Semiotica
Lezione 1: Segni, testi e comunicazione
Significazione e comunicazione
Se prendiamo un dizionario di lingua italiana e lo consultiamo alla voce “comunicazione” la prima definizione che compare è: render comune, far partecipi altri di qualcosa. Comunicare, infatti, vuol dire far sapere, trasmettere qualcosa che spesso non è di ordine materiale: si tratta di pensieri, idee, sentimenti, notizie, segreti, date. Sostanzialmente tutto può essere fatto conoscere.
Come è possibile distinguere ciò che è comunicazione da ciò che non lo è?
Ecco l’esame di alcuni casi concreti:
- Terremoto / uragano: i fenomeni naturali in quanto tali non ci comunicano niente, non c’è nessuna entità superiore che attraverso essi vuole dire qualcosa all’umanità. Tutti i fenomeni naturali sono privi di animo e di volontà, non hanno l’intenzione di informare e producono semplicemente degli effetti e dei dati che l’uomo riconosce, interpreta e studia.
- Spia della benzina: è un oggetto inanimato che è stato progettato per mostrarci il livello della benzina nel serbatoio -> dietro a questo strumento c’è una progettualità: l’uomo ha creato il display e ha impostato la lancetta che si sposta per indicare il livello di benzina e la spia che si accende quando il carburante sta per finire. La spia della benzina è un mezzo di trasmissione progettato da qualcuno che non è presente; la volontà di farci capire che la benzina sta finendo non è della macchina, ma del progettista. Quest’ultimo elemento aggiunge un’interfaccia rispetto ai fenomeni naturali -> è presente un display con una scala graduata che rende possibile a tutti la lettura dei valori, per quanto riguarda gli eventi atmosferici la lettura dei dati non è così immediata.
- Sigaretta elettronica: in quanto tale essa non comunica niente. Può essere considerata come un segno che ci dà informazioni sull’atteggiamento di chi la sta usando -> ad esempio la sigaretta elettronica può essere vista come la volontà di smettere di fumare o come il desiderio di preservare la propria salute, in realtà non è detto che chi la sta usando voglia volontariamente trasmettere alle altre persone questa percezione.
- Un vestito: i capi d’abbigliamento da soli non comunicano nulla, è chi li indossa che magari comunica qualcosa anche inconsapevolmente -> il vestire è parte di un linguaggio che comunica qualcosa, ma la volontà è dell’uomo che indossa quei determinati vestiti, un abito da solo non può comunicare. I capi d’abbigliamento sono quindi un mezzo che può essere usato per comunicare qualcosa in modo consapevole.
- Manoscritto: sì, indipendentemente dall’epoca e dalla lingua, un manoscritto comunica a prescindere dalla volontà del suo autore -> la scrittura su carta, pergamena ecc. ha una propria autonomia rispetto alla volontà del suo produttore: uno scritto continua a comunicare fino a che qualcuno è in grado di leggerlo.
- Cartellone pubblicitario: è l’elemento per eccellenza della comunicazione -> esso, una volta prodotto comunica a prescindere dal proprio produttore.
Ragionando sull’elenco appena concluso possiamo dire che gli oggetti e gli eventi significano sempre qualcosa, ma non necessariamente lo comunicano; essi da soli non vogliono dire niente, ma possono essere utilizzati per dire qualcosa.
Fotografie
Se guardiamo gli oggetti dell’elenco come fotografie o immagini arriviamo a conclusioni opposte circa la loro capacità di comunicare: la foto di un uragano o di un terremoto documenta gli effetti del fenomeno e quindi è un atto di comunicazione da parte del fotografo. Le fotografie qualunque cosa ritraggano sono sempre strumenti di comunicazione, esse come i manoscritti comunicano a prescindere dalla volontà del loro autore.
Definizione di “comunicare”
Comunicare presuppone che qualcosa significhi -> significare viene prima di comunicare (qualunque cosa può significare, basta che qualcuno la interpreti. NB: interpretare ≠ comunicare). Comunicare vuol dire servirsi di qualcosa che significa per raggiungere uno scopo, ciò che varia sono i mezzi di cui ci si serve e gli obiettivi che si intende raggiungere:
- Obiettivi: mostrare, indicare, informare, documentare, persuadere, convincere, far credere, prendere in giro, ingannare, insultare, offendere, tormentare, ferire.
- Mezzi: foto, dipinti, film, segnali stradali, logotipi, libri, giornali, riviste, marchi, slogan, vestiti, statue, spettacoli teatrali, concerti, manifestazioni. Alcuni di questi mezzi hanno una complessità simile a quella delle lingue -> testi (strumento di comunicazione per eccellenza), li chiameremo quindi.
Modello postale della comunicazione
Il modello postale è stato elaborato da Shannon e Weaver in riferimento al passaggio di informazioni attraverso dispositivi meccanici con il fine di rispondere a dei quesiti sul limite della compressione del messaggio e della velocità di trasmissione. Quando si comunica attraverso un telefono il messaggio passa attraverso l’apparecchio -> viene trasformato in una serie di segnali -> l’apparecchio ricevente li decodifica e porta il messaggio allo stato originario.
Schema: Sorgente -> Codificatore -> Segnale -> Decodificatore -> Destinazione (voce -> cornetta -> imp elettrico -> cornetta -> orecchio)
Critiche al modello postale
- Il modello è lineare e unidirezionale.
- È meccanico -> si applica bene allo scambio di informazioni tra computer, ma non a quella umana.
- È astratto: non si occupa dei ruoli cognitivi dell’emittente e del destinatario; non considera il contenuto del messaggio in base al contesto.
- Considera il codice come semplice associazione di elementi.
- Non ammette la possibilità di mentire o di dire il falso.
Il modello postale viene modificato da Jackobson:
- Mittente: funzione emotiva -> comprensione dell’atteggiamento del soggetto rispetto all’argomento di cui si sta parlando (ad esempio approvazione entusiastica di una proposta).
- Destinatario: funzione conativa -> da “conari” in latino costringere, ad esempio nei cartelloni pubblicitari si utilizza l’imperativo (Bevete!), questo tempo verbale non può essere messo in dubbio e ha come obiettivo quello di far acquistare il prodotto reclamizzato.
- Contesto: funzione referenziale.
- Messaggio: funzione fatica -> tiene aperto il canale della comunicazione attirando l’attenzione dell’interlocutore o assicurandosi che stia seguendo il discorso (sisi durante una conversazione telefonica).
- Funzione metalinguistica: il discorso è incentrato sul codice, ovvero parla del linguaggio stesso -> accade quando si chiedono spiegazioni su ciò che l’interlocutore intende dire.
- Funzione poetica: l’accento è posto sul messaggio per sé stesso -> si realizza con la rima o con le varie figure retoriche (allitterazione, paronomasia, assonanza).
Lezione 2: I segni
Segni, significazione, codici e testi
Il segno, o representamen, è qualcosa che sta a qualcuno per qualcosa sotto qualche aspetto o capacità (Peirce) -> l’uso di termini così generici sta a indicare la volontà di fornire una definizione che è possibile applicare a qualsiasi fenomeno o oggetto che può fungere da segno.
La definizione indica una relazione a tre posti, gli elementi sono quindi 3:
- Primo: segno -> può essere una cosa qualsiasi (immagine, arma, scarabocchio).
- Secondo: oggetto -> relazione di sostituzione: sta rispetto ad un essere che lo prende come un segno.
- Terzo: interpretante -> sta indicare l’effetto cognitivo del segno sull’interprete (NB: non è una persona).
Tipologie di segni
La tradizione semiotica riconosce 3 tipi di segni:
- Simboli: Peirce intende “simbolo” qualcosa che non somiglia, ma qualcosa di arbitrario che si riferisce al proprio oggetto in virtù di una legge (mette in connessione il 1 e il 2 elemento e deve essere nota all’interprete). I simboli sono di natura generale e non sono sempre concreti e percepibili -> un simbolo funziona perché c’è una legge, creata dall’uomo, che lo descrive e determina il modo in cui deve essere rappresentato. Es: segnali stradali, tricolore (è la Costituzione che dice come deve essere).
- Indici: sono segni regolati da leggi fisiche e non imposte dall’uomo -> l’indice è determinato dall’oggetto a cui si riferisce ed è maggiormente legato all’individualità; non è necessario sapere se l’oggetto in questione esiste nella realtà o no. Es: termometro digitale, sintomi di una malattia, bandierina segnavento, fotografie (vengono prodotte seguendo una precisa legge fisica).
- Icone: si riferiscono all’oggetto in virtù dei caratteri suoi propri -> l’esistenza dell’oggetto è supposta. L’oggetto viene rappresentato attraverso la somiglianza; più un’icona assomiglia all’oggetto rappresentato, meno è convenzionale -> gli specchi non sono segni: aumentano le nostre capacità visive e funzionano come protesi, ciò che si vede riflesso non è un’immagine reale che può essere conservata su un supporto. Es: dipinto, disegno.
Peirce distingue 3 tipi di icone:
- Immagini
- Diagrammi
- Metafore
Icone
Convenzionalità: più un’icona assomiglia all’oggetto rappresentato, meno è convenzionale.
Somiglianza: relazione tra 2 o più oggetti che condividono una proprietà. Es: 2 cucchiai dello stesso servizio si assomigliano al massimo e condividono tutte le caratteristiche fisiche -> un cucchiaio del servizio in questione può essere preso come rappresentante della propria quando viene posto in vetrina.
La somiglianza non è una proprietà naturale e a volte non è valutabile a colpo d’occhio -> l’equazione di una retta non assomiglia ad una retta, questo fa capire che le immagini non sono tutte somiglianti, ma funzionano secondo regole.
Immagini, diagrammi, carte e mappe
Il confronto tra la mappa della metropolitana di Londra con quella di New York rende l’idea della differenza tra un’immagine e un diagramma:
- Londra, 1933: la mappa viene disegnata interessandosi solo delle stazioni, senza fare una rappresentazione cartografica del territorio -> i cittadini ne sono soddisfatti.
- New York, 1972: viene commissionata la creazione di una mappa analoga a quella di Londra, ma il designer inserisce degli elementi di superficie che non corrispondono alla realtà (Central Park quadrato e non rettangolare con 4 proporzioni sbagliate) -> i cittadini protestano per la mancata corrispondenza tra la topografia della città e il diagramma delle linee e delle stazioni della metropolitana.
La mappa mischiava 2 tecniche:
- Immagine cartografica: si basa sulla corrispondenza univoca in scala con i luoghi rappresentati.
- Diagramma: rappresenta solo le relazioni tra alcuni luoghi.
Dibattito sull’iconismo
Le immagini secondo alcuni sono convenzioni:
- Un oggetto totalmente simile ad un altro non è detto che sia un’icona (esempio vetrina).
- Le immagini non sono tutte somiglianti (esempio equazione retta).
Lezione 3: Morfologia
Definizione
La morfologia è lo studio delle parole e delle varie forme che la parola può assumere. Le parole possono essere semplici o complesse -> derivate: prefissate (ex-capo), suffissate (capetto) o composte (capostazione) le semplici e le complesse possono essere flesse per genere o per numero -> capi, capetti, capistazione.
La nozione di parola
Bisogna sottolineare che ciò che conta come “parola” in una lingua non è detto che valga anche per le altre lingue -> esempio: il ragazzo ha dato una rosa a Maria (8 parole) / puer dedit rosam Mariae (4 parole).
Prima definizione: sono parole quelle sequenze di caratteri separati da spazi bianchi -> il limite di questa definizione è che gli spazi bianchi esistono solo nella forma scritta.
Seconda definizione: sono parole quelle unità che non possono essere interrotte o al cui interno non è possibile inserire altro materiale linguistico.
Non è possibile definire la nozione di parola una volta per tutte e si possono distinguere varie accezioni a seconda del punto di vista a partire dal quale si considera questo oggetto:
- Fonologica: ciò che si raggruppa attorno ad un accento primario (telefonami è una parola sola).
- Morfologica: ciò che non è costituito da più unità.
- Sintattica: ciò che è costituito da più unità (telefonami = telefona a me -> dal punto di vista sintattico è una parola costituita da più unità).
Tema, radice e forma di citazione
- Forma di citazione: è la forma che troviamo sui vocabolari, viene chiamato lemma; anche in italiano: il verbo lo si trova all’infinito presente (amare), i nomi si trovano al maschile/femminile singolare, gli aggettivi al maschile singolare.
- In latino e greco: il verbo lo si trova alla prima persona dell’indicativo.
Per quanto riguarda i verbi bisogna distinguere anche tra:
- Tema: al verbo amare tolgo la desinenza re -> resta “ama” (tema).
- Radice: è il tema + la vocale tematica -> "am” è la radice e “a” è la vocale tematica.
In italiano le vocali tematiche sono 3: “a”, “e”, “i”.
Classi di parole
Le parole di una lingua sono raggruppate in classi o parti del discorso:
- Nome
- Verbo
- Aggettivo
- Pronome
- Articolo
- Preposizione
- Avverbio
- Congiunzione
- Interiezione
Alcune parti del discorso sono:
- Variabili (nomi, verbi, aggettivi, articoli, pronomi)
- Invariabili (avverbi, preposizioni, congiunzioni, interiezioni)
Le parti del discorso possono essere:
- Aperte: posso sempre aggiungere nuovi membri -> nomi, verbi, aggettivi, avverbi.
- Chiuse: il numero dei membri non può essere aumentato -> articoli, pronomi, preposizioni, congiunzioni.
Criteri per definire le parti del discorso
- Semantico: basato sul significato -> i nomi indicano oggetti stabili, i verbi i processi.
- Distribuzionale: non tutte le parole sono intercambiabili in tutte le posizioni -> dopo l’articolo posso mettere solo un nome e non un verbo.
Morfema
Un morfema è l’unità minima, di una lingua, dotata di significato e funzione grammaticale. Un’unità si può definire morfema se ha un significato: libri (libr-i) -> “libr”: insieme di fogli stampati / “i”-> maschile plurale lessicale, grammaticale. NB: “libr” è un morfema mentre “i” è un morfema.
Classificazione dei morfemi
- Morfemi lessicali: il loro significato non dipende dal contesto -> nomi, aggettivi, verbi (es. il termine “donna” designa un essere umano adulto di sesso femminile, il significato non cambia al variare del contesto).
- Morfemi grammaticali: non hanno un significato indipendente e modificano il significato della radice (es. preposizione semplice “di” ha un significato strettamente legato al contesto).
- Morfemi liberi: quelli che possono stare da soli in una frase -> bar, ieri, virtù, voi, che.
- Morfemi legati: quelli che per poter stare in una frase devono aggiungere altre unità -> libr + i.
- Morfemi flessivi: aggiungono il genere e il numero e non modificano la parola a cui si applicano -> A del femminile singolare, I del maschile plurale, E del femminile plurale / desinenze dei verbi / suffissi (oso, tore, zione) e prefissi (ri, s, in).
- Morfemi derivazionali: si applicano affissi, suffissi ed infissi e dalla radice nascono nuove parole -> es. black + ness = blackness -> nerezza.
Tabella gerarchica dei morfemi
- Morfemi lessicali
- Morfemi grammaticali
- M. liberi
- M. legati
- M. flessivi
- M. derivazionali
Tipi di modificazione delle parole: derivazione, composizione, flessione
Derivazione
- Suffissi: si aggiunge a destra della parola, il processo prende il nome di suffissazione.
- Deverbali: i verbi vengono trasformati in nomi e aggettivi -> i 2 significati principali sono quello di azione (lavorazione, montaggio, spostamento) e quello d’agente (battitore, imbianchino).
- Valutativi: quei suffissi che rendono i nomi diminutivi, accrescitivi o vezzeggiativi (casona, casaccia, casetta).
- Prefissi: si aggiunge a sinistra della parola, il processo prende il nome di prefissazione; i prefissi sono tantissimi e generano principalmente nomi -> incapace, inutile.
- Infissi: si inserisce all’interno della parola, il processo prende il nome di infissazione -> mangiucchiare, salterellare (modificano leggermente il significato: mangiucchiare significa mangiare a piccoli morsi).
Composizione
Formare nuove parole a partire da 2 forme libere o da 2 parole già esistenti:
- Capo + stazione -> capostazione (N+N=N)
- Pelle + rossa -> pellerossa (N+A=N)
- Agro + dolce -> agrodolce (A+A=A)
- Taglia + borse -> tagliaborse (V+N=)
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