CHARLES SANDERS PEIRCE: L’ABDUZIONE, LA SEMIOSI, I SEGNI
Nasce a Cambridge il 10 settembre 1839. La sua formazione è prevalentemente scientifica, si laurea a pieni voti in chimica nel
1864-1865. Vive però una vita di povertà e isolamento. Il riconoscimento tardivo della sua importanza è dovuto in gran parte al
fatto che non riuscì ad ottenere una posizione universitaria ufficiale e quindi a imporre la pubblicazione e la circolazione dei suoi
lavori.
Parte dei suoi scritti sono raccolti nei Collected Papers.
Contro il nominalismo e l’intuizionismo
1.
I due punti cardine delle riflessioni giovanili di Peirce sulla teoria della conoscenza sono la critica del nominalismo e il rifiuto
dell’intuizionismo:
Si oppone al nominalismo in favore del realismo. Il nominalismo è una dottrina filosofica secondo cui gli universali o concetti
generali non esistono come realtà né nelle cose né al di fuori delle cose ma sono solo operazioni mentali. Peirce non accetta
che l’organizzazione del materiale sensoriale sia dovuta solo a entità presenti nella mente e pensa che i principi organizzativi
siano regolati anche dalla sensazione. Argomenta contro il nominalismo in tre direzioni:
- la scienza sperimentale tende a credere nell’esistenza di leggi oggettive da scoprire.
- se ci sono principi logici interni alla mente come è possibile che questi siano universali e comunicabili?
- il nominalismo contrasta con il principio di evoluzione in particolare con l’idea di un cambiamento delle specie naturali.
Rifiuta l’intuizionismo cartesiano, cioè l’ipotesi che parte della conoscenza della realtà esterna sia diretta e immediata.
Peirce invece è convinto che una conoscenza fondata sul concetto di segno sia necessariamente una conoscenza mediata
mentre l’intuizione è una cognizione non determinata da una cognizione precedente:
- se non è ipotizzabile la conoscenza intuitiva ne consegue che ogni cognizione è determinata da cognizioni precedenti.
- se l’introspezione interna non suppone necessariamente una conoscenza intuitiva allora ogni ipotesi che possiamo fare su ciò
che avviene al nostro interno ha senso solo in quanto spiega eventi esterni.
- l’unica forma di pensiero è quella che si attua attraverso segni: non esiste pensiero se non in segni.
2. Deduzione, induzione, abduzione
Se l’uomo non può servirsi di intuizioni immediate che consentano la conoscenza della realtà allora è costretto a fare dei
ragionamenti, cioè delle inferenze.
La struttura generale dell’inferenza può essere rappresentata in questo modo:
CASO: A
REGOLA: Se A allora B
RISULTATO: B
Gli elementi che entrano in gioco in qualsiasi processo inferenziale sono dunque tre: un caso, una regola e un risultato. Il caso è
una occorrenza a cui viene applicata una regola generale, e il risultato è la conseguenza prevedibile dell’applicazione della
regola a quel caso. Dalla combinazione dei tre elementi emergono tre tipi di inferenza che si caratterizzano per l’ultimo
elemento che le compone: deduzione, induzione, abduzione.
Partendo da un esempio di Pierce identifichiamo la deduzione nella struttura seguente:
REGOLA: Se un uomo è governatore allora riceve grandi onori.
CASO: Quest’uomo è governatore.
RISULTATO: Quest’uomo riceve grandi onori (sicuramente).
Il sillogismo deduttivo si basa sul principio logico detto modus ponendo ponens. Il ragionamento deduttivo non comporta alcun
rischio in quanto si limita a calcolare una conseguenza logica.
Identifichiamo l’induzione nella seguente struttura:
CASO: Quest’uomo è un governatore.
RISULTATO: Quest’uomo riceve grandi onori.
REGOLA: Se un uomo è governatore allora riceve grandi onori (forse).
Caso e risultato sono le premesse da cui per generalizzazione si istituisce una regola. Ma la regola ha un margine di rischio e
l’unico modo per confermarla sarebbe quello di verificare sperimentalmente che tutti i governatori ricevano effettivamente grandi
onori. Tuttavia il rischio è ancora limitato perché per compiere questo ragionamento non è richiesta grande inventiva.
Il vero salto logico rischioso avviene con il terzo tipo di inferenza cioè con l’abduzione:
RISULTATO: Quest’uomo riceve grandi onori
REGOLA: Se un uomo è governatore allora riceve grandi onori.
CASO: Quest’uomo è un governatore (forse).
L’abduzione è dunque l’inferenza di un caso da una regola e un risultato. In questo modo si fa una vera scommessa. Costituisce
in sé una spiegazione del fatto ma da sola non è in grado di attribuire alla spiegazione alcuna forza o certezza.
3. La semiosi: Oggetto, Segno, Interpretante
La teoria della conoscenza di Pierce è strettamente interrelata alla fondazione della semiotica. Se nessuna conoscenza è
possibile intuitivamente allora ogni atto di cognizione è mediato e la mediazione è attuata attraverso i segni e la semiosi.
Pierce con semiotica intende la semiosi, cioè un processo che coinvolge un segno, un oggetto e un interpretante in modo tale
che questa triade non sia riducibile a un rapporto a due. Questi tre termini devono essere sempre compresenti.
Coerente con la sua posizione realista Pierce sostiene che nel circuito della semiosi il primato sia da attribuire alla realtà
esterna e quindi considera come punto di partenza l’oggetto, il primo motore della semiosi, identificato con ciò che lui chiama
oggetto dinamico cioè la cosa in sé.
Per rendere conto degli oggetti della realtà esterna noi abbiamo bisogno di segni. Il segno costituisce il fulcro della semiosi in
quanto media tra l’oggetto e l’interpretante: un segno è determinato da un oggetto e genera un interpretante cioè un altro
segno che ci dice qualcosa in più rispetto al segno di partenza. Quindi la semiosi è per definizione illimitata perché il ricorso agli
interpretanti è potenzialmente infinito.
Per svolgere la sua funzione mediatrice il segno deve prendere di mira, illuminare sotto certi aspetti l’oggetto, coglierne delle
qualità e costituirne un’idea fondamentale.
Nella terminologia di Pierce il ground è ciò che viene selezionato e trasmesso di un dato oggetto sotto un certo profilo; un
segno sceglie solo certi aspetti dell’oggetto dinamico secondo precise scelte di pertinenza.
Bonfantini ha rappresentato il circuito della semiosi con il seguente triangolo semiotico:
Anche la “fuga degli interpretanti” secondo Pierce ha un ritmo triadico: c’è un interpretante immediato, una sorta di primo effetto
del segno sulla mente dell’interprete, un interpretante dinamico, cioè l’effetto realmente prodotto sulla mente dell’interprete e un
interpretante logico finale che blocca anche se solo temporaneamente il processo potenzialmente infinito della semiosi. Ma
l’unico interpretante che può essere prodotto come ultimo è secondo Pierce il mutamento d’abito cioè la disposizione di agire
in un determinato modo, la tendenza a un comportamento. Accade qualcosa del genere quando nel tentativo di spiegare il
significato di un termine a qualcuno, dopo aver fornito una serie di interpretanti si arriva a un interpretante che in quella
situazione viene giudicato sufficiente per la comprensione del termine.
Su quest’idea Pierce fonda la dottrina filosofica del pragmatismo: secondo il pragmatismo il significato di un concetto è l’insieme
dei suoi effetti concepibili cioè dei suoi abiti.
4. La classificazione dei segni: icone, indici, simboli
Questa tricotomia fondamentale si fonda sulla considerazione del segno in relazione al suo oggetto.
L’ icona è correlata al suo oggetto in virtù di un carattere di similarità. La relazione iconica ha luogo dunque quando c’è
motivazione per somiglianza tra il segno e l’oggetto. (es:illustrazioni, ritratti, caricature)
L’ indice è un segno che si riferisce all’oggetto che esso denota in virtù del fatto che è realmente determinato da quell’oggetto.
Questa relazione ha luogo per contiguità fisica con l’oggetto che li ha creati. (es: la firma, la bandiera, l’impronta digitale)
Il simbolo è un segno che si riferisce all’oggetto che esso denota in virtù di una legge, di solito un’associazione di idee generali
che opera in modo che il simbolo sia rappresentato come riferentesi a quell’oggetto. Il simbolo è un segno non motivato quindi
arbitrario. (es: segni del linguaggio naturale, della matematica, del codice della strada)
UMBERTO ECO: IL MODELLO ENCICLOPEDICO E LA COOPERAZIONE INTERPRETATIVA
Nasce ad Alessandria nel 1932 e si laurea a Torino con una tesi su Tommaso d’Aquino.
OPERE:
Nel 1962 pubblica Opera aperta nel quale pone già il problema del rapporto collaborativo tra testo e interprete.
Nel 1968 pubblica La struttura assente opera che racchiude le sue ricerche in ambito dello strutturalismo.
Nel 1975 pubblica Il Trattato di semiotica generale in cui delinea il campo e i metodi della semiotica
Nel 1979 pubblica Lector in fabula e si propone di studiare la cooperazione interpretativa nei testi narrativi.
Nel 1984 pubblica Semiotica e filosofia del linguaggio.
Nel 1990 esce I limiti dell’interpretazione
Nel 1997 Kant e l’ornitorinco in cui Eco si concentra su alcuni aspetti semiotici dei processi cognitivi.
Nel 2003 pubblica Dire quasi la stessa cosa.
Dopo una prima fase in cui sviluppa una semiotica di tipo strutturale Eco si sposta in modo sempre più netto verso una
semiotica di tipo interpretativo. Questo spostamento avviene su due versanti strettamente interreati:
1. Nello studio del significato.
Nello studio dell’attività interpretativa.
1.
Per quanto riguarda lo studio del significato, della sua organizzazione e sua possibile descrizione Eco arriva a delineare un
modello semantico a istruzioni in formato di enciclopedia .
Sul fronte dell’attività interpretativa studia la cooperazione interpretativa nei testi narrativi ma poi torna a più riprese su quelli che
sono i limiti dell’interpretazione.
Cominciamo dallo studio del significato: Eco ritiene che la semantica di Hjelmslev - definita semantica a dizionario poiché si
basa su elementi linguistici che devono definire altri elementi linguistici - sia effettivamente in grado di spiegare una serie di
fenomeni semantici come la sinonimia e
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Riassunto esame Semiotica, prof. Bartezzaghi, libro consigliato Le basi della semiotica, Traini
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