accadere che noi
conosciamo la significazione di una lingua e non attuare la comunicazione corrispondente. I pezzi di
comunicazione che si producono sono i TESTI. Siccome il linguaggio non è solo verbale, ma ci sono
molteplici linguaggi, allora ci sono molteplici testi (gestuali, iconici, verbali, scritti, architettonici eccetera).
La semiotica parte sempre dai testi per arrivare al linguaggio e alle varie regole. Ciò significa che la
semiotica ha sempre studiato la produzione della comunicazione, ovvero i TESTI.
Ci sono due correnti principali della semiotica; Lìla differenza tra le due è prevalentemente tra due
domande diverse che si pongono (da cui scaturiscono differenze di metodo, di studi, analisi ecc.)
-‐ SEMIOTICA GENERATIVA (o strutturale, o scuola di Parigi – A.J. Gheimas): studia prevalentemente
la struttura fondamentale dei testi, come a fare una fotografia dei testi. Cioè si chiede “qual è la
struttura generale di un testo?”
-‐ SEMIOTICA INTERPRETATIVA (Umberto Eco): si chiede, invece, “come funziona un testo?”. Va a
studiare cosa succede quando si legge un racconto, come si interpreta e si capisce un racconto.
Come si dà significato a un testo. Si cerca di studiare come il testo faccia scaturire alcune reazioni
nel lettore.
Ferdinand de Saussure introduce alcune definizioni e opposizioni fondamentali per la linguistica e la
semiotica contemporanee. La prima è quella tra LANGUE e PAROLE (che sarebbe la distinzione tra
significazione e comunicazione). La langue rappresenta l’aspetto sociale del linguaggio, il sistema che è
comune a tutti. Un insieme di significati e significanti condivisi che permettono gli atti di parole (e che si
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sono formati grazie alla continua esposizione agli atti di parole); la parole rappresenta l’aspetto individuale
del linguaggio, ciò che fa riferimento alla singola esecuzione. Quello della parole, quindi, è il campo delle
singole fonazioni (nessuna è mai uguale all’altra) e dei singoli sensi (che, allo stesso modo, variano sempre
in qualche aspetto, anche se minimo). Poi c’è la distinzione tra SINCRONIA e DIACRONIA (studi di una
lingua in un determinato momento o nella sua evoluzione storica).
Il legame tra significante e significato non è necessario, non è naturale, può essere in modo diverso da
come è inizialmente. Ma è arbitrario (la bottiglia si chiama bottiglia ma potrebbe anche chiamarsi in
qualsiasi altro modo). In altre culture (i greci per esempio), invece, il nome di una cosa veniva considerato
come giusto, come l’unica possibilità per natura. Inoltre una lingua più è parlata più è soggetta ad evolversi
e cambiare. È come nella magia: se si possiede la parola giusta, allora si riesce a comprendere e fare
qualcosa.
Cratilo e Ermogene parlano di naturalezza contrapposta alla arbitrarietà del significato. Aristotele intende
per “simbolo” un segno convenzionale, mentre quando parla di “segni” intende dei segni naturali. I suoni,
per Aristotele, sono simboli convenzionali delle affezioni dell’anima, ovvero i concetti. Sposa, quindi, la tesi
dell’ARBITRARIETA’ portata avanti da Ermogene. Così, allo stesso modo, per Aristotele è uguale per le
lettere. Aristotele, quindi, dà una spiegazione razionale alla varietà di alfabeti e lingue poiché chiamare in
due modi diversi la stessa cosa deriva dalle diverse convenzioni. Il fatto che qualcuno parli è segnale che
“sta pensando qualcosa”; però anche se ci sono suoni e parole diverse, i concetti sono gli stessi per tutti,
poiché costituiscono (i concetti) una rappresentazione perfetta e reale del mondo così come è, così come
esistono, e sono oggetti identici per tutti. I concetti sono uguali per tutti, sono poi etichettati in maniera
diversa per ogni lingua. Sono parole soltanto quei suoni che sono convenzionali per tutti gli appartenenti ad
una lingua. Tutto questo è l’ARBITRARIETA’ VERTICALE.
La DENOTAZIONE è il legame tra espressione e contenuto, che si rappresenta così:
L’arbitrarietà verticale è il rapporto tra Espressione e Contenuto.
Mentre invece l’ARBITRARIETA’ ORIZZONTALE (tra gli stessi concetti, tra le espressioni e tra i contenuti).
Preso un campo semantico, cioè un gruppo di significato coerente che ha dei contenuti tra loro collegati
riguardanti una stessa fetta di mondo (tabella albero, legno, bosco, foresta). Se Aristotele avesse ragione,
alle parole italiane “albero”; “legno”; “bosco”; “foresta”, avremmo delle parole
corrispondenti di ogni altra lingua per ogni parola italiana. Ma invece non è così.
Questo ci fa capire che da lingua a lingua cambia anche il sistema dei concetti,
dei contenuti. Questo accade perché ogni cultura organizza il mondo che la
circonda in maniera diversa dalle altre culture. Se una stessa parola è usata per
due concetti diversi (in tedesco “Wald” sta sia per bosco che per foresta) di
conseguenza prevarranno gli elementi di somiglianza e non di differenza tra i
due concetti.
Secondo alcuni autori la lingua è il primo sistema modellizzante, che ci fa
organizzare e pensare il mondo. Il Relativismo Linguistico afferma che il modo
di vedere la realtà è condizionato dalla lingua. Però, allo stesso tempo, la lingua
non può essere una foto perfetta della realtà, altrimenti sarebbe uguale per
tutti. Questo vuol dire che ogni lingua ha una foto non proprio perfetta della realtà, quindi l’arbitrarietà è
presente ma non è  
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