Stefano Traini: Le basi della semiotica con domande d'esame
Introduzione
Stefano Traini ha individuato due correnti principali relative alla storia e alle teorie semiotiche:
- La tradizione strutturale con Saussure, Greimas e Hjelmslev
- La tradizione interpretativa con Peirce e Eco
Ruolo della semiotica secondo vari autori
Greimas: la semiotica è una metodologia con cui analizzare i testi, con una “vocazione scientifica” che garantisca il controllo intersoggettivo dei risultati.
Barthes: la semiotica può servire per smascherare i discorsi ideologici dei gruppi dominanti, assumendo la forma di una critica sociale.
Eco: la semiotica è un campo di studi intorno ai fenomeni della significazione e della comunicazione, con un forte taglio filosofico e una notevole vocazione interdisciplinare.
Lotman: la semiotica deve studiare le culture, come si strutturano al loro interno in diversi sistemi segnici, come conservano l'informazione, come ne producono di nuova dialogando con altre culture.
Saussure
Nasce a Ginevra nel 1857; dopo un iniziale percorso di studi fisici e chimici, si reca in Germania per dedicarsi esclusivamente agli studi linguistici. In seguito si sposta a Parigi, dove a 24 anni gli viene affidato il corso di linguistica germanica all’École des Hautes Études.
Saussure resta ad insegnare a Parigi fino al 1890, nel 1891 viene richiamato all’Università di Ginevra, dove rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1913. La sua peculiarità è che non scrive un testo che organizzi e presenti la sua teoria generale del linguaggio. Dopo la sua morte, alcuni suoi allievi raccolgono le sue note manoscritte inedite e diversi quaderni di appunti di studenti che avevano seguito i tre corsi ginevrini; sulla base di questi materiali costruiscono il Cours de linguistique générale (CLG).
Per mettere ordine nella definizione dell’oggetto linguistico (che secondo Saussure non precede il punto di vista, ma viene creato dal punto di vista), egli propone una fondamentale dicotomia: langue e parole. La parole è intesa come realizzazione del segno linguistico e quindi atto individuale, la langue è la competenza collettiva e sociale che permette di produrre e comprendere gli atti di parole. La langue è quindi la parte sociale del linguaggio, è l’insieme delle abitudini linguistiche che permettono ad un soggetto di comprendere e di farsi comprendere.
Se la parole è l’esecuzione materiale, la realizzazione individuale che collega una fonia ad un senso, la langue è l’aspetto sociale, collettivo, condiviso del linguaggio, l’insieme dei suoi limiti e delle sue articolazioni che permettono agli individui di una comunità di riconoscere le variazioni e le identità linguistiche. NB: l’oggetto di studio della linguistica, secondo Saussure, deve essere la langue; è questa la mossa rivoluzionaria, la langue viene definita come la “prima scienza”, è il sistema dei limiti che vige sulla parole.
I due caratteri primordiali del segno linguistico
Innanzitutto, il segno linguistico, secondo Saussure, unisce un concetto e un’immagine acustica; egli propone poi di definire significato il concetto e significante l’immagine, per cui il segno risulta essere l’unione di un significante e di un significato. Il legame che unisce il significante al significato, secondo Saussure è arbitrario; non esiste un legame naturale tra significante e significato, la loro relazione è immotivata. Non c’è nessuna ragione particolare perché il significato “tavolo” debba essere veicolato dal significante /tavolo/ piuttosto che dal significante /table/.
Per quanto riguarda la linearità, il significante, essendo di natura auditiva, si svolge soltanto nel tempo ed ha i caratteri che trae dal tempo: rappresenta una estensione e tale estensione è misurabile in una sola dimensione, è una linea. I significanti acustici dispongono solo della linea del tempo ed i loro elementi si allineano l’uno dopo l’altro in modo consequenziale.
Immutabilità e mutabilità del segno
Per giustificare il carattere di immutabilità del segno, Saussure porta quattro possibili motivazioni:
- Il carattere arbitrario del segno: l’arbitrarietà è il principio che legittima la libertà di scelta e nello stesso tempo è un sistema di sicurezza contro i possibili attacchi per trasformare le lingue; del resto perché un significante cambi è necessario che ci sia una giustificazione ragionevole, ma non essendoci particolari motivazioni nei legami segnici, ogni cambiamento risulterebbe irragionevole.
- La moltitudine dei segni necessari a costituire qualsiasi lingua: i segni linguistici sono innumerevoli e mentre è pensabile modificare e/o sostituire un sistema di pochi elementi, è assai difficile pensare alla sostituzione di un sistema linguistico.
- Il carattere troppo complesso del sistema: la lingua costituisce un sistema complesso e coloro che lo usano quotidianamente la ignorano profondamente, si potrebbe immaginare un cambiamento del genere solo con l’intervento di specialisti, grammatici, logici, ecc.
- La resistenza dell’inerzia collettiva ad ogni innovazione linguistica: la lingua è una faccenda di tutti, tutti la usano quotidianamente; la lingua appartiene alla massa sociale e questo è il più importante fattore di conservazione.
Se da un lato il tempo assicura la continuità (il sistema linguistico è sempre un’eredità dell’epoca precedente) e la stabilità del sistema linguistico, dall’altro ne determina la mutabilità. I due fatti, secondo Saussure, non sono contraddittori, bensì solidali; l’ipotesi è che la lingua si trasforma senza che i soggetti possano trasformarla, la lingua è intangibile, non inalterabile.
Sincronia e diacronia linguistica
Saussure individua una linguistica sincronica, che si occupa degli aspetti statici ed una linguistica diacronica, che si occupa degli aspetti evolutivi delle lingue. Per meglio spiegare la fondamentale dicotomia costituita da sincronia e diacronia, Saussure ricorre ad una metafora: se analizziamo una partita di scacchi in un determinato momento, ci poniamo in una dimensione sincronica, nel senso che ci interessa uno stato della partita, cioè una fase ben precisa in cui i pezzi sono posizionati in un certo modo e danno luogo ad un determinato equilibrio. Se decidiamo di analizzare la partita fin dal suo inizio, ricostruendo tutte le mosse, ci poniamo in una prospettiva diacronica, in cui gli stati si evolvono in quadri successivi. NB: per descrivere la langue secondo Saussure, ci si deve mettere in una prospettiva sincronica.
L’oggetto della linguistica sincronica generale è stabilire i principi fondamentali di ogni sistema idiosincronico, i fattori costitutivi di qualsiasi stato di lingua.
L’identità e il valore
L’identità è data dalle relazioni che due elementi intrattengono con altri elementi del sistema, dalle posizioni che ricoprono, dalle differenze che li caratterizzano: l’identità è data dal valore. Per spiegare il concetto di valore Saussure ricorre ad un paragone con il gioco degli scacchi: l’autore suppone che durante una partita un cavallo venga distrutto oppure smarrito. È possibile, si chiede, sostituirlo con un altro equivalente? La risposta è sì: lo si può sostituire con un altro cavallo, magari di plastica anche se quello precedente era di legno; lo si può sostituire anche con un’altra figura che non ha nulla a che vedere con un cavallo, purché le si attribuisca lo stesso valore del cavallo, cioè la stessa capacità di muoversi nella scacchiera rispetto agli altri pezzi. Ciò che conta è la funzione del pezzo, la sua capacità di effettuare certe mosse, il suo potere d’interdizione, le sue relazioni e le sue differenze rispetto agli altri pezzi.
Il concetto di valore rende marginali gli aspetti materiali degli elementi linguistici, e pone con forza l’importanza degli aspetti relazionali, differenziali, oppositivi degli elementi stessi. NB: la lingua, dice Saussure, è un sistema di valori, cioè un sistema di elementi che intrattengono relazioni.
Arbitrarietà verticale ed orizzontale
Il concetto di arbitrarietà può articolarsi in due eccezioni:
- Arbitrarietà verticale: non ci sono vincoli naturali, motivati, necessari, tra il significante ed il significato.
- Arbitrarietà orizzontale: in un sistema linguistico sono arbitrari i rapporti tra un significante e gli altri significanti, così come sono arbitrari i rapporti tra un significato e gli altri significati. I due significanti /pino/ e /pi:no/ in italiano designano lo stesso significato “pino”, poiché l’italiano non pone differenza tra la “i” breve e quella lunga. In inglese i due significanti /ʃip/ e /ʃi:p/ designano rispettivamente i significati “nave” e “pecora” perché l’inglese differenzia la “i” breve da quella lunga. Nella stessa sostanza fonica l’inglese introduce un confine, mentre l’italiano non lo fa. Quindi la distinzione tra una “i” breve e una “i” lunga non è affatto necessaria, ma è arbitraria. Se fosse necessaria, infatti, tutte le lingue la rispetterebbero, invece ciò non accade.
Rapporti sintagmatici e rapporti associativi
Da un lato vi sono i rapporti basati sul carattere lineare della lingua, e in questa dimensione gli elementi di parole dispongono l’uno dopo l’altro nella catena della parole. Queste combinazioni sono definite da Saussure sintagmi; il rapporto è dunque sintagmatico ed è in praesentia, si basa su due o più termini presenti in una serie. I sintagmi, nella maggior parte dei casi, rispondono a forme ed usi linguistici difficilmente modificabili.
Dall’altro, gli elementi che hanno qualcosa di comune si associano nella memoria: per esempio il termine “insegnare” può collegarsi ad altre parole quali “insegnamento”, “insegnante”, “didattica”, “istruzione”, ecc. Il rapporto è dunque associativo ed è in absentia: unisce due o più termini in una serie mnemonica virtuale. Da questa prospettiva un termine dato è come il centro di una costellazione in cui altri elementi si possono associare in vari modi.
La semiologia
Saussure la interpreta come “scienza generale dei segni”. Avrà il compito di studiare i sistemi di segni, siano essi lingue, riti, costumi, alfabeti particolari, ecc. La linguistica, secondo Saussure, dovrà far parte di questa scienza generale dei segni.
Dopo Saussure: scuole e correnti
In ambito europeo, gli studi linguistici si sono sviluppati prevalentemente attorno a tre poli:
- Il polo franco-ginevrino
- Il polo russo-praghese
- Il polo glossematico (Danimarca)
Il polo francese, o franco-ginevrino, è quello che nella ricerca linguistica esprime maggiore continuità rispetto all’insegnamento di Saussure. Oggi, Hjelmslev è considerato il più fedele prosecutore di Saussure.
Hjelmslev
Nasce a Copenaghen nel 1899; si iscrive all’Università di Copenaghen per studiare linguistica indoeuropea. Dopo un periodo di studio a Praga e a Parigi, dopo aver ottenuto il dottorato e dopo aver insegnato ad Aarhus, viene chiamato ad insegnare Linguistica comparativa presso l’Università di Copenaghen. Muore nel 1965. Il suo nome è associato in particolare alla teoria linguistica detta glossematica, una teoria molto focalizzata sulle questioni di metodo e sulla valorizzazione degli aspetti formali, astratti e algebrici dell’analisi linguistica. Il termine glossematica significherebbe “scienza degli elementi della lingua”.
I fondamenti della teoria del linguaggio (FTL) è il principale testo di riferimento per la teoria di Hjelmslev.
Premesse teoriche
Hjelmslev muove dalle basi poste da Saussure, muove perciò dall’ipotesi che vi siano delle costanti nei fatti linguistici; per ricercare tali costanti la teoria dovrà seguire il cosiddetto principio empirico, cioè dovrà essere coerente, esauriente e semplice. Il metodo di analisi linguistica, secondo l’autore, non sarà basato sull’induzione, che prevede un’ascesa dal particolare al generale. Il linguista deve invece partire dal testo integro, deve considerare il testo come una classe e deve analizzarlo in componenti, procedendo poi alla verifica. Si tratta di un movimento deduttivo specificante che Hjelmslev definisce deduzione.
La teoria, secondo Hjelmslev possiede due caratteri:
- L’arbitrarietà: la teoria deve essere indipendente da qualsiasi esperienza, deve poter essere usata solo per calcolare le possibilità che derivano dalle sue premesse.
- L’adeguatezza: le premesse della teoria vengono poste sulla base di una certa esperienza e possono essere applicate ad un gran numero di dati empirici, ciò ancora la teoria alla realtà empirica.
L’autore individua inoltre il principio di immanenza del linguaggio: è necessario mirare ad una comprensione immanente del linguaggio come struttura specifica autosufficiente ed è necessario cercare una costanza all’interno del linguaggio e non fuori di esso. Si tratta quindi di studiare il linguaggio in sé e per sé, indipendentemente da qualunque fattore extralinguistico: si deve “chiudere” l’oggetto di analisi, in modo da concepirlo come totalità autosufficiente. La lingua deve essere analizzata come un’entità autonoma di dipendenze interne: in una parola, come una struttura.
Tuttavia Hjelmslev sottolinea che si tratta di una limitazione temporanea che non implica l’eliminazione di fattori esistenziali esterni al linguaggio: bisogna dapprima descrivere nel modo più semplice la struttura linguistica, per poi proiettarla sui fenomeni che la circondano, per spiegarli in modo soddisfacente. La limitazione è giustificata solo se dopo l’analisi il linguaggio può essere di nuovo colto come un tutto.
L’autore definisce infine l’analisi del testo come scomposizione dell’oggetto in oggetti più piccoli.
I piani: espressione e contenuto
Il primo passo dell’analisi consiste nello scomporre un testo in un piano dell’espressione e in un piano del contenuto. Secondo Hjelmslev, infatti, il segno va pensato come un’entità generata dalla connessione fra un’espressione ed un contenuto. Il significante di Saussure diventa l’espressione, mentre il significato diventa il contenuto; quello che Saussure definiva segno (l’unione di significato e significante) diventa funzione segnica. Il contenuto non è altro che il complemento necessario dell’espressione.
Materia, forma, sostanza
Hjelmslev concepisce una stratificazione strettamente connessa alla teoria del linguaggio: di fronte ad una materia che ha già una sua organizzazione indipendentemente dalla lingua, interviene una forma linguistica che si proietta sulla materia stessa, delineando delle pertinenze linguistiche (sostanze).
L’autore si sofferma sullo strato della sostanza del contenuto, strato in cui sono fondamentali le valutazioni adottate da una comunità, definite apprezzamenti collettivi. Hjelmslev fa gli esempi dell’elefante e del cane: l’elefante è qualcosa di ben diverso per un indù o un africano che lo utilizza e lo alleva, che lo doma e che lo ama, e per quelle società europee o americane per le quali l’elefante esiste solo come oggetto di curiosità esposto in un giardino esotico, nei circhi o dentro le gabbie. Il “cane” avrà una definizione semantica del tutto diversa presso gli eschimesi, dai quali è considerato soprattutto animale da tiro, presso quelle società indù dove è disprezzato come paria, e presso le nostre società occidentali, per cui è soprattutto l’animale domestico addestrato alla caccia e alla vigilanza. Occorre tenere presente che il livello degli apprezzamenti collettivi è il più importante.
Segni e figure
I segni sono elementi del linguaggio che hanno un’entità corrispondente sul piano opposto e sono composti di “parti di segni”, o “unità minime”, dette figure, che non hanno un’entità corrispondente sul piano opposto. /Pero/ è un segno che ha un’entità corrispondente sul piano opposto, cioè un contenuto ben preciso. Ma il segno /pero/ è composto da figure (/p/, /e/, /r/, /o/) che non hanno entità corrispondenti sul piano opposto, cioè non hanno contenuto.
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